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sabato 25 luglio 2026

Uccisione di Alberto Iaccarino

 



POZZUOLI 28 LUGLIO 1943 - ALBERTO IACCARINO

TROVA LA MORTE INNEGGIANDO ALLA PACE

 Alle ore 18:00 del 24 luglio 1943 inizia a Roma la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo collegiale del regime.

Con molta audacia si chiede di votare sull'ordine del giorno presentato da Dino Grandi; questo prevede di sfiduciare Mussolini e di riconsegnare il potere esecutivo e militare nella mani del Re Vittorio Emanuele III.

La guerra appare ormai irrimediabilmente persa; tutte le colonie africane sono state abbandonate e gli Alleati, sbarcati in Sicilia, sono pronti ad assaltare la penisola.

L’Italia è ridotta allo stremo e la popolazione affamata  è sempre più costretta a vivere nei rifugi per cercare scampo alle incursioni aeree.

 

La votazione del Gran Consiglio avviene, dopo lunghe discussioni, alle ore 02:30 del 25 luglio; in piena notte.

La mattina di domenica 25 Mussolini si reca regolarmente nel suo ufficio di Palazzo Venezia e chiede ed ottiene dal sovrano l’anticipo in giornata del settimanale incontro previsto ogni lunedì.

Alle 17.00 Mussolini si reca a Villa Savoia e dopo un breve incontro, nel mentre s’accinge ad uscire dalla residenza del sovrano, viene arrestato e, chiuso in una autoambulanza, condotto in una caserma dei carabinieri.

Solo alle ore 22:45 dello stesso giorno 25 la radio interrompe le trasmissioni e diffonde il seguente comunicato:

«Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato, sua Eccellenza il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio.»

 

Il giorno 26 luglio i giornali iniziano a riportare la notizia dell’arresto di Mussolini e l’annuncio, contrariamente ad ogni speranza, che la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dirama un comunicato con il quale dispone che chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza o ribellione contro le forze armate o di polizia, o proferisca insulti contro le stesse e le istituzioni, sarà passato immediatamente per le armi. La circolare prescrive inoltre che ogni militare impiegato in servizio di ordine pubblico che compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o disobbedisca agli ordini, sarà immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone andranno parimenti dispersi, facendo ricorso alle armi e senza intimazioni preventive o preavvisi di alcun genere.

 

Nella città di Napoli ci sono tentativi di cortei e di arrembaggi alle sedi rionali del fascio ma, anche per il timore delle ingenti forze spiegate, non si va oltre la distruzione di qualche ritratto del duce e della cancellazione di qualche scritta propagandistica.

Maggiori atti di intolleranza sono manifestati nei paesi di provincia dove c’è minora presenza di forze dell’ordine e dove il sistema di potere fascista s’è spesso intrecciato con affari locali.

Nel pomeriggio del 26 luglio una turba di giovani irrompe nella Casa del Fascio di Acerra e lancia i mobili dalle finestre; sono inoltre demolite due lapide fasciste.

Nella serata del 26 luglio a Frattaminore un migliaio di persone irrompe nella Casa Littoria appiccando il fuoco a mobili ed archivi.

Nella mattinata del 27 luglio a Giugliano cortei popolari con bandiere nazionali ed effigie del Re percorrono le vie cittadine ed irrompono nelle sedi del fascio distruggendo emblemi e materiale cartaceo.

Nella stessa mattinata succede la stessa cosa prima nella vicina Marano e poi nella più piccola Calvizzano.

A Bacoli è saccheggiata e data alle fiamme la Casa del Fascio sulla via Lungolago; non intervengono i carabinieri ma saranno i fanti del 319° Battaglione Costiero a donare l’incendio.

 

Diverso ciò che accade a Pozzuoli, dove troverà la morte il giovane Alberto Iaccarino.

Nel tardo pomeriggio del 28 luglio 1943, tre giorni dopo la caduta del fascismo, un corteo   composto da un migliaio di persone (ragazzi, anziani, casalinghe) affolla le strade di Pozzuoli.

Sventolando bandiere sabaude, da cui sono stati eliminati i fasci littori, e portano pannelli in cui sono raffigurati il re Vittorio Emanuele III e il nuovo capo del governo Pietro Badoglio.

Tutti cantano inni patriottici e garibaldini ed inneggiano alla fine del fascismo.

Come successo in altre località vicine e lontane intendono cancellare le testimonianze visive di un regime che con la guerra ha ridotto l’Italia in disgrazia.

Presso il Monumento ai Caduti, fuori Porta Napoli, provvedono a demolire le quattro piccole scure sporgenti dai fasci littori incastonati negli angoli del mausoleo.



Poi si riversano nella villa comunale di Pozzuoli e minacciano di occupare la ex casa del fascio per issare bandiere e immagini sulla balconata di questo edificio. Questo balcone, negli anni del regime, per Pozzuoli è stato l’equivalente del romano Balcone di Palazzo Venezia; da questo terrazzo i gerarchi hanno agitato le folle e su di esso erano installati gli altoparlanti a mezzo dei quali i puteolani hanno ascoltato gli esaltanti discorsi del duce.

 

All’interno del complesso, casa del fascio e torre littoria, si trovano il capitano dei carabinieri Olindo De Sio e Gabriele Artiaco, del locale presidio; sono intenti ad inventariare e prendere in consegna il materiale abbandonato dalla federazione fascista.

Entrambi escono fuori ed organizzano i carabinieri ed i soldati nel frattempo accorsi; tutti ormai ubbidienti agli ordini di Badoglio e timorosi per i drastici ordini ricevuti dal capo di stato maggiore del Regio Esercito.

Queste forze non riescono a trattenere la folla che lancia sassi contro il vasto edificio e ben presto ricevono l’ordine di far fuoco, a scopo di intimidazione, per sciogliere i dimostranti.

Ma questi riescono a penetrare all’interno devastando mobili e vetri ed allora, nel trambusto che ne consegue restano feriti da arma da fuoco lo studente sedicenne Alberto Iaccarino di Giuseppe e Pasquale Capuano di Giovanni, pure di anni 16.

Aldo Piccirillo di Vincenzo, impiegato di anni 37, resta leggermente ferito da non specificate armi contundenti.

Il solo Alberto Iaccarino muore poco dopo per la ferita alla testa causata da arma da fuoco.

Le forze dell’ordine arrestano Procolo Di Bonito di Vincenzo ritenuto il promotore della dimostrazione nonché responsabile di oltraggio e minacce agli agenti di Pubblica Sicurezza.

 

Lo stesso giorno 28 luglio a Bari si contano nove morti e 40 feriti ed a Reggio Emilia i soldati sparano sugli operai delle Officine Reggiane, facendo nove morti. In totale, nei soli cinque giorni seguenti al 25 luglio, i morti in seguito a interventi di polizia ed esercito sono 83, i feriti 308, gli arrestati 1.500.

Alberto Iaccarino resta l’unico caduto in Campania per le vicende susseguenti il 25 luglio 1943.

 

Il 20 maggio 1945, a guerra appena conclusa in Europa, presso Porta Napoli è collocata una lapide a memoria si Alberto Iaccarino e di altri dieci puteolani caduti, circa due mesi dopo, durante l’occupazione tedesca: 

 


CADUTI IMPAVIDI

SULLA VIA SANGUINOSA E GLORIOSA DEL RISCATTO

VITTIME DI TEUTONICA BARBARIE

I PATRIOTI E LA CITTADINANZA PUTEOLANA

VINDICI

NEL MERIGGIO DEL SECONDO RISORGIMENTO

POSERO

 

Nella villa comunale, vicinissimo al luogo dove fu colpito, è in seguito eretto un cippo commemorativo che tramanda ai posteri il nome di Alberto.

Purtroppo questo piccolo monumento è stato nei decenni completamente trascurato e solo l’interessamento dello storico ed artista Antonio Isabettini ne ha permesso il suo restauro.

 

GIUSEPPE PELUSO – 28 LUGLIO 2026


lunedì 7 aprile 2025

La Calcara di Pozzuoli

 



La Calcara di Pozzuoli

 Fino a tutti gli anni sessanta sono molti i cortili di Pozzuoli che al loro interno nascondono un variopinto mondo fatto di lavoro e d’umanità.

Tra questi quello detto “La Calcara” in cui ci si immette dallo scenografico androne al civico 9 dell’allora via Miliscola; un vivace borgo che prende nome da una fornace che produce calce, “carcara” in dialetto, a mezzo cottura delle pietre calcaree.

Le calcare hanno spesso rappresentato una parte significativa dell’economia di un luogo, caratterizzandone il paesaggio con la loro mole, e quella di Pozzuoli, seppure vaghe siano le sue origini, risale agli immediati anni post eruzione di Montenuovo; quando forte è la necessità di ricostruire e ritornare nei luoghi natii.

 

Nei Campi Flegrei sono reperibili i tre elementi essenziali per le costruzioni edilizie; il tufo giallo facilmente lavorabile, la pozzolana che ha proprietà cementizie ed il calcare per la produzione di calce.

Si! Il calcare!



Quest’ultimo elemento è anche più facile da trovare; lo si prende dai templi, dagli anfiteatri, dalle grandiose terme e dai ruderi archeologici che abbondano in questa Terra.

Colonne e statue, il cui marmo è costituito da rocce calcaree, sono raccolte e immesse nella grande bocca che con il fuoco ha, per secoli, divorato il nostro passato.

L’iniziale fornace resta in attività fino al XVIII secolo quando, per le sempre più forti richieste di calce, ne sarà costruita una più grande che resta in funzione fino al 1885.

 




La Calcara di Pozzuoli fonda la sua fortuna sull’attiguo “Alveo Campano”, da cui attinge acqua per la formazione di calce viva, e per il piccolo molo in legno sul mare che facilita l’imbarco della calce sulle “bilancelle” che imbarcano anche tufo e pozzolana nelle numerose e vicine cave.

Naturalmente statue e colonne, che iniziano a scarseggiare, non sono sufficienti a fronteggiare una sempre più forte richiesta e pertanto si decide di importare pietre calcaree dai monti in cui sono presenti.

Le cave di Maddaloni sarebbero più economiche e raggiungibili a mezzo strade pianeggianti, ma il trasporto stradale a mezzo traino animale permette la movimentazione di piccole quantità a costi elevati, anche per la necessità di richiedere massi già frantumati.

Così si opta per le cave presenti nelle penisola sorrentina che, a mezzo “bilancelle” e “feluche”, assicurano grossi quantitativi in tempi più rapidi.

Nello stesso periodo in cui arriva la Armstrong, tra l’altro nell’accordo tra Comune di Pozzuoli e Amministratori Inglesi è specificato che il limite meridionale da occupare è costituito proprio dalla esistente Calcara, crolla la volta della fornace ed i proprietari decidono di ricostruirla secondo gli ultimi aggiornamenti; questa volta il suo camino piramidale raggiunge l’altezza d’oltre 18 metri.



Nel novecento, con l’avvento del moderno trasporto stradale, ridiventa conveniente acquistare il calcare dalle cave di Maddaloni e Valle di Maddaloni.

Le grosse rocce sono scaricate dai camion a ridosso della struttura dove vengono frantumate e suddivise in pezzi più piccoli sferrando colpi con grossi martelli.

Quest’operazione è svolta da un nutrito gruppo di manovali che poi afferrano le più grandi portandole direttamente in spalla verso la parte alta della fornace mentre le più piccole sono raccolte in “caldarelle” ed egualmente scaricate alla sommità.

La parte alta della fornace la si raggiunge a mezzo rampe in muratura, parte esterne e parte interne, che girano attorno al focolare; la visione di quegli uomini che portano grandi pesi, a torso nudo e con la testa avvolta in un “maccaturo”, mi riporta ad un infernale girone dantesco dove i dannati sono costretti a girare per l’eternità sotto pesanti carichi in un ambiente infuocato.

 

La struttura è gestita dalla Famiglia di don Gennaro De Falco che come dipendenti fissi dispone solo di un esperto “fuochista” per l’accensione e il controllo della temperatura e di un esperto “carcataro” per la sistemazione e controllo delle rocce.

Tutti gli altri manovali sono avventizi; in genere ragazzi alle prime esperienze, disoccupati o pescatori che necessitano d’arrotondare.

Dopo le rocce si posa il legname nella camera bassa dove si accende un fuoco che raggiunge una temperatura di quasi 1.000 gradi costringendo l’aria, che alimenta la combustione, a filtrare attraverso la massa dei materiali da cuocere.

Il fuoco è tenuto vivo per circa 5/8 giorni quindi, per controllare lo stato di cottura, si prende uno dei sassi e lo si butta nell’acqua fredda per verificarne la tumultuosa (e rischiosa) reazione.

Raggiunta la cottura si spegne il fuoco, si raccolgono le ancora bollenti ceneri che sono depositate in una vicina zona, delimitata da una linea che i bimbi son tenuti a non attraversare, e si lascia raffreddare l’ottenuta calce.



Parte di questa è poi messa a contatto con l’acqua sprigionando calore; comincia a ribollire e, mediante un pericoloso processo, è trasformata in “calce viva”.

 

Tutto questo è durato fino alla metà degli anni sessanta quando la ditta degli Ing. Grillo acquisisce la zona, abbatte questo e vecchi adiacenti edifici, e vi costruisce un moderno fabbricato.

Sono gli anni in cui si completa “L’Autostrada del Sole”, in cui circola il “Treno del Sole”, in cui si canta “La Canzone del Sole”; pertanto sembra loro “alla moda” battezzare “Palazzo del Sole” questo nuovo edificio.

Con la calcara sparisce anche un borgo, un paesaggio, un mondo; solo nei ricordi restano i salti nella cenere bollente, l’autofficina di Fortuna, i pullman dei Fratelli Iaccarino, le suore che insegnano il ricamo e donano grattate irrorate di sciroppo, il cantiere di quel mast Filippo che ha insegnato a fare barche agli ebrei esuli a Bacoli, e la piccola spiaggia da cui ci lanciavamo in un familiare ma rosso mare, ricco di sangue e di vongole veraci.



GIUSEPPE PELUSO 

Pubblicato su Segni dei Tempi di giugno 2024

venerdì 15 dicembre 2023

A Cavalcioni di Caronte

 



A CAVALCIONI DI CARONTE

Paese che vai, Elisio che trovi - I reumi di Nerone -

La via per l'altro mondo - Biglietti da visita alla Sibilla 

Caronte senza barba e con l'acetilene

 

Il quotidiano “La Stampa” di giovedì 25 ottobre 1934, riporta un interessante articolo, intitolato “A Cavalcioni di Caronte”, dedicato ad Alessandro Santillo custode della pseudo Grotta della Sibilla e papà dell’indimenticato Carlo Santillo.

 

Pietro Silvio Rivetta, detto Toddi



Il saggio è firmato da Toddi, pseudonimo di Pietro Silvio Rivetta di Solonghello (1886-1952), di origini aristocratiche, giornalista, scrittore, cineasta, e tanto altro ancora.

Toddi conosce ben quattordici lingue, tra cui cinese e giapponese per le quali ottiene una cattedra presso il Regio Istituto Orientale di Napoli.

Dai racconti di una serie di viaggi in Italia effettuati da Toddi dalla fine degli anni 20 ai primi anni 30, viene fuori un libro dal titolo ”Itinerari Bizzarri”, pubblicato nel 1934. Tra i luoghi visitati, per la compilazione della sua Italia insolita e curiosa, non possono mancare i Campi Flegrei.

 

I Campi Elisi

Per colpa — o merito che sia stato — della fiorentina consorte di Enrico IV, i turisti di oggi non possono udir nominare i “Campi Elisi” senza pensare ai maestosi viali parigini. Da quando, nel 1616, Maria de Medici fece piantare il triplice “Cours la Reine” là dov'era un'impaludata propaggine della Senna, e ancor più da quando il mondo elegante del secondo impero predilesse quel quartiere e ne fece la capitale della capitale della Francia, gli “Champs Elysées” hanno usurpato e deformato il titolo al soggiorno dei beati greco-romani.

Soltanto al margine estremo del golfo subvesuviano, dove i ricordi classici si addensano più fitti, le familiari indicazioni greco-latine ritrovano il loro vero aspetto e la loro topografia precisa. Questo meraviglioso golfo partenopeo è saturo di ellenismo e, ancor più, di romanità; è racchiuso tra questo Promunturium Misenum ove arse il rogo funebre del trombettiere di Enea, e Punta della Campanella, che era il Promunturium Minervae perchè vi sorgeva il tempio della dea; o v’è ancora la Torre Minerva con la stazione radiotelegrafica.

Qui gli augusti nomi imperiali hanno chiaro recapito; se pronunzi quello di Tiberio a un vetturino o ad un agente municipale di Pozzuoli o di Bacoli, l’interrogato, con un sorriso amabile e un po' commiserante, ti fa comprendere che hai sbagliato indirizzo. Per trovare Tiberio bisogna andare al Molo Beverello di Napoli e imbarcarsi per Capri, ove Tiberio è tuttora legittimamente domiciliato.

 

lunedì 19 giugno 2023

Prolungamenti Ferrovia Cumana

 


Ferrovia Cumana

Progetti di Prolungamento per Bacoli, Cappella, Miliscola, Miseno

 

Dopo l’inaugurazione del 1889 la Ferrovia Cumana continua, per molti anni, la sua tranquilla esistenza fino al 1926, quando si annunciano delle novità.

Innanzitutto l’elettrificazione in corrente continua a 1.500 V., per eliminare il problema del fumo nelle numerose gallerie, e poi il prolungamento da Torregaveta a Bacoli e Miseno, in funzione del notevole sviluppo turistico e urbanistico acquisito da queste zone.

Il Regime concede l’assenso alla trasformazione da trazione a vapore a trazione elettrica a patto che la Società assuma l’obbligo dell’accennato prolungamento.

La Cumana accetta questo impegno e in conseguenza chiede ed ottiene un aumento del contributo governativo, stabilendo che entro due anni avrebbe presentato il relativo progetto del nuovo tronco ferroviario.

In verità nel termine di tempo prescritto la Cumana presenta il progetto [immagine 2] che prevede:



1 - La diramazione da costruire inizia poco prima della stazione terminale di Torregaveta; passa per la contrada Cappella, Comune di Monte di Procida; prosegue per la spiaggia di Miliscola; infine si attesta presso il Lago Miseno, in prossimità del centro storico di Bacoli.

2 -  Nel complesso si tratta di costruire poco più di tre chilometri di ferrovia, tutti in piano, senza gallerie e viadotti impegnativi, e con soli due passaggi a livello.

3 – I terreni da attraversare sono quasi tutti demaniali, non ci sono privati edifici da espropriare, ed i lavori possono eseguirsi con speditezza ed economia.

 

Il 3 luglio 1927 la linea è alacremente elettrificata [immagine 3], 

mentre non c’è alcuna traccia della prevista prosecuzione a Miseno; numerosi interventi e pressioni non ottengono l’esecuzione delle gare e l’annunciato prolungamento non è neppure appaltato.

Anche “Il Mattino” nel 1933 riprende l’argomento e, tra l’altro, scrive:

«le rotaie, purtroppo, sono depositate sulla spiaggia di Torregaveta ad arrugginire e ancora oggi il treno non va a Miseno».

Non se ne fa un bel nulla e solo in un secondo momento la Cumana esibisce un altro progetto mediante il quale si apportano sensibili modifiche al tracciato precedente:

1 – La diramazione questa volta parte dalla stazione di Baia, s’immette con un tunnel nella collina del Selvatico, infine esce presso il Lago di Miseno dove si attesta.

2 – Da questo percorso restano tagliati fuori il Monte di Procida, con la sua frazione di Cappella, e le spiagge di Miliscola e Miseno.

3 – Il percorso, quasi tutto in galleria e quindi con un costo quasi raddoppiato, non presenta fermate intermedie.

 

Questo secondo progetto va all’esame della Sovraintendenza dei Monumenti perché le rotaie passerebbero ad una dozzina di metri dal Tempio di Mercurio e, uscendo dalla galleria della collina del Selvatico, incontrerebbero una zona archeologica.

 

Il 1° ottobre del 1933 il ministro delle Comunicazioni e dei Trasporti Costanzo Ciano, padre di Galeazzo e consuocero del Duce, con un treno speciale della Ferrovia Cumana si porta a Torregaveta da dove poi raggiunge Miseno.

Qui, come titola il “Roma” di quel giorno, sosta nella vana attesa di un treno disperso tra la poesia di un orario ferroviario e la realtà, tra due diversi progetti, tra il tunnel del “Selvatico” e l’archeologia, il Tempio di Mercurio, le rotaie e la contrada Cappella.

Sua Eccellenza Ciano auspica la rinascita della Plaga Flegrea, di ridare a questa terra di sogno il prestigio della sua trascorsa grandezza, di valorizzare Miliscola, la più bella spiaggia del mondo [immagine 4].

Belle parole ma alle popolazioni interessa che il tronco ferroviario sia realmente costruito e, soprattutto, realizzando il primo progetto perché esso arrecherebbe benefici al Comune di Monte di Procida, alla sua Contrada Cappella, e percorrerebbe tutto il lido di Miliscola.

Ma la linea non prosegue, i dirigenti della Cumana non attuano iniziative per migliorare il servizio e per sviluppare la rete; essi si limitano alla semplice gestione, limitata alla più stretta economia.

Nel frattempo sopraggiunge la guerra e di prolungamento più non si parla.

 

Al ritorno della vita civile si cominciano a definire le nuove direttrici di traffico nel Napoletano e il 17 marzo 1946 è autorizzata la nuova ferrovia che prende il nome di “Circumflegrea”.

Essa, partendo sempre da Napoli Montesanto, attraversa il settentrione dei Campi Flegrei e raggiunge Torregaveta dove ritrova la “Cumana”.

Il 16 aprile 1948 è stipulata la relativa concessione che prevede pure la realizzazione del tronco Torregaveta – Bacoli - Miseno.

Si tratta di un terzo e diverso progetto che, inteso ora come prolungamento della Circumflegrea e non della Cumana, raggiunge Miseno dopo un percorso di 4.530 metri.

Da questa nuova linea, sempre a semplice binario, si distacca poi una diramazione di 1.300 metri che raggiunge la contrada Cappella del Comune di Monte di Procida.

 

Avvincente la mappa del progetto [immagine 5]

che, oltre a mostrare le popolazioni servite dalla nuova “Circumflegrea”, mostra le popolazioni servite dai previsti raccordi per Monte di Procida e Bacoli.

Interessante inoltre apprendere il numero dei residenti a Soccavo. Pianura, Quarto, ed altri centri nel 1948.

Nel corso degli anni sessanta è portata a termine la realizzazione della Circumflegrea e la rielettrificazione dell’intera reta a 3.400 V., ma della tratta per Miseno anche stavolta non c’è traccia.

Negli anni ottanta del novecento si riparla del prolungamento, attraverso Monte di Procida e Bacoli, fino a Capo Miseno dove si prevede di realizzare un grande porto turistico.

In verità le idee sono ancora confuse poiché si auspica di inserire questo nuovo progetto nel preventivato collegamento Miseno – Torregaveta – Licola – Varcaturo - Lago Patria – Ischitella – Castelvolturno - Mondragone sfruttando il già esistente tracciato tra Torregaveta – Lido Fusaro – Cuma - Licola; il tutto a servizio dei numerosi ed ormai popolosi centri che affacciano sul Tirreno. 

Ma anche questi restano “sogni”, racchiusi nei sibillini progetti politici, ed oggi, trascorsi altri quaranta anni, si riparla del collegamento ferroviario Torregaveta – Bacoli che, per la diversa e molteplice urbanizzazione, si presenta alquanto complesso e costoso.

 

REFERENZE

R. Cocchi & A. Muratori – Ferrovie Secondarie Italiane

F. Ogliari – Storia dei Trasporti Italiani

CRAL SEPSA – Storia Ferrovia Cumana

 

 GIUSEPPE PELUSO – giugno 2023


lunedì 15 giugno 2020

229 Banco di Napoli



 Una Tragedia Puteolana
Il crollo del Banco di Napoli a Pozzuoli

Il 1° novembre del 1940, alle ore 4 e 20 minuti della notte, Pozzuoli subisce il primo bombardamento ad opera dell’aviazione inglese.
Esso è quasi innocuo, nonostante la completa impreparazione della Difesa Antiaerea; mancanza di apparati di scoperta, di armi idonee, di appropriati ricoveri per la popolazione civile.
Per tutto l’anno 1941 si susseguono solo sporadici sorvoli di bombardieri notturni e di ricognitori diurni, sempre britannici, che scherzosamente la popolazione chiama: 
“u’ fotograf; vene a c’è fa u’ ritratt”.

La Royal Air Force ritorna a fare danni dopo un anno, il 9 novembre 1941, e questa volta per errore sono colpiti anche obiettivi civili.
Una bomba, che però non esplode, cade sullo scivolo della banchina di largo del Rosso e, per la prima volta, entrano in funzione in modo massiccio i pezzi antiaerei e i dispositivi fumogeni che oscurano la vista dall’alto.
Ma un'altra bomba, pur cadendo in Piazza Vittorio Emanuele (attuale Piazza della Repubblica) senza colpire direttamente edifici, provoca il crollo di una palazzina dove ha sede la filiale del Banco di Napoli.
Sarà questo il movente delle prime tre vittime civili puteolane.
Questa palazzina, innalzata negli anni venti e tra l’altro mai più ricostruita, si trovava addossata alla Farmacia Azan; tra i famosi portici di “sott ‘a neve” e la vecchia stazione tranviaria oggi sede della Associazione ex Reduci, Combattenti e Marinai [1].

Tutti gli storici locali accennano a questo bombardamento, alle prime vittime, alla Banca distrutta.
Ma solo poche parole, non si va oltre; c’è assoluto silenzio e non ci sono altri riscontri pur essendo stato colpito un centralissimo edificio di “miezz a piazz”.
Probabilmente l’avvenimento, dato il particolare momento storico, è messo a tacere ed incanalato nel dimenticatoio per non propagandare eventi sfavorevoli al regime e alla guerra in corso.
Le stesse macerie sono subito rimosse, a differenza di quanto avverrà con il più tragici bombardamenti del 1943, e l’edificio non più ricostruito proprio per non dar adito a ragionamenti e ricordi. Occhio non vede, dente non duole [2].

Queste considerazioni le ho di già narrate sul mio blog in un precedente scritto che affrontava le problematiche dei bombardamenti e della difesa antiaerea nei Campi Flegrei [https://giuseppe-peluso.blogspot.com/2018/05/bombardamenti-pozzuoli.html]. [3]

Poi un giorno ricevo il seguente messaggio:

Caro Peppe. Sono Domenico Aniello e facendo delle ricerche su Pozzuoli, e su mio nonno Domenico Aniello, mi sono imbattuto nel tuo blog.
Mio nonno, che come me si chiamava Domenico, già da prima della guerra era il cassiere della filiale di Pozzuoli del Banco di Napoli.
Il palazzo del banco era attaccato al palazzo dove ci sono i portici con la farmacia; al piano terra c’era l’ingresso e la sala per i clienti, al primo piano l’ufficio ed al secondo piano la casa di servizio dove mio nonno abitava.
Nonno Domenico occupava questa casa con la moglie, mia nonna, e ben dieci figli, tra cui mio Padre.
Mio nonno, pur abitando nello stesso edificio, tutte le notti restava all'interno della filiale del Banco di Napoli, ovvero al primo piano dove era ubicata la cassaforte; aveva paura che potessero venire a rubare.
Durante gli allarmi aerei mandava la moglie con tutti i figli a ripararsi sotto il vicino tunnel del tram ma lui restava nella filiale della Banca.
Questa sua testardaggine verso il dovere a lui costerà la vita ed a mia nonna costerà tutto [4].

Durante l’incursione del 9 novembre 1941 nonno Domenico si trova in banca con il collega Rocco, preposto della filiale di Bacoli, e Antonio Testa, un facoltoso commerciante di Pozzuoli; moriranno tutti e tre e non perché l’edificio sia stato colpito direttamente.
Lo spostamento d’aria, prodotto da una bomba caduta nelle vicinanze, provoca il movimento della pesante cassaforte che con il suo peso sfonda un muro portante trainando nel baratro pareti e pavimenti.
Con la sua morte Domenico lascia sola mia nonna Maria con dieci figli; inoltre Maria è incinta dell’undicesimo che nascerà un mese dopo la tragedia.

Mio padre, rimasto orfano a nove anni, ora di anni ne ha 88 ma è perfettamente lucido; mi racconta tantissime cose di Pozzuoli e della storia di Pozzuoli.
Mi sembra di vedere un film con i suoi racconti ed i ricordi della nonna; mio Padre rammenta sempre quel giorno e le grida della mamma e di tutti i fratellini quando, uscendo dal tunnel, videro il crollato edificio che seppelliva il loro Papà [5].


GIUSEPPE PELUSO – GIUGNO 2020


domenica 14 luglio 2019

Ammiraglio Eugenio Minisini


EUGENIO MINISINI E IL SILURIFICIO DI BAIA.
Tra Realtà, Fantasia , Sabotaggi, Agenti Segreti, Fughe e Film

Nel 1935 il “Silurificio Italiano SpA”, con stabilimento a Napoli in via Emanuele Gianturco e poligono di prova (siluripedio) sull’isolotto di San Martino, si trasferisce a Baia nei locali del fallito cantiere navale “Società Cantieri ed Officine Meridionali” [1].

Riprende così il travagliato cammino di questo silurificio che ha vissuto un periodo difficile fra inadempienze, manomissioni e lamentele dei committenti esteri e nazionali. Problematiche che, nel 1933, hanno portato al rilevamento della società da parte dell’I.R.I. (Istituto Ricostruzione Industriale) con conseguente cambio dei vertici che ha visto la sostituzione del trio Bianchini – Raffaelli - D’Agostino con la coppia Gorleri - Minisini.

Eugenio Minisini nasce ad Ospedaletto di Gemona il 19 novembre 1878. Il padre Francesco, farmacista, appartiene ad una facoltosa famiglia locale, la madre, Eugenia Fremont, è originaria di Fiume. A 15 anni entra nell’Accademia Navale di Livorno, uscendone guardiamarina nel 1898. Con la nave “Elba” opera nell’Estremo Oriente, per ben tre anni, dove è decorato con l’Ordine di San Stanislao dallo zar per aver partecipato con le truppe russe alla spedizione italiana al Pe-chili (golfo a NW del mar Giallo in Cina). Rientrato in patria, imbarca prima sulla nave “Affondatore”, poi sulla “Regina Margherita” ed infine sul primo sommergibile italiano, il “Delfino”, ove mette in mostra il suo talento e la sua ingegnosità sull’ideazione di apparecchiature importanti per quel battello.
Creativo, fantasioso, eclettico, Minisini si congeda nel 1907 e lascia la Marina, forse perché appassionato della ricerca ed il servizio militare non gli permette di sviluppare appieno la sua inventiva, tant’è che frequenta corsi, in Italia e all’estero, addirittura sui motori della nascente aeronautica. Egli trova utili impieghi anche in Francia e in Gran Bretagna.
Nel 1914, all’approssimarsi della “Grande Guerra”, è richiamato in servizio e nel periodo bellico è assegnato nella zona costiera tra l’Isonzo ed il Piave. Per meriti di guerra viene promosso capitano di corvetta e prosegue quindi la sua carriera nella Regia Marina. Da allora questa forza armata gli permette di sviluppare le sue eccezionali doti intellettive, per cui diviene responsabile nell’arsenale di Venezia della “Commissione Permanente” per gli esperimenti del materiale bellico.
In Marina viene ricordato per la sua attività nel campo delle applicazioni elettriche, elettroacustiche e in quelle della chimica di guerra. Progetta e realizza impianti di artiglieria navale, in particolare rammoderna il vecchio impianto binato navale ed anti aereo a culla unica, su affusto a piattaforma, derivato dallo Skoda mod.1910. Dopo le modifiche questo risulta dotato di un affusto a ginocchiello, variabile automaticamente in funzione dell'elevazione, e viene ora definito cannone 100/47 OTO mod.1928 “Affusto Minisini”.
Diventa famoso quale ideatore delle tenaglie di trasporto e di lancio di siluri applicate sui “M.A.S.” italiani; un apparato che sarà giustamente ricordato come “Sistema Minisini”. Questi lanciasiluri, ad impulso laterale, sono di tipo pneumatico ed hanno la caratteristica di essere molto semplici e leggeri e quindi specificamente adatti per l'impiego sulle piccole siluranti, permettendo di raddoppiare i punti di tiro senza ricorrere ai pesanti ed ingombranti tubi di lancio. Particolarità questa in comune solamente con le “Pt Boats” americane su cui nel 1943-1944 è introdotta un'arma chiaramente derivata dalla pratica ed efficiente apparecchiatura italiana [2].

Eugenio Minisini, che in Marina ha raggiunto il grado di ammiraglio di divisione delle Armi Navali, dalla metà dell’anno 1934 resta praticamente solo al vertice del silurificio. Egli è anche membro del Comitato Tecnico per lo studio dei problemi della siderurgia bellica; speciale ente creato nell’estate del 1934 per suggerire proposte di sistemazione di questo importante settore. Inoltre ricopre la carica di Direttore Generale dell’I.R.I.; per tutte queste attività gli è conferita l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro nel settore industriale, mai prima assegnata ad un ufficiale in servizio.

A Baia i lavori di adattamento procedono lentamente sotto la direzione dell'ing. Raffaelli tanto che il trasferimento che si prevede per il 1938 è completato solo nel 1939 quando finalmente ha inizio la produzione di siluri.
Nello stesso 1939 l’Azienda incarica una ditta di Bacoli ad iniziare i lavori, che terminano alla fine dell'anno successivo, affinché l’isolotto di San Martino sia collegato alla terraferma mediante un suggestivo pontile a palafitte ed uno stretto tunnel lungo 1.150 metri che in località Cappella si riconnette alla viabilità stradale [3a/3b].


In origine il collegamento fra gli impianti pensato da Minisini contempla una funivia, così come si evince da un suo promemoria del 17 maggio 1935 intitolato "Riorganizzazione del Silurificio Italiano". Probabilmente Minisini pensa a questa soluzione osservando alcune funivie che esistono nelle vicine cave di pozzolana, ma il progetto non è realizzato perché questa funivia avrebbe dovuto superare ben due dislivelli rappresentati dal Parco Monumentale di Baia e dal promontorio di Monte di Procida.
Il Podestà di questo comune chiede che la costruendo galleria sia adeguata a permettere il passaggio di autocarri e sia fornita di un binario ferroviario ad eventuale uso del vicino porto di Acquamorta raggiungibile, allora come oggi, da una inadatta e scoscesa strada caratterizzata da molti tornanti. Questa aspirazione non viene accolta e la galleria risulterà a malapena adatta al transito di automobili.

Nel contempo anche sull’isolotto è scavata una galleria di 250 metri che permette un agevole collegamento tra la parte iniziale dell’isola, in cui arriva il ponte di calcestruzzo ed in cui ci sono gli edifici di ricezione, con l’altra estremità dove sono ubicati i locali più riservati con relativo pontile di lancio [4a/4b].


Locali sono ricavati anche sotto la collinetta, all'interno del tunnel, dove c’è il reparto dei compressori che caricano l’aria indispensabile al lancio dei siluri. Gli edifici costruiti nella parte superiore dello scoglio sono utilizzati come torre telemetrica e posti di controllo durante i lanci di prova.

Dato l'abbondare delle commesse l'ammiraglio Minisini pensa ad una collaborazione con la “Navalmeccanica”, controllata sempre dall'I.R.I., per la costruzione dei lanciasiluri e anche per quelle parti di siluro già affidate ad altre ditte; inoltre propone all'azienda collaboratrice l'utilizzazione del macchinario e delle maestranze di via Gianturco. Poiché la collaborazione procede con difficoltà Minisini pondera di adibire un capannone del nuovo impianto di Baia alla costruzione di lanciasiluri e di varia meccanica da attivare nel caso di rottura degli accordi con la Navalmeccanica. Questo progetto è osteggiato dall'I.R.I. che lo ritiene un oneroso doppione che, mentre toglie alla Navalmeccanica un campo di lavoro su cui essa conta, costituirebbe per il silurificio un'attività disperditrice di mezzi e di energie.

Nel corso della seconda guerra mondiale le esigenze belliche impongono di aumentare la produzione per la continua assegnazione di commesse; pertanto la direzione del silurificio decide di realizzare un nuovo impianto nella vicina zona pianeggiante del Fusaro [5].  

I lavori terminano verso la metà del 1943 ed il nuovo stabilimento viene collegato a quello di Baia mediante una galleria lunga 1.300 metri. Questa con un percorso rettilineo sbuca nella parte retrostante di quella che sarò la Selenia. In merito a questi lavori, che per abbreviare i tempi si avvalgono di cavamonti del posto tra i più esperti allora esistenti nelle cave di tufo, c’è una fitta corrispondenza tra il silurificio, il comune e la Soprintendenza Archeologica (diretta da Amedeo Maiuri) che ha forti perplessità perché i lavori interessano aree di alto valore storico - archeologico come il Parco Monumentale di Baia. Dal cantiere di Baia, e precisamente dall'area attualmente occupata dal parcheggio antistante l'IRSVEM, esce un binario, a scartamento ridotto che attraversa il tunnel e termina nel cantiere del Fusaro [6].

Da qui a San Martino c'è un altro tratto riservato che porta a Cappella, alla già menzionata galleria ed al susseguente pontile; in questo modo i tre impianti vanno a costituire un unico complesso. Inoltre lo stabilimento del Fusaro viene allacciato ai binari della vicina Ferrovia Cumana a mezzo della quale risulta praticamente collegato alla rete nazionale.
A Baia continuano le prove alla vasca oltre al montaggio di alcune parti dell'arma. Al Fusaro vengono trasferite le lavorazioni meccaniche e la fonderia. Secondo alcune fonti in piena guerra il silurificio arriva ad impiegare 4.674 dipendenti; secondo Simon Pocok i dipendenti diretti arrivano a 5.100 unità più altri 2.000 nello indotto [7].

All’età di 62 anni, il 1° maggio 1940, il Minisini va in pensione, tuttavia proprio in quel periodo, siamo all’inizio del secondo conflitto, il Capo di Stato Maggiore della Marina dà una incisiva svolta ad ogni genere di ricerca tra cui il rivoluzionario programma sviluppato dal nostro ammiraglio sui sommergibili d’assalto. Un interessante progetto coperto dal massimo segreto e portato avanti all’interno del silurificio di Baia che pertanto Minisini dovrà continuare a presiedere per ordini superiori.
Praticamente l’ammiraglio continua un piano di lavoro derivato dall’iniziale studio, per un sottomarino tascabile, effettuato da Pericle Ferretti negli anni ‘30.
Ferretti, già inventore di un dispositivo da lui contraddistinto dalla sigla “ML” (iniziali del nome della moglie Maria Luisa) precursore di quello che poi sarebbe stato lo “schnorchel”, sta pensando non più ad un sommergibile ma ad un sottomarino. Ovvero ad un battello che a mezzo del suo dispositivo “ML” non abbia più bisogno di affiorare per il ricambio d’aria ed inoltre, a mezzo di un particolare e modificato motore Isotta Fraschini Asso 100 detto a “circuito chiuso”, non abbia necessità di scaricare i gas nell’atmosfera rimettendoli in ricircolo. Questo motore, unico per la navigazione sia in superficie che in immersione, è alimentato ad alcol ed imprime il movimento ad una coppia di eliche controrotanti sistemate a prua. La velocità prevista in immersione è di circa 15 nodi, contro i 5/6 nodi qualsiasi altro sommergibile, mentre l’autonomia è pari a 8/10 ore. Le prove a terra nel 1936 dimostrano l’impossibilità di raggiungere grandi potenze con questo sistema che ne riduce l’utilizzazione a battelli di piccole dimensioni e quindi di limitato valore strategico.
Da questa limitazione nasce l’idea di Minisini di un piccolo sottomarino d’assalto. Questo, costruito in acciaio, è lungo 13 metri e pesa circa 13 tonnellate; l’armamento è costituito da un siluro esterno da 450 mm appeso sotto la chiglia. A Baia sono costruiti sicuramente due prototipi; il primo S.A.1 (Sommergibile d’Assalto 1) viene impostato nel 1941, completato nel 1942 e chiamato “Sandokan” dalle maestranze; il secondo S.A.2 viene impostato qualche mese dopo, chiamato “Yanez”, e presenta lieve differenze e miglioramenti tra cui l’armamento aumentato a due siluri.
I due nomi “esotici” sono dati dalle maestranze influenzate dal film “I Pirati della Malesia” uscito proprio nel 1941 [8].

I battelli sono dotati di uno scafo resistente di forma cilindrica con terminali conici molto raccordati e la navigazione in immersione, alla quota massima di 25 metri, è assicurata dinamicamente dai timoni di profondità. Lo scafo ha una poppa affilata e a punta poiché si pensa di metterlo in mare di poppa, a breve distanza dall’obiettivo, facendolo scivolare da una apposita slitta posta a poppa di un cacciatorpediniere. Le prove a mare, svolte in gran segreto nel tratto di mare tra Procida e le isole Pontine, danno buoni risultati, ma il vero ostacolo all’impiego immediato di questo mezzo rivoluzionario è la complessità e delicatezza dell’apparato motore e della sua conduzione.
Così nel 1942 come ulteriore perfezionamento Ferretti sperimenta con successo, al banco dell’Istituto dei Motori di Roma, un nuovo motore che questa volta è un Diesel, probabilmente un O.M. a due tempi, la cui miscela comburente è costituita, oltre al gasolio, da una base di ossigeno allo stato liquido che successivamente è diluita nell’elio che è un gas neutro. I gas di scarico usati per diluire l’ossigeno liquido vengono direttamente espulsi in mare, mentre il loro residui, arricchiti di ossigeno, vengono iniettati nei cilindri.
Si crede (?) che questo motore sia applicato ad un nuovo sottomarino impostato anch’esso in un reparto isolato e segreto del silurificio di Baia. Questo prototipo riceve la sigla S.A.3 e sembra che dalle maestranze sia chiamato “Kammamurì”; altro personaggio di Salgari, un ragazzino indiano, il cui nome (con un semplice spostamento di accento) ben si presta alla espressione dialettale “Qua dobbiamo morire”.
Esso è realizzato modificando il progetto S.A.2, in particolare la parte poppiera dello scafo non resistente, che è del tipo a “castoro“ con il timone di profondità incorporato, e sormontata da una coppia di timoni direzionali. I due tubi lanciasiluri da 450 mm, con lancio verso poppa, sono all’interno dello scafo non resistente. Il sottomarino S.A.3 è accreditato di una velocità subacquea di oltre 20 nodi, ma Ferretti si propone di poter raggiungere i 25 nodi con un motore esotermico a turbina.
Incerta e aleatoria resta l’affascinante ipotesi della sua costruzione, o almeno del suo parziale completamento e della sua fine misteriosa.
Secondo alcune fonti lo S.A.3 parte alle 19.30 dell’8 settembre da Baia per l’ultimo collaudo a bordo del pontone “G.I.S.7”, accuratamente coperto con reti mimetiche. Lo stabilimento è ormai chiuso, ma a bordo, come d’altronde in tutta l’Italia, nessuno sa ancora della proclamazione dell’armistizio. Si afferma che il misterioso danneggiamento di un incrociatore americano nel Golfo di Salerno, avvenuto nella notte tra l’8 ed il 9 settembre del ’43, più volte attribuito a bombe teleguidate tedesche, ad aerosiluranti o al sommergibile italiano “Vellela“, successivamente affondato presso “Punta Licosa”, potrebbe essere in realtà attribuito al piccolo S.A.3.
Questo, non ancora consegnato ufficialmente alla Regia Marina ma in collaudo operativo di accettazione con equipaggio militare, si sarebbe inoltrato tra il naviglio alleato impegnato nello sbarco a Salerno ed avrebbe effettuato il lancio.
Proprio l’esistenza o meno di quest’ultimo battello è accennata o negata da Minisini a varie riprese negli interrogatori cui viene sottoposto dagli agenti americani. L’ammiraglio parla delle caratteristiche dello S.A.3, di cui poi non si trova traccia; pertanto in alternativa indica il secondo prototipo, lo S.A.2, che fa ritrovare agli americani affondato nelle acque prospicienti lo stabilimento di Baia [9].

Ma ripercorriamo con ordine gli ultimi tristi mesi di guerra del silurificio.
Il 28 aprile 1943 l’Ufficio di Sorveglianza Tecnica Armamento Aeronautico presso il Silurificio Italiano rileva una grave infrazione. Ai siluri sottoposti al collaudo, presso il pontile di Baia, sono stati sostituiti i guida siluri (la parte più delicata dell'arma) con altri già collaudati, alterando cosi i risultati delle prove [10].

Denunce e sospetti di pratiche simili sono emersi anche in anni precedenti, ma ora i tempi sono cambiati. L'indagine interna condotta dall’ammiraglio Minisini esclude un intendimento doloso da parte degli accusati i quali sarebbero stati animati soltanto dal desiderio di aumentare la produzione. Ma quando il ministero dell’aeronautica comunica l’irregolarità a quello della marina che, per ragioni di competenza, nomina una commissione d'inchiesta, questa rileva la responsabilità indiretta della direzione del silurificio e diretta di un ingegnere addetto ai collaudi, di un capoperaio e di tre operai che sono deferiti al T.S.D.S. (Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato).
Il Duce, il ministro della produzione bellica ed il sottosegretario di stato alla marina dispongono lo scioglimento del consiglio di amministrazione del “Silurificio Italiano” con l’immediato esonero dell’ammiraglio Minisini che però resta come consulente tecnico.
Il 26 maggio 1943 il Consiglio di Amministrazione del silurificio lo sostituisce col presidente della Navalmeccanica Vincenzo Tecchio, che mantiene le due cariche, con conseguente appesantimento burocratico e perdita di snellezza indispensabile in quei momenti di battaglia, così come lamenta lo stesso Minisini, con una lettera non esente da rancori e gelosie pregresse.

All’8 settembre 1943, alla dichiarazione dell’armistizio, la direzione del silurificio ha già preso buona nota di una direttiva emessa il 31 agosto da Francesco Giordani, vicepresidente dell’I.R.I., la quale ordina che in caso di occupazione gli stabilimenti ancora in grado di funzionare non debbono essere in condizione di lavorare per il nemico.
Un tentativo del tenente Giuliani, affiancato da Pasquale Schiano figlio di Ernesto podestà di Bacoli e noto antifascista, di difendere lo stabilimento dall’occupazione tedesca non riesce anche per la opposizione dell’ex presidente Eugenio Minisini. Pertanto lo stabilimento viene occupato e sembra che all’atto dell’ingresso da parte dei tedeschi fosse già stato saccheggiato dai civili con la distruzione e l’asporto di molto materiale.
E questo nonostante l’apparente atteggiamento ostile mostrato da Minisini che in questo frangente trova rifugio presso il siluripedio dell’isolotto di San Martino che i tedeschi, non del tutto consci del completo collasso italiano, ancora non hanno occupato.

Questa circostanza fortuita (o pianificata?) dà inizio alla "Mission Mc Gregor", una delle più famose azioni condotta dall’O.S.S. (Office of Strategic Service), i servizi segreti americani predecessori dell’attuale C.I.A., il cui rapporto del novembre 1943, denominato “Three-man assault submarine”, è stato di recente declassato. Gli americani hanno problemi con i loro siluri ed in questo campo hanno bisogno della più precisa tecnologia italiana sviluppata sia dall'ammiraglio Minisini sia dal professor Calosi [11].

Carlo Calosi, nato nel 1905, è ritenuto un esperto ricercatore in merito alle nuove tecnologie sottomarine e durante la seconda guerra mondiale partecipa allo sviluppo del siluro filo alimentato e filoguidato progettato per la Marina Italiana; il miglior siluro marittimo disponibile sulla piazza.
La storia di Calosi comincia con un "click" quello prodotto dal sensore elettromagnetico di sua invenzione che, inserito nella testata del siluro, consente l'esplosione per prossimità col bersaglio e non più per impatto diretto; nasce così il S.I.C. (Siluro Italiano Calosi). Questa tecnologia è ora in possesso anche dei tedeschi (cui la Regia Marina ha venduto un grosso quantitativo di questi siluri) pertanto gli americani, che ancora non fanno molta differenza tra Minisini e Calosi, hanno bisogno di questi tecnici per sviluppare un antidoto alla loro stessa invenzione. Nel frattempo sembra che Calosi, che risiede a Roma, sia accusato, non si sa bene se dagli italiani o dai tedeschi, di spionaggio a favore degli americani per la qual cosa qualche fonte riporta che si sia rifugiato in un convento della capitale per sfuggire alla caccia dei tedeschi che occupano la città.

La sera del 24 settembre i commando britannici della “30° Assalt Unit” prelevano l’ammiraglio Minisini e la sua seconda moglie (rimasto vedovo nel 1929 ha sposato nel 1932 Adele Dozzi di anni 46) dall’isolotto di San Martino e con una “Patrol Boat” lo portano a Capri, che è già occupata dagli alleati, facendolo alloggiare presso l’albergo “La Palma”. L’ammiraglio, in mancanza di addetti inglesi, è interrogato dal famoso agente americano dell’O.S.S. Peter Tompkins, in quel momento a Capri per convincere Benedetto Croce ad appoggiare il governo Badoglio. Tompkins consente a Minisini di scegliere se collaborare con gli inglesi o con gli americani; Minisini, abbagliato dal miraggio americano, sceglie questi ultimi e da questa decisione prende il via l’accennata missione "Mc Gregor".
L’ammiraglio cede agli agenti dell’O.S.S. cianografie e campioni di congegni segreti, ampie descrizioni di mezzi sottomarini in costruzione, risultati di esperimenti aerei e navali, particolari di siluri radiocomandati e di un acciarino magnetico di nuovo tipo. Disegna anche una pianta del Silurificio di Baia, indicando dove possono trovare un sottomarino tascabile e parti di un siluro speciale in costruzione.
Gli americani, che solo da poco hanno messo piede sul suolo europeo, non riescono a trattenere il loro entusiasmo per aver messo le mani su quello che valutano una specie di “Dottor Stranamore”; scienziato tuttofare e pentito che non vede l’ora di collaborare con i novelli liberatori. Subito sono avvisati i responsabili della "Mission Mc Gregor" che è guidata dal tenente John M. Shaheen ed è inoltre composta da E. Michael Burke, John Ringling North e Marcello Girosi. Quest’ultimo è un ex uomo d'affari di New York (poi produttore di film con Carlo Ponti) fratello dell’ammiraglio Massimo Girosi che in quel momento ricopre delicati incarichi al Comando Supremo della Marina Italiana (sic …e non nel senso di Siluro Italiano Calosi).
Viene coinvolta la marina americana che mette a disposizione una sua “Patrol Boat” dalla quale i quattro agenti sbarcano a Capri, sottraggono nottetempo Minisini alla custodia degli inglesi, e lo trasportano in una località (o probabilmente una unità navale) sotto giurisdizione americana.  Da un rapporto dell’O.S.S., diretto al generale Donovan, apprendiamo poi che Minisini il giorno 18 è inviato negli Stati Uniti dove arriva il 23 ottobre 1943.

Il 17 dicembre lo raggiunge un gruppo di 11 ingegneri e tecnici italiani (Giuseppe Buono, Antonio Calandrelli, Raffaello Gentile, Alfonso De Luca, Salvatore Lucci, Franco Pasqualigo, Umberto Russo, Francesco Rosapepe, Alfredo Sciarrotta, Ferdinando Stahly, Fabio Calcabrini) selezionati e richiesti dallo stesso Minisini, unitamente a 40 tonnellate di materiale tecnico prelevato presso il silurificio di Baia per facilitare il suo lavoro in America. L’intero gruppo di italiani (di cui 8 sicuramente tecnici ed altri amici o parenti di amici) è inviato a Newport (Rhode Island) presso la “U.S. Navy Torpedo School” [12].

La maggior parte della collaborazione tra la “U.S. Navy” e la “Regia Marina” si svolge in modo ambiguo e questa cooperazione è definita dagli americani come “delicate relationship”; un delicato rapporto con balzi che alternativamente vanno dal tragico al comico. I 12 italiani richiesti da Minisini in America non solo hanno problemi con la “U.S. Navy” ma anche con il servizio segreto italiano. Quando il Tenente Fabio Calcabrini è trasportato dalla O.S.S. da Napoli negli Stati Uniti, per lavorare al progetto, viene accusato di diserzione dal ministro della Marina, l’ammiraglio de Courten, che non è ben informato non concede i relativi permessi. Questi sono rilasciati solo il 16 dicembre 1943 quando Minisini stesso dichiara che Calcabrini è essenziale al suo progetto.
Il 30 dicembre l’ammiraglio Minisini chiede, per se e per i suoi collaboratori, migliore sistemazione logistica, automobili, salari, indennità ed altri “benefit”, tutte cose che ottiene generosamente dagli americani con gli accordi del 12 gennaio 1944.
Intanto il giorno 11 gennaio anche il professor Carlo Calosi aderisce all’appello di Minisini. Fugge da Roma ed è raccolto in mare da operatori della stessa O.S.S. che prontamente lo conducono in America.

Il 14 febbraio gli americani reclamano la loro insoddisfazione e delusione per il lavoro svolto dal gruppo di Minisini, in particolare pensano che non siano sviluppabili oltre gli studi sui sottomarini sperimentali di cui hanno di già constatato i limiti. Sono ora maggiormente interessati all’elettronica ed alle spolette di prossimità del siluro studiato da Calosi, pertanto il 3 marzo lanciano proposte e raccomandazioni per studiarne e migliorarne le contromisure. Il 10 maggio 1944 Minisini e Calosi sono pronti a dare dimostrazioni delle contro misure da loro studiate per annullare i sistemi del siluro S.I.C., pertanto viene richiesto alla Regia Marina, per scopi di ricerca, d’inviare verso gli Stati Uniti otto di questi siluri muniti delle famose testate realizzate da Calosi. La Marina cobelligerante riferisce che non è possibile poiché la documentazione, circa l’uso dei siluri, è a Roma, in quel momento occupata dai tedeschi, e quindi se pure inviasse qualche siluro nessuno saprebbe poi lanciarli.
Il gruppo Minisini cerca di sopperire “a memoria” ma intanto le loro richieste diventano sempre più pressanti e la U.S. Navy non può fornire tutto ciò di cui hanno bisogno.
E’ incredibile, riferisce la marina americana, la quantità di materiale che essi acquistano direttamente a livello locale con costi a carico della base.
Inoltre desta scalpore il “menage” quotidiano condotto dalla moglie di Minisini che alloggia presso il “Muenchinger King Hotel” di Newport. L’ammiraglio italiano ha richiesto per lei un trattamento a norma ed in linea con il suo rango. Per gli americani sembra che i protagonisti di questa avventura si siano dimenticati di una guerra in corso e che l’importante sarebbe solo collaborare con maggior impegno al progetto che riveste una certa importanza per il loro servizio sottomarino.

La U.S. Navy sebbene burocraticamente ubbidiente al progetto approvato dal Segretario di Stato alla Marina, ma recalcitrante ad ammettere di avere qualche cosa da imparare dagli italiani, il 22 giugno 1944 riferisce che, ad eccezione di Calosi al quale è richiesto di rimanere, non è più interessata all’intero gruppo di lavoro che pertanto può tornare in Italia. Il 24 settembre 1944 l’ammiraglio de Courten dall’Italia approva sia il ritorno di Minisini e del suo gruppo sia la richiesta di prolungare la permanenza di Calosi. Per esso la U.S. Navy auspica il collocamento in qualche collegio universitario (che saranno poi la Harvard University e il Massachusetts Institute of Technology). Si pensa che dopo la guerra possa essere utilmente impiegato in qualche industria privata; come effettivamente avverrà con il gruppo Raytheon.

Intanto il 5 gennaio 1945 Minisini parte da Newport per far ritorno in Italia ed arriva a Napoli il giorno 13. Tutti i suoi collaboratori riescono a restare oltre oceano ottenendo un provvisorio permesso da visitatori; faranno ritorno in Italia alla conclusione delle ostilità ed otto di loro saranno assorbiti dalla Microlambda fondata nel 1951 al Fusaro ad opera di Carlo Calosi. Tra essi il solo Alfredo Sciarrotta (1907-1985) resta a Newport dove impianta un laboratorio di argenteria diventando un famoso cesellatore orafo.

Il giorno 7 febbraio 1945 viene dichiarato ufficialmente concluso il progetto “Mc Gregor” e gli agenti Burke e North ricevono la “Stella d’Argento” per il buon lavoro svolto.
Nel 1946 dalla vicenda viene tratto un film più o meno aderente alla storia dal titolo "Cloak and Dagger" (“Maschere e Pugnali” il titolo italiano) a cui partecipa lo stesso Burke; produttore è Milton Sperling, anch’esso un agente O.S.S. in tempo di guerra [13a/13B].


La storia è basata sulle esperienze reali del consulente tecnico Michael Burke che, come agente O.S.S., si vede assegnata la missione di contrabbandare l'ammiraglio Minisini fuori d'Italia.
Burke, completando con successo la missione, impedisce ai nazisti di entrare in possesso del meccanismo elettronico per siluri sviluppato da Minisini.

Eugenio Minisini muore a Varese il 16 maggio 1946, non se ne conosce la causa nè si sa se abbia lasciato figli. In lui sono da riconoscere alti meriti unitamente a grosse perplessità che assolutamente non scalfiscono la sua incrollabile creatività e laboriosità.
Per descriverlo e capirlo basta la frase che pronunciano tutti i friulani:
“E fasìn di bessói”, (facciamo da soli).
Gran gente i friulani”. 
E questo fu anche Minisini.

Giuseppe Peluso





Bibliografia

Roberta Lucidi – Il Silurificio Italiano dal 1922 al 1945 - Quaderno SISM 1995

Admeto Verde – Monte di Procida tra XIX e XX secolo – I Campi Flegrei n. 1/3 – 2009

Ammiraglio Antonio Fioravante Volpi – Pari Avanti Turra - Gemona del Friuli – Apr./Set. 2011

Enrico Cernuschi - Il Regio Sottomarino Sandokan – Rivista Marittima, ago./set. 2002

Charles T. O'Reilly - Forgotten Battles: Italy's War of Liberation, 1943/1945

General William J. Donovan – Selected O.S.S. Domuments  - 1941/1945

Franco Harrauer – www.altomareblu.com/sommergibile-sa3-kammamuri/ - mag. 2011

AA.VV. - www.betasom.it/forum/ - Il Silurificio di Baia

Simon Pocock – Campania 1943 – Volume II – Parte II – 2009


P.S.: Pubblicato su “Sibilla Cumana – La fonte del sapere” . nel Dicembre 2012