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mercoledì 15 luglio 2026

La Progettata Ferrovia Caserta - Pozzuoli

 

                                                                                      



LA FERROVIA MANCATA

Il progettato collegamento Caserta – Pozzuoli che avrebbe unito il Volturno e la Campania Felix al mare del nostro golfo


 

Nei primi anni del novecento Pozzuoli ed i Campi Flegrei sono attraversati dalla linea ferrata Cumana in concessione alle “Ferrovie Napoletane”.

Questa Società, fin dall’inizio, aveva progettato anche un prolungamento che baipassando il capolinea di Montesanto sarebbe arrivato alla stazione centrale di Napoli; collegando così direttamente la zona flegrea con l’importante nodo ferroviario. Quest’opera non sarà approvata e decadrà dalle priorità con la realizzazione, da parte delle “Ferrovie dello Stato”, del cosiddetto Passante Metropolitano sulla Direttissima Roma – Napoli.

Ancora negli anni venti la Ferrovia Cumana progetterà vari prolungamenti dall’opposto capolinea di Torregaveta proponendo una diramazione verso Monte di Procida e Miseno e un’altra verso Mondragone; entrambe le tratte non saranno mai realizzate.

 

Meno conosciuto è il progetto di un collegamento ferroviario Caserta – Pozzuoli, che è riportato dal periodico “Rassegna dei Lavori Pubblici e delle Strade Ferrate” del 9 aprile 1912  [2].



«I signori Vincenzo Romano ed ing. Giuseppe Tajani hanno presentato al Governo domanda di concessione della ferrovia elettrica Caserta - Pozzuoli, corredandola del progetto esecutivo e del piano finanziario. La nuova linea soddisfarebbe i voti e i bisogni più vivi delle popolazioni, essendo veramente necessaria per il completamento delle Ferrovie dello Stato, per il nuovo sbocco dei comuni serviti, al mare ed alla regione Flegrea che può dirsi il centro di Napoli industriale.

Essa, come si rileva dal tracciato, ha tutti i caratteri previsti dall'art. 13 della legge 9 luglio 1905 ed otterrà certamente il massimo sussidio governativo.

Per tale concessione, anzi vi è stato voto del Consiglio Provinciale di Caserta, voto che sarà seguito da altri. Già molti comuni hanno votato le loro sovvenzioni. Non restano che quelli di Melito, Sant'Antimo, Giugliano, Cardito, Grumo Nevano e Pozzuoli che certamente le voteranno.

Il progetto presentato al Governo con una lucida relazione a stampa, è ottimo sotto tutti i riguardi e importa una spesa di lire 12 milioni.

Non siamo sicuri che il Consiglio superiore dei LL.PP. vorrà al più presto esaminare il progetto e concedendone l'approvazione fare realizzare le legittime aspirazioni di tanti comuni privi di ogni mezzo di locomozione.» [3]

 


Infatti il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, esaminata tale istanza, non la ritiene meritevole d’accoglimento. La progettata ferrovia è per loro di assai scarsa importanza ed utilità e non richiesta dalle esigenze dei servizi pubblici e nemmeno dai bisogni del commercio, dell’industria e dell’agricoltura; già largamente serviti da altri mezzi di comunicazione.

La ferrovia, prevista a trazione elettrica, è a scartamento ridotto e sulla lunghezza totale di km. 48,030 ne prevede 35,330 in sede propria e km. 12,700 in promiscuità su strade pubbliche.

Tra l’altro la concessione è stata richiesta per 50 anni con un sussidio di lire 10.000 a chilometro e lo Stato, ancora impegnato con la recente nazionalizzazione delle grandi reti italiane, non intende ipotecare altre risorse finanziarie.

 

Nel primo dopoguerra, con la stabilizzazione delle attività economiche, si moltiplicano le richieste di attivare i trasporti locali; nel 1924 si fa voto alla Provincia di Caserta per la costruzione di una tramvia Maddaloni – Caserta – S. M. Capua Vetere e nello stesso anno è rinnovata la proposta della ferrovia Caserta – Pozzuoli.

Il progetto riprende quota e Pozzuoli è nuovamente designata quale capolinea della nuova ferrovia, questa volta a scartamento normale ed in sede propria, che la colleghi con Caserta.

Un gruppo promotore fa voto alla provincia Caserta di caldeggiare questo rivisitato progetto; il gruppo è composto da industriali, commercianti, militari e politici. In maggioranza sono di Caserta, di Santa Maria Capua Vetere e degli immediati sobborghi; tra essi molti professionisti e militari [4].

 


Caserta e la sua reggia, come successo per quella di Portici, fu raggiunta da uno dei primi collegamenti ferroviari italiani; ma ora i suoi residenti lamentano una scarsa connessione con il medio corso del Volturno, ricco di manifatture; con la Valle dei Mazzoni, regno delle mozzarelle; con l’agro aversano e l’agro giuglianese che pullulano di aziende agricole; con i Campi Flegrei dove sorgono grandi industrie, stabilimenti termali e balneari.

Sanno che Pozzuoli è dotata di un attrezzato porto commerciale, più economico di quello di Napoli e ben collegato con le isole del golfo.

Il progetto di questa strada ferrata, a semplice binario denominata “F.S.V.”, (Ferrovia Secondaria Volturno), prevede diciotto fermate, di cui solo alcune fornite di interscambi per le coincidenze, oltre le già esistenti stazioni terminali di Caserta e di Pozzuoli [5].



Partendo dal capolinea di Caserta, in comune con quella delle Ferrovie dello Stato, si giunge alle vicine Casapulla e Curti.

Quindi si tocca la già esistente e trafficata stazione FF.SS di Santa Maria Capua Vetere e si prosegue per la fermata di San Tammaro e per quella ubicata nei pressi del Real Sito di Carditello.

Si raggiunge quindi Santa Maria La Fossa e, lungo il corso del Volturno, l’importante nodo di Grazzanise.

Ripartiti, invece di fiancheggiare il fiume, si svolta verso l’importante centro agricolo di Vico di Pantano, che s’accinge a cambiare nome in Villa Literno.

Da Vico di Pantano si prosegue verso l’agro aversano fermando a San Cipriano, a Frignano Piccolo (che nel 1950 diventerà Villa di Briano), a San Marcellino ed a Parete.

La strada ferrata raggiunge quindi l’agro giuglianese dove è prevista un’unica stazione per Giugliano e Qualiano, prima di proseguire per Marano.

Da Marano, a mezzo di una prima galleria, si sbuca nei Campi Flegrei fermando prima a Pianura e poi, attraverso altra galleria, a Soccavo; località entrambe ancora comuni autonomi e non frazioni di Napoli.

Si toccano poi i napoletani borghi della Canzanella e delle Terme di Agnano; infine, con un ultima galleria, si raggiunge Pozzuoli.

 

Purtroppo non ci sono riscontri da parte del governo e nel 1929 un ulteriore “Ufficio Promotore” di questa ferrovia tasta un ultimo tentativo. Fa leva sulla amministrazione e sul podestà di Caserta, città che da poco non è più capoluogo dell’abolita  provincia di “Terra di Lavoro”, auspicando che essa possa essere compensata per questa sua perdita con la costruzione di una nuova ferrovia che possa collegare il vecchio capoluogo con il porto di Pozzuoli.

Anche il mio nonno materno, Pasquale Flandin, sottoscrive la sua partecipazione a questo gruppo promotore. Nonno Pasquale risiede a Caserta, dove è nata mia Madre Anna, ma quale direttore del Regio Dazio di Pozzuoli è settimanalmente obbligato ad un fastidioso spostamento che lo vede costretto ad utilizzare tre/quattro diversi mezzi locomotori.

 

Interessante la lettera che questi promotori scrivono a Giovanni Tescione, podestà di Caserta [6].





«Illustrissimo Signor Podestà,

Fin dal Maggio 1924, considerando che la zona a Sud del Volturno sino a Pozzuoli intristiva per mancanza di comunicazioni, ideammo un progetto di Ferrovia Caserta - Pozzuoli, ed in data 23 Giugno 1924 lo presentammo al R. Governo Nazionale per l’approvazione.

Ora il progetto, che accludiamo, è completo per virtù di fede, d’amore, di volontà, di tenace abnegazione,  mentre il Governo con mirabilí forze fa a rovescio la marcia su Roma, e da Roma ritorna al Paese ed al Sud d’Italia correggendo lo sbilancio di progresso e di civiltà che si era lasciato aumentare a nostro danno.

La rete sarà fonte di ricchezza per il grande sviluppo commerciale, industriale, agricolo dell’intera zona e per la maggiore elevazione civile delle popolazioni.

Ma questo nostro convincimento ha bisogno di essere illustrato dalla maggiore Autorità dei paesi che la costruendo ferrovia attraverserà.

E perciò vivamente preghiamo la S.V. Ill.ma di voler onorarci del suo autorevole parere, indicandoci altresì con cifre approssimative le specie e l’entità dei commerci.

Di tanto gliene siamo gratissimi lasciando alla Sua coscienza la grande soddisfazione di contribuire a far del bene al proprio Paese. Con tali sentimenti distintamente la salutiamo.»

 

Purtroppo sono numerosi i motivi che determinano la non approvazione di questo rivisitato progetto:

1 – La “Ferrovia del Volturno” prevede un tortuoso tracciato a singolo binario, con costose gallerie nella zona flegrea. Questo comporta una scarsa celerità di collegamento, sebbene il pregevole intento di collegare quante più località è possibile.

2 – La “Ferrovia Alifana” ha costruito e messo in esercizio la tratta S.M. Capua Vetere - Giugliano, con le fermate di Teverola, Casaluce, Frignano, S. Marcellino, Trentola, Lusciano ed Aversa. Percorso che tocca molte delle località proposte dalla “Ferrovia del Volturno”.

3 – Le “Ferrovie dello Stato” hanno costruito la direttissima Roma – Napoli che, giunta a Villa Literno, si divide nel passante per Giugliano – Pozzuoli – Napoli, e nella diramazione Villa Literno – Aversa – Napoli. Entrambe queste ramificazioni lambiscono molte località proposte dalla “Ferrovia del Volturno”.

4 - La “Compagnie des Chemins de Fer du Midi d’Italie”, già concessionaria della Napoli - Piedimonte, ha ottenuto nel 1914 l’autorizzazione per una ferrovia a vapore a scartamento ridotto da S.M. Capua Vetere a Castelvolturno. Anche questa ferrovia dovrebbe collegare molte località previste dalla “Ferrovia del Volturno”; ma anch’essa non sarà realizzata.

 

 



N.B. - Pubblicato nel luglio 2026 sul mensile “Segni dei Tempi”.

 

GIUSEPPE PELUSO


sabato 30 settembre 2023

La Mansio di Quarto

 


E’ un Tempio? No, non è un Tempio!

E’ una Taberna? No, non è una Taberna!

E’ una Mansio? No, non credo sia una Mansio!


I più importanti resti archeologici romani son quelli rimasti sempre in vista, attraverso il medioevo, l’età moderna e quella contemporanea.

I competenti li han sempre visitati; anfiteatri, teatri, fori, templi, mausolei, descrivendone gli usi cui erano adibiti o dedicati.

Ma il popolo, e tutti coloro che nei secoli bui hanno vissuto lontano dal sapere, osservandoli ha con frequenza stabilito che fossero luoghi di culto; di conseguenza gli “eruditi” a questi templi hanno anche affibbiato un titolo, spesso scelto perché vicini a qualche particolare che ricordasse una certa divinità.

 

I Campi Flegrei, data la passata grandezza, son pieni di questi esempi; ed alcune intitolazioni risalgono a tempi lontani, come attestato sin dai primi scritti in volgare.

Per l’uomo medioevale, stretto tra la miseria, l’ignoranza e la religione, gli unici importanti edifici, sia pubblici che privati, che vedevano altro non potevano essere che santuari dedicati al Culto.

Impensabile per loro che i predecessori, di cui non capivano ed apprezzavano il grado di civiltà, possano aver costruiti edifici utilizzati come Terme, Calcidico, Foro, o altro.

Questi contadini e pescatori consideravano che tutti questi grandiosi edifici fossero Templi, dedicati alle infinite divinità romane, così come i moderni dedicati a San Gennaro, San Procolo, San Sossio o San Celso che vedevano alzarsi attorno a loro.

 

Tanto per citarne solo alcuni, tra i più famosi nei Campi Flegrei, i Templi di Mercurio, di Diana e di Venere; essi altro non sono che grandiose Sale Termali, inconcepibile per chi poco curava il proprio corpo e poco sapeva degli imperiali ozi baiani.

Sulle rive del vicino Lago di Averso insiste un’altra grandiosa Sala Termale (il quarto trullo per Petrarca e contemporanei) e questo, data la vicinanza al creduto ingresso agli inferi, non poteva non essere dedicato ad Apollo, il Dio dell’Oltretomba.

Nella stessa Pozzuoli sono stati erroneamente definiti tali i grandiosi resti delle Terme di Nettuno; in particolare l’ambiente principale, il Calcidium, destinato al passeggio dei frequentatori. Anche in questo caso la sua funzione originale era impensabile per i più moderni puteolani. Le sue rovine erano talmente grandi, e visibili da lontano, che i letterati pensarono fosse quel Tempio di Nettuno sotto i cui portici Cicerone, stando a Baia, vedeva passeggiare il suo confidente Avieno.

Sempre a Pozzuoli è il Tempio di Diana; in pratica una fontana monumentale in cui furono rinvenuti bassorilievi marmorei che raffiguravano cani e cervi e un frammento marmoreo su cui sembra fosse inciso il nome della dea cacciatrice.

Giusta invece la definizione di Tempio per il principale edificio sacro che, mantenendo la sua originale funzione, continuava a svettare sull’alto della Rupe tufacea.

Infine l’ultima scoperta nel 1750, quel mercato monumentale anch’esso confuso per tempio, consacrato a Serapide, una divinità egiziana.

 

Una certa analogia di catalogazione la si riscontra nei più recenti rilevamenti di ruderi, ridotti al solo livello stradale, attribuendo loro la funzione di Taberne.

Questa mansione mercatale la si sta affibbiando, con disinvolta facilità, anche a strutture conosciute da molto tempo e il cui unico peccato è l’essere poste al piano terra, di alti edifici non più esistenti; alcuni pur lontani dalla viabilità.

Vero è che di Taberne doveva esserne piena la Puteoli cosmopolita (sempre accogliente verso i portatori di ricchezza, novità e religioni), e vero è che per Taberna si intendeva non solo il luogo di somministrazione di cibo o di riposo ma anche il luogo dedicato a qualsiasi attività commerciale, ad attività artigianale e pure attività amministrative a contatto con il pubblico.

Ma è pur vero che non tutti i locali posti al piano terra fossero Taberne; la gran parte serviva da abitazioni, come in seguito lo saranno i vasci con accesso diretto dalla strada; molti servivano quale deposito delle enormi quantità di legname richiesto dai focolari domestici; oppure erano adibiti a scuderie per muli e cavalli, destinati ad essere cavalcati o al traino dei carri; molti altri servivano da stalle per bovini e ovini che in numero elevato vivevano in città.

Dopotutto fino a tutti gli anni sessanta i paesini arroccati nei nostri appennini erano così, nel percorre le loro stradine notavi che, tranne qualche cantina e drogheria, tutti i locali posti al piano terra erano occupati da animali; no da Taberne.

 

Tutto questo preambolo è servito ad esporre una personale supposizione in merito alla definizione di Mansio del magnifico edificio esistente da sempre a Quarto Flegreo.

Non ricordiamo chi per primo gli abbia affibbiato questa destinazione d’uso, certo è che non la riportano come tale né il Dubois nel suo libro del 1907 né il Chianese nel suo del 1938, né Maiuri che si interessò a vicini reperti archeologici, e neppure Caputo, Camodeca e Giglio nel loro saggio del 2013.

Questo bellissimo manufatto si sviluppa su due piani, ognuno dei quali costituito da quattro ambienti comunicanti, separati da archi in laterizio aventi funzione di rinforzo della copertura a volta. Ognuno degli ambienti è illuminato da due lucernari a bocca di lupo contrapposti sulle pareti Nord e Sud; le stanze terminali sono dotate di aperture anche sulle pareti laterali Est ed Ovest.

La parte inferiore dell’edificio, ora adibito a stalla, non ha subito modifiche di rilievo se si eccettua la separazione, mediante tramezzo, della stanza più ad Est.

La parte superiore, attualmente abitata, è stata suddivisa in più parti da tramezzi.

 

Wikipedia ci dice che la Mansio era una stazione di sosta lungo una strada Romana gestita dal Governo centrale e messa a disposizione di dignitari, ufficiali, o chi viaggiasse per ragioni di stato, come i semplici portatori di dispacci.

Insomma il loro scopo era garantire un’adeguata ospitalità ai viandanti di servizio e, spesso, era messa a disposizione dello stesso imperatore se in viaggio.

Facile dedurre che una Mansio, per assolvere il suo compito, doveva essere fornita di ambienti destinati a dormitorio per ospiti e operatori, di cucine e refettori dove consumare i pasti, scuderie per ricovero dei cavalli sia dei viandanti che quelli da dare in cambio, locali con funzione di deposito per alimenti e foraggi, ampi spazi esterni per la sosta di carri merci e carrozze passeggeri.

I conosciuti ruderi di alcune Mansio, ritrovati lungo le consolari imperiali, ci dicono che in genere, avendo anche spazio a sufficienza tutto intorno, queste costruzioni si espandevano orizzontalmente e non in altezza; dopotutto non necessitavano di piani rialzati ed il servizio offerto era più rapido ed utile se svolto a livello stradale.

 

Ora cosa, della struttura di Quarto, ci porta a riconoscerla come una Mansio e cosa invece la accomuna ad una qualsiasi fattoria di campagna?

Conosciuta da sempre come “Masseria Crisci”, alquanto vasta come altre similari in questo stesso Territorio, fu probabilmente sopraelevata dal suo “padrone” al di sopra dei locali rustici affinché potesse servire anche come luogo di “ozio”, oltre che per meglio seguire l’opera dei fattori nei momenti essenziali di un Podere.

La stessa evoluzione edile la riscontriamo, fino a tempi recenti, con la sopraelevazione di ambienti padronali al di sopra delle preesistenti masserie; come era Villa Maria alla Starza, Villa Spinelli o come le esistenti Villa Cordiglia, Villa Cardito, ed altre ancora.

 

Volendo credere che l’edificio di Quarto sia una Mansio, con forte immaginazione e giusto per seguire le mode archeologiche, viene allora da chiedersi perché sia stata costruita in quel luogo.

Generalmente queste stazioni sono erette lungo le strade consolari a distanza di mezza giornata di viaggio tra loro in modo che, partendo di buon mattino, sia possibile usufruire dei suoi servizi durante la pausa pranzo o la pausa notturna.

In questo caso la Mansio di Quarto non avrebbe avuto necessità di esistere in quanto la Pozzuoli romana si trova a solo mezz’ora di strada e Capua, l’altro capolinea della Consolare Campana, sarebbe facilmente raggiungibile in mezza giornata di viaggio.

Quale sarebbe stata la necessità di fermarsi a Quarto?

Rapportata al tempo d’oggi sarebbe come imboccare la Tangenziale ad Arco Felice e, prima d’iniziare un lungo viaggio, fermarsi a prendere un caffè all’Area di Servizio “Antica Campana”.

 

Resta l’ipotesi che questa di Quarto non sia una Mansio intermedia ma una terminale, ovvero la meta finale per coloro che dovevano raggiungere Pozzuoli per poi imbarcarsi per l’Oriente o per dignitari designati a risiedere in questa città.

Ma allora perché costruirla a Quarto e non nella stessa Pozzuoli in modo che i viandanti possano più facilmente raggiungere a piedi qualunque centro di potere, luogo termale, di svago, o punto d’imbarco?

Solo in tempi recenti le barriere autostradali sono state spostate a Caserta Sud, a Nola, a San Giorgio a Cremano; son trascorsi pochi anni da quando erano ubicate sul retro di piazza Garibaldi dove garages multipiano e capienti alberghi ospitavano auto e viaggiatori che, una volta rifrescatosi dopo il lungo viaggio, si immergevano nella cosmopolita vita notturna di un movimentato Suburbio.

 

 PELUSO GIUSEPPE – SETTEMBRE 2023


sabato 8 settembre 2018

Miracolo a Pozzuoli



                      Miracolo a Pozzuoli
San Severo guarisce un nobile colpito da una freccia

Cosa c’entra San Severo con Pozzuoli? E poi a quale Severo ci si riferisce tra i dodici che la Chiesa venera quali Santi?
Non ci sono dubbi, il San Severo in questione è quello di Napoli!
Il celebre Calendario Marmoreo, scolpito nel IX secolo e conservato negli ambienti conglobati nel Duomo di Napoli, ne riporta la festa al 29 aprile; data con cui è passato nel ‘Martirologio Romano’.

Severo è il dodicesimo nel catalogo dei vescovi napoletani (dal febbraio dell’anno 363 al 29 aprile del 409) e della sua vita antecedente al ministero episcopale non sappiamo quasi nulla [1].

La sua opera si svolge pochi decenni dopo la libertà di culto decretata da Costantino ma comunque in un periodo di ritorni al paganesimo e di eresie ariane. Questo vescovo riporta in città le spoglie del suo predecessore san Massimo morto in esilio, in Oriente, proprio durante la persecuzione ariana.
A Severo, amico di sant'Ambrogio (340-397) vescovo di Milano conosciuto durante il Concilio plenario campano del 392 a Capua, è attribuita la costruzione del celebre Battistero di Napoli; il più antico dell'Occidente.
Svariati antichi documenti confermano che a Napoli si conquista stima ed affetto non solo dei cristiani, ma anche dei pagani.

Una “Vita” leggendaria di Severo, scritta nell'XI secolo da un anonimo, riporta un suo miracolo operato in vita; non potendo aiutare in altro modo una vedova con piccoli figli, minacciata di schiavitù da un uomo che pretende di essere pagato per un debito del defunto marito, Severo conduce l'uomo al sepolcro del defunto, insieme al clero e molto popolo. Richiama in vita il defunto e da lui fa sbugiardare il fasullo creditore.
È questo un tipo di miracolo che si trova anche nei racconti delle ‘Vite’ di altri celebri santi antichi, quindi è molto probabile che sia una leggenda aggiunta dall’agiografo di questo “puro” che è anche patrono della città e diocesi di San Severo, in provincia di Foggia.

Interessante per noi la notizia di un secondo miracolo riportato negli “Acta Sanctorum”, un opuscolo coevo di quello della “Vita”, probabilmente dello stesso autore.
E’ scritto anche questo nel 1048 su commissione di un esponente di una nobile famiglia nota come “Capuana”, forse perché originaria di Capua, semplicemente per offrire un ex voto al Santo dopo averne ottenuto la guarigione.
Il nobile, che nell’anno 1046 milita nell’esercito del duca di Napoli Giovanni, è ferito da una freccia durante l’assedio di Pozzuoli pertanto implora ed ottiene la guarigione da San Severo.
Nell’alto medioevo Pozzuoli, dopo le invasioni barbariche e le guerre tra goti e bizantini, rientra nei domini del Ducato di Napoli che ha acquistato una forte autonomia da Bisanzio; come le coeve repubbliche marinare [2].

Nel 1027 Pandolfo IV, Principe longobardo di Capua, assedia e conquista Napoli e Pozzuoli, estendendo il suo dominio fino al fiume Liri.
Le due città sono trattate con saccheggi e violenze e Pozzuoli, una volta occupata, è concessa in vassallaggio ad Atenolfo, nipote dello stesso principe Pandolfo IV [3].

Sappiamo che ben presto, nel 1030, Napoli riacquista la sua indipendenza ma poco conosciamo di cosa succede in questo periodo a Pozzuoli che, secondo alcuni storici, continua ad essere occupata dai longobardi di Capua ancora per qualche decennio.
L’opuscolo narra che nel 1046, al tempo in cui il re dei Germani Enrico III “il Nero”, figlio di Corrado II “il Salico” [4],

giunge a Roma per ricevere la corona imperiale dal Papa, Giovanni V, Duca di Napoli e guida dell’esercito campano, si apposta con le sue truppe presso Pozzuoli e lì, fissate le tende, tenta di espugnare la rocca dell’antica Puteoli con numerose e possenti macchine da guerra, grazie alle quali poi prevale.
Negli ultimi giorni dell’assedio il citato nobile Capuano è valorosamente presente davanti le schiere dei combattenti assedianti quando all’improvviso è colpito da una freccia scagliata dagli spalti della rocca puteolana [5].

E’ ferito gravemente e i compagni lo trasportano via, lo depongono nella tenda e cominciano con insistenza a cercare di estrarre la freccia. Nonostante si affatichino in molti modi strappano via il legno, a cui la punta è attaccata, ma lasciano dentro la punta di ferro. Questa è entrata attraverso l’estremità della palpebra che protegge gli angoli dell’occhio, trafiggendo così profondamente la zona delle tempie e del capo che non resta nessuna possibilità di escogitare un modo per poterla estrarre.
In seguito, presa la decisione, è condotto a Napoli con un carro e lì vani sono i tentativi di estrarla sia da parte degli altri soldati, sia da parte dei medici napoletani. Nonostante le molte medicine, niente riesce a guarirlo e la parte conficcata della freccia non viene fuori in nessun modo.
Il poverino non sa cosa fare e a chi rivolgersi; i tentativi dei medici lo illudono, i tormenti della morte lo spaventano e infine, su ispirazione divina e abbandonati tutti gli sforzi umani, comincia a chiedere l’aiuto dei santi che vede dipinti nel percorrere il sepolcro dei vescovi in cui è condotto.
Ma non Agnello, non il famoso Severino, lo curano dalla ferita mortale; non Gaudioso, non Proculo, non il buon Sossio portano a lui un qualche aiuto. Non Martino, amante di Cristo, non Benedetto cura il poverino, ma solo la pietà di Dio riesce a mezzo del suo servo, il beatissimo Severo, anche lui lì sepolto.
All’improvviso la freccia cade davanti ai piedi di colui che sta pronunciando preghiere devote; i presenti allora, piangendo, magnificano il Signore ad alta voce.
I due miracoli riportati nel “Libellus”, che riunisce i due manoscritti, non hanno molta fortuna; infatti non sono riportati nei manuali liturgici e non si hanno riscontri nemmeno in campo artistico, cosa che avrebbe potuto propagandare ai posteri l’avvenimento.
E questo nonostante il racconto del miracolo della freccia di Pozzuoli cominci con la chiara delimitazione cronologica, il riferimento della venuta dell’imperatore Enrico III [6]

a Roma, al fine di dare maggiore attendibilità allo scritto e al contesto storico in cui si svolge.

Il citato assedio di Pozzuoli del 1046, che sembrerebbe storicamente accertato, non chiarisce i dubbi sulle vicende e sulla durata del dominio longobardo subito dalla nostra città.
Raimondo Annecchino, nella sia Storia di Pozzuoli, scrive che l’agiografo di San Severo, pago di dare la notizia del miracolo, non ci informa dell’esito dell’assedio. Probabilmente l‘Annecchino ha consultato l’iniziale “Acta Sanctorum” e non l’intero “Libellus” che invece riporta il successo dell’assediante Duca di Napoli facilitato dal massiccio uso di potenti macchine da assedio.
Il nostro storico esprime la considerazione che poiché poco dopo Pozzuoli, come nota pure lo Schipa, appare di nuovo nei domini del ducato napoletano proprio quell’assedio doveva essere stato l’occasione del riacquisto di Pozzuoli ai domini del duca di Napoli [7].

Però lo stesso Annecchino continua riportando l’opinione degli autori dello scritto “Dissertazione corografico-istorica delle distrutte citta di Miseno e Cuma” i quali riferiscono che nel 1046 il duca Giovanni V non riesce a riconquistare Pozzuoli poiché in alcuni documenti, consultati nel settecento, ancora si legge il nome del longobardo Atenolfo quale conte di Pozzuoli.

Angelo D’Ambrosio nella sua “Storia di Pozzuoli in pillole”, scritta nel 1959 [8], 

dice che nel 1033 l'Imperatore Corrado II toglie Pozzuoli a Pandolfo IV° Principe di Capua donando la città, prima a Guaimaro IV° Principe di Salerno, e poi a Rainolfo, il normanno Conte di Aversa; e questa ci sembra una importante novità.
Continua affermando che nel 1046 Giovanni V Duca di Napoli, tenta di conquistare Pozzuoli occupata dal Principe di Capua e che nel 1126 Pozzuoli fa ancora parte del Principato di Capua. Termina col dire che nel 1128, nel patto di tregua decennale concluso tra il Duca Napoletano Sergio VII e la città di Gaeta, Pozzuoli figura nuovamente tra i possedimenti del Ducato di Napoli.

Lo stesso Angelo D’ambrosio nella sua “Storia della mia Terra”, scritta nel 1976, specifica che Pozzuoli è sotto dominio di Capua per oltre un secolo. Prima dei principi longobardi dal 1027 al 1058 e poi, dal 1058 al 1128, dei principi normanni che nel frattempo hanno occupato Capua. Quindi sotto dominio normanno non per essere stata donata a Rainolfo dall’imperatore Corrado II ma perché questi uomini venuti dal nord sono ora i nuovi padroni del principato di Capua.

Nella citata “Dissertazione corografico-istorica delle distrutte citta di Miseno e Cuma” leggiamo poi di un diploma del 1044 in cui è nominato conte di Cuma un tal Marino, figlio del duca di Napoli.
Ora se Pozzuoli è occupata dai longobardi di Capua non è possibile che la vicina Cuma sia ancora compresa nei territori soggetti al ducato napoletano e non è possibile che il duca di Napoli nomini il figlio conte di un feudo che non possiede.
Pozzuoli, una volta distrutta la Città di Cuma, è il luogo più forte e munito dell’intero ducato e le sincerissime “Cronache Cavense” riferiscono anche di un incontro del 1048 in cui i napoletani riacquistano dal longobardo Atenolfo la Città di Pozzuoli [9].

Il duca Sergio IV, scappato da Napoli nel 1027 e rifugiato a Gaeta, per rientrare nella sua città raccoglie truppe eterogenee e grazie anche ad accordi con il principe longobardo di Salerno, con i bizantini e con bande di mercenari normanni precedentemente assoldate dal principe capuano Pandolfo IV, nel 1029 passa al contrattacco. Nei primi mesi del 1030 riesce a rientrare a Napoli liberandola dai longobardi di Capua.

Ma è mai possibile che, dopo che il Duca Sergio abbia ritolto Napoli ai capuani, i longobardi possano possedere ancora Pozzuoli e tutta la Liburia Ducale con Territori che arrivano fin quasi sotto le mura della capitale [10]?

Ed è mai possibile che un nobile capuano, giustamente definito longobardo da Raimondo Annecchino, possa combattere con i napoletani contro i longobardi e partecipare all’assedio di Pozzuoli occupata dal suo stesso popolo?
Allora, trascorsi ben sedici anni dalla liberazione di Napoli, chi occupa o comunque combatte sugli spalti della Pozzuoli del 1046?
A questo punto potrebbe aprirsi uno scenario completamente nuovo; se non sono longobardi e se non sono normanni potrebbe essere stata una rivolta locale tendente ad acquisire una agognata libertà amministrativa!


Giuseppe Peluso






martedì 23 aprile 2013

Annibale in Parlamento






Annibale in Parlamento
Hamae oggetto di una interrogazione

L’attuale legislatura volge al termine ed a breve saremo chiamati ai seggi elettorali. Siamo in tempo per riportare un episodio parlamentare che ha riguardato il nostro patrimonio archeologico. Vicenda che, come vedremo, ha come protagonisti una deputata, un ministro ed un famoso generale cartaginese. In questo episodio si nota la completa assenza o compartecipazione di rappresentanti politici locali ed i “lapsus” dei protagonisti sono giustificati dalla condizione di non essere flegrei.

Mercoledì 23 marzo 2011, nella seduta n.451 della Camera dei Deputati, Elisabetta Zamparutti presenta la seguente interrogazione al Ministro per i beni e le attività culturali:
“Premesso che da un articolo pubblicato su “corriere.it” si apprende che l'antica dimora flegrea di Annibale a Pozzuoli versa in uno stato di forte degrado essendosi trasformata in una discarica con tavoli, bottiglie di plastica, ombrelli, vetro, sedie e pattume vario;  corrose dagli agenti atmosferici e sorrette da tubi innocenti in parte piegati, le tettoie indicano che su quel terreno, nel bel mezzo di palazzine tutte uguali, qualcosa di prezioso è venuto alla luce e si è pur cercato di tutelare. Era il periodo dell'emergenza bradisismo e durante gli scavi per la realizzazione delle palazzine popolari nei primi anni '80, un'interessante scoperta archeologica riportò alla luce gli antichi resti di una villa rustica romana di notevole estensione. L'area, sottratta all'edilizia popolare e sottoposta alla tutela della soprintendenza, restituì interessanti cisterne, gli interni di una villa realizzati in opus reticolarum e preziosi mosaici che si cercò di tutelare realizzando opportune coperture. Poi la cattiva gestione, l'abbandono e l'incuria che caratterizza spesso i quartieri periferici, ha fatto di quest'interessante sito archeologico una vera e propria discarica a cielo aperto, dove viene gettato di tutto. Si desidera sapere se corrisponda al vero quanto riferito in premessa e quali misure si intendano adottare a tutela dell'area.”
Il nostro primo personaggio, l’Onorevole Elisabetta Zamparutti, è nata a Cermes (Bolzano) il primo ottobre dell’anno 1964 ed è laureata in giurisprudenza. E’ una dirigente del Partito Radicale e dell'associazione “Nessuno tocchi Caino”. E’ stata eletta in Basilicata nelle liste (bloccate) del Partito Democratico nel corso delle politiche del 2008 ed è componente della “VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici”.

Solo lunedì 12 settembre 2011, dopo vari solleciti, arriva la risposta del competente Ministro Giancarlo Galan che riferisce:
“Con riferimento all'interrogazione in esame, si rappresentano i seguenti elementi, pervenuti dalla competente Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Si precisa, anzitutto, che non è suffragata da alcun elemento scientifico l'ipotesi che ritiene che nel territorio di Pozzuoli, in località Monteruscello, sia stata ubicata l'antica Hamae, santuario e non casa, presso il quale Annibale si fermò per fare sacrifici e dove combatté contro i romani nel suo percorso verso Roma. Dopo l'ultima grave crisi bradisismica degli anni 1883-1884, la stessa località fu prescelta per realizzarvi il nuovo insediamento destinato ai puteolani rimasti senza alloggio; nel corso dei lavori, grazie ad una serie di indagini preliminari richieste dalla soprintendenza si rinvennero, in alcune zone, resti di strutture di età romana pertinenti per lo più a ville residenziali, ma anche rustiche, spesso dotate di una piccola necropoli che, in antico, occupavano la piana di Monteruscello, terreno agricolo attraversato da un diverticolo della via Campana collegante Puteoli a Cuma. Le aree archeologiche furono estrapolate dal progetto per la realizzazione delle palazzine, recintate e vincolate, provvedendo in più casi anche alla realizzazione delle necessarie coperture, ancorché a carattere provvisorio. La proprietà dei suoli è tuttavia rimasta in capo al comune di Pozzuoli che, per legge, è tenuto ad assicurare la dignità ed il decoro dei beni vincolati che, purtroppo, oltre ad essere infestati dalla vegetazione spontanea, vengono usati dai residenti come discariche di rifiuti anche se, soprattutto nei mesi estivi, gli stessi residenti reclamano i necessari interventi di pulizia e diserbo delle aree vincolate, che vengono condotti dal comune sotto il controllo di personale della competente soprintendenza. Più volte la stessa soprintendenza ha evidenziato la necessità di effettuare, nei vari lotti, puntuali campagne di scavo e restauro archeologico per il recupero e la valorizzazione delle strutture che, peraltro, costituiscono i pochi polmoni di verde dell'intero insediamento, ma il comune ha sempre rappresentato di non avere a disposizione i fondi necessari.”
Il nostro secondo personaggio, l’onorevole Giancarlo Galan, è un politico italiano nato a Padova il 10 settembre 1956, laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova e Master alla Bocconi di Milano. Già Presidente della Regione Veneto e poi membro del Governo Berlusconi con ultimo incarico quale Ministro per i Beni e le Attività Culturali.
Da questa interrogazione parlamentare apprendiamo che l’onorevole Elisabetta Zamparutti, che risulta essere uno dei deputati più presenti in parlamento ed attiva anche nel campo della salvaguardia dei beni ambientali, ricerca in rete delle notizie che possano dargli spunti ad interpellanze e ben ne trova sul sito del “corriere.it”. La notizia, che seppure enfatizzata non rileva importanza agli occhi dei nostri rappresentanti locali, parla della presunta dimora flegrea di Annibale. Apprendiamo pure che il Ministro Giancarlo Galan per la risposta chiede delucidazioni alla competente Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Quest’ente precisa che non è suffragata da alcun elemento scientifico l'ipotesi che nel territorio di Pozzuoli, in località Monteruscello, sia stata ubicata l'antica Hamae. Comunque la suddetta Soprintendenza tiene a precisare che trattasi di santuario, e non casa, quello ubicato ad Hamae dove si sarebbe recato Annibale.
Ecco allora spuntare il nostro terzo personaggio, Annibale Barca, nato a Cartagine nel 247 a.C. e morto a Libyssa nel 182 a.C, che fu un politico e condottiero cartaginese famoso per le sue vittorie durante la Seconda Guerra Punica combattuta contro Roma.
L’interrogazione parlamentare ha comunque rispolverato una non risolta disputa per cui dobbiamo avventurarci in un argomento affascinante ma complesso. Pertanto ci appoggiamo a quanto riferisce Alberto Perconte Licatese nel suo ottimo “Capua Antica” che a tutti consigliamo  di leggere.
Da questo emerge che Hamae, luogo in cui insiste il santuario federale delle città campane in età sannitica, di­sta, a detta di Livio, tre miglia da Cuma e tre miglia da Liternum. L’ubicazione del tempio, di indiscussa pertinenza capuana sin dal­l’epoca etrusca, fa pensare ad un’influenza di Capua sul territorio cu­mano e questo porta ad un’epoca successiva al 524 a.C. Anno questo che vede, in seguito all’attacco sferrato dagli Etruschi e respinto dai Cumani, un certo ridimensionamento del territorio controllato dalla co­lonia greca a vantaggio di Capua. Potrebbe anche darsi che il santuario, posto in zona di frontiera tra le due civiltà, si configurasse quale luogo di integrazione tra le etnie greca ed etrusca, ipotesi suffragata dal fatto che, in quanto tale, esso nel 71 a.C. è ancora molto attivo per il culto di “Iuno Gaura” (Giunone). Questo è attestato da una epigrafe di Capua che denuncia con chiarezza un culto prettamente lo­cale (forse il ricordo di un’antica divinità indigena o ellenica), non avendo mai la Giunone romana potuto recare un epiteto che, con tutta evidenza, possa riferirsi al Monte Gauro dei Campi Flegrei.
Il monte, con i suoi 336 metri d'altezza domina il golfo di Pozzuoli, ed i greci lo appellano “Maestoso”. Probabilmente sulla sua cima si eleva il Tempio Sacro di Apollo, descritto da Virgilio presso il bosco di Trivia, sorella del dio. Fin da tempi remoti sono legati al Gauro memorie di pratiche religiose e con l’avvento del cristianesimo non sono mancati conventi e cappelle su questo rilievo ora chiamato “Barbaro”.
Dopo le grandi battaglie del Trasimeno e di Canne (217 e 216 a.C.), Roma ha tremato vedendo i suoi eserciti distrutti ed Annibale baldanzoso percorrere la penisola. Ma Roma è tenace; appresta nuove armate e contrasta ovunque può i passi del Cartaginese.
Livio racconta che nella prima­vera del 215 a.C. si riuniscono ad Hamae, come ogni anno in quella stagione, tutti i Campani alleati di Annibale, per celebrare di notte un sacrificio periodico con riti dedicati a Cibele, la Grande Madre, dea della natura.
In quell’occasione i Capuani cercano di attirare in un tranello i Cumani, rimasti fedeli a Roma, con il pretesto della celebrazione e per concordare un piano d’azione comune contro Annibale. I Cumani, però, intuiscono  l’inganno e chiamano il console Tiberio Sempronio Gracco e le sue legioni in loro aiuto. Ancora Livio racconta che il console Gracco penetra di notte nell’accampamento capuano e fa strage dei nemici, rientrando, poi, a Cuma per prevenire un eventuale contrattacco di Annibale, accampato sul Tifata, sopra Capua.
Annibale, infatti, appena ha notizia dell’accaduto, viene ad Hamae, ma trova già il campo abbandonato dai nemici. In un primo momento desiste dall’assalire Cuma, poi torna con macchine da guerra; ma l’assalto si traduce per lui in un disastro, perché i Romani riescono a dar fuoco alle macchine e, con una felice sortita, uccidono circa 1300 cartaginesi e 59 ne fanno prigionieri. Annibale attende invano che il console Tiberio Sempronio Gracco venga fuori per una battaglia campale, ma infine, non potendo aver ragione delle solide mura cumane ne di quelle di Puteoli, se ne torna sul Tifata.
E’ una delle prime sconfitte di Annibale ed ha un grosso peso nel cambiare la sorte della guerra punica. Da allora Cuma e Puteoli si servono della lingua latina nei loro atti ufficiali e sono fedeli alleate di Roma di cui diventano “municipium”.
Ritornando alla iniziale interrogazione parlamentare siamo consapevoli dell’effettivo degrado in cui versano i riferiti resti archeologici, che pur andrebbero salvaguardati, e ben sappiamo che detti siti di Monterusciello non rappresentano le spoglie dell’antica Hamae.
Il santuario di Hamae si innalzava alle pen­dici del Gauro; se non in zona Torre Santa Chiara, come afferma il Perconte, probabilmente in località Torre San Severino, come affermano in molti.
Siamo comunque in territorio flegreo e poche centinaia di metri in più o in meno non possono impedirci di annoverare Hamae tra i luoghi della nostra memoria, al pari Misenum, Bauli, Quartum, Agnanum, Baiae, Cumae e Puteoli.
  

Bibliografia
www.camera.it - Camera dei deputati - Deputati e Organi Parlamentari
Alberto Perconte Licatese – Capua Antica – Edizioni Spartaco
Selene Salvi e Daniela Marra - Gruppo di studio "Alessandra"



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 26 gennaio 2013