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martedì 5 luglio 2016

Vacanze a Ischia

Vacanze a Ischia
con scugnizzi e summuzzate puteolane

Oggi come ieri, nella realtà come nella finzione, le “Vacanze a Ischia” iniziano sempre dal porto di Pozzuoli; così come narra l’omonima e famosa pellicola, diretta da Camerini, prodotta da Angelo Rizzoli nel 1956.

Rizzoli (1889-1970) è figlio di un ciabattino analfabeta che muore prima che egli nasca. Da bambino conosce l'angoscia della povertà e della miseria e viene inviato nel Collegio dei “Martinitt”; orfanotrofio dove cresce e impara il mestiere di tipografo. A vent'anni inizia la sua carriera di Imprenditore nel campo dell'editoria, con una piccola sede, e subito dopo la “Grande Guerra” in un moderno stabilimento. Nel 1927 acquista, dalla Mondadori, il bisettimanale “Novella; poi seguono “Annabella, “Bertoldo, “Candido, “Omnibus, “Oggi” e “L'Europeo”. Dopo i periodici, Rizzoli inizia nel 1949 a pubblicare anche libri; specialmente classici a prezzi popolari. Il “cumenda”, così è chiamato, inizia, con la “CINERIZ, anche l'attività cinematografica; con tale casa di produzione sono girati anche Umberto D." di Vittorio De Sica e la popolare serie “Peppone e Don Camillo”.

Nel 1951 Angelo Rizzoli sbarca ad Ischia dal suo panfilo “Sereno” e ha proprio l'aspetto di un commendatore; giacca a righe ben tagliata che comunque non maschera la pancetta, cappello leggero e immancabile sigaretta all'angolo destro della bocca. Attraversa la banchina dispensando sorrisi e, nella mano, stringe una banconota da "diecimila" per l'ormeggiatore.
Sceso, si guarda attorno e s'invaghisce di Ischia, specialmente di Lacco Ameno. In pochi anni costruisce alberghi, terme, ospedale e cinematografo.
Fa dell'isola la capitale del cinema italiano; richiama attori, reali incoronati e decaduti, finanzieri, stilisti e altra bella gente. E’ così che Ischia diventa la periferia della dolce vita romana.

Questo ennesimo nuovo film è praticamente un enorme spot pubblicitario d’Ischia, in gran parte ambientato nell’albergo Regina Isabella di proprietà del cummenda, che illustra tutte le bellezze dell'isola, da quelle del territorio a quelle delle sue acque termali. All’interno delle inquadrature spesso si nota la scritta “Regina Isabella”; il caso più ricor­rente riguarda l’insegna che troneggia sulla facciata neoclassica della stazione termale e il medesimo logo campeggia anche sullo scafo delle motonavi, sulle magliette dei marinai, nonché sul pulmino che trasporta a più riprese i personaggi per l’isola.
Ischia con il suo sole e le sue bellezze naturali attira i visitatori più diversi, che giungono da ogni parte per godersi nell'isola un gradevole periodo di vacanze; pertanto Camerini predispone un gruppo di protagonisti quanto mai eterogeneo di caratteri, che non potrebbero essere più differenti gli uni rispetto agli altri. Diversi per età, giovani e non giovani; per stato sociale, single e accoppiati; provenienza geografica, italiani e stranieri; appartenenza di classe, proletari, piccoli borghesi e alto borghesi. Lo spettatore ne fa subito conoscenza fin dalla prima sequenza del film, ambientata sul vaporetto che da Pozzuoli si accinge a trasportarli a Ischia Porto.


La scena iniziale riprende il lungomare Cristoforo Colombo di Pozzuoli ed è visibile il retro della chiesa di Santa Maria delle Grazie, l’esatto luogo dove oggi sono cippo e lapide in ricordo dello sbarco dell’apostolo Paolo.
Alla banchina è attraccato il lussuoso ed esclusivo panfilo “Sereno”, all’epoca il più grande del Mediterraneo, simbolo del successo e della potenza economica del “cumenda”.
In precedenza il panfilo è stato un dragamine della U.S.Navy, acquistato da Rizzoli sul mercato civile dell’usato e fatto trasformare dai cantieri di Viareggio. Ha una stazza di 316 ton, lungo 43 metri, possiede otto grandi cabine per gli ospiti, tutte con bagno, oltre agli alloggi per l’equipaggio, la cucina ed altri saloni. E’ fornito, oltre a due grosse lance di salvataggio, di due bei motoscafi che l’Armatore usa nelle rade in cui non può accostare alle banchine.
Il “Sereno” trasporta solo “VIP” o comunque amici del commendatore ed a tale scopo, per i collegamenti Terraferma - Ischia si serve del porto di Pozzuoli. Qui, e nelle eleganti cabine di questo panfilo, passano i più bei nomi del “jet set”. Lo Scia di Persia in cerca di una nuova sposa, Walter Chiari e la focosa Ava Gardner, Liz Taylor e l’ammaliato Richard Burton, Paolo Stoppa impegnato a litigare con Vittorio De Sica, Christian Barnard con qualche sua amante, John Wayne, Maurizio Arena, Sofia Loren e Carlo Ponti, Catherine Spaak e Fabrizio Capucci, autentici “diciottenni al sole”.



La cinepresa si sposta ed inquadra un affiancato secondo candido battello, il “Regina Isabella” che, nella finzione, alle ore 8.25 del mattino si accinge a partire alla volta di Ischia; carico di quei turisti che saranno poi i protagonisti della trama.
Anche questo è un ex dragamine in disuso e, sempre per conto di Rizzoli, trasformato dai cantieri di Viareggio per la pesca del tonno, unitamente ad altro gemello. L’investimento non funziona e, data la carenza di un regolare servizio pubblico per Ischia, il commendatore li fa ritrasformare in motonavi atte a trasportare i turisti tra Napoli ed i suoi alberghi di Lacco Ameno. Le due motonavi vengono battezzate col nome del suo albergo, “Regina Isabella I” e “Regina Isabella II”. Questo collegamento quotidiano dura 6-7 anni e l’ischitano armatore Agostino Lauro se ne preoccupa e lo contatta. Alla fine Rizzoli, per danneggiarlo il meno possibile, fissa per il biglietto delle sue motonavi un prezzo così alto, 1500 lire, che la sua non diventa mai una reale concorrenza per Don Agostino.



La macchina da presa si sposta a poppa del vaporetto ed inquadra la passerella a mezzo della quale iniziano ad imbarcare i protagonisti del film.
Il primo è l’ingegner Occhipinti (Vittorio De Sica), in procinto di raggiungere la moglie Carla (Nadia Gray), già sull’isola da settimane per motivi di salute; ovvero per seguire delle cure termali tese a stimolare un tardivo concepimento. L'ingegnere è uomo tranquillo, capace d'apprezzare la dolcezza del soggiorno, ed affabile con tutti. Calorosi i saluti che scambia con il comandante del vaporetto che, secondo alcune fonti, potrebbe essere il reale comandante del “Regina Isabella” o forse, secondo altre, il capitano Renato Molino, un esperto marinaio comandante del “Sereno”, e del quale il commendatore ha completa fiducia.
Entrambi sono in completa tenuta bianca, completo leggero con panama, per il primo e uniforme estiva per l’altro. Occhipinti nella mano sinistra mostra (anche qui pubblicità occulta per l’impero Rizzoli) il settimanale “L’Europeo”.
Al loro incontro fa da sfondo lo storico Ristorante “Grottino a mmare da Mimì” che occupa gran parte della banchina affollata da eleganti turisti e locali.



Occhipinti avanza verso centro nave e, ancora più calorosi e confidenziali, sono i saluti e le battute che scambia con il maresciallo dei Carabinieri (Arturo Criscuolo) anche lui intento a ritornare nell’Isola Verde dopo una licenza. Questa scenetta, che si svolge alla base della scaletta che conduce al ponte superiore, permette d’ammirare l’intera ripa puteolana, dalla Malva alla Sirena, dalla Calcara a Villa Maria, e fin oltre i capannoni del Cantiere; il tutto dominato dall’alta vetta del Monte Gauro.



Poi l’ingegnere Occhipinti sale al ponte superiore ed il suo allontanamento dalla scena favorisce l’inquadratura di due salvagenti che portano inciso il nome del vaporetto. Inoltre il centro della quinta è ora occupato da due personaggi che simbolizzano i tipici e tecnologici turisti tedeschi di quegli anni; sempre pronti a mostrare le loro attrezzature e ricercare allettanti inquadrature che testimonino la partecipazione al “Grand Tour”.



La cinepresa ritorna ad inquadrare la banchina perché l’attenzione di tutti è attratta dall’arrivo di una chiassosa comitiva composta da quattro giovani e squattrinati “pappagalli” romani, tra cui qualche reduce e prestante fusto di “Poveri ma belli”.
Essi sono Antonio (Antonio Cifa­riello), Franco (Maurizio Arena), Furio (Ennio Girolami) e Benito (Gianpiero Littera), tutti interessati più alle bellezze delle turiste che alle bellezze turistiche. Tre di loro, escluso Antonio, si godono la liquidazione ottenuta quando sono stati giustamente licenziati dalla ditta di proprietà dell’ingegner Occhipinti.



Nelle vicinanze della passerella Benito lascia cadere il contenuto di una sacca in cui custodisce tutto il suo “beauty-case”; pertanto a terra, sugli ottocenteschi basoli che rivestono il nostro lungomare, possiamo notare spazzola, pettine, pennello da barba, rasoio, specchietto, etc…



Una volta a bordo i quattro “fusti” rivolgono lo sguardo verso la banchina dove notano l’arrivo della bella e sofisticata Caterina Lisotto (Isabelle Corey), che a Ischia è in realtà costretta a tornare suo malgrado, per un impiccio giudiziario.




La Corey scende da un Taxi, che poi è FIAT 1400 tipico tra quelli in servizio a Pozzuoli, lucido ed elegante con i suoi copertoni cerchiati di bianco.



La bella e sofisticata Caterina sale la scaletta, tra l’ammirazione di marinai e curiosi, permettendoci di notare, alle sue spalle, il secondario ingresso del bar “dal toscano”; quello che introduceva direttamente al bancone dei gelati.




Deve poi farsi largo tra i quattro bulli che sono ignari del piccante processo che attende la bella turista a Ischia, con l’accusa di oltraggio al pudore. Vedremo che il giudice (Giuseppe Porelli), il cancelliere (Guglielmo Inglese), l’accusatore colonnello Poletto (Hubert von Meyerinch), l’avvocato Appicciato (Paolo Stoppa) e il difensore avvocato Battistelli (Peppino De Filippo) mostrano più morbosa curiosità che sollecitudine per la giustizia. Caterina è una bella ragazza, dalle forme appetitose, ma recidiva e il suo avvocato difensore non sa che tesi assumere per la difesa.
Pertanto con il collega, avvocato Loiacono (Michele Riccardini), crea un costume color carnicino che l’accusata indosserà durante il sopralluogo notturno, disposto dal giudice. Quella notte difensori, corte, testimoni assisteranno ad uno spettacolo per loro indimenticabile. Le forme statuarie della fanciulla risaltavano al buio e gli uomini deglutivano continuamente. Anche il colonnello fu vivamente turbato e ritirò la denuncia.



Intanto a bordo sta salendo, sempre accolta dal comandante, una coppia di sposini francesi, Pierre (Bernard Dhéran) e Denise Tissot (Myriam Bru).
Essi stanno cercando di ravvivare un rapporto sentimentale fresco ma già considere­volmente logorato. La signora, a differenza del marito, ha un atteggiamento sensibile verso l’isola e gli isolani; e non resterà insensibile alle premure del giovane conducente e guida isolana Salvatore (Raf Mattioli) con il quale avvierà una, seppure platonica, relazione sentimentale.



Intanto il marito contratta animatamente, con un gruppo di scugnizzi puteolani, la tariffa per l’effettuato trasporto delle valigie; consegna ai ragazzi Lire cinquanta anziché le Lire duecento richieste. Pierre è molto attaccato al denaro ed anche in seguito contratterà con tutti su qualsiasi acquisto o spesa da effettuare.




Ora l’obiettivo si sposta in mare e sono inquadrati quattro monelli che insistentemente chiedono ai turisti imbarcati di gettare in acqua delle monetine affinché possano andare a ricercarle sul fondo, previa “summuzzata”. Attività all’epoca molto in voga tra i nostri scugnizzi, nell’adiacenze dei vaporetti in procinto di salpare e al di sotto dei ristoranti con terrazzi affacciati direttamente sul mare; come da “Vicienzo a mmare” e da “La Sirena”. In questo modo divertivano i turisti e ricavavano qualche spicciolo per i loro bisogni.




Qui entra in scena l’avvocato milanese Lucarelli (Nino Besozzi), con signora al seguito (Laura Carli), che sarà il vero protagonista di tutta la fase puteolana e filo conduttore, nel corso dell’intero film. Lucarelli, prossimo alla pensione, ha bisogno di riposo ed è desideroso di fuggire dalla routine giornaliera. In questo primo fotogramma chiede alla moglie qualche monetina da gettare in acqua ai ragazzi che la reclamano con insistenza.



Appena avviene il lancio gli scugnizzi s’immergono per recuperarla ed in questa scena ci rendiamo conto della loro bravura ed esperienza in questo genere d’operazioni. Non sono attori, a quell’età, e certamente sono veraci pozzolani avvezzi ed a proprio agio in questo nobile elemento. L'amico Michele Terrin (nato nel 1945) ricorda la sua partecipazione a questo film (tra i ricercatori di monete) e d'aver ricevuto un compenso di Lire 500 per questa comparsa.



Si ritorna ad inquadrare il ponte superiore dove Pierre e Denise Tissot sono insistentemente fatto oggetto di richiami da numerosi ragazzacci tra cui i due che hanno provveduto a portare i loro bagagli.



Appena la coppia francese nota gli scugnizzi, che li richiamo vigorosamente, da questi parte una sonoro e corale pernacchio all’indirizzo del transalpino da loro ritenuto un “taccagno”.



Alle intimidazioni di Pierre fa seguito la decisiva minaccia posta in atto dal marinaio vicino alla scaletta, che grida “guagliun’ iatevenn”; pertanto gli scugnizzi iniziano una precipitosa fuga. Tra loro, come ricorda il fratello, il compianto Gennaro Carità.



Intanto un marinaio dell’equipaggio, che al petto mostra la scritta “Regina Isabella”, invita i ragazzi in acqua ad allontanarsi poiché il vaporetto sta per partire ed è pericoloso nuotare nelle vicinanze delle eliche.



Tutti gli scugnizzi si allontanano prontamente dalla poppa dell’unità ed il marinaio invita l’avvocato Lucarelli a non lanciare ulteriori monete in acqua.



Ormai si sono allontanati sia i ragazzi che il marinaio, ma in acqua riemerge un biondino che rivolto a Lucarelli, e chiamandolo commendatore, gli fa cenno di lanciare almeno un’altra moneta da cento lire. Per rafforzare la sua richiesta grida d’essere orfano d’entrambi i genitori e di non aver altri sostentamenti. Questo biondino è il puteolano Franco Cavaliere, come molti amici ricordano.



L’avvocato, timoroso del pericolo costituito dalle eliche, lo invita ad allontanarsi ma, dietro le forti insistenze del ragazzo, gli urla che solo se promette poi di andarsene lancerà la moneta. All’affermativo giuramento dello scugnizzo Lucarelli, cercando di non esser visto dall’equipaggio, effettua il lancio.



Subito il biondino si tuffa sott’acqua alla ricerca della preziosa moneta che poi stringerà fra i denti a modo di trofeo, e questo gli permetterà anche d’avere le mani libere e dispiegate per meglio nuotare.



In quel preciso istante il vaporetto aziona l’elica provocando un vistoso vortice tra la poppa e la vicina banchina che ancora riporta bianche iscrizioni risalenti al periodo bellico durante il suo utilizzo da parte degli alleati.



L’avvocato milanese, preoccupato, guarda verso la banchina dalla murata sinistra del battello, dove ha effettuato il suo lancio, per rintracciare il biondino che è ancora in acqua e non ha visto risalire.



Poi si sposta verso la murata destra per vedere se il ragazzo sia riaffiorato da quelle parti. Nel corso di questa scena possiamo notare che la carrozzella da noleggio, dopo aver trasportato dei villeggianti, sta allontanandosi lentamente dalla banchina.



Ma l’esperto biondino, una volta recuperata la moneta dal fondale, ha nuotato per un tratto sott’acqua e poi riaffiora nei pressi della banchina. Riemerge dietro una lancia, su cui si accinge a salire, che lo nasconde alla vista di chi si trova sul vaporetto.



All’agitato avvocato s’avvicina la premurosa moglie con la consueta medicina da prendere con un bicchier d’acqua, ma l’ansia, per il timore di aver provocato la morte dello scugnizzo, non lo lascia e vedremo che passerà tutto il tempo della vacanza in preda all'inquietudine.
A Ischia telefonerà alla capitaneria di porto di Pozzuoli per sentire se c’è stato qualche annegato nelle ultime ore, e ne ottenne una risposta negativa. Ma questo non sarà sufficiente a tranquillizzarlo; sa che un cadavere di annegato può metterci anche parecchi giorni per riapparire alla superficie.



Inizia quindi la traversata e la critica moderna riferisce che significative sono le composizioni panoramiche laterali della prima sequenza del film, quella appunto ambientata sul traghetto Pozzuoli-Ischia. Ed uno dei primi esempi è la semicomica scena dei predetti due turisti tedeschi che fanno un “selfie” su di uno sfondo di grande efficacia che inquadra Nisida e Posillipo.



La navigazione continua nel Golfo di Pozzuoli e l’ingegnere Occhipinti è impegnato in nuova conversazione con il maresciallo cui riferisce del telegramma ricevuto dalla moglie che lo informa della probabile ed attesa gravidanza. Questa conversazione, con sullo sfondo l’imponente Capo Miseno, è ascoltata da Furio, uno degli scapoloni.





Furio riferisce agli altri giovinastri l’ascoltata conversazione e questi subito preparano una burla atroce insinuando, nell’animo dell’ingegnere, il sospetto che la moglie lo tradisca e che il figlio che aspetta non sia suo.



I dubbi dell’ingegnere romano che saranno dissipati solo dalla finale confessione dei ragazzi; i sensi di colpa dell’avvocato milanese, che cesseranno solo in procinto di rientrare quando rivede il biondino vivo e vegeto su di una bilancella di Pozzuoli; le avventure amorose e finanziarie dei giovani sempre a corto di denaro; le vicissitudini giudiziarie della bella Caterina che dichiarerà di non essere completamente nuda ma di indossare dei sandali; gli sguardi amorosi della signora francese e di altri personaggi; saranno il filo conduttore di questa pellicola simile a tante altre di sessant’anni fa.
Questo film non è un capolavoro, ma grazie all’ottima regia del Camerini, alla spigliata sceneggiatura e alla buona interpretazione, può ben figurare nel genere dei rodati moduli della commedia italiana che come sempre racconta le vicende di giova­notti in cerca di avventure, mariti gelosi e ragazze piacenti e nello stesso tempo regala, a noi puteolani, uno spaccato di passata elegante esistenza.



P.S- - Purtroppo i fotogrammi, non digitali, sono di pessima qualità
         L'intero film lo si può vedere al seguente Link: https://www.youtube.com/watch?v=Ke8N441Yc4I



Giuseppe Peluso

mercoledì 6 giugno 2012

Naufragio Flegreo


  

Naufragio Flegreo
In un precedente numero di “Pozzuoli Magazine”, del novembre 2011, ho accennato del panfilo “Sereno” e del suo proprietario, il “cummenda” Angelo Rizzoli. Ricordando importanti ospiti del “Sereno”, tra cui lo Scià di Persia, avevo riportato il seguente tragico episodio:
Dopo il pranzo l’imperatore s'imbarca verso mezzanotte sul “Sereno”, il panfilo di Rizzoli, che l’avrebbe portato a Pozzuoli da dove avrebbe poi proseguito per Roma. All'uscita del porto è speronato da uno di quei barconi senza luce che vengono da Baia. La piccola imbarcazione cola a picco, ma anche il “Sereno” ha danni alla prua, tanto da dover essere scortato da un altra nave di Rizzoli, la Regina Isabella I°. La cosa è messa a tacere, per ovvii motivi, comprando il natante andato a fondo e facendo poi la pratica per la distruzione dello stesso.’
Questa semisconosciuta vicenda ha riacceso vivaci ricordi in uno degli ultimi superstiti di quel naufragio, il capitano Antonio Mazzella [1] allora giovane mozzo sul barcone coinvolto, che ha messo per iscritto queste sue memorie che ci riportano alla marineria di una volta, ai sacrifici, ai pericoli di chi va per mare. Nei colloqui che ho avuto con lui ho avvertito la passione e la nostalgia che questo marinaio flegreo nutre per la sua terra e per il suo mare; da qui il titolo di un suo libro nel quale raccoglierà le sue numerose avventure e sventure vissute in giro per il mondo. Mi ha parlato di tradizioni e dei soprannomi che davano alle imbarcazioni; il suo motoveliero, tipo bilancella, aveva il nome “Sentinella” ma era conosciuto come “bidone”; un'altra bilancella era conosciuta come “baccalajolo”. La bilancella [2], battello da pesca o da carico è originaria di Napoli ma si trova lungo tutta la costa dell’Italia occidentale, nella Francia meridionale e in Spagna, in diverse versioni e dislocamenti. In Spagna si chiama “Balancela”, in Francia “Bilancelle”. La bilancella italiana ha ruota di prua e dritto di poppa dritti in cascata. Lo scafo è slanciato a prua e a poppa, ha modesta insellatura ed è completamente pontato. L’alberatura è costituita da un albero verticale con vele latine semplici o a sciabecco. Un fiocco di straglio è fissato con una estremità a bompresso. La bilancella da pesca è lunga 9-12 m, mentre quella da carico può avere una lunghezza fino a 20 metri. La bilancella viene spesso utilizzata in coppia, per la pesca alla “gaetana”, con barche che procedono al “paro”, da cui la parola paranza, con una rete a strascico trainata da ambedue le barche.
Ma cedo la penna direttamente al capitano Mazzella per seguire il suo racconto.

§ Nel 1958 avevo 16 anni ed ero imbarcato in qualità di mozzo sul motoveliero “Sentinella” [3 quadro]. Il “Sentinella” era uno dei tipici velieri con motore ausiliario del golfo di Napoli che trasportavano materiali da costruzione, carbone e generi alimentari. In genere si trattava di bilancelle, magari convertite prima in cutter e poi motorizzate. La bilancella, per chi non lo sapesse, era la tipica imbarcazione a vela del golfo di Napoli, armata con un albero a vela latina. Era la versione minore della tartana. Siccome la vela latina era faticosa da manovrare col tempo fu sostituita da vele auriche, ecco quindi l’armo a cutter, e, quando il progresso fu evidente, fu installato anche un motore diesel, spesso di tipo primitivo, a testa calda.
Il 15 luglio 1958 caricammo del brecciolino a Marina di Puolo, presso Massa Lubrense, nella penisola sorrentina. Alle 20,00 salpammo per Ischia, dove il carico era destinato. Il 30% del carico lo mettevamo in coperta, la stiva non si chiudeva mai. In coperta, tra la mastra del boccaporto e la murata, venivano sistemati dei pannelli altrimenti il mare si prendeva il carico. Era normale per queste barche, caricate in maniera inverosimile, navigare con il trincarino immerso nell’acqua; quindi si navigava sempre con 30 centimetri di acqua in coperta. Questo carico era molto scorrevole e, se si navigava con mare al traverso, si rischiava uno sbandamento, o peggio…
Come se non bastasse navigavamo con i fanali spenti. Un marinaio anziano con una torcia faceva luce per segnalare almeno la nostra presenza. A bordo eravamo in sette a far parte dell’equipaggio, ma solo il comandante ed un mozzo stavano imbarcati a ruolo. Noi rimanenti stavamo “in nero”. Oltre alle mansioni di mozzo mi prestavo anche alla mansione di allievo motorista e quindi, durante la partenza e l’arrivo, la manovra giù al motore la facevo io. Anche se sono passati tanti anni ricordo ancora oggi il tipo di motore che era installato a bordo, era un Deutz da 36 cavalli vapore.
Alle 22,30 fui svegliato per prepararmi alla manovra di ormeggio, perché eravamo quasi arrivati a Ischia. Scesi nel piccolo locale dove era sistemato il motore e cominciai i preparativi. Per invertire i giri dell’elica il nostro motore portava una leva lunga circa un metro innestata sulla frizione. Sulla frizione c’era una fascia metallica che in navigazione andava allentata altrimenti si surriscaldava. Quindi per prepararci alla manovra e ad invertire la marcia avanti o indietro iniziai a stringere la fascia. Verso le 23,00 ci trovavamo già nell’avamporto di Ischia quando dal porto vedemmo uscire il “Sereno” [4]. Il “Sereno” era il grosso yacht dell’editore Angelo Rizzoli, un dragamine americano trasformato in nave da diporto dai cantieri Baglietto. In seguito sapemmo che a bordo del “Sereno” si trovava ospite lo Scià di Persia, assieme allo stesso armatore Rizzoli. Il “Sereno” uscendo si manteneva sulla sinistra perché sul lato destro dell’uscita c’è basso fondale; chi è pratico del porto d’Ischia ne è a conoscenza. A Ischia, per questo motivo, vige la regola che le navi in entrata devono dare la precedenza a quelle in uscita. Ma il distratto nostro comandante, pur sapendolo, andò ad infilarsi sotto la prua del “Sereno”! Il capitano Renato Molino, comandante del “Sereno”, visto il pericolo, mise macchina indietro tutta, ma non fu possibile evitare la collisione. In pochissimi minuti il “Sentinella” si adagiò sul fondo.
Sono passati tanti anni da allora ed ancora non riesco a capire come feci a sbucare fuori dal vano motore. Appena trovatomi in acqua mi aggrappai addosso al primo marinaio che mi capitò, ma egli subito mi rimproverò di staccarmi da lui, che così rischiavamo di annegare entrambi. Me lo dovette ricordare lui che sapevo nuotare, immaginate in che stato di choc mi trovavo! Avevamo con noi un battello di servizio, una piccola lancia che portavamo sempre a rimorchio. Un marinaio più anziano, si chiamava Biagio Lubrano, che aveva con se sempre un coltello, tagliò la barbetta e liberò il battello dal “Sentinella”. Eravamo tutti salvi così, una volta imbarcatici sul battello, entrammo in porto a remi.
Rizzoli fu molto scosso dall’incidente e volle fare una regalia per compensare almeno lo spavento dei naufraghi del “Sentinella”; cacciò dal portafogli centomila lire, una cifra considerevole per quei tempi, e li diede al nostro comandante, chiedendogli di distribuirle equamente tra i membri dell’equipaggio. Anche se eravamo in sette ci vedemmo distribuire solo diecimila lire ciascuno…
Quella notte ad Ischia ci arrangiammo come meglio possibile. In porto c’erano alcuni motovelieri, mi recai a bordo di uno di essi, svegliai un mio amico e mi feci dare una camicia e un paio di pantaloni. Poi pernottai su una nave cisterna della marina militare. L’indomani mattina dovevo tornare a casa, a Monte di Procida, così mi imbarcai sul “Salvatore Marino”, una piccola motonave passeggeri che faceva servizio tra Ischia e Pozzuoli. All’arrivo a Pozzuoli mi recai alla stazione della ferrovia cumana, dove scoprii che era in sciopero. L’unica possibilità che avevo di tornare a casa fu di farmela a piedi da Pozzuoli fino a Monte di Procida, una quindicina di chilometri! Così oltre il danno dell’affondamento dovetti subire la beffa di un ritorno a casa quanto mai faticoso. All’arrivo a Monte di Procida mi rimase un’ultima incombenza da sbrigare; fui io a dover avvertire l’armatore della disgrazia avvenuta.
Il relitto del “Sentinella” rimase tanti anni abbandonato all’entrata del porto d’Ischia. Capitano Antonio Mazzella. §

Cosa posso aggiungere a questo emozionante ricordo? Dirò solo che il menzionato “Salvatore Marino” [5], costruito nel 1955 dal cantiere Ciro Massa di Torre del Greco con scafo in legno di 41 tonnellate di stazza, resta, per noi “di una certa età”, la mitica motonave legata alle giovanili escursioni isolane.
Allo stesso armatore di Procida apparteneva la quasi gemella “Margherita Marino” che negli anni ’60 cambia società e con il nuovo nome di “Raffaele Savarese” presta servizio sulla linea Castellammare / Sorrento / Capri. Successivamente è ceduta ad armatori siciliani ed impiegata sulla linea Milazzo / Isole Eolie; poi fa ritorno nel golfo flegreo assicurando nuovamente collegamenti tra Procida e Pozzuoli.
Purtroppo il “Salvatore Marino” in data 29 marzo 1985, ben ventisette anni dopo i fatti narrati dal Capitano Mazzella, viene speronato e affondato dal traghetto “Ischia Express” nel canale di Procida. A bordo dovrebbero esserci oltre trenta studenti che il “Salvatore Marino” si accinge a prelevare al Monte di Procida per riportarli all'Istituto Navale di Procida. I nove marittimi procidani imbarcati sul natante sono ripescati da alcuni pescatori che stanno tirando su le reti nei dintorni. La collisione ha un lungo strascico polemico tra procidani ed ischitani e il comandante del "Marino" riferisce: “I salvagente dalla nave ischitana ci sono stati lanciati in ritardo, male e lontano". Per il regolamento della Convenzione di Londra una nave che raggiunge un'altra deve lasciare libera la rotta al natante raggiunto. Invece, secondo la versione fornita dall'equipaggio del "Marino", l'“Ischia Express” non se ne cura tagliandogli la rotta e spezzandolo in due.
A sua volta il traghetto “Ischia Express”, 997 tonnellate di stazza, pochi mesi dopo ed esattamente la sera di domenica 17 settembre 1985 si scontra, sempre nel canale di Procida mentre è in servizio tra Ischia e Pozzuoli, con il rimorchiatore militare "Prometeo" che rientra a Napoli dopo l'annuale gita a Ventotene che l'amministrazione militare offre ai suoi dipendenti civili. Il mare è piatto come una tavola, forza zero, la visibilità ottima nonostante l'ora, le segnalazioni luminose in ordine. La prua del traghetto deforma l'intera paratia sinistra del natante militare e apre uno squarcio di oltre due metri nel settore poppiero. E’ quasi tragedia, la collisione è violentissima e provoca, oltre ad alcuni feriti leggeri, l’amputazione di entrambi i piedi e la frattura delle costole, con conseguente perforazione dei polmoni, di due anziani coniugi. Anche per questa collisione si accusa il comandante dell'Ischia Express poiché il rimorchiatore è speronato sul lato sinistro e per il codice di navigazione chi proviene da dritta deve avere la precedenza.
Tutto quanto narrato, reso attuale dalla cronaca recente, dimostra ancora una volta quanto sia pericoloso distrarsi andando per mare, seppur sottocosta.

Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 28 aprile 2012


giovedì 1 dicembre 2011

Il “Sereno” di Rizzoli












Il “Sereno” di Rizzoli
La dolce vita in terra flegrea


Si dice che Pozzuoli e Casamicciola, o meglio i loro amministratori dei primi anni ‘50, abbiano respinto le offerte di sviluppo turistico avanzate dal Angelo Rizzoli. Se ciò fosse avvenuto l’odierno “Waterfront” sarebbe ben misera ed inutile speculazione.
Nel 1951 Angelo Rizzoli sbarca ad Ischia dal suo panfilo “Sereno” (foto 1) e ha proprio l'aspetto di un commendatore, giacca a righe ben tagliata che comunque non maschera la pancetta, cappello leggero, immancabile sigaretta all'angolo destro della bocca. Attraversa la banchina dispensando sorrisi, e stringe una banconota da "diecimila" per l'ormeggiatore. Viene a controllare se ha ben investito i 50 milioni prestati al ginecologo milanese Piero Malcovati, deciso a rilanciare le terme. Sceso, si guarda attorno e s'invaghisce di Ischia, specialmente di Lacco Ameno. In pochi anni costruisce alberghi, terme, ospedale e il cinematografo in cui Charlie Chaplin tiene la prima mondiale di “Un re a New York”. Fa dell'isola la capitale del cinema italiano; richiama attori, reali incoronati e decaduti, finanzieri, stilisti e altra bella gente. Così Ischia diventa la periferica dolce vita romana.
Questa è la descrizione che tutti fanno di Angelo Rizzoli (1889-1970), figlio di un ciabattino analfabeta che muore prima che nasca il figlio. Da bambino conosce l'angoscia della povertà e della miseria e viene inviato nel Collegio dei “Martinitt”; orfanotrofio dove cresce e impara il mestiere di tipografo. A vent'anni inizia la sua carriera di imprenditore nel campo dell'editoria in una piccola sede e subito dopo la “Grande Guerra” in un moderno stabilimento. Nel 1927 acquista, dalla Mondadori, il bisettimanale “Novella” sul quale, all’epoca, vengono pubblicati racconti di D'Annunzio e Luigi Pirandello; poi seguono “Annabella”, “Bertoldo”, “Candido”, “Omnibus”, “Oggi” e “L'Europeo”. Dopo i periodici, Rizzoli inizia nel 1949 a pubblicare anche libri; specialmente classici a prezzi popolari. Sposa Anna Marzorati (foto 2) dalla quale ha due figli, Andrea (1914-1983), che lo rende nonno di Angelo (detto Angelone) Rizzoli jr. (1943) e Giuseppina. Il “cumenda”, così viene chiamato Angelo Rizzoli, inizia, con la “Cineriz”, anche l'attività cinematografica; con tale casa di produzione sono infatti girati “Umberto D." di Vittorio De Sica e la serie “Peppone e Don Camillo”.



Simbolo del successo e della potenza economica del “cumenda” è il suo lussuoso ed esclusivo panfilo “Sereno”, all’epoca il più grande del Mediterraneo (foto 3). Era stato questo, in precedenza, un dragamine della U.S.Navy; acquistato da Rizzoli sul mercato civile e fatto trasformare dai cantieri di Viareggio. Ha una stazza di 316 ton ed è lungo 43 metri. Possiede otto grandi cabine per gli ospiti, tutte con bagno, oltre agli alloggi per l’equipaggio, la cucina ed altri saloni. E’ fornito, oltre a due grosse lance di salvataggio, di due bei motoscafi che l’Armatore usa raramente nelle rade in cui non può accostare alle banchine. Una scaletta laterale abbattibile permette l’imbarco e lo sbarco degli ospiti; oltre che dalla classica passerella di poppa. Il “Sereno” è comandato da un esperto marinaio, il capitano Renato Molino, del quale il commendatore ha completa fiducia. Ricordo benissimo questo panfilo, a cavallo degli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, attraccato all’ultimo e stretto tratto di banchina di Pozzuoli. Nella sua prima versione ha i teloni parasole ed i teli copri imbarcazioni di un colore azzurro che stacca elegantemente con il bianco dello scafo.
Negli anni 50 Rizzoli compra altri due ex dragamine in disuso e, sempre dai cantieri di Viareggio, li fa trasformare per la pesca del tonno; l’investimento non funziona e, data la carenza di un regolare servizio pubblico per Ischia, li fa ritrasformare in motonavi atte a trasportare i turisti tra Napoli ed i suoi alberghi di Lacco Ameno. Le due motonavi vengono battezzate col nome del suo albergo, “Regina Isabella I” e “Regina Isabella II”. Questo collegamento quotidiano dura 6-7 anni e l’ischitano armatore Agostino Lauro se ne preoccupa e lo contatta. Alla fine Rizzoli fissa, per il biglietto delle sue motonavi, un prezzo così alto, 1500 lire, che la sua non diventa mai una reale concorrenza per Lauro; inoltre la sua motonave parte alle 12,30, cioè in mezzo a 2 corse di Don Agostino, e questo per danneggiarlo il meno possibile. Nel 1961 vende uno di queste motonavi proprio ad Agostino Lauro, che la battezza “Celestina Lauro”. Quando va a firmare il contratto, Lauro chiede a Rizzoli di firmare con la sua penna d'oro di cui ha sentito favoleggiare; questi acconsente e poi gliela regala. Successivamente Agostino acquista anche l'altra motonave che battezza “Rosaria Lauro”. Queste due motonavi, fornite di poppa piatta tipo militare, ben si prestano ad essere trasformate in moto traghetti a mezzo della installazione di una rampa poppiera. In precedenza Lauro possedeva solo una piccola motonave, la “Freccia del Golfo” che a sua volta era una vecchia “VAS” (Vedetta Anti Sommergibile) della Regia Marina Italiana.
Il “Sereno” invece trasporta solo “VIP” o comunque amici del commendatore ed a tale scopo, per i collegamenti Terraferma - Ischia si serve del vicino porto di Pozzuoli. Qui, e nelle eleganti cabine di questo panfilo, passano i più bei nomi del jet set. Lo Scia di Persia in cerca di una nuova sposa, Walter Chiari e la focosa Ava Gardner, Liz Taylor che allontana dalla camera Richard Burton, Paolo Stoppa impegnato a litigare con Vittorio De Sica, Christian Barnardcon qualche sua amante, John Wayne, Maurizio Arena, Sofia Loren e Carlo Ponti (foto 4), Catherine Spaak e Fabrizio Capucci, diciottenni al sole. Moltissimi i protagonisti dei film prodotti dalla “Cineriz” del cumenda e, a volte, girati proprio sull’isola come “Vacanze a Ischia”, del ‘57, una commedia che illustra le bellezze del luogo dove Rizzoli, già abile “comunicatore globale”, ha tanto investito. Con la stessa lungimiranza, accetta di produrre il film “La dolce vita”. Federico Fellini non è ancora un maestro indiscusso e l’impresa si prospetta molto costosa. Rizzoli spiega, a un perplesso Montanelli, che ha deciso di rischiare: «…perché quel tipo lì... come si chiama? ... se riesce a far recitare gli altri come recita lui, farà certamente qualcosa che magari non si vende, ma che valeva la pena di fare... Perché quello lì per metà è un ciarlatano, ma per l’altra metà è un genio...».
Il Commenda ha cercato diverse volte di convincere Giovanni Guareschi ad andare in America per le presentazioni dei film della serie “Don Camillo” o per l’inaugurazione della “Libreria Rizzoli” di New York, ma sempre senza successo. Guareschi ha paura di volare e non se la sente di stare costretto su un nave per tanti giorni. Non si è neppure lasciato convincere a salire sul “Sereno” perché teme di soffrire il mal di mare, in giro si dice che balla molto in acqua e, soprattutto, perché non vuole incontrare a bordo alcuni personaggi familiari al Commenda, fra questi Pietro Nenni.
Nel 1958 l'albergo della Regina Isabella fa da sfondo anche al primo incontro tra lo Scià di Persia Reza Pahlevi e la principessa Maria Gabriella di Savoia, che hanno scelto Ischia per conoscersi meglio e decidere se sposarsi. Le cronache di allora riferiscono che l'ipotetico matrimonio tra il "re dei re" e la "principessa italiana" sia caldeggiato da Enrico Mattei, poiché quell'unione avrebbe certamente favorito gli interessi petroliferi dell'ENI in Iran. Dopo il pranzo l’imperatore s'imbarca verso mezzanotte sul “Sereno”, il panfilo di Rizzoli, che l’avrebbe portato a Pozzuoli da dove avrebbe poi proseguito per Roma (foto 5). All'uscita del porto è speronato da uno di quei barconi senza luce che vengono da Baia. La piccola imbarcazione cola a picco, ma anche il “Sereno” ha danni alla prua, tanto da dover essere scortato da un altra nave di Rizzoli, la Regina Isabella I°. La cosa è messa a tacere, per ovvii motivi, comprando il natante andato a fondo e poi facendo la pratica per la distruzione dello stesso. Purtroppo questo caso, alquanto strano e che si verifica in un periodo di notevoli tensioni internazionali, è consegnato all'oblio; sta di fatto che, già prima della cosiddetta "guerra fredda", l'interesse delle multinazionali del petrolio ha prevalso finanche sulla “raison d'etat”.
A proposito della permanenza ad Ischia dello Scià, Enzo Biagi riferisce un incredibile "incidente formale" che sconcerta il cerimoniale. Rizzoli ha invitato l'imperatore persiano, ad Ischia, ma non vuole incontrarlo, perché non saprebbe reggere la conversazione in una lingua straniera. Invece resta bloccato proprio davanti all'ascensore ed è obbligato a sentire un discorso, intercalato da molti inchini, di cui non capisce assolutamente nulla. Dopo diventa furioso: «Lo sapevo che non dovevo vederlo, perché non so una parola di francese o di inglese. E io non potevo rispondere. Almeno avesse parlato in scià». Questa affermazione di Biagi merita di essere ricordata, soprattutto perché essa è sintomatica delle tante stramberie raccontate su Rizzoli.
Angelo Rizzoli è anche il produttore di molti film di Comencini, il regista cui è legato da un rapporto di amore e odio. Entrambi sono di casa a Ischia, perché anche Comencini vi acquista una villa nel 1961 dove trascorre per molti anni le vacanze con la sua famiglia. Un giorno, imbarcati sul panfilo “Sereno”, Rizzoli indica a Comencini un promontorio dell’Isola e glielo promette in dono per permettergli di costruire una nuova casa. Ma qualche mese dopo gli confida: «Caro Luigi, se sapessi a quante persone ho regalato quel promontorio...».
Altro aneddoto, avvenuto sempre sul “Sereno” è raccontato da Dino Risi e riguarda il maestro Nascimbene. Il maestro scrive musiche per film. E’ un uomo educato, elegante, riservato. Una sera a Napoli incontra il grande editore e produttore cinematografico Angelo Rizzoli, che è lieto di conoscerlo. Cenano insieme al ristorante da “Zi’ Teresa”. Il maestro divora un enorme piatto di “impepata di cozze” annaffiato con del Falerno ghiacciato, mentre il “cummenda” gli dice: «Senta, io avrei un progettino per lei, se lei vuole, domani mattina s’imbarca con noi a Pozzuoli sul mio “Sereno”, così avremo tempo per parlarne». Nascimbene aderisce felicissimo all’invito e l’indomani parte in compagnia di belle donne e uomini ricchi per una crociera che promette di essere una svolta nella sua vita. La scritta “Musica di Mario Nascimbene” nei titoli di testa di un film di Angelo Rizzoli è un sogno che finalmente si realizza. A mezzogiorno, sullo yacht mangia leggero. Già la notte le cozze di “Zi’ Teresa” si sono fatte sentire. Da anni soffre di stipsi. Nelle prime ore del pomeriggio prende un blando lassativo e si distende su una sdraio per un sonnellino. Lo sveglia un dolore al basso ventre. La fronte gli si copre di un sudore freddo. Dalla piscina una ragazza gli grida: «La palla. La palla, per favore». Si alza per prenderla, ma un dolore lancinante lo piega in due. Gli si annebbia la vista, sente gridare: «La palla! la palla!». Spicca una corsa, sale una rampa, trova il corridoio dove s’affaccia la sua cabina, entra, si strappa via i pantaloni, raccoglie nelle mutande la lava di un vulcano, fa un pacco, apre l’oblò e lo getta in mare. Ma non c’è il mare sotto. Il pacco centra il tavolo verde dove Rizzoli gioca a carte con tre amici (foto 6). Quella stessa notte il lussuoso panfilo “Sereno” attracca al porto di Civitavecchia dove il maestro Nascimbene, senza mutande e senza contratto, viene fatto scendere in tutta segretezza.
Se la gente di talento lo incanta, Angelo Rizzoli, invece, non ama i ricchi. A cominciare da suo figlio Andrea. Spesso gli rimprovera di non essere nato povero e di non aver provato i morsi della fame. Enzo Biagi ricorda che durante una cena, il “cumenda” prende una bottiglia e dice: «Questo monte alto sono io». Poi afferra un bicchiere: «E questo è il Col di Lana: Andrea». La foto n. 7 mostra al centro Andrea Rizzoli con il figlio Angelo jr ed il padre Angelo senior. Angelo Rizzoli dice anche: «Ho messo in piedi un impero così grande e solido che ci vorranno almeno tre generazioni per distruggerlo». Sarà il suo unico abbaglio, ma non avrà il tempo di rendersene conto perché muore nel 1970, a 81 anni.
Tutto passa ad Andrea che nel 1974 acquista, dalla famiglia Crespi, da Angelo Moratti e Gianni Agnelli il 100% delle quote di "Editoriale Corriere della Sera". L'operazione viene a costare più di 40 miliardi di lire, una cifra enorme per quel tempo, ma in tal modo Andrea viene a capo di un impero mediatico potentissimo. Su progetto dell'architetto Gipo Viani costruisce “Milanello”, sede della squadra di calcio del “Milan”, di cui è anche presidente. Con la “Cineriz” produce ancora film tra cui “Amici miei” di Mario Monicelli. Nel 1978 lascia il gruppo in mano al figlio Angelone, ritirandosi a vita privata in Provenza. Per dimostrare l’inettitudine di suo figlio, Andrea che ha sempre evitato i giornalisti, rilascia interviste di fuoco, piene di pettegolezzi. Racconta di quella volta che Angelone con la moglie, l’attrice Eleonora Giorgi, e il figlio è partito con l’aereo privato per un weekend a Portofino. E ha anche fatto venire il “Sereno” da Ischia per farci dormire le guardie del corpo. Poi, per rientrare a Roma, la coppia ha noleggiato un altro aereo. «Uno yacht e due aerei per mezzo fine settimana a Portofino!» dice il padre. Un’altra volta, in Costa Azzurra, Eleonora Giorgi in una sola notte manda tre volte l’autista in Italia a cercare la Sangemini...». Andrea Rizzoli muore di infarto poche settimane dopo l'arresto dei figli Angelone e Alberto cui viene contestato il reato di bancarotta. L'erede della più grande casa editoriale italiana, viene a trovarsi con un cumulo di debiti e con aziende non più profittevoli; pressato da un sistema bancario nel quale un ruolo importante viene rivestito dalla massoneria. Cede al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, Licio Gelli ed altri iscritti alla loggia P2 il controllo del Gruppo “RCS” - Rizzoli Corriere della Sera.
Finisce, tra scandali e dissesti, un grande impero mediatico e l’ultima immagine del “Sereno”, ripreso nel 1996 a Fiumicino abbandonato e semi affondato (foto 8), ben si presta a simboleggiare la caduta di questa dinastia.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del