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sabato 12 aprile 2025

Teatro Sacchini

 


LA FABBRICA DEI SOGNI DI POZZUOLI

Il SACCHINI

Un Teatro tra Belle Epoque e Termalismo



L’area della villa comunale, dedicata al poliziotto medaglia d’oro Pierluigi Rotta, fino al 1885 è conosciuta come largo Malva [fig. 1].



E’ prevalentemente utilizzata da pescatori per alare barche e stendere reti; inoltre ospita un antico cantiere navale che realizza lance e gozzi, l’attuale via Cesare Battisti è conosciuta come via Cantiere [fig. 2]



Nello stesso anno la zona è ceduta in uso al nascente Stabilimento Armstrong che qui ammassa i macchinari, provenienti dalla casa madre inglese, sbarcati nel porto puteolano.

Il largo Malva, sgomberato da questo materiale, nel 1887 è risistemato a villa comunale dedicata al musicista Antonio Maria Gaspare Sacchini, erroneamente ritenuto nativo di Pozzuoli [fig. 3].



Negli ultimi anni dell’ottocento sulla parte settentrionale dell’area [fig. 4] 



il Municipio fa progettare e costruire, da Gaetano Volpe, un teatro che, completato nel 1906, è anch’esso dedicato al compositore Antonio M. G. Sacchini.


Questo teatro è un’opera architettonica di grande pregio artistico; nella sua forma ovale, con platea e palchi ai piani superiori, ricalca la disposizione dei classici teatri italiani [fig. 5].



Il Sacchini, unico teatro di Pozzuoli e dintorni, per lunghi anni ospita prestigiose compagnie teatrali, opere liriche e concerti.

Sono gli anni della Belle Epoque, del Liberty e del Termalismo Flegreo che registra i favori di una Clientela colta e benestante; gli ospiti degli stabilimenti termali e balneari amano trascorrere piacevoli serate tra passeggiate, concerti, caffè e teatri.

Sono talmente tante le rappresentazioni che, per evitare reciproco disturbo, si ritiene opportuno trasferire l’adiacente Cassa Armonica, in cui si esibisce la locale Banda Musicale, nella centrale piazza oggi detta della Repubblica [fig. 6].



Il Teatro Sacchini  ospita compagnie famose come la De Riso e nello stesso tempo compagnie locali come quella diretta dal regista, attore e musicista Procolo Matarese [fig. 7].



Il 7 giugno del 1914 il Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli partecipa alle celebrazioni del restauro della tomba di Pergolesi e per l’occasione la sua orchestra esegue nella cattedrale di Pozzuoli lo “Stabat Mater” con la soprano Ines Maria Ferraris. In serata, al Teatro Sacchini, Salvatore Di Giacomo tiene un discorso commemorativo seguito da una impareggiabile esecuzione della “Serva padrona”, accolta da applausi interminabili; solisti ancora la soprano Ines Maria Ferraris, la mezzosoprano Argia Casano e il baritono Giuseppe Kaschmann.

Nel maggio del 1917, in piena Grande Guerra, le cronache riportano la presenza, al teatro Sacchini di Pozzuoli, di Antonio de Curtis, il principe della risata.

Preziosa è la notizia che nel 1920 in questo teatro è eseguita la ‘prima assoluta’ del più bel canto degli emigranti mai scritto. Si tratta della canzone “Santa Lucia Luntana” di E.A. Mario cantata al Sacchini da Fulvia Musette, una bellissima e apprezzata cantante dei primi del ’900 [fig. 8].



Con l’avvento del regima fascista al teatro è addossato un nuovo edificio, realizzato dall’ingegnere Nicola Ercieri, che ne ripropone le linee architettoniche; si tratta della “Casa del Fascio” e dell’alta “Torre Littorio” [fig. 9].



Negli anni del ‘consenso’  il teatro Sacchini è sempre più utilizzato per riunioni e adunate del Regime tanto che per talune manifestazioni in alto all’edificio compare la scritta “Teatro Littorio” [fig. 10].



Nello stesso periodo sulla balconata del piano superiore sono sistemati degli altoparlanti da cui, il sabato pomeriggio, gli scolari possono ascoltare le trasmissioni di “Radio Rurale” che ha propositi educativi oltre che propagandistici. La domenica mattina sono i contadini che qui si riuniscono perché va in onda “L’Ora dell’Agricoltore” [fig. 11].



Dagli stessi altoparlanti i puteolani apprendono, direttamente dalla voce del Duce, grandi e tragiche notizie come la conquista dell’Impero e la dichiarazione di guerra [fig.12].



Il Teatro si adegua ben presto alla proiezione cinematografica che, già dal periodo bellico, diventa attività principale; la stessa Sofia Loren nelle sue memorie e interviste lo nomina spesso per avervi visionato memorabili pellicole e indimenticabili attori [fig. 13].



Il Cinema Teatro Sacchini, come il “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore, resiste alle nuove mode perché suoi diretti concorrenti sono il “Cine Teatro Lopez” e due Arene con sala scoperta; pertanto, specialmente nei mesi freddi, continua ad essere frequentato da un pubblico affezionato [fig. 14].



In seguito, con l’apertura delle più Moderne sale cinematografiche “Mediterraneo” e “Serapide”, gli incassi diminuiscono e si è costretti a proiettare film scadenti e diversificare le offerte ospitando convegni politici e riunioni di pugilato [fig. 15].



Nel corso degli anni cinquanta la confinante ex “Casa del Fascio”, che dall’immediato dopoguerra è stata trasformata nella Scuola Elementare Giovanni Bovio, nonostante varie manifestazioni popolari è da Demanio destinata ad ospitare il Commissariato di Polizia di Pozzuoli [fig. 16].



All’inizio degli anni sessanta per i gestori del Cinema Teatro Sacchini diventa favorevole la proposta di cedere anche questo fabbricato al confinante Commissariato di Polizia”. Della struttura resta la sola facciata, il suo interno è completamente sventrato e adibito a garage, proprio come succede al “Nuovo Cinema Paradiso” che nel film diventa parcheggio [fig. 17].



Ingloriosa fine per quello che fu la “fabbrica dei sogni” puteolana.



GIUSEPPE PELUSO

Pubblicato su "Segni dei Tempi" di febbraio 2025


lunedì 7 aprile 2025

La Calcara di Pozzuoli

 



La Calcara di Pozzuoli

 Fino a tutti gli anni sessanta sono molti i cortili di Pozzuoli che al loro interno nascondono un variopinto mondo fatto di lavoro e d’umanità.

Tra questi quello detto “La Calcara” in cui ci si immette dallo scenografico androne al civico 9 dell’allora via Miliscola; un vivace borgo che prende nome da una fornace che produce calce, “carcara” in dialetto, a mezzo cottura delle pietre calcaree.

Le calcare hanno spesso rappresentato una parte significativa dell’economia di un luogo, caratterizzandone il paesaggio con la loro mole, e quella di Pozzuoli, seppure vaghe siano le sue origini, risale agli immediati anni post eruzione di Montenuovo; quando forte è la necessità di ricostruire e ritornare nei luoghi natii.

 

Nei Campi Flegrei sono reperibili i tre elementi essenziali per le costruzioni edilizie; il tufo giallo facilmente lavorabile, la pozzolana che ha proprietà cementizie ed il calcare per la produzione di calce.

Si! Il calcare!



Quest’ultimo elemento è anche più facile da trovare; lo si prende dai templi, dagli anfiteatri, dalle grandiose terme e dai ruderi archeologici che abbondano in questa Terra.

Colonne e statue, il cui marmo è costituito da rocce calcaree, sono raccolte e immesse nella grande bocca che con il fuoco ha, per secoli, divorato il nostro passato.

L’iniziale fornace resta in attività fino al XVIII secolo quando, per le sempre più forti richieste di calce, ne sarà costruita una più grande che resta in funzione fino al 1885.

 




La Calcara di Pozzuoli fonda la sua fortuna sull’attiguo “Alveo Campano”, da cui attinge acqua per la formazione di calce viva, e per il piccolo molo in legno sul mare che facilita l’imbarco della calce sulle “bilancelle” che imbarcano anche tufo e pozzolana nelle numerose e vicine cave.

Naturalmente statue e colonne, che iniziano a scarseggiare, non sono sufficienti a fronteggiare una sempre più forte richiesta e pertanto si decide di importare pietre calcaree dai monti in cui sono presenti.

Le cave di Maddaloni sarebbero più economiche e raggiungibili a mezzo strade pianeggianti, ma il trasporto stradale a mezzo traino animale permette la movimentazione di piccole quantità a costi elevati, anche per la necessità di richiedere massi già frantumati.

Così si opta per le cave presenti nelle penisola sorrentina che, a mezzo “bilancelle” e “feluche”, assicurano grossi quantitativi in tempi più rapidi.

Nello stesso periodo in cui arriva la Armstrong, tra l’altro nell’accordo tra Comune di Pozzuoli e Amministratori Inglesi è specificato che il limite meridionale da occupare è costituito proprio dalla esistente Calcara, crolla la volta della fornace ed i proprietari decidono di ricostruirla secondo gli ultimi aggiornamenti; questa volta il suo camino piramidale raggiunge l’altezza d’oltre 18 metri.



Nel novecento, con l’avvento del moderno trasporto stradale, ridiventa conveniente acquistare il calcare dalle cave di Maddaloni e Valle di Maddaloni.

Le grosse rocce sono scaricate dai camion a ridosso della struttura dove vengono frantumate e suddivise in pezzi più piccoli sferrando colpi con grossi martelli.

Quest’operazione è svolta da un nutrito gruppo di manovali che poi afferrano le più grandi portandole direttamente in spalla verso la parte alta della fornace mentre le più piccole sono raccolte in “caldarelle” ed egualmente scaricate alla sommità.

La parte alta della fornace la si raggiunge a mezzo rampe in muratura, parte esterne e parte interne, che girano attorno al focolare; la visione di quegli uomini che portano grandi pesi, a torso nudo e con la testa avvolta in un “maccaturo”, mi riporta ad un infernale girone dantesco dove i dannati sono costretti a girare per l’eternità sotto pesanti carichi in un ambiente infuocato.

 

La struttura è gestita dalla Famiglia di don Gennaro De Falco che come dipendenti fissi dispone solo di un esperto “fuochista” per l’accensione e il controllo della temperatura e di un esperto “carcataro” per la sistemazione e controllo delle rocce.

Tutti gli altri manovali sono avventizi; in genere ragazzi alle prime esperienze, disoccupati o pescatori che necessitano d’arrotondare.

Dopo le rocce si posa il legname nella camera bassa dove si accende un fuoco che raggiunge una temperatura di quasi 1.000 gradi costringendo l’aria, che alimenta la combustione, a filtrare attraverso la massa dei materiali da cuocere.

Il fuoco è tenuto vivo per circa 5/8 giorni quindi, per controllare lo stato di cottura, si prende uno dei sassi e lo si butta nell’acqua fredda per verificarne la tumultuosa (e rischiosa) reazione.

Raggiunta la cottura si spegne il fuoco, si raccolgono le ancora bollenti ceneri che sono depositate in una vicina zona, delimitata da una linea che i bimbi son tenuti a non attraversare, e si lascia raffreddare l’ottenuta calce.



Parte di questa è poi messa a contatto con l’acqua sprigionando calore; comincia a ribollire e, mediante un pericoloso processo, è trasformata in “calce viva”.

 

Tutto questo è durato fino alla metà degli anni sessanta quando la ditta degli Ing. Grillo acquisisce la zona, abbatte questo e vecchi adiacenti edifici, e vi costruisce un moderno fabbricato.

Sono gli anni in cui si completa “L’Autostrada del Sole”, in cui circola il “Treno del Sole”, in cui si canta “La Canzone del Sole”; pertanto sembra loro “alla moda” battezzare “Palazzo del Sole” questo nuovo edificio.

Con la calcara sparisce anche un borgo, un paesaggio, un mondo; solo nei ricordi restano i salti nella cenere bollente, l’autofficina di Fortuna, i pullman dei Fratelli Iaccarino, le suore che insegnano il ricamo e donano grattate irrorate di sciroppo, il cantiere di quel mast Filippo che ha insegnato a fare barche agli ebrei esuli a Bacoli, e la piccola spiaggia da cui ci lanciavamo in un familiare ma rosso mare, ricco di sangue e di vongole veraci.



GIUSEPPE PELUSO 

Pubblicato su Segni dei Tempi di giugno 2024

lunedì 4 marzo 2024

Quando a Pozzuoli si costruivano treni

 



Nella Rotonda alla Starza

IL MONUMENTO ALL’INDUSTRIA PUTEOLANA

La “Sala Montata” della “28” puteolana

 

In occasione della inaugurazione del tunnel Tangenziale – Porto, a Pozzuoli, al centro della rotonda stradale di via Nicola Fasano, è stata eretta a monumento una “sala montata” [foto 1].





L’ingegneria ferroviaria definisce “sala” l’insieme costituto da due ruote e dall’asse corrispondente di un veicolo ferroviario; nello specifico è definita “sala motrice” quando essa è utilizzata per trasmettere (a mezzo di bielle e ingranaggi) il moto rotatorio del motore alla ruota, oppure “sala accoppiata” quando è utilizzata per collegare insieme (a mezzo di sole bielle) un gruppo di ruote rendendole tutte motrici [foto 2].



I Cantieri di Pozzuoli, sotto varie denominazioni sociali, hanno costruito migliaia di locomotive elettriche e vagoni ferroviari ma, nella loro lunga esistenza, mai hanno realizzato locomotive a vapore di cui le “sale” sono componente essenziale.

La “sala” esposta non è di costruzione italiana ma americana; nondimeno la monumentazione realizzata in questo piazzale ben rappresenta la storia della industrializzazione puteolana; sia per il luogo scelto, sia per l’oggetto esposto, sia per la vicinanza al commemorativo affresco realizzato dal Maestro Isabettini.

 

Questa “sala” appartiene alle locotender americane tipo S100 ordinate, nel 1942 in 382 esemplari, dal Corpo dei Trasporti dell’Esercito Americano (USATAC).

Le S100 sono piccole motrici da 45 tonnellate con 2 cilindri esterni a semplice espansione, e rodiggio composto da tre assi accoppiati; esse sono particolarmente adatte al ruolo per le quali sono state progettate: la manovra.

Le locotender sono locomotive utilizzate negli scali ferroviari o per piccoli tratti locali, ragion per cui non necessitano di grandi scorte di carbone ed acqua che in genere vediamo trasportate dal caratteristico rimorchietto detto Tender.

Sulle locotender il carbone è posto dietro la cabina di guida in un cassone metallico aperto in alto per un agevole carico e con un'apertura calibrata in basso all'interno della cabina per l'asportazione, mentre la scorta d’acqua è posta in serbatori a fianco della caldaia.

Fin dal 1943 le americane S100 sono destinate sui teatri di guerra in Africa Settentrionale e in Europa; cinque di queste locomotive, numerate dal 1927 al 1931, giungono in Italia nel 1944 e alla fine delle ostilità restano nel Bel Paese.

Nel 1946 le locotender numero 1927, 1929, 1930 e 1931 sono immatricolate dalle Ferrovie dello Stato dove vanno a costituire il Gruppo 831.001/004; invece la numero 1928 è acquisita dagli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli (S.M.P.) che la lasciano marcata con l’originale numero 28 ben visibile sulle fiancate dei serbatoi d’acqua [foto 3].



Piccola e manovriera ben si adatta sulla fitta rete di binari che percorre l’intero Stabilimento i cui confini andavano dalla Calcare del Rione Torre alla stazione della Ferrovia Cumana ad Arco Felice, non disdegnando d’avventurarsi sul lungo pontile che fu dell’Armstrong.

Le sue brillanti prestazioni sono poi molto apprezzate all’interno dei capannoni e le sue ridotte dimensioni si rendono utili sui carri trasbordatori dove riesce ad imbarcarsi unitamente ai veicoli che traina.

La “28”, come familiarmente da tutti riconosciuta, e inizialmente collaborata da una vecchia vaporiera residuata dall’Armstrong; essa resta attiva fino ai primi anni sessanta quando è sostituita con un più moderno locomotore diesel che ha il pregio di non saturare di fumo l’interno delle officine che attraversa.

Non si hanno date precise ma la “28” risulta accantonata alla fine degli anni cinquanta e poi demolita negli anni sessanta, direttamente all’interno del grande complesso industriale.

Fortunatamente, e curiosamente per una motrice così poco rilevante nella storia ferroviaria italiana, questa locomotiva la troviamo riprodotta nella scala “HO” dalla Rivarossi; una importante casa fermodellista a livello mondiale [foto 4].



Essa è catalogata come modello HR2641 e, dopo la descrizione della sua storia nel blog “SCALAENNE” dell’amico Marco Nattan, è ormai conosciuta come “la puteolana” da tutti gli appassionati di Storia Ferroviaria.




PELUSO GIUSEPPE  - FEBBRAIO 2024

Pubblicato sul numero di Marzo del mensile diocesano "Segni dei Tempi"

venerdì 10 marzo 2023

Villa Cordiglia

Masseria della Santissima Annunziata

dai Consoli Cordiglia ai Principi Caracciolo

 

La storia di Villa Cordiglia [1 – veduta aerea] inizia a Laigueglia, un piccolo borgo di mare della Riviera Ligure di Ponente, a fine settecento quando è ancora in vita la Repubblica Marinara di Genova.

Laigueglia è la patria di numerosi mercanti che, per la loro attività, si trasferiscono a Marsiglia (spesso con i nomi francesizzati: Maglione in Mayon, Pagliano in Payan, etc), a Taranto ed a Napoli. In questa ultima città si sono insediati, tra tanti altri, Stefano Musso, Gio.Andrea Pagliano, Francesco Maglione, Domenico Cordiglia.

Alcuni di loro, pur continuando a praticare l’arte mercantile in modo ambiguo e contraddittorio, riescono a farsi nominare “consoli” dalla Repubblica di Genova; tra questi Domenico Cordiglia e in seguito suo figlio Ambrogio.

 

Quando Napoleone occupa Genova, e mette fine alla secolare esistenza della “Superba”, molti Laiguegliesi diventano cittadini napoletani ma altri continuano a penetrare nella capitale meridionale come “stranieri”, iscritti nelle liste del consolato di Francia a Napoli.

Ambrogio Cordiglia dichiara al console generale francese in Napoli, di voler conservare i suoi diritti civili in Francia e di godere delle franchigie e privilegi accordati alla Nazione francese nel napoleonico Regno di Napoli.

Dichiara inoltre di sottomettersi alle Costituzioni dell’Impero e di essere fedele a S. M. l’Imperatore dei Francesi e Re d’Italia.

I Cordiglia hanno allargato progressivamente il loro raggio d’azione con sedi commerciali a Laigueglia, a Napoli in società con i Maglione, a Genova in società con i Musso, a Taranto, a Marsiglia.

In questo periodo si stringono non solo legami commerciali, ma anche familiari; Ambrogio Cordiglia sposa Emmanuela Maglione figlia di Stefano, suo socio in affari. Emmanuela è vedova di Bernado Musso, altro Laiguegliese da cui ha avuto un figlio [2 - Famiglia Cordiglia].

 

Con la sconfitta di Napoleone, e con il passaggio della Liguria ai Savoia, Ambrogio Cordiglia (1783-1861), figlio di Domenico e di Maria Maddalena Cavassa, diventa Console Generale a Napoli di Sua Maestà Sarda.

Suo Padre ha in precedenza ricevuto in fitto dal Seminario Vescovile di Pozzuoli, probabilmente con contratto di enfiteusi contro il pagamento annuale di un estaglio di sette ducati, la masseria denominata “Santissima Annunziata”; un Territorio vitato-seminativo di circa 15 moggi, che si trova vicino all’omonima Chiesa, al di sopra del terrazzo marino detto Starza.

I ruderi che si vedono in questo Territorio appartengono probabilmente a strutture termali annesse alla casa ed agli Orti di Marco Cluvio e di Pileo, ove Cicerone soleva spesso recarsi, ed i quali poi ereditò.

Nel maggio del 1818 Ambrogio Cordiglia chiede al Sindaco del Comune di Pozzuoli di poter acquistare una “costa incolta e petrosa” che “termina sopra la strada di San Francesco”. L’intento è di aggregarla al suo Territorio in modo che raggiunga il naturale confine orientale costituito dal Vallone Mandra; all’opposto lato il Canalone, oggi detto Vallone Cordiglia, ne costituisce il naturale confine occidentale; la strada Luciano, ex Domitiana, ne delimita il confine settentrionale; il ciglio del Terrazzo Marino della Starza ne determina il naturale confine meridionale.

Nella mappa di Andrea De Jorio, che mostra la zona occidentale di Pozzuoli nella prima metà dell’ottocento, è ben visibile il Territorio di Cordiglia sovrastante i Mulini ad acqua, poi dei Mirabella, e la Masseria alla Starza, futura Villa Maria [3 – mappa de Jorio].

 

Nel 1826 lo storico Lorenzo Palatino, nel libro “Storia di Pozzuoli e Contorni” così descrive il Casino del Signor Cordiglia:

«Al fianco del sopraddetto tempio della Santissima Annunziata vi sta la fruttifera masseria del Signor Cordiglia. Quivi trovasi un comodo ed elegante casino, situato in una posizione, che l’occhio ne resta incantato.

In questa masseria, ed in quella di altro proprietario con essa confinante vi sono ruderi di antiche fabbriche, le quali indicano essere state un gran bagno, stufe, e palestra.

Nel 1812 nello scavare il Cordiglia le fondamenta per fabbricare una muraglia, e chiudere la sua masseria verso il nord; essendo giunto lo scavo a quattro palmi di profondità, si scoprì un lungo spezzone dell’anzidetta via Domiziana, che si univa con la via Campana avanti la porta Erculea.

Tra questa masseria, e l’altra del signor Loffredo si apre una valle nel di cui mezzo evvi un'antica via selciata con grandipietre, ramo della via Domiziana, che passando per accanto dell'Accademia di Cicerone, dalla sommità del colle usciva giù alla marina. Resta però coperta da terra e piantagioni».

 

Alla fine degli anni venti dell’ottocento, nella veste di Console Generale di Sua Maestà Sarda, e a mezzo di una Istanza, Ambrogio Cordiglia contesta, enunciandone i motivi, la decisione del Decurionato di Pozzuoli (una sorte di consiglio comunale che tra l’altro elegge il sindaco) di trasformare in civico cimitero le fondamenta della vicina chiesa della “SS Annunziata”.

Con il napoleonico editto di Sint-Cloud, che vieta le sepolture sotto le chiese dei centri urbani, nel 1814 il Decurionato di Pozzuoli adibisce a camposanto il giardino dell’ex convento di San Francesco (attuale carcere femminile).

Ma poco dopo questo camposanto all’aperto è devastato da un folto gruppo di puteolani che lo considera un’offesa verso i morti.

Per evitare ulteriori incidenti il Decurionato decide di adibire a luogo di sepoltura qualche chiesa fuori dall’abitato; inizialmente si prevede di realizzarlo presso la chiesa della SS. Annunziata, poi per l’opposizione del Cordiglia si opta per la vicina Santa Marta e per San Gennaro alla Solfatara.

In seguito, per far fronte all’elevato numero di vittime provocate dal colera del 1837 e per prevenire future epidemie, si decide di realizzare il nuovo cimitero di Pozzuoli in un vicino campo di proprietà di Michele Pica, sempre in via Luciano, che sarà inaugurato nel 1843.

 

Nel 1833 il Seminario di Pozzuoli, proprietario della masseria, a mezzo del suo Rettore don Raffaele Manganella notifica al Cordiglia una istanza di sfratto per mancato pagamento del canone annuo.

Nel 1837 muore Emmanuela Maglione, più anziana di Ambrogio, che lascia una complessa eredità, con testamento stipulato dal notaio Zigarelli, suddivisa tra suo marito, i figli avuti da lui ed il figlio avuto dal primo marito.

Emmanuela non vedrà sua figlia Marianna (detta Anna) andare in sposa nel 1848 a Filippo Caracciolo di Melissano, capitano dell’esercito borbonico e discendente di una nobile famiglia napoletana.

Suo Padre Francesco Antonio Caracciolo ha rivestito molte cariche pubbliche tra cui quella di segretario di legazione in Austria e in Francia, dove conosce e sposa Adelaide Trimoulet; dal loro matrimonio nascono Luisa nel 1812, Filippo nel 1814, Anna Francesca nel 1816, Giovanni, nato e morto nel 1819, e Francesca nel 1826.

Nel 1813, sotto Gioacchino Murat, Francesco Antonio Caracciolo è creato conte nello stesso anno nominato ministro plenipotenziario, prima in Spagna presso il re Giuseppe, poi a Monaco di Baviera, dove nasce suo figlio Filippo che abbiamo visto sposo di Anna Cordiglia.

Francesco Antonio Caracciolo è poi nominato Sovraintendente del Distretto di Pozzuoli (una sorta di Presidente/Prefetto di Provincia) e sua sorella donna Anna sposa il nobile puteolano Nicola di Fraia-Frangipane; Francesco Antonio muore a Pozzuoli il 22 maggio 1846.

 

Dal matrimonio tra Anna Cordiglia e Filippo Caracciolo nascono Maria Adelaide nel 1849, Francesco nel 1850, Ambrogio nel 1851 (da lui discenderanno gli attuali proprietari di Villa Cordiglia a Pozzuoli), Maria Concetta nel 1853 e Maria Luisa nel 1857 [4 – Famiglia Caracciolo]. 


Nel 1845 il Tribunale di Commercio di Napoli emette sentenza di condanna nei confronti di Ambrogio Cordiglia, con l’arresto personale, per un debito non liquidato in favore di Ferdinando Rodriguez.

Nel 1847 Ambrogio Cordiglia, che nel frattempo ha ingrandito l’originario casino estivo costruito al di sopra dell’antica masseria, chiede al Municipio di Pozzuoli un forte indennizzo per l’esproprio di parte del Territorio di sua proprietà denominato SS. Annunziata. Si tratta del ciglione sassoso su cui è stata aperta la “Via Nova”, attuale ultimo tratto di via G.B. Pergolesi [5 – mappa Pozzuoli].

 

Nel 1861, appena completata l’unità italiana, muore Ambrogio Codiglia e, seppure non abbia lasciato testamento, per accordi tra eredi il fondo enfiteutico di Pozzuoli resta intestato a sua figlia Anna ed al marito Filippo Caracciolo.

Nel 1864 abbiamo la ricevuta di duecento ducati per uno degli ultimi canoni pagati al Seminario di Pozzuoli; qualche anno dopo, giusta la legislazione del nuovo Regno d'Italia, Filippo Caracciolo provvede all'affrancazione completa della masseria.

Nel 1868, dovendo rinnovare l’affitto agricolo della “Santissima Annunziata” ai coloni Raffaele Mucciardo e Biase Bonito, Filippo Caracciolo fa eseguire la numerazione degli alberi e piante dall’esperto di campagna Procolo Manganella.

Dal 1871 le famiglie dei coloni Angelo Palumbo e Giovanni Orso subentrano nell’affitto della masseria agricola.

Nel 1880 muore Filippo Caracciolo e tocca ai suoi eredi contrattare con la Ferrovia Cumana che attorno al 1890 sta realizzando la Linea Napoli – Pozzuoli – Torregaveta.

La Ferrovia espropria qualche striscia di terreno nel primo lembo del Vallone Mandra, in prossimità del canale Alveo Campano; in cambio i Caracciolo ricevono parte del costone della Starza, espropriato al Duca Luigi Ferraro, rimasto staccato dal resto della proprietà dell’attuale Villa Maria alla Starza.

In uno schema di convenzione si decide pure la realizzazione di un muro che divida la proprietà dalla sede ferroviaria [6 – mappa la Starza per esproprio Ferrovia Cumana].

 



Il Territorio del Vallone Mandra (fondovalle, pendici San Francesco e pendici Starza), con annessa casa colonica ed altri rustici, costituisce una separata masseria attraversata dall’Alveo Campano che nei vecchi documenti è definito Alveo San Francesco. Stesso nome del costone e delle pendici sottostanti alla chiesa di San Francesco, meglio conosciuta come Sant’Antonio.

Su questo Territorio dei Caracciolo, proprio per la presenza dell’Alveo e dei resti dell’antica strada che risaliva il vallone, ci son sempre state controversie di confine con il Municipio di Pozzuoli ed in passato con la vicina Masseria alla Starza.

In particolare, nei primi anni del novecento, Ambrogio Caracciolo contesta al Municipio di Pozzuoli la violazione dei diritti di possesso del suolo su cui è stato costruito il nuovo casotto daziario sul ciglio estremo interno del Vallone Mandra che considera di sua proprietà.

Questo separato Territorio del Vallone Mandra risulta dato in fitto alla famiglia del colono Gaetano Differente che lo terrà in locazione fino al 1930; in seguito passerà alla Famiglia Gemelli.

 

Negli stessi anni è venduto alla Armstrong un lembo del Vallone Canalone (oggi detto Cordiglia), non espropriato dal Comune di Pozzuoli, per permettere la realizzazione di un enorme serbatoio a servizio del costruendo cantiere. L’acqua fornita al Cantiere proviene dall’acquedotto Campano le cui condutture passano nel sottosuolo del fondo “Santissima Annunziata”.

 

Grandi lavori, commissionati da Anna Cordiglia, debbono essere stati eseguiti a fine ottocento nella casina, trasformandola in grande Villa Nobiliare, come si evince da documenti conservati negli archivi della Famiglia Caracciolo.

Da parte del falegname Carlo Ciocia nel 1896-1897; da parte dell’appaltatore Antonio Pica negli stessi anni; da parte del decoratore Domenico Leggiero nel 1897-1898; del muratore Antonio Pollio che nel 1898 si dichiara debitore di Ambrogio Caracciolo e si impegna a costruire un forno; dell’affidamento dei lavori da parte dell’ingegner Salvatore Bellini e della valutazione dei lavori in corso da parte dell’ingegner Sparano negli anni 1897-1899 [7 – Alinari fine ottocento].

 

Nel 1899 muore Anna, l’ultima dei Cordiglia, e il Territorio di Pozzuoli passa in eredità al figlio Ambrogio Caracciolo che, alla fine degli anni venti del novecento, vede il suo Territorio subire un nuovo esproprio per la costruzione della nuova “Domiziana”.  

Questa, all’epoca definita autostrada, in pratica attraversa il fondo dividendolo in due parti e la zona rimasta distaccata, oltre la nuova carrozzabile, inizia ad attirare gli interessi di chi ha intenzioni speculative; aiutato in questo dalle potenzialità dei panoramici terreni.

 

Intanto nel 1929 muore Ambrogio Caracciolo e poiché i suoi due figli, i gemelli Filippo e Francesco, hanno appena dodici anni il Territorio è amministrato dalla vedova principessa Lucia Biarbellini Amidei in Caracciolo di Melissano.

La nuova cinta muraria, che divide la proprietà dalla pubblica strada è rivestita con l’elegante pietra lavica di Monte Olibano e nel 1932 il Municipio di Pozzuoli concede a Lucia Caracciolo di procedere alle opere in muratura dei pilastri del nuovo cancello d’ingresso [8 – muratura esterna].

 

Intanto scoppia la Seconda Guerra Mondiale e la villa di Pozzuoli diventa sicuro rifugio per molti dei familiari, sparsi tra Napoli, Firenze ed altre località. Il giovane principe Francesco [9 – Francesco Caracciolo]

figlio di Ambrogio e ufficiale del Regio Esercito, è preoccupato del gemello Filippo anch’egli sotto le armi a Modena.

Testimonianza dei tragici momenti è una lettera che Francesco invia alla mamma dalla zona di guerra; la lettera di Pe Via Aerea, con timbri di Posta Militare, è indirizzata a:

Principessa Lucia Caracciolo di Melissano – Villa Caracciolo – Pozzuoli [10 lettera].

 

Nel 1943, con l’incremento dei bombardamenti alleati, sulle pendici della Starza, proprio dietro “Villa Maria” ma sempre in proprietà Caracciolo, è costruito un rifugio antiaereo da servire per ricovero sia degli allievi della “Scuola Meccanici del Cantiere Ansaldo”, sia dei marinai di guardia alle condutture nafta che attraversano questi territori.

La Famiglia, per questioni finanziarie e di sicurezza, pensa di spostarsi nella tenuta di Taviano, vicino Melissano in provincia di Lecce, ma teme la requisizione della villa di Pozzuoli in caso di trasferimento.

 

Nel secondo dopoguerra continua il ridimensionamento del vecchio Territorio con la vendita lottizzata della porzione rimasta sul Terrazzo della Starza, di tutta l’aera che andrà a costituire il nuovo Parco Cordiglia, con i nuovi espropri effettuati dalla Ferrovia Cumana per il raddoppio dei binari e per la costruzione della nuova stazione al Vallone Mandra.

Poi, in seguito alle fasi bradisismiche del 1970 e del 1983, Villa Cordiglia risulta gravemente danneggiata ed inagibile [11 – villa inagibile].

 

L’archivio storico gentilizio, oltre duemila documenti, è recuperato dalle macerie della Villa di Famiglia a Pozzuoli e a fine 1983 consegnato dal principe Landolfo Ambrogio Caracciolo di Melissano alla Soprintendenza Archivistica per la Campania [12 – veduta attuale].

 

 

REFERENZE

A. Carrino – Fra Nazioni e Piccole Patrie – Mercanti liguri

S. D’Acquino e R. De Simone – Archivio Gentilizio Caracciolo di Melissano

 

Giuseppe Peluso – marzo 2023