POZZUOLI 28 LUGLIO 1943
MORTE DEL FASCISMO E DI ALBERTO IACCARINO
Alle ore 18:00 del 24 luglio 1943 inizia a Roma la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo collegiale del regime.
Con molta audacia si
chiede di votare sull'ordine del giorno presentato da Dino Grandi; questo
prevede di sfiduciare Mussolini e di riconsegnare il potere esecutivo e
militare nella mani del Re Vittorio Emanuele III.
La guerra appare
ormai irrimediabilmente persa; tutte le colonie africane sono state abbandonate
e gli Alleati, sbarcati in Sicilia, sono pronti ad assaltare la penisola.
L’Italia è ridotta
allo stremo e la popolazione affamata è
sempre più costretta a vivere nei rifugi per cercare scampo alle incursioni
aeree.
La votazione del Gran
Consiglio avviene, dopo lunghe discussioni, alle ore 02:30 del 25 luglio; in
piena notte.
La mattina di
domenica 25 Mussolini si reca regolarmente nel suo ufficio di Palazzo Venezia e
chiede ed ottiene dal sovrano l’anticipo in giornata del settimanale incontro
previsto ogni lunedì.
Alle 17.00 Mussolini
si reca a Villa Savoia e dopo un breve incontro, nel mentre s’accinge ad uscire
dalla residenza del sovrano, viene arrestato e, chiuso in una autoambulanza,
condotto in una caserma dei carabinieri.
Solo alle ore 22:45
dello stesso giorno 25 la radio interrompe le trasmissioni e diffonde il
seguente comunicato:
«Sua Maestà il Re e
Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo Primo
Ministro Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito
Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato,
sua Eccellenza il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio.»
Il giorno 26 luglio i
giornali iniziano a riportare la notizia dell’arresto di Mussolini e
l’annuncio, contrariamente ad ogni speranza, che la guerra continua al fianco
dell’alleato tedesco.
Il Capo di Stato
Maggiore dell’Esercito dirama un comunicato con il quale dispone che chiunque,
anche isolatamente, compia atti di violenza o ribellione contro le forze armate
o di polizia, o proferisca insulti contro le stesse e le istituzioni, sarà
passato immediatamente per le armi. La circolare prescrive inoltre che ogni
militare impiegato in servizio di ordine pubblico che compia il minimo gesto di
solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o disobbedisca agli ordini, sarà
immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone andranno parimenti
dispersi, facendo ricorso alle armi e senza intimazioni preventive o preavvisi
di alcun genere.
Nella città di Napoli
ci sono tentativi di cortei e di arrembaggi alle sedi rionali del fascio ma,
anche per il timore delle ingenti forze spiegate, non si va oltre la
distruzione di qualche ritratto del duce e della cancellazione di qualche
scritta propagandistica.
Maggiori atti di
intolleranza sono manifestati nei paesi di provincia dove c’è minora presenza
di forze dell’ordine e dove il sistema di potere fascista s’è spesso
intrecciato con affari locali.
Nel pomeriggio del 26
luglio una turba di giovani irrompe nella Casa del Fascio di Acerra e lancia i
mobili dalle finestre; sono inoltre demolite due lapide fasciste.
Nella serata del 26
luglio a Frattaminore un migliaio di persone irrompe nella Casa Littoria
appiccando il fuoco a mobili ed archivi.
Nella mattinata del
27 luglio a Giugliano cortei popolari con bandiere nazionali ed effigie del Re
percorrono le vie cittadine ed irrompono nelle sedi del fascio distruggendo
emblemi e materiale cartaceo.
Nella stessa
mattinata succede la stessa cosa prima nella vicina Marano e poi nella più
piccola Calvizzano.
A Bacoli è
saccheggiata e data alle fiamme la Casa del Fascio sulla via Lungolago; non
intervengono i carabinieri ma saranno i fanti del 319° Battaglione Costiero a
donare l’incendio.
Diverso ciò che
accade a Pozzuoli, dove troverà la morte il giovane Alberto Iaccarino.
Nel tardo pomeriggio
del 28 luglio 1943, tre giorni dopo la caduta del fascismo, un corteo composto da un migliaio di persone (ragazzi,
anziani, casalinghe) affolla le strade di Pozzuoli.
Sventolando bandiere
sabaude, da cui sono stati eliminati i fasci littori, e portano pannelli in cui
sono raffigurati il re Vittorio Emanuele III e il nuovo capo del governo Pietro
Badoglio.
Tutti cantano inni
patriottici e garibaldini ed inneggiano alla fine del fascismo.
Come successo in
altre località vicine e lontane intendono cancellare le testimonianze visive di
un regime che con la guerra ha ridotto l’Italia in disgrazia.
Presso il Monumento
ai Caduti, fuori Porta Napoli, provvedono a demolire le quattro piccole scure
sporgenti dai fasci littori incastonati negli angoli del mausoleo.
Poi si riversano
nella villa comunale di Pozzuoli e minacciano di occupare la ex casa del fascio
per issare bandiere e immagini sulla balconata di questo edificio. Questo
balcone, negli anni del regime, per Pozzuoli è stato l’equivalente del romano
Balcone di Palazzo Venezia; da questo terrazzo i gerarchi hanno agitato le
folle e su di esso erano installati gli altoparlanti a mezzo dei quali i
puteolani hanno ascoltato gli esaltanti discorsi del duce.
All’interno del
complesso, casa del fascio e torre littoria, si trovano il capitano dei
carabinieri Olindo De Sio e Gabriele Artiaco, del locale presidio; sono intenti
ad inventariare e prendere in consegna il materiale abbandonato dalla
federazione fascista.
Entrambi escono fuori
ed organizzano i carabinieri ed i soldati nel frattempo accorsi; tutti ormai
ubbidienti agli ordini di Badoglio e timorosi per i drastici ordini ricevuti
dal capo di stato maggiore del Regio Esercito.
Queste forze non
riescono a trattenere la folla che lancia sassi contro il vasto edificio e ben
presto ricevono l’ordine di far fuoco, a scopo di intimidazione, per sciogliere
i dimostranti.
Ma questi riescono a
penetrare all’interno devastando mobili e vetri ed allora, nel trambusto che ne
consegue restano feriti da arma da fuoco lo studente sedicenne Alberto
Iaccarino di Giuseppe e Pasquale Capuano di Giovanni, pure di anni 16.
Aldo Piccirillo di
Vincenzo, impiegato di anni 37, resta leggermente ferito da non specificate armi
contundenti.
Il solo Alberto
Iaccarino muore poco dopo per la ferita alla testa causata da arma da fuoco.
Le forze dell’ordine
arrestano Procolo Di Bonito di Vincenzo ritenuto il promotore della
dimostrazione nonché responsabile di oltraggio e minacce agli agenti di
Pubblica Sicurezza.
Lo stesso giorno 28
luglio a Bari si contano nove morti e 40 feriti ed a Reggio Emilia i soldati
sparano sugli operai delle Officine Reggiane, facendo nove morti. In totale,
nei soli cinque giorni seguenti al 25 luglio, i morti in seguito a interventi
di polizia ed esercito sono 83, i feriti 308, gli arrestati 1.500.
Alberto Iaccarino resta
l’unico caduto in Campania per le vicende susseguenti il 25 luglio 1943.
Il 20 maggio 1945, a
guerra appena conclusa in Europa, presso Porta Napoli è collocata una lapide a
memoria si Alberto Iaccarino e di altri dieci puteolani caduti, circa due mesi
dopo, durante l’occupazione tedesca:
CADUTI IMPAVIDI
SULLA VIA SANGUINOSA E GLORIOSA DEL RISCATTO
VITTIME DI TEUTONICA BARBARIE
I PATRIOTI E LA CITTADINANZA PUTEOLANA
VINDICI
NEL MERIGGIO DEL SECONDO RISORGIMENTO
POSERO
Nella villa comunale,
vicinissimo al luogo dove fu colpito, è in seguito eretto un cippo
commemorativo che tramanda ai posteri il nome di Alberto.
Purtroppo questo
piccolo monumento è stato nei decenni completamente trascurato e solo
l’interessamento dello storico ed artista Antonio Isabettini ne ha permesso il
suo restauro.
GIUSEPPE PELUSO – 28
LUGLIO 2026



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