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giovedì 22 giugno 2023

Incidente Ferrovia Cumana

 


Ferrovia Cumana

L’incidente del 7 giugno 1920 e la critica situazione di tutte le Gallerie della collina di Posillipo

 

Alle 5.30 del 7 giugno 1920 dalla Stazione di Monte Santo della Ferrovia Cumana parte il primo treno, il n. 102 diretto a Pozzuoli.

Il convoglio composto da cinque carrozze, due moderne di costruzione Reggiane e tre del vecchio tipo di costruzione belga, è trainato da una Locotender Henschel a tre assi accoppiati; probabile sia la n. 32, già appartenuta alle Ferrovie dello Stato [1].

Il treno è carico di operai che, svegliatesi di buon’ora, sono pronti ad iniziare il primo turno di lavoro; chi presso l’ILVA di Bagnoli, chi presso la più lontana Armstrong di Pozzuoli.

Dopo aver attraversato il lungo tunnel Sant’Elmo, il treno giunge alla stazione di Corso Vittorio Emanuele [2].


Questa è munita di doppio binario, e qui dovrebbe incrociare l’altro treno proveniente in senso inverso da Fuorigrotta.

Nonostante il macchinista metta in azione tutti i freni il convoglio non si ferma e prosegue la sua corsa imboccando il tunnel che, perforando la collina di Posillipo, con un percorso dotato di unico binario in discesa conduce a Fuorigrotta [3].


Il convoglio non raggiunge questa stazione perché in senso inverso sopraggiunge il treno atteso alla fermata del Corso per la prevista coincidenza. I due macchinisti avvedutasi dell’imminente inevitabile disastro cercano entrambi di dare il controvapore; riescono appena a far rallentare la corsa dei due treni ma non ad evitare l’urto.

Questo avviene nell’oscurità dello stretto tunnel fra lo spavento dei viaggiatori, numerosi su entrambi i treni, e tra i pianti e i clamori delle donne.

L’urto è violento e le due vaporiere, di recente acquistate dalle Ferrovie dello Stato, si accavallano l’una su l’altra fracassandosi.

Uguale sorte accade per otto vetture che si rovesciano sul binario; molte donne svengono mentre si sentano grida e gemiti di persone evidentemente rimaste ferite.

Immediatamente i più animosi rimasti incolumi organizzano i primi soccorsi e contemporaneamente, dalle stazioni di Fuorigrotta e del Corso, si procede all’invio di torce e di barelle per il trasporto di feriti; questi sono venticinque di cui quattro in gravi condizioni.

Essi sono quasi tutti estratti dal di sotto dei rottami delle macchine e delle vetture e poi caricati sopra un camion per essere trasportati all’Ospedale della Regia Marina a Mergellina.

Lungo il percorso l’autista che guida il camion, per la fretta di giungere all’Ospedale, investe una povera bambina che sta attraversando la strada; è anch’essa trasportata all’Ospedale dove purtroppo versa in imminente pericolo di vita.

Il sinistro, con il susseguente blocco del traffico ferroviario per la rimozione dei rotabili incidentati, aggiunge disagio ai collegamenti, in quel momento già precari, tra Napoli, Fuorigrotta e i Campi Flegrei tutti.             

Il persistente disagio è dovuto al fatto che il precedente 11 novembre 1919 il Comune di Napoli è stato costretto a chiudere al traffico, in seguito a un franamento interno, il tunnel stradale esistente tra Piedigrotta e Fuorigrotta [4].


Tale tunnel, che al suo interno ospita anche la preziosa linea tramviaria diretta a Pozzuoli, e l’unico varco esistente tra Napoli e la zona Flegrea; ancora non esiste la galleria Laziale e la vecchia Crypta Romana si trova nelle stesse condizioni odierne, ovvero pericolante e abbandonata.

La nuova galleria, costruita nel 1884 proprio per sostituire l’antica rimasta in funzione per circa duemila anni, già da tempo presenta fenomeni di crolli e di dissesto; pertanto, dopo un’ultima frana verificatosi nel novembre del 1919, si decide di chiuderla e vietarvi qualsiasi passaggio, sia pedonale, sia di carri, sia di tram.

In attesa del suo ripristino, che si preannuncia lungo, il Comune di Napoli e l’Azienda Tranviaria decidono la rapida costruzione di un piccolo tunnel, parallelo a quello franato, con all’interno un solo binario che permetta il passaggio dei tram a senso unico alternato [5].

 


Già il 5 febbraio l’onorevole Arturo Labriola (Napoli 1873 – 1959) presenta alla Camera dei Deputati una interrogazione con la quale chiede:

«Ai Ministri dei Lavori Pubblici e dei Trasporti Marittimi e Ferroviari quali provvedimenti intendano prendere allo scopo di ristabilire le comunicazioni tra la città di Napoli, la frazione di Fuori Grotta e tutta la plaga Flegrea oggi interrotte a causa delle condizioni in cui trovasi il tunnel di Fuorigrotta.»

 

La risposta all’interrogazione arriva dall’onorevole Anselmo Ciappi (Camporotondo di Macerata 1868 – Roma 1936), sottosegretario di Stato per i Lavori Pubblici:

«La città di Napoli è allacciata al villaggio di Fuorigrotta mediante la ferrovia Cumana ed una linea delle tramvie urbane di Napoli, che passava per il tunnel franato. In seguito alla sospensione dell'esercizio su detta linea tramviaria, il Circolo di Napoli ha interessato la Società esercente la ferrovia Cumana ad intensificare il movimento dei treni fra Fuorigrotta e Napoli per supplire alla mancanza della comunicazione tramviaria, e sono stati attuati numerosi treni facoltativi in mezzo ai tanti ordinari, in modo che da Fuorigrotta parte un treno ogni 20 minuti per Napoli.

Inoltre è stata istituita una linea automobilistica provvisoria attraverso il tunnel della direttissima Roma-Napoli, transito ordinario, finché non saranno riparati i danni del tunnel franato, per cui una Commissione di tecnici è stata nominata dal prefetto.

Fo poi presente che il Circolo di Napoli fin dal 1918 fece rilevare alla Società esercente le tramvie napoletane prima, ed all'azienda autonoma poi, le cattive condizioni statiche del tunnel di Fuorigrotta, e con provvedimento del 3 agosto 1919, pregò la Egregia Prefettura di Napoli d'ingiungere la esecuzione d'urgenza dei lavori necessari tanto al comune di Napoli che alla decaduta Società delle tramvie. E risulta che la Prefettura invitò il Municipio a preoccuparsi di tale grave questione, ma a tutto il mese di ottobre nessun provvedimento fu preso.»

 

Altra risposta arriva dal senatore Edmondo Sanjust di Teulada (Cagliari 1858 – Roma 1936), Sottosegretario di Stato per i Trasporti Marittimi e Ferroviari [6]:


«A complemento della risposta data direttamente dal sottosegretario di Stato per i Lavori Pubblici per la parte di sua competenza, fo noto che in seguito al franamento avvenuto il giorno 11 novembre 1919 nella galleria Grotta Nuova, per cui sono impedite le comunicazioni tra la città di Napoli e Fuorigrotta, tanto l’Egregio Commissario straordinario presso il municipio di Napoli, quanto le altre autorità locali, interessarono il Ministro dei Trasporti Marittimi e Ferroviari per la concessione del pubblico transito nella galleria ferroviaria di Posillipo.

Alle prefate autorità fu detto che dovessero prendere all'uopo degli accordi diretti col signor ingegnere cavaliere Enrico Bazzaro, capo divisione dirigente l'ufficio costruzioni di Napoli per la linea direttissima Roma-Napoli al quale erano state già date istruzioni in proposito. Nel senso che dovesse concedersi per la viabilità ordinaria, la maggiore larghezza della galleria suddetta, compatibile con l'impianto, affatto libero ed indipendente, di un binario di servizio a scartamento ridotto di m. 0.60, indispensabile per la continuazione dei lavori della galleria sotto Napoli della direttissima [7]. 


Lavori, che, secondo le intenzioni del ministro dei trasporti debbono essere intensificati quanto più è possibile, nel doppio intento di dar lavoro al massimo numero di operai e di affrettare l'ultimazione di quella galleria per poter incominciare ad aprire all'esercizio, senza ulteriore indugio, almeno qualche tratto della linea in parola».

 

Ma perché tante frane nei tunnel di Posillipo?

Questi dissesti nelle gallerie scavate nel tufo non trovano sempre una concorde spiegazione.

Il geologo Michele Guadagno, che per vari anni ebbe ad interessarsi del sottosuolo cittadino, nel 1928 disse che ben otto manufatti attraversanti la collina di Posillipo in questo tratto avevano dato segni di notevole dissesto.

Questi manufatti erano:

-      la antica galleria romana;

-      le due vecchie e contigue gallerie dei trams dette rispettivamente la Grande e la Piccola che poi furono trasformate in un'unica grande galleria;

-      la galleria della Direttissima;

-      la galleria Laziale;

-      i collettori cosiddetti di Cuma e di Coroglio;

-      il grosso fognone di Posillipo.

Secondo lui la sovrapposizione di due unità di tufo giallo, con l'interposizione di materiali piroclastici poco lapidificati, era all'origine dei dissesti di diverse opere che attraversavano in sotterraneo questa zona della collina.

Ricordava, ad esempio:

-      la Vecchia Galleria Romana con le innumerevoli frane che l’hanno interessata nel corso di quasi due millenni.

-      la Nuova Grande Galleria (già galleria municipale dei tramways) aperta nel 1884, chiusa per dissesti nel 1890; riparata e poi di nuovo chiusa per la citata frana del 1919.

-      la Galleria della Direttissima Napoli-Roma, collaudata nel 1917, che denunzia danni nel 1922; poi in riparazione fino al 1925 e nuova presenza di dissesti nel 1931.

-      la Galleria della Laziale, ultimata nel 1926, dopo che si sono manifestati numerosi dissesti durante la costruzione, e presenza di nuovi danni nel 1932.

 

In tutte queste gallerie si era osservata la rottura longitudinale delle calotte e lo schiacciamento dei piedritti.

Analoghi dissesti saranno poi riscontrati nella più recente Galleria della Circumflegrea, che pure attraversa la collina del Vomero, terminata di scavare nel 1954 e soggetta a riparazioni tampone alla fine degli anni ’60 ed a sistemazione definitiva solo con la costruzione del secondo tunnel, per raddoppio dei binari, tra Monte Santo e Soccavo.

 

GIUSEPPE PELUSO – GIUGNO 2023


lunedì 12 luglio 2021

I Popolani Napoletani assaltano Pozzuoli

 


La Rivolta di Masaniello e l’assedio a Pozzuoli

Il borgo vicereale difeso da “chelle piezz' ‘e puzzulane”

 

Quello che leggerete è Storia vera che meriterebbe essere ogni anno commemorata; una vicenda nel corso della quale i puteolani (contadini, pescatori, artigiani, sacerdoti, anziani, invalidi, donne e bambini), tutti trasformati in combattenti, sono chiamati a difendere la loro Città, la loro Casa, la loro Dignità.

Inizialmente un accenno al contesto storico in cui questo episodio è inserito.

 

Siamo nella Pozzuoli vicereale che fin dal 1503, unitamente a tutto il Regno di Napoli, è sotto diretto dominio della Spagna che governa a mezzo di un viceré, nominato da Madrid.

C’è un pesante carico fiscale, esoso e scellerato, i tributi non sono utilizzati per le opere pubbliche ma per finanziare i fasti della corte spagnola e le spese delle guerre intraprese. Le tasse gravano particolarmente sul popolo perché la nobiltà e il clero godono di enormi privilegi e notevoli esenzioni.

La rivolta scoppia il 7 luglio del 1647 quando alcuni contadini della città di Pozzuoli, avendo la mattina di quel giorno portate alcune sporte di fichi al mercato di Napoli, sono sollecitati dagli esattori del dazio al pagamento della relativa gabella.

Uno de’ contadini, il puteolano Maso Carrese cognato di Tommaso Aniello (Masaniello) [1], non avendo denaro versa rabbiosamente, e con una imprecazione, un cesto di fichi per terra.


Accorrono molti a raccoglierli, alcuni con risa e altri con collera, e al rumoroso strepitio sopravviene Masaniello che, insieme a numerosi scugnizzi, comincia a saccheggiare il posto daziale, scacciandone le guardie e dando così inizio alla famosa insurrezione.

 Ma la ribellione non riesce a far breccia nel paese natale di Maso Carrese che con il suo gesto plateale ne ha segnato l’inizio. Pozzuoli, anche per la benefica e attiva presenza del suo vescovo Martin de Leon y Cardenas, patteggia apertamente per il governo regio ed il suo porto fornisce sicuro approdo al naviglio reale che inizia a giungere da Gaeta e dalla Spagna.

Presidi militari difendono Pozzuoli da incauti attacchi tentati dai rivoluzionari e nel contempo rifornimenti di armi e vitto partono dal nostro molo verso la truppa spagnola asserragliata nei forti della capitale.

Masaniello è assassinato il seguente 16 luglio ma la sua morte non spegne la sedizione capeggiata ora dall’armaiolo Gennaro Annese che cerca di dar vita a una repubblica.

La posizione di Annese si rafforza portando avanti un programma di aperta ribellione alla Spagna dalla quale giunge anche una armata comandata da Giovanni d’Austria [2], figlio naturale di re Filippo IV.

Gli spagnoli tentano di occupare punti nevralgici di Napoli, bloccando l’arrivo di vettovaglie dai dintorni, per costringere in tal modo i popolani alla resa.

Allora Annese chiede aiuto alla Francia, nemica storica della Spagna. L’appello è raccolto dal francese duca Enrico di Guisa [3], nominato “Capo militare” dell’appena proclamata “Real Repubblica Napoletana”, il quale riscuote subito gran successo presso i baroni dell’entroterra cui promette titoli e cariche.



In questo periodo la lotta tra regi e popolani si sviluppa particolarmente per l’approvvigionamento dei viveri da distribuire nella parte della città di Napoli rimasta fedele all’uno o all’altro schieramento.

I regi mirano a creare un blocco intorno alla città per evitare che giungano rifornimenti consistenti ai ribelli; pertanto consolidano l’occupazione di Acerra, di Nola e di altre piazze che sono sulle principali strade che provengono dagli Abruzzi, dalle Puglie e dalle Calabrie.

Intanto il duca di Guisa, consapevole che Napoli possa cedere senza approvvigionamento di viveri, raccoglie circa tremila popolani e ai primi di dicembre assale Aversa e altri luoghi tenuti dai regi per liberare le strade, aprire il transito ai viveri e proseguire alla conquista del Regno.

La strada da Aversa, attraverso Giugliano, Marano, Quarto e Pozzuoli, finisce per essere controllata dai popolani, per cui i trasporti dei generi alimentari, seppure scortati dall’esercito, spesso finiscono nelle mani dei ribelli.

Il poco vettovagliamento che giunge a Pozzuoli è opera di laboriosa contrattazione e scambi che i puteolani effettuano direttamente con i contadini dell’agro aversano-giuglianese. Prodotti del mare in cambio di prodotti della terra e questo in barba ai notabili puteolani che patteggiano apertamente per gli spagnoli e ai notabili dei Casali che patteggiano apertamente per i francesi.

Comunque quel poco che pur giunge a Pozzuoli, non potendo passare attraverso la grotta che collega Fuorigrotta con Piedigrotta controllata dai ribelli, è spedito a Napoli via mare [4a].

 

L’otto ottobre gli insorti ingiungono ai puteolani l’invito a partecipare attivamente alla ribellione con l’inviare in loro soccorso cinquecento armati e li minacciano che in caso di rifiuto sarebbero venuti ad incendiare la città.

Il 19 gennaio del 1648 i popolani napoletani, offesi che i puteolani non solo non si sono uniti a loro nella sollevazione ma continuano a fornire aiuti ai regolari spagnoli, con seimila uomini armati si muovono per assalirla e soggiogarla.

I rivoltosi partenopei, che comunque non sono riusciti a conquistare i forti della stessa città di Napoli, sono ben consci di non essere un esercito regolare e di non possedere attrezzature e tecniche per tentare un assedio alla munita roccaforte (Rione Terra) puteolana difesa anche da truppe regolari spagnole.

Si incamminano quindi verso il capoluogo flegreo con l’intento di conquistarne, devastarne e derubarne il solo indifeso borgo; con i ricchi magazzini ed il porto con il numeroso naviglio.

Sperano che quest’azione possa intimorire ed indurre a capitolare i puteolani che sicuramente si saranno rifugiati sulla rocca, all’interno del munito “castrum”.

Attraverso i colli della Solfatara si dirigono verso Pozzuoli ma sono accolti da una nutrita scarica di fucili e palle di cannoni che provocano ampi vuoti tra le loro fila.

Dopo questo ammaestramento si consultano e si accostano alle difese puteolane con maggior circospezione. Decidono di dividersi in due colonne e avvicinarsi a Pozzuoli da due differenti direzioni; lungo la strada di Santa Caterina (ora San Raffaele in via Rosini) e lungo la strada di San Francesco (ora Sant’Antonio in via Pergolesi).

Ma queste due Chiese sono state rafforzate tanto da costituire delle vigorose roccaforti e, unitamente al “Palazzo Fortezza” del Marchese di Villa (attuale Palazzo Capomazza nell’omonimo viale) e al Palazzo e Torre di Don Pedro di Toledo, costituiscono i quattro perni su cui va ad ancorarsi la principale difesa della città [4b].



Questi caposaldi sono tra loro collegati da vigorose opere di resistenza e tutta la città di Pozzuoli, con il suo campo di battaglia, è stato ben raffigurato nella mappa realizzata, poco dopo questi avvenimenti, da Alberico de Cuneo su commissione di Martin Leon y Cardenas [5a].


Gli assalitori napoletani ignorano, e proprio non immaginano, che i puteolani non hanno abbandonato il borgo alla facile conquista dei rivoltosi e che hanno realizzato possenti opere difensive esterne al Rione Terra.

La rocca ora costituisce solo il secondo anello protettivo, per quanto riguarda il fronte terrestre; solo le sue ripidi pareti, a picco sul mare, continuano a far parte della linea difensiva principale [5b].

Il nuovo e complesso fronte difensivo merita d’essere descritto per intero lungo tutto il suo perimetro.

 

-      La linea difensiva del tratto orientale, che domina sulle parule lungo la via che porta al Monte Olibano, è difeso dalle estreme alte mura del Rione Terra nonchè dai contrafforti che sostengono l’alta terrazza marina [6a, 6b]. Lungo la litoranea ci sono tre piccoli presidi, attestati in altrettante antiche fabbriche termali, idonei a rintuzzare improbabili assalti provenienti dai Bagnoli. Improbabili perché la costa è pattugliata dalla flotta vicerale e la squadra navale francese, anche se rappresentata nella citata mappa del ‘de Cuneo, ancora non osa schierarsi apertamente contro la Spagna.




-      La linea difensiva retta che corre tra la Chiesa di Santa Caterina e il Palazzo del Marchese di Villa (che nella mappa del ‘de Cuneo appare come un fortino), la più interessata ad un probabile attacco come in effetti si verificherà, presenta interessanti opere difensive [7a, 7b]. I nostri concittadini hanno scavato una trincea, lungo l’attuale viale Capomazza, con doppio fossato ed hanno eretto una palizzata lungo tutto il percorso. La strada San Giacomo (attuale via Rosini) è stata tagliata per interromperla ed impedire assalti diretti.





-      La linea difensiva che corre tra il Palazzo del Marchese di Villa e il complesso di San Francesco presenta anch’essa una trincea con doppio fossato e palizzata [8a, 8b]. Non corre in linea retta ma segue e si appoggia a innumerevoli ruderi romani, che forniscono ostruzioni e sbarramenti già pronti, nonché al fortificato palazzo e torre del Principe di Noia. Questa linea difensiva è attraversabile in un solo punto, lontano dalle due principali strade di comunicazione, e davanti a questo varco c’è una mezzaluna (ovvero una fortificazione avanzata, sporgente dal recinto) fornita di ulteriore porta. Il fossato, che qui disegna un’ampia curva attorno alla mezzaluna, può essere superato dai difensori con un provvisorio ponte levatoio che si trova davanti alla menzionata porta.




-      La linea difensiva che corre dal complesso conventuale di San Francesco fin giù a Palazzo Toledo si aggrappa sia su opere dell’uomo, costituite dai già esistenti e possenti muraglioni delle Terme di Nettuno e dal palazzo di Geronima Colonna, sia su opere della natura, costituite dalle scoscese pareti del vallone Mandra [9a, 9b].




-      La linea difensiva che corre lungo il perimetro del complesso Toledo, costituito dalla Cavallerizza, dal Palazzo e dalla Torre, è di già fortificato. Fin dall’origine questo complesso di edifici è stato concepito anche ad uso militare; naturale che ora possa contribuire alla difesa e rintuzzare eventuali attacchi provenienti dal largo della Malva (attuale villa comunale) rimasto al di fuori del perimetro fortifico del borgo [10].



-      La linea difensiva del borgo vicereale, che corre dal Palazzo Toledo al mare e confinante anch’essa con la grande piazza della Malva, è stata fortemente rafforzata con cortine, baluardi e tamponatura della maggior parte dei varchi, portoni e finestre [11]. Tutti accorgimenti necessari a respingere un assalto, ritenuto comunque improbabile, che possa provenire dalla piana della Starza e da Lucrino.

 


Tutti lavorarono ai miglioramenti difensivi, comprese le donne, i bambini, i nobiluomini ed i religiosi con a capo il vescovo Martin de Leon nominato Governatore di Pozzuoli direttamente da don Giovanni d’Austria.

Chi è rimasto fuori dai luoghi fortificati si affretta a raggiungerli; si radunano gli averi e le provviste alimentari facendo affidamento sulle cisterne del Rione Terra, e sul ripristinato acquedotto campano, per le riserve idriche.

A guardia di tutto questo perimetro difensivo si trovano cinquecento puteolani, guidati dal giovane patrizio Antonio di Costanzo, e pochi cavalieri spagnoli.

Il caposaldo di Santa Caterina è comandato dal Marchese di Fuscaldo e dal Tenente Maestro di Campo Davide Petagna [12].



L’altra estremità, il caposaldo di San Francesco, è comandato da don Ferrante di Tovara e Antonio Carafa. Cento moschettieri custodiscono palazzo e torre del Principe di Noia e trecento puteolani presidiano il complesso Toledo.

Altri puteolani, ai quali sono stati aggregati dei calabresi, li troviamo a difesa del Rione Terra. Qui, sulla rocca, ci sono poi le batterie, costituite da datati ma pur sempre validi cannoni, affidate a veterani, invalidi e vecchi cannonieri che hanno servito in marina [13].



Gli spagnoli sono appena quarantacinque per lo più dislocati nei menzionati tre piccoli presidi lungo la litoranea via per la pietraia.

Altri sessanta Valloni (mercenari provenienti dai Paesi Bassi spagnoli) sono poi inviati di rinforzo a Pozzuoli dal vicino forte di Baia.

Tutte queste opere hanno il compito, e il fine, di mantenere lontano dal Rione Terra e dal Borgo qualsiasi attaccante e di non lasciare incustodito il numeroso e prezioso naviglio (da guerra, da carico e da pesca) ormeggiato o tirato in secco.

Pochi gli storici nazionali che riportano, e ancora meno quelli che analizzano, questo assalto che presenta interessanti e strategiche soluzioni difensive.

Per la prima volta i puteolani affrontano un assalto in modo ben diverso dai numerosi precedenti subiti in circa 2500 anni di storia cittadina.

La difesa non è più arretrata e limitata al “castrum”, la rocca fortificata.

E’ una difesa avanzata, “alta” diremmo oggi in termini calcistici, con drappelli che inizialmente controllano la pietraia di Monte Olibano, le alture della Solfatara, il valico della Montagna Spaccata.

Queste punte avanzate, al sopraggiungere dei nemici, ripiegano sia verso la linea difensiva alta (Chiesa di Santa Caterina – Palazzo del Marchese di Villa - Chiesa di San Francesco) sia verso la linea difensiva bassa (Palazzo Toledo – Porto); poste entrambe a salvaguardia del borgo. 

La grossa novità, nei confronti dei vecchi assedi, è costituita proprio dalla presenza del borgo i cui numerosi residenti non possono essere accolti nel ristretto Rione Terra, come avveniva in passato.

Nei primi anni del seicento, grazie anche ad un periodo relativamente tranquillo, c’è stato un significativo impulso dell'artigianato e del piccolo commercio con la ripresa del mercato cittadino, scambi sempre più intensi coi paesi vicini ed un naturale aumento di nuovi mestieri richiesti per attività prima impensabili; di conseguenza a queste nuove esigenze ha corrisposto un incremento demografico del borgo [14].



Pertanto il ricco sobborgo andrà ora difeso a tutti i costi unitamente alle banchine tanto necessarie alla pesca ed agli scambi economici cittadini, oltre che alla strategia militare spagnola.

Per tutto questo è stata creata questa nuova linea difensiva esterna che però non è molto lontana dalla rocca le cui batterie, oltre che essere poste sulla Piazza chiamata il Castello (per la difesa lato mare), sono poste anche sui bastioni orientali nel largo della Porta Reale (attuale piazza Sedile di Porta). Sono proprio queste le batterie di cannoni che mantengono sotto tiro gli attacchi provenienti dalla direttrice Anfiteatro – Villa Cardito.

Si ha notizia di soli altri due cannoni, esterni al perimetro del Rione Terra, piazzati sulle parti alte del complesso Toledo ed in grado di battere il settore relativo al convento di San Francesco che sembra sia stato momentaneamente conquistato dai popolani rivoluzionari.

Si combatte dalle undici del mattino sino al tramonto del sole ed i napoletani ne guadagnano solo ferite e morti. I puteolani combattono con ostinato valore e con molto ardore vi partecipano pure numerosi chierici e sacerdoti che impugnano le armi seguendo l’incitamento del loro pastore.

Il vescovo De Leon corre da per tutto portando il suo valido contributo e provvedendo a ciò che abbisogna; munizioni, vettovaglie, messaggi.

Non sono assenti le donne che, con le scarse armi che han potuto procurarsi, combattono e assistono i combattenti nei punti dove la mischia è più feroce.

Tra queste donne guerriere, degne discendenti di Maria Puteolana, c’è né una che è stata eletta loro Capitana. In seguito si vanterà coraggiosamente, dinanzi al vicerè conte d’Ognatte, d’aver condotto in battaglia la “Compagnia delle pozzolane” che hanno combattuto e sempre combatteranno per la difesa del dominio del Re di Spagna.

Purtroppo resta ignoto il nome di questa “piezz' ‘e puzzulane”, anche se il suo aspetto non dovrebbe molto discostarsi dalla Giuditta, e dalla sua ancella, divinamente ritratte da Artemisia Gentileschi in quello stesso periodo [15].



Neppure ci sono stati tramandati i nomi di tantissimi fanciulli che sono costretti a combattere, come faranno gli scugnizzi della resistenza, facendo uso di fionde e sassi.

La giornata del 19 gennaio 1648, che vede combattere fianco a fianco, sulle stesse barricate, nobili, plebei, sacerdoti, commercianti, pescatori, contadini, uomini, donne e bambini, mariti e moglie, padri e figli, esalta gli animi e quadruplica le forze di questi combattenti.

I puteolani tutti condividono ora comuni ideali e l’atmosfera e la solidarietà che viene a crearsi sopperisce alle fatiche ed ai dolori.

Il pozzolano, ed è bene non dimenticarlo, si è trasformato in combattente e si è barricato dietro tutto; dietro la ricchezza e dietro la miseria, dietro le cose sacre e quelle profane; dietro cataste di carri e di legno, confessionali e botti, poi materassi, letti e cenci.

Tra le armi abbondano le fiocine dei pescatori e i forconi degli agricoltori, i coltellacci dei buccieri (macellai) e le asce dei falegnami.  

 Nel contempo c’è speranza e condivisione e il tutto per anni resterà, nell’immaginario pubblico, un evento epico da tramandare ai figli ed ai figli dei figli unitamente al ringraziamento ricevuto dal Sovrano.

A Pozzuoli resta, quale regalo dell’epoca, il detto volgare “spara Santillo” che significa: “sbrigati, fai presto”.

Raimondo Annecchino ritiene che esso tragga origine dal nome dell’artigliere Santolo, o Santillo, che in occasione di questo assedio sparò senza tregua sui napoletani.

 Il vescovo, con cristiana pietà, frena l’ardore dei puteolani e ordina loro sia di non infierire sia di stare alla difesa; ovvero di non inseguire i napoletani in campo aperto, per timore di imboscate. I popolani, che più non osano venire avanti allo scoperto, restano asserragliati nei non lontani palazzi che volutamente son rimasti abbandonati fuori dalla cerchia difensiva: Chiesa di San Giacomo, Villa Cardito, Composta, l’Anfiteatro ed altri ancora ubicati non lontani dal fossato puteolano.

Nei giorni seguenti continuano a molestare i puteolani, sempre con l’ingannevole intento di far loro abbandonare le sicure opere difensive, e di tanto in tanto avvengono scorrerie e sanguinose scaramucce con la distruzione di poderi e masserie, presi dall’una e dall’altra parte.

Poi col passare del tempo, non essendo attrezzati e abituati a un assedio e pressati dai villici di Fuorigrotta (stanchi di queste scorrerie e solidali con i puteolani e il loro stesso vescovo), i ribelli napoletani sono costretti a desistere ritornando definitivamente oltre la cripta romana che taglia la collina di Posillipo.

 Pozzuoli è salva e non sarà più oggetto di attacchi bellici, e questo grazie anche al suo Vescovo che compiendo il suo dovere di Prelato trattiene la città fedele alla Spagna, sua Patria di origine [16].



Sprezzante dei pericoli e dei disagi, dirige le battaglie; il carico delle vettovaglie dirette a Napoli; fa recapitare avvisi importati che da Roma o da Madrid gli capitano; soccorre con i suoi beni personali i poveri bisognosi della città e i soldati.

Spendendo tutto questo resta poverissimo e, una volta riconquistato definitivamente il regno, il Re Filippo IV, grato, gli invia una lettera di ringraziamenti e nel 1650, per vantaggio economico, lo crea Arcivescovo di Palermo, prelatura nobilissima di ricca rendita. Nel 1651 gli è conferito pure l’ufficio di Presidente del Regno di Sicilia, ovvero vicario del Viceré. 

Lo stesso Re Filippo IV, nel luglio del 1648, per la dimostrata lealtà alla corona di Spagna, conferisce ai puteolani il diritto di decorare lo stemma cittadino col titolo di “FIDELISSIMA”, da affiancare a quello di “CIVITAS” che fregia Pozzuoli fin dal 1296 [17].

 


 Referenze

Annecchino R. – Storia di Pozzuoli

Capecelatro F. – Diario degli anni 1647-1650

Giamminelli R.  – Articoli e opere varie

Ronga N. – La rivolta di Masaniello ad Aversa

 

 GIUSEPPE PELUSO – LUGLIO 2021


lunedì 9 aprile 2018

La Via Regia


Al mondo non vedrai cosa più bella
La Via Regia, il miglio d’oro Puteolano

Nel percorrere la nostra litoranea che dai Cappuccini, attraverso Gerolomini e La Pietra, mena a Bagnoli, vivo una rara sensazione di tranquillità e incanto, e credo questo capiti anche a tutti voi.
Una ininterrotta emozione tra terra, cielo e mare che il territorio trasmette con uno spettacolo unico per paesaggi e bellezza.

E’ questo l’ultimo tratto di quel che fu la “Via Regia”; il lungomare che tra ottocento e novecento diventa la “promenade” dei forestieri che numerosi son venuti a fare i bagni nelle “acque” delle nostre Terme e dei nostri Lidi [1].

Per gran parte del sedicesimo secolo, in pieno vicereame spagnolo, questa strada ancora non esiste e per raggiungere Napoli da Pozzuoli si percorre la “VIA PVTEOLIS – NEAPOLIM”, per “colles”, con la quale, attraverso le colline, si raggiunge la capitale. Ma questa antica strada romana è ridotta talmente disagiata e insicura che è giudicato improponibile valicarla senza esporsi a incredibili ruberie.
In molti casi i viandanti sono assassinati e trucidati dagli scherani che occupano ogni dintorno boscoso, tra i dirupi del Monte Olibano e delle rigogliose vicine colline
Inoltre la strada, non ricevendo alcuna manutenzione, mostra tutti i segni dovuti a secoli e secoli di piogge e smottamenti; alcuni tratti, come l’antico ponte romano detto “Cerciello”, sono completamente scomparsi rendendo impossibile il passaggio di carri [2].

Ridotta in questo stato è poco utilizzata da coloro che sarebbero interessati a trafficarla per commerci e comunicazioni; essa è percorsa solo dagli agricoltori del seno de’ Bagnoli dediti alle loro faccende con ben poco da temere dai locali briganti.

Nel 1568 regnando Filippo II, Re di Spagna e di Napoli, il viceré Pedro Afán Enríquez de Ribera y Portocarrero, Duca d'Alcalà (detto don Perafan) [3], pensa di mettere fine a tanti disordini col costruire una nuova via da Fuorigrotta fino al lido de’ Bagnoli per poi prolungarla fino a Pozzuoli.

Questi sono gli apparenti e plausibili motivi che spingono il de Ribera a fondare la nuova via, ma i suoi denigratori storici argomentano diversamente. Dicono che il Viceré in luogo di ordinare il rifacimento della via romana più breve, e farvi rispettare la Giustizia, l’ha abbandonata alla rovina ed agli assassini per farvi continuare i delitti e così dar luogo all'amor proprio di eternare il suo nome con la costruzione di una nuova via e porla in confronto con l’antica romana.

Del progetto e della direzione dei lavori della nuova via Regia si interessano gli ingegneri Ambrogio Attendolo, Mario Galeota e suo figlio Gian Berardino; in tutto sono spesi circa 35.000 ducati.
La realizzazione del primo tratto, da Fuorigrotta a Bagnoli, non presenta grandi difficoltà tecniche essendo la zona perfettamente pianeggiante; tutt'al più si rendono necessarie opere di bonifica di limitate aree paludose [4].

Dove questa strada inizia il Vicerè fa collocare su marmo la seguente iscrizione:

PHILIPPO II REGNANTE
PARAFANVS RIBERA ALCALAE DVX
PROREGE
QVI VIAS FECIT AB NEAPOLI AD BRVTIOS
AMPLISSIMAS
HANC QVOQVE VIAM CLIVIS ANTEA DIFFICILEM
ARCTAM INTERRVPTAM CVM ITER EIVS AD MARE
DIREXISSET
VASTAQVE SCOPVLORVM IMMANITATE CONSTRATA
NOVAM APERVlSSET PVTEOLOS MVLTO BREVIOREM
PERPETVAM ILLVSTREM ATQVE LATAM
PERDVXIT
MDLXVIII.

Tre anni dopo l’inizio dei lavori del predetto primo tratto, nel 1571, si principia al continuamento di essa da' Bagnuoli fino a Pozzuoli e questo secondo percorso, poiché lo si vuole costruire colmeggiando il mare intorno a due promontori inaccessibili, incontra enormi difficoltà nella natura delle cose.
Per questo motivo in soccorso dell'impresa è chiamata l'arte e l’industria umana e, solo con forti spese, si rende la strada tollerabile all’uso dei viandanti.
Molti sono i luoghi difficili come il Monte Dolce sulle mappe riportato come “Promontorium Puteolum”, termine non più in uso e sconosciuto ai più [5]. 

Non potendo smussare l’intero alto costone, si fondano mura nel Mare rubando ad esso gli spazi occorrenti [6].

In altri luoghi, accessibile alle sole capre, si debbono togliere ammassi di pietre quasi incredibili e riempire voragini altrimenti invalicabili [7].

In altri ancora, come il Monte Olibano, è necessario sballare le alture delle antichissime lave bituminose, da secoli raffreddate, e sebbene la strada si eleva dal livello del mare, è possibile superare quest’altro promontorio ridiscendendo mediante una serie di arcate, dette ponti, verso la chiana e le fabbriche delle antiche terme Subveni Homini [8].

Qui la strada percorre un lungo rettilineo parallelo alla spiaggia (Chiaja) e giunge alle porte di Pozzuoli ai piedi del Rione Terra [9].

L’opera, pur mostrando manchevolezze nelle leggi architettoniche e idrauliche che la renderanno poco durevole nel tempo (già verso la metà del settecento la strada inizia a denunziare segni di fatiscenza, provocati sia dal mare che dal bradisismo discendente), è infine terminata e lastricata con la stessa trachite di cui è costituito il monte Olibano.
Proprio nel punto dove sono state incontrate le maggiori difficoltà, quasi alla fine della via ed esattamente sul lato mare del descritto ponte, nella curva immediatamente prima delle attuali "Terme Puteolane", la vanità del de Ribera, sempre secondo alcuni suoi denigratori, non contenta della prima iscrizione determina apporvi la seconda, storica ed enfatica iscrizione posta su di una edicola appositamente eretta [10].

Da siffatta Iscrizione, ora scomparsa, si legge che prima di costruirvi la via il luogo era tutto orrore e solitario, impraticabile all’uomo e si vedevano solo uccelli marini, e per ogni dove c’erano balzi, sassi e rovine naturali [11]:

Appena terminata l’intera arteria è nominata in vari modi;
-      la “via Nuova” in rapporto con l’antica e ancora valicata strada romana;
-      la “via Rivera” come è volgarizzato e conosciuto il cognome del vicerè;
-      la “via Regia” come riportato sulle mappe che iniziano a diffondersi.

La vecchia via romana inizia dalla “Crypta Neapolitana” (o Grotta di Pozzuoli) e continua fin quasi al lago di Agnano e i luoghi bassi degli Astroni da dove, ascendendo il salto del Monte Olibano, si dirige a Pozzuoli. Da questa città va a Baia e al Garigliano dove, innestandosi sulla via Appia, arriva a Roma [12].

La via nuova è dal de Ribera incominciata in prossimità della predetta grotta sulla sinistra della Via romana e, attraverso l'acquitrinosa piana di Fuorigrotta arriva, dopo un lungo e perfetto rettilineo alberato che a mezzo del costruito “Ponte Lungo” supera anche un largo alveo proveniente dalla retrostanti colline, alla spiaggia de' Bagnoli [13].

Nel luogo dell'afforcamento delle due vie l’accorto Viceré vi ha fatto porre due lapidi indicative dell'uso di esse, a seconda del verso; onde si avverte che per la via vecchia si va a Roma e che per la via nuova si va a Pozzuoli [14-15]:


Questa nuova strada, oltre a migliorare i collegamenti evitando il più lungo ed acclive percorso collinare, permette un agevole accesso alle sorgenti termali che, per l’attività dei fuochi sotterranei, si trovano ai piedi di questi monti.
Di tutte queste fonti, anche per gli eventi vulcanici che portano all’eruzione di Montenuovo, se ne sono perse le tracce ma la via Regia crea le premesse per poterle riportare in auge dopo essere state per lungo tempo abbandonate.

Il viceré don Pedro Antonio d'Aragona, in carica tra il 1666 e il 1671, nel 1668 affida al medico Sebastiano Bartolo l'incombenza di rintracciare e restaurare le antiche sorgenti che si incontrano nei Campi Flegrei e che si rivelano molto utili a sconfiggere i morbi del corpo umano.
Bartolo divide la sua ricerca in tre settori geografici ciascuno corrispondente a un tratto della strada che va da Fuorigrotta a Miseno; quindi fa apporre tre diverse lapidi (epitaffi) nei punti di maggior passaggio.
Ciascuna lapide indica il nome delle sorgenti termali, e le qualità terapeutiche delle loro acque, che si incontrano fino alla successiva lapide.
Il primo epitaffio è posto a Piedigrotta all’ingresso della “Grotta di Pozzuoli” e su di esso sono elencate dodici sorgenti ritrovate nella zona compresa tra Fuorigrotta, gli Astroni, Bagnoli e Pozzuoli [16].

Il secondo epitaffio è sistemato sulla Piazza della Malva a Pozzuoli, ora risistemato sotto l’arco di Porta Napoli, e su di esso sono elencate diciannove fonti termali che si incontrano dal centro di Pozzuoli all’inizio di Baia.
Il terzo epitaffio è sistemato sulla via Aragonese tra Lucrino e Baia, località che per questa presenza è da allora chiamato Punta Epitaffio; su di esso sono elencate le otto sorgenti presenti da Baia a Miseno.
Ogni epitaffio è diviso in due parti con quella sovrastante che consiglia il viaggiatore di leggere con attenzione l’epigrafe inferiore in cui sono decantati i Campi Flegrei e le tante e pregevoli sorgenti termali esistenti.

Sulla prima epigrafe, tralasciando le prime quattro fonti che non si trovano direttamente sulla nuova via litoranea, è interessante notare le numerose sorgenti che per un miglio si susseguono dall’attuale piazza di Bagnoli al moderno lungomare di Pozzuoli:

QUINTUM BALNEUM EST IUCARAE, QUOD INVENIES, DUM REGIA VIA, QUA ITUR PUTEOLOS, AD MARIS LITTUS PERTINGIS

Il quinto bagno lo trovi quando, prendendo la “via Regia” per la quale si va a Pozzuoli, giungi sulla sponda del mare; è il bagno della “Giuncara” così chiamato dai giunchi che copiosi si ritrovano attorno. E’ una fonte d’acqua che rende lieta la mente, favorisce Ia gioia, toglie gli affanni, provoca piacere e ti predispone ad esso, fa bene ai reni e a quelli malati, giova allo stomaco, ripara le forze del fegato, fa ingrassare, distrugge Ie febbri saltuarie e fa in modo che la pelle non sia tesa.
Siamo, praticamente, nella Piazza Bagnoli e questa fonte termale sarà nel tempo sfruttata dagli Stabilimenti: "Terme Tricarico", “Terme La Sirena”, “Terme Bocco”, "Terme Cotroneo" (ex Masullo), "Stabilimento Termale del Balneolo" e "Antiche Terme Manganella" [17].

Quattrocento passi dopo la “Giuncara”, sulla destra della stessa via Regia, troviamo il sesto bagno detto “Bagno di Piaga” o “Bagno del Balneolo”, così nominato per la sua piccola forma. La sua acqua ricrea il capo, lo stomaco, i reni e Ie altre membra, elimina l’annebbiamento della vista, rimette in forza i consunti e i deboli, distrugge la causa della febbre quartana, continua e quotidiana, libera dai dolori derivanti da qualsiasi malattia o da febbre. I NapoIetani trovavano quest’acqua così salubre che pensavano lì ci fosse un dio; le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Rocco", “Terme Patamia” [18].

Sulla stessa strada Regia, dopo pochi passi, trovi il settimo bagno; il “Bagno della Petra” così chiamato perché le sue acque rompono la pietra che si trova nelle vesciche. Il bagno con quest’acqua toglie la scabbia, frantuma i calcoli, fa urinare, purifica i reni, fa eliminare la renella, libera il capo dai dolori, toglie Ie macchie dagli occhi, ridà l’udito alle orecchie e le libera dai ronzii, fa bene al cuore ed al torace. Un sorso caldo di quest’acqua purifica il ventre ed evita l’insorgere della renella.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Dott. Alberto Pepere", "Terme Minerali Di Leo" e “Terme La Pietra” [19].

Oltre il Bagno di La Pietra, dopo 20 passi a destra, troviamo l’ottavo bagno, il “Bagno di Calatura”, così chiamato dall’antico nome di Monte Dolce. L’acqua dl questo deterge il viso ed elimina le brutte macchie, rallegra il cuore, rafforza la mente, corrobora lo stomaco, fa digerire le precedenti crapule, stuzzica l’appetito, elimina la tosse, dà sollievo al polmone, fa che dalla tosse non scaturisca la tisi.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: “Terme Vitolo” e "Terme Charlotte - Calatura" [20].

Il nono bagno che si trova oltre la strada Regia, passando sotto il ponte costruito alle falde della rupe Olibano, è il “Bagno Subveni Homini”, così chiamato in epoca romana col significato “Soccorrere gli Uomini”. Già nel cinquecento i napoletani ne trasformano il nome in “Zuppa d’uomini” giocando sul fatto che l’acqua sgorga in un'unica grande vasca dove tutti si bagnano insieme dando l’idea di una enorme pentola.
Per lungo periodo è l’unica sorgente puteolana che continua a offrire le sue acque dopo l’eruzione del Monte Nuovo ed ancora oggi è l’unica in funzione nel miglio preso in considerazione. La sua acqua porta via la tristezza dell’animo ed il mal di stomaco, stimola l’appetito, allevia il dolore dei polmoni, del fegato, della milza e del ventre gonfio, rende chiara la voce, dà sollievo alla podagra invecchiata e toglie ogni specie di dolore; il potere suo più eccezionale è il ristabilimento dei deboli.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Antiche Terme Subveni Homini dei Padri Girolamini", “Stabilimento Termo Minerale Gerolomini”, “Terme Sociali” e “Terme D’Alicandro”, ex “Terme Le Migliori Acque" poi "Terme Puteolane" [21].

Decimo, distante dal precedente 50 passi, è chiamato sia “Bagno dell’Arena” perché l’acqua sorge sulla spiaggia vicino al mare, sia “Bagno di Sant'Anastasia” perché vicino alla chiesa dedicata a questa Santa.
Esso dà sollievo ai bruciori del corpo e ne rinnova Ie forze, toglie i sintomi della stanchezza o la debolezza se si sopporta il calore dell’acqua sorgente.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Terracciano" e "Terme La Salute concessionario Dott. Michele Rocco", ex “Terme Barone” [22].

Lungo tutta la litoranea sorgono innumerevoli stabilimenti balneari, alberghi, pensioni, ristoranti, cinematografi, circoli nautici e ville private [23].

Nel contempo la strada diventa l’asse portante di una nuova mobilità e sarà percorsa dai primi “omnibus a cavalli” sostituiti inizialmente dai “tram a vapore” e poi dai “tram elettrici”; ben presto si affianca la linea della “Ferrovia Cumana” [24].

Questo miglio dell’antica via Regia sarà frequentato da numerosa e scelta clientela che saprà usufruire della economicità dei prezzi senza rinunciare alla eleganza offerta dagli Stabilimenti e dai luoghi [25].

Già nel 1865 l’idrologo A. Dardel, medico dello stabilimento termale d’Aix in Savoia, esalta la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque, la bellezza del paesaggio, la salubrità e la dolcezza del clima.
La strada regale, gli stabilimenti termali e i villini che costeggiano questo litorale sono immuni dalla umidità e avendo a ridosso, come solida barriera, il Monte Dolce il Monte Olibano e il Terrazzo della Starza sono anche preservati dai freddi venti del Nord.
Un assiduo e affezionato cliente della “Bella Epoque”, discorrendo della nostra strada sulla quale amava passeggiare, scrisse:

“Possis nihil urbe visere maius”
“Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggiore”

Oggi questa strada è ancora più bella, cerchiamo di preservarla [26].


PELUSO GIUSEPPE

P.S.
Interessante un'altra Lapide del 1717 conservata a Fuorigrotta.
In essa si legge:
IN QUESTO UNICO POSTO STANNO UNITI I SOLDATI TUTTI
DI QUALSIVOGLIA ARRENDAMENTO, ED ATTENDE CIASCUNO
A FAR LE DILIGENZE CHE GLI APPARTENGONO,
SE ALTROVE NELLA STRADA REGALE  ALCUN DI LORO
ARDIRA' DI MOLESTARE I VIANDANTI SARA' PUNITO
COME UN PRIVATO CHE COMMETTA  VIOLENZA IN STRADA
PUBBLICA SECONDO LO STABILITO DALLA R. PRAMMATICA
DEL .............