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venerdì 7 aprile 2017

E la sirena suonò



E la Sirena suonò
Tragedie e comiche bradisismiche

Pozzuoli, Terra di Fuoco e Terra di Sirene; da quelle omeriche, melodiche e ammaliatrici, a quelle dei cantieri, stridule e persistenti, senza tralasciare quelle appetibili di famosi ristoranti.
Quelle mitologiche stregano Ulisse e permettono ad Omero di svelare al mondo le bellezze di questi luoghi incantati.
Quelle cantieristiche stregano gli operai e permettono a migliaia di Famiglie di apprezzare il benessere apportato dalla Armstrong.
Quelle ristoratrici stregano gli avventori e permettono a frotte di turisti di godere della gastronomia flegrea.
Angosciose testimonianze e ricordi familiari descrivono gli allarmi lanciati dalle sirene, durante la guerra, per avvertire di incursioni e bombardamenti.

Tutte queste sirene sono oggi scomparse, il nostro udito percepisce solo quelle dei mezzi di pronto intervento e quelle, sempre più numerose, che suonano giorno e notte allarmandoci per i frequenti furti.
Non possiamo però non menzionare altre sirene puteolane non meno famose, anche queste legate a ricordi inquietanti, che fecero sentire la loro pungente voce nel corso della crisi bradisismica del 1970.

Il percorso dei ricordi inizia il 22 febbraio 1970 quando L’Unità, nell’articolo scritto da Eleonora Puntillo corrispondente dei Campi Flegrei, titola:
“Brucia la terra sotto Pozzuoli?”.
Si tratta della prima testata nazionale ad occuparsi dell’anomala situazione di Pozzuoli, riportando in maniera cauta le avvisaglie dei movimenti della terra, percepite da pescatori e cittadini del luogo.
Il 2 marzo 1970 c’è poi la totale evacuazione del Rione Terra che segna una rottura tra la Pozzuoli di una volta e quella che verrà [1].

A questa forzata evacuazione fa seguito quella volontaria degli altri quartieri i cui abitanti, in preda al panico per una temuta improvvisa eruzione o di una forte scossa tellurica, scappano via dalla città cercando autonoma sistemazione.

Il sindaco prof. Nino Gentile inutilmente tenta di fermare l’improvviso provvedimento di sgombero e la lunga autocolonna di camion militari, bus dell’ATAN e altri mezzi civili che, per ordine del prefetto, s’è messa in viaggio verso Pozzuoli [2].

Gentile, e l’assessore Causa, tentano di impedire questo provvedimento perché intuiscono le gravi conseguenze che comporta; le autorità non hanno previsto l’ondata di paura e il susseguente esodo di massa che mette in atto meccanismi economici, politici, sociali troppo grandi e complessi che quelle stesse autorità non possono fronteggiare.
Ben presto ci si rende conto che nulla succede di catastrofico e le divergenze fra studiosi Italiani, francesi e giapponesi, diventano vere e proprie risse scientifiche. Coloro che dovrebbero impostare correttamente uno studio qualificato da trasmettere alle autorità hanno pareri diversi sull’origine e sugli sviluppi futuri del fenomeno. A loro volta i poteri dello Stato, pur tra loro litigando, cercano di trovare una soluzione che favorisca il rientro della popolazione; almeno di tutti coloro che occupano stabili perfettamente agibili.

Già il 20 marzo è resa pubblica la notizia che cinque sirene, l’una dopo l’altra, taglieranno l’aria di Pozzuoli; e questa sarà la prova dell’allarme che dovrebbe in futuro scattare per avvertire la cittadinanza di allontanarsi [3].

Naturalmente non si sa bene in quale caso di preciso fenomeno, (terremoto, eruzione?) e per iniziativa di chi dovrebbero poi suonare per avvisare dell’imminente pericolo.
Le cinque sirene saranno montate sui tetti dei seguenti edifici:
-      Caserma dei Carabinieri
-      Caserma della Guardia di Finanza
-      Ospedale dell’Ordine dei Cavalieri di Malta
-      Scuola Monte Nuovo ad Arco Felice
-      Stabilimento termale sul lungomare

In assenza di altri chiarimenti l’ipotesi più logica sembra che questi dispositivi possano entrare in funzione in caso di scosse sismiche ed i puteolani si augurano che i sismografi, alla cui sensibilità è affidata la loro sorte, non siano di quelli che han bisogno di essere sorvegliati e magari smentiti da altri strumenti ed altri osservatori esteri; come pubblicamente sta succedendo.

La sfiducia dell’opinione pubblica, nei confronti di coloro che possedendo un potere accademico godono ora anche di potere politico, è confermata anche dai risultati cui è pervenuta la Commissione Speciale su Pozzuoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Ad un mese dal giorno in cui il problema è stato reso noto in tutta la sua gravità il presidente del CNR dichiara che si parte praticamente da zero con lo studio e che si è stabilito di intensificare i rilevamenti per acquisire ulteriori dati [4].

Non si tratta della solita calamità, come per il terremoto, che una volta avvenuto preoccupa solo per eventuali ripetizioni e quasi sempre a distanza di anni, bensì di fenomeni che si sviluppano giorno per giorno e che occorre prevenire e consentire ai residenti di rimanere nella zona.
Il fenomeno sta provocando un notevole sollevamento del suolo che, in alcune zone, nel marzo del 1970 ha di già raggiunto il metro e si fa notare che un simile sollevamento non può essere considerato cosa da nulla per velocità e proporzioni; l’unico notevole sollevamento verificatosi nelle Haway, prima di quello di Pozzuoli, è stato di appena 50 centimetri ed è stato seguito da una eruzione.
I puteolani non vogliono spostarsi ne' allontanarsi, dicono no alla logica delle deportazioni, perciò occorre creare delle vie di evacuazione [5], 

che restino sgombre, e nello stesso tempo le sirene, come in tempo di guerra, dovrebbero dare tranquillità alla popolazione. Forse non serve a molto, perché quando suona la sirena il disastro è già avvenuto, ma sono importanti dal punto di vista psicologico e pertanto sono installate e, per accertarsi del loro buon funzionamento, alle ore 12.00 d’ogni domenica sono fatte squillare per circa un minuto.
Nelle prime domeniche piazze e strade del centro s’affollano di curiosi che giusto a mezzogiorno bloccano ogni loro movimento; chi passeggia si ferma, che guida ferma l’auto, chi lavora sospende momentaneamente l’attività, i commercianti escono dai negozi e chi è in casa s’affaccia ai balconi.
Durante il latrare delle sirene ci si guarda tutti sorridenti e fiduciosi; il puteolano acquisisce fiducia e tranquillità, ama credere che lassù c’è qualcuno che veglia su dl lui.
Come previsto le sirene raggiungono il loro scopo, la loro semplice presenza incute sicurezza, molto più che le parole e gli incitamenti di politici e scienziati.
C’è il ritorno delle Famiglie e man mano la città riprende a vivere; alle sirene non si presta più tanta attenzione, per i puteolani, come il cannone del Gianicolo per i romani, è l’occasione di controllare gli orologi.

Poi improvvisamente, alle 21.50 di mercoledì 5 ottobre 1971, uno degli ordigni si mette ad urlare da solo senza che entrino in funzione gli altri quattro.
La Sirena “antibradisisma” piazzata sul tetto della caserma dei Carabinieri in via Carlo Rosini suona per diciotto lunghissimi minuti resistendo al violento strappo dei fili ed alle manganellate dei volenterosi militi [6].

Nella città si scatena il caos e decine di migliaia di persone, che ben conoscono il particolare tono di questa sirena, si precipitano per le strade fuggendo dalle abitazione e raggruppandosi in luoghi aperti; s’aspettano una imminente catastrofe.
Chi ha l’auto si dirige verso la statale “Domiziana”, unica via di uscita da Pozzuoli; ma dopo pochi minuti resta imbottigliato dando inizio ad un disperato ed assordante concerto di clacson.
La maggior parte della popolazione si riversa sul lungomare di via Napoli e in Piazza della Repubblica, dove c’è spazio e ci si può salvare nel caso crollino i palazzi; anche qui, nel giro di cinque minuti, è un assordante coro di grida, di pianti, di richiesta di aiuto [7].

Molti iniziano a correre qua e là come forsennati e storditi per effetto della paura; quando il terrore è generale  il popolo è schiacciato, la terra è scossa, e non c’è da meravigliarsi che gli animi, abbandonati e in preda al dolore, siano smarriti.
Una gran folla di precipita alla “residenza” dei Vigili Urbani, dove si sa che almeno due dovrebbero essere di guardia; si sfonda la porta ma dentro non c’è nessuno cui chiedere spiegazioni. Altra folla assedia il Commissariato di Polizia nella villa comunale e la Caserma dei Carabinieri dalla quale subito parte la notizia che deve trattarsi di un guasto o di un corto circuito, e spiegano che non si riusciva a farla stare zitta finché, dopo averne tirati via molti altri, non si è strappato via il filo buono.
Numerosi i piccoli incidenti come quello capitato al quindicenne Franco D’Isanto che, uscendo di corsa dal cinema in cui si trova, è travolto dalla furibonda ressa e cade a terra dove resta con un piede fratturato.
Arrivano i Vigili del Fuoco, le Volanti della Polizia e le Gazzella dei Carabinieri, che non sanno cosa fare; pertanto, mediante le autoradio, si mettono in contatto con il Prefetto di Napoli che è l’unico posto dal quale possono venire comandate le sirene di allarme. Dalla prefettura riferiscono che, non essendoci stato nessun preavviso d’allarme, non è stato schiacciato nessun bottone e non sanno come possa essere accaduto questo accidente.
Ancora non esiste la moderna Protezione Civile e ci si rende conto che manca quello che suona la campana, che dà l'allarme, che suona la sirena per avvertire del pericolo, Prefettura, Questura, Comune. Ufficio Tecnico, troppi a remare e a dare ordini. Ognuno si tiene il suo pezzetto di competenze e informazioni e dialoga troppo tardi con gli altri livelli di gestione.

Cittadini, politici e forze dell’ordine, onde evitare il peggio, insistono affinché possa trovarsi il mezzo di rassicurare la popolazione che ancora è per le strade; tutti fanno quello che possono urlando a gran voce senza però riuscirci causa la gran confusione. Allora compagni sindacalisti corrono in moto, in bicicletta ed a piedi presso lo stabilimento SOFER dove nella locale sezione della Camera del Lavoro ritirano dei megafoni.
Tutti i telefoni di Pozzuoli risultano, tra le ore 22.00 e le ore 24.00, privi di linea perché la cittadinanza si attacca al telefono chiamando parenti, amici, comune, prefettura, polizia, carabinieri; il sovraccarico ha annullato del tutto questo mezzo di comunicazione, aggravando ancor di più il panico e l’angoscia.

L’urlo della sirena coincide poi con una serie di altri episodi che, messi insieme, concorrono a creare il panico. Il giorno prima Pozzuoli è stata invasa da militari che eseguono rilievi e misurazioni e non si tratta delle ordinarie “campagne di rilevamento” che sono eseguite periodicamente [8].

Un elicottero militare è stato poi visto sorvolare a bassa quota la città mentre ancora urla la sirena, e questo avvalora la tesi di un allarme programmato.
La folla non sa, ne può sapere, dove andare; l’allarme non vale assolutamente nulla se serve soltanto a buttare giù la gente dal letto e a farla radunare in piazza. Il tutto crea solo panico e caos anche in considerazione che gran parte della popolazione ancora non è motorizzata e comunque esiste un’unica strada di uscita intasatissima e costellata di palazzi pericolanti.

Questo episodio conferma che le condizioni di sicurezza di una città sono nulle se non esistono idonee via di fuga che si innestino agevolmente nella grande viabilità nazionale senza dover passare attraverso blocchi e strozzature.
I dissesti provocati dal movimento del suolo, che nel 1971 ancora continua ad innalzarsi, hanno bloccato numerose strade interne della città dove gli abitanti in buona parte, tranne quelli del Rione Terra, sono rientrati pur sentendosi come in una trappola.
Il giorno dopo il popolo di Pozzuoli, terrorizzato, si chiede come mai non sia accaduto di peggio; solo la fortuna ha voluto che non ci siano state vittime ed i soggetti nervosi ed ansiosi (parecchi tra anziani, donne e bambini) restano a letto e prendono calmanti per cercare di mandar via l’angoscia.
E’ importante parlare di “effetti psicologici” durante i rischi sismici; storicamente tra i primi a mettere in relazione i due elementi è Seneca che con grande intuizione pone in luce alcuni aspetti chiave del rapporto, inversamente proporzionale, tra la mancanza di conoscenza di un fenomeno “naturale” e l‘amplificazione della paura. Non è facile restare in sé in mezzo a grandi catastrofi e quasi sempre le menti più deboli sono prese dal panico rendendole simili a un pazzo, pur senza pregiudicare la loro sanità mentale.
Molti, che hanno parenti o comunque punti di appoggio lontani da Pozzuoli, ancora una volta mettono le loro masserizie sui furgoncini e abbandonano le loro case come fatto il 2 marzo del 1970 [9].


CREDITI
Eleonora Puntillo – L’Unità Articoli vari
Federica La Longa – Effetti psicologici del terremoto
Lux in Fabula – Bradisismo flegreo
Senato della Repubblica – Resoconti Stenografici




P.S.
Con enorme piacere posto alcuni commenti ricevuti da comuni amici.

Mimmo Fattore E chi se la dimentica quella sera. In meno di 5 minuti eravamo in macchina con le strade che già erano intasate. Si fecero molte ipotesi riguardo a quell' errore, ma la verità non si seppe mai.

Gennaro Lubrano Grazie per avermi ricordato questo episodio più volte raccontatomi dai miei.


Lucia D'Isanto Lo ricordo quel giorno... Tragicomico, avevo 14 anni! E ricordo anche il grosso spavento, tremavo come una foglia. Un ingorgo e una fila di auto a Via Napoli.

Pinarosa Cerasuolo Rocco Lo ricordo benissimo.

Crescenzo Minotta Ricordo perfettamente quella sera.

Carmela Ortone Ricordo benissimo quella sera.

Antonio Antonello Di Fraia Ricordo perfettamente quella notte eravamo sul lungomare esattamente vicino al ristorante Vincenzo a mare. Ricordo che arrivò un carabiniere mezzo vestito a bordo di una motocicletta e cercava di tranquillizzare la gente spiegando che era un guasto ma la paura era tanta.

Pinarosa Cerasuolo Rocco Quella sera eravamo al distributore di benzina, la sirena non si era sentita forte. Arriva una coppia che stava al cinema e ci racconta che ad un tratto tutti a scappare, loro non sapevano nulla, ed esclamarono: ma questo è un paese di pazzi!

Letizia Terrin Io all'epoca abitavo ad Arco Felice. C'era la psicosi della sirena. Una notte la sirena di un'auto parcheggiata improvvisamente cominciò a suonare. Scoppiò il panico!!!

Gennaro Abbate ricordo perfettamente, mio padre mi telefono' per infornarmi dell'accaduto e che fu un errore a far suonare la sirena.

Elvira Capone Sai che ricordo questo episodio .... mi fu raccontato dai miei zii che all'epoca abitavano a Pozzuoli .... incredibile ....

Anna Peluso E finì che durante la crisi bradisismica degli anni 83 e 84 non fu installata nessuna sirena d'allarme a Pozzuoli.

AnnaMaria D'isanto Papa' a letto ed io a vedere la TV! E poi fuori al balcone a godermi lo spettacolo. Gente che scappava a piedi e una fila di auto che non finiva mai. E Angela e Patrizia fecero la valigia: volevano andare a Torino. Papa' ed io tranquilli! Solo verso mezzanotte passo' un'auto dei carabinieri che, con l'altoparlante, avvisava la popolazione di mantenere la calma. C'era stato un falso contatto che aveva fatto suonare il famoso allarme!
Tutti spaventati tanto che anche i carabinieri andarono a prendere le proprie famiglie per metterle in salvo!




martedì 3 marzo 2015

La frana della Cava Regia




Effects of the Recent Earthquake,    at Puzzuoli, near Naples”

Un giornale inglese del 1856 riporta le conseguenze di un terremoto presso la Cava Regia di Pozzuoli

 

E’ notte. Una profonda notte quella tra sabato 12 e domenica 13 ottobre 1856; tutti dormono a Pozzuoli e nel Regno delle Due Sicilie.

Si riposa assaporando l’aria fresca di un tiepido autunno appena iniziato; si pregusta la giornata festiva che sta per iniziare.

 

Improvvisamente, alle ore 02.00 precise, ognuno è sconquassato dal suo sonno da una prima scossa ondulatoria; questa, procedendo da nord a sud, è fortissima ed ha una durata di quindici secondi.

Da Napoli così scrive al suo giornale un corrispondente inglese, testimone dell’evento:

«La nostra prima impressione al risveglio, è che la nostra vista fosse imperfetta o si fosse interrotta. Sentiamo la porta sbattere, le finestre muoversi in armonia con essa, il candelabro cadere dalla nostra "colonnetta", e il nostro letto in ferro vibrare come se un forte uomo lo scuotesse.

E’ così che abbiamo riconosciuto che in quel momento stavamo vivendo l’esperienza della nostra prima scossa di terremoto. Guardando il golfo, diventato argentato con i raggi di una luna quasi piena, notiamo che l'atmosfera è divenuta chiara, tranne verso la base del Vesuvio dove una nuvola di nebbia si aggrappa intorno ad esso, cercando di insinuarsi alla sommità.»

Il giornale inglese “Illustrated London News”, del 1° novembre 1856, così riporta il comunicato: “Effects of the Recent Earthquake, at Puzzuoli, near Naples”; notizia  inserita in un più ampio resoconto relativo al Regno delle Due Sicilie.

Lo Illustrated London News” è un settimanale illustrato, fondato da Herbert Ingram il 14 Maggio 1842, ed è il più bell'esempio di giornale pittorico detenendo lo storico primato di riportare eventi sociali britannici e mondiali dalla fondazione fino ai giorni nostri. Da questo settimanale prenderanno spunto altri “magazine” come l’italiano “Domenica del Corriere”.

 

Pochi minuti e alle 02.04 tutti percepiscono una nuova scossa, sempre ondulatoria che questa volta procede da est a ovest, ma meno potente e con una durata di non più di dieci secondi. Tremito questo che probabilmente non tutti avrebbero percepito durante il sonno.

«In effetti, continua il corrispondente, le case non sono crollate come ci è stato detto, né metà di Nisida è stata sommersa; ma una parte considerevole della scogliera sulla strada per Pozzuoli è caduta giù; ed è questo punto che abbiamo scelto di rappresentare nel nostro schizzo.»

 

Ormai anche i puteolani, durante questo secondo evento, sono fuori dalle abitazioni, specialmente quelli che risiedono nelle scarse e sparpagliate dimore lungo la litoranea che conduce a Napoli, conosciuta come “via Regia” o “via Rivera”.

Istantaneamente l’attenzione dei coltivatori delle “parule” che occupano gran parte dell’attuale via Napoli, degli ergastolani e dei loro guardiani della “Regia Cava”, dei lavoratori e degli ospiti della vecchie terme “Subveni Homini”,  è attratta dal rimbombante rumore proveniente dalle pendici di Monte Olibano ove s’ode un fragoroso fracasso provocato, si saprà poi, dalla caduta di una grande frana.

Il crollo ha quale protagonista un enorme masso di trachite, di già in posizione poco stabile, che nel rovinoso rotolamento alza una polverosa nuvola di terriccio e trascina con se, oltre ad altri piccoli massi, la scarsa vegetazione che incontra sul suo cammino. La sua corsa, rallentata dalla piccola piana costituita dalla strada regia, termina poco prima di precipitare nel sottostante mare.

Il Monte Olibano, il rilievo di circa metri 150, è quasi privo di vegetazione e il nome "olibano", di derivazione greca, indica la sterilità del luogo. Esso è costituito da lava dura di composizione trachitica e costituisce un raro esempio di attività effusiva nei Campi Flegrei. In questo caso si è avuta una lenta risalita di magma viscoso, povero in gas, che non avendo la capacità di fluire si è "accresciuto" su se stesso.

 

Alzando lo sguardo in alto si vede la roccia lapidea con frequenti superfici di distacco di grossi blocchi di lava. La roccia trachitica dell’Olibano è da sempre utilizzata come materiale da costruzione. In età romana l'impiego prevalente era per pavimentazioni stradali e una cava di sommità è ricordata da Svetonio.

Nei secoli lo sfruttamento è continuato ed una delle cave, quella sul fianco del colle verso Pozzuoli, è chiamata "Petriera"; la pietra qui estratta è detta "la pietra di Pozzuoli" (fig. 2).



Ad onor del vero c’è da aggiungere che la notizia di questa frana, lungo la costa di Pozzuoli, è riportata solo da questo giornale e nessun altro accenno è stato trovato nelle cronologie ufficiali dei citati movimenti tellurici. Segno questo che per movimentare questa massa, di già instabile trovandosi in posizione precaria in una cava di pietre, potrebbe essere stato sufficiente anche un sisma locale di bassa energia.

Praticamente lo stesso sfaldamento verificatesi nella dolorosa frana del febbraio 1971, pochi metri più avanti. Quest’ultima avvenne all’altezza della vecchia fabbrica adibita a “quartieri degli ergastolani” fino a metà ottocento (fig. 3).



Anche in questo caso dalle pendici di Monte Olibano si distacca un macigno di trachite che crolla sulla sottostante identica strada, circa cinquanta più avanti, causando la morte di due giovani puteolani.

Uno di loro sta tornando in auto a Pozzuoli, dopo aver assistito ad una partita del Napoli Calcio, e in località Dazio concede un passaggio ad un giovane conoscente; questo, di cognome Coppola, ignaro del tragico destino, è intento a richiedere un autostop.

Passata la tragedia la strada sarà riaperta solo dopo imponenti lavori di contenimento (fig.4).

 


Il giornale Illustrated London News” accompagna la notizia con una splendida stampa originalmente incisa su legno.

La grafica è molto realistica; l’enorme scoglio, visto provenendo da La Pietra, s’è fermato in bilico tra l’antica via Regia ed il mare, poco prima della curva in cui sorge il vecchio “Fortino della Petriera”; oggi noto come terzo palazzo a mare e sede di un famoso ristorante (fig.5).



Il corrispondente inglese così conclude il suo resoconto:

«Migliaia di tonnellate devono essersi staccate dalla montagna, e i giganteschi blocchi sulla destra danno una vaga idea della spaventosa potenza che in un attimo è bastata a squarciare queste rocce. Quando abbiamo visitato il luogo, l'ufficiale di guardia si è fatto avanti con molta cortesia e ha spiegato che durante la mattina di sabato era stato svegliato da un forte vento impetuoso; poi c'è stata una violenta scossa della terra, e in seguito l'intera montagna, a quanto pare, ha ceduto ed è caduta con un fragore tremendo. Proprio accanto c'erano due stalle, che fortunatamente erano vuote. Fortunatamente anche cento o duecento galeotti, che di solito lavoravano nei pressi del luogo, dormivano; se fosse stato di giorno, era probabile che si sarebbero verificate molte morti. In lontananza vediamo Pozzuoli, l'antica Puteoli, così celebre in epoca classica e apostolica; vediamo la strada che corre tra le montagne collegando questa città con Napoli, e l'acqua che ne bagna la base formando un’ansa della baia di Baia. Il tempo era stato per qualche tempo così particolare e così diverso da quello che di solito è in questo periodo dell'anno, che eravamo quasi preparati ad aspettarci qualche fenomeno straordinario. Fitte nebbie, che ci ricordavano Londra a novembre, avevano avvolto la città per diversi giorni; mentre il caldo era stato insopportabile come a metà estate.»

 

Si vede l’enorme masso circondato da una moltitudine di nostri concittadini che, seppur terrorizzati, son giunti qui ad osservalo, spinti dalla curiosità. Sulla destra si nota il Monte Olibano, ancora non deturpato orrendamente su questo versante, e sul fondo si distingue il promontorio tufaceo su cui si eleva il Rione Terra (fig.6).

 


Proprio in questo punto sono state incontrate le maggiori difficoltà durante la costruzione della via Regia nel corso dell’anno 1571, e la vanità del vicerè Pedro Afan de Ribera, secondo alcuni suoi denigratori, non contenta della prima iscrizione apposta all’inizio della strada a Fuorigrotta, determina apporvi una seconda, storica ed enfatica iscrizione posta su di una edicola appositamente eretta (fig.7).



Su questa Iscrizione si legge che prima di costruirvi la via il luogo è tutto orrore e solitario, impraticabile all’uomo e si vedono solo uccelli marini, e per ogni dove ci sono balzi, sassi e rovine naturali.

Nel primo promontorio, verso La Pietra, non potendo smussare l’intero alto costone si fondano mura nel Mare rubando ad esso gli spazi occorrenti.

In altri luoghi, accessibile alle sole capre, si debbono togliere ammassi di pietre quasi incredibili e riempire voragini altrimenti invalicabili.

In altri ancora, come in prossimità del Monte Olibano, è necessario sballare le alture delle antichissime lave bituminose, da secoli raffreddate, e poiché la strada si eleva dal livello del mare, è possibile superare quest’altro promontorio, e ridiscendere verso la chiana e le fabbriche delle antiche terme Subveni Homini, solo mediante una serie di arcate, dette ponti (fig.8).

 


L’edicola eretta per sorreggere la lapide, a memoria dell’opera e del vicerè, costituirà in seguito anche il confine tra la città di Napoli e quella di Pozzuoli.

Per questo motivo su molte mappe è indicata come “terminus”, ovvero fine del territorio napoletano ed inizio di quello puteolano.

Più non ci sono tracce di questa edicola, e della sua iscrizione scolpita su marmo, riportata su cartine e disegni fin quasi tutto il settecento.

Pertanto si crede possa essere andata distrutta proprio nel corso di questo evento rovinoso, o di qualche altro similare, e mai più ricostruita (fig.9).

 


L’enorme masso che, con la sua mole ed i suoi detriti, ha occupato e resa impraticabile l’importante via Regia, sarà ben presto sbriciolato onde permettere sia la viabilità della pubblica strada che il ripristino dei collegamenti cava-imbarcadero (fig.10).

 


 

 

P.S.

Questo articolo, pubblicato la prima volta il 3 marzo del 2015, è stato da noi rivisto e corretto dopo le giuste osservazioni avanzate dalla dottoressa Mariù Caputi.

 

 

GIUSEPPE PELUSO – SETTEMBRE 2025