sabato 25 luglio 2026

Uccisione di Alberto Iaccarino

 



POZZUOLI 28 LUGLIO 1943

MORTE DEL FASCISMO E DI ALBERTO IACCARINO

 Alle ore 18:00 del 24 luglio 1943 inizia a Roma la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo collegiale del regime.

Con molta audacia si chiede di votare sull'ordine del giorno presentato da Dino Grandi; questo prevede di sfiduciare Mussolini e di riconsegnare il potere esecutivo e militare nella mani del Re Vittorio Emanuele III.

La guerra appare ormai irrimediabilmente persa; tutte le colonie africane sono state abbandonate e gli Alleati, sbarcati in Sicilia, sono pronti ad assaltare la penisola.

L’Italia è ridotta allo stremo e la popolazione affamata  è sempre più costretta a vivere nei rifugi per cercare scampo alle incursioni aeree.

 

La votazione del Gran Consiglio avviene, dopo lunghe discussioni, alle ore 02:30 del 25 luglio; in piena notte.

La mattina di domenica 25 Mussolini si reca regolarmente nel suo ufficio di Palazzo Venezia e chiede ed ottiene dal sovrano l’anticipo in giornata del settimanale incontro previsto ogni lunedì.

Alle 17.00 Mussolini si reca a Villa Savoia e dopo un breve incontro, nel mentre s’accinge ad uscire dalla residenza del sovrano, viene arrestato e, chiuso in una autoambulanza, condotto in una caserma dei carabinieri.

Solo alle ore 22:45 dello stesso giorno 25 la radio interrompe le trasmissioni e diffonde il seguente comunicato:

«Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato, sua Eccellenza il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio.»

 

Il giorno 26 luglio i giornali iniziano a riportare la notizia dell’arresto di Mussolini e l’annuncio, contrariamente ad ogni speranza, che la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dirama un comunicato con il quale dispone che chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza o ribellione contro le forze armate o di polizia, o proferisca insulti contro le stesse e le istituzioni, sarà passato immediatamente per le armi. La circolare prescrive inoltre che ogni militare impiegato in servizio di ordine pubblico che compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o disobbedisca agli ordini, sarà immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone andranno parimenti dispersi, facendo ricorso alle armi e senza intimazioni preventive o preavvisi di alcun genere.

 

Nella città di Napoli ci sono tentativi di cortei e di arrembaggi alle sedi rionali del fascio ma, anche per il timore delle ingenti forze spiegate, non si va oltre la distruzione di qualche ritratto del duce e della cancellazione di qualche scritta propagandistica.

Maggiori atti di intolleranza sono manifestati nei paesi di provincia dove c’è minora presenza di forze dell’ordine e dove il sistema di potere fascista s’è spesso intrecciato con affari locali.

Nel pomeriggio del 26 luglio una turba di giovani irrompe nella Casa del Fascio di Acerra e lancia i mobili dalle finestre; sono inoltre demolite due lapide fasciste.

Nella serata del 26 luglio a Frattaminore un migliaio di persone irrompe nella Casa Littoria appiccando il fuoco a mobili ed archivi.

Nella mattinata del 27 luglio a Giugliano cortei popolari con bandiere nazionali ed effigie del Re percorrono le vie cittadine ed irrompono nelle sedi del fascio distruggendo emblemi e materiale cartaceo.

Nella stessa mattinata succede la stessa cosa prima nella vicina Marano e poi nella più piccola Calvizzano.

A Bacoli è saccheggiata e data alle fiamme la Casa del Fascio sulla via Lungolago; non intervengono i carabinieri ma saranno i fanti del 319° Battaglione Costiero a donare l’incendio.

 

Diverso ciò che accade a Pozzuoli, dove troverà la morte il giovane Alberto Iaccarino.

Nel tardo pomeriggio del 28 luglio 1943, tre giorni dopo la caduta del fascismo, un corteo   composto da un migliaio di persone (ragazzi, anziani, casalinghe) affolla le strade di Pozzuoli.

Sventolando bandiere sabaude, da cui sono stati eliminati i fasci littori, e portano pannelli in cui sono raffigurati il re Vittorio Emanuele III e il nuovo capo del governo Pietro Badoglio.

Tutti cantano inni patriottici e garibaldini ed inneggiano alla fine del fascismo.

Come successo in altre località vicine e lontane intendono cancellare le testimonianze visive di un regime che con la guerra ha ridotto l’Italia in disgrazia.

Presso il Monumento ai Caduti, fuori Porta Napoli, provvedono a demolire le quattro piccole scure sporgenti dai fasci littori incastonati negli angoli del mausoleo.



Poi si riversano nella villa comunale di Pozzuoli e minacciano di occupare la ex casa del fascio per issare bandiere e immagini sulla balconata di questo edificio. Questo balcone, negli anni del regime, per Pozzuoli è stato l’equivalente del romano Balcone di Palazzo Venezia; da questo terrazzo i gerarchi hanno agitato le folle e su di esso erano installati gli altoparlanti a mezzo dei quali i puteolani hanno ascoltato gli esaltanti discorsi del duce.

 

All’interno del complesso, casa del fascio e torre littoria, si trovano il capitano dei carabinieri Olindo De Sio e Gabriele Artiaco, del locale presidio; sono intenti ad inventariare e prendere in consegna il materiale abbandonato dalla federazione fascista.

Entrambi escono fuori ed organizzano i carabinieri ed i soldati nel frattempo accorsi; tutti ormai ubbidienti agli ordini di Badoglio e timorosi per i drastici ordini ricevuti dal capo di stato maggiore del Regio Esercito.

Queste forze non riescono a trattenere la folla che lancia sassi contro il vasto edificio e ben presto ricevono l’ordine di far fuoco, a scopo di intimidazione, per sciogliere i dimostranti.

Ma questi riescono a penetrare all’interno devastando mobili e vetri ed allora, nel trambusto che ne consegue restano feriti da arma da fuoco lo studente sedicenne Alberto Iaccarino di Giuseppe e Pasquale Capuano di Giovanni, pure di anni 16.

Aldo Piccirillo di Vincenzo, impiegato di anni 37, resta leggermente ferito da non specificate armi contundenti.

Il solo Alberto Iaccarino muore poco dopo per la ferita alla testa causata da arma da fuoco.

Le forze dell’ordine arrestano Procolo Di Bonito di Vincenzo ritenuto il promotore della dimostrazione nonché responsabile di oltraggio e minacce agli agenti di Pubblica Sicurezza.

 

Lo stesso giorno 28 luglio a Bari si contano nove morti e 40 feriti ed a Reggio Emilia i soldati sparano sugli operai delle Officine Reggiane, facendo nove morti. In totale, nei soli cinque giorni seguenti al 25 luglio, i morti in seguito a interventi di polizia ed esercito sono 83, i feriti 308, gli arrestati 1.500.

Alberto Iaccarino resta l’unico caduto in Campania per le vicende susseguenti il 25 luglio 1943.

 

Il 20 maggio 1945, a guerra appena conclusa in Europa, presso Porta Napoli è collocata una lapide a memoria si Alberto Iaccarino e di altri dieci puteolani caduti, circa due mesi dopo, durante l’occupazione tedesca: 

 


CADUTI IMPAVIDI

SULLA VIA SANGUINOSA E GLORIOSA DEL RISCATTO

VITTIME DI TEUTONICA BARBARIE

I PATRIOTI E LA CITTADINANZA PUTEOLANA

VINDICI

NEL MERIGGIO DEL SECONDO RISORGIMENTO

POSERO

 

Nella villa comunale, vicinissimo al luogo dove fu colpito, è in seguito eretto un cippo commemorativo che tramanda ai posteri il nome di Alberto.

Purtroppo questo piccolo monumento è stato nei decenni completamente trascurato e solo l’interessamento dello storico ed artista Antonio Isabettini ne ha permesso il suo restauro.

 

GIUSEPPE PELUSO – 28 LUGLIO 2026


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