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venerdì 10 ottobre 2025

Le origini di Dicearchia

 


C’ERA UNA VOLTA DICEARCHIA – LA CITTA’ DEL GIUSTO GOVERNO

UN PICCOLO INSEDIAMENTO DEGLI ESULI DI SAMO

 

Le notizie sull’esistenza di Dicearchia provengono principalmente da due fonti classiche; lo storico greco Polibio e il poeta romano Gaio Lucilio.

Se mettiamo in dubbio i loro scritti, in merito a quanto riportano sulle origini della nostra città, dovremmo poi diffidare delle altre loro preziose cronache. Per il greco Polibio, che su Dicearchia riporta testimonianze orali di antiche tradizioni greche, dovremmo mettere in dubbio tutto quanto ha poi scritto in merito alla storia di Roma del periodo repubblicano. Per il romano Lucilio, che su Dicearchia riporta notizie apprese da antichi testi greci andati persi, dovremmo mettere in dubbio tutti i riferimenti storici cui accenna nelle sue opere.

Tuttavia la quasi totale assenza di testimonianze archeologiche greche a Pozzuoli, pur tenendo conto delle enormi trasformazioni dei luoghi causate dalla natura vulcanica, dal bradisisma e dalla profonda opera di risistemazione che il luogo ha dovuto subire, pone seri dubbi sulla consistenza e la durata dell'insediamento samio.

In ogni caso esso deve essere stato di limitate dimensioni e Dicearchia non dovrebbe aver mai avuto statuto di città. La tradizione dominante vuole che sia stata fondata intorno al 530 a.C. da un gruppo di esuli Sami che le danno quel nome col quale è conosciuta dalla storiografia greca. Un'altra tradizione, più recente, vuole invece che Dicearchia sia stata solo un porto (epìneion) dei Cumani.

La contraddizione tra queste due notizie è solo apparente. E’ molto probabile che i Cumani abbiano impiantato uno di quegli scali che, come Partenope e Miseno, garantisca loro il controllo del Golfo di Napoli.

I Sami sarebbero apparsi sulla scena in un secondo momento dando alla località il nome di Dicearchia “La città del giusto governo”, e questo per commemorare le circostanze del loro stanziamento motivato dall'affermarsi di un ”ingiusto governo” tirannico nella patria che hanno dovuto abbandonare.



Naturalmente l’esodo da Samo non è stato di massa, come molti puteolani oggi immaginano; sarà stata la fuga di una “elite” di possidenti e politici contrari al sistema instaurato con prepotenza dal tiranno Policrate. Analogamente il filosofo Pitagora, anche lui un possidente di Samo, lascia l’isola per motivi politici in quanto non approva la tirannide di Poilicrate.

Personalmente mi piace paragonare gli esuli di Samo ai Padri Pellegrini che nel 1620 sbarcano in Nord America e fondano una colonia di puritani. Ad abbandonare l’Inghilterra, e imbarcarsi sul Mayflower, sono solo in 102 (52 uomini, 18 donne e 32 bambini); durante il viaggio molti si ammalano e alcuni muoiono, ma i superstiti portano con loro sani principi di democrazia.

Tradizione vuole che i Padri Pellegrini mettano piede per la prima volta in America nel sito dove si trova la Roccia di Plymouth (nome dato in ricordo del porto da cui sono partiti) ma, non essendoci oggi visibili evidenze architettoniche, non ci sono prove storiche che lo confermino. Eppure questa cittadina e questo avvenimento rivestono un ruolo essenziale nella tradizione e nella storia degli Stati Uniti d’America.

Come i Padri Pellegrini scappati dal Regno d’Inghilterra così un gruppetto altrettanto eseguo di coloni sami scappa dal Regno di Policrate. Nonostante questo re-despota porti l’isola al massimo splendore artistico e culturale, governa Samo con tirannia allo scopo di ottenere la supremazia sull’intero Egeo.

I fuggiaschi, forse pochi e su di una sola nave come sarà poi per il Mayflower, approdano in terra flegrea e con il consenso di Cuma fondano la città di Dicearchia.

Data l’esiguità dei fuggiaschi, dopotutto a Samo ci si vive bene e son pochi i dissidenti di Policrate, e data la breve durata della colonia, oggi non esistono tracce del suo insediamento.

Probabilmente anche Dicearchia, come il primo insediamento dei Padri Pellegrini americani, è stato un piccolo borgo e, contrariamente a molti altri insediamenti greci radicati su ambiti promontori, è stato eretto in riva al mare.

Quasi certamente a ridosso del molo a formare un piccolo borgo fortificato; proprio come esisteva nella natia Samo.

Dove sono oggi i suoi resti?

Sommersi, per effetti bradisismici, e probabilmente appena visibili nel 215 a.C. quando, per evitare che Annibale se ne impadronisse, i romani fortificano quella rocca che sarà il cuore della Puteoli imperiale.

L’attuale fase ascendente, fonte di danni ed ansie, potrebbe un domani svelare le nostre origini.



GIUSEPPE PELUSO

Articolo pubblicato inizialmente ad aprile 2025 su:

"Segni dei Tempi"


martedì 16 gennaio 2024

Il Posto di Blocco Costiero di Varcaturo

 Il Posto di Blocco Costiero “Alfredo”
A difesa del quadrivio di Varcaturo

 

Coloro che provenienti da Licola percorrono via Madonna del Pantano noteranno alla loro destra, poco dopo la vicinale Torre degli Incurabili e pima dell’incrocio con via Ripuaria, uno stano manufatto listato con bande trasversali in bianco e nero.

Si trova proprio sul ciglio stradale che in quel tratto manca di marciapiede ma in compenso risulta delimitato a nord da metallico guard rail ed a sud da tufaceo muretto.

E’ composto da un blocco cementizio alto poco più di un metro e mezzo, lungo più di due metri e largo circa un metro; è fornito di fondamenta sotterranee ed al centro, solo lato strada, presenta uno scasso che dall’alto scende fino a poco meno di mezzo metro dal livello stradale [1].

 


Questo manufatto è quanto resta di un Posto di Blocco Costiero approntato nel corso della Seconda Guerra Mondiale dalle truppe italiane impegnate nella difesa della fascia litoranea.

 

Dalla fine dell’anno 1941 lungo tutte le coste italiane si inizia a costruire tutta una serie di strutture utili a respingere o contenere un eventuale sbarco di truppe nemiche.

Queste strutture comprendono:

 

Posti di Osservazione Costiera (P.O.C.), composti da strutture singole spesso di "riciclo", come antiche torri, che vengono riutilizzate per l'avvistamento delle forze nemiche provenienti dal mare. I P.O.C. sono generalmente presidiati da un piccolo gruppo di soldati dotati di armi leggere e dei mezzi necessari per trasmettere l'allarme ai comandi superiori.

 

Caposaldi di Contenimento Costiero (C.C.C.), costruiti direttamente sulla costa, composti da più strutture, in cemento armato, unite tra loro in modo da formare un unico campo trincerato e fortificato che hanno il compito di impedire lo sbarco del nemico. Sono dotati di una grande varietà di armi che comprendono artiglierie antinavi a lunga gittata; artiglierie di medio calibro da utilizzare contro mezzi da sbarco o corazzati; armi automatiche atte a spazzare la spiaggia dopo un eventuale sbarco.

 

Caposaldi di Sbarramento Costiero (C.S.C.), composti da più strutture e postazioni vicine ma non sempre tra loro collegate, che hanno il compito di impedire la penetrazione del nemico verso l'interno del territorio dopo lo sbarco. Spesso sono camuffate come civili abitazioni; sono dotate di armi controcarro e generalmente si trovano lungo importanti snodi stradali e ferroviari.

 

Posti di Blocco Costiero (P.B.C.), composti da semplici ostacoli e strutture che hanno la funzione di rallentare l'eventuale penetrazione del nemico. Sono posti lungo le vie di comunicazione, che dalle coste portano verso l'interno, e dispongono di poche postazioni e centri di fuoco [2].   

 


La struttura di Varcaturo è ciò che resta di un P.B.C. che, come tante suoe similari, è stata realizzata nel punto più importante di una rotabile adiacente e parallela alla costa. Per punti «più importanti» delle rotabili suddette si intendono i punti in cui dalle arterie costiere si staccano quelle che penetrano nell’interno del territorio.

I posti di blocco costieri hanno il compito di sbarrare il passo a nuclei avversari che, essendo per avventura riusciti a sbarcare, tendessero a località, stabilimenti e caserme, o semplicemente a penetrare all’interno del territorio.

Questo di Varcaturo, realizzato all’importante quadrivio dove via Ripuaria, proveniente dall’Agro di Giugliano, incontra via Madonna del Pantano, proveniente dall’Area Flegrea, serve a bloccare chiunque tenti di raggiungere il capoluogo campano e le sue importanti zone industriali. 

I P.B.C. hanno altresì il compito di riconoscere tutti coloro che vi transitano e per questo sono presidiati da nuclei muniti di armi automatiche ed attrezzati con manufatti che obblighino materialmente i veicoli ad arrestarsi.

Principalmente sono costituiti da un grosso manufatto in cemento armato, realizzato per gran parte sulla strada, con la finalità di restringerne la carreggiata; esso possiede muri sfasati a baionetta muniti di feritoie attraverso le quali possano far fuoco mitragliatrici e cannoni anticarro.

Questo sbarramento termina, verso centro strada, con un grosso blocco cementizio munito di scasso su cui poggiare, in caso di necessità, grossi travi in legno, o spezzoni di binario, per sbarrare la strada. Queste travi dall’altro lato poggiano su di un similare blocco di cemento posto nella carreggiata opposta.

Davanti al caposaldo sono piazzati sbarramenti in filo spinato (cavalli di frisia), denti di drago (per bloccare i mezzi corazzati) o perlomeno grossi massi aventi la stessa funzione [3].

 


Di giorno e per il traffico ordinario il varco stradale lasciato a lato del manufatto è chiuso con una barra a braccio mobile [4].

 


Le grosse sbarre antisfondamento sono montate dal tramonto all’alba; di giorno solo in caso di nebbia e di allarme.

Grosse bande in bianco e nero, dipinte sul muro esterno con una inclinazione di 45°, hanno la funzione di rendere visibile l’ostacolo per la normale circolazione stradale.

 

Il personale vigila non solo sulla rotabile, ma in un certo raggio a lato di essa ed esercita le sue funzioni con decisione ed energia; come da disposizioni impartite niente dimestichezza con la popolazione, ma intimazione a distanza, grinta dura e intonazione di comando.

Salvo che non abbia palesemente a che fare con il nemico, il personale dei posti di blocco non apre il fuoco se non dopo le intimazioni regolamentari [5].

 


La “XXXII Brigata Costiera” con sede a Villa Literno ha il compito di vigilare sul tratto di costa che va dalla foce del Garigliano alla foce dell’Alveo di Licola, pertanto ha competenza anche su questo Posto di Blocco che ha denominato “Alfredo” (i posti di blocco dipendenti da questa grande unità hanno nomi di uomini ed iniziano con la lettera “A”).

Nella classificazione dell’epoca risulta costruito lungo l’Alveo dei Camaldoli all’altezza del Ponte di Varcaturo ed il comando vi ha destinato trenta uomini, appartenenti al LXXIX Battaglione a sua volta parte del 16° Reggimento Costiero, che dispongono di due cannoni controcarro e di un mitragliatore, oltre alle armi individuali. Probabilmente questi uomini presidiano pure qualche Casamatta in calcestruzzo (bunker) e postazione circolare infossata (tobruk) delle immediate vicinanze, ad oggi non più visibili.

Poco più a nord, presso il ponte sulla foce del Lago Patria, è stato realizzato un altro Posto di Blocco Costiero denominato “Adriano” [6].

 


Sulla litoranea di Ischitella è quasi completato il Caposaldo di Sbarramento Costiero denominato “Agrigento” (i caposaldi dipendenti dalla “XXXII Brigata Costiera” hanno nomi di città che iniziano con la lettera “A”).

Lungo la costa, verso sud, sono stati realizzati il grande Caposaldo di Sbarramento di Cuma denominato “Brescia” e quello di Torregaveta denominato “Biella”.

All’interno, verso la piana campana, si trovano i Caposaldi di Contenimento di Licola Borgo, Grotta dell’Olmo, Rotonda di Maradona e Qualiano denominati, rispettivamente, “Bari”, “Bolzano”, “Bologna” e “Benevento”; sempre nomi di città ma con iniziale la lettera “B” perché dipendenti dal “Comando Difesa Costiera Porto di Napoli”.

Al quadrivio di Arco Felice troviamo poi il similare grande Posto di Blocco Costiero denominato “Bernardo” [7].

 


Fino a settembre 1943 tutte queste postazioni non sono interessate da operazioni belliche e le truppe italiane dipendenti dal Comando Difesa Costiera sono impegnate solo in continue esercitazioni, come quelle eseguite in provvisorie trincee, scavate nella sabbia del litorale Domizio cui fa da sfondo l’Acropoli di Cuma [8].

 



Il temuto sbarco alleato sarà effettuato a Salerno e questa postazione, come tutte le altre, sarà abbandonata dai reparti italiani in seguito allo sbandamento susseguente all’armistizio dell’otto settembre.

I tedeschi, che stanno ritirandosi dal fronte di Salerno e dall’auto liberatasi città di Napoli, proprio in questa zona allestiscono la loro linea difensiva “Anni” che si stende dalla foce del Lago Patria fin verso la grande pianura campana passando per Qualiano, Marano, Calvizzano, Giugliano, Melito, Grumo, Cardito e Acerra.

La Wehmacht su questa linea, oltre ad appoggiarsi a barriere naturali quali il Lago Patria, il Canale dei Camaldoli, i Regi Lagni, etc, si installa in tutti i caposaldi e le postazioni difensive abbandonate dagli italiani [9].

 


Il quattro ottobre, presso questo Posto di Blocco, è ucciso Giovanni Bovenzi di Cancello Arnone; un soldato tedesco lo spara alla fronte mentre sta recandosi a casa della sorella in Contrada Campanariello.

Il sei sono uccisi a colpi di mitra i fratelli Francesco e Domenico Grasso di Giugliano incappati in una pattuglia tedesca nel mentre cercano di procurarsi dei cavalli per trasportare delle mele da Varcaturo a Qualiano.

E’ intenzione tedesca difendere questo fronte fino al quattro di ottobre per poi ripiegare verso la linea “Viktor” che inizia alla foce del fiume Volturno, raggiunge gli appennini e il corso del fiume Biferno, per arrivare all’Adriatico nei presso di Termoli.

Questa ulteriore linea è da difendere a sua volta almeno fino al 15 ottobre per consentire al grosso delle truppe di attestarsi lungo la più fortificata linea “Gustav” che, partendo dalla foce del Garigliano, attraverso Cassino e gli Appennini, arriva all’Adriatico [10].

 




Partiti i tedeschi arrivano gli alleati che nello stesso autunno, in previsione dell’assalto anfibio ad Anzio, utilizzano questi luoghi per l’addestramento di diverse loro unità in quanto geograficamente simili alle zone di sbarco; per di più vi si trovano anche bunker e postazioni difensive costiere simili a quelle che incontreranno nell’agro pontino.

Inoltre gli alleati, per migliorare la catena dei trasporti diretta al fronte fermo a Cassino, sulla linea Gustav, provvedono ad ampliare e migliorare una stradina che dal bivio sud di Ischitella porta a Parete; ancora oggi questa strada è chiamata “Via degli Americani”.

 

A guerra terminata le strutture in calcestruzzo di tutti i Posti di Blocco sono smantellate in quanto, essendo state realizzate sulla carreggiata delle arterie con l’intento di restringerle, costituiscono un grosso problema per la ripresa della circolazione stradale.

Pertanto in giro si ritrovano, in gran parte ancora integri, molti bunker appartenuti ai vari Caposaldi di Sbarramento ma è raro trovare qualche resto di quelli che furono i Posti di Blocco.

Quello di Varcaturo, anche perché ricadente lateralmente oltre la carreggiata, è ancora al suo posto; muto testimone di una tragedia che ha sconvolto questa pacifica località della “Campania Felix” [11].

 


 

  

REFERENZE

S. Pocock – Campania 1943 – 2009

N. Ronga – I Comuni a Nord di Napoli - 2020

G. Peluso – Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice - 2011

I. Insolvibile – Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia

 

GIUSEPPE PELUSO – GENNAIO 2024

lunedì 12 marzo 2018

Uccisione del Maiale


L’UCCISIONE DEL MAIALE
Nella tradizione delle campagne flegree

Nei giorni scorsi ho inviato ai figli di Franco Di Bonito, un carissimo amico recentemente scomparso, la richiesta di eventuali vecchie foto della Masseria che la loro Famiglia possedeva in località Sciarrera, tra l’Averno e Cuma.
Franco, fratello scout [1] ed amico di una gioventù ormai lontana, appena laureato e sposato si trasferisce a Somma Lombardo. 

Qui nascono i suoi figli e, al termine di una prestigiosa carriera culminata con la presidenza di un importante plesso scolastico, ha goduto pochissimo della meritata pensione.
Da ragazzo sono stato numerose volte nella sua antica Masseria ma allora ignoravo che essa sorgesse sui ruderi di una imponente villa romana trasformata poi, nel corso del medioevo, in “ricietto fortificato” munito di torre circolare con base scarpata. Incuriosito dalle rilevanze archeologiche, ho richiesto agli eredi eventuali foto di Famiglia scattate in questo luogo.
Il figlio Renato mi ha gentilmente inviato alcune istantanee, conservate tra i ricordi di famiglia, che, pur mostrando ben poco dei ruderi cui sono interessato, si sono svelate oltremodo intriganti nel testimoniare un rito contadino altrettanto antico: l’uccisione del maiale.

Queste foto mi riportano dietro nel tempo quando, fino ai primi anni sessanta dello scorso secolo, lo stesso rito, considerato allora una festa gioiosa, si celebrava pure nella natia Villa Maria alla Starza [2].

Fino a quell’epoca il maiale (‘o puorco) è allevato in modo artigianale in tutte le campagne flegree e non può mancare nell’altrettanto antica Masseria alla Starza dove viene custodito in un locale che dista poche decine di metri da dove sono nato.

Il porcile, che nei vecchi “istrumenti” che conservo è definito “locale ad uso neri” (perché custodiva la razza suina di colore nero ora quasi scomparsa) in passato si trovava direttamente sul retro del cellaio e della casa colonica dove era pure addossato il “locale ad uso cavallini”.
Poi dalla metà dell’ottocento entrambi i locali sono spostati, unitamente al forno, nella zona delle stalle, al confine con l’antico mulino ad acqua; praticamente dove io lo ricordo e dove tutti lo chiamavamo “casariello”; per distinguerlo dal casone che costituisce la dimora dei contadini.
Si tratta, come ben definito dal suo stesso nome, di un piccolissimo locale angusto e basso in cui l’animale si ripara per le notti e per le intemperie.
Questo “casariello” è dotato di una scalcinata porticina a vento che, mossa dalla stessa forza d’inerzia dell’animale, immette in un ridotto recinto esterno delimitato da bassa muratura e munito di una piccola vasca di fabbrica in cui si versano i pasti [3].

Qui il maiale trascorre gran parte del giorno e qui si trova una ulteriore porta, anch’essa scalcinata, che funge da ingresso all’intero porcile.
Allevatori del maiale sono i coloni ai quali i proprietari del fondo hanno nel tempo affidato la conduzione della Masseria dietro pagamento di uno “staglio” annuale. Nel Territorio alla Starza si sono avvicendate, dalla metà del settecento ai primi anni sessanta del novecento la Famiglia Daniele con sei generazioni, la Famiglia Monaco con tre generazioni ed infine la Famiglia Biclungo anch’essa con tre generazioni.

Proprio i Biclungo nel corso dell’ultima guerra, spinti dalle “necessità” hanno “inciarmato” una cucina casareccia principalmente per i marinai dei sommergibili, fermi per riparazioni presso il molo della vicina Ansaldo, che dormono nelle aule di quella che è stata la “Scuola Marittima” collocata nella stessa Villa Maria.
Gli avventori siedono su sgabelli attorno ad un paio di traballanti tavolini dispiegati nel cortile, nei mesi caldi, o nel cellaio, nei mesi più freddi.
Ai marinai, cui ben presto si aggiungono quelli di guardia al nuovo oleodotto che collega, attraversando anche lo stesso Territorio della Starza, le zone portuali (Molo Caligoliano e Molo Armstrong) con i Depositi di Nafta (Via Campana, Via Celle e Via Vigna), è offerto un pasto frugale ma genuino con vino e prodotti derivati dalla coltivazione e dall’allevamento proprio.
All’inizio del 1943 ai marinai italiani si aggiungono militari tedeschi che sempre più numerosi sono dislocati nei Campi Flegrei; all’accantonamento del Fusaro, all’Albergo dei Cesari di Lucrino, nella dirimpettaia “Ansaldo Artiglierie” [4].

A loro, con una cordiale fraternità d’armi incoraggiata dal regime, i Biclungo mostrano orgogliosi il loro cellaio con le botti contenenti “Per’e Palummo” e “Aglianico”; mostrano gli insaccati e il lardo appeso, e con autocompiacimento ancora maggiore mostrano il “casariello” con il maiale che sta venendo su molto bene; li invitano alla festa che gli faranno il prossimo inverno.
Dopo l’otto settembre gli amici diventano nemici e gli stessi vecchi avventori tedeschi si ripresentano a Villa Maria; con la violenza portano via tutto quanto custodito nel cellaio e lo stesso maiale.
I coloni, forti della loro amicizia che hanno creduto inossidabile come il “patto” che unisce le loro due Nazioni, non hanno voluto nasconderlo, come loro suggerito, al di là della recinzione che divide il fondo con il confinante terreno dei Mirabella; un giardino interno occultato alla strada e ad occhi indiscreti.

Ma tutto passa, la vita riprende, e nel dopoguerra per noi ragazzi il maiale, ritornato ad essere allevato, costituisce una attrattiva irresistibile nonostante il deterrente costituito dal suo tremendo fetore che appesta gli immediati dintorni.
Quando è possibile raggiungerlo, dopo aver evaso la vigilanza di genitori e coloni, ci arrampichiamo ai bassi muretti del recinto per meglio guardarlo e, se per caso è all’interno del “casariello”, lo attiriamo fuori con qualche foglia o qualsiasi altra cosa che possa apparire per lui appetibile.
Una volta uscito nel cortiletto il porco è sempre fatto oggetto di lancio di pietre, legna e altro che sia a nostra portata di mano fino a che le nostre grida ed i suoi grugniti non richiamino l’attenzione degli adulti.
Ricordo la fetida poltiglia, di fango ed escrementi, che copriva sia il recinto esterno che l’interno del casotto; intruglio in cui il maiale sguazzava e poi, cosa strana che attirava la mia curiosità, la presenza di una stretta striscia non dico pulita, ma quasi senza fango, dove l’animale dormiva.
Il porco è nutrito con un pastone di crusca e grano turco e lo si abbevera con l’acqua sporca con cui si lavano piatti e recipienti agricoli; comunque mangia di tutto e gli si porta qualsiasi avanzo organico della cucina.
Fino all’avvento dei frigoriferi casalinghi d’estate, almeno nell’Italia meridionale, non si mangiava carne del maiale che pertanto era macellato solo nei mesi freddi. La sua uccisione seguiva un antico rito della cultura contadina flegrea ed era festa gioiosa e occasione di socializzazione con la partecipazione dell’intera famiglia patriarcale, di compari, di amici e di vicini.

Ricordo che fin dall’alba tutto il complesso colonico è messo in agitazione e la povera bestia è prelevata dai coloni maschi con l’aiuto di parenti. E’ di già spaventata perché vede molte figure sconosciute e non vede arrivare il solito pastone fumante. Legata con una corda è trascinata di forza fuori dal porcile dove inizia una lunga processione con in testa il patriarca Domenico Biclungo (detto “Menechiello”) ed in fondo noi bambini. Si attraversa il breve viale occidentale che conduce alla stalle, l’intero cortile che fu l’aia dell’antica masseria e l’animale è condotto all’inizio del lungo viale orientale dove già bolle un enorme pentolone d’acqua [5].

Al centro del viale si trova, capovolto, il più grosso tino del cellaio, il suo fondo originario va a formare un largo ma basso tavolo che ora sembra una “ara cerimoniale” su cui sacrificare il nostro maiale.
Con sforzo sovrumano tutti gli uomini presenti, escluso “Menechiello” che li guida, cercano di sollevare il porco sul tino; la fatica è enorme e le voci diventano concitate. I maschi iniziano a imprecare, più bestemmiano e più il porco emette acuti grugniti; questo spettacolo genera, nei bambini tenuti a debita distanza, curiosità e timore.
Quando il porco è finalmente sul tino inizia la parte più cruente, tutti gli uomini tentano di bloccarlo; quattro ne trattengono le zampe che si agitano, altri due il dorso per evitare che dia spallate, uno la testa e l’ultimo lo sgozza recidendo la giugulare. A questo punto si sentono ancora più irriferibili imprecazioni degli uomini e tremendi lamenti del maiale che sta morendo [6].

Poi, col passare dei minuti, sia i latrati dell’animale che le imprecazioni degli uomini diventano sempre più deboli fino a cessare del tutto, a questo punto sopraggiunge, per qualche istante, un rispettoso assoluto silenzio; solo allora noi bambini riadattiamo le orecchie a riascoltare e gli occhi a rivedere.
Davanti a noi la Rosina, l’anziana moglie del patriarca, avanza verso il tino sorreggendo un ampio recipiente e questo, tenuto basso sotto la gola dell’animale morente, ne raccoglie il sangue; a tutti sembra rivedere la Santa Donna che ai piedi della croce, in un calice, raccoglie il sangue che sgorga dal costato.

Il sangue raccolto è poi filtrato e versato in apposita pentola, andando così a costituire un essenziale componente per un dolce tradizionale: il sanguinaccio; la prima utilizzatrice di questo fluido è la mia stessa mamma che, rimestandolo con cacao e spezie, ne fa una delizia oggi vietatissima.

Dopo averlo sgozzato e dissanguato un giovane nipote del Biclungo, non ricordo se “Mimì” o “Gennarino”, inizia a bagnare ripetutamente la pelle del maiale con l’acqua bollente, prelevata dal fumante grosso pentolone. Quindi si procede alla spelatura con grossi coltelli che, unitamente a quelli che poi serviranno per il taglio delle pezzature, sono stati preventivamente fatti affilare dal “molaforbice” ambulante che nella precedente settimana si è soffermato a lungo nel cortile di Villa Maria.
Questa raschiatura, operata dalle mani rugose ed esperte degli uomini, attira la curiosità di noi bambini che ora ci avviciniamo e osserviamo senza più timore il “depilè” che l’inerme suino sta subendo.

Dopo si praticano precisi tagli sugli arti posteriori per infilare tra i tendini un resistente asse di legno di quercia leggermente arcuato ed intagliato alle estremità. Tale attrezzo gelosamente conservato allo scopo per tutto il resto dell’anno, e che significativamente è chiamato “croce” dai nostri coloni, permette di agganciare le zampe e appendere il maiale al primo albero sulla sinistra del viale; ultima operazione questa che richieda la forza congiunta di più persone.
L’albero è un vecchio arancio che, a differenza degli altri ben potati, presenta una non alta diramazione a forcone comoda per l’uso che ora gli è richiesto; probabile che l’arancio serva a questo scopo fin dall’ottocento quando il porcile era situato nelle sue vicinanze e questo chiarisce il motivo dell’ultimo lungo percorso che si è costretti a far compiere all’animale. 

Inizia quindi la lavorazione, si incide lentamente il maiale sulla pancia iniziando in alto dall’attaccatura delle zampe, giù allo sterno per arrivare giù fino alla testa. Vescica, fegato, polmoni, cuore e tutte le parti interne sono subito estratte e adagiate in delle tinozze.
Asportate le interiore si procede con la pulitura a mezzo lo strofinamento di sale e limone; segue una seconda raschiatura con un grosso coltello e infine si sciacqua con acqua corrente e si asciuga con strofinacci da cucina.
Poi con una grossa “accetta”, e sempre sotto la guida del patriarca, si incide la spina dorsale del maiale, sempre dall’alto in basso, in modo da divederlo in due parti.
I rumorosi colpi della mannaia sono, per noi bambini, gli ultimi della lunga sequenza “horror” cui assistiamo.
Dopo poco il maiale è diviso in esatte due metà che si differenziano solo perché una delle due conserva la coda.

Intanto le donne, tra queste “Brigidina” la figlia nubile che ancora abita nel grande casone paterno, puliscono e sciacquano gli intestini e la vescica che sono raccolti in altra tinozza; i primi serviranno per confezionare salumi e salsicce, la seconda per contenere i grassi che diventeranno “n’zogna” [7].

Successivamente le mani esperte, questa volta di “Menechiello” entrato direttamente in azione, sezionano le parti che costituiscono i vari tagli in cui il suino è scomposto: guanciale, coppa, spalla, arista, pancetta, filetto, coscia, zampe, lardo e… altro ancora: del porco nulla è sprecato.
Negli immediati giorni successivi si consumano, dopo averle divise con parenti e compari con i quali si è prestabilito il comune calendario delle uccisioni, le parti non suscettibili d’essere a lungo conservate.
Il grosso della carcassa sarà invece accuratamente trasformato in insaccati di cui una parte servirà a fornire calorie alla Famiglia ed una parte, tra cui i pregiati prosciutti, saranno venduti per permettere l’acquisto di altri beni.

Nella stessa giornata dell’uccisione segue una grande festa ed una lunga tavolata, non molto ricca ma significativa, dove la Famiglia, i Parenti e i Compari consumano frattaglie bollite e sangue fritto, unitamente al pane cotto il giorno prima nel forno e all’immancabile fiasco di vino appena spillato dalla botte “buona” [8].

Non ho foto che possano testimoniare tale festa presso la Masseria di Villa Maria alla Starza ma i figli di Franco ne hanno inviato una che riprende la loro grande Famiglia con al centro il bisnonno, vecchio patriarca dei Di Bonito, lo stesso Franco ancora bambino e poi il Padre, per gli eredi nonno Renato, che alza al cielo un fiasco di “falanghina”.
Avrei voluto chiedere, a chi non c’è più, come si svolgeva questo rito nelle campagne di Cuma; l’amico fraterno non potrà più rispondermi ma son sicuro che da bambini abbiamo assistito alle stesse tradizioni e vissuto le stesse emozioni.


REFERENZE
Famiglia Di Bonito - Ricordi
Famiglia Peluso – Ricordi
Antonio De Minco – L’uccisione tradizionale del maiale
Sergio Strafece – Un antico rito della tradizione contadina


Giuseppe Peluso

lunedì 24 aprile 2017

Caposaldo "Brindisi"


Il “Brindisi” di Baia.
Dai cespugli spunta un caposaldo costiero

Fin dal 1941, in piena guerra, i Campi Flegrei iniziano ad ospitare importanti capisaldi dei reparti di Difesa Costiera del Regio Esercito e tale spiegamento raggiunge la massima espansione nell’estate del 1943.
Per far fronte ad un probabile sbarco nemico si realizzano vari campi trincerati sia del tipo detto Caposaldo di Contenimento Costiero (C.C.C.) che del tipo detto Caposaldo di Sbarramento Costiero (C.S.C.). Ognuno di questi capisaldi è fornito di torrette di avvistamento, avamposti, trincee, casematte ed i caratteristici bunker che dagli americani sono chiamati “pillbox”, letteralmente “portapillole. Tutte opere che oggi potrebbero rappresentare un bene da tutelare e valorizzare nel contesto ambientale in cui si trovano.

I Capisaldi di Contenimento sono previsti nelle zone adiacenti al mare, dove dovrebbero contrastare eventuali sbarchi nemici in forze e contenerli in attesa dell’arrivo di rinforzi.
Sono composti da più strutture in cemento armato, molte volte scavate in caverna, unite tra loro in modo da formare un unico campo trincerato e fortificato. Sono dotati di una grande varietà di armi che comprendono artiglierie antinave a lunga gittata, artiglierie di medio calibro da utilizzare contro mezzi da sbarco o corazzati, armi automatiche atte a spazzare la spiaggia quando, durante le delicate operazioni di sbarco, l’invasore non può fare uso di tutti i suoi mezzi.
Nei Campi Flegrei a questa tipologia appartengono il caposaldo “Biella” nella zona di Torregaveta e il caposaldo “Brescia” che fa perno sull’Acropoli di Cuma (Bunker di Cuma) [1].

I Capisaldi di Sbarramento sono composti da più strutture e postazioni vicine, ma non sempre tra loro collegate; hanno il compito di impedire la penetrazione del nemico verso l'interno del territorio dopo lo sbarco. Spesso sono camuffate come civili costruzioni; sono dotate di armi controcarro e generalmente si trovano lungo importanti snodi ferroviari e stradali essenzialmente a cavallo delle rotabili di accesso. Il loro scopo è l’arresto di colonne motomeccanizzate in fase di penetrazione; pertanto sono appoggiati a terreno laterale forte per se stesso.
Quelli costruiti nel Campi Flegrei, il caposaldo “Bari” nella zona di Licola e Monte San Severino, il caposaldo “Bolzano” nella zona di Grotta dell’Olmo, il caposaldo “Bologna” nella zona posta tra il Castello di Monteleone e la rotonda di Maradona, il caposaldo “Bergamo” nella zona posta tra la Schiana e Masseria Ferraro, ed il caposaldo “Brindisi” nella zona delle Mofete e della Sella di Baia, sono in posizione arretrata rispetto alla linea di costa e dovrebbero contrastare avanzate verso Napoli a nemici che abbiano eventualmente superato o aggirato i capisaldi di contenimento [2- Monteleone].



Sempre nel Campi Flegrei tra un caposaldo e l’altro, o in prossimità di importanti obbligati punti di passaggio, troviamo alcuni Posti di Blocco Costieri (PBC). Essi sono il “Benvenuto” sulla Domiziana altezza Lago d’Averno, il “Buonanno” alla Punta Epitaffio di Baia, il “Bernardo” ad Arco Felice (Posto di Blocco di Arco Felice), il “Beato” al quadrivio dell’Annunziata, il “Bruno” alla Montagna Spaccata e così altri ancora ad Agnano ed a Nisida.
I posti di Blocco hanno nomi maschili ed i capisaldi nomi di città; entrambi iniziano con la lettera “B” e sono posti sotto il Comando Difesa Porto di Napoli del Generale Ettore Marino, con sede a Castel Sant’Elmo, responsabile del tratto di costa dalla Foce di Licola a Capo d’Orso di Vietri sul Mare.
Il tratto di costa nord da Foce di Licola al Garigliano è invece sotto la giurisdizione della XXXII Brigata Costiera del generale Carlo Fantoni con sede a Villa Literno. I suoi Capisaldi ed i suoi Posti di Blocco iniziano tutti con la lettera “A”.
A sud, aguardia della costa salernitana, c’è la 222° Divisione Costiera al comando del Generale Ferrante Gonzaga che sarà trucidato dai tedeschi, è i nomi dei suoi capisaldi iniziano tutti con la lettera “C”.
Nelle zone interne della Campania c’è qualche raccogliticcia Divisione di fanteria, in ricostituzione perché reduce dalla Russia; i nomi dei capisaldi dell’interno iniziano tutti con la lettera “D”.
Il tutto è sotto il Comando del XIX Corpo d’Armata del generale Pentimalli [3].


Il caposaldo “Brindisi” di Baia svolge, ufficialmente, un doppio ruolo; quello di Caposaldo di Contenimento perché dovrebbe contenere un improbabile sbarco che possa avvenire sulla vicina frastagliata costa e quello di Caposaldo di Sbarramento perché dovrebbe sbarrare la strada ad eventuali colonne nemiche, sbarcate sulla cosiddetta spiaggia romana, e dirette verso Napoli.
Oltre questa doppia funzione il “Brindisi” presenta anche altre particolarità perché dispone di quasi tutte le tipologie di manufatti difensivi e di tutti gli accorgimenti capaci d’ingannare la ricognizione nemica.
Nell’estate del 1943 sono presenti circa 18 postazioni, variamente disposte e ricavate, atte a contenere fucili mitragliatori, mitragliatrici pesanti e pezzi anticarro. Praticamente questo caposaldo protegge due possibili valichi attraversabili da eventuali nemici; il primo valico è costituito dalla provinciale Cuma-Fusaro-Sella di Baia che è protetta da postazioni armate con pezzi anticarro; il secondo valico è costituito dai rilievi di Monte Ginestra-Mofete che, non essendo valicabili da automezzi, possono essere protetti da postazioni armate di sole mitragliatrici.

Sul primo percorso, provenendo da Cuma, incontriamo un bunker, che controlla la strada del lago Fusaro, con ampie feritoie onde permettere il tiro a una mitragliatrice pesante oppure ad un pezzo anticarro. Le aperture sono protette in alto da cornicioni, poichè il bunker funge anche da punto d’osservazione, e sul suo tetto ci sono erbe, fiori ed altre piante selvatiche che forniscono un camuffamento naturale [4].


Poco avanti incontriamo il più caratteristico bunker di questo caposaldo, posto sempre nei paraggi del lago Fusaro, all’incrocio tra la stessa via Fusaro e via Virgilio [5a].

E’ una casamatta, adiacente al ristorante “Antichi Romani”, costruita in modo che assomigli ad un ampliamento del ristorante del quale riprende anche la verniciatura in bianco e rosa. La casamatta, che comunque desta qualche sospetto per il modo in cui sporge sulla strada, dispone di quattro feritoie in prossimità del suolo in cui trovano riparo e possono far fuoco cannoni anticarro [5b]. 

In una delle foto, scattate dagli alleati subito dopo la ritirata tedesca, si nota che una porzione della parete esterna è stata rimossa per mostrare la reale camera corazzata [5c].

In un’altra foto panoramica notiamo al centro questa speciale casamatta e sullo sfondo il retrostante rilievo che sale alle Mofete cosparso di altri bunker che poi descriveremo [5d].

Inoltrandoci nella stretta via Virgilio, a poco meno di cento metri dal descritto ristorante, incontriamo un bunker monoarma, sopraelevato su di un terrapieno. Ci sono due feritoie basse da cui possono far fuoco uno o due fucili mitragliatori che controllano la strada non praticabile da grossi mezzi corazzati [6].

Verso la fine di via Virgilio, sul lato destro, incontriamo una caserma campale costituita da molteplici baracche mimetizzate. Il campo, progettato inizialmente per poter ospitare le guarnigioni di fanteria costiera in servizio nei vari capisaldi dei Campi Flegrei, al suo completamento nel corso del 1942 è ceduto all’esercito dell’alleato tedesco che sempre più numeroso presenzia le nostre coste [7a-b].


Più avanti, nei paraggi del grande incrocio tra via Terme Romane, via Bellavista, via Ottaviano Augusto e via Vanvitelli troviamo, di fronte all’ancora esistente bunker [8a], 

una casamatta camuffata da casa colonica fornita di varie aperture a livello stradale atte ad ospitare dei cannoni anticarro in grado di tenere sotto tiro le varie diramazioni che confluiscono al quadrivio [8b].

Il citato adiacente bunker posto in alto sulla strada, non mimetizzato, ha una particolare conformazione ad angolo ed ospita una mitragliatrice pesante. Ha un'unica feritoia con estesa strombatura onde permettere un’ampia sventagliata verso il vasto incrocio [8c-d].



Nel piazzale posto poco più avanti, al culmine della Sella di Baia, è stata costruita una baracca che funge da posto comando e fureria per il capitano comandante di questo caposaldo [9a].   

Di fronte alle scale, che conducono alle case operaie [9b], 

è stata ricavata una cucina da un rustico appartenente ad una vicina casa colonica [9c].

In questa casa colonica abita la signorina Anna Scotto di Vetta nata a Bacoli il 25 dicembre 1926 che vediamo in una foto scattata dal caporal maggiore Carmine Peluso nei primi mesi del 1943 [9d] e in una foto recente [9e].



Superata la Sella e procedendo verso Baia, in via Terme Romane altezza del sottostante Tempio di Diana, troviamo un’altra casamatta rivestita con blocchi di pietra di tufo che la confondono con le pareti del vicino edificio.
La feritoia centrale ospita un pezzo anticarro e le due laterali possono essere utilizzate da armi automatiche. [10a (b - come sarebbe oggi)].



Questo fortino è stato costruito per coprire una curva della strada e colpire eventuali avanzanti colonne motorizzate nemiche. Una foto scattata dall’alto, per riprendere l’ardita cupola del tempio, ci mostra anche la cupola corazzata del bunker racchiuso all’interno della casamatta [10c].

Ci troviamo in un panoramico punto della collina e questa strada, fino a Villa Sabella che ospita altro comando militare, è molto ricercata per le rituali foto ricordo da militari italiani e tedeschi [10d-e].



Lo stesso piacevole diversivo se lo procura, sulle vicine scale Sella di Baia che scavalcano la sottostante Ferrovia Cumana, il cappellano del 117° reggimento di fanteria costiera con l’imponente cupola romana che fa da sfondo [10f].

Sempre in via Terme Romane, incrocio con via Petronio, troviamo un bunker che, come quasi tutti quelli che insistono su arterie importanti, ospita un pezzo anticarro che può sparare in varie direzioni [11a].

Le sue feritoie sono senza strombatura ma larghe e alte quanto basta per consentire al pezzo d’artiglieria di regolare l’alzo e di sparare. Si intravede lo spessore, della interna circolare camera di combattimento, sicuramente superiore ai 60cm che gli permette di resistere a colpi di carri o semoventi leggeri nemici [11b].

Risalendo quasi tutta via Petronio, in cima alla collina, andiamo incontro al primo bunker della zona alte delle Mofete. Si trova di fronte all’edificio dell’acquedotto e attualmente è tutto dipinto di bianco perché così combinato identifica un bar relax che offre i suoi confort lontano dal caos cittadino [12a].

Data la natura del terreno circostante presenta alte feritoie, senza strombature, che lasciano intravedere il poco spessore cementizio. Da questo bunker gli occupanti possono sparare in piedi con fucili o mitragliatori [12b-e].





A non molta distanza dal precedente, dietro l’edificio dell’acquedotto, troviamo un altro bunker; siamo sul ciglio della collina da dove si ha un’ampia panoramica fino al lago Fusaro [13a].


Questo bunker pluriarma, nascosto tra recinti, erbacce e “spalandroni”, risulta affossato e le sue feritoie sono a livello del terreno; quelle posteriori, rivolte verso la più lontana via Petronio sono del tipo stretto per permettere il tiro solo con mitragliatore. Quelle anteriori, che dominano la sottostante via Marco Aurelio, sono del tipo più ampio onde permettere il tiro con mitragliatrice contro eventuali invasori risalenti dal territorio del Fusaro [13b-c].



Poco più avanti, in cima al Monte Ginestra, da cui si domina sia il versante ricadenti sul golfo di Napoli sia quello ricadente sul golfo di Gaeta, c’è una alta torre tipo traliccio in ferro. E’ un particolare Posto di Avvistamento Lontano alle dipendenze della 19° Legione Contro Aerea di Napoli; utilizzato sia dagli osservatori di allarme aereo sia dalle vedette del caposaldo “Brindisi” [14].

Iniziando a scendere verso il lago Fusaro sulla sinistra incontriamo un altro bunker, che gode di un ottimo settore di tiro; anch’esso del tipo infossato [15a].

Ha feritoie basse, poco più elevate del terreno su cui è inserito, con ampie strombature attraverso le quali è possibile apprezzare il notevole spessore di cemento. Deve poter resistere a colpi di artiglieria, seppure leggera, ed è fornito di mitragliatrice pesante [15b-e].






Sempre alla stessa quota, spostandoci però verso destra fino a giungere sul ciglio del vallone Mofete, incontriamo un altro bunker che gode del medesimo ampio settore di tiro [16a].

Non possiamo non apprezzarne la strategica posizione in cui è inserito con possibilità di dominare ampi settori precludendoli all’avanzata nemica [16b-c].



Si presenta perfetto nel suo aspetto, che tra l’altro incute timore, il tutto accentuato dalla perfetta e caratteristica cupola paraschegge [16d-e]



E’ fornito di feritoie, fornite di sfasatura ed a livello alto, che permettono il tiro a fucili mitragliatori e moschetti per difesa ravvicinata; il suo spessore non è molto elevato perché, data la sua posizione, difficilmente potrebbe essere colpito da pezzi di artiglieria nemica [16f-g].



Scendendo lungo il vallone, sulla stessa direttrice, poco più giù incontriamo l’ultimo bunker di questo caposaldo [17a].

E’ del tipo infossato coni varie feritoie munite di strombatura, basse quasi a livello del terreno, da cui possono sparare sia mitragliatrici pesanti che, eventualmente, un pezzo contro carro. Data la sua vicinanza alla sottostante via Fusaro è fortemente corazzato possedendo il previsto massimo spessore di cemento [17b-e].






Certamente tutte queste fortificazioni progettate dagli ingegneri del genio militare italiano, seppure costruite in modo affrettato, quasi sempre sono state oggetto di lavorazione accurata ben sfruttando i vantaggi offerti dal terreno e dall’ambiente per assicurarne la massima efficacia. Inoltre la fantasia ha giocato un grosso ruolo nelle opere di mascheramento risultate in grado di nascondere questi manufatti prima alla ricognizione aerea nemica e poi a quella esplorante terrestre.
Naturalmente oltre queste opere il caposaldo è cosparso di infiniti altri ostacoli artificiali come filo spinato, cavalli di Frisia, fossati e barriere anticarro, nonché mine pronte per essere interrate negli obbligati punti di passaggio.
Oltre le strutture ed i fanti del caposaldo “Brindisi” la zona di Baia ospita molti altre postazioni dipendenti da altri comandi militari.
Su alle Mofete, con comando nel Castello Jannon, ci sono due batterie contro aeree leggere da 37/54mm ed una batteria di riflettori, tutte appartenenti al Regio Esercito.
In via Bellavista, nei pressi della Sella di Baia, c’è una batteria contro aerea pesante con cannoni da 90/53, dipendente dal Regio Esercito.
Una batteria contro aerea leggera da 40/39, della Regia Marina, si trova schierata in alto sul castello di Baia.
Una batteria contro aerea leggera da 20mm, del Regio Esercito, si trova piazzata a Punta Epitaffio.
Da notare che a Punta Epitaffio, naturale confine tra Baia e Lucrino, si trova pure il Posto di Blocco Costiero “Buonanno” munito di un mitragliatore, una mitragliatrice, un cannone contro carro e 20 uomini che, pur non rientrando nella giurisdizione del Caposaldo “Brindisi”, è presidiato da soldati appartenenti al medesimo 230° Battaglione Costiero [18 - tipico esempio di Posto di Blocco].

Il 230° battaglione di fanteria costiera è stato formato a Reggio Calabria presso il deposito del 208° Reggimento di Fanteria “Taro”. Così, mentre il reggimento originale combatte nella penisola balcanica, il suo battaglione di “complementi” è inviato a presidiare i Campi Flegrei. Dalla seconda metà del ’42 anziani e reduci del 40° Reggimento di Fanteria, in maggioranza nativi del napoletano, che man mano rientrano dopo tre anni di permanenza in Africa, ottengono di prestare servizio nei battaglioni costieri dislocati nelle vicinanze dei luoghi natii. Pertanto non sono più inviati ad Agropoli presso il loro 162° battaglione di “sedentari e complementi” ma assegnati al 230° battaglione costiero schierato nei Campi Flegrei [19 - notare i numerosi fanti con le croci distribuite in Africa dalla divisione Bologna].

Il 230° passa, insieme ai battaglioni 318° e 319°, alle dipendenze del 117° reggimento di fanteria che, nell’ambito del Comando Difesa Porto di Napoli, ha giurisdizione sul tratto di costa compreso tra Foce Licola e Portici, e pone il suo comando a Baia, tra reperti archeologici e bellezze paesaggistiche [20a-b]



Inizialmente il 230° battaglione ha l’incarico di presidiare il tratto litoraneo che dalla Foce di Licola arriva a Nisida; praticamente tutta la costa flegrea. Poi nel corso del 1942, con le accresciute postazioni difensive e nuove esigenze, riduce il suo campo operativo da Foce di Licola alla vicina Torre Fumo posta nel comune di Monte di Procida. Nello stesso tempo il battaglione porta da quattro a sei le compagnie che lo compongono; intanto anche il 117° reggimento sposta il suo comando da Bagnoli a Pozzuoli.
Ora, nell’estate del 1943, il 230° battaglione con oltre sei compagnie ha enormemente dilatato il suo organico impegnato presso tutti i capisaldi e posti di blocco della zona e si prevede, per il solo caposaldo “Brindisi” di raggiungere un organico di 2 compagnie fucilieri, 1 compagnia mitraglieri ed una compagnia cannoni contro carri, oltre ad autonome squadre mitraglieri e controcarri.

Non potendo usufruire degli alloggi costruiti al Fusaro il grosso del battaglione è accasermato in baracche realizzate ai Fondi di Baia, vasto pianoro dove si svolgono anche manifestazioni ufficiali e religiose [21a-d].





Le squadre fucilieri svolgono poi vaste esercitazioni di addestramento sia presso i Fondi che nelle campagne delle Mofete; tutti territori che in caso di sbarco nemico effettivamente potrebbero vederli impegnati [22a-b].



Ormai la guerra è giunta a un tale livello di devastazione che ha impoverito e amareggiato la popolazione che è al culmine della sopportazione; pertanto i militari svolgono anche “servizio d’ordine pubblico”; negli stabilimenti del “Silurificio Italiano” a guardia dei punti strategici e dei tunnel in cui sono custoditi i siluri; nelle gallerie della Ferrovia Cumana che ospitano la popolazione civile nel corso dei bombardamenti aerei; presso gli Uffici di Poste e Telegrafi presi d’assalto da vedove, moglie e mamme che hanno necessità di riscuotere il misero sussidio dei loro cari che tutto hanno dato alla Patria [23a-b].



In questo generale abbrutire vien fuori la bontà del soldato italiano, i fanti “adottano” molti bambini che, quando è l’ora del rancio, insieme a molti adulti indigenti si mettono in fila con i soldati; tutti ricevono la loro razione [24a-b].



La guarnigione di questo caposaldo non sarà mai chiamata a contrastare sbarchi nemici, contro tutte le aspettative gli alleati l’otto settembre 1943 scelgono il golfo di Salerno e, con il contemporaneo annuncio dell’armistizio firmato dall’Italia, s’incrinano i rapporti con le numerose forze tedesche sempre più presenti in zona [25 – schizzo fatto da un soldato tedesco accasermato al Fusaro].

I comandi militari periferici apprendono dell’armistizio, come i comuni cittadini, dal messaggio del Maresciallo Badoglio diffuso dalle stazioni radio alle 19:45 dell’8 settembre 1943; nella stessa notte i tedeschi prendono possesso del Posto di Blocco e delle batterie di Arco Felice che sono vicinissime alla sede del loro comando che si trova all’Albergo dei Cesari di Lucrino.
Non sono del tutto chiare le sorti degli altri capisaldi flegrei, troppo frammisti con le forze tedesche che, ricordiamolo, sono presenti anche al Fusaro, a Miseno e nella zona di Cuma. Si consuma lo stesso scenario che si svolge a Roma, in tutta Italia e nei Balcani, con identico finale.
Lo Stato Maggiore Italiano riporta che ancora il 10 settembre questo caposaldo, e quello sulla Domiziana che ruota attorno alla Masseria Ferraro, sono interessati da attacchi da parte tedesca che però falliscono. Questa inaspettata resistenza da parte italiana potrebbe essere stata attuata dai validi componenti del 230° battaglione composto, per la maggior parte, da reduci della 25° Divisione Bologna che ha dure esperienze di battaglia nei deserti cirenaico e marmarico. Sembra che solo dopo il giorno 11 i tedeschi riescano a controllare tutta la zona e questo porterebbe a credere che i due caposaldi siano tra gli ultimi in Italia a cedere le armi.
Il giorno 12 i soldati italiani, abbandonati al loro destino, sbandano e fanno ritorno a casa; i tedeschi finalmente possono occupare le varie postazioni limitandosi a controllare le strade.

Verso fine settembre, prima di andar via, i guastatori tedeschi provvedono, nel baiano, a minare la fabbrica di siluri, gli impianti portuali e fanno saltare delle mine nella stretta gola di Sella di Baia provocando lo smottamento di terreno e la conseguente ostruzione della strada [26].


Tutti i magazzini, cellai, pollai e porcili sono depredati dai tedeschi in fuga che caricano i loro camion con un enorme bottino; un malloppo che, seppure a malincuore, è strabenedetto dalla popolazione che ora assapora la libertà.



RINGRAZIAMENTI
-       Particolare ringraziamento all’amico Elio Samuele Guardascione che ha raccolto testimonianze sui luoghi e sulle persone fotografate da mio Padre Carmine Peluso negli anni di guerra.
-       Non minore ringraziamento all’amico Antonio Alescio che con passione, e con rischio personale, ha fotografato le superstiti testimonianze di questo caposaldo.

BIBLIOGRAFIA
-       Carmine Peluso – Diario fotografico di guerra 1939-1943
-       Simon Pocock – Campania 1943 – Provincia di Napoli - Parte II – Zona Ovest
-       Simon Pocock – Campania 1943 – Paesaggi Perduti
-       Lo Piccolo, Lo Sardo – Il sistema di difesa durante il Secondo Conflitto Mondiale


Giuseppe Peluso