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lunedì 26 maggio 2025

I Fratelli Ferraro - Primi Sportivi Puteolani

 GUIDO E MARIO FERRARO

PRIMI SPORTIVI PUTEOLANI

La loro vita tra giochi, passioni, guerre, emozioni, amori e curiosità


Nella Pozzuoli di fine Ottocento - primi anni del Novecento, lo sport rappresenta un aspetto del tutto secondario della vita cittadina. Solo un ristretto gruppo di giovani dell’agiata borghesia, e della piccola nobiltà, si cimenta in alcune discipline come la scherma, il ciclismo, la caccia, l’equitazione; tutte attività che richiedono una costosa attrezzatura.

Gli operai scoprono la ginnastica, il canottaggio, il podismo, il calcio ed il nuoto; discipline che non necessitano di investimenti da parte dei singoli.

L’amico Gennaro Gaudino, giornalista e massimo storico dello sport puteolano, nel suo libro “La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902” (pubblicato nel 2018), ci informa che risalgano al 1902 le prime notizie su avvenimenti sportivi nella zona Flegrea e sulla nascita di circoli sportivi rivolti ai giovani; con l’intento di favorirne lo sviluppo delle forze fisiche ed intellettuali.

 

Il primo giornale che riporti una specifica gara ed i nominativi dei vincitori è “La Stampa Sportiva” di Torino (giornale fondato nel gennaio del 1902) che in data 6 settembre 1903 ci informa di due gare di nuoto, svoltasi nel golfo di Pozzuoli, e dei suoi partecipanti. Vincitori della prima di queste gare, organizzate dal Circolo “Virtus”, sono Guido e Mario Ferraro.

Il giornale scrive:

«Nella ridente baia di Pozzuoli hanno avuto luogo due gare di nuoto sul percorso di 1.250 metri. Nella prima di queste gare giunsero primi i fratelli Guido e Mario Ferraro con il tempo di 32 minuti e 17 secondi; terzo il signor Ascione con il tempo di 37 minuti e 5 secondi.»

Dalla lunghezza del percorso e dai tempi impiegati si ha motivo di ritenere che Guido, o Mario viceversa, abbia atteso il fratello per tagliare insieme il traguardo. Si ritiene che sia quasi impossibile arrivare insieme in una gara di nuoto svolta su di un percorso di 1.250 metri e che richiede un tempo di oltre 30/35 minuti. Probabilmente avranno fatto in modo di vincere insieme, aspettandosi, ma senza dare il destro per essere battuti dal nuotatore Ascione che arriverà terzo sopraggiungendo con circa cinque minuti di ritardo.

 


Immagine tratta da "La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902" di Gennaro Gaudino


L’estate seguente Guido Ferraro inizia fantastiche navigazioni con la sua barca a vela, la mitica Zizià; imbarcazione armata con due vele latine, maestra e mezzanella, oggi totalmente abbandonate.



La barca è stato il regalo, per la conseguita laurea in giurisprudenza, ricevuto da sua zia Clotilde, sorella maggiore di sua Madre che ha sposato suo nonno Francesco rimasto vedovo. La barca ha questo strano nome che deriva dal soprannome con cui in Famiglia è chiamata la zia, e nonnastra, Clotilde che l’ha regalata.

Zizià è una delle pochissime unità da diporto padronali del golfo e per anni Guido sarà tra i promotori della costituzione di un “Reale Yacht Club Puteoli” al quale, come insegna, vorrebbe donare la fiamma di Famiglia che sventola all’albero principale della barca e che ancora oggi è possibile ammirare in casa di suo figlio, ammiraglio Renato Ferraro.


Il 18 settembre  dello stesso 1904 il giornale “PUTEOLI”, Gazzetta del Circondario di Pozzuoli,  scrive che in occasione delle feste dell’Addolorata il “Club Virtus”, ridente ritrovo di baldi ed eleganti giovanotti, presieduto dal notar Giovanni Oriani, volle dare delle gare di nuoto, che riuscirono importanti e emozionanti per il valore dei nuotatori e per il lungo tratto da percorrersi.

Le gare erano due; una di velocità, l’altra di resistenza.

Giunse per primo, superando non lievi difficoltà, il giovane Mario Ferraro, allievo del Collegio Militare di Napoli. Un simpatico, gagliardo ed intraprendente tipo di sportman che conta al suo attivo non lievi vittorie; una promessa valida e sicura per il nostro esercito.

Mario Ferraro, malgrado questa prima ed interessante vittoria, volle, nulla curando, pigliar parte, fuori gara, anche alla seconda, riuscendo primo pure in questa.

 


Immagine tratta da "La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902" di Gennaro Gaudino


Ma chi sono i Fratelli Guido e Mario Ferraro, e che rapporto hanno con Pozzuoli?

Guido e Mario sono due tra i numerosi figli di Maria Antimo Luigi Ferraro di Silvi e Castiglione (Napoli 19-12-1845 + 20-01-1913), marchese,  avvocato, Consigliere, Assessore, Vicesindaco e Sub Regio Commissario del Comune di Napoli, Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia.

Luigi Ferraro è proprietario di un ridente villino a Pozzuoli, conosciuto all’epoca come “Casina alla Starza”, o “Villa Ferraro”. Questo immobile sarà in seguito acquistato dalla famosa imprenditrice Maria De Sanna e trasformato nella imponente “Villa Maria”, in stile Liberty, dedicata alla memoria della Madre che fu moglie del finanziere, impresario e commendatore Roberto De Sanna.

Poi, nel 1929, “Villa Maria alla Starza” sarà acquistata dalla Famiglia Peluso ed oggi, completamente espropriata, risulta abbattuta per far posto alla erigenda nuova stazione della “Ferrovia Cumana”.

 


La “Casina alla Starza”, con annesso Territorio, è stata, fin dal cinquecento, una masseria di proprietà dalla Mensa Vescovile di Pozzuoli annualmente concessa in enfiteusi. Nel 1844 è acquistata, all’asta giudiziaria, da Francesco di Paola Ferraro (Napoli 2-9-1816 + 30-3-1870), Consigliere particolare di Re Francesco II delle Due Sicilie, Avvocato della Corona.

Francesco di Paola Ferraro realizza una residenza padronale al di sopra del Casone e del Cellajo dell’antica masseria; costruisce una edicola votiva dedicata a San Francesco da Paola di cui è devoto (come pure il suo Re), e ricava un elegante e marmoreo gazebo agli estremi confini del Territorio. L’intera tenuta diventa un confortevole “casino di delizie” dove trascorrere vacanze e momenti di relax; vicini al mare e immersi nella quiete e nel verde di una fattoria di circa quattro moggia condotta da una famiglia di agricoltori; primi coloni sono state alcune generazioni della Famiglia Daniele, in seguito della Famiglia Monaco.

Alla morte di Francesco Ferraro la Casina, come pure il piano nobile del Palazzo di Napoli, passa al primogenito Luigi continuando però ad essere usufruita anche dagli altri figli; ovvero Enrico, Eugenio, Clotilde, e loro discendenti.

Luigi Ferraro sposa Matilde Caterini, sorella di Cleonice Caterini che sposa Eugenio fratello di Luigi, e sorella della già nominata Clotilde Caterini che sposerà suo Padre Francesco, quando resterà vedovo.

Luigi e Matilde saranno genitori di Riccardo nato nel 1875, Valentina nata nel 1877, Guido nato nel 1880, Mario nato nel 1885, Maria nata nel 1889 e Immacolata nata nel 1891. Molte vecchie foto di famiglia li ritraggono a Pozzuoli; teatro delle loro vacanze e delle loro avventure.

 


L’ammiraglio Renato Ferraro, figlio di quel Guido giunto primo insieme al fratello Mario nella gara del 1903, così scrive:

«Mio Padre fu sempre molto orgoglioso di questa sua vittoria e in genere della sua resistenza al nuoto. Inoltre, siccome era solito fare lunghissime nuotate, tra l’altro partendo da Pozzuoli andava a Nisida e tornava, aveva preso l’abitudine di mangiare nuotando.»

Ad avvalorare quanto scritto invia una vecchia foto del 1907 con il padre Guido (il primo a sinistra) nello specchio d’acqua antistante il Lido Ortodonico (precedente al Lido Spina), con in mano un grappolo d’uva che si accinge a mangiare.

 


All’epoca nella Famiglia Ferraro è invalso l’uso di chiamare i bambini con dei nomignoli; Ame per Amerigo, Vale per Valentina, Mimià per Maria, Tracola per Immacolata (diventata poi Babà per la sua dolcezza).

Fratelli e cugini usano chiamare Guido Co’, da Cotto, per le cotte che continuamente prende; però, poiché alla delusione amorosa segue in genere una crisi mistica e dice di voler farsi prete, in tale fase lo si chiama Pre'.

Prima di sposarsi (piuttosto tardi, a 46 anni) è stato, per i suoi tempi, un grande viaggiatore, ma anche un grande “tombeur de femmes”. In uno dei suoi viaggi ha occasione di conoscere una signorina triestina, sorella di un allora celebre scrittore. Fra i due sorge una disputa circa la rilevanza del cibo in un contesto romantico; la “mula” si dichiara decisamente contraria, ritenendo che il solo parlar di mangiare sia una volgarità.

Un bel giorno la signorina, forse con qualche mira matrimoniale, si presenta a Napoli “en touriste”, e Guido, gradendolo molto, crede sia suo dovere di farle da cicerone. Nel contempo però pensa che sia giunto il momento di riaffermare il proprio punto di vista sulla vecchia querelle. La povera triestina è trascinata a piedi (il racconto originale romanticamente riporta che è trascinata sul cavallo di San Francesco) per tutti i moltissimi luoghi di Napoli degni di essere visitati, completando, sempre a digiuno, il giro con un’ascesa alla collina di Posillipo. Finalmente, quando è ormai esausta e mezza morta d’inedia, Guido la porta al leggendario “Scoglio di Frisio”, dove la incauta “mula” s’ingozza di leccornie napoletane fin quasi a sentirsi male!
Quale fosse stato, poi, il guiderdone per questa sua vittoria morale, le cronache non lo tramandano. Sappiamo che il giorno dopo Guido gli farà visitare, questa volta in auto, le bellezze flegree.

 


Il nostro Guido (che abbiamo visto sportivo, cicerone, avvocato ed anche buontempone) quale ufficiale di artiglieria, farà anche lui la guerra sul serio e finisce poi per sposarsi proprio una austriaca (Hildegard Rupprecht von Virtsolog, nata a Baden – Austria nel 1889) che per scherzo chiama “La Nemica”, come il titolo di una celebre commedia di Dario Niccodemi.

Il loro primo figlio Luigi, nato nel 1927, muore a Cassino nel maggio del 1944 ed il secondo Mario, nato nel 1930, morirà solo due mesi dopo la morte del fratello, nel luglio del 1944, investito da un camion militare americano nel mentre attraversa via Campana, a Pozzuoli.

Resta in vita il suo terzogenito Renato Ferraro di Silvi e Castiglione, nato nel 1934, ammiraglio e poi Comandante in Capo della Guardia Costiera.



Di Mario Ferraro, secondo sportivo della Famiglia, il giornale “Puteoli” nel 1904 scrive che si tratta di un simpatico, gagliardo ed intraprendente tipo di sportman che conta al suo attivo non lievi vittorie. Aggiunge che è allievo del Collegio Militare di Napoli, quindi una promessa valida e sicura per il nostro esercito.

Sappiamo che Mario frequenta la “Nunziatella” di Napoli e poi l’Accademia Militare per l’Arma di Artiglieria, all’epoca con sede a Torino, e che nei suoi giovani anni da ufficiale, oltre che ottimo nuotatore, sarà un grande schermitore ed un eccellente cavaliere.

Anche lui, da bambino, ha avuto in Famiglia il suo nomignolo; alquanto curioso che val la pena raccontare.

Mario è il più piccolo tra tutti i fratelli e cugini; comunque sempre gioca con loro alla guerra, sia negli androni del grande Palazzo Nobiliare di Napoli che nei giardini della Casina alla Starza di Pozzuoli.

Oltre al fratello Guido partecipano ai giochi i cugini  Gustavo, Renato, Sara (benché sia una femminuccia) e Amedeo; quest’ultimo sarà un Pioniere della nascente Aviazione, ma purtroppo cadrà con il suo aereo nel corso della Grande Guerra.

Mario, come Nemecsek il piccolo dei “Ragazzi della via Pal”, è ammesso a partecipare a tutte le battaglie a condizione che faccia la parte del nemico, ovvero dell'Abissino; siamo a fine ottocento nel pieno delle prime guerre coloniali.

Poiché il più celebre capo abissino è Ras Mangascià, Mario è chiamato Mangascià, da cui il più familiare “Scianiello”; questo soprannome lo segue per tutta la sua lunga carriera militare, che si concluderà con il grado di generale di divisione.

Nel corso della Grande Guerra Mario, comandante di una Batteria, farà visita a suo fratello Guido, anche lui nella stessa arma, che si trova sul Monte Grappa e in questa occasione si faranno ritrarre insieme. Normalmente Guido Ferraro, a destra nella foto, ha sempre un'aria fascinosa, ma qui il fratello Mario lo batte.

 


Quanto al fascino di Mario va detto che è stato un grandissimo conquistatore per tutta la vita; ha avuto a lungo un'amante tedesca che si rifà viva dopo la guerra, ma intanto lui, generale in pensione da vari anni, si è sposato con Lia Macrelli, professoressa presso la Università di Bari.

In questa città, durante l'occupazione alleata, essendo noto per la sua adamantina onestà, riceve il delicatissimo incarico di “Commissario agli alloggi”, ovvero delle abitazioni da assegnare ai sinistrati di guerra.

 

Negli anni cinquanta sua cugina Sara Ferraro, rimasta fino alla fine un'inguaribile monarchica, si reca in pio pellegrinaggio a Cascais (Portogallo) a rendere omaggio a Umberto II di Savoia, colà in esilio.

Sara, che ricordiamo tra i ragazzi a giocare alla guerra nei giardini alla Starza di Pozzuoli, ha avuto tre fratelli caduti nel corso della Grande Guerra ed altri due ufficiali di carriera che Umberto avrebbe potuto conoscere.

«Sono la sorella dei colonnelli Renato e Decio Ferraro del Regio Esercito, che Vostra Maestà ha forse conosciuti.»

«No, signora, mi dispiace. Ma ho conosciuto e frequentato il generale Mario Ferraro, detto “Scianiello”, mio istruttore in Accademia.»

Insomma, un titolo confermato con “rescritto reale”.

 

 

 

REFERENZE

G.GAUDINO, La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902 - Edito nel 2018

R.FERRARO, Note Autobiografiche – 2014

H. FERRARO, https://first-life-original-life.blogspot.com/

G.PELUSO, https://giuseppe-peluso.blogspot.com/search?q=FERRARO

 

N.B. - Le foto senza didascalia sono pubblicate per gentile concessione della Famiglia Ferraro

 

GIUSEPPE PELUSO – MAGGIO 2025


sabato 20 gennaio 2018

Lo Scaldarancio


LO SCALDARANCIO
Pozzuoli per i suoi figli in trincea

Nell’inverno 1915, pochi mesi dopo lo scoppio della Grande Guerra, gli schieramenti italiano e austriaco appaiono già fermi e al riparo di lunghe trincee. Queste sono molto vicine tra loro pertanto, per non provocare fumo, niente cucine da campo per cuocere e niente fuochi per riscaldarsi.
Allora, per permettere ai soldati di consumare un pasto caldo tra i disagi della trincea e in difficili condizioni climatiche, è introdotto un espediente, semplice ed efficace, per riscaldare il cibo quasi senza fiamme e senza fumo.
E’ lo scalda-rancio che con una fiammella quasi invisibile, eppure resistente, consente l'impiego nelle primissime linee a contatto con quelle nemiche.
Questo aggeggio è una specie di torcia che riesce ad ardere quanto basta per riscaldare la gavetta con il cibo; una volta acceso, lo scaldarancio, sviluppa calore senza fiamma per circa 15 minuti [1].

Per confezionarlo bastano vecchi giornali che vanno a formare un cilindretto di carta, avvolta e pressata, imbevuto di paraffina e grosso come un rullo di pellicola fotografica. La carta, arrotolata a più strati e legata stretta, è immersa nella paraffina, o nel grasso o nella cera, per diverse ore fino ad impregnarsi. Essenziale è l’impegno di volontari disposti a dedicare ore di lavoro; buona parte della produzione è garantita da quello che è chiamato "fronte interno", ovvero le iniziative della popolazione a sostegno dei combattenti.
In pratica questo compito è affidato a donne e bambini dei Comitati e delle Associazioni di Assistenza che numerose sorgono in tutta Italia [2].

E’ talmente rapida e vasta la diffusione dello scaldarancio che alla fine del primo anno di guerra a Milano è costituita l'Opera Nazionale dello Scaldrancio per il cui tramite al 5 febbraio del 1916 ben 25 milioni di pezzi sono stati già inviati al fronte.
Nelle lunghe veglie invernali, le mamme, le spose, le fidanzate, le sorelle dei combattenti, arrotolano strettamente i vecchi giornali; quindi immergono i rotoli in cera o paraffina che lasciano rapprendere; poi li ritagliano in piccoli cilindri di circa un centimetro di altezza [3].

Tutti coloro che sono impegnati in questa produzione ricevono, come nei cartoons di Minnie e Paperina, un distintivo con l’effige stilizzata dello scaldarancio a riconoscimento del benemerito impegno.
Accompagnati da pietosi ed affettuosi auguri, gli scaldarancio vengono inviati al fronte, in misura sempre maggiore per esaudire le crescenti richieste.
Ogni soldato ne abbisogna di almeno sei al giorno per il solo cibo, due per il caffè e quattro per il rancio; essi sono accesi sotto le tazze di latta per riscaldare caffè o vino, sotto le gavette per riscaldare il rancio (da qui il loro nome), sotto il coperchio delle gavette impiegato come tegame per riscaldare qualsiasi altra cosa. Utili quindi per poter mangiare il rancio sempre caldo; poiché pasta, brodo e carne, quando giungono in trincea, sono sempre freddi [4].

Ma gli scaldaranci sono utilizzati anche per altri scopi che si rivelano provvidenziali nell’aiutare a combattere il freddo; agli inizi i soldati non vorrebbero sprecarli ma poi, accertata le quantità che ne ricevono, a turno ne sacrificano alcuni per riscaldarsi.
Nelle prime ore del mattino è talmente rigida la temperatura che si deve usare molta cautela nell'aprire la tenda ghiacciata. E’ consigliabile, prima di uscire, riscaldare l'aria del ristretto ambiente interno accendendo qualche scaldarancio e questo consente poi di aprire e chiudere i teli senza correre il rischio di spaccarli.

L’invenzione, di antichissima origine giapponese dove serviva per riscaldare l’acqua del thè, è portata da un giornalista in Francia nel 1914 il primo anno di guerra. E’ qui vista da una nobildonna italiana, Maria Pogliani, che elegge la sua cucina come prima sede del Comitato Nazionale per lo Scaldarancio; le amiche sue milanesi la imitano, gli industriali regalano delle attrezzature un po’ più professionali, la gente comune dona la carta [5].

Pozzuoli non può essere da meno per i suoi figli al fronte; scuole, associazioni cattoliche, circoli e nobildonne hanno di già costituito un “Comitato Puteolano di Assistenza Civile” nell’ambito del quale è creata “L’Opera dello Scaldarancio”.
In breve tempo ragazzi, signore e popolane si dedicano in pieno alla produzione di questo fantastico aggeggio diventato ormai leggendario come il motto che gli è stato coniato: “Riscalda, Ristora, Rincora”.

Attorno a quest’opera immediatamente sorge tutta una galassia di organizzazioni volontarie per la raccolta di fondi e allestimento di spettacoli a favore dei militari al fronte, dei mutilati, degli orfani, delle vedove e degli sfollati.
Anche queste organizzazioni sono guidate da nobildonne e ci fa piacere ricordarne in particolare una che, ancorché napoletana, ha Pozzuoli nel cuore e nella mente, ed in parte anche negli interessi economici.
La signorina Maria De Sanna, figlia del finanziere Roberto che fu anche impresario del Teatro San Carlo, e fondatrice essa stessa, nel primo dopoguerra, dell’Associazione Musicale Alessandro Scarlatti, ancora oggi esistente.
Maria De Sanna è proprietaria del “Cantiere Navale e Officine Meccaniche di Arco Felice” e di “Villa Maria alla Starza”; complessi entrambi rintracciabili lungo la provinciale via Miliscola [6].

Nell’anno 1917 l’offensiva degli imperi centrali ha portato l’esercito austriaco ad occupare gran parte del Friuli e del Veneto provocando l’esodo delle locali popolazioni che cercano rifugio al di qua del Piave.
Tutta Italia si attiva per alleviare le loro sofferenze ed anche nella Napoli “bene” il commendatore Augusto Laganà, altro fervido e fattivo impresario del San Carlo, ha l’idea di un grande concerto “Pro Fratelli Veneti e Friulani”, da organizzare al celebre teatro [7].

Dirama quindi un largo invito ai rappresentanti dell’alto commercio e dell’alta finanza e nel primo convegno, dovendosi provvedere alla presidenza del Comitato, per acclamazione è scelta la signorina Maria de Sanna, la degna figliuola del Commendatore Roberto, la cui figura e la cui opera non può essere dimenticata dai napoletani.
La giovanissima presidente, figura muliebre di gentilezza squisita, di larga cultura e di moderni intendimenti, si occupa con fervore della compilazione del programma, desiderosa che questo sia degno del grande pubblico napoletano. Il concerto si tiene il giorno 9 dicembre 1917 e vede la partecipazione di famosi artisti come Roberto Bracco, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Ernesto Murolo (padre di Roberto), Arrigo Serato (famoso violinista), Graziella Pareto (famosa soprano) e tanti, tanti altri.
Al termine della serata speciali congratulazioni vanno agli artisti ed alla organizzatrice Maria de Sanna che con il grande avvenimento ha permesso di raccogliere la considerevole cifra di Lire trentamila.

Tutto questo fervore patriottico fa sì che i costi e i lutti della guerra siano assorbiti, senza pericolosi rivolgimenti politici, dalla Nazione tutta che, come scrisse il presidente del Consiglio Antonio Salandra, nell’ora del grande cimento si stringe in un sol cuore e ne forma una sola Famiglia.


REFERENZE
Giulio Bazini - Da Venezia a...Venezia
Andrea Bianchi – Che fame in Trincea
Alessandro Longo – L’Arte Pianistica
Giuseppe Peluso – Le due Villa Maria
www.storiatifernate.it – Il Comitato per lo Scaldarancio


Giuseppe Peluso

sabato 19 settembre 2015

Regia Nave Benedetto Brin



Benedetto Brin [1] nasce a Torino il 17 maggio 1833 da Giovanni, che muore prima della nascita del figlio, e da Vittoria Binda. 

Si iscrive ai corsi di ingegneria nell'università di Torino e si laurea non ancora ventenne. Segnalato a Camillo Benso conte di Cavour, per i suoi meriti, nel 1853 entra col grado di allievo ingegnere navale nella marina sarda ed è destinato a Genova, alle dipendenze del direttore delle costruzioni navali nel Regio cantiere della Foce. Sempre per interessamento di Cavour, che ne apprezza le doti di ingegno e di preparazione, è inviato per un biennio a Parigi presso l'“Ecole d'application du géniemarittime” e questo periodo di studio resta una componente importante della sua formazione scientifica. Nel 1863 è chiamato dal ministro della Marina come consulente per le costruzioni navali e poi, nel 1868 dall'ammiraglio Augusto Riboty nuovo ministro della Marina, a far parte del Consiglio superiore di marina.

Dopo la disastrosa guerra del 1866 il ministro Riboty incarica il Brin di progettare i piani di una nuova classe di nave di linea potentemente armata ma poco vulnerabile; saranno queste le corazzate tipo "Duilio".
Intanto il 10 luglio 1873 diventa nuovo ministro l'ammiraglio Simone Antonio Pacoret de Saint-Bon. Le eccezionali capacità dimostrate dal Brin con i progetti navali ne fanno l’uomo di punta del nuovo programma di rinnovamento della marina che il Saint-Bon propugna; pertanto è nominato direttore generale delle costruzioni e segretario generale del ministero.
Nel 1875 prepara i piani delle navi "Italia" e "Lepanto" che, rispetto alle "Duilio", hanno maggiore potenza offensiva.
Nel marzo 1876, col primo ministero Depretis, il Brin è nominato Ministro della marina e continua l'orientamento del Saint-Bon favorevole alle grandi navi. Il suo incarico va dal 1º marzo 1876 al 24 marzo 1878, durante i primi due ministeri Depretis, e dal 24 ottobre al 18 dicembre 1878 durante il primo ministero Cairoli.
Da ricordare che il Brin, col disegno di legge presentato nel marzo 1878, unifica le due scuole di marina esistenti a Genova e a Napoli, fondando l'accademia navale di Livorno, che è inaugurata il 1º ottobre 1881.

Il 30 marzo 1884 è nominato ministro nel nuovo gabinetto Depretis, carica che egli ricopre ininterrottamente fino al 31 gennaio 1891, fino cioè alla caduta del ministero Crispi.
L'attività di Brin si svolge in una fase di importanti modificazioni dell'assetto economico italiano ed egli si schiera fra i principali sostenitori della necessità della creazione di una industria pesante nazionale;
E’ dunque naturale che, mirando a una supremazia navale dell'Italia nel Mediterraneo, il programma di costruzioni navali persegui anche l'obiettivo della formazione di una moderna industria bellica, tramite l'impianto di una grande acciaieria cui sarebbe spettato il compito di produrre le corazze per la marina. Alla grande acciaieria che è realizzata a Temi segue, d'accordo con l’inglese Armstrong, la fabbrica di Pozzuoli per la costruzione di cannoni [2].

Numerose le visite che Benedetto Brin effettua a Pozzuoli ed al nuovo grande opificio; perciò il 23 agosto 1886 il Consiglio Comunale, riconoscente delibera: «Riunito legalmente in sessione straordinaria e udita la proposta del Presidente e considerando che Sua Eccellenza il Commendatore Benedetto Brin, Ministro della Marina del Regno d’Italia e Deputato al Parlamento si è reso altamente benemerito della Marina Italiana.
Riconoscendo il sommo zelo da lui spiegato perché a Pozzuoli venisse fondato il Cantiere e l’Opificio Armstrong.
In solenne e pubblico attestato di stima al Suo merito eminente e di gratitudine per tanto beneficio procurato alla Città di Pozzuoli ad unanimità lo proclama cittadino di Pozzuoli.» [3]


Nel settennio di ininterrotta permanenza al ministero, il Brin persegue fino in fondo la sua linea politica e si adopera all'espansione dell'industria siderurgica e meccanica risollevando con forniture governative la critica situazione della Ansaldo, favorendo i cantieri Odero di Sestri Ponente, S. Rocco di Livorno e Tirreno, lo stabilimento Armstrong di Pozzuoli per le artiglierie, il silurificio Schwartzkopf di Venezia, patrocinando accordi tra gli stabilimenti Ansaldo di Sampierdarena e Guppy di Napoli con i più noti costruttori inglesi di macchine marine.
Va ricordato inoltre che veramente ammirevole è il talento inventivo e la capacità di realizzatore del Brin. Le navi tipo "Tripoli" e "Folgore", che egli studia, anticipano di dieci anni i criteri applicati sui cacciatorpediniere.
Le navi tipo "Re Umberto", da lui progettate, applicano per la prima volta dispositivi contro gli scoppi subacquei, oltre a segnare il passaggio dalle navi a ridotto centrale a quelle con artiglierie di grosso calibro unite a numerose batterie di cannoni di medio calibro protette dai proietti esplodenti.

Caduto il ministero Crispi, il Brin torna al governo, nel 1892, nel primo ministero Giolitti come ministro degli Esteri, dopo che è sfumata la sua candidatura alla presidenza del Consiglio. Egli tiene, dal 25 novembre all'8 dicembre l'interim della Marina, finché non è sostituito dall'ammiraglio Carlo Alberto Racchia.
Divenuto il Di Rudinì presidente del Consiglio, dopo la caduta di Crispi in seguito al fallimento della guerra d'Africa, il Brin entra a far parte del governo come ministro della Marina, l'11 marzo 1896. Carica che mantiene fino alla data della sua morte avvenuta a Roma il 24 maggio 1898.

Le ultime unità progettate da Brin sono le corazzate classe “Regina Margherita” che alla sua morte sono rielaborate dal Generale del Genio Navale A. Micheli. Nello stesso anno 1898 inizia la costruzione della capoclasse e nel 1899 è impostata, a Castellammare di Stabia, la seconda unità alla quale viene assegnato il nome di “Benedetto Brin” [4].


Questa unità, varata nel 1901 e completata nel 1905, entra in servizio il 1 aprile 1906 e presenta un dislocamento a pieno carico di 14.574 tonnellate, una lunghezza di 138,8 metri, una larghezza di 23,8 metri, e 8,9 metri di immersione.
Lo scafo è in acciaio, ponte continuo e sperone a prua; al centro ha una sovrastruttura, larga quanto lo scafo, che va dalla torre di prua a quella di poppa.  E’ caratterizzata da tre fumaioli, due più a prora affiancati ed uno più a poppa. Gli alberi sono due con picco di carico e coffe alla estremità del tronco maggiore, sopra questo ci sono gli alberetti per le antenne degli apparati radiotelegrafici.

Il suo apparato motore, composto da 28 caldaie alimentate a carbone, fornisce vapore a 2 motrici alternative a triplice espansione che, con una potenza di 20.000 hp alle due eliche, imprimono una velocità di 20 nodi.
Motrici e caldaie sono costruite dalla Hawthor-Guppy di Napoli.
L’equipaggio è formato da 797 uomini, ma spesso supera le 900 unità quando ospita comandi complessi o quando è impiegata in determinate situazioni di guerra.

L’armamento principale è composto da 4 cannoni da 305/40 mm, modello 1901, distribuiti in due torri binate poste una in caccia e l’altra in ritirata. Si tratta del cannone navale Armstrong Whitworth 12 in/40 Mark IX progettato dalla Elswick Works, ramo inglese della Armstrong. I primi cannoni prodotti sono forniti al Giappone dove, denominati Type 41, diventano l'armamento principale di diverse pre-dreadnought costruite per quella Marina Imperiale.
In seguito il pezzo entra in servizio nella Royal Navy venendo installato su tre classi di pre-dreadnought e poi è acquistato anche dalla Regia Marina Italiana, che lo fa costruire su licenza a Pozzuoli presso i Cantieri Armstrong, per installarlo sulle due navi da battaglia classe “Regina Margherita” e sulle quattro classe “Regina Elena”. Memorabile il sollevamento delle torri a Pozzuoli [5].

L’armamento secondario è composto da 4 cannoni da 203/45 mm, modello 1897, posti in coperta ed alloggiati in casematte corazzate.
Questo cannone navale, prodotto dalla Armstrong di Pozzuoli, è impiegato da diverse marine. Quella italiana lo installa sulle due navi da battaglia classe “Regina Margherita” e sulle quattro “Regina Elena”, ognuna con quattro cannoni in torri singole disposte ai quattro angoli del ridotto centrale.  
In seguito alla dismissione delle navi questo cannone verrà impiegato come artiglieria costiera e, durante la prima guerra mondiale, come artiglieria pesante d'assedio su affusto terrestre De Stefano, con la denominazione 203/45 D.S.

Come ulteriore armamento secondario sono presenti 12 cannoni da 152/40 mm, modello 1892, disposti nel ridotto, sei per fiancata.
E’ il famoso QF 6 in/40, un cannone navale progettato e realizzato nel Regno Unito dalla Armstrong Whitworth , imbarcato sulle unità navali di molti paesi.
Il pezzo è progettato e costruito, oltre che dalla casa madre, dalla Royal Gun Factory e su licenza dalla Armstrong-Pozzuoli. Esso è imbarcato sulle corazzate pre-dreadnought della Royal Navy e sugli incrociatori corazzati della Marina Imperiale Giapponese. Nella Regia Marina arma, oltre le corazzate classe “Regina Margherita” e classe “Emanuele Filiberto”, anche gli incrociatori corazzati tipo “Vettor Pisani” e “Garibaldi” e l’ariete torpediniere “Piemonte” [6].

Dopo la dismissione di queste unità, i cannoni sono reimpiegati, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dai treni armati della Regia Marina e dalle batterie costiere.

Sempre di costruzione Armstrong ci sono, in funzione antisiluranti, 20 pezzi da 76/40 mm. Questi pezzi sono presenti sia all’interno del ridotto che in postazioni scoperte [7].

Questo pezzo deriva dal cannone QF12 pounder 12cwt, Armstrong 76/40 Mod. 1897 secondo la nomenclatura italiana, prodotto su licenza dalla Armstrong di Pozzuoli e dalla Ansaldo di Genova. E’ impiegato dalla Regia Marina come pezzo antinave imbarcato sulla maggior parte del suo naviglio sottile fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Sono presenti 2 pezzi Hotchkiss da 47/40 mm, per contrastare piccole unità veloci, Questo cannone a tiro rapido è un pezzo leggero di artiglieria navale francese, sviluppato nel 1885 e rimasto in servizio fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Infine ci sono e 2 pezzi da 37 mm, il famoso QF 1 pounder inglese, nonché 2 mitragliere.

Completano l’armamento 4 tubi lancia siluri da 450 mm, sistemati 2 sopra la linea di galleggiamento e 2, di costruzione Armstrong-Pozzuoli, posti sotto il galleggiamento.

La nave è assegnata alle Forze Navali di Manovra del Mediterraneo e nel 1911-1912 prende parte alla guerra italo-turca, quale ammiraglia della 2° Squadra Navale. Partecipa al bombardamento dei forti di Tripoli [8], degli Stretti dei Dardanelli e, con un suo contingente di marinai, contribuisce ad occupare l’isola di Rodi.

Partecipa poi al bombardamento di Tobruch ed alla sua occupazione, nonché alle operazioni contro Bengasi e la Cirenaica.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’unità, comandata dal capitano di Vascello Gino Fara Forni, si trova nel porto di Brindisi, sede del Comando del Basso Adriatico, ed a bordo si trova l’Ammiraglio di Divisione Ernesto Rubin de Cervin con tutto il suo Stato Maggiore [9].
 

Sulla nave sono imbarcati anche sei marinai puteolani:

Sottocapo Cannoniere Salvatore Chiocca nato a Pozzuoli il 15 maggio 1891
Cannoniere Scelto  Silverio  della  Volpe  nato a Pozzuoli il 30 marzo 1897
Fuochista Scelto Carmine De Sio nato a Pozzuoli il 3 giugno 1889
Fuochista Antonio Maiorana nato a Pozzuoli il 13 gennaio 1893
Fuochista Arturo Di Pasquale nato a Pozzuoli il 14 marzo 1892
Marinaio Ruggiero Cioffi nato a Pozzuoli il 7 agosto 1893

Praticamente la corazzata, come tutte le maggiori unità italiane, esce solo per esercitazioni poiché la flotta nemica non lascia i sicuri ancoraggi della costa adriatica orientale. La vita di bordo, come da foto scattata il giorno 8 settembre 1915, non lascia presagire l’imminente tragedia [10].
 
Lunedì 27 settembre1915 ad appena quattro mesi dall’inizio delle ostilità, la città di Brindisi si sveglia scaldata da un sole luminoso e si appresta a vivere una quotidianità come tante altre. Sulla banchina del lungomare si sono radunate un buon numero di persone, per assistere al suggestivo rito dell’alzabandiera. Esso è considerato un appuntamento da non perdere, per l’emozione che lo spettacolo è in grado di suscitare; nel porto ci sono navi francesi, inglesi ed italiane.
Alle ore 8,00, proprio mentre si attaccano le note degli inni, si sente un violentissimo boato; uno spettacolo spaventoso di presenta agli occhi dei presenti. La torre poppiera è scagliata in aria, mentre il fumaiolo e l’albero di poppa, frantumati in piccoli pezzi, ricadono attorno; poi la nave, ormeggiata nel porto, si inabissa lentamente [11].
 
La tremenda onda d’urto, provocata dallo scoppio della santa barbara ha proiettato in alto, per molti metri, poveri corpi straziati di innocenti marinai.
In considerazione dell’ora della tragedia tutto l’equipaggio si trova a bordo e dei 943 uomini che in quel momento sono imbarcati ne muoiono 456 dilaniati dagli scoppi, schiacciati dai crolli dei ponti e delle paratie, inabissati con la nave.
Tra questi i sei ragazzi puteolani nonché l’Ammiraglio Rubin de Cevin ed il Comandante della nave.

Fausto Leva, un testimone oculare così descrive la catastrofe, come riportato nel volume scritto da Teodoro G. Andriani:
«…nel fumo denso si distinse per un momento la massa d’acciaio della torre poppiera dei cannoni da 305 mm che, lanciata in aria dalla forza dell’esplosione fino a metà della colonna, ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro. Pochi momenti dopo, dissipato il nembo del fumo, lo scafo della Benedetto Brin fu veduto appoggiarsi senza sbandamento sul fondo di dieci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Mentre la prora poco danneggiata si nascondeva sotto l’acqua che arrivava a lambire i cannoni da 152 della batteria, la parte poppiera completamente sommersa appariva sconvolta e ridotta ad un ammasso di rottami. Caduto il fumaiolo e l’albero di poppa, si erge ancora dritto e verticale l’albero di trinchetto.»

E’ tempo di guerra e non appena ha luogo la deflagrazione il vice ammiraglio Ettore Presbitero, comandante in capo della piazzaforte marittima di Brindisi, fa uscire subito alcuni mezzi antisommergibili, per dare la caccia ad eventuali sottomarini in agguato; si pensa subito al compimento di un’incursione nemica. La caccia risulta vana, perché ogni varco sottomarino di accesso al porto brindisino è completamente ostruito da una rete metallica tenuta tesa da galleggianti. Rete accuratamente ispezionata da due espertissimi palombari che ne accertano l’assoluta integrità.
Ad imbrogliare ancor di più le carte ci sono poi tante illazioni, anche suggestive, ma difficilmente credibili e praticabili, su una nave da guerra che per la sua natura è sempre minuziosamente controllata. Comunque si ventila la paternità dell’attentato perpetrato dagli odiati nemici austriaci e tedeschi, forti di un attiva organizzazione di spie.
Si cercano, ma inutilmente, eventuali intrusi o sabotatori che possano aver preparato l’atto terroristico e, dopo tale controllo, gli stati maggiori della Marina cominciano a capire che l’ipotesi “attentato” inizia a vacillare; al contrario, prende corpo la non remota possibilità di un’autocombustione avvenuta nella grande stiva adibita a deposito di munizioni.
Tuttavia al governo italiano, in quel particolare periodo storico, fa comodo diffondere la notizia che la corazzata “Brin” sia stata distrutta a tradimento da un siluro nemico che ha centrato la ‘santabarbara’.
Ma non sono in pochi coloro, che di cose di mare se ne intendono, che sussurrano che la nave è saltata per aria perché il calore della sala motori, troppo vicina al locale della ‘santabarbara’, ha procurato la combustione della ‘balistite’. Un composto micidiale di nitroglicerina e nitrocellulosa altamente infiammabile che, con una tremenda reazione a catena, ha innescato l’incendio e fatto scoppiare tutti gli altri esplosivi depositati nel locale della sala munizioni. Del contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin si trovano solo alcune parti del corpo che sono pietosamente composte, ma i resti della maggior parte dei marinai caduti sono resi irriconoscibili dall'esplosione.
I feriti sono sistemati nel Grande Albergo Internazionale che, per l’occasione, funge da ospedale militare. Le vittime sono trasportate al cimitero di Brindisi, nella zona riservata ai caduti militari, dove, in un mausoleo a loculi, sono tumulati, compresi ufficiali e comandanti [12].

A Brindisi affluiscono i parenti dei militari protagonisti della tragedia; la disperazione per la perdita improvvisa dei loro congiunti è immensa, specialmente quando la maggior parte delle famiglie si rende conto che mai avrebbero potuto piangere e pregare sulla tomba dei loro cari.
Tra questi i genitori del sottocapo Salvatore Chiocca [13]; a Pozzuoli, nella casetta al Borgo Pescatori, resta la giovane moglie, Amalia Carnevale, con il figlioletto che conta solo un anno di vita. 

Questa tragedia, di cui oggi ricorre il centenario, resta una pagina di gloria della nostra Marina e di diritto appartiene alla sua Storia; quella Storia che nessuno vuole dimenticare, specialmente quando è drammatica, tragica e luttuosa.







BIBLIOGRAFIA
A. Cimmino – La nave da battaglia Benedetto brin
C. Pace – Benedetto Brin cittadino onorario
G. Chiocca – Ricordi di Famiglia
G. Galuppini – Guida alle Navi d’Italia
G.T. Andriani - La base navale di Brindisi durante la Grande Guerra
www.brindisiweb.it/storia/corazzata_benedettobrin.asp/