domenica 17 marzo 2019

Il Carcere puteolano della Cava Regia


IL VECCHIO E IL NUOVO BAGNO PENALE 

DELLA CAVA REGIA DI POZZUOLI


Sfogliando il volume “Campi Flegrei Observations on the Volcanos of the Two Sicilies” di William Hamilton la mia attenzione è attratta, tra molte altre, dalla tavola XXIII [1].

Una gouache disegnata da Pietro Fabris che immortala un tratto della via Regia, attuale via Napoli tra Pozzuoli e Bagnoli, dove oggi s’innalza un muraglione di contenimento, in cemento armato. Esso è stato costruito dopo il 1970 per salvaguardare la strada dalla purtroppo verificatosi caduta di massi di trachite del Monte Olibano; rovinosi crolli hanno causato non poche vittime.
Dalla riferita tavola di Fabris si nota, ai piedi della collina dove ora c’è il muraglione, una fabbrica adibita a bagno penale; ovvero quartiere dei condannati ai lavori forzati utilizzati come cavamonti in questa petriera puteolana che sfrutta la trachite che conforma il Monte Olibano.

I bagni penali nascono alla fine de settecento, in coincidenza con la fine dell’utilizzo delle galee, quando non c’è più necessità di mano d’opera ai remi.
I detenuti sono adibiti al duro lavoro di estrazione dei blocchi di trachite e loro trasformazione, mediante taglio e sbozzatura. I blocchi più grandi sono trasformati in basoli stradali, in panchine, pezzi di incrostatura e i più piccoli in pietre per fabbriche murarie, scalini e rivestimenti. I pezzi non lavorati o di scarto sono utilizzati come scogli o scardoni e tutto il materiale è poi trasferito a mezzo barconi o bilancelle che approdano su improvvisate insenature ricavate sulla vicina e frastagliata linea di costa [3].

Per tutta la prima metà dell’ottocento è un continuo lamentarsi di detenuti, e degli stessi custodi, per le lacunose condizioni del carcere; freddo d’inverno e caldo d’estate, misere le condizioni delle latrine e dei dormitori superaffollati, totale mancanza d’igiene nella cucina e nella bettola gestita da un privato.
Come si nota dalla gouache gli spazi, che comprendono anche posti di guardia, sono ristretti e, causa l’addossamento alla collina e la vicinanza alla strada Regia, non passibili di ulteriori ampliamenti.
Poiché c’è sempre più richiesta di basoli e di scogli c’è anche necessità di aumentare il numero dei forzati, pertanto nel 1846 l’amministrazione borbonica progetta di trasferire il bagno penale in un vicino ma più adatto sito.

A tale scopo è scelto il primo pianoro disponibile in direzione della città di Pozzuoli, subito dopo la curva dove c’è il fortino e una edicola eretta nel 1571. Questa conteneva una lapide a ricordo dei difficili lavori di costruzione della Regia Strada in quel luogo che prima era accessibile alle sole capre.
Il nuovo carcere è costruito nella “parule” tra l’antico Bagno termale chiamato Subveni Homini ricostruito dai Padri Gerolomini nel 1737 e il medioevale ma scomparso Bagno termale di Sant’Anastasia, detta anche dell’Arena per la sorgente sgorgante proprio sulla sabbia.
Queste ultime acque saranno poi sfruttate da quelle che conosceremo prima come Terme Barone e poi Terme la Salute [4].

Non ho trovato tracce di descrizioni circa la quadratura e l’architettura dell’edificio carcerario che, pur essendo rimasto quasi identico nei suoi volumi, è oggi occultato alla vista di chi percorre la moderna via Regia (quel tratto oggi denominato Corso Umberto I) per i corpi di fabbrica frontali aggiunti nel novecento.
Lo schema dell’edificio è definito, nel gergo dell’architettura carceraria moderna, “auburniano” perché il primo carcere di questo tipo entra in funzione nel 1825 ad Auburn negli Stati Uniti. In Europa fino a tutto l’ottocento la scelta dei bagni penali ricade su vecchi conventi o fortezze ma in America, non esistendo queste tipologie di costruzioni medievali, le carceri sono costruite ex novo ed ancora oggi i piccoli penitenziari delle contee sono identici al carcere costruito a Pozzuoli.
Queste strutture ben si inseriscono nel contesto urbano e presentano una pianta ad “U”, all’interno della quale gli spazi sono organizzati in funzione degli ospiti e del concetto di lavoro cui sono destinarli. La pianta ad “U” è spesso chiusa sul quarto lato, quello frontale come a Pozzuoli, da grandi ambienti comuni che così vanno a delimitare e chiudere un cortile interno [5].

Ai piani superiori si accede da doppie scale ubicate sull’ala posteriore che immettono in vasti spazi destinati al passaggio collettivo. Nel contempo è ridotto lo spazio destinato al singolo detenuto che alloggia in ampi stanzoni in compagnia di numerosi altri condannati. Così l’ampiezza delle celle è svalutata dal gran numero di occupanti ma in esse è previsto che i detenuti rimangano solo per il riposo notturno, ed è questo il caso del carcere puteolano i cui ospiti giornalmente sono impiegati esternamente nella vicina cava di trachite.
Non sono presenti celle di punizione poiché nel caso sono i condannati sono inviati al penitenziario di Nisida che ben fornito di ambienti “correttivi”.
In questo tipo di costruzioni sono comunque ancora presenti vari elementi (come corte interna, aspetto possente, tromba scale esterne) chiari riferimenti sia al modello monastico sia al palazzo fortezza sia al moderno modello di fabbrica che sta sviluppandosi in piena rivoluzione industriale.

Da un documento del 1850 apprendiamo che esso è già in funzione poiché a Pozzuoli ci sono 140 detenuti nel bagno vecchio e 268 nel bagno nuovo; altri 684 sono poi a Nisida che ospita anche forzati preti.
Non si hanno molte notizie sull’uso di questo carcere, anche perché la sua utilizzazione gravita tra la fine del Regno delle Due Sicilie e l’inizio del Regno d’Italia. Certo è che subito dopo l’unità italiana Nisida e Pozzuoli diventano dei veri e propri super carceri perchè vi sono rinchiusi anche soldati arresosi a Gaeta e detenuti filo borbonici accusati di reati politici.
Qualche accenno lo si trova nel volume “Pozzuoli 1860/1863” di Maurizio Erto il quale riporta un rapporto dei Carabinieri del 27 giugno 1861 in cui si dice che i due bagni di Pozzuoli, ovvero Nisida (che allora apparteneva al Comune di Pozzuoli) e Petriera ospitano 357 galeotti. Un poco troppo, continua il timoroso rapporto, per una cittadina di 10.000 anime considerando che nella parte alta di Pozzuoli, ovvero nell’ex Convento di San Francesco, sta per entrare in funzione un terzo bagno penale che ospiterà altre centinaia di detenuti.
Il tutto è confermato dall’abate Giuseppe de Criscio il quale riferisce che nel 1862 il nuovo carcere detto di San Francesco (attuale penitenziario femminile) è dichiarato “Bagno Centrale” ed ospita 460 detenuti contro i 250 condannati al lavori forzati presenti nel bagno della Petriera sulla via Regia.

Numerose sono le evasioni o loro tentativi; il 3 maggio 1861 si verificano a Pozzuoli violenti tumulti, preludio ad un tentativo di evasione in massa sia dal vecchio che dal nuovo carcere. Questo è confermato dalla confessione resa dalla moglie di un condannato per furto; secondo la donna i motivi vanno ricercati nelle misere ristrettezze in cui vivono i servi della pena e il meschino salario che ricevono per il lavoro nelle cave.
Per un certo periodo sono sospese le uscite dei detenuti e sono intensificate le indagini per scoprire eventuali complici, specie tra i barcaioli di Pozzuoli, di Bagnoli e di Coroglio.
Da personali ricerche sono risalito al diario di Emile Theodule De Christen, un nobile francese che ha combattuto volontario nelle file delle truppe borboniche a difesa del suo ultimo Re Francesco II e infine arrestato, nonostante la promessa di amnistia rilasciatagli contro la deposizione delle armi. Mi riprometto al più presto di riportare sul mio blog la sua interessante e disinteressata esistenza.
Al processo, come da copione, De Christen, che è nel carcere napoletano di Santa Maria Apparente da oltre un anno, è definitivamente condannato a dieci anni di galera e la sua prima destinazione è il nuovo bagno penale di Pozzuoli; leggiamo direttamente il suo diario [6]:


«Giovedì 15 gennaio 1863 - II Capo Custode della prigione di Santa Maria ci risvegliò e ci ordinò di alzarci avvertendoci che alcuni gendarmi ci aspettavano per condurci alla galera. Chiesi di vedere il console di Francia, ma mi fu negato; e avendo io fatto osservare che il sig. de Bellègue avea domandato di essere avvisato in caso di nostra partenza, mi si rispose che il console francese e la Francia non aveano a veder nulla in questo affare.
I sigg. Caracciolo, De Luca e me scendemmo nella sala di aspetto dove un maresciallo d'alloggio di gendarmeria venne per istringerci i polsi nelle manette. E queste ci furono strette con tanta violenza da farne spicciare il sangue dai pugni.
Fummo condotti sulla strada di Pozzuoli, a piedi, tutti e tre legati. Il maresciallo d'alloggio ci consentì di prendere una vettura a nostre spese, e ci fé' accompagnare da gendarmi a Cavallo. Nel mentre attraversavamo il villaggio di Fuor-di-Grotta, la popolazione si fece sul nostro passaggio e ci dimostrò francamente la più viva simpatia. La scorta ebbe il rinforzo di due gendarmi nell'uscire dal villaggio; vedette a cavallo perlustravano la via a brevi distanze, ma ciò non impediva ai contadini di correrci incontro e salutarci.
Arrivati a Pozzuoli, fummo condotti nel cortile del bagno. Un forzato portò tre catene del peso ciascuna di cinquanta libre, dicendomi che bisognava che ci facessimo mettere i ferri. Il primo fu Caracciolo, venne quindi la mia volta, per ultimo fu De Luca. Le catene ci furono ribadite ai piedi. Durante l'operazione un colpo di martello caduto in falso pestò il piede di de Luca. Fummo poscia spogliati di tutti i nostri abiti e ci si perquisì in modo ributtante e finalmente fummo collocati entro celle poste all'ultimo piano della galera.»

[Il regolamento di disciplina prevede varie lunghezze per le catene che vanno da sei fino a diciotto maglie per quelle che servono ad accoppiare a due a due i forzati. Vari erano i pesi che potevano arrivare, come visto sopra, a cinquanta libbre, ovvero oltre ventisei chilogrammi]

«Venerdì 16 gennaio 1863 - Abbiam passato una notte spaventosa; nella mattina, l'officiale contabile del bagno ci fece discendere a turno per fare la nostra toletta. Io scesi per primo; mi furon tagliati i capelli, i baffi, e fui rivestito del costume di forzato, abito e beretto rosso, pantalone e cappotto color cioccolatte. Lo stesso fu fatto a Caracciolo e De Luca.
In quel momento arrivò il padre di Caracciolo: la sua vista ci cagionò una profonda impressione. Il povero vecchio non potè ratte-nere le lagrime, e noi ci sforzammo di nascondergli la nostra emozione per non aumentare la sua. Dopo essersi trattenuto un'ora il signor Caracciolo fu obbligato ad abbandonarci, e noi fummo ricondotti nelle nostre celle.

Sabato 17 gennaio 1863 - Alle cinque del mattino, i custodi vennero a prenderci, annunziandoci che dovevamo essere trasportati al bagno di Nisida. Mi furono tolti i ferri per rimettermeli subito dopo, e fui attaccato alla stessa catena di Caracciolo.
Durante questa operazione che fu fatta al fioco lume d'una lampada mancò poco non mi fosse spezzata una gamba. De Luca è ugualmente attaccato alla nostra catena, locché triplica il peso de' nostri ferri. Domandammo di prendere una vettura: ci fu ricusata e ne fu giocoforza fare a piedi la strada e incatenati. L'anello ribadito alle nostre gambe ci ferì crudelmente.»

Intanto nel 1866 la legislazione italiana sanziona l’abolizione delle condanne ai lavori forzati ma i bagni penali, come quello di Pozzuoli, continuano ad operare specialmente con condannati per motivi reazionari o militari.
In questo anno il Regno d’Italia conta ancora ventiquattro bagni penali marini, cinque “centrali” e diciassette “succursali o diramatori” con una popolazione di oltre undicimila forzati. Dal bagno centrale di Pozzuoli, ovvero quello di San Francesco, dipendono quello sulla via Regia (ora definito vecchio), quello di Nisida, quello del Granatello, quello di Procida, quello di Gaeta e quello di Santo Stefano; con un totale di 4.572 forzati.
Ancora nel 1876 i detenuti che scontano la pena dei lavori forzati sono attribuiti alla competenza dei Tribunali Militari della Marina e solo nel 1891 l’onorevole Zanardelli annuncia l’emanazione di un nuovo ordinamento giudiziario abolendo del tutto i bagni penali.
A questo punto il carcere puteolano della via Regia diventa inutilizzabile non essendo ne molto capiente e tanto mena sicura per essere ubicata in un quartiere che si sta urbanizzando e trasformando in zona termale.
La struttura è pertanto donata alla Basilica di Pompei che ne dispone la trasformazione quale casa dei pellegrini [7].

C’è l’intenzione di utilizzarla come casa di accoglienza per tutti gli infermi che, non avendo possibilità economiche, vogliono recarsi a Pozzuoli per usufruire delle cure praticate dai locali stabilimenti termali. In pratica una moderna riedizione del Medievale Ospedale di Santo Spirito a Tripergola e il carcere sulla via Regia, per la sua stessa conformazione, ben si presta a questo nuovo utilizzo. I cameroni sono adattati a dormitori maschili, quelli al primo piano, e femminili quelli al secondo; sono riammodernate cucine, refettori e medicheria; sono inoltre riadattate le aree scoperte (cortile interno e cortile anteriore) che ben si prestano a piacevoli soste durante le necessarie pause tra un bagno e l’altro praticato dalle adiacenti terme [8].

Sembra che tale utilizzazione sia stata di breve durata e ai primi del novecento la struttura è venduta a privati e trasformata in civili abitazioni.
Nel cortile anteriore, che immette direttamente sulla via Regia, è costruito un nuovo enorme edificio costituito da tre corpi di fabbrica composti, ognuno, da cinque livelli (uno seminterrato, uno rialzato e poi primo, secondo e terzo piano). Così l’intero complesso, che con questi lavori assume un armonico aspetto in stile Liberty, è riconosciuto come “Palazzo Cosimato” [9].

L’ultima notizia letteraria su questo edificio ce la fornisce lo storico puteolano professor Raffaele Giamminelli nel suo articolo dedicato a ’u pazz’ Acìto:
«Umberto Acìto, intelligentissimo e vivace giovane, era laureato in chimica e fu per diverso tempo fidanzato con Elvira Spadaccini (Pozzuoli, 06 giugno 1909 - Napoli, 14 ottobre 1997), valente professoressa di matematica nei licei statali, che abitava nel “palazzo Cosimato” (ex carcere), poco lontano da casa Acìto, verso la località Gerolomini.» [10]

Mi rendo conto che le notizie fornite sono parziali e qualcuna forse anche errata, ma il mio blog è aperto a chiunque intenda collaborare e sarò ben lieto di modificare e riportare qualsiasi notizia mi sia gentilmente comunicata.

GIUSEPPE PELUSO


REFERENZE
Teresa Bruno – Storia del Carcere
Theodule E. De Christen - Diario di un soldato borbonico nelle carceri italiane
G. De Criscio – Storia Cronologica
Maurizio Erto - Pozzuoli 1860/1863
Achille Mauro – Il Bagno Penale della Petriera di Pozzuoli