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martedì 11 luglio 2017

La Villa di Livia


La Villa di Livia
e
figlio ‘ra gallina janca”

Pozzuoli vanta, tra gli immensi reperti archeologici, i ruderi di una villa imperiale che si vuole essere stata residenza estiva di Livia Drusilla, moglie di Ottaviano Augusto primo imperatore romano [1].

Augusto nell’anno 41a.C. ripudia Clodia, la prima moglie e sposa Scribonia; due anni dopo si innamora della bellissima Livia, appartenente ad una delle più illustri famiglie patrizie romane. Livia è la moglie di un certo Tiberio Claudio Nerone dal quale ha avuto il primogenito di nome Tiberio (che sarà imperatore alla morte di Augusto suo padre adottivo) ed è in attesa del secondogenito Druso (che sarà un importante politico e militare).
Ottaviano la porta nelle sue nuove case, quella romana e quella puteolana, unitamente al di lei figlio Tiberio ed a sua figlia Giulia avuta dalla seconda moglie Scribonia.
Svetonio racconta che Ottaviano non ha nessun figlio da Livia, benché lo desideri moltissimo; Livia ha una gravidanza, ma il bambino nasce prematuramente e non sopravvive.

Della villa puteolana di età imperiale ma posteriore all’epopea di Livia [2], 

oggi rinomata “location for events”, sappiamo che in una sala absidata vi fu rinvenuta una statua marmorea in cui l’imperatrice è immortalata come “Livia Fortuna”. Ovvero nelle vesti di Dea della Fortuna, e questa scultura, unitamente al gruppo di Dioniso e Pan, è conservata al “Copenaghen Ny Carlsberg Glypthotek”. Altri reperti ritrovati in questa villa sono invece conservati al “Museo Archeologico dei Campi Flegrei” di Baia.

Della villa romana sappiamo che è stata ritrovata nel 1863 in un area ove per vari indizi già si presumeva si trovasse la villa suburbana di Livia [3].

Essa è menzionata da vari scrittori antichi, nella zona di Prima Porta, dai quali apprendiamo che era detta “ad gallinas albas” (alle galline bianche) a causa di un prodigio che qui s’era verificato.

Nell’imminenza dello sposalizio della coppia imperiale un aquila che ha rapito una gallina bianca, che nel becco stringe un ramoscello di alloro, la lascia cadere in grembo a Livia.
Plinio, nella “Naturalis historia”, e Svetonio, nel “De vita duodecim Caesarum”, narrano che su indicazione degli aruspici Livia fa allevare la gallina che ha una numerosa progenie; l’imperatrice vieta di uccidere questa discendenza, per trarne gli auspici, e ben presto la villa diventa famosa con il nome “Alle Galline Bianche” [4].

Nel contempo Livia pianta nella villa quel ramo di lauro, fornite di bacche; ne nasce un boschetto di alloro, il “laurentum”, da cui gli imperatori colgono le fronde utilizzate per celebrare i trionfi [5].

Diventa tradizione, per chi festeggia le vittorie, piantare subito un altro alloro nello stesso posto di quello utilizzato e ben presto si nota che quando un imperatore muore inaridisce anche l’albero che ha piantato.
Poi nell’estremo anno di vita di Nerone, ultimo della dinastia “Giulio-Claudi”, non solo si secca tutto il laureto fino alle radici, ma muoiono anche tutte le galline.

Da allora i Latini definiscono “bianchi” gli avvenimenti felici e collocati sotto buoni auspici e “neri” gli avvenimenti opposti. Ancora noi, loro discendenti, utilizziamo il bianco per i momenti felici (battesimi, nozze, etc) e il nero per i momento non felici (funerali, lutto, etc).
Giovenale nelle sue “Satire” scrive:
“Quia tu gallinae filius albae, nos viles pulli, nati infelicibus ovis” (Poichè tu sei figlio della gallina bianca, noi siamo poveri pulcini nati da uova disgraziate).
Il Poeta allude alla diversa sorte degli uomini: alcuni nascono sotto una buona stella, altri sotto un’infausta cometa. 

L’imperatrice Livia, che in seguito sarà divinizzata, incarna tutti coloro che godono di una fortuna rara e provvidenziale; e questo è il motivo per cui la Livia puteolana è rappresentata sotto le vesti dell’abbondanza e della Dea Fortuna [6].

Alzi la mano chi tra noi, rivolto verso qualche parente, amico o semplice conoscente che si ritenga una persona particolare con diritto a tutti i privilegi, non abbia mai pronunciato la frase:
“Chi credi di essere? Sei forse figlio della gallina bianca?”
Ovvero in dialetto: “sì u’ figlio ‘ra gallina janca?”

Giuseppe Peluso


mercoledì 24 giugno 2015

Zizula

Zizula

Una puteolana da non dimenticare

Molti cibi, nel tempo, sono stati abbandonati anche se in passato comunemente usati ogni giorno e facili da trovare sulle tavole dei contadini. Sono così scomparsi anche molti frutti per lasciare spazio a prodotti più facili e meno costosi da riprodurre durante tutto l'anno. Di questa famiglia di dimenticati fanno parte le giuggiole. 
Zizula, o Zizzola, è il frutto del giuggiolo che è della forma e grossezza di un oliva, di colore rossastro, di sapore dolce e di umore alquanto viscoso.
In Italia il giuggiolo, secondo Plinio il Vecchio, è introdotto durante gli ultimi anni di Cesare Augusto con il nome di “Zyzyphum”. E’ portato dalla Siria dal Console Sesto Pampinio e la sua coltivazione inizia proprio nell’agro puteolano; ben presto diventa simbolo arboreo del silenzio ed è scelto per adornare i templi della dea Prudenza.  

Durante il medioevo ogni casa colonica ha i suoi giuggioli adiacenti alla masseria, nella zona più riparata e meglio esposta al sole, per realizzare ad uso familiare ottime confetture, sciroppi e il famoso, antico liquore “brodo di giuggiole”.
Il suo sapore è così dolce e buono da dare vita al modo di dire "essere in un brodo di giuggiole" che vuol assentire essere felice e appagato. Questa espressione è riportata già nel 1612 nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. 


                                                Giuggiola frutto del Giuggiolo 

Le giuggiole, o zizule, sono le caramelle dell’epoca e per la donna, essere appellata in tal modo, è sinonimo di andare in estasi, essere felice, essere appagata. Sebbene significhi pure essere goffa, anche se non in modo dispregiativo, è comunque un complimento al pari d’essere considerate come delle eterne e tenere bambine.

Appellativo, dunque, molto utilizzato nel corso dei secoli ed affibbiato a tantissime fanciulle di cui solo una balza, se non alla storia, alle cronache locali.
Quest’unica donna è puteolana come noi e ancor prima di noi; a sua memoria una tardiva testimonianza che la ricolloca nel suo naturale paesaggio purtroppo funestato da sinistri bagliori. Questo testimone la ricorda cavalcare nella più tremenda notte che Pozzuoli abbia vissuto; notte devastatrice ed elargitrice di cattivi presagi per tutti i Campi Flegrei.
Con la famosa eruzione del 29 settembre 1538, che porta alla formazione del Monte Nuovo, scompare l'intero villaggio di Tripergole sconvolgendo la fisionomia dei luoghi. I segni premonitori dell'eruzione, già avvertiti con terremoti e sollevamento del suolo, diventano sempre più intensi e frequenti e causano lo spopolamento del villaggio che pertanto non registra vittime.
La nuova bocca vulcanica copre il castello di “tre pergule e tutti quelli edifici et la maggior parte dei bagni che erano intorno".
Dalla dichiarazione di Antonio Castaldo apprendiamo che verso le ore due di notte si sente un forte terremoto al quale segue un gran tuono, come di molte bombarde sparate insieme. Non sapendo da cosa fosse provocato questo rumore i puteolani escono nelle strade e nelle piazze domandandosi l’un con l’altro che cosa sia. Appena apprendono che in località “Tre Pergule” è emersa una voragine non ardiscono alzare gli occhi al cielo temendo prossima la rovina e l’eccidio. Un gran numero di sacerdoti, di uomini, di donne e di verginelle scalze e scapillate in processione e con le lagrime agli occhi visitano ora questo ora quel tempio piangendo e pregando il signore Iddio.
Ma non restano molto nei loro dubbi e subito, con le loro donne e figlioli, fuggono per la maggiore verso Napoli e, come riferisce anche il cronista Marco Antonio Delli Falconi, "fuggendo la morte col volto però depinto dei suoi colori".

Mezzo secolo dopo, ovvero nel luglio 1587 in occasione di una ricerca aperta dalla Università Puteolana (autorità comunale) sull’Ospedale di Tripergole, rileviamo l’interessante testimonianza del signor Antonio Russo che al tempo dell’eruzione abitava in quella sfortunata località.
Esso testimonio, ormai ultra ottantenne, ricorda al tempo che era figliuolo, che andava alla festa di S. Spirito e questa chiesa stava dentro il castello nominato Tri Pergola. In detta festa si acquistavano cibi e prodotti artigianali, si ballava e tutta la città di Pozzuoli correva a detta festa.
Nella parte bassa di detto castello vi era un ospedale, comunque al di sopra dei bagni termali, ed esso testimonio, entrato spesso in detto ospedale, vi vedeva circa 30 letti nei quali dimoravano molti infermi forestieri e cittadini; tutti bisognosi di bagni sudatori.


Petrus de Ebulo - Balneum Tripergulae

L'anno 1538 nel giorno di San Geronimo (28 settembre all’una di notte) si sentì un gran terremoto, il quale allo spesso pigliava e lasciava, e tutta la città si mise in rivolta e quasi tutta si svuotò andando chi a Napoli e chi per le campagne. Chi fuggiva in un luogo, e chi in un altro e pareva che il mondo volesse subissare, e la gente fuggiva persino nuda non avendo avuto il tempo di rivestirsi.
Antonio Russo aggiunge che fuggendo anche lui, insieme coi suoi figli e sua moglie, ritrova alla porta di Pozzuoli una donna di cui non conosce il vero nome ma da tutti detta Zizula, moglie di mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia da notte in groppa ad un somiero cavalcando alla maniera mascolina. Zizula era scapellata, ovvero con i capelli sciolti, ma avanzava maestosa mentre attorno a lei tutti piangevano e gridavano misericordia.

                                                      Eruzione Montenuovo 

E’ indubbio che l’ottuagenario testimone in questa sua deposizione, fatta sotto giuramento, rievoca un giovanile dolce ricordo che poca appassiona gli scriventi azzeccagarbugli attirati solo da quanto possa essere attinente al vecchio ospedale.
Probabile che Antonio Russo abbia conosciuta Zizula ben prima della notte dei fuochi, forse proprio in occasione di qualche festa presso il castello di Tripergola oppure presso la bottega del marito Geronimo il cui cognome, Barbiero, lascia libera supposizione al mestiere che potesse esercitare.
Certo è che Zizula con la dolcezza del suo carattere, e con la sua probabile bellezza, avrà ammaliato l’allora fanciullo e poi, rincontrata anni dopo alla porta di Pozzuoli, avrà nuovamente turbato i pensieri dell’uomo ormai sposo e padre.
La fugace e sensuale visione di Zizula resta impressa nella sua mente e mai più sarà dimenticata nel corso della sua lunga vita. Ora, davanti all’assise riunita, si sente autorizzato a farla uscire dalla sua venerazione e consegnarla per sempre ai posteri ed alla leggenda.

Una leggenda di gustosa sensualità medioevale, un erotismo dolce e ambiguo, in armonia con i tempi, che lascia spazio a una garbata fantasia.
Tutto ci riporta al racconto di Lady Godiva che, per contestare l’azione vessatoria del marito verso i contadini di Canterbury, esce nuda a cavallo ma pretende che nessuno veda. Nel contempo ci riporta pure a vecchi riti pagani che, per garantire fertilità alla terra ed alle popolazioni, esigono che in primavera una fanciulla giri per il villaggio nuda su di un asinello.
Sia l’una che l’altra leggenda permettono al popolino povero e sfortunato, grazie ad un gesto generoso a sfondo sociale, di poter fruire per una volta di una visione sorprendente e proibita.


Per gentile concessione del Maestro Antonio Isabettini

Il nostro testimone fotografa Zizula che avanza risoluta con l’asino verso provvisorie ma sicure mete; con il capo chino ed i capelli sparsi, in una nudità composta, ella indica ai puteolani i luoghi dove ricominciare e questo gesto resta simbolo perenne della diaspora che questo popolo ha troppo spesso dovuto affrontare.
L’immaginaria foto della sua fuga è paragonabile a quella dei bimbi vietnamiti che scappano dal terrore del napalm ma anche ad una splendida donna colma di luce benedetta che non deluderà chi saprà accoglierla. Lei cavalca un asino che nello stesso tempo rappresenta sia l’animale degli umili sia una divinità Mediterranea. Anche Cristo entra a Gerusalemme trionfalmente cavalcando un'asina per simboleggiare la sua vittoria sulle forze maligne.

Zizula è una sorta di eroina da strada e, qualunque sia la verità o l’interpretazione che vogliamo dargli, resta il fatto che nessuna meglio di lei potrà essere presa a simbolo delle donne puteolane.


                                     Per gentile concessione del Maestro Antonio Isabettini

Die 30. Mensis Julii 1587. Puteolis.
Magnificus Dominus Antonius Russus de Puteolis aetatis annorum octuaginta et plus in circa testis summarie productus, et medio suo juramento interragatus, et examinatus super tenore Memorialis magnificae Universitatis Puteolanae, dicit:
Ch’esso testimonio si ricorda a tempo, ch’era figliuolo, che andava alla festa di Santo Spirito, la quale chiesa stava dentro il castello nominato Tripergola, ed in detta festa se ci spendevano per il Mastri le cerase, e se ci abballava, dove concorreva tutta la Città in detta festa, ed in detto Castello vi era un Ospedale dalla parte di basso sopra li bagni terranei, ed esso testimonio entrava dentro detto Ospedale, e vi vedeva da circa trenta letti più, e meno, nelli quali dimoravano molti infermi forestieri, e cittadini, li quali aveano di bisogno de’ bagni sudatori, per tutte infermità, ed anco vi stava la strada, la quale da passo in passo era situata, ed abitata da più persone, delle quali esso testimonio se ne ricorda circa tre osterie, le quali servivano per li Cavalieri, che andavano alli bagni, e persone faccoltose, che avevano denari da spendere; e giontamente in detta strada con dette Osterie vi stava una Speziaria, la quale crede esso testimonio, che stasse là per beneficio di detto Ospedale, e dopo essendo venuto in età più perfetta, vedeva esso testimonio, che detto Ospedale di Tripergole si esercitava per li Mastri, delli quali si ricorda molto bene, che un’anno vi fu Mastro il quondam magnifico Parise Adamiano di Pozzuoli, il quale poi continuamente ne teneva protezione, e dopo di là a certi anni, e proprio l’anno 1538, nel giorno di San Geronimo si sentì per detta Città un gran terremoto, lo quale allo stesso pigliava, e lasciava, e tutta la Città si mise in rivolta, e quasi tutta disabitò, ed andò in Napoli, e per le campagne, chi fuggiva in un luogo, e chi in un’altro, e pareva, che il mondo volesse subissare; e le genti fuggivano etiam alla nuda, ed uscendo esso testimonio co’ suoi figliuoli, e sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di Mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo ad uno somiero alla mascolina scapillata: e tutti piangevano, e gridavano: Misericordia! E come fu verso un’ora in due di notte, uscì una bocca di fuoco, vicino al detto Ospedale, nel luogo nominato la Fumosa da dentro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici, e di arena, e si sentivano gran tuoni, e lampi; ed in cambio di acqua pioveva arena, e venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al Castello, ed Ospedale di Tripergole, e tutto lo sconquassò, e rovinò, e poi lo empì di arena, e di pietre, e vi fece una montagna nuova in ventiquattro ore, dove infino ad oggi si vede.

sabato 22 novembre 2014

Polpo Ladro


L’enorme polpo che rubava nei malazè
Eliano racconta dei furti subiti dai mercanti puteolani

Dell’erudito Claudio Eliano, nato a Preneste (odierna Palestrina - Roma) intorno al 170 d.c., ci danno notizie Flavio Filostrato, suo contemporaneo, e Suida, una enciclopedia storica del X secolo scritta in greco. 

Eliano si considera a buon diritto romano anche se proprio in Preneste copre l'ufficio di “gran sacerdote”. Non ha moglie né figli ed è, tra il 190 e il 197 d.C., scolaro del sofista Pausania di Cesarea. Poiché Filostrato c'informa che visse più di 60 anni, possiamo pensare che sia morto intorno all’anno 235.
Della sua opera maggiore “Sulla natura degli animali” ci restano solo 17 libri, qua e là modificati, una prefazione e un epilogo. Con essa Eliano si propone di dimostrare che gli animali hanno anch'essi, come l'uomo, sentimenti quali la giustizia, l'affetto, la devozione, l'odio, la gelosia e anche la crudeltà.
Secondo Eliano il confronto tra la vita degli animali e quella degli uomini non è favorevole a questi ultimi.
Un'infinità di esempi, di aneddoti, di storie meravigliose servono a mettere in rilievo la fedeltà dei cani, o la docilità degli elefanti, o l'intelligenza musicale dei delfini, ecc., e tutto questo è ben narrato e documentato nonostante Eliano si vanti di non aver mai oltrepassato i confini d'Italia e di non aver mai viaggiato per mare.

Nel “Terzo Libro” della citata sua opera racconta delle affascinanti avventure di un polpo nella Puteoli Imperiale.
L’animale, pur vivendo nel mare, sale sulla terra per divorare animali terrestri e poi, non sazio, si dà a saccheggiare il pesce affumicato che alcuni mercanti conservano in un magazzino. Il polpo, camminando attraverso certi condotti, raggiunge i “malazè” dei nostri antenati facendo gran preda di cose salate.
I mercanti puteolani s’accorgano dei danni ma non sanno chi ne sia l’autore; pertanto decidono di mettere un uomo di guardia, armato di uncino.
Quella notte, al chiarore della luna, questa sentinella vede arrivare il ladro marino che, raggiunto il deposito, rompe i grossi vasi stringendoli fortemente; quindi divora i cibi che vi sono custoditi.
Al guardiano pare così grande e mostruoso che, quantunque egli sia tutto armato e di animo molto audace, non ha il coraggio di affrontarlo e aspetta che faccia giorno per riferire il tutto ai suoi compagni.
Questi, per accertarsi di cosa esattamente sia e liberarsi da così insidioso nemico, si forniscono molto bene di armi e decidono di mettersi in agguato per la notte che verrà. In questa azione sono accompagnati da molti altri pescatori e pescivendoli; tutti allettati dalla curiosità senza però stimare l’eventuale pericolo che il mostro possa rappresentare.

I puteolani del secondo secolo conoscono, da come scrive Plinio, la forza del polpo che con le sue zampe rompe i ricci marini e le coperte delle ostriche che sono dure come le pietre. Con le sue stesse zampe, continua Plinio, cinge a volte gli uomini che nuotano e con le tante bocche che hanno succhiano loro il sangue e li uccidono. Non vi è animale di lui più terribile e più forte per uccidere l’uomo nell’acqua; molte volte, con i suoi lunghi tentacoli, lo rapisce dalla stessa nave.

I nostri superano la paura e la notte successiva, quando il polpo arriva nel “malazè”, l’affrontano spavaldi; dopo lungo combattimento e grande fatica riescono ad ucciderlo.
Riescono così a fare una notevole pesca, però non con le reti ma con le armi; e non nell’acqua, ma nella terra asciutta.
In questo modo conclude Eliano, con l’acquisto di questo pesce fresco, si ricompensano il danno subito con la perdita del pesce salato.




Puteoli del II secolo d,c. - Rricostruzione di Jean-Claude Golvin



   
 
                                                           Polpo gigante


domenica 22 giugno 2014

Mela Annurca









Mela Annurca
La Mala Orcula di Plinio


Nel 1950 Giuseppe Fiorito pubblica l’opuscolo “Annurche e Sergenti nei melai della Campania” incentrato proprio sull’annurca, la “regina delle mele”. Sfogliando questo opuscolo si comprende subito che l’annurca non è una mela qualsiasi, ma un vero e proprio capolavoro, risultato della grande  cura mostrata nei confronti di questo frutto dagli agricoltori.
La mela “annurca” è senza dubbio il frutto che maggiormente caratterizza la “Campania Felix”, anche perché fortemente legata a questa regione da tempi remotissimi; almeno da due millenni, come dimostrano i dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano ed in particolare nella Casa dei Cervi.
Le sue origini così come riporta Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio e Comandante della flotta tirrenica di stanza a Miseno, sono nella campagna puteolana, considerata all’epoca sede eletta degli Inferi. Proprio per la sua provenienza Plinio, nella sua “Naturalis Historia”, la chiama la “Mala Orcula”, in quanto prodotta intorno all’Orco (oltretomba, inferi). Da qui i nomi di “anorcola” e poi “annorcola” utilizzati nei secoli successivi fino a giungere al 1876, quando il nome “annurca” compare ufficialmente nel “Manuale di Arboricoltura” del botanico Giuseppe Antonio Pasquale.
Nel 1583 il filosofo e commediografo Gian Battista della Porta (la cui fama è tale che verso la fine del XVI secolo si dice fosse ritenuto, insieme ai bagni termali di Pozzuoli, la principale attrazione per i visitatori di Napoli) nel suo “Pomarium”, nel descrivere le mele che si producono a Pozzuoli cita testualmente “… le mele che da Varrone, Columella e Microbio sono dette orbiculate, provenienti da “Puzzoli”, hanno la buccia rossa, da sembrare macchiate nel sangue e sono dolci di sapore, volgarmente sono chiamate Orcole…”. 
Della Porta cita il letterato romano Marco Terenzio Varrone (116 a.c. – 27 a.c.) che nasce a Rieti dove è educato con disciplina e severità dai familiari di nobili origini. Varrone ha rilevanti proprietà terriere in Sabina ed altre zone, che poi integra con l’acquisto di lussuose ville nella nostra terra flegrea, a Baia. Nel suo “de re rustica”  elogia l'agricoltura nelle sue varie forme; sia da un punto di vista economico ma anche per il piacere che da essa si ricava. L’opera di Varrone è divisa in tre libri, di cui il primo “de agricoltura”, dedicato alla moglie, tratta dell’amministrazione delle proprietà terriere, dai piccoli campi alle grandi “villae”. Il secondo libro “de re pecuaria”, dedicato all'amico Turranio Nigro famoso allevatore, tratta dell’allevamento degli armenti e della pastorizia. Il terzo libro “de villatica pastione” o “de villaticis pastionibus”, dedicato all’amico Quinto Pinnio, tratta degli altri animali allevabili nelle grandi “villae”. L'opera si colloca nell'emergente crisi agricola nella Roma post-guerra civile; ed a tale scopo intende fornire consigli che possano ottimizzare la resa dei terreni, allora coltivati con metodi estensivi e in verità poco fruttuosi.
Della Porta cita anche Lucio Giunio Moderato Columella (4 d.c – 70 d.c) altro scrittore romano di agricoltura che dopo la carriera nell'esercito incomincia l'attività di fattore. Il suo trattato “De re rustica”, in dodici volumi, rappresenta una delle maggiori fonte di conoscenza circa l'agricoltura romana. Suo zio Marco Columella, da lui definito "un uomo astuto ed uno splendido fattore", ha condotto esperimenti vari a livello zoologico, tra cui anche incroci di specie, ed influenza molto gli interessi del nipote. Columella possiede fattorie in Italia e parla più volte della propria esperienza pratica in agricoltura.
Nei secoli la mela annurca si sposta dall’agro puteolano, suo luogo di origine, ed approda in terre dove le caratteristiche del frutto si esaltano; prima nell’area aversana ed esattamente nel “quadrilatero” al confine tra Sannio e Caserta, poi via via nel Nocerino, nell’Irno, nel Picentino e successivamente nell’Alto Casertano.
L’annurca non va semplicemente raccolta, ma va trattata e selezionata perché la maturazione del frutto non avviene sulla pianta; i pomi vanno raccolti ancora acerbi. E non per un semplice cruccio degli agricoltori, bensì per un motivo ben preciso; il peduncolo, particolarmente corto e che va in genere dai 7 ai 14 millimetri, si mostra poco resistente e non garantisce la completa maturazione sugli alberi.
La raccolta avviene nei primissimi giorni del mese di ottobre; le mele vanno messe in apposite ceste per poi essere delicatamente trasportate nei “melai”, il luogo dove avviene la successiva maturazione. I frutti vanno raccolti con il bel tempo, in condizioni di asciutto e non devono essere bagnati nemmeno di rugiada. Ovviamente la raccolta dei frutti dalla pianta viene effettuata a mano, così come l’intero processo lavorativo che avviene nei “melai”.
Il melaio, composto da piccoli appezzamenti di terreno di larghezza non superiore ad un metro e mezzo, è sistemato adeguatamente in modo da evitare ristagni idrici. Vi vengono costruiti dei veri e propri letti formati da materiale soffice vario (paglia, aghi di pino, trucioli di legno,…). Fino a pochi decenni addietro venivano impiegati i cosiddetti “cannutoli”, le parti di minor pregio che derivavano dalla lavorazione della canapa, una fibra tessile che si ottiene da una pianta erbacea annua, particolarmente diffusa nella terra campana. Fino alla metà degli anni Sessanta la Campania, insieme all’Emilia Romagna, produce la quasi totalità di canapa che in quel periodo viene prodotta in Italia.
Percorrendo le strade che congiungono i centri di Valle di Maddaloni con Dugenta e Sant’Agata dei Goti nel periodo ottobre - novembre si resta particolarmente colpiti dal “rossore” che questi frutti vanno acquistando adagiati sui morbidi “letti”. I melai donano una colorita vivacità a questo angolo della campagna che va abbandonandosi al riposo invernale.
Sui “letti” vengono adagiate soltanto le mele sane, indenni da attacchi parassitari e prive di residui antiparassitari e di sapori estranei. I frutti sono disposti su file, esponendo alla luce la parte meno arrossata. Per la protezione dall’eccessivo irraggiamento solare e da eventuali intemperie climatiche i melai sono coperti da appositi teli; una volta venivano impiegate a questo scopo delle frasche, generalmente di castagno. Altra precauzione è quella di innaffiare le mele nelle ore serali, una pratica che fa sì che i frutti non perdano parte della percentuale d’acqua contenuta all’interno evitando, quindi, la possibilità di raggrinzimento del frutto, e nello stesso tempo rallenta la maturazione mantenendo più bassa la temperatura.
In genere la maturazione ottimale delle annurche arriva a  metà dicembre, in tempo per il periodo natalizio; non a caso costituiscono il modo migliore con cui in Campania terminano i luculliani pranzi delle feste legate all’Avvento.
Dalla raccolta al termine dell’arrossamento le mele vengono girate (“passate”) diverse volte, in media ogni 8 -15 giorni, a seconda dell’andamento climatico. Ed ogni volta si esegue anche lo scarto dei frutti intaccati o marciti. La faticosa pratica per la maturazione e il laborioso processo per l’ottimale conservazione presentano notevoli costi di produzione rispetto alle mele che finiscono sul mercato subito dopo la raccolta; un punto certamente a sfavore per il posizionamento di questi pomi che, nonostante ciò, vede allargarsi la platea dei consumatori, oltre a quelli campani e laziali che da sempre apprezzano questo frutto.

AnnaMaria D’Isanto racconta: L'annurca e' la regina delle mele. Ha rischiato l'estinzione per l'incapacita' nostrana di valorizzare le nostre eccellenze. Ora abbiamo le melinde, le fuji......., ma non hanno le qualita' della nostra annurca. Papa' e mamma  mi dicevano "Per individuare l'annurca guarda bene il buco dove c'e' il peduncolo, deve essere ben profondo, altrimenti si tratta della sergente che e' una varieta' inferiore".
Antonella Marotta  riferisce che comunque le sergenti erano squisite, succose e croccantissime. Così continua: Le annurche erano, a casa mia, la mano santa per decotti e per la nutrizione dei bambini e grattugiate ai vecchietti. Che bontà, mio padre le prendeva in campagna e non mancava mai una cassetta di sergenti e annurche fuori al balcone. Il nostro snack.

AnnaMaria D’Isanto rincalza: E' vero, le sergenti non mancavano mai per fare i decotti specialmente d'inverno mattina e sera. E che dire al forno con lo zucchero "una bonta'! Anche ai piccoli si facevano grattugiate durante lo svezzamento! Ricordo quando si andava in vacanza me le portavo per i miei bambini…

Sibilla racconta: Mia Madre faceva il decotto di mele annurche per curare catarri e raffreddori: Mele spaccate, fico secco, lauro... cottura lenta per ore,  poi lo sciroppo veniva dolcificato e te l'aviva bevere,,,senò erano mazzate, però poi, ù catarr, spariva come per magia! Io lo faccio ancora!
Eppure stiamo parlando di un frutto che ha rischiato addirittura di scomparire; l’annurca, particolarmente consumata fino al periodo del secondo conflitto bellico mondiale, nei decenni Cinquanta - Sessanta era finita ad occupare un ruolo veramente marginale, presa d’assalto dalle “nuove mele”, soprattutto quelle che arrivavano dal Nuovo Continente, più “belle” e soprattutto di più facile produzione.

Negli ultimi anni, poi, la rivincita; questo frutto, contrariamente al passato di defilippiana memoria, non finisce come cibo per i maiali. Anzi, come spesso succede nelle favole a lieto fine, ha conquistato le tavole dei buongustai più esigenti, tanto che oramai in riferimento alla mela annurca si usa contraddistinguerla con la definizione di “regina delle mele”; inoltre essa si fregia del marchio “IGP” (Indicazione Geografica Protetta).
Eppure a guardarla non si direbbe. Tra le tante mele che espongono i banchi frutta dei supermercati, l’annurca è quella che a vista si presenta come la meno bella, molto piccola, poco accostabile alle tipologie dalle grandi dimensioni e dalle bucce lisce e lucidissime. Ma per coloro che riescono ad andare oltre l’apparenza ecco aprirsi un ventaglio gustativo senza confronti; dolce, succosa, aromatica, piacevolmente acidula e soprattutto con la particolarità di mantenere per lungo tempo queste unicità organolettiche.
Giuseppe Peluso