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venerdì 20 febbraio 2026

L'eruzione del Vesuvio che fece annullare le Olimpiadi del 1908

 



Il Vesuvio, esploso nel 1906, 

impedisce l’Olimpiade di Roma del 1908

 

Sembra strano, ma l’eruzione del Vesuvio del 1906 è determinante per l’annullamento dei programmati “IV Giochi Olimpici” del 1908 cui Roma sta preparandosi. L’Italia e gli italiani debbono rinunciare con rammarico a questa Olimpiade, per la quale è stata scelta la nostra capitale; i giochi si svolgeranno poi a Londra, dal 27 aprile al 31 ottobre  1908.

 

Dopo il grande successo della prima edizione, tenuta ad Atene nel 1896, i giochi si sono svolti a Parigi nel 1900 ed a Saint Louis (USA) nel 1904. In queste due ultime sedi le gare sportive sono in buona parte oscurate dalla rilevanza dell’Esposizione Universale che, credendo di far cosa buona, il “Bureau Intenational des Exspositions” ha organizzato nelle stesse date e nelle stesse città sede dei giochi.

La capitale francese nel 1900 e la città del Missouri nel 1904 attirano una vasta partecipazione cittadina ed una elitaria massa turistica; ma i visitatori sono più interessati alle “novità” offerte in visione dalla “EXPO” che non alle gare sportive.

 

Fin dal 1901 il rappresentante del Comitato Olimpico tedesco ha presentato la candidatura di Berlino, come sede dei giochi del 1908; ma nel marzo del 1903 la ”Federazione Ginnastica Italiana” ha candidato la città di Roma per la stessa manifestazione. Nel gennaio 1904 la candidatura di Roma viene sostenuta anche dall'amministrazione comunale, conferendole così carattere di ufficialità.

Pierre de Coubertin, il barone francese ”Padre delle Olimpiadi”, non nasconde di preferire Roma a Berlino e il 22 giugno 1904, in occasione di una riunione del Comitato Olimpico Internazionale tenutasi a Londra, i rappresentanti tedeschi, che in patria non hanno ottenuto alcun appoggio ufficiale, ritirano la candidatura della loro città.

L'organizzazione dei Giochi Olimpici del 1908 viene quindi assegnata a Roma e de Coubertin scrive alla moglie: “Soltanto Roma può restituire alle Olimpiadi quello che Parigi e Saint Louis hanno loro tolto”.

 

In Italia nasce immediatamente un Comitato Organizzatore che decide di far svolgere una imponente Cerimonia d’Apertura al Campidoglio, Pugilato e Lotta nello scenario classico delle Terme di Caracalla, l’Atletica nella prestigiosa piazza di Siena, Nuoto e Canottaggio nel tratto di Tevere che attraversa l’Urbe, la Maratona lungo un suggestivo percorso intorno ai Fori Imperiali (https://www.leolimpiadiditalia.it/home.php).

 

Considerando che ai giochi di Saint Louis in America non c’è stata una rappresentativa azzurra, tra l’altro il Comitato Olimpico Nazionale (CONI) sarà costituito solo nel  1914, il governo italiano intende varare un piano di rilancio dello sport attraverso l’organizzazione di una Olimpiade nel segno della grandezza di Roma e della raggiunta unità nazionale.

 

Ma questo programma viene bloccato dai capricci del  Vesuvio.

L’esplosione del vulcano avviene il 7 aprile del 1906; la sua violenza è spaventosa e il fatto che ci si trovi davanti a un’immensa tragedia è immediatamente chiaro ai governanti ed ai cronisti dell’epoca.

Ci sono oltre 200 morti e più di 100 feriti gravi, ma a rendere la situazione ancora più difficile è l’immenso numero di sfollati che si attesta intorno ai 34.000.

La disastrosa eruzione del Vesuvio costringe il governo a reindirizzare i fondi previsti per le infrastrutture sportive alla ricostruzione delle località devastate dall’eruzione, impedendo l'organizzazione dell'Olimpiade. 

 

Ma, contrariamente a quanto si voglia far credere, non è il solo Vesuvio causa della cancellazione di questi giochi. In contemporanea possiamo annoverare altri motivi;  finanziari e politici:

-      le ingenti spese previste per festeggiare nel 1911 il cinquantenario dell’Unità Italiana ed il quarantesimo anniversario di Roma Capitale;

-      il gravoso sostegno alle popolazioni colpite dal terremoto del 8 settembre 1905 in Calabria;

-      la priorità data dal governo alla costruzione del tunnel del Sempione in via di completamento;

-      le difficoltà politiche del governo alle prese con scioperi generali e moti popolari.

Tutto questo induce le autorità a rinunciare definitivamente all'organizzazione dei Giochi Olimpici. Il comitato organizzatore romano, dopo mesi di inattività, si scioglie definitivamente alla fine del 1906.

 

Berlino non presenta una nuova candidatura e all’ultimo momento la “British Olympic Association” si offre per organizzare i giochi a Londra.

L'Italia dovrà attendere altri 52 anni per ospitare le Olimpiadi estive che si terranno finalmente a Roma nel 1960. 


GIUSEPPE PELUSO - FEBBRAIO 2026

sabato 27 luglio 2019

Henry James Johnston-Lavis


Johnston-Lavis Collections – Una stampa del vulcano Solfatara

Henry James Johnston-Lavis
Da Londra a Pozzuoli, dalla medicina ai fossili, dalla geologia al colera

Henry James Johnston-Lavis nasce a Londra il 19 luglio dell’anno 1856.
Discende da una vecchia famiglia ugonotta francese, i "de Levis", che, causa le persecuzioni religiose, emigrano in Gran Bretagna nel diciassettesimo secolo; alla fine si insediano nel Devonshire, dove è acquisita della terra ancora oggi in possesso della famiglia.
Il loro nome è anglicizzato e trasformato in Lavis ed a questo Henry James aggiunge il cognome della madre, Johnston [1].

Henry riceve la sua educazione primaria presso la “Grammar School” di Iver, Bucks, sotto la direzione del Rev. W. E. Oliver, in seguito Vicario di Ealing. Pieno di buon umore, è sempre nei guai con i suoi maestri per qualche scherzo innocente o altro, durante le ore di scuola.
Il suo vecchio compagno di scuola, il signor Harry Kimber, scrive:
“… di conseguenza riceveva più frustate di tutti i ragazzi messi insieme, ma presto dimenticava le sue pene e teneva la classe in allerta con ulteriori battute, seguite da ulteriori punizioni " [2].

E’ a Iver che si verifica un semplice incidente che determina il suo interesse in geologia per tutta la vita; un sasso lanciato contro di lui da un compagno di scuola altro non è che il guscio di una conchiglia di Echinoderma. Henry è colpito dall'aspetto curioso della pietra, ora conservata tra le reliquie di Famiglia, che così diventa il primo esemplare di una collezione che alla fine diventerà unica nel suo genere [3].

A diciannove anni Henry si unisce alla Società Geologica e scrive diversi articoli su questa materia, uno dei quali pubblicato sul “Journal of the Geological Society”, prima che abbia vent'anni. 
Dopo l’educazione primaria inizia la sua formazione medica presso l'University College, a Londra, e qui subisce l'influenza del Prof. John Morris, dal cui insegnamento rafforza la passione per gli studi geologici.
Dopo aver conseguito la laurea in “MRCS” a Londra, e ricoperto alcuni incarichi medici minori sia in Inghilterra che in Francia, si dedica con passione alla sue ricerche di fossili ed ai suoi studi geologici.
Per diversi anni Lavis fa uno studio attento dei Terziari della Bassa Londra esposti ora a Charlton e Lewisham, nel Kent.
Nel suo lavoro sanitario la Fisiologia lo attrae più dell’Anatomia, tuttavia trasforma le sue conoscenze mediche in un resoconto pratico conducendo corsi serali sulla Fisiologia Animale presso il vecchio Politecnico, in Regent Street; sedute che gli permettono di guadagnare dalla sua passione.


Nel gennaio del 1879 sposa Mademoiselle Antonia Francoise Bourdariat de Saint-Aupre, conosciuta a Marsiglia, delle cui qualità così testimonia nella dedica alla sua ultima opera pubblicata:
"… attraverso una lunga vita matrimoniale mi ha incoraggiato nel lavoro medico e scientifico, offrendomi un valido aiuto e apprezzamento, favorendomi a superare difficoltà quasi insormontabili" [4].

Abbandonando Stalbridge a febbraio, trascorre la maggior parte del 1879 come assistente medico a Plaistow e, dopo aver preso il grado di "B.-es-Sci. Paris", alla fine dell’anno si trasferisce a Napoli.

Qui apre uno studio come medico consulente e inizia a praticare tra coloro che parlano inglese, siano essi britannici, americani o delle colonie, che si trovano a Napoli come residenti o visitatori.
Una delle prime osservazioni fatte nel corso del suo lavoro medico è quello di tracciare la connessione tra alcuni disturbi gastrici prevalenti e il consumo di molluschi, un argomento che è stato poi ampiamente da lui trattato in un secondo momento.
L'anno 1882 lo trova a ricoprire la carica di consulente medico presso il “Naples Sailors' Rest” (Casa o Riposo del marinaio, strutture presenti nei maggiori porti mondiali) in cui la signora Johnston-Lavis funge segretario [5].

Offertagli la opportunità, dalla “Compagnia di Navigazione Trinacria” con la quale firma un contratto, fa un viaggio negli Stati Uniti dal 3 al 28 giugno del 1883. Sfortunatamente soffre così gravemente il mal di mare che quando si presenta l’unico caso in cui si richiedono i suoi servizi professionali non si regge in piedi e deve essere sostenuto da due marinai su entrambi i lati. L’unico beneficio di questo viaggio lo riceve visitando varie località geologicamente interessanti, tra cui Niagara.
Una volta tornato in Italia, per meglio poter svolgere il suo lavoro professionale, Johnston-Lavis consegue la laurea di "Dottore di Medicina e Chirurgia" all'Università di Napoli nel gennaio 1884.

Nell’estate del 1884, importata da alcuni operai provenienti da Marsiglia e Tolone, arriva in Italia una epidemia di colera che colpisce principalmente il meridione e Napoli in particolare. Le condizioni igieniche dei cosiddetti “bassi” sono molto precarie e Napoli conterà circa ottomila morti [6].

Proprio nel corso di questa estate Johnston-Lavis trascorre circa quindici giorni a indagare sulla struttura geologica dell’isola di Ponza. Il colera sta infuriando sulla terraferma e gli isolani, non comprendendo l’operato di un uomo che con un martello rompe pezzi di roccia avvolgendoli poi nella carta "come se fosse formaggio", arriva alla conclusione che questo personaggio sia stato inviato dal governo per diffondere "Polvere di colera" [7].

E’ purtroppo questa una credenza abbastanza diffusa e pertanto gli ordinano di andarsene dall’isola con il primo piroscafo disponibile; cosa che per sicurezza è costretto a fare.
Per debellare l’epidemia il 15 gennaio 1885 è emanata la cosiddetta “legge per Napoli” che segna un punto di svolta nella politica governativa dell'Italia unita con l’imporre norme igienico-sanitari pubbliche e private che le municipalità debbono far osservare a tutti i cittadini. Prioritario è un sistema fognario, l'edificazione di nuovi quartieri, la costruzione di nuove strade e piazze e il risanamento dei luridi “bassi” e “tuguri”.

Nel mentre sono attuate le norme varate dalla legge per il risanamento di Napoli, e sebbene la principale epidemia di colera si sia placata, ricadute della malattia sono registrate nel 1886 e nella tarda estate del 1887 quando un ultimo focolaio epidemico colpisce ferocemente Pozzuoli e il suo circondario.
Il capoluogo flegreo conta un elevato numero di case malsane al Rione Terra, nei quartieri ad esso addossati e al borgo marinaio; al Pendio San Giuseppe e in tutto quel groviglio di abitazioni fatiscenti che sono tra il borgo del Rosso, il rione Torre e il Palazzo Pollio [8].

Come racconta Rosario Zanni, nel suo “Malaria”, il 1887 è anno, di lutti e cambiamenti, che i puteolani non avrebbero più dimenticato. Una repentina aggressione di epidemia colerica sta colpendo moltissime famiglie; i negozi sono chiusi, le strade deserte; la contrada Ospizio è completamente abbandonata.
Strade dissestate, carenza di fogne, di cessi, mancanza di acqua corrente nelle abitazioni provocano una notevole mortalità infantile. Le pessime condizioni igieniche della città sono poi aggravate dalla presenza delle acque stagnanti del mare e del sottosuolo che hanno invaso la parte bassa della città.
Dal 1891 si inizia ad affrontare quest’ultimo inconveniente con la sistemazione della banchina, preludio al futuro risanamento delle zone limitrofe a Santa Maria delle Grazie, e nel 1892 si fa giungere a Pozzuoli l’acqua del Serino. Necessaria è la creazione di un lazzaretto, alle pendici di Monte Nuovo, ma la maggior parte dei puteolani nasconde alla vista dei medici i familiari colpiti dal morbo.
Nel marzo dello stesso anno 1887 Johnston-Lavis è stato nominato “Chief Medical Officer” per i grandi cantieri di recente aperti a Pozzuoli dalla “Sir W. Armstrong, Mitchell & Co., Ltd.” di Newcastle. Il suo compito è quello di dirigere il settore medico della fabbrica e curarsi della salute delle maestranze provenienti dall’Inghilterra [9].

Ma ben presto Henry è completamente assorbito dall’emergenza colerica che minaccia tutti indistintamente, inglesi e italiani.
Così scriverà nelle sue memorie il dottor Louis Westenra Sambon, un medico italo inglese, che sarà un pioniere della “Medicina Tropicale” e dei “vermi parassiti”, all’epoca residente a Napoli e giovanissimo amico di Henry [10]:

"Lavis si è occupato dei dipendenti stranieri colpiti e ha preso tutte le misure sanitarie necessarie per la protezione degli operai italiani. So che aveva una tremenda paura di questa terribile malattia “Gangetica” [dal Gange indiano da cui proveniva il ceppo colerico] che era considerata insidiosa, rapida e mortale come il morso del cobra. Ma nessuno avrebbe mai pensato di vedere con quale apparente disprezzo della vita lavorava giorno e notte, spesso senza cibo, sempre stanco, per salvare la vita degli altri.
Quando il suo collega di Pozzuoli [probabilmente il dottor Ivo Fiaccarini] ha contratto l'infezione Henry è venuto da me. Non lo dimenticherò mai, sembrava orribile, e io gli ho promesso di sostituirlo e di andare quella stessa notte a condizione che lui si riposasse".
Fortunatamente le sue occupazioni professionali non assorbono tutto il suo tempo ed è proprio a Napoli che inizia i suoi studi vulcanologici.
Al giovane, energico e ardente geologo, il Vesuvio, con i suoi numerosi affascinanti problemi, rappresenta una pietra miliare cui dedicare, nel tempo libero, il suo studio e le sue ricerche.
Innumerevoli sono i suoi scritti su argomenti legati al Vesuvio e ai vulcani dell’Italia Meridionale incluso uno studio esauriente sul grande terremoto di Casamicciola. Johnston-Lavis si precipita nell’isola di Ischia, dopo la prima scossa, inizialmente per prestare la sua opera di medico e poi per studiare gli effetti del terremoto e comprenderne l’origine. Lo studio dura più settimane e lui torna più volte sull’Isola, ma non è sul luogo quando avviene il terremoto del 28 luglio 1883. Studia in dettaglio anche gli effetti di questa scossa e dimostra, in polemica con tutti gli altri scienziati ma in accordo con Mercalli, che tutte le scosse avvenute hanno un ipocentro molto superficiale. Il suo lavoro sul terremoto ha come risultato una serie di raccomandazioni da seguire nel progettare la ricostruzione [11].

Ma forse il suo lavoro più importante è il completamento, con grandi difficoltà, del suo studio sul Vesuvio nel 1880-88 e la pubblicazione della sua Carta Geologica, poi aggiornata con l'aggiunta di alcuni flussi di lava durante l'eruzione del 1906; mappa su cui ancora oggi c'è poco da modificare.
Il 14 dicembre 1892 è nominato Professore di Vulcanologia nella Reale Università di Napoli; nel 1893 è eletto membro onorario del Società Geologica di Edimburgo.

Nel suo zelo, per far bene il suo lavoro, non si è mai risparmiato e spesso ha preso grandi rischi. Suo frequente compagno di quei giorni è ancora il dott. L. Sambon che racconta:
"Molte volte ho temuto per Lavis il cui nome dovrebbe essere scritto sulla stessa tavoletta che porta quelli di Empedocle, Plinio il Vecchio e Louis Coutrel. L'ho visto cadere da altezze pericolose, mentre cercava di raggiungere alcuni esemplari di minerali particolarmente interessanti; in due occasioni il vulcano irato gli ha lanciato pietre mentre stava fotografando il cono eruttivo a distanza ravvicinata.
Ma l’avvenimento più pericoloso che ricordo avvenne il 7 giugno 1891; in quel pomeriggio, avendo notato una apparente strana attività eruttiva tra il cono vesuviano e la cima del vecchio cratere del Monte Somma, ci siamo diretti verso la sede dell'attività. Che notte abbiamo passato nell'inferno vesuviano!
Avendo raggiunto la piana di lava dell'Atrio, iniziammo ad ascendere il cono eruttivo, che sembrava un enorme mucchio di farina gialla di mais a causa di sublimati di percloruro di ferro che rivestivano i suoi materiali di superficie. Una notevole parte del cono era già caduta, e il cratere allargato misurava trecento piedi nel suo diametro più largo. Il bordo rotto era tutto fessurato e pericoloso da approcciare.
Grandi quantità di tumultuoso vapore bianco usciva da questo grande calderone che non era più un cratere eruttivo ma un cono fumante a bocca aperta. Abbiamo lottato contro le scorie incoerenti e raggiunto ad est l'apertura da cui la lava stava uscendo.
Grandi raffiche di dell'acido solforoso ci soffocavano impedendo il nostro progresso e, sebbene in fondo avessimo avuto il coraggio di saltare oltre la fessura dove era larga solo tre o quattro piedi, siamo stati costretti a fare un ritiro affrettato per evitare di essere scottati o soffocati dai vapori riscaldati e soffocanti.
Alle 2.30 di notte il terreno sotto i nostri piedi tremava violentemente e, tra lampi di luce, un nuovo spacco si spalancò ai piedi del cono eruttivo, riversando un grande flusso di lava fusa, che sembrava calpestarci precipitosamente. Terrorizzati dall'improvvisa e inaspettata esplosione ci siamo ritirati il ​​più velocemente possibile, ma abbiamo trovato la nostra strada sbarrata dal flusso precedente, che era abbondantemente fuoriuscito.
Credendo d’essere completamente tagliati fuori, e temendo d’essere travolti dalla lava rovente o dalla scottatura di vapori irrespirabili, procedemmo a scalare la quasi perpendicolare scarpata del Somma. Fortunatamente, Lavis l'aveva scalata in un'occasione precedente, mentre studiava esposte dighe di lava, e siamo riusciti a raggiungere la sicurezza in una pietosa condizione di esaurimento.
Dalla vetta del Somma, ancora senza fiato, abbiamo assistito al grande spettacolo dell’eruzione. La lava sgorgò a ondate, tuonando come un mare tempestoso che esplode.” [12]
Foto scattata da Lavis

E’ poi Lavis a raccontare questa stessa e pericolosa avventura:
“Io e il Dr. L. Sambon, che era allora il mio assistente, eravamo quasi sopraffatti, il pericolo era molto reale e noi lo avevamo cercato come Semele che, volendo vedere Zeus in tutto il suo splendore, fu consumato dai fulmini.
Un compagno gradevole, il dr. L. Sambon, i cui allegri spiriti tiravano fuori il lato amichevole del Natura Italiana."
A Johnston-Lavis (e Flores, E.) dobbiamo le intriganti notizie ed ipotesi circa l’antico lago di Pianura e sulle ossa di un cervo in esso rinvenute, argomento che meriterebbe un apposito articolo [13].

Sempre sua è l’interessante relazione circa le “Osservazioni geologiche lungo il tracciato del Grande Emissario Fognone di Napoli dalla Pietra sino a Pozzuoli”.

Nel dicembre del 1894 Johnston-Lavis lascia l’Italia e si trasferisce nella Francia meridionale dove continua la sua attività medica e la sua passione per la geologia.
Verrà a Napoli saltuariamente, anche subito dopo l’eruzione del Vesuvio nell’aprile del 1906. Nel corso di questa grande eruzione sono rinvenute e descritte per la prima volta al mondo tre nuove specie: “bassanite”, “palmierite” e “chlormanganokalite”. Quest’ultimo minerale è esclusivo del Vesuvio ed è a Lavis che va il merito della sua scoperta [14].

Il 10 settembre 1914, in piena prima guerra mondiale e con parte della Francia occupata dai tedeschi, deve ritornare verso il sud del paese e, causa il blocco delle ferrovie, ricorre ad un trasferimento a mezzo auto. L’itinerario è tortuoso e lo chauffeur corre troppo; a Bourges, nel dipartimento di Cher, una gomma scoppia e l’auto esce di strada. Capovolgendosi colpisce alla testa Hanry che muore istantaneamente.
E’ questa la triste fine di una esistenza impegnata e utile che ancora aveva la prospettiva di molti anni fruttuosi; un uomo che non possiamo dimenticare e che, come detto da Sambon, meriterebbe una tavoletta a Napoli o Pozzuoli.

GIUSEPPE PELUSO

BIBLIOGRAFIA
Antonia Johnston-Lavis – Bibliography of the Volcanoes of Southern Italy - 1918
Massimo Russo – I minerali della grande eruzione vesuviana del 1906 - 2006
Gerald Hugo Rée – Pioneer of Tropical Medicine - 2017
Rosario Zanni – Mal’aria -
P. Gasparini – Scienziati ad Ischia -
W. L. Kirk, R. Siddall & S. Stead - The Johnston-Lavis collection -

martedì 1 luglio 2014

Frank Alvord Perret




Il vulcanologo Frank Alvord Perret
Nel 1907 telefonava alla Solfatara
Nei scorsi giorni la mia curiosità è attratta, in rete, da una vecchia foto che ritrae un gentiluomo, indubbiamente della “belle epoque”, impegnato in una telefonata che sembra effettuata con un moderno cellulare.

Man mano che leggo i commenti la mia attenzione scema... per poi risalire improvvisamente nell’apprendere che la foto è uno scatto del 1907 nella Solfatara di Pozzuoli.
I commenti continuano e come sempre spaziano in ampie divulgazioni.


Lo strano apparecchio è un vecchio geofono, ovvero un cornetto acustico, abbastanza comune fino allo sviluppo dei moderni apparecchi acustici elettrici. E questo altro non è che la preferita tra le tante invenzioni di Frank Alvord Perret; un semplice microfono a contatto, un ricevitore leggermente modificato da un telefono normale, montato su un vecchio sterno che è poi inserito all'interno di una lattina di benzina vuota e sepolto a sei metri di profondità nel fianco del vulcano. Il fissaggio del ricevitore su di un osso, in questo caso uno sterno animale, evita il diretto contatto con il ferro della lattina che lo contiene e a sua volta la lattina evita il diretto contatto con il sottosuolo.

 

Ma chi è F.A. Perret?

Anche su questo personaggio trovo ampie delucidazioni in rete.


Nato nel 1867 a Philadelphia, da famiglia agiata, sin da piccolo prova interesse per le scienze, studia fisica al Politecnico di Brooklyn ma non si laurea e diventa autodidatta ingegnere elettrico. Nel 1886, affascinato dagli sviluppi dell'allora nascente energia elettrica, fonda una sua società, la "Elektron Manufacturing Company". Intorno al 1895 mette a punto e brevetta un modello di motore elettrico per le industrie che da lui prende nome dandogli grande fama.

I suoi studi in questo campo gli valgono le attenzioni del grande Thomas Edison di cui diventa assistente per qualche tempo. Nei suoi laboratori progetta lo sviluppo di nuovi motori, dinamo e batterie.

In questo periodo fabbrica un primo modello di auto elettrica i cui esiti, colpa della scarsa autonomia delle batterie, non sono soddisfacenti.
A causa del ritmo di lavoro che s'è autoimposto Perret, nel 1904, ha un completo crollo nervoso; come conseguenza, lascia l'America per l'Europa e, dopo aver girato a lungo, si stabilisce a Napoli.
Qui conosce il professor Raffaele Matteucci, direttore dell'Osservatorio Vesuviano, che lo convince a diventare suo assistente. Perret abbandona definitivamente la sua attività per dedicarsi ad un meno faticoso e pericoloso impegno; studiare i vulcani attivi e le particolari caldere vesuviana e flegrea che così diventano i suoi campi preferiti di ricerca.
Assiste all'eruzione del Vesuvio del 1906 durante la quale scrive un numero infinito di appunti, scatta molte foto e presta soccorso alle popolazioni inermi. Guadagna così una menzione speciale, ed una medaglia che mostra sempre orgoglioso, da parte del re Vittorio Emanuele III.
                  

Durante l'eruzione, la più forte dal 1631, Perret e Matteucci utilizzano l'Osservatorio Vesuviano, un edificio costruito nel 1841 sul versante nord-orientale del Vesuvio, come loro base incuranti del pericolo.
Un giorno Perret è svegliato da una strana voce nel letto dell'osservatorio; sente un ronzio nell'orecchio a contatto con il cuscino ma, sollevando la sua testa, la voce scompare. Perret si alza e mette le sbarre di ferro del letto tra i suoi denti; ora può sentire un tremito continuo proveniente dal sottosuolo. Perret ha scoperto i tremori armonici, le continue vibrazioni che spesso precedono un'eruzione vulcanica, generati probabilmente dal rivoltarsi del magma all'interno del vulcano. Egli così li descrive: “Come il mantello di una caldaia in acciaio, l'intera montagna pulsa e vibra continuamente."

Alcuni giorni dopo il Vesuvio entra nella fase più attiva dell'eruzione.
Da questo evento scaturisce la sua intuizione e la sua principale invenzione che proverà concretamente nel 1907 alla Solfatara di Pozzuoli.

                      

In questa foto rielaborata si nota un cavo, di fronte al suo viso,  che collega il geofono a un altoparlante posizionato sul suo orecchio; nell'altra mano tiene un dispositivo di batteria o controllo. Si ipotizza che ci sia l’utilizzo di un microfono per amplificare le voci dalle viscere della terra a mezzo di uno strumento che sembra uno stetoscopio gigante.
Sempre in merito a questa foto “puteolana” non posso non riportare alcune considerazioni fatte relativamente al suo abbigliamento.
Un abito “da campo” con giacca, cravatta e un cappello di fantasia!
C’è da chiedersi che scarpe indossa Perret considerando la sporcizia e le rocce laviche che certamente sono dure e scivolose con le scarpe comuni. Non si può non sorridere vedendo vecchie foto di geologi che indossano il loro equipaggiamento degli inizi del ‘900.

Dopo l’eruzione Perret capisce che la vulcanologia è la sua vera strada.
Si stabilisce a Napoli per i 15 anni successivi, ma non smette di viaggiare. Nel 1910 segue l’eruzione dell’Etna e studia le Isole Eolie, nel 1911 è alle Hawaii dove fonda l’Osservatorio vulcanologico sulla caldera del Kilauea.
E’ poi in Giappone nel 1914 per l'eruzione del Sakuraijma, ed infine in Martinica per l'eruzione del Monte Pelèe.
Quando nel 1929 il Pelee sull'isola caraibica francese esplode Perret è uno dei primi geologi che visita il vulcano e nel contempo porta aiuto alle popolazioni, così come fatto in Italia.
Nei tre anni di attività vulcanica conduce numerose osservazioni e ricerche e nel 1930 costruisce una piccola capanna sulla cresta di Morne Lenard.
Qui un giorno è sorpreso da due flussi piroclastici, ma per fortuna resta illeso; suo unico rimorso è l'impossibilità di recuperare alcune sonde rimaste all'interno del flusso.

                                              

Studia l'isola e la montagna per i successivi dieci anni, anche se in modo discontinuo, e come al solito lo si osserva, durante le indagini sul campo, ben vestito, cappello di paglia e con baffi e barba alla Van Dyke. Nel 1932 fonda il museo vulcanologico di Saint-Pierre, che ancora oggi porta il suo nome, per educare la popolazione nativa e ricordare loro i pericoli di un vulcano attivo.
Nel 1937 riceve la cittadinanza onoraria dell'isola e da allora, ogni anno in suo onore viene celebrato un "Frank Perret Day".
Malato gravemente al cuore, già da tempo, Perret torna definitivamente in America nel 1940 e muore d'infarto a New York il 12 gennaio 1943.
Giuseppe Peluso
 


Bibliografia:
LEWIS, T.A. - Volcano (Planet Earth). Time-Life Books
LOCKWOD, JP & Hazlett, RW - Vulcani globali prospettive
Perret, FA - L'eruzione del Vesuvio del 1906. Washington
Perret, F. A. - L'eruzione del Monte. Pelée, 1929-1932.
Gidwitz, T.  - L'Eroe del Vesuvio
SMITH, J. -  Frank A. Perret 1867-1943 Carnegie Institution di Washington
http://historyofgeology.fieldofscience.com/listening-to-whispers-of-volcano.