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mercoledì 20 marzo 2013

I pescatori di Pozzuoli - Parte Terza


 





I pescatori di Pozzuoli
Parte Terza – Lungo le coste laziali

Dopo aver seguito il secolare peregrinare dei pescatori puteolani, lungo le lontane coste della Toscana e della Sardegna, li accompagniamo ora lungo le coste laziali che, seppur vicine, sono state le ultime ad accoglierli con insediamenti stabili. Il motivo va ricercato nelle limitative norme in vigore nell’allora “Stato Pontificio” e nella pretestuosa richiesta di forti tributi che questi pescatori, considerati “stranieri”, non possono permettersi.
Solo dopo l’Unità d’Italia i puteolani si avventurano su questi lidi e la prima località ad essere frequentata, non poteva essere diversamente, è Civitavecchia, il più importante porto laziale.
Carlo De Paolis, nel vocabolario dei civitavecchiesi, precisa che i veri pescatori professionisti sono unicamente i pozzolani e i paranzellari.

“Il pozzolano è il tipico pescatore con reti da posta (tramagli). La sua barca è denominata pozzolana; natante con scafo lungo, basso, e sottile, senza coperta, due tughe a sesto acuto di poppa e di prua, mosso da sei od otto remi a sensile e da una vela a tarchia che s’inalbera e disalbera secondo le necessità (polaccone). L’equipaggio è composto da un capo barca e da otto o dieci pescatori ed il pozzolano esce in mare la sera, colloca le reti, torna a terra, dorme in casa, va di nuovo in mare l’indomani mattina, recupera la rete, rientra di buonora e vende il prodotto ai ristoranti, ai commercianti o direttamente ai consumatori al mercato ittico di piazza Regina Margherita.

Il paranzellaro è invece colui che è imbarcato sulle paranze, cioè il pescatore che esercita la pesca, locale o d’altura, con reti a strascico. E’ stato sempre considerato una sorta di forzato del mare, tanto da essersi portato indosso per secoli il nomignolo di “schiavo”, caduto in disuso solo con l’avvento della motorizzazione. Le paranze escono di primo mattino, tutti i giorni escluso la domenica e tornano al tramonto replicando uno spettacolo antico e sempre nuovo.”

Il pescatore puteolano trova ampia eco anche nella poesia dialettale locale del poeta civitavecchiese Dante Tassarotti:

                        Ne la nostra città le pescatore

so’ quase tutte dell’artre paese,

ne conte poche de civitavecchiese,

a centinara vengheno da fòre!

So’ tutta gente giù der meridione,

siciliane, barese e pozzolane,

le sente dar dialetto ’ste persone.

 

Pure Eugenio Scalfari descrive l’attività dei paranzellari, come si presentava dalla finestra della nativa casa di Civitavecchia esposta al mare:

La mattina, prima dell’alba, partivano le paranze e tornavano la sera con il loro carico di saraghi, triglie, merluzzi, cefali e calamari. La sera partivano le lampare e restavano fuori tutta la notte attirando nelle reti stese a pelo dell’acqua banchi di sarde e di alici. Le famiglie dei pescatori provenivano quasi tutte da Pozzuoli e da Procida e conservavano di quei loro paesi di origine una parlata che col tempo si era corrotta e mischiata con le inflessioni del luogo, dando vita ad una cadenza spuria e sguaiata, ma le donne erano belle, con gli occhi di un blu profondo e capelli morbidi e scuri. Aspettavano al tramonto le barche dei loro uomini ed erano loro a sistemare i pesci nelle ceste, a preparare i banchi sopra i quali esporre le spigole argentee, le triglie color di rosa e gli scorfani rossi.”

In chiave ironica sono invece, sulla parodia de “’a tazza ’e cafè”, di “Baffone” e di “Dujie e Paraviso”, gli sberleffi campanilistici di chi non è di Civitavecchia. Con il dialetto civitavecchiese dell’epoca, che risente dell’influenza di vocaboli napoletani, pozzolani e gaetani, frutto di una presenza massiccia di persone provenienti da quei posti e che, in genere, alloggiano fra il Ghetto e piazza Leandra.

Di Civitavecchia racconta pure Don Vincenzo Cafaro quando, trovandosi a Roma, si reca in questa cittadina per incontrarci gli amici puteolani intenti alla loro genuina vita giornaliera:

“Li incontro al mercato del pesce dove sono a pesare e a dar ragione della buona qualità e del prezzo della merce. Si sforzano di usare un linguaggio italiano ma troppo spesso ci ficcano una parola puteolana. Dei pescivendoli del mercato i più capaci sono loro. Poi mi reco al porto dove ci sono poche barche; le altre sono fuori e rientrano stasera, e chi sa anche stanotte, dipende dalla pesca. Oh, le belle barche pulitissime, a secco, sulla banchina a Pozzuoli, dai colori sgargianti! Sono ora tutte sbiadite. Reti di qua, reti di là e stracci al sole su funi tirate agli alberi e un po di biancheria."

Lavoro ed economia. Guadagno e risparmio. E una vita onesta, Don Filo. Altrimenti non ci si arriva. Pioggia, sole, acqua, vento, la nostra casa è la barca; il mare e il mercato, il campo del lavoro e anche del divertimento. Già si è così stanchi che quando non si lavora si dorme. Ci stimano anche, perché non ci sanno viziosi. Non abbiamo altre conoscenze che il rettore della chiesa vicina e il nostro mestiere. Vita di sacrificio, Don Filo. Prendere in fitto una casa è uno sbaglio, aver qui la moglie e i figli non si combina niente. Si è distratti. Il mestiere se ne fugge. E se ne scappano anche i risparmi.

Quando siamo partiti da Pozzuoli, racconta uno, c’è toccata brutta, ci ha sorpresi una tempesta e appena appena si è fatto in tempo a riparare nel porto d’Anzio, e li siamo rimasti più di una settimana……. Ed io fui fortunato, arrivai proprio per miracolo. Certi giorni non si poteva mettere neppure il capo fuori della tenda. E il mare ci cullava, oh, come ci cullava.”

A Santa Marinella nel 1872 le barche dei pescatori sono di Silvestro Luigi, Barcellini, Molli Leopoldo, Basili Raffaele, Fiocchi Andrea, Griechi Gennaro e Francesco, Chiocchi Giuseppe, Bonetti Antonio, Di Fraia Francesco, Bonito Antonio, i Di Costanzo; quasi tutti provengono da Pozzuoli. Chi viene da Gaeta si dedica alla pesca delle sardine, sarde e merluzzi; mentre chi viene da Pozzuoli si dedica alla pesca di scoglio, ossia scorfani, aragoste. Tutti tornano alle loro case per ferragosto. La venuta a Santa Marinella consente il ripopolamento del loro mare.
I nostri pescatori arrivano qui in massa nel lontano 1887; trovano una piccola rada naturale, dominata dal castello medioevale degli Odescalchi, e ci si sono sistemati per sempre. Così è nata la storia dei pescatori puteolani, che da padre in figlio si sono tramandati questa attività e che lavorano e vivono tutto il giorno nel porticciolo di Santa Marinella. La gente del posto li chiama “I pozzolani” cioè coloro che provengono da Pozzuoli e che da circa 150 anni pescano nelle acque del litorale romano.
Attualmente la flotta dei puteolani è molto ridotta ma negli anni sessanta aveva raggiunto le trenta imbarcazioni. Per loro il declino del settore è iniziato con l’avvento dei pescherecci a strascico e dei pescatori subacquei che stanno creando danni immensi alla fauna marina.
Il vecchio Vincenzo Varchetta così racconta: “I primi pescatori professionisti che raggiunsero Santa Marinella avevano solo alcune barche a vela e con quelle facevano la stagione estiva poi tornavano a Pozzuoli. Solo alcuni anni dopo i primi pozzolani si insediano stabilmente in questa località e tra questi Salvatore Vernata, morto all’età di 91 anni, che venne a Santa Marinella nel 1888. I pescatori partivano da Pozzuoli all'Epifania ritornando per il 15 Agosto (Festa della Madonna della “Mprefeca”; ovvero la “Madonna Assunta”). Partivano con la Tramontana o il Grecale ('cu ò viento e'terra') e tornavano con le basse pressioni di metà agosto. Arrivarono qui con altri amici di Pozzuoli, risalendo la costa attraverso il Circeo, Terracina, Gaeta, Nettuno e Ladispoli. Si sistemavamo in questo porticciolo da gennaio ad agosto, poi prendevano in mano i remi e tornavamo a casa con la barca. Il viaggio durava la bellezza di 24 ore senza mai fermarsi. Noi arrivammo dopo, intorno al 1920, e ci sistemammo definitivamente in un intero stabile dove alloggiano ancora alcune famiglie storiche come i Vernaca, i Varchetta, i De Fraia e i Fratturato”. A quei tempi, Santa Marinella, non aveva più di mille abitanti e molti di loro si sposarono con i residenti. Oggi queste famiglie contano numerosi parenti ma nessuno di loro, a parte qualche eccezione, continua a fare il pescatore professionista. Tanti sono stati i personaggi che hanno caratterizzato quella colonia; ricordiamo i loro contronomi: Carruccello, il Mutarello, Biagino, Sarpatella. Gente che viveva solo di pesca. Catturavano aragoste e le vendevano porta a porta. “Oggi le aragoste sono praticamente sparite, affermano due degli ‘ultimi sopravvissuti’, i fratelli Salvatore e Filippo Vernata, e con queste è iniziato il momento difficile della pesca. Molti hanno mandato le loro barche in demolizione perché il governo li rimborsa con quattromila euro. Qualcuno come Gaetano Lombardi continua a riparare le rezze. Le licenze però non vengono più date e i pescatori stanno scomparendo. Tra qualche anno saremo una specie in via di estinzione.”

Infine Ladispoli, non distante da Santa Marinella; località ricca di storia ma autonoma solo dal 1888.
I pescatori puteolani si spingono ogni anno su queste coste, ritenute le più ricche del Tirreno, e qui, negli anni ’30 e ’40 del novecento, cominciano a vendere il frutto del loro lavoro nel porto che poi sarà il centro della cittadina. Con il passare del tempo vi si trasferiscono definitivamente, portando con loro le famiglie, dando vita ad una comunità che ancora oggi è ben radicata nella città laziale. Sono loro a diffondere la festa del mare, scegliendo S. Giuseppe come loro protettore, e dal 1996, dopo aver posto nei fondali di Ladispoli una statua del Santo Patrono, questa antica tradizione viene annualmente rievocata dai vecchi pescatori originari di Pozzuoli.
Il 27 aprile del corrente anno 2012 il Comune di Ladispoli, con una partecipata manifestazione pubblica, provvede ad intitolare un ampio incrocio posto alla confluenza di via Kennedy, via del Lavatore, via Cariddi e via Scilla. Questa piazzetta viene chiamata “Largo Pescatori di Pozzuoli” e resta a perenne memoria della comunità dei pescatori puteolani dichiarati autentici pionieri nella fondazione della cittadina.
Una comunità, quella puteolana, che ha contribuito a fare la storia di Ladispoli e che giustamente D’Alessio e Paliotta, nel loro citato libro, portano a parlare e dialogare facendo riaffiorare dalle loro labbra le radici e le appartenenze.


Bibliografia:

Eugenio Scalfari - Incontro con io, Rizzoli, Milano 1994

www.poetidelparco.it – Civitavecchia

Don Filo Puteolano – Abbàscio o’ mare

www.centumcellae.it - I Pozzolani, pescatori i via di estinzione

Angela Carlino Baldinelli – Santa Marinella nel tempo

Nardino D'Alessio e Crescenzo Paliotta - I pescatori di Pozzuoli a Ladispoli



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 22 dicembre 2012

lunedì 4 marzo 2013

I pescatori di Pozzuoli - Parte Seconda









I pescatori di Pozzuoli
Parte Seconda – Lungo le coste sarde

In precedenza abbiamo seguito i pescatori puteolani stanziati lungo le coste toscane fin dalla prima metà del XVIII secolo.
Nello stesso secolo, ma con qualche decennio di ritardo, i nostri pescatori vanno a stabilirsi anche in Sardegna in seguito alla presa di possesso di quest’isola da parte dei Savoia che nel 1767 vi fondano il Regno Sardo Piemontese. Si crea così una nuova situazione storica che garantisce ai pescatori campani una certa sicurezza per via della presenza di navi armate che sicuramente scoraggiano eventuali malintenzionati locali e pirati berberi. Il tutto inizia nell’isola La Maddalena e nel suo arcipelago dove, dopo l'occupazione piemontese, arrivano i primi napoletani, puteolani, procidani e ponzesi, che trovano condizioni ideali per stabilirsi. Lasciano paesi ormai sovrappopolati e con attività insufficienti per tutti, e trovano qui zone vergini mai sfruttate prima; lasciano golfi troppo aperti e pericolosi per le intemperie e trovano coste articolate con maggiori possibilità di riparo. Ma soprattutto, provenendo da paesi con attività troppo specializzate (ad esempio, i Ponzesi adoperano quasi sempre nasse e i puteolani reti), per cui tutti debbono necessariamente pescare in determinati mesi e località, trovano qui, nella molteplicità degli attrezzi e dei tempi, la possibilità di lavorare senza importunarsi l'un l'altro. Sono però, dal punto di vista amministrativo, stranieri, provenienti da un altro stato sovrano, il Regno di Napoli, e sottoposti quindi a pagare dei diritti allo stato ospite; e poiché sulla loro esazione e sulla correttezza dei funzionari addetti non sempre i pescatori napoletani possono essere d'accordo, nel 1789, per proteggere gli interessi dei propri cittadini, il Console di Napoli a Cagliari presenta un'istanza al Viceré, che rappresenta i Savoia sull’isola, al fine di nominare un Viceconsole a La Maddalena. Le barche portate dai pescatori campani sono di tre tipi: " il gozzo violone" di Pozzuoli [1], "la feluca" di Ponza e "la spagnoletta" tipica dei pescatori napoletani; modello ereditato con il vicereame spagnolo.
Dal settecento ad oggi, in oltre due secoli, ad esercitare la pesca nell'arcipelago non sono mai stati i maddalenini, almeno quelli del ceppo originario. La generazione degli immigrati della fine del ‘700, e che comprende una fetta consistente della popolazione isolana, non realizzerà fino ai nostri giorni una completa integrazione con le altre componenti isolane perché vi è sempre stata in questa attività una continua alternanza di pescatori napoletani, ponzesi, liguri, toscani, pugliesi e siciliani la cui frequentazione dapprima limitata e stagionale, specie per la pesca del corallo, si concretizza successivamente con degli insediamenti stabili e trasferimenti delle relative famiglie.
I matrimoni fra campani e maddalenine sono rari e sempre nuovi arrivi, soprattutto da Ponza e da Pozzuoli, di individui o di intere famiglie, vanno a rimpinguare il nucleo primitivo mantenendone le caratteristiche iniziali. Gli stessi cognomi delle famiglie di pescatori, i vari Scotto, Acciaro, Aversano, Barretta, Di Fraia, Di Meglio, D'Arco, Nicolai, Sabatini, Ricco, Vitiello e tanti altri danno una precisa connotazione geografica dell'area di provenienza.
La comunità dei pescatori, all'inizio del ‘900, è divisa in due gruppi principali, puteolani e ponzesi, e in altri meno numerosi, come i cetaresi e i siciliani, che mantengono insieme alle abitudini derivate dai diversi luoghi di provenienza, una netta differenziazione degli attrezzi da lavoro. I puteolani si sono stanziati, cercandosi l'un l'altro man mano che arrivano, a "Abbass'a marina"; i ponzesi a "U Molu" di Cala Gavetta; gli altri, seguendo il destino delle minoranze, senza una localizzazione precisa, ma il più possibile vicino al mare. I pozzolani occupano la lunga fila di vani a pian terreno dell'attuale via Amendola, allora via Nazionale, e saltando il lungo cordone di via Garibaldi, le zone immediatamente retrostanti. Essi vivono stabilmente a La Maddalena mentre i ponzesi (i Vitiello i Candido) vengono in Sardegna e nell'arcipelago per "fare la stagione con le nasse"; ad esempio per la pesca delle aragoste. Arrivano a rimorchio di un veliero con una lunga fila di barche e dopo la stagione di pesca ritornavano a Ponza con lo stesso sistema.
La Boga vive nei pressi del fondo, generalmente in branchi, lungo la costa rocciosa e sulle praterie; durante la notte sale in prossimità della superficie. E' comune in tutto il Mediterraneo; nell'arcipelago è oggetto di pesca professionale soprattutto da parte di pescatori pozzolani che adoperano l'impostata, una rete lunga 2/300 metri con tramaglio e un "velo" alto 6/7 metri.
Le bettole sono frequentate nelle lunghe serate invernali, quando l'inclemenza del tempo obbliga all'inattività. Lì i pescatori giocano a carte mettendo come premio un quarto di vino che i vincitori spesso non consumano sul posto, ma portano a casa per la cena. A Cala Gavetta i ponzesi conducono la loro vita occupati come i puteolani nei lavori di preparazione dei loro mestieri; le reti  le nasse. Ma anche la manutenzione delle barche per le quali si servono dello scalo che occupa il lato nord della cala, fangoso e malsano a causa della turbolenta “vadina” nella quale affluiscono gli scarichi fognari della zona a monte.
Nel tentativo di trovare un correttivo anche a questa situazione nel 1919 nasce "La Società fra i Pescatori" di La Maddalena, con lo scopo di "assicurare un sussidio ai soci ammalati e cooperare alla loro educazione ed istruzione civile, venire in aiuto alle famiglie dei soci defunti, accordare al socio che ne farà richiesta mutuo in danaro". Primo presidente è Birardi Luigi di Alghero; e tra i soci fondatori troviamo, Giammetta Francesco di Palermo, Di Fraia Giuseppe di La Maddalena, Del Giudice Vincenzo di Pozzuoli, D'Agostino Procolo di Pozzuoli, Faiella Vincenzo di Crotone, Orlando Pietro di La Maddalena, Vitiello Gaetano di Ponza, Giudice Giuseppe di Ponza, Grieco Gennaro di La Maddalena, De Roberto Gaetano di Torre Del Greco, Panzani Vittorio di Santa Teresa, Batti Luigi di Ponza, Aversano Pasqualino di Terranova Pausania, D’Oriano Vincenzo di Pozzuoli, Di Fraia Leonardo di Pozzuoli. Notiamo che molti, appartenenti alle susseguenti generazione di immigrati, hanno ancora la cittadinanza puteolana; ma notiamo pure nominativi di pescatori maddalenini il cui cognome svela la loro identica origine. A La Maddalena si dice che i figli degli immigrati della pesca diventano presto "quasi maddalenini" ed i loro nipoti diventano maddalenini del tutto e come tali restii alle fatiche, ai pericoli, ai sacrifici e all'aleatorietà dei guadagni che l'attività della pesca comporta.
Nell’isola resta ferma e radicata la fede per Santa Maria Maddalena, patrona dell’isola, ma dalla seconda metà dell’ottocento i pescatori, specialmente quelli di origine puteolana, ogni 15 agosto iniziano a portare in processione la statua della loro protettrice, la Vergine Assunta nel giorno che ricorda la sua elevazione al cielo. La processione si svolge dapprima a terra, poi, negli anni seguenti, a mare con la statua festosamente addobbata sulla barca di testa seguita da imbarcazioni di ogni tipo.
Nella zona di Bassa Marina, ornata per l'occasione di rami di lentischio e di mirto, si svolgono giochi e gare di abilità fra le quali spicca la tradizionale regata a vela e quella a remi nella quale anche anziani pescatori ricchi di esperienza maneggiano con sicurezza i loro remi lunghi 24 palmi (6 metri), con la classica posizione dei puteolani, in piedi con il viso rivolto nel senso di marcia [2]. Poi le gare di nuoto e l'albero della cuccagna a terra e quello a mare (ricordo del nostro pennone) coinvolgono i giovani e un pubblico vociante ed entusiasta. La tradizione resta viva a lungo, certamente fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

La cittadina di Carloforte, posta nell’isola sarda di San Pietro, ha visto aumentare gradualmente la sua popolazione grazie all'immigrazione di liguri, toscani, siciliani, piemontesi, emiliani, calabresi, corsi, greci, savoiardi, svizzeri, slavi ed infine del nutrito gruppo di "napoletani" giunti a Carloforte nel periodo 1865-90. Quest'ultimo fenomeno inizia dopo l'unità d'Italia come un vero e proprio esodo dall' interland napoletano all’isola sarda. Si tratta di gente umile [3] che, lasciata la terra di origine, va alla ricerca di un avvenire migliore, di una condizione di vita più umana. Sono per la maggior parte pescatori provenienti da Casamicciola, da Castellamare di Stabia, da Grazzanise, da Napoli, da Ponza, da Pozzuoli, da Procida, e da Torre del Greco. Gente abituata alla fatica, alla sofferenza, ad ogni sorta di sacrificio. Arrivano perché non si fidano dei nuovi liberatori piemontesi, perché temono nuove angherie, perché cessate le limitazioni di movimento imposte dai governi borbonici, finalmente hanno la possibilità di muoversi con maggior libertà. Si spostano in troppi, intere famiglie, circa 400 persone, che, in pochi anni, diventano un'intera colonia. I carlofortini guardano con occhi preoccupati la loro tipica invadenza ma essi riprendono il lavoro abbandonato dai primi abitanti, la pesca del corallo. Si stabiliscono nella parte più alta del paese, in quel momento disabitata, fanno gruppo a sé, uniti dai loro usi, dai loro costumi, dal loro dialetto. Poi lentamente avviene l'avvicinamento, entrano a far parte degli equipaggi locali che esercitano la pesca tradizionale, diventano padroni di barca, si hanno i primi matrimoni misti, il dialetto napoletano cede il posto alla parlata ligure, a quel dialetto “pegliese” che la popolazione ha sempre gelosamente custodito. L'integrazione a questo punto è completa; solo per curiosità fonti locali riportano l’origine puteolana degli ormai integrati Angelo Caputo, Michelangelo De Simone e Carlo Di Fraia.

Naturalmente moltissime altre località sarde, e delle sue isole minori, sono state raggiunte dai nostri pescatori nei primi decenni del novecento; tra queste anche Porto Torres. Sono pochi i “turritani” con grandi esperienze nella pesca pertanto i puteolani trovano utile qui trasferirsi.
Il nove giugno del 2011 “La Nuova Sardegna” riporta la notizia della morte del decano dei pescatori locali, Giuseppe Sannino. “Era il decano dei pescatori che, fino a due settimane fa, andava per mare con il proprio gozzo «Cristina» a calare o tirare le reti. Giuseppe «Geppe» Sannino, 81 anni, cinque figli uno dei quali pescatore, è morto ieri mattina dopo una breve malattia. Era stato ricoverato il giorno dopo la sua ultima uscita in mare, in seguito a un malore. La famiglia Sannino era arrivata a Porto Torres, da Pozzuoli, prima delle seconda guerra mondiale ed erano stati loro a portare in città la prime reti. Giuseppe Sannino, che tranne una breve parentesi con il peschereccio "Tre Fratelli", ha sempre lavorato nella piccola pesca. Era un po' la memoria storica del mondo della pesca portotorrese. E amava raccontare di quando, ragazzino, usciva con il padre per andare all'Asinara. A vela, ma anche a remi quando calava il vento. Un pezzo di quel piccolo mondo antico che non vedremo più seduto a poppa del Cristina.”

Bibliografia
www.lamaddalena.info – Vita di Mare
www.carloforte.it – I Napoletani a Carloforte
www.lanuovasardegna.gelocal.it



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 8 dicembre 2012



martedì 19 febbraio 2013

I Pescatori di Pozzuoli - Parte prima












I pescatori di Pozzuoli
Parte Prima - Lungo le coste toscane

Le memorie della marineria puteolana, e il recente volume di D’Alessio e Paliotta  I Pescatori di Pozzuoli a Ladispoli”, narrano che da secoli nostri paesani si sono trasferiti in altre località del Tirreno per poter svolgere lucrosamente sia l’attività di pescatori che quella di pescivendoli.
Il passato racconta che Pozzuoli è stato esempio unico dell'esistenza di due categorie di pescatori nettamente distinte: i "piscatori d'à rezza" o "di Sant'Antonio" e i "marenari d'abbascio ò mare" o "dell'Assunta".
I primi [1] pescano nel golfo sia dalla barca che da terra con la sciabica; tra loro si dividono il pescato che vendono in proprio a Pozzuoli e a Napoli. Ancora ricordiamo il loro coreografico assalto mattutino ai treni della Cumana presso la stazione di Pozzuoli; le urla, gli spintoni, le precedenze mai rispettate e... il coro finale quando il convoglio parte lasciando a terra qualche tinozza o delle cassette col rispettivo proprietario.
I secondi [2] effettuano una "transumanza" in vari periodi a seconda la località tirrenica da raggiungere; migrazione terminata solo negli anni '50 del '900. Le barche usate per la pesca e gli spostamenti sono la paranza, la paranzella o il gozzo, e la metà del pescato catturato, "co a' rezza e' posta", lo si divide fra gli equipaggi.
Don Vincenzo Cafaro, l’indimenticabile Don Filo puteolano, così ricorda la partenza dei pescatori nel suo “Abbascio o’ mare”:
“Stasera le barche partono; staranno fuori casa e fuori paese otto o nove mesi. La nuova famiglia sarà la ciurma a bordo, e la casa la barca, e il tetto una larga tenda incerata che li riparerà di giorno e di notte dal freddo e dalle intemperie. Andranno a Ostia, a Civitavecchia, a Santa Marinella, a Livorno, a Portolongone e altri più lontano ancora.
Le coste toscane, ed in particolare quelle dell’Argentario, i pescatori puteolani iniziano a frequentarle nel XVIII secolo quando il cosiddetto “Stato dei Presidi” (composto da promontori, isole e fortezze della costa toscana) passa nel 1735 sotto il dominio del Re di Napoli. La maggior sicurezza contro le incursioni corsare, dovuta alle sue possenti fortificazioni, ed il fatto stesso che non si tratta più di territorio straniero ma napoletano, favoriscono l’immigrazione di pescatori stagionali da località del regno borbonico come Procida, Torre del Greco e Pozzuoli.
Questi ultimi lasciano le loro famiglie, portandosi dietro i figli più grandi, all'inizio della bella stagione e dopo una vita miserrima sulle loro barche o in rudimentali capanne, vi fanno ritorno in autunno carichi di pesce essiccato o conservato da consumare in inverno. Durante la permanenza sull'Argentario, parte del pescato lo vendono, ma spesso lo barattano con altre merci indispensabili, nelle vicine campagne. Alla base di questa loro migrazione vi è la difficile condizione economica in cui versa il Regno di Napoli, la ricerca di un mare meno sfruttato ed una minore concorrenza.
Sono questi pescatori stagionali, poi diventati stanziali, che introducono sull'Argentario le tecniche di pesca e di attività marinara la cui conoscenza diventa poi patrimonio della sua gente. Sono i primi a praticare una pesca organizzata e non individuale mentre i genovesi, con i loro “leudi” più grandi, praticano preferibilmente la raccolta del corallo e la pesca del pesce azzurro. Con gli anni vediamo consolidarsi sulle coste settentrionali dell’Argentario un primo nucleo di famiglie stabilmente residenti; sono puteolani che si dedicano ad ogni tipo di pesca utilizzando un'attrezzatura più povera, tramagli, lampare, nasse e palamiti. Da allora l’attività di pesca si intensifica, favorita dalla presenza di strutture di supporto stabili a terra per la manutenzione e la costruzione delle barche e delle loro famiglie, valido aiuto per la preparazione degli attrezzi per la pesca; principalmente la confezione delle reti, delle nasse e delle vele, e il trattamento del pescato.
Nel XIX secolo Porto Santo Stefano, capoluogo dell’Argentario, è ormai un paese di qualche migliaio di anime e la pesca, con tutte le attività ad essa connesse, è certamente la più rilevante e redditizia per i suoi abitanti. Importanza ha acquisito anche il mercato del pesce, sia quello fresco che conservato, ormai esteso ben oltre i paesi limitrofi raggiungendo le grandi città dell'interno e della costa.
Oltre a quella generica particolare rilevanza ha la pesca del tonno, introdotta dai pescatori flegrei, e per lungo tempo davanti a Porto Santo Stefano è attiva una tonnara, gestita inizialmente da pescatori di Procida; ancora nella prima metà dell'800 è tra le più importanti del Tirreno centrale.
La marineria che maggiormente ha improntato l'arte marinara all'Argentario è quella puteolana e naturalmente le barche da pesca che solcano il suo mare sono ovviamente quelle utilizzate dai pescatori migranti dalla costa flegrea, seguiti in numero molto minore dai liguri ed ancor meno da elbani ed altri. Pertanto le barche caratteristiche e più diffuse sono i gozzi per la pesca sottocosta, le agili paranzelle a vela e le paranze per la pesca in mare aperto. Nella Livorno di inizio ottocento la marineria locale è completamente assorbita dal lavoro nelle imbarcazioni mercantili dove si possono trovare condizioni di lavoro e retribuzioni migliori rispetto a quelle dei pescherecci. Questo crea terreno fertile per l’arrivo di intere famiglie di pescatori provenienti dal meridione. Spinti dai divieti borbonici di pesca nei mesi estivi arrivano prima i pescatori napoletani (Torre del Greco, Pozzuoli e Procida), detti tutti genericamente “pozzolani”, e poi i pescatori pugliesi (Molfetta e Trani), detti genericamente “baresi”; ognuno porta le sue tradizioni marinare, là dove non esiste una flottiglia locale già consolidata.
Anche qui assistiamo a iniziali migrazioni stagionali, ma col tempo questi pescatori diventano stanziali e vanno a costituire dei nuclei locali stabili, favoriti anche dalla loro superba maestria nell’arte della pesca in mare aperto, che nel tempo hanno saputo insegnare anche ai pescatori locali. Si vedono le prime barche a vela che pescano a una certa distanza dalla costa, le paranzelle, con equipaggi composti molto spesso da membri della stessa famiglia. Queste barche [3] sono armate per la pesca a strascico e pescano in acque tra 50 e 130 m di profondità. Il loro nome, e quello della pesca per la quale sono usate, deriva dalla caratteristica di navigare in coppia avanzando “alla pari”, tirando insieme le due cime di una rete a sacco, lo strascico. La navigazione di ogni paranza è diretta da un comandante con la qualifica di “Padrone Marittimo”. Poiché le barche non invertono mai tra loro la posizione rispetto alla costa i padroni sono detti, secondo il gergo, di “sopra-vento” o di “sotto-vento” a seconda che si trova sulla paranza vicina alla costa oppure all’esterno. Il complesso delle operazioni di pesca è diretto dal padrone sopra-vento o “comandatore” e a un suo cenno gli equipaggi cominciano a salpare. Muniti di una robusta tracolla, che fissano ai calamenti, i pescatori tirano avanzando in fila sul ponte, poi uno alla volta si staccano e tornano a poppa a riagganciarsi fino a che il sacco è sotto bordo e le barche accostate. Rovesciato in barca, con i grossi paranchi, il pescato viene messo nelle ceste e la rete torna in mare.
Fino a pochi anni fa al mercato del pesce di Livorno il puteolano è lingua dominante ed il cacciucco è rimasto legato a questa memoria. Nato forse sulle "galere" per nutrire i vogatori alla catena, o derivato da un miscuglio dei Fenici, i livornesi narrano che il cacciucco è diffuso dai pescatori pozzolani nella loro diaspora e cambiando nome di città in città è andato via via semplificandosi con sempre minor partecipazione di pesci.
Pescatori puteolani sono poi stanziati anche in altre località toscane come Ansedonia, Talamone, Piombino, al Giglio e naturalmente sull’Isola d’Elba; specialmente a Portolongone (l’odierna Porto Azzurro) unico luogo dell’isola che abbia fatto parte dello Stato dei Presidi.
Sandro Foresi, nel suo “Pesci, Pesca e Pescatori nel mare dell’Elba”, scritto nel 1939, narra che i vecchi pescatori pozzuolani che pullulano a Porto Azzurro cantano nostalgicamente le canzoni del tempo che fu:

“ E damme nu vaso…
e damme n’ato vasillo,
e damme n’ato vasillo, oj né…
ciente vasille, oj né!
Stanuotte sotto ‘a rotta
voglio sunà cu ttè!…

Sempre lo stesso autore elbano ha redatto un’epica descrizione del pescatore di Pozzuoli intitolata “La flotta dei palamitari”. La trascrivo integralmente; andrebbe riportata su un marmo da incastonare nelle mura della nostra “Assunta a mare”.

“Le barche da pesca della flotta dei palamitari di Pozzuoli si trovano sparse su tutte le spiaggie, lungo tutto il litorale della penisola. Tenaci nella loro operosità, i risicatori di tutte le tempeste, al remo e alla vela, realizzatori di tutte le risorse peschereccie, i pozzolani ramingano nel mare nostro, nelle albe e nei tramonti sereni o burrascosi, sempre pronti alla manovra. Affrontano la navigazione in cerca di preda.
Quando la bonaccia monotona li assale accudiscono ai lavori domestici: rassettano le reti, come le donne le calzette, sistemano le nasse, mettono in ordine i palamiti, facendo invidia alle più abili massaie. Perché questi sono i mestieri preferiti dai pozzolani, pescatori di pesce da cacciucco.
I pozzolani partono in crociera dal loro paese in cerca, più che di fortuna, di lavoro. Vivono sotto la tenda, sono i soldati dell’autarchia, mangiano pane secco e pesce scarto, bevono acqua scussa da un anno all’altro. Dopo la pesca si mettono in testa le coffe della preda e corrono come barberi verso il mercato, per venderla al miglior offerente. Son gente che non conosce che fatica e sacrifici e che qualche volta lascia le cuoia sul campo di battaglia, perché la battaglia è continua, senza tregua, battaglia che combattono da quando sono stati ingaggiati nella vita. Si può dire che son nati su quelle barche e che hanno goduto la libertà soltanto quando sono andati a compiere il proprio dovere di soldato.
Pozzolani, gente di fegato, cresciuta alla scuola del dovere, che vive felice fra cielo e mare, che tutto dà e nulla chiede, cantando con nostalgia accorata le canzoni di Piedigrotta, alieni da ogni servo encomio, accampati nelle loro barche, sia che piova o tiri vento.
Le loro imbarcazioni sono pitturate dai colori più vividamente sgargianti. Molte di esse fasciate da una striscia tricolore: segno sacro della Patria. Quando riposano sulla spiaggia, nella luminosità meridiana, sono gaie pennellate di vivida policromia.
Sotto la prua non manca mai la Madonnina di Pompei alla quale accendono notte e giorno il lumicino ad olio perché li salvi da tutte le tempeste.”

Foto 1 - Pozzuoli "Rete di S. Antonio"
Foto 2 - Pozzuoli "Abbascio o' mare"
Foto 3 - Argentario "Paranze di ritorno"

BIBLIOGRAFIA
Don Vincenzo Cafaro – Abbascio o’ mare - 1943
Sandro Foresi - Pesci Pesca e Pescatori nel mare dell’Elba – 1939
Raul Cristoforetti – Capodomo – 2008
www.fondali.it – La pesca nella memoria storica flegrea
www.comune.san-vincenzo.li.it – Gente di Mare


Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 24 novembre 2012

martedì 5 febbraio 2013

La Festa dell’Uva






La Festa dell’Uva
Opera Nazionale Dopolavoro di Pozzuoli

Dal 1930 è indetta, perché voluta da Mussolini, la “Festa Nazionale dell’uva”, alla quale debbono collaborare tutte le istituzioni del Regno. La festa è creata per ragioni di ordine economico (per promuovere il consumo di vino e di uva da tavola, in un momento di grave difficoltà per il settore, valorizzandone le qualità nutritive e terapeutiche) e per ragioni di ordine politico (per alimentare la propaganda e il consenso a favore del regime).
In quel periodo la sovrapproduzione d’uva è un problema reale che attanaglia l’agricoltura; la viticoltura italiana rappresenta uno dei principali pilastri sui quali si regge l’economia nazionale  e per agevolare il consumo dell’uva è istituita questa festa con lo scopo di renderne popolare il consumo.
Il principale organismo cui è demandato l’organizzazione della Festa dell’Uva è l'Opera Nazionale Dopolavoro (O.N.D.); ente istituito con il RDL n. 582 del 1° maggio 1925. L’O.N.D. è concepito e nasce con il principale compito di regolare e inquadrare entro uno spazio controllato e sicuro il tempo libero dei lavoratori. Inoltre nelle intenzioni del Regime l'ente deve rappresentare il raccordo fra il lavoro e la spada, fra la società civile e l'esercito in armi. Nei dopolavoro si svolgono svariate attività, che spaziano dallo svago (sport amatoriale, ballo, cinema, spettacoli di varietà), alla cultura (concerti, spettacoli di lirica e prosa, biblioteche circolanti, bande musicali, corsi di tecnica agraria o di economia domestica, conferenze, prevenzione sanitaria), all'escursionismo (gite a piedi o in bicicletta, "treni popolari", crociere e viaggi all'estero, colonie estive per i figli dei lavoratori), sino allo sport agonistico e alla organizzazione di raduni e feste popolari (Befana fascista, Festa dei fiori, Festa dell'uva, Festa delle mondine, Festa della pesca). Per ultima, ma non ultima, l’attività dei cosiddetti “Carro di Tespi”, una denominazione utilizzata per i teatri ambulanti sorti intorno al 1930 per iniziativa del Ministero della Cultura Popolare, con l'intento di allestire rappresentazioni anche in quei comuni che non sono dotati di un teatro stabile. Tespi, racconta Orazio, è stato un semileggendario poeta e drammaturgo greco antico che si spostava da una città all'altra dell'Attica con un carro sul quale innalzava un palco. I protagonisti erano un attore ed il coro, e questo singolo attore era pure autore del testo. Indubbiamente, come riferisce  Paolo Orano, i Carri di Tespi sono una delle istituzioni più tipiche, significative e perfette ideate e attuate dal regime fascista nel campo artistico e culturale, e sono in pari tempo la prima concezione nel mondo di un teatro mobile rivolto alle masse.
Qualche foto, dell’archivio Parisio scattata nel luglio del 1934, mostra un carro tespiano sia nella colonia marina di Lucrino sia in quella di Arco Felice [1]; attività entrambe curate dalla O.N.D. puteolana.
Dallo stesso 1930 tutti i dopolavoro, che si presentano simili agli attuali circoli ricreativi in cui si gioca a carte ed alcune volte si organizzano delle feste, sono invitati, insieme ai comuni, a celebrare la "Festa dell’Uva". In tutta Italia sorgono comitati locali che si attivano per offrire, ai concittadini e ai visitatori, giornate di svago e di intrattenimento. Giornate riempite da gare canore e arricchite dalla presenza di trionfali apparati scenici, di fontane dalle quali zampilla vino, di sfilate di carri allegorici trascinati da buoi. Tutto ciò vissuto in un'idillica atmosfera da strapaese popolata da “pacchiane” e “furetani” intenti alla animazione del loro quotidiano lavoro nell'ideale modello rurale.
La festa dell’uva è organizzata  in modo tale che il trasporto e lo smercio delle uve, da consumarsi come frutta, sia ben agevolato. Pertanto durante il detto periodo di organizzazione e celebrazione della festa le uve, tanto che siano di produzione locale quanto se provengono da altro Comune, circolano liberamente senza vincolo di bolletta di accompagnamento o di altra formalità (ricordiamoci che fra i diversi comuni esiste ancora la barriera daziale). Inoltre gli appositi comitati per la Festa stabiliscono che la vendita può essere affidata anche a commercianti ed esercenti di ogni genere, compresi caffè - bar e spacci di liquori, esclusi i venditori di vino e cioè gli esercenti di vere e proprie osterie. Singolare è anche la vendita dell’uva che avviene con appositi sacchettini fatti stampare a livello provinciale e poi distribuiti ai vari enti organizzatori. Il compito del Dopolavoro durante le feste dell’uva è di curare la parte folkloristica della festa organizzando cortei in costume e carri “di carattere vendemmiale”. Le manifestazioni debbono avere luogo in tutti i Comuni di “qualche importanza” di ogni provincia italiana.
A similitudine di quanto avviene in altri comuni la prima Festa dell’Uva, che si svolge il 28 settembre 1930, a Pozzuoli è organizzata con non molta enfasi, quasi in sordina, è naturalmente registra poca affluenza di partecipanti e pubblico.
Ma l’anno seguente batte forte la grancassa della propaganda fascista per cui i locali gerarchi ed i vari dopolavoro non possono fare a meno  di impegnarsi nella buona riuscita di un evento voluto da “Lui”.
Il comitato organizzatore è presieduto dal Podestà e da autorità fasciste, da membri dell'O.N.D. e delle associazioni economiche e sindacali puteolani. A questi si aggiunge anche il Poeta Luigi (Gigi) Punzo, indimenticato autore di poesie e canzoni. Punzo ha un ruolo di primo piano nell'ideazione e nell'allestimento coreografico del carro allegorico e nel serale intrattenimento canoro, vero fulcro scenografico della festa. Con questa seconda festa dell’anno 1931 è inaugurato il copione di attrazioni che si replica, sebbene con qualche variante, fino alle ultime edizioni. La manifestazione inizia di mattina con la benedizione dei grappoli nella piazza decorata con trofei, bandiere, e festoni realizzati con tralci di vite. Poi c'è la successiva Messa officiata dal parroco, con la partecipazione di autorità e cittadini. Fuori, nella piazza principale, in chioschi opportunamente allestiti si procede con la vendita dell'uva.
Fra il pomeriggio e la sera si raggiunge l'apice con la sfilata dei carri allegorici folcloristici preparati dai vari Dopolavoro, la tombola a scopo benefico, l’esibizione di gruppi canori, balli campestri, musica e il gran finale con la proclamazione della comparsa femminile più bella, con l'uscita a sorpresa del carro vincitore nella cornice notturna illuminata da fuochi d'artificio e la musica del Corpo Bandistico.
E’ il Dopolavoro dell’Ansaldo Artiglierie ad allestire il primo carro allegorico vendemmiale che trasporta un enorme cesto stracolmo d’uva [2]. Il carro è circondato da un leggiadro pergolato ornato da magnifici grappoli e cinto dal verde fogliame dei pampini che si curvano sul capo di numerose e leggiadre vendemmiatrici a guisa di festoni. Sul retro del carro, un vero carro agricolo non motorizzato ma trainato da una coppia di buoi, è riportata la scritta “Dopolavoro Ansaldo – “LL’UVA NOSTA” – Versi e Musica di Gigi Punzo”. E’ questo il titolo della canzone scritta appositamente dal maestro Punzo e che il tenore Ermanno Cosenza canta montato direttamente sul carro allegorico.
Per la terza festa, il 18 settembre 1932, si ripete lo stesso copione con carro del Dopolavoro Ansaldo e nuova canzone di Punzo “O VINO NUOSTO” scritta anche questa appositamente per l’occasione.
Il 24 settembre 1933 quarta festa, nuovo carro del Dopolavoro Ansaldo, nuova canzone del Maestro “DOPPO VENNEGNA”, ed il tenore Cosenza che ritorna a Pozzuoli per cantarla.
Il 23 settembre 1934 si ripete tutto uguale tranne la canzone che ora si intitola “TARANTELLA ‘E LL’UVA D’ORO”.
Il 15 settembre 1935 sesta festa dell’uva; la nuova canzone del maestro Punzo “O MAGO ACCUSSI’ VVO’…” cantata sempre dal tenore Ermanno Cosenza però sul carro vendemmiale “Bacco” allestito questa volta dal Dopolavoro Comunale di Pozzuoli. La Festa è ormai celebre e in Italia tutti tengono a parteciparvi e mettersi in mostra.
Il 27 settembre 1936 settima festa e questa volta la canzone di Don Luigi si intitola “VENNEGNA E VASE…”; ancora cantata dal tenore Cosenza sul carro del dopolavoro comunale [3].
Anche le feste del '37, '38 e ’39 hanno un grande successo con ampi finanziamenti sia pubblici che privati e la celebrazione, che già da alcuni anni continua anche nella serata del lunedì, si articola secondo il consueto copione.
Ora però la scenografia  è molto più spettacolarizzata perché improntata sul modello della Roma imperiale; fasci littori, colonne sormontate dall'aquila romana, richiami all’impero ed alla grandezza della Patria.
Con il 1940, e l'entrata in guerra, termina in tutta Italia il desiderio e la volontà stessa di festeggiare e le difficoltà economiche conseguenti al conflitto sono poi le cause della sospensione della Festa Nazionale dell’Uva. Nel periodo postbellico solo in alcuni comuni, dove peraltro già esistevano tradizionali feste vendemmiali precedenti a quella fascista, si riprende in sordina la celebrazione anche se sotto altre denominazioni come "Sagra dell'Uva" oppure “Festa della Vendemmia”.
Nel dopoguerra Pozzuoli, come anche afferma l’amico Gennaro (Rino) Chiocca che mettendomi a disposizione il materiale della sua personale collezione mi ha permesso di stendere il presente articolo, si sente più operaia che contadina. La città, come visto con il “Congresso Democratico del Mezzogiorno” tenuto nei capannoni ex Ansaldo il 19 dicembre 1947, è ora epicentro della lotta operaia pertanto, pur non rinnegando il passato contadino, diventa difficile superare le perplessità di quanti associano la festa al passato regime.
Anche la Chiesa puteolana non si entusiasma alla possibilità di una sua ripresa; giustamente la colloca tra le feste pagane nonché pericolosa concorrente della contemporanea Festa di San Gennaro.


BIBLIOGRAFIA
Paolo Orano - I Carri di Tespi dell'O.N.D., Edizioni Pinciana, 1937
Dott.ssa Assunta Medolla – Tutto su Cava
Gennaro Chiocca – Sezione Ansaldo – Collezione privata
www.alfonsinemonamour.racine.ra.it - La Festa dell'Uva  ad Alfonsine





Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 10 novembre 2012



mercoledì 5 dicembre 2012

10 Agosto 1995

Inserisco un racconto scritto da mia figlia Anna nell'agosto del 1995, quando era diciannovenne.
Erano quelli gli anni in cui non era ancora possibile visitare il Rione Terra ed io, incautamente, guidavo figli e nipoti in pericolose arrampicate pur di ripercorrere quei luoghi così vicini ma così lontani da raggiungere. Ed erano quelli anche gli anni in cui il Professore Raffaele Giamminelli aveva riportato in auge la secolare tradizione del "Cippo di Natale".


L'articolo è corredato da una foto che riproduce un quadro del Maestro Antonio Isabettini a cui vanno i miei ringraziamenti per la gentile concessione.
Giuseppe (Peppe) Peluso






10 Agosto 1995


Un’improvvisa folata di vento mi ha sparso i capelli sul viso!
Ha portato con se l’odore del mare, dei pescherecci ancorati dietro di me nel Valione, del traghetto che sta raggiungendo rapidamente il molo carico di turisti sorridenti.
Vorrei leggere nelle loro menti per carpirne i ricordi, per sapere cosa hanno visto, cosa hanno provato.
Come una ladra vorrei rubare un po’ della loro felicità, per tenerla da parte, nel mio cuore.
Li invidio perché sono in vacanza, lontani da casa, spensierati.
Per me l’estate non si è presentata altrettanto entusiasmante.
Qualsiasi programma si è dissolto come il portafoglio che doveva sostenerlo.
“Vacanze in Città”, è stato il motto di quest’anno!
Partiamo alla scoperta delle bellezze del nostro paese!

Così eccomi qua! Sotto il sole cocente di agosto insieme a mio padre che ha deciso di rosolarmi per benino mentre con tranquillità sta osservando il gruppo trasandato di case che costituisce l’antico Rione del mio paese.
Cosa ci sarà di tanto interessante?
Palazzoni deserti, vicoli devastati da detriti e da erbacce, chiese spogliate fino all’osso ed il silenzio particolare che nasce dalla solitudine e l’abbandono.
Solo i piccioni sanno vincere il naturale timore recato da quei luoghi costruendo il loro nido sul tetto degli edifici pericolanti.
Immagino che lo considerano il loro paradiso, lontano dagli uomini, tutto per loro!

“La vedi la strada che sale da quel lato?”  chiede mio padre improvvisamente.
Io sobbalzo sorpresa, poi seguo il suo sguardo per individuare ciò che mi sta indicando.
“E’ via del Ponte, ogni domenica la risalivo per raggiungere la sede dei Boy Scout in via Ripa e poi con i miei compagni andavo al Duomo, il vecchio Tempio di Augusto, per ascoltare la Messa. Tutta la gente indossava il vestito delle feste ed usciva per strada.
Io e gli altri Esploratori ci mettevamo ai fianchi dell’altare durante la cerimonia. Lo fate ancora?”
“Beh a dire il vero ci mettiamo dove capita, sai la chiesa è piccola e ci si sta un poco stretti….”  qualche volta anche per terra, sto per aggiungere, quando un topo di notevoli dimensioni mi schizza davanti per infilarsi in una crepa del muro di rimpetto; dietro di lui, altrettanto veloce, un gatto dal manto chiazzato.
La scena mi ha divertito ma mio padre sembra non averla notata, continua a guardare su, verso il Rione Terra.
“Papà dobbiamo restare ancora a lungo?”  chiedo spiazentita.
“Ti sto annoiando, vero?”   fa mio padre tranquillo e sorridente.
“Significa che non hai ancora imparato ad osservare le cose con gli occhi della Storia.”
“Cosa vuoi dire?”
“Quando ti trovi in un luogo non devi limitarti ad osservare quello che è, nel momento in cui lo stai guardando. Prova a chiederti invece quale è la sua storia. Solo se riuscirai a conoscere le vicende del suo passato, i fatti e le persone che lo hanno plasmato e modificato, solo allora, potrai osservare con gli occhi della Storia.”
“Mi dispiace dovertelo dire papà, ma non ho ancora capito esattamente come conoscere la storia mi possa far piacere un gruppo di case diroccate.”
“Una prova pratica forse riuscirà a chiarirti il concetto. Chiudi gli occhi.”
L’ha detto seriamente ma io non posso fare a meno di chiedermi se stia scherzando.
“Guardare ad occhi chiusi?”
“Si, si, chiudi gli occhi! Meno domande e fai quello che ti dico.”
E questa volta per essere sicuro provvede personalmente a bendarmi con un fazzoletto.
“Papà, si può sapere cosa stai combinando? Forse non lo hai notato, ma la cosa è abbastanza imbarazzante.”
Ma lui non mi ascolta nemmeno mentre finisce di stringere il nodo dietro di me.
Sento il motore di una macchina che si sta avvicinando, chissà cosa penserà il guidatore a vedermi così combinata.
Inutile domandarselo. Non sento più papà vicino a me. Se ne è andato?
No, è ancora qui, mi ha preso le mani, mi sta conducendo da qualche parte.

“Dove andiamo?”
“Riesci a ricordare i luoghi che stavamo osservando insieme pochi momenti fa?” domanda per tutta risposta.
“Di cosa stai parlando, del Rione Terra?  E’ li che mi stai portando?”
L’idea mi sconcerta e incuriosisce a un tempo.
“Conosci un accesso che non è stato ancora sbarrato?  Credevo che fosse diventato impossibile mettere piede sul Rione. Qualche settimana fa, infatti, con i miei amici…….”
“Adesso fai silenzio!”  interrompe mio padre “un bel respiro e poi ascolta attentamente quello che ti dirò.”
Io lo assecondo immediatamente e aspetto che continui.
Intorno a me tutto sembra essersi fermato, non sento macchine ne persone, solo il profumo del mare. Sono tutta in fremente attesa.

“Proviamo a tornare indietro di qualche decennio.  E’ la Vigilia di Natale, tra non molto scoccherà la mezzanotte.  L’aria è fredda e tagliente quando ti sfiora il viso.  Nei vicoli, di solito deserti a quest’ora, c’è uno strano movimento.  Si sente l’argentino vociare dei bambini accompagnato dai rimbrotti profondi dei loro genitori.
In lontananza un coro canta inni natalizi.
All’incrocio del vicolo, sulla destra, un mendicante è seduto per terra e tende la mano nella nostra direzione, ma la nostra attenzione è rivolta altrove, verso un improvviso chiarore che è apparso un poco più avanti verso la fine del vicolo.  E’ da lì che proviene il canto di poco prima, a fianco a te passanti frettolosi ti superano velocemente come se fossero, per qualche motivo, in ritardo. Tu acceleri il passo incuriosita e d’improvviso uno spiazzetto si apre davanti a te, al centro un grande fuoco le cui fiamme sembrano spingersi in alto fino a toccare le stelle.  Raccolta dal calore, tutta la popolazione del rione, si è data convegno qui questa sera per celebrare insieme la nascita del Salvatore….”

D’improvviso la voce di mio padre sembra perdersi nel vociare delle altre persone presenti.
Un gruppetto di uomini chiacchierano giovialmente sulla mia sinistra; una vecchietta mestamente si avvicina al fuoco con il rosario tra le mani; dietro di lei un ragazzino dall’aria preoccupata sembra aver perso qualcosa.
Scruta attentamente il selciato della strada contorcendo per nervosismo i lembi della semplice giacchetta di velluto verde.
In testa un buffo copricapo di lana che stona per la sua tinta celestina.
Come sembra tutto reale! 
Sembra incredibile.
Forse se mi concentro riesco anche a percepire il calore delle fiamme sulla pelle.
Si, lo sento!
Ma forse mi sto sbagliando, è soltanto il calore del sole di agosto che brucia al di là di questa benda che mi ha allontanata dal presente.
Cos’è questo suono? 
Sono campane, si le campane del Duomo che annunciano la nascita del Bambino.
Tutta la gente in festa, bambini agghindati da angioletti cominciano a cantare   “…… tu scendi dalle stelle…..”
Il più grande avrà sette anni e fanno una grande tenerezza a guardarsi, con i loro riccioli ribelli che ricoprono i visi paffuti colorati di rosa.
Come sembrano veri!  Scorgo perfino le loro ginocchiette scalfite da infinite cadute che spuntano fuori dalle vesti troppo corte.
Anche gli edifici e questa piazzetta appaiano inspiegabilmente reali e non il semplice frutto della mia fantasia.
E’ difficile spiegare la sensazione che sto provando in questo momento perché significherebbe  in qualche modo dare valore a ciò che non è.
Oh Signore, eppure è così!
Sento ancora le voci che cantano; il calore del fuoco sul viso e sento il freddo della notte sulle spalle; la pietra del selciato sotto i piedi.

“Signurì,  scusate signurì, permettete?”
Non è possibile.
Il ragazzo dalla giacchetta verde di poco prima si è avvicinato e adesso mi sta parlando.
Non so cosa pensare.
Eppure e qui davanti a me, potrei giurarlo.
“Signurì  mi scusi, forse l’ho spaventata?  E’ diventata tutta ianca comma na lenzola.”
“Io…. ecco….no… sto bene.   Desiderate qualche cosa?”
Non posso crederci, gli ho risposto.
“Solo una cortesia.  Nun è c’ha’ avit’ vist p’terra na cullanella cu na crucella e legn?”
Sembra davvero preoccupato.
La voce è calma, ma trattenuta.
“Mi dispiace, ma non l’ho vista.”
Poverino!  Che faccia ha fatto.  Vorrei poterlo aiutare.
Già si sta allontanando, meglio corrergli dietro.
“Eh! Ragazzo!”
Non mi ha sentito.  Meglio avvicinarsi un altro poco.
“Ehi, ragazzino mi sentite?”
Ecco si è fermato.
Deve aver capito che lo chiamavo; già sta tornando indietro.
“Signurì, chiamavate me?  Avit truvat’ a cullanella?”  mi chiede ansioso.
“No, è che volevo sapere perché per voi era così importante.”
Già mi sono pentita di avergli fatto questa domanda.
In fondo non sono fatti miei e poi tutto questo è frutto della mia fantasia e perciò già dovrei conoscere la sua risposta.
Invece non è così!
“Scusat’, ma a voi che ve ne frega?”  mi risponde impertinente.
Questa proprio non me l’aspettavo.
“Era per curiosità. E poi se mi date qualche altra informazione potrei aiutarvi a cercarla.”   gli dico insistente.
“Antonio, che fai?”  chiama una ragazza da una finestra.
Il ragazzo si rizza su come un pennone facendo finta di non aver sentito.
“Adesso devo andare. Mi chiama mia sorella Annunziata. Sarà per un'altra volta.” 
Mi dice frettoloso e scatta via veloce come un lampo tra la folla.
Cosa gli sarà preso? 
Vallo a sapere.
Intanto mi trovo ancora qua e non so cosa fare.
C’è ancora molta gente ma comunque mi sento sola.
Tanti visi ma nessuno amico.
Aspetta un attimo! 
Ma quello è papà, ne sono sicura.
Mi volta le spalle ma lo riconoscerei ovunque.
“Papà sono qui!   Papà, papà.”
“Calma Anna sono qua.  Non ti preoccupare.”
Il fuoco, la piazza, la gente, tutti scomparsi.
E’ tornata la luce del giorno ed il rumore delle automobili.
Mi gira leggermente la testa.
Sono seduta su una panchina nei giardinetti di Piazza della Repubblica.
Il fazzoletto che mi bendava gli occhi è scivolato intorno al collo.
Papà al mio fianco, sorride sornione.
“Posso sapere che diavolo è successo?”
“Cosa intendi dire? Mi sembri un poco sconcertata.”   risponde papà disarmante.
Questo è il colmo.
“E’ normale che sia sconcertata, non ho capito nulla di quello che è successo negli ultimi dieci minuti!”
“Non lo hai capito?  Invece è tutto molto semplice. Ti ho bendato gli occhi ed ho cominciato a raccontarti della vita di un tempo sul Rione Terra.  Volevo aiutarti ad entrare nella Storia.  Dimmi, ci sono riuscito?”
“Beh, credo di si. Forse pure troppo, è questo il problema. Era, come dire, tutto eccessivamente reale.  E poi….”
“Sono contento che la mia storia ti sia piaciuta tanto.  Dimmi, ora apprezzi un po’ di più quelle case trasandate?”
“Sicuramente!  E ti prometto che d’ora in poi non sarò più irriverente nei loro confronti.   Ma non è questo che adesso mi preme discutere.  Ritorniamo a tutto quello che è successo.  Vedi papà, il fuoco, l’ambiente e poi quel ragazzo, era tutto così….Papà.  Papà!  Si può sapere dove te ne stai andando?”
Come al solito non mi prestava la minima attenzione.
Ci mancava solo il traffico per completare la giornata!
La macchina sembra un forno ed io ho una fame da lupi.
“Papà si può sapere perché non hai preso la strada per il Cantiere?  Lo sai che questa per Sant’Antonio è sempre trafficata!”
“Pensavo di cavarmela invece è andata male.”
Ti pareva! 
Eppure è strano.
Normalmente è abilissimo ad evitare il traffico e poi è sempre contento di ripassare davanti Villa Maria.
Deve avere qualche strano tarlo che gli passa per la mente.
Potrei approfittare di questa occasione per farmi finalmente spiegare cosa mi è successo veramente.
Lui dice che ad un certo punto ho perso i sensi, forse a causa del caldo, ma io non ricordo nulla del genere.
Eppure questa è la spiegazione più sensata che si possa dare a tutta la faccenda.
Un sogno sembra sempre profondamente realistico finché non ti svegli.
Poi apri gli occhi e capisci che stavi solamente sognando.
Io ho semplicemente impiegato un po’ di tempo in più per rendermi conto di quello che era successo.
Finalmente a casa!
Non ce la facevo più!
“Anna, tu inizia a salire che io devo andare un attimo a fare un servizio.  Dici a mamma che torno presto.”
“Va bene papà.”
“Ah!  A proposito!  Dimenticavo quasi di ridarti il tuo ninnolo.”   mi dice affacciandosi al finestrino della macchina.
Mi lancia qualche cosa al volo e parte velocemente mentre mi grida:
“Era vicino a te quando sei svenuta!”
Non credo ai miei occhi!
Il ninnolo di cui parlava mio padre è una collanina con una graziosa croce intagliata in legno.

Anna Peluso - Pozzuoli Magazine del 17 dicembre 2011