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venerdì 28 novembre 2025

La Madonna del Parto



La Madonna del Parto di Pozzuoli

La Devozione della Casa Reale Borbonica  e i Ricordi di Geppina Borrino

 

A Pozzuoli, nella chiesa di Santa Maria del Carmine, da tempo immemore si venera l’immagine della Madonna del Parto; una  statua di pregevole fattura attualmente esposta presso il Museo Diocesano.



Fu essa tolta, unitamente a quella di san Giuseppe anch’essa esposta oggi presso il Museo al Rione Terra, dall’oratorio del palazzo che fu di don Pietro di Toledo. Raffigura la Vergine in ginocchio, con le mani giunte in atto di pregare, e le forme della statua sono nascoste da un ampio manto di seta che dal capo scende fino ai piedi, lasciando fuori il viso e le mani.



A questa immagine vanno a raccomandarsi le partorienti e i futuri Padri; tra questi re Ferdinando II di Borbone che, quando la moglie è incinta e all’avvicinarsi del parto, conduce sia la regina Maria Teresa Isabella d’Asburgo che i figliuoli a visitare questa Madonna.

Questa visita è di solito ripetuta, qualche mese dopo il parto, ed è detta di ringraziamento; si porta il neonato, che il padre prende nelle sue braccia, offrendolo alla Vergine in atto supplichevole.

La devozione per quest’immagine è professata anche dai congiunti del Re; il fratello conte d’Aquila fa a sue spese adornare di marmi la cappella della Vergine, con la stessa architettura di quella che le sorge dirimpetto, dedicata a San Carlo Borromeo. Inoltre elargisce più volte danaro per lampade d’argento, arredi sacri e per rinnovare la facciata della chiesa, come si legge in una lapide  fatta apporre accanto alla porta dal vescovo monsignor Purpo.



Per quanto riguarda la devozione verso questa Madonna non meno interessanti sono i ricordi della nostra concittadina Geppina Borrino, una matura “scugnizza” vissuta a lungo sul Rione Terra.

Geppina con un amorevole velo di nostalgia ricorda sua Madre; dice che essa raccontava che i figli li faceva “belli grandi” e con i piedi avanti; ovvero con “parto podalico”.

E’ questo un parto che si verifica quando il feto si presenta con i piedi rivolti verso il basso; a differenza del “parto cefalico”, la posizione preferenziale per la nascita, che si verifica quando il feto si avanza con la testa rivolta verso il basso. La posizione podalica non è ottimale per il parto naturale, a causa della minore capacità di esercitare la pressione necessaria all'apertura del collo dell'utero, e aumenta i rischi per il bambino; oltre ad essere più doloroso per la partoriente.

Geppina continua il suo racconto e narra che nell’aprile del 1949 la Madre è incinta del quinto figlio; che poi sarebbe stato chiamato Vincenzo, suo secondo fratello maschio.

All’epoca i suoi, essendo contadini, abitano a Cigliano dove coltivano un Territorio per il quale pagano un annuo fitto.

Un giorno di quell’aprile la sua mamma si trova a passare nelle vicinanze della Madonna del Parto e, memore delle traversie e dei pericoli corsi durante i precedenti parti, entra nella Chiesa del Carmine.

Si inginocchia davanti all’antica lignea statura e si accinge a chiedere una grazia; gli sussurra: «Madonna mia, fammelo fare subito, non mi far soffrire.»

Qualche settimana dopo lei e il marito scendono da Cigliano verso Pozzuoli; vogliono recarsi dalla nonna che abita “arete e piscinelle”.

Geppina racconta che il papà cammina avanti, con l’asino ed un fratellino, e la mamma un poco più dietro.

La Madre è ormai agli “sgoccioli” e non dovrebbe intraprendere sforzi o impegnarsi in lunghe camminate; ma vani sono i tentativi di trattenerla a casa. Purtroppo, dopo aver trascorso un bel tratto di campagna ed essere arrivati verso via Vecchia della Vigna, poco prima della Casa di Riposo San Giuseppe attuale variante Solfatara, improvvisamente rompe le acque e partorisce un figlio; direttamente in strada.

Il neonato finisce diritto a terra, all’epoca ancora strada di campagna, e la mamma di Geppina lancia un urlo per richiamare l’attenzione del marito. Questo affida l’asino al figlioletto e rapido corre verso la moglie; raccoglie il neonato e, disperato, teme che il bambino possa morire.

Bussa ad un vicino casolare; la massaia gli fornisce un asciugamano per avvolgere il piccolo e fa accomodare mamma e neonato nel suo letto. Ma non solo; lega l’ombelico all’appena nato ancora tutto sporco di terra.

Il papà di Geppina corre a chiamare la levatrice e quando questa arriva non può fare altro che constatare il buono stato di genitrice e figlio.

Questo è il racconto della mamma di Geppina, che così concluse:

«Nella chiesa del Carmine avevo implorato di farmelo fare subito, senza farmi soffrire. La Madonna mi fece il miracolo, non sentii niente.»

Così è stato questo parto, seppure pericoloso e rocambolesco; il bambino ha toccato terra con i propri piedi e non ha fatto soffrire la mamma.

Geppina continua raccontando che poi suo padre andò a dichiararlo al comune; gli fu chiesto dove era nato e il suo papà rispose:

«’a miezz a via.» 


GIUSEPPE PELUSO 

Pubblicato su SEGNI DEI TEMPI di novembre 2025

 

domenica 24 maggio 2020

Antonio di Borbone Conte di Lecce



Un don Rodrigo Borbone e una Lucia Taglialatela
Galanti e tragiche avventure del Principe Antonio, Conte di Lecce

Nella fredda giornata del 12 gennaio del 1843 una triste notizia si sparge nella Napoli borbonica; Antonio Pasquale, principe delle Due Sicilie, è trovato morto, con la testa fracassata, a Pozzuoli nella sua casina da caccia.

Antonio è figlio del defunto re Francesco I delle due Sicilie [1]

e della sua seconda consorte l’infante Maria Isabella di Borbone-Spagna; nasce a Palermo nel 1816, quindi è fratello minore del re che dal 1830 siede sul trono di Napoli come Ferdinando II ‘Re delle Due Sicilie’ [2].

Antonio Pasquale, poco dopo la nascita, riceve il titolo dinastico di ‘Conte di Lecce’ e si narra che fin da ragazzo gode a Napoli della reputazione di "satiro in boccio". 
Ovvero un piccolo satiro inteso come simbolo di lussuria e sfrenatezza, seppure non ancora completamente sbocciato [3].

Lo pseudo storico Giovanni La Cecilia scrive che il palazzo reale di Napoli è un ronzante alveare di giovani principi e di principesse che meritano molte definizioni, tranne quella di modesti e innocenti. 
Ma questa descrizione sembra esagerata, e non credibile, perché inclusa nella campagna diffamatoria che i Savoia hanno intrapreso contro i Borbone. 
Questo e altro lo troviamo scritto dal La Cecilia in uno dei corposi volumi sulle “Storie segrete delle famiglie reali o Misteri della vita intima dei Borboni di Francia, di Spagna, di Parma, di Napoli, e della famiglia Absburgo-Lorena d'Austria e di Toscana” stampato a Genova nel 1859 [4],

Il prezzolato autore definisce i maschi, di questa vivacissima e prolifica stirpe borbonica, perversi tutti sin dall'infanzia.
Le femmine nulle, infingarde, sensuali, superstiziose e bigotte. 
Continua affermando che su di loro influirono gli svergognati esempi dei genitori.
Inizia poi a narrare quelli che secondo lui sono i fatti più tristi della malvagia vita dei principi, elencandoli per ordine di età.

-      Carlo Ferdinando, Principe di Capua, apertamente geloso del Re che ha soltanto un anno più di lui, è già un precoce donnaiolo. Di lui l’autore dice che fin dall’infanzia è dominato dall’ira col fratello con il quale ha continui dissidi. Manesco e ardito più volte lo percuote; poi racconta altri dettagli raccapriccianti. Comunque Giovanni La Cecilia fa confusione e confonde le storie di Carlo e del fratello Leopoldo.
-      Leopoldo, Conte di Siracusa, come i fratelli è dominato da istinti crudeli. Giovine in Sicilia si dilettava di gettare monete d'oro e d'argento in vasche d'acqua bollente e d'invitare i più poveri fanciulli di Palermo a pescarle nel fondo con le nude braccia. Anche lui un libertino e l’autore narra di una sua illecita tresca che ebbe con una dama di nobile lignaggio. Poi un mattino il di lei marito fu trovato impiccato nella propria stanza mentre la casta sposa aveva in quella notte riscaldato il talamo di sua altezza il Conte di Siracusa.
-      Antonio Pasquale, Conte di Lecce, oggetto di queste righe e di cui si racconterà.
-      Luigi, Conte di Aquila, superstizioso e infingardo; in appresso tenterà di farsi nominare reggente al posto di suo nipote Fraceschiello, ovvero l’ultimo Re di Napoli Francesco II.
-      Francesco di Paola, Conte di Trapani, superstizioso e avverso ai liberi ordini come il fratello Luigi.

Di questi due ultimi giovani fratelli del re, conti dell'Aquila e di Trapani, null’altro può l’autore dire poiché sulla loro educazione veglia Re Ferdinando II, che ispira ad essi la propria concupiscenza, e non li fa libertini e carnefici come gli altri germani. 
Il narratore non inasprisce la figura di Ferdinando II solo perché in prime nozze ha sposato una Savoia, Maria Cristina che sarà "beatizzata".

Le principesse ancora nubili che vivono a corte, Maria Carolina e Teresa Cristina, sono modeste, seppure frivole; ben diverse dalle loro energiche sorelle sposate:
-    Luisa Carlotta, passata alla storia per due sonori schiaffi dati ad un ministro spagnolo che stava cercando di recuperare un documento da lei preso con l’inganno e volutamente buttato nel caminetto;
- Maria Cristina che, rimasta vedova di Ferdinando VII morto nel 1833, sposa segretamente un ex-sergente della guardia reale che così passa dalle scuderie all’augusto talamo;
-  Maria Amalia che in questo periodo spesso è a Napoli per il perdurare in Spagna della lotta di successione che la vede coinvolta in intrighi dinastici e politici. 

Ma quella che più lascia a desidera è la loro genitrice, la Regina Madre Maria Isabella [5]

vedova di Francesco I che tiene una condotta tutt’altro che edificante. Nei primi anni di vedovanza ha un debole per i bei funzionari più giovani di lei ed è circondata da ammiratori e, secondo voci di corte, amanti.
Nel 1835, Maria Isabella inizia una turbolenta relazione con il barone Peter von Schmuckher, un ufficiale austriaco sposato. Alla morte della moglie di Schmuckher Maria Isabella, che probabilmente ha generato dei figli con lui oltre gli undici legali avuti con il defunto marito, ha intenzione di sposarlo ma l'ambizioso barone rivendica il titolo e i privilegi di un amante reale come condizione per convolare a nozze. Per evitare ulteriori minacciati scandali Re Ferdinando II sarà costretto ad espellere l’amante della madre dal Regno.
Siccome Maria Isabella è determinata a risposarsi, suo figlio, il re Ferdinando II, le consegna un elenco con i nomi dei giovani nobili del regno tra cui scegliere. Alla fine la regina madre sceglie il conte Francesco del Balzo che ha sedici anni meno di lei. Ora, quella che il popolo definisce la casta Isabella, si è ritirata a Capodimonte con il giovane e intraprendente sposino; naturalmente non ha né la forza né la volontà di seguire l’ancor giovane prole.

Tra questi il principe Antonio che, sempre secondo lo scritto di Giovanni La Cecilia, è un personaggio lascivo che ama circondarsi di schiere di individui abietti. Tanto è violenta e vile la sua conduzione di vita da ricordare un antico feudatario con i suoi “bravi” di manzoniana memoria.
Antonio utilizza la Casina Vanvitelliana del Fusaro quale luogo d’incontri clandestini con le sue numerose amanti altolocate, ma vive in una casa acquistata in campagna nei dintorni di Giugliano.
Seguito da sgherri e da feroci mastini, gira per mercati e fiere comprando al prezzo che impone tutte le bestie bovine o vendendo come vuole le sue mandrie. Non rispetta nulla ed a chi si oppone alle sue prepotenze riserva le intimidazioni dei suoi sgherri o l’attacco dei suoi cani mastini.
Spesso di notte invia i suoi uomini a trafugare le bestie dei vicini e le fa condurre nelle sue proprietà. Al mattino chiede somme di danaro per i presunti danni provocati dalle bestie alle sue colture; danni che valuta in centinaia di scudi che pretende dai disgraziati contadini pena la sottrazione di ogni bene.

A questo unisce la sua sfrenata voglia sessuale; non vi è donna sposata o nubile, vecchia o giovane che si sottragga ai suoi oltraggi e quando adocchia una femmina dà ordine ai suoi scherani di portarla a lui.
Fra tante vittime è capitata pure l'unica figlia di agiati ed onesti coniugi; il genitore riconosce nei rapitori della ragazza gli uomini di don Antonio e pensando che avessero compiuto il ratto senza che il nobile avesse sentore dell’accaduto, piangente ed affannato, corre alla casa di costui. Si prostra ai suoi piedi, piange ed invoca il suo intervento per la restituzione della fanciulla. La reazione del nobile è atroce; dopo averlo schernito dà ordine ai i suoi cani di attaccarlo. Il pover’uomo è sbranato. Pochi giorni dopo due feretri sono portati alla sepoltura; quello del genitore e quello della figliuola, l'uno morto sbranato dai mastini, l'altra per le violenze patite [6].

La notizia dell’accaduto giunge fino al palazzo reale e desta sdegno nei ministri del re. Don Antonio è richiamato nella reggia e rinchiuso per molti giorni nelle sue stanze; fa seguito la cattura dei suoi sgherri e il loro confinamento in lontane isole della Sicilia. Scontata la leggera pena, e rimesso nella libertà di muoversi, torna a vivere a Giugliano; non tardando a compiere altre bravate.
Una mattina mentre si avvia verso la reggia incontra una lunga e numerosa fila di penitenti bianchi lungo la discesa di Capodichino. Questi accompagnano alla sepoltura il cadavere d'un defunto confratello. Subito nella mente di don Antonio scatta la molla della violenza; frustando il cavallo della sua carrozza, tenta di far paura agli uomini che seguono il feretro, ma gli va male. Quelli, fingendo di non conoscerlo e usando come armi le grosse candele di cera lo riempiono di botte, tra le risa ed i fischi della gente del posto che, in aggiunta, prende a bersagliarlo con i sassi. Don Antonio riesce a scappare sparando sulla folla, raggiungendo la reggia, chiedendo, al Re, la punizione per gli autori del pestaggio nel quale è incappato.

Pur di porre un freno alle bravate del fratello Re Ferdinando II pensa di farlo sposare con la loro famosa ma discussa sorellastra, Carolina Ferdinanda Luisa, Duchessa di Berry [7].

Carolina è rimasta vedova del marito, che è stato assassinato nel 1820; nel 1830 una rivoluzione rovescia il suocero Carlo X ed espella tutti i Borbone dalla Francia; due anni dopo lei rientra clandestinamente in Francia per tentare di restaurare sul trono suo figlio Enrico di Borbone.
E’ arrestata e nel corso della prigionia le nasce una figlia, Anna Maria presto morta; evidentemente non dal defunto marito ma, come accertato in seguito, generata con un capo della rivolta.

La tentata sortita controrivoluzionarie ed il parto clandestino provocano molto rumore nelle corti europee; la questione è molto delicata in quanto la duchessa ha agito come vedova del figlio di Carlo X e madre dell'erede al trono.
Proprio per coprire tutto questo si progetta il matrimonio con il Conte di Lecce che comunque non si farà, e chissà se per volontà del principe Antonio o per volontà di Carolina che sposa un nobile siciliano, il duca Ettore Lucchesi Palli che, per salvarla, dichiara essere stata sua la bambina partorita in clandestinità.
Giovanni La Cecilia, malvagiamente e facendo nuovamente confusione, adombra che Carolina abbia avuto anche un figlio dall’ebreo convertito Simone Deutz che in effetti fu il delatore che la fece arrestare.

Qui si innesca però altra diceria, questa volta non dovuta al La Cecilia, ma riportata e nello stesso tempo negata dallo storico puteolano Angelo D’Ambrosio.
Nel narrare la vita di Pietro Ignazio Marolda [8],

che fu Vescovo di Pozzuoli dal 1837 al 1842, D’Ambrosio parla della sua improvvisa morte provocata da un infarto e non da altre cause come alcuni sospettarono e come scrisse Luigi Martuscelli.
“Sulla di lui morte che parve a molti strana e misteriosa corsero mille voci, tra le quali la più accreditata fu che fosse avvenuta per un calcio che gli tirò sull’inguine il Principe Antonio, fratello di Re Ferdinando II per rabbuffi che n’ebbe poiché seppe delle tante capestrie e dissolutezze da lui commesse in Pozzuoli, nella supposizione che il re ne fosse stato informato dal povero vecchio, contro di cui infellonì villanamente e barbaramente a quel modo.”

Infine arriviamo al fatto che ci interessa e che mette fine alla tumultuosa vita del conte; così come narrato da Giovanni La Cecilia e ben descritto da Antonio Pio Iannone in un suo articolo.

In Giugliano abita la potente e numerosa famiglia Taglialatela e che robusti e maneschi sono gli uomini quanto leggiadre le donne. La giovane moglie di un Taglialatela piace al conte che, come suo solito senza riguardo ne contegno alcuno, invia pubblici messaggi alla donna. Prende abitudine di gironzolare attorno la casa di questa senza disdegnare atteggiamenti lascivi e sconci posti in essere nella pubblica via.
Ovviamente la cosa giunge all’orecchio del marito, del padre e dei fratelli che, non potendo sopportare l’offesa, escogitano un piano per porvi fine. Decidono di attirare in casa il conte ed insegnargli a comportarsi meglio mediante una bella lezione.
La donna, opportunamente addestrata, fa finta di accondiscendere alle richieste del conte e, affacciata alla finestra della casa, risponde con gesti affettuosi alle avance sconce di questo.
Quando si rende conto di averlo fatto cuocere a puntino lo avvicina e gli dice di raggiungerla quella notte stessa. Una donna di servizio, opportunamente addestrata, lo avrebbe condotto in una stanza segreta dove, lontano da ogni sguardo, avrebbero potuto consumare ogni passione d’amore.

Il conte non sta nella pelle sin quando, a notte fonda, non raggiunge il cancello del giardino di casa Taglialatela dove un piccolo lume fa intravedere una mano che fa segno di entrare. Scorge la serva che, dopo averlo omaggiato con un inchino, fa segno di seguirla. Un lungo cammino ed una ripida scala conducono il Borbone in quello che agognava divenisse il suo nido di sfrenatezze sessuali per quella notte. Ma la sorpresa non è quella lieta di un comodo letto ed una fanciulla consenziente bensì quella di trovarsi di fronte a quattro uomini armati di grossi e nodosi bastoni [9].

Questi nel buio fingono di non riconoscerlo e lui, preso in trappola, non ha il coraggio di rivelarsi; prima lo percuotono a morte e poi lo scaraventano fuori dalla finestra.
Ha appena la forza di rampare e chiedere l’aiuto di alcuni contadini, che si recano nei campi; avvertite le autorità è trasportato nella Casina del Fusaro, lontano dal luogo del misfatto. Vivrà solo pochi giorni.

Il delitto è messo a tacere per evitare scandali ed ufficialmente si dice che il principe ha versato per qualche tempo in precarie condizioni di salute, causa ripetuti attacchi di paralisi, dall’ultimo dei quali era ancora convalescente quando è stato colpito da febbre tifoide. In realtà tutti a corte e nella città sanno che è stato ucciso dalle sonore e meritate percosse.
Molti appartenenti alla famiglia Taglialatela sono costretti ad andare in esilio altri vengono imprigionati e condannati; tutti sono stati vittime della depravata indole del conte di Lecce.


Il nostro autore anti Borbonico conclude asserendo che: "Napoli ricordò sempre che la mano di rustici sudditi fece sentire il suo peso ad uno dei divini; la gente del popolo spense almeno uno della scellerata prosapia dei Borboni venuta al mondo quale un tremendo flagello, una terribile bufera schiantatrice di città e di regni."


BIBLIOGRAFIA
AA.VV – I Borboni di Spagna e Napoli – Mondadori (1972)
Ambrasi D. e D’Ambrosio A. – La Diocesi e i Vescovi di Pozzuoli (1990)
Guccione Monroy M. - La campagna di Vandea e la duchessa di Berry (1955)
La Cecilia G. – Storie segrete delle Famiglie Reali (1859)
Iannone A. Pio – Quando i Taglialatela uccisero a bastonate il figlio del Re di Napoli (2016)



GIUSEPPE PELUSO – MAGGIO 2020

lunedì 14 dicembre 2015

Lucrino Beach


Lucrino Beach
Sbarchi saraceni, borbonici, italiani, americani

Le morbide, azzurre e calde acque che vanno da punta Bambinella ad Arco Felice fino alle Stufe di Nerone di Lucrino sono state testimoni di famosi insediamenti balneari ospitati sulle altrettante mitiche spiagge.
Basti ricordare gli storici Lidi Raja, Punzo, Virgilio, Fortuna, Favorita, Vittoria, Ideale, Napoli Centrale, Napoli Stufe; trasformati e poi riuniti nei grandiosi Lido Augusto e Lido Napoli.

Queste stesse spiagge [1] sono state oggetto di sbarchi effettuati da saraceni che si spingono fin qui per saccheggiare le vicine località flegree e per approvvigionarsi d’acqua presso un vecchio acquedotto campano. I pirati vi giungono seguendo una particolare rotta che sfrutta esistenti coni d’ombra nel raggio di tiro dei cannoni piazzati ai castelli di Baia e di Pozzuoli.
Queste stesse spiagge sono poi spettatrici di storiche esercitazioni anfibie effettuate nel tempo da borboni, da italiani, da americani.
  
Ferdinando II di Borbone sale al trono in giovane età, appena 20 anni, ma, consapevole dei problemi politici del regno, compie numerose scelte strategiche sia in campo civile che militare. Dotato di notevoli competenze stabilisce nuovi organici per i corpi di fanteria e cavalleria, ne riordina i comandi ed approva un regolamento che fissa i ruoli di ufficiali e sottufficiali e loro criteri di promozione. Questa e altre riforme fanno, in meno di un decennio, dell'Esercito uno strumento adeguatamente efficiente e moderno, adatto alle esigenze nazionali e internazionali.

Nel 1847 Re Ferdinando pensa di fare un simulacro di guerra, per istruzione delle sue truppe, e sceglie Pozzuoli per campo di battaglia. Il piano è quello di sbarcare nei pressi di questa cittadina, prenderla d’assedio, e marciare poi verso Napoli.
Partecipano alle operazioni circa ventimila soldati, di cui una metà è disposta lungo la costa, da Napoli a Pozzuoli, e l'altra metà imbarcata su battelli a vapore. L'armata di terra è comandata dal generale Filangieri, quella di mare dal Re e dal fratello il conte d'Aquila.

Cominciato l'attacco Ferdinando II tenta di sbarcare a Bagnoli ma accortosi delle forze nemiche, colà pronte ad attenderlo, prende a cannoneggiarle per tutto il litorale e fa dirigere i piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riesce vano perché Filangieri, in previsione di tale movimento, ha fortificato e munito di artiglierie le alture da Montedolce a Pozzuoli, impedendone lo sbarco.
Allora il Re, fingendo di voler concentrare a Baia il suo corpo d'armata, scende a terra con le truppe sulla spiaggia ai piedi di Montenuovo. Però, invece di muovere per Baia, prende la via litoranea per Pozzuoli, vecchia via Erculea ora denominata Miliscola. Nel contempo il conte d'Aquila prende la via della collina superiore, vecchia via Domitiana ora denominata Luciano, con l’intento di stringere Pozzuoli da ambo i lati [2].

Il generale Filangieri, avvedutosi a tempo della diversione delle truppe regie e dell'imminente pericolo di un assalto alla città, con una strategia bene immaginata, comanda alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico con finto fuoco di ritirata. Dopo di aver permesso al Re ed alla sua soldatesca, già sicuri della vittoria, di giungere all'abitato fin verso il palazzo Pollio, piomba loro addosso con la truppa nascosta in tre postazioni strategiche. Ovvero nei pressi del tempio di Serapide, luogo che gli permette di arrestare sulla fronte le truppe guidate dal Re; nella Masseria alla Starza, da poco acquistata dal nobile Francesco Ferraro, luogo che gli permette di aggirare il nemico dal retro; sulla collina di San Francesco, cosa che gli permette di separare le truppe guidate dal conte d’Aquila; praticamente li circonda da ogni parte e li fa tutti prigionieri.

Sull’imbrunire Ferdinando II, circondato dal suo Stato maggiore, fa riunire tutte le fanfare in piazza della Malva, quella che oggi costituisce un giardino pubblico, ed ivi, al tocco dell’Ave Maria e scoprendosi il capo, ordina che al suono delle musiche tutte le truppe rendano in ginocchio ringraziamento a Dio della giornata trascorsa.
In tal modo finisce la così detta “Guerra finta”, di cui rimane viva la memoria a Pozzuoli; la sconfitta del Re, per molti giorni, sarà oggetto di commenti ironici.
  
Per assistere ad altre operazioni anfibie su questa spiaggia bisogna attendere il 1904, lo stesso anno in cui il giovane avvocato Guido Ferraro, nipote del citato Francesco e papà dell’ammiraglio Renato, veleggia per questi lidi sulla sua “Zizià” [3].

Nel settembre iniziano le grandiosi “Manovre Combinate fra Esercito e Marina”.
L’esigenza di questa esercitazione nasce dalle possibili conseguenze derivanti dall’adesione italiana alla Triplice Alleanza.

Con questa coalizione, firmata nel 1882, si materializza il pericolo di una aggressione da parte della Francia; non tanto dal confine alpino sul quale è previsto un comportamento difensivo sia italiano che francese, ma da un probabile grande sbarco nell’Italia meridionale che possa rendere il nemico padrone di Napoli. Ipotesi suffragata dal nostro addetto militare a Parigi che nel giugno del 1883 informa che gli ufficiali francesi della Scuola di guerra studiano il tema di un’offensiva anfibia contro l’Italia meridionale; in particolare nella zona di Napoli.
Su tale presupposto Esercito e Marina conducono, negli anni immediatamente successivi, le loro manovre a partiti contrapposti. La Marina suppone che la squadra sia bloccata nella base di Spezia dalla più potente flotta nemica, ma che una divisione, dislocata a Gaeta, riesca a intervenire contro la scorta al convoglio francese impegnandola all’altezza di Fiumicino; entrambe le forze navali subiscono gravi danni, però gli attaccanti raggiungono egualmente il golfo di Pozzuoli sbarcandovi due corpi d’armata, più una divisione sulla spiaggia del Lago Patria.

In seguito, per sopperire alle deficienze dimostrate nel corso di dette esercitazioni e migliorare le azioni difensive da mettere in atto, si arriva alle manovre combinate tra Esercito e Marina del 1904.
Queste iniziano il 1 settembre con un piano elaborato dal Capo di Stato Maggiore generale Saletta. Si presuppone che la flotta avversaria abbia ridotto all’impotenza la flotta nazionale e stia programmando uno sbarco sulla costa tra i Gaeta e Punta Licosa con naturale obiettivo la citta di Napoli. Il X Corpo d’Armata, preposto alla difesa della Campania, rafforzato da una brigata di milizia territoriale, tenterà di opporsi allo sbarco attendendo rinforzi e il ritorno della Regia Marina.

I difensori, ovvero il partito azzurro comandato dal tenente generale Tarditi già comandante della divisione di Napoli, dispongono di tre brigate di fanteria (Abruzzi, Casale, Reggio), una brigata di milizia territoriale con tre reggimenti, il 6° reggimento di cavalleria Aosta, tre batterie da 87mm del 1° reggimento di artiglieria, una compagnia telegrafisti del 3° genio, una congrua aliquota di servizi di sanità e commissariato, oltre a reparti di Carabinieri e Guardia di Finanza in servizio locale e costiero. La difesa del litorale, al comando del capitano di fregata Bollati di Saint-Pierre, è affidata ai due incrociatori torpedinieri Agordat e Coatit con due squadriglie di sei torpediniere ciascuna.
Gli attaccanti, ovvero il partito rosso comandato dal tenente generale Radicati già comandante la divisione di Salerno, dispongono della brigata di fanteria Salerno, un battaglione dell’8° reggimento bersaglieri, tre squadroni del 11° reggimento di cavalleria Foggia, due batterie da 75mm del 24° reggimento artiglieria, una compagnia zappatori del 1° reggimento genio, congrue aliquote di servizi di sanità e sussistenza.
Per il trasporto delle truppe sono utilizzati dieci piroscafi noleggiati dalla Navigazione Generale, tre corazzate, due incrociatori, due squadriglie di cacciatorpediniere una di torpediniere; il tutto al comando dell’ammiraglio Carlo Leone Reynaudi.
Direttore delle manovre è il generale Tommaso Valles, già comandante del X corpo dell’esercito; capo dei giudici di campo è il generale Allasom. Dalle colline che circondano Pozzuoli, e tutti muniti di binocolo, assistono alle manovre il ministro della guerra Ettore Pedotti, il tenente generale Gallina, l’ammiraglio Augusto Aubry e tantissimi alti ufficiali. Tra gli osservatori stranieri si notano il generale Stoessel, il generale Smirnow, l’ammiraglio Witheffe il principe ereditario Guglielmo di Germania con la sua fidanzata.
L’imbarco delle truppe è eseguito a Napoli nella mattinata del 1 settembre sotto un cielo minaccioso [4-5]. 


Alle 16.00 è dato l’ordine di partenza, in direzione Ponza, dall’incrociatore Carlo Alberto ed i priroscafi mettono il segnale “Q” (che vuol dire pronto) all’albero di trinchetto. I priroscafi si dispongono su due linee; a destra l’Orione, il Manila, il Marco Minghetti, il Po e l’Entella. A sinistra il Montebello, il Vincenzo Florio, lo Scrivia, il Solferino e il Singapore. Alla testa l’ammiraglia incrociatore Carlo Alberto, preceduta da tre torpediniere e seguita dalle corazzate Emanuele Filiberto e Saint-Bon; su ognuno dei due lati del convoglio una squadriglia di quattro cacciatorpediniere; in retroguardia gli incrociatori Varese e Garibaldi [6] con, ad estrema retroguardia, altre tre torpediniere della stessa squadriglia di testa.

Per tutto il giorno 2 il convoglio naviga attorno alle isole ponziane e gli invasori fingono anche di tentare uno sbarco nei pressi di Gaeta, per deviare l’attenzione dei difensori. Poi a tutto vapore si dirigono su Napoli quando nelle prime ore del giorno 3, all’altezza dell’isola di Capri, contro i piroscafi trasportanti la truppa [7] si lancaino gli incrociatori Coatit e Agordat con le torpediniere di difesa. Ma le navi della squadra di offesa, dopo vivo ed audace cannoggiamento le mettono fuori combattimento. Solo una torpediniera della difesa, girando velocemente da Ischia, riesce a silurare la Montebello che si trova più indietro. In suo aiuto accorre nave Garibaldi, ma la torpediniera riesce a sottrarsi ai suoi tiri.

Alle 6.30 le torpediniere battute dalla squadra che protegge le navi da sbarco vanno a rifugiarsi nel porto di Pozzuoli nel mentre verso Capo Miseno si ode un forte cannonnegiamento. Sono le torpediniere del corpo attaccante che avanzano in avanscoperta seguite dalla squadra in ordine di battaglia; corazzate, incrociatori e caccia torpediniere circondano i piroscafi carichi di truppa.
A 1500 metri dalla costa le navi bombardano le colline ove sono apparse le milizie territoriali addette alla difesa della costa e dislocate a Pozzuoli la sera del 2 settembre.
I piroscafi entrano nel magnifico specchio d’acqua di Baia, circondato dalle ridenti colline di Montenuovo, Barbaro, Campiglione e dai poggi che coronano la punta dell’Epitaffio. Il sito è incantevole e la giornata è splendida. Le torpediniere fanno evoluzioni intorno alle navi e bombardano la costa per tenerla sgombra. I dieci priroscafi con le truppe si dispongono lungo la costa, che dai ruderi del tempio di Venere va fino alle vicinanze di Pozzuoli, di fronte al Lago Lucrino.
I piroscafi al largo sono protetti dalle navi da guerra che restano oltre la linea delle boe di verifica bussole; queste boe, unitamente ad una torretta segnaletica (conosciuta come “Torre di Pulcinella”) costruita su ruderi romani sommersi, da tempo sono utilizzate da navi della Regia Marina per la verifica e rettifica delle bussole di bordo.
Una corazzata, la Emanuele Filiberto, è all’altezza di Bagnoli, per sorvegliare i movimenti della squadra nemica. Intanto la milizia territoriale del corpo di difesa si avvicina a Montenuovo. Dalle torpediniere si procede ad un vivo cannonneggiamento che costringe il nemico a ritirarsi.

Alle 7,15 incominciano le operazioni di sbarco, dalle navi e dai piroscafi sono calate in mare tutte le imbarcazioni disponibili dentro le quali prendono posto le truppe. Le imbarcazioni, a due, a tre alla volta, sono rimorchiate da lance a vapore.
La prima a scendere a terra è la compagnia di sbarco della nave Saint-Bon [8], 

agli ordini del tenente di vascello Durazzo, con tre ufficiali in completa tenuta di guerra. In tale momento il cielo si oscura lasciando cadere una pioggia che dura oltre un quarto d’ora. Le imbarcazioni, sotto la pioggia, si accostano alla riva sotto Montenuovo; i marinai per fare più presto a scendere entrano nell’acqua fino alle ginocchia.
A misura che le compagnie di sbarco giungono a terra, parte dei marinai sono mandati in perlustrazione verso Baia e verso Pozzuoli; un’altra compagnia va in perlustrazione su Monte Barbaro e Campiglione.
Il resto si affretta a costruire un piccolo pontile per facilitare lo sbarco delle truppe [9], 

ed a piantare bandiere rosse e gialle per indicare il punto di sbarco alle rispettive navi.
Dopo i marinai scendono a terra i reparti del genio col materiale dei pontili di sbarco, subito costruiti, e alle 8,45 iniziano a scendere quattro compagnie di bersaglieri trasportate da 13 baleniere rimorchiate [10].

Frattanto il tempo si rasserena e dal colle di Montenuovo un piccolo distaccamento della milizia territoriale, che si è tenuto nascosto in una piccola frangia naturale di sassi, inizia un vivissimo fuoco di fucileria contro i bersaglieri.
Subito la corazzata Saint-Bon lancia contro Montenuovo tre cannonate e il piccolo distaccamento si ritira di corsa. Poco dopo i bersaglieri ed i marinai occupano la collina.
Alle 10.30 sbarcano i soldati del 89° e 90° reggimento fanteria, brigata Salerno [11]; i marinai ed i genieri sgomberano subito per facilitare lo sbarco.

Alle 11.00 dalle navi da guerra cominciano a scendere piccoli cannoni da sbarco belli e montati a mezzo dei zatteroni che trasportano quattro pezzi alla volta. Poi i cavalli anch’essi trasportati a riva dai zatteroni sui quali si trovano due marinai; questi coi remi dirigono la rotta ed in prossimità della spiaggia ricevono da terra un ponte cha facilità l’approdo.
Sulla spiaggia funziona un semaforo improvvisato dall’equipaggio dall’ammiraglia Carlo Alberto [12] 

ed intanto altri marinai seminano delle mine che scoppiano con fragore.
Tutte le truppe, a misura che sbarcano, dopo essersi ricomposte per compagnie, si dirigono sulle colline ad est del Lago Lucrino. Le compagnie di sbarco dei bersaglieri e della fanteria occupano Monte Russo e Monte Ruscello; la cavalleria i dintorni del Lago Averno [13]; 

l’obiettivo della fanteria è di raggiungere la Montagna Spaccata, dove gli avamposti sono quasi a contatto, e poi Napoli.
Le operazioni di sbarco continuano; alle 17.30 sbarca l’artiglieria [14], 

alle 19.30 i carriaggi [15] 

ed a mezzanotte la sussistenza [16]; molti soldati custodiscono le vie principali con l’ordine di non lasciar passare nessuno.

Intanto il partito azzurro, che ha le sue forze dislocate tra Qualiano e Giugliano, suppone di dover avanzare verso Torregaveta perché una finta notturna lo ha persuaso che lo sbarco sarebbe avvenuto là.
In realtà lo sbarco sarebbe avvenuto laggiù se all’alba del giorno 2 le cattivissime condizioni del mare, molto mosso, non lo avessero reso arduo.
Solo alle 7.30 del giorno 3, un telegramma ricevuto da Pozzuoli, rivela che lo sbarco sta avvenendo fra Baia e Pozzuoli. Allora il partito azzurro dispone il concentramento a Qualiano e, verso le 8.30, invia l’intero reggimento di cavalleria Aosta verso la Montagna Spaccata sparpagliandolo in varie direzioni per rassicurare la brigata Casale che pure avanza verso il mare.
Gli attaccanti marciano in senso inverso sulla stessa linea e i contendenti vengono a contatto proprio nei pressi della Montagna Spaccata [17]; 

qui due compagnie di difesa respingono un battaglione di bersaglieri assalitori.
In un altro breve combattimento agli Astroni gli sbarcati, che non hanno cavalleria e artiglieria da mettere avanti, sono respinti. Nel pomeriggio la manovra cessa mantenendo ognuno le proprie posizioni; ovvero i difensori il Piano di Quarto e gli assalitori le alture già indicate e precedentemente occupate [18].

Il giorno 4 i difensori si trovano ad avere la brigata Abruzzi, formata dai reggimenti 57° e 58°, schierata tra Monteruscello e Montagna Spaccata; la brigata Casale, formata dai reggimenti 11° e 12°, tra Montagna Spaccata e Camaldoli; e la brigata Reggio, formata dai reggimenti 45° e 46°, di riserva nella zona di Marano; oltre a bersaglieri e milizie territoriali sparse nelle zone limitrofe ai Campi Flegrei.
Il lunedì 5 il direttore generale delle manovre prende nota del seguente dispositivo dei due contendenti che cercano di trincerare le posizioni già occupate e di rafforzarsi portando in prima linea truppe ed artiglierie [19]:

Gli attaccanti, con la tattica precedente, si sono assicurati il possesso dell’importante linea delle alture di Monte Barbaro, Monte Cigliano e Astroni. Da informazioni che hanno assunto risulta che Napoli, salvo pochi reparti costieri, sia sguarnita di truppe; pertanto spingono in quella direzione.
I difensori sono interessati a trattenere il più a lungo possibile il nemico in attesa di rinforzi. Il loro comandante ritiene che se saranno costretti a ritirarsi le sue truppe dirigeranno verso il Volturno e cercheranno di raggiungere la cittadella fortificata di Capua.

Gli attaccanti ottengono rinforzi tali da pareggiare nel numero le forze avversarie ed iniziano ad esercitare una pressione offensiva anche sulla loro sinistra, dove fronteggiano la brigata Abruzzi, ed il giorno 6 riescono ad avanzare fino ad occupare Giugliano e Marano. Si spingono fino a Pantano e Casal di Principe e fanno retrocedere il nemico oltre il Volturno in direzione di Aversa e Caserta.
Il giorno 8 settembre, Festa di Piedigrotta, i combattimenti osservano la consolidata pausa [20] e riprendono il giorno dopo per poi terminare la sera del giorno 10 quando i giudici impongono la cessazione delle esercitazioni.

Passano circa quarant’anni e nella prima metà di dicembre 1943 arrivano a Pozzuoli i Rangers americani del 1°, 3° e 4° battaglione. Hanno duramente combattuto nel fango sul fronte di Cassino, nella zona di San Pietro Infine, subendo perdite pari al quaranta per cento degli effettivi. I soldati piantano le loro tende a Lucrino [21] 

e gli ufficiali si insediano nell’albergo “Sibilla” che viene ribattezzato “Hotel Washington”. Nonostante sia già pieno inverno i soldati americani così ricordano questa località. “Lucrino con le sue morbide acque azzurre e sole caldo, in netto contrasto con la fredda e triste umidità di Monte Corno.”
Per il Natale è con loro anche Padre Albert Edward Basil, leggendaria figura di cappellano militare cattolico. I rangers organizzano balli, serate cinematografiche e spettacoli durante i quali ricevono la visita della cantante scozzese “Ella Logan” che diventa la loro mascotte.
I Rangers, comandati dal colonnello William Darby, sono destinati a costituire la “punta di diamante” del previsto sbarco ad Anzio; pertanto si addestrano su queste spiagge [22-23] 


e su quelle di Cuma molto simili a quelle sulle quali, partendo da Pozzuoli, sbarcheranno il 22 gennaio.
Proprio a Pozzuoli, e mentre si imbarcano sulla Princess Beatrix, la Winchester Castle, la Royal Ulstream e tre LST con destinazione le spiagge di Anzio, cantano:

I'm a good infantryman
With the rifle on his shoulder
I eat for breakfast crauto
Come give me my ammunition
Keep me in the third division
I'm a good infantryman

Sono un bravo fantaccino
Col fucile sulla spalla
Mangio crauto a colazione
Orsù datemi la mia munizione
Tenetemi nella terza divisione
Sono un bravo fantaccino

La canzone piace molto a Lucian Truscott, comandante la 3° divisione di cui i rangers fanno parte; molto meno al colonnello Darby che commenta “sono convinti che saranno rose e fiori, ma io credo di no.”
Purtroppo ha ragione, per il 1° ed il 3° battaglione sarà un brutto incontro quello con i carri Tigre tedeschi a Cisterna; solo sei rangers su 761 tornano indietro, gli altri cadono o sono catturati.


BIBLIOGRAFIA
Simon Pocock – Campania 1943 - 2009
Raffaele de Cesare- La fine di un Regno (Napoli e Sicilia) – 1900
Mariano Gabriele – Il fantasma dello sbarco – SISM
AA.VV – L’Illustrazione Italiana n. 37 – 1904
Ian Westwell – US Rangers – 2003
F.Cappellano P.Formiconi – Esercitazioni anfibie R.E. del 1904 – S.M. 2015