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lunedì 9 aprile 2018

La Via Regia


Al mondo non vedrai cosa più bella
La Via Regia, il miglio d’oro Puteolano

Nel percorrere la nostra litoranea che dai Cappuccini, attraverso Gerolomini e La Pietra, mena a Bagnoli, vivo una rara sensazione di tranquillità e incanto, e credo questo capiti anche a tutti voi.
Una ininterrotta emozione tra terra, cielo e mare che il territorio trasmette con uno spettacolo unico per paesaggi e bellezza.

E’ questo l’ultimo tratto di quel che fu la “Via Regia”; il lungomare che tra ottocento e novecento diventa la “promenade” dei forestieri che numerosi son venuti a fare i bagni nelle “acque” delle nostre Terme e dei nostri Lidi [1].

Per gran parte del sedicesimo secolo, in pieno vicereame spagnolo, questa strada ancora non esiste e per raggiungere Napoli da Pozzuoli si percorre la “VIA PVTEOLIS – NEAPOLIM”, per “colles”, con la quale, attraverso le colline, si raggiunge la capitale. Ma questa antica strada romana è ridotta talmente disagiata e insicura che è giudicato improponibile valicarla senza esporsi a incredibili ruberie.
In molti casi i viandanti sono assassinati e trucidati dagli scherani che occupano ogni dintorno boscoso, tra i dirupi del Monte Olibano e delle rigogliose vicine colline
Inoltre la strada, non ricevendo alcuna manutenzione, mostra tutti i segni dovuti a secoli e secoli di piogge e smottamenti; alcuni tratti, come l’antico ponte romano detto “Cerciello”, sono completamente scomparsi rendendo impossibile il passaggio di carri [2].

Ridotta in questo stato è poco utilizzata da coloro che sarebbero interessati a trafficarla per commerci e comunicazioni; essa è percorsa solo dagli agricoltori del seno de’ Bagnoli dediti alle loro faccende con ben poco da temere dai locali briganti.

Nel 1568 regnando Filippo II, Re di Spagna e di Napoli, il viceré Pedro Afán Enríquez de Ribera y Portocarrero, Duca d'Alcalà (detto don Perafan) [3], pensa di mettere fine a tanti disordini col costruire una nuova via da Fuorigrotta fino al lido de’ Bagnoli per poi prolungarla fino a Pozzuoli.

Questi sono gli apparenti e plausibili motivi che spingono il de Ribera a fondare la nuova via, ma i suoi denigratori storici argomentano diversamente. Dicono che il Viceré in luogo di ordinare il rifacimento della via romana più breve, e farvi rispettare la Giustizia, l’ha abbandonata alla rovina ed agli assassini per farvi continuare i delitti e così dar luogo all'amor proprio di eternare il suo nome con la costruzione di una nuova via e porla in confronto con l’antica romana.

Del progetto e della direzione dei lavori della nuova via Regia si interessano gli ingegneri Ambrogio Attendolo, Mario Galeota e suo figlio Gian Berardino; in tutto sono spesi circa 35.000 ducati.
La realizzazione del primo tratto, da Fuorigrotta a Bagnoli, non presenta grandi difficoltà tecniche essendo la zona perfettamente pianeggiante; tutt'al più si rendono necessarie opere di bonifica di limitate aree paludose [4].

Dove questa strada inizia il Vicerè fa collocare su marmo la seguente iscrizione:

PHILIPPO II REGNANTE
PARAFANVS RIBERA ALCALAE DVX
PROREGE
QVI VIAS FECIT AB NEAPOLI AD BRVTIOS
AMPLISSIMAS
HANC QVOQVE VIAM CLIVIS ANTEA DIFFICILEM
ARCTAM INTERRVPTAM CVM ITER EIVS AD MARE
DIREXISSET
VASTAQVE SCOPVLORVM IMMANITATE CONSTRATA
NOVAM APERVlSSET PVTEOLOS MVLTO BREVIOREM
PERPETVAM ILLVSTREM ATQVE LATAM
PERDVXIT
MDLXVIII.

Tre anni dopo l’inizio dei lavori del predetto primo tratto, nel 1571, si principia al continuamento di essa da' Bagnuoli fino a Pozzuoli e questo secondo percorso, poiché lo si vuole costruire colmeggiando il mare intorno a due promontori inaccessibili, incontra enormi difficoltà nella natura delle cose.
Per questo motivo in soccorso dell'impresa è chiamata l'arte e l’industria umana e, solo con forti spese, si rende la strada tollerabile all’uso dei viandanti.
Molti sono i luoghi difficili come il Monte Dolce sulle mappe riportato come “Promontorium Puteolum”, termine non più in uso e sconosciuto ai più [5]. 

Non potendo smussare l’intero alto costone, si fondano mura nel Mare rubando ad esso gli spazi occorrenti [6].

In altri luoghi, accessibile alle sole capre, si debbono togliere ammassi di pietre quasi incredibili e riempire voragini altrimenti invalicabili [7].

In altri ancora, come il Monte Olibano, è necessario sballare le alture delle antichissime lave bituminose, da secoli raffreddate, e sebbene la strada si eleva dal livello del mare, è possibile superare quest’altro promontorio ridiscendendo mediante una serie di arcate, dette ponti, verso la chiana e le fabbriche delle antiche terme Subveni Homini [8].

Qui la strada percorre un lungo rettilineo parallelo alla spiaggia (Chiaja) e giunge alle porte di Pozzuoli ai piedi del Rione Terra [9].

L’opera, pur mostrando manchevolezze nelle leggi architettoniche e idrauliche che la renderanno poco durevole nel tempo (già verso la metà del settecento la strada inizia a denunziare segni di fatiscenza, provocati sia dal mare che dal bradisismo discendente), è infine terminata e lastricata con la stessa trachite di cui è costituito il monte Olibano.
Proprio nel punto dove sono state incontrate le maggiori difficoltà, quasi alla fine della via ed esattamente sul lato mare del descritto ponte, nella curva immediatamente prima delle attuali "Terme Puteolane", la vanità del de Ribera, sempre secondo alcuni suoi denigratori, non contenta della prima iscrizione determina apporvi la seconda, storica ed enfatica iscrizione posta su di una edicola appositamente eretta [10].

Da siffatta Iscrizione, ora scomparsa, si legge che prima di costruirvi la via il luogo era tutto orrore e solitario, impraticabile all’uomo e si vedevano solo uccelli marini, e per ogni dove c’erano balzi, sassi e rovine naturali [11]:

Appena terminata l’intera arteria è nominata in vari modi;
-      la “via Nuova” in rapporto con l’antica e ancora valicata strada romana;
-      la “via Rivera” come è volgarizzato e conosciuto il cognome del vicerè;
-      la “via Regia” come riportato sulle mappe che iniziano a diffondersi.

La vecchia via romana inizia dalla “Crypta Neapolitana” (o Grotta di Pozzuoli) e continua fin quasi al lago di Agnano e i luoghi bassi degli Astroni da dove, ascendendo il salto del Monte Olibano, si dirige a Pozzuoli. Da questa città va a Baia e al Garigliano dove, innestandosi sulla via Appia, arriva a Roma [12].

La via nuova è dal de Ribera incominciata in prossimità della predetta grotta sulla sinistra della Via romana e, attraverso l'acquitrinosa piana di Fuorigrotta arriva, dopo un lungo e perfetto rettilineo alberato che a mezzo del costruito “Ponte Lungo” supera anche un largo alveo proveniente dalla retrostanti colline, alla spiaggia de' Bagnoli [13].

Nel luogo dell'afforcamento delle due vie l’accorto Viceré vi ha fatto porre due lapidi indicative dell'uso di esse, a seconda del verso; onde si avverte che per la via vecchia si va a Roma e che per la via nuova si va a Pozzuoli [14-15]:


Questa nuova strada, oltre a migliorare i collegamenti evitando il più lungo ed acclive percorso collinare, permette un agevole accesso alle sorgenti termali che, per l’attività dei fuochi sotterranei, si trovano ai piedi di questi monti.
Di tutte queste fonti, anche per gli eventi vulcanici che portano all’eruzione di Montenuovo, se ne sono perse le tracce ma la via Regia crea le premesse per poterle riportare in auge dopo essere state per lungo tempo abbandonate.

Il viceré don Pedro Antonio d'Aragona, in carica tra il 1666 e il 1671, nel 1668 affida al medico Sebastiano Bartolo l'incombenza di rintracciare e restaurare le antiche sorgenti che si incontrano nei Campi Flegrei e che si rivelano molto utili a sconfiggere i morbi del corpo umano.
Bartolo divide la sua ricerca in tre settori geografici ciascuno corrispondente a un tratto della strada che va da Fuorigrotta a Miseno; quindi fa apporre tre diverse lapidi (epitaffi) nei punti di maggior passaggio.
Ciascuna lapide indica il nome delle sorgenti termali, e le qualità terapeutiche delle loro acque, che si incontrano fino alla successiva lapide.
Il primo epitaffio è posto a Piedigrotta all’ingresso della “Grotta di Pozzuoli” e su di esso sono elencate dodici sorgenti ritrovate nella zona compresa tra Fuorigrotta, gli Astroni, Bagnoli e Pozzuoli [16].

Il secondo epitaffio è sistemato sulla Piazza della Malva a Pozzuoli, ora risistemato sotto l’arco di Porta Napoli, e su di esso sono elencate diciannove fonti termali che si incontrano dal centro di Pozzuoli all’inizio di Baia.
Il terzo epitaffio è sistemato sulla via Aragonese tra Lucrino e Baia, località che per questa presenza è da allora chiamato Punta Epitaffio; su di esso sono elencate le otto sorgenti presenti da Baia a Miseno.
Ogni epitaffio è diviso in due parti con quella sovrastante che consiglia il viaggiatore di leggere con attenzione l’epigrafe inferiore in cui sono decantati i Campi Flegrei e le tante e pregevoli sorgenti termali esistenti.

Sulla prima epigrafe, tralasciando le prime quattro fonti che non si trovano direttamente sulla nuova via litoranea, è interessante notare le numerose sorgenti che per un miglio si susseguono dall’attuale piazza di Bagnoli al moderno lungomare di Pozzuoli:

QUINTUM BALNEUM EST IUCARAE, QUOD INVENIES, DUM REGIA VIA, QUA ITUR PUTEOLOS, AD MARIS LITTUS PERTINGIS

Il quinto bagno lo trovi quando, prendendo la “via Regia” per la quale si va a Pozzuoli, giungi sulla sponda del mare; è il bagno della “Giuncara” così chiamato dai giunchi che copiosi si ritrovano attorno. E’ una fonte d’acqua che rende lieta la mente, favorisce Ia gioia, toglie gli affanni, provoca piacere e ti predispone ad esso, fa bene ai reni e a quelli malati, giova allo stomaco, ripara le forze del fegato, fa ingrassare, distrugge Ie febbri saltuarie e fa in modo che la pelle non sia tesa.
Siamo, praticamente, nella Piazza Bagnoli e questa fonte termale sarà nel tempo sfruttata dagli Stabilimenti: "Terme Tricarico", “Terme La Sirena”, “Terme Bocco”, "Terme Cotroneo" (ex Masullo), "Stabilimento Termale del Balneolo" e "Antiche Terme Manganella" [17].

Quattrocento passi dopo la “Giuncara”, sulla destra della stessa via Regia, troviamo il sesto bagno detto “Bagno di Piaga” o “Bagno del Balneolo”, così nominato per la sua piccola forma. La sua acqua ricrea il capo, lo stomaco, i reni e Ie altre membra, elimina l’annebbiamento della vista, rimette in forza i consunti e i deboli, distrugge la causa della febbre quartana, continua e quotidiana, libera dai dolori derivanti da qualsiasi malattia o da febbre. I NapoIetani trovavano quest’acqua così salubre che pensavano lì ci fosse un dio; le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Rocco", “Terme Patamia” [18].

Sulla stessa strada Regia, dopo pochi passi, trovi il settimo bagno; il “Bagno della Petra” così chiamato perché le sue acque rompono la pietra che si trova nelle vesciche. Il bagno con quest’acqua toglie la scabbia, frantuma i calcoli, fa urinare, purifica i reni, fa eliminare la renella, libera il capo dai dolori, toglie Ie macchie dagli occhi, ridà l’udito alle orecchie e le libera dai ronzii, fa bene al cuore ed al torace. Un sorso caldo di quest’acqua purifica il ventre ed evita l’insorgere della renella.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Dott. Alberto Pepere", "Terme Minerali Di Leo" e “Terme La Pietra” [19].

Oltre il Bagno di La Pietra, dopo 20 passi a destra, troviamo l’ottavo bagno, il “Bagno di Calatura”, così chiamato dall’antico nome di Monte Dolce. L’acqua dl questo deterge il viso ed elimina le brutte macchie, rallegra il cuore, rafforza la mente, corrobora lo stomaco, fa digerire le precedenti crapule, stuzzica l’appetito, elimina la tosse, dà sollievo al polmone, fa che dalla tosse non scaturisca la tisi.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: “Terme Vitolo” e "Terme Charlotte - Calatura" [20].

Il nono bagno che si trova oltre la strada Regia, passando sotto il ponte costruito alle falde della rupe Olibano, è il “Bagno Subveni Homini”, così chiamato in epoca romana col significato “Soccorrere gli Uomini”. Già nel cinquecento i napoletani ne trasformano il nome in “Zuppa d’uomini” giocando sul fatto che l’acqua sgorga in un'unica grande vasca dove tutti si bagnano insieme dando l’idea di una enorme pentola.
Per lungo periodo è l’unica sorgente puteolana che continua a offrire le sue acque dopo l’eruzione del Monte Nuovo ed ancora oggi è l’unica in funzione nel miglio preso in considerazione. La sua acqua porta via la tristezza dell’animo ed il mal di stomaco, stimola l’appetito, allevia il dolore dei polmoni, del fegato, della milza e del ventre gonfio, rende chiara la voce, dà sollievo alla podagra invecchiata e toglie ogni specie di dolore; il potere suo più eccezionale è il ristabilimento dei deboli.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Antiche Terme Subveni Homini dei Padri Girolamini", “Stabilimento Termo Minerale Gerolomini”, “Terme Sociali” e “Terme D’Alicandro”, ex “Terme Le Migliori Acque" poi "Terme Puteolane" [21].

Decimo, distante dal precedente 50 passi, è chiamato sia “Bagno dell’Arena” perché l’acqua sorge sulla spiaggia vicino al mare, sia “Bagno di Sant'Anastasia” perché vicino alla chiesa dedicata a questa Santa.
Esso dà sollievo ai bruciori del corpo e ne rinnova Ie forze, toglie i sintomi della stanchezza o la debolezza se si sopporta il calore dell’acqua sorgente.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Terracciano" e "Terme La Salute concessionario Dott. Michele Rocco", ex “Terme Barone” [22].

Lungo tutta la litoranea sorgono innumerevoli stabilimenti balneari, alberghi, pensioni, ristoranti, cinematografi, circoli nautici e ville private [23].

Nel contempo la strada diventa l’asse portante di una nuova mobilità e sarà percorsa dai primi “omnibus a cavalli” sostituiti inizialmente dai “tram a vapore” e poi dai “tram elettrici”; ben presto si affianca la linea della “Ferrovia Cumana” [24].

Questo miglio dell’antica via Regia sarà frequentato da numerosa e scelta clientela che saprà usufruire della economicità dei prezzi senza rinunciare alla eleganza offerta dagli Stabilimenti e dai luoghi [25].

Già nel 1865 l’idrologo A. Dardel, medico dello stabilimento termale d’Aix in Savoia, esalta la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque, la bellezza del paesaggio, la salubrità e la dolcezza del clima.
La strada regale, gli stabilimenti termali e i villini che costeggiano questo litorale sono immuni dalla umidità e avendo a ridosso, come solida barriera, il Monte Dolce il Monte Olibano e il Terrazzo della Starza sono anche preservati dai freddi venti del Nord.
Un assiduo e affezionato cliente della “Bella Epoque”, discorrendo della nostra strada sulla quale amava passeggiare, scrisse:

“Possis nihil urbe visere maius”
“Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggiore”

Oggi questa strada è ancora più bella, cerchiamo di preservarla [26].


PELUSO GIUSEPPE

P.S.
Interessante un'altra Lapide del 1717 conservata a Fuorigrotta.
In essa si legge:
IN QUESTO UNICO POSTO STANNO UNITI I SOLDATI TUTTI
DI QUALSIVOGLIA ARRENDAMENTO, ED ATTENDE CIASCUNO
A FAR LE DILIGENZE CHE GLI APPARTENGONO,
SE ALTROVE NELLA STRADA REGALE  ALCUN DI LORO
ARDIRA' DI MOLESTARE I VIANDANTI SARA' PUNITO
COME UN PRIVATO CHE COMMETTA  VIOLENZA IN STRADA
PUBBLICA SECONDO LO STABILITO DALLA R. PRAMMATICA
DEL .............




martedì 10 aprile 2012

Terza Passeggiata












Passeggiata Flegrea degli alunni del
Regio Liceo Antonio Genovesi
Da sempre i Campi Flegrei sono meta di studiosi o di semplici curiosi. Le meraviglie del passato e della natura sono state sempre una forte attrattiva in particolare nel settecento e nell’ottocento, sulla scia del “Grand Tour”.
Nel 1888 il Ministro della Pubblica Istruzione ingiunse che gli alunni dei Regi Licei dovessero, nei giorni di vacanza, esercitarsi in passeggiate ginnastiche per le quali è riconosciuta l’utilità e per lo sviluppo delle forze fisiche e per le cognizioni che acquistano i giovani specialmente di Archeologia e di Scienze Naturali. In omaggio a tale provvida disposizione del Ministro, durante l'anno scolastico 1888-89, gli alunni del Regio Liceo Antonio Genovesi di Napoli ebbero a compiere parecchie gite sempre guidati dal Preside o da altri Professori. Di tutte queste escursioni furono fatte minute relazioni dagli alunni medesimi, per cura del Professor Vincenzo Campanile.
Oggi trascrivo al completo la loro interessante terza passeggiata effettuata alla scoperta del Territorio Flegreo. Trattasi anche della prima testimonianza scritta quali utenti del servizio tranviario a vapore. Dalla relazione affiora qualche inesattezza sulla destinazione di qualche monumento e sulla precisa collocazione cronologica di qualche personaggio, ma il tutto non svaluta la genuina partecipazione e il gran desiderio d’apprendere che visivamente affiora da quei ragazzi per i quali il loro Preside, Dottor Angelo Ferrari, aggiunse che l’ordine e la disciplina, anche in questa passeggiata, furono pienamente mantenuti, e non ebbe a deplorarsi inconveniente alcuno.



Terza Passeggiata - Domenica 16 Dicembre 1888.
Alle 8 e 20 la numerosa comitiva di 75 alunni del Liceo, guidata dai Professori Campanile ed Orefice prendeva posto in due vetture del tramway a vapore alla Torretta, ed alle 8 e ½ moveva alla volta di Pozzuoli. Attraversiamo il nuovo tunnel, parallelo quasi all'antica grotta, e, percorsa la pianura di Fuorigrotta, arriviamo ai Bagnoli. Di rincontro a quella spiaggia, Nisida, “ocellus insularum”, a guisa di piramide, emerge dalle onde; i suoi clivi sono boscosi, qua e là sparsi di qualche villa biancheggiante. Dopo 40 minuti di corsa arriviamo a Pozzuoli, città di sedici mila abitanti, piena di ricordi. Se la sua costruzione è poco simmetrica, essa è sita, in compenso, in una posizione topografica splendida, nella insenatura di un piccolo golfo, che ricorda, in certo modo, quello di Napoli, chiuso ad oriente dalla penisola di Bagnoli, ad occidente dalla costiera cumana.
Il nostro ottimo Professor Barone ci raggiunse colà con una vettura.
In prima visitammo il tempio di Serapide [1]. Impropriamente a questo monumento , oramai in gran parte diruto, si diede tal nome; esso invece era un bagno pubblico, chiamato Serapeo, da una statua di Serapide, che trovavasi nell'atrio. L' edifizio è circolare, ricinto da un colonnato, di cui alcune colonne sono intere, altre spezzate, altre prostrate al suolo. Quasi nel mezzo del circolo si elevano quattro superbe colonne di cipollino, che forse formavano parte del vestibolo. Da queste i naturalisti ricevono una pruova evidente dell'abbassamento e sollevamento della costa, giacche nel mezzo di ognuna di esse si rinviene una zona tutta bucherellata, ed i fori com'è stato provato, non rappresentano altroché le abitazioni scavate dagl'industri molluschi litofagi, allorché tempio e colonne lentamente si sommersero nelle acque. Rileggemmo, quivi, tanto per rinfrescar la memoria, la bella lezione, che a questo proposito ci aveva spiegata il Professor Freda. Il Professore Barone ci dette altre opportune notizie in materia di archeologia, e poscia riprendemmo la strada, fiancheggiata d'ambo i lati dalle costruzioni del cantiere Armstrong [2]. Il sole cominciava a mostrarsi in tutto il suo splendore ed a noi cresceva l'allegria; si camminava in ordine, ma c'era invece il desiderio di saltare. Appare non lontano il Monte Nuovo, una delle più belle promesse della gita; avanziamo il passo, comparisce più vicino; ancora un poco, e siamo alla base. Questo monte è sorto per effetto di una violenta eruzione, avvenuta nella notte del 30 Settembre 1538. Ora il vulcano è spento, ma il monte è rimasto; e sul pendio, accanto a qualche pianta annosa, crescono anche verdi cespugli. L'ascensione è un poco faticosa, ma breve. Ci arrampicammo agli sterpi, ed appoggiandoci a qualche alberello divelto nelle siepi della pianura, che faceva l'ufficio di “Alpenstock”, raggiungemmo la sommità. Dinanzi, ad oriente e a mezzogiorno ci stava il mare mugghiante; d'ambo i lati ne circondavano le colline, le strade biancheggianti attraversavano in tutt'i i sensi i verdeggianti prati. Dalla parte opposta al mare, verso settentrione ed occidente, la prima cosa, che ti si offriva allo sguardo, era l'antico cratere del Monte Nuovo, immenso, e poscia in lontananza altri prati, altre colline. Si rimane scossi a considerare, come da quel luogo, ove ora emana tanta soavità campestre, un tempo eruppero fuoco, fiamme, lava. Sul monte facemmo una refezioncella (n'era tempo!), e poi i più volentierosi giù di corsa nel cratere. Qual piacere a diguazzare li in fondo fra l'erbe irrorate di brina! Per un pezzo percorremmo per lungo e per largo il breve piano e poscia, invitati dal Professor Campanile, che ci diede l'esempio, prendemmo l'erta di petto, e con un poco di fatica riguadagnammo la sommità, e di qui nuovamente la strada.
Si prosegue; ecco il lago di Lucrino [3], famoso per le ostriche, a destra della via ed a poca distanza dal mare. Si va oltre; la strada segue ora dritta, ora tortuosa, ma costeggiata sempre dal mare a sinistra, e fiancheggiata da collinette a destra, e qua e là appariscono ruderi di antiche ville romane. Io andava ricostruendo nella mente la strada in quell' epoca. Doveva essere assai bella! Quelle ville marmoree dovevano parere una schiera di ninfe, tenentesi per mano, che stessero per tuffarsi fra le bianche spume del mare. Oggi lo spettacolo è men bello, ma pure ti riempie di meraviglia.
Passammo per i cosi detti bagni o stufe di Nerone; poco dopo arrivammo al Fusaro; ci fecero entrare nella villetta per osservare meglio il lago, cinto da ogni parte da una fitta boscaglia, che si riflette tutta nelle acque [4].
Ci rimettemmo in cammino verso l'Arco Felice. In un dato punto della strada il Professor Campanile invita i giovani a salire su Cuma; molti lo seguimmo per una viottola angusta, ed in breve fummo sulla collina. In questo sito sorgeva un tempo il palazzo degli imperatori romani; i romani avevano finissimo il senso del bello, specie in quel tempo dei primi Cesari; ed il punto è veramente splendido. Ad oriente Pozzuoli col suo piccolo porto; a mezzodì, il mare immenso; ad occidente il lago di Licola, dalle acque argentine, ed il bosco fitto e rettangolare; a settentrione poi un numero infinito di collinette, che or s'abbassano or s'alzano, ed attraversano in tutt'i sensi la regione; ed in fondo tra due colli il solenne e monumentale Arco Felice, d'onde apparivano agli occhi di Cesare, che aspettava su di una loggia del palazzo, le risplendenti vittoriose legioni, che agitavano nelle destre rami d'alloro e levavano inni di gioia. Il Professor Campanile, opportunamente, fece delle osservazioni sul luogo e sull'importanza, che un dì ebbe, ed io vorrei esser poeta per poter mettere in versi quel tumulto di pensieri, che alle sue parole s'affacciarono alla mente di ognuno.
Ridiscesi, con una piccola deviazione, ci rechiamo a vedere la grotta della Pace, che metteva in comunicazione il palazzo di Cesare col lago di Averno. Si stupisce nel considerare come quella tanto vasta e nel tempo stesso regolare e simmetrica grotta si sia potuto fare a colpi di scalpello. E a me parea sentir rintronare la volta di essa dai misurati passi di un drappello di pretoriani dall'armi corruscanti, che scortano Cesare pensoso sulle sorti del mondo. La luce della grotta vien data da certi fìnestroni. Usciti all'aperto ci rimettiamo, con maggior lena, in cammino; passiamo sotto l'Arco Felice [5]; ed abbiamo l'agio di ammirare quella solida e colossale costruzione; e poco dopo siamo in vista del lago d'Averno. Il lago, giù in fondo, è ricinto da una fila di colline, ch'è interrotta solo verso sud, lasciando vedere una larga zona di mare, le cui onde scintillavano come tante pagliuzze d'oro sotto i raggi obliqui del sole. Quella fascia di mare allontanandosi si dileguava soavamente dentro vapori di viola e d'oro. Il lago, invece, immobile, da sembrare quasi un ampio stagno, presentava una tinta cupa, che tetramente si fondeva col verde scuro dei colli circostanti. La postura del luogo, quei colori stranamente confusi, davano al sito una solenne aria di severità. E tale dovette sembrare ai nostri padri latini, poiché immaginarono che di là le anime muovessero per andare all'Averno.
A questo punto il Professor Barone, rimontato in vettura, ci lascia con nostro grande rammarico, e noi proseguiamo. Nuovi panorami si mostrano quivi alla vista non ancora sazia. Alle 5 facciamo ritorno a Pozzuoli, dopo aver percorso circa 25 chilometri. Eravamo tutti contenti, la nostra mente si era arricchita di tante cognizioni. Alle 5 e ½ prendiamo posto nel Tramway, che ci riporta a Napoli.
Filippo Perrone - Alunno della 3° liceale.



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 17 marzo 2012

venerdì 23 dicembre 2011

Loise De Rosa - Un puteolano del ‘quattrocento





La considetta "Tavola Strozzi" prima conosciuta immagine di Napoli.
Siamo nel XV secolo al tempo degli Aragonesi.


Loise De Rosa - Un puteolano del ‘quattrocento

La nostra Pozzuoli, nonostante i suoi 2500 anni, non ha dato natali a grandi personaggi che possano essere commemorati a livello nazionale.
Ricordiamo che Sofia è nata a Roma ed il Pergolesi ad Iesi. Il cuore mi dice che il più importante “pozzolano” di nascita è uno scrittore del quattrocento; sconosciuto alla gran parte dei nostri concittadini. Trattasi di Loise de Rosa, cronista popolare, noto per un suo scritto, il racconto dei suoi “Ricordi”, che è anche uno dei primissimi prodotti in lingua volgare, nella Napoli aragonese. Critici e saggisti stanno riscoprendo e valorizzando quest’opera che sta rilevandosi sempre più un documento essenziale per la conoscenza e la storia del dialetto napoletano.
Loise de Rosa nasce a Pozzuoli, forse il 14 o forse il 16 ottobre 1385; come lui racconta: "lo nassive a Pezzulo". In seguito, rivolgendosi a se stesso incessante continua: "Tu nassiste de ottufro, o a li quattordice o a li sedice, uno più de li quindice o meno de quindice".
Continua dicendo che quando nacque suo padre stava sul terrazzo di casa a guardare le stelle e disse a sua madre, che si chiamava Fiore, di averlo in buona cura perché sarebbe diventato uomo avventurato, gran maestro, governatore di popoli e signore dei propri genitori e dei fratelli e sorelle, e avrebbe fatto bene a tutti; come per l’appunto accadde.
Quando aveva 20 anni un “astrolaco” che predice i destini gli profetizza che avrebbe corso pericolo di morte ma che se ciò gli accadeva un giorno di venerdì sarebbe scampato; che sarebbe stato più volte per cadere nelle mani della giustizia; che avrebbe trovato oro; e altre cose, che tutte si avverarono. Gli dice pure che avrebbe avuto tre mogli poco affettuose che gli avrebbero dato molte figlie. Sarebbe stato ben visto dagli uomini, ma non amato dalle donne; e infatti egli non poté mai avere, da nessuna delle mogli, un bacio, se non per forza; e peggio gli accadde quando cercò amori fuori dalle mura domestiche, come poi racconta con umorismo.
Dal suo scritto si apprende anche che ebbe fratelli e sorelle, ai quali è costretto a provvedere quando, saccheggiata Napoli da Alfonso d'Aragona, la famiglia si rifugia ad Aversa. Si dedica alla scrittura in tarda età, dopo aver speso un'intera vita come capo della servitù, cioè “mastro di casa” nelle corti angioine e aragonesi del Regno di Napoli. La stesura dei “Ricordi” sembrerebbe formalmente iniziata nel 1452, data a cui rimanda l'avvio della prima scrittura. "Anno Domine MCCCCLII, io, Loise de Rosa, haio comenzato chisto libro, e so' omo de anne sessantasette";
Va però notato che subito dopo l'inizio de Rosa elenca le sei regine presso cui ha prestato servizio, tra cui Isabella di Clemont, prima moglie di Re Ferrante d’Aragona morta il 30 marzo 1465, il che rinvia subito a un'epoca posteriore al 1452. Quindi è evidente la ripresa di annotazioni anteriori, provenienti da un precedente brogliaccio o diario, inizialmente indirizzato a Re Alfonso; infatti spesso inizia i capitoli con “O signor donno Alonso”.
In seguito integra in un unica cronaca tutti i suoi “Ricordi” in gran parte scritti tra il 1467, quando è a servizio di Ippolita Maria Sforza, andata in sposa due anni prima ad Alfonso II, e il 1475, quando nell’ultima scrittura si dichiara novantenne. "ché mo' che scrivo haio più de anne novanta".
In questo ultimo periodo è al servizio di Re Ferrante che lui così definisce: “..che chiamasse Afferrante, che afferra omne cosa, che prio Dio che pozza campare anne ciento in felice stato.”
Il libro dei suoi ricordi, di settantatre fogli probabilmente autografi dello stesso de Rosa, è conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Proviene dalla “Biblioteca Aragonese” nella quale vi fu depositato per dono di Ippolita Maria Sforza. Contiene tre distinte scritture; le “Memorie”, compreso il capitolo “Ly miracule che eo aio vedute”, l'unico che abbia un suo titolo; la “Lode di Napoli”; e la “Cronaca di Napoli”, che va dall'imperatore Corrado IV fino ai suoi giorni, che a sua volta contiene le “Lodi della donna”. Loise è un grande ammiratore del gentil sesso ed in quest’ultimo paragrafo il suo elogio corre così veloce che deve interrompersi improvvisamente per rivolgersi ai suoi lettori: “Ora vui porrissevo dire: Loise, tu si’ innamorato, però dice bene delle donne, perché li nammorate sempre so soggiette delle donne.
Io ve iuro che, per mia fè, che non so nammorato”.
La sua è una cultura orale assorbita dalle conversazioni sentite a corte, nelle ville dei signori e degli umanisti o nelle riunioni dei "Seggi". Dalle prediche, dal chiacchiericcio colorito e sentenzioso dei vicoli di Napoli e dalle novelle d'intrattenimento. Nei suoi ricordi gli storici hanno notato alcune storture e imprecisioni, se non vere e proprie invenzioni favolose, che in parte incidono sull'attendibilità dei fatti narrati; ponendo limiti storici e documentali. Però nella caratteristica prosa, pressoché priva di qualsiasi elaborazione letteraria, risiede uno dei pregi dell'opera; la scrittura di de Rosa, discostandosi appena da quello che doveva essere il parlato della Napoli del Quattrocento, è un documento linguistico di rilevante importanza per la storia e lo studio del dialetto napoletano. Nel ‘400 il toscano è già prevalente nel linguaggio di tutti gli autori del sud Italia; invece nei “Ricordi” di Loise appare per la prima volta un'espressione linguistica tutta meridionale in una forma genuina di semplicità dialettale; così come genuini sono gli aneddoti e i ricordi riferiti.
Ad esempio Loise racconta che a Roma moltissimi penitenti accorrevano, soddisfatti e rassenerati, da un confessore chiamato “donno Janne”; tanto che alcuni invidiosi lo accusarono al Papa. E il Papa interrogatolo sulle cagioni della mirabile efficacia del suo ministero di confessore udì spiegarsi il semplicissimo metodo delle compensazioni che egli teneva. Un penitente confessava di avere rubato cento ducati: “Bene, e a te è stato mai rubato niente? Si, una volta ottanta ducati. Quando te ne ruberanno altri venti non fare rimostranze; vada l’uno per l’altro! Un altro penitente confessava di aver sedotto la moglie altrui. E la tua ti è stata mai sedotta? Si. Vada l’uno per l’altro! Sicchè (concluse Loise), signor don Alonso, “eo so stato confessato da donno Janne, che multi anni so stato bene e mo sto male. Vaga l’uno per l’autro, e stammo pace otto e otto!”
Lo scritto di de Rosa è riscoperto da un monaco francese nel corso del ‘700 ed in Italia solo nel 1879 è parzialmente pubblicato dal De Blasiis. Di questa opera ne parla poi Benedetto Croce nel 1913 nel suo “Sentendo parlare un vecchio napoletano del Quattrocento”. Solo in tempi recenti lo si è ripreso e Loise de Rosa è addirittura additato come il più grande autore napoletano dell'epoca da Gianfranco Contini, che lo considera al di sopra non solo di Masuccio Salernitano ma anche di Jacopo Sannazaro.
Vittorio Formentin scrive che il testo è un vero monumento della letteratura napoletana, al quale il bonario rimprovero di vanteria mosso da studiosi quali il De Blasiis e il Croce nulla toglie della sua straordinaria importanza, sia storica sia linguistica.
Loise scrive in tarda età e spesso molto tempo lo separa dagli avvenimenti narrati; eppure, nonostante confusioni ed errori, il suo racconto ha ancora per lo storico un valore non trascurabile, e non è raro che la sua testimonianza consenta di aggiungere o chiarire particolari tralasciati da altre fonti. E’ il primo a segnalare la presenza degli zingari nel Mezzogiorno quando annota che, al tempo della Regina Giovanna II d’Angiò, vide “..lo duca de Egitto co’ la mogliere e li figlie andare pezzendo per Napole”.
Cesare Segre riferisce che bisogna riconoscere che Loise ci offre pagine affascinanti, in cui la vita di corte dell'epoca è descritta dall'interno, con la conoscenza profonda dei fatti, sia politici sia familiari, di chi vi è stato direttamente implicato. Lo storico può trovarvi infinite notizie di prima mano, scene di grande effetto ed episodi segreti che Loise descrive col gusto della pura narrazione, ma conoscendo bene i retroscena del potere.
Nella storia del Regno Loise non vede che scompiglio e guerre intestine ad opera dei baroni. Quindi esclama: “Chisto riame èi de la santa Eclesia, e io dico che èi de lo santo Diavolo. Non vidite che tutti li signuri so li dimonie, che non cercano se no guerre?”
Ma i "Ricordi" non sono soltanto un'opera storica; nei testi che li costituiscono è riversato infatti un tesoro di leggende e aneddoti tramandati dalla tradizione orale e narrati in uno stile semplice ma efficace, che ne rende la lettura piacevole e affascinante anche per il lettore non specialista. Ad esempio così descrive il Regno in cui vive: “La divisa de lo Riame èi uno aseno co la barda vecchia, e vòltase e mangiasela, e tene mente a la nova.”
I suoi “Ricordi” sono opera d'un vecchio che vuole soprattutto vantare il proprio ruolo e raccogliere leggende e dicerie. Loise ci racconta tutto, storie spesso tragiche, col tono del saggio che conosce i capricci del destino e le debolezze umane, ma sa anche riportarli all'insegnamento dei testi sacri, che cita in un latino gustosamente storpiato.
Loise ha saputo conservare il tono della propria voce, la naturalezza delle esclamazioni, il piacere della sorpresa e delle interrogazioni rivolte a un pubblico con il quale pare discutere direttamente: “O vui che liggite”.
A volte ci fa partecipare ad avventure con colpi di scena e conclusioni impreviste, altre volte pare mostrarci gli avvenimenti attraverso il buco d'una serratura o le incontrollabili voci del popolino. Ma lui è sempre presente, e gode nello esporci un pezzo importante delle vicende napoletane.
Loise servì sette re (Ottone di Brunswick, ultimo marito di Giovanna I, Ladislao, Giacomo II di Borbone, marito di Giovanna II, Luigi III d'Angiò, Renato d'Angiò, Alfonso d’Aragona e Ferdinando d'Aragona) e sei regine (Margherita, moglie di Carlo III di Durazzo, Giovanna II, Maria di Cipro e Maria di Taranto, mogli di Ladislao, Isabella di Lorena, moglie di Renato d'Angiò, e Isabella Chiaramonte, moglie di Ferdinando). Come gli aveva predetto l’astrologo cadde in disgrazia presso Giovanna II e corse pericolo di vita, accusato ingiustamente di aver abusato di una cameriera della regina; restò rinchiuso nella fossa di Carlo Martello, finché il vero colpevole non fu smascherato. Sette volte fu preso il giorno in cui venne catturato il gran siniscalco Pandolfello Alopo. Fu "mastro de casa" di re Giacomo II; del gran siniscalco Gianni (Sergianni) Caracciolo; del cardinale Latino Orsini e del cardinale di Cipro Ugo di Lusignano; del patriarca d'Alessandria Giovanni Vitelleschi; dei principi di Salerno, gli Orsini e i Sanseverino; dei duchi di Sora e del Vasto; dei conti di Troia e di Ariano; di Cola d'Alagno e di altri signori. Fu "viceré de lo contado" di Bisceglie e di Val di Gaudo; due volte viceammiraglio; la prima per conto di Giovanni Fregoso, fratello del doge di Genova; la seconda per conto del principe di Salerno. Dichiara di essere capitano di Teano e scrivendo di sé e delle sue "imprese"; all'inizio dell'opera sottolinea: "... io deveva essere omo d'assai, e mo' che commenzo chisto libro, non so' da niente".
Quasi certamente la maggior parte delle suddette cariche sono vanterie del de Rosa, che altro ruolo non ebbe che quello di capo della servitù; oltre la innocente persuasione di aver maneggiato grandi affari.
Negli appunti più vecchi, quelli dell’encomio a Napoli, volendola qualificare nei confronti delle altre grandi città italiane la definisce “gentile”. Loise dice che tredici cose sono necessarie a rendere perfetta una città; a costituirne la “nobbeletà”. Quattro caratteristiche sono topografiche (mare, piano, montagna e boschi). Quattro sono elementi naturali (acqua, aria, terra e fuoco). Cinque sono pregi storici-urbanistici (strade, chiese, case. mura e fontane). Napoli è l’unica città che ne possiede dodici su tredici. Solo le mura non sono belle, ma tutte le altre cose sono “mirabbellemente”. In più vi si ritrovano “tutti la gente de lo mondo” e di tutte le più nobili qualità sociali, e c’è agevolezza di mercato, nonché di tutto quanto possa toccare alla “consulacione” del corpo e dell’anima. E’ l’armonia di tutte queste qualità a rendere Napoli “gentile” e preminente rispetto alle altre grandi città. Il de Rosa esprime così, a modo suo, una idea che ha avuto una precedente larga diffusione; così come Roma è definita “la santa”, Firenze “ la bella”, Milano “la grande”, Venezia “la ricca”.
Poi parlando dei napoletani dice: «Una bona novella voglio dire a ly nostre napoletane, yo Loyse de Rosa. La novella èy chesta: che ly napoletane so' de lloro natura ly meglio omene de lo mundo, et provalo. State ad audire le mey raiune. Dio criò lo mundo, et èy spartuto in tre parte, Asia, Africa et Oropa. Se non sai, ademanda, che, delle tre, Eoropa èy la meglio. Lo napoletano èy nato a la meglio provincia de lo mundo, perché Napole sta fundata in Oropa.
L'autra: quale èy la meglio parte de Oropa? Sàilo? No, et tu 'de ademanda. Yo dico che Ha meglio de Oropa èy Italia, et yo dico che Napole sta dello meglio de Italia: adunca so' de ly meglio nate.
L'autra: quale ey lo meglio de Italia? Sàilo? No. Sacczelo da me. Èyo lo Riamo de Napole, czoè Cicilia. Adunca Napole èy la meglio cita de lo Riame: lo nepoletano èy de meglio nato.
L’autra: quale èy lo meglio de Terra de Lavore? No'llo say? Sy. Quale? Èy Napole. Adunca lo napoletano èyo lo meglio omo nato de omo dello mundo!»
Loise parla sempre in modo emozionato della sua città che la sua scrittura è da considerarsi una licenza poetica. Va ad elencare nobili, conti marchesi, duchi, principi e re, medici, ospedali, scuole, fontane, bagni, e miracoli.
Dedica un intero paragrafo a: “Ly miracule che eo aio vedute”.
«Et più ve dico che ave Napole la più bella rellicuia che sia per tutto lo mundo: ave la testa de santo Iennaro, che fo arcepiscopo de Napole, et ave una carrafella de lo sango suo, et sta como una preta et, come vede la testa, se fa licuido como mo fosse insuta ("uscito") de la testa et fa et ave fatte più miracule. Ora, che ve pare delle cose stupende de Napole?».
Non manca di parlare delle fonti descritte nel "De Balneis Puteolanis". Tra queste è la "Fons Silvanae" nota per cure ginecologiche ed eliminazione della frigidità e della sterilità; potere quest’ultimo che suscita le battute di Loise che in gustoso dialetto puteolano - napoletano scrive:
"..se volisse imprenare tua mogliere, portala a la vagno de Sarviata, ma tu fa lo tuo dovere con tua mogliere, ca la donna non se ne imprena de acqua cauda".
Dopo tanta esistenza il de Rosa muore a Napoli nell’anno 1475.
Cosa lascia? Cosa ha detto il compaesano Loise? “O vui che liggite”.
Ci ha esortato a leggerlo per poi proferire: “Ora vui porrissevo dire….”
E Pozzuoli che fa? Se non una strada, almeno una targa!



Giuseppe Peluso