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venerdì 22 aprile 2022

Distretto di Pozzuoli

 


Evoluzione del Distretto e del Circondario di Pozzuoli

Dal Giustizierato di Terra di Lavoro alla Provincia di Napoli

 

Nel 1221, Federico II di Svevia, che già da tempo cerca di contenere il potere feudale a favore di quello regio, istituisce i “Giustizierati” [1].

Essi sono distretti di giustizia imperiale affidati ad un rappresentante del potere regio, il Gran Maestro Giustiziere, attraverso il quale l'autorità del re si sovrappone a quella dei feudi medioevali.

E’ il primo esempio di suddivisione dei Territori del Regno che cerca, se non di eliminare, almeno di diminuire l’influenza dei feudatari. Questo processo, che porterà alla creazione di Regioni e Provincie amministrate dal potere centrale, avrà il suo culmine con le “Costituzioni di Melfi”.

 

Uno dei primi distretti amministrativi ad essere creato è il “Justitiaratus Molisii et Terre Laboris”, che vede uniti, sotto unica amministrazione, territori che attualmente appartengono al Lazio meridionale, alla Campania settentrionale ed a gran parte del Molise.

Nasce così il toponimo “Terra di Lavoro” che diventa la denominazione ufficiale di un distretto amministrativo plurisecolare che sarà soppresso, dopo oltre settecento anni, dal fascismo nel XX secolo.

L'amministrazione della “Terra di Lavoro” è congiunta a quella del “Contado del Molise” e i due territori condividono il medesimo giustiziere fino al XVI secolo. Solo nel 1538, in epoca aragonese, il “Contado del Molise” è separato dalla “Terra di Lavoro”, venendo aggregato alla “Capitanata”; così i confini di entrambi i distretti, che fino ad allora sono stati piuttosto variabili, subiscono una prima precisa definizione [2].

 


Sotto occupazione napoleonica, con la legge 132 del 1806 “Sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno” varata l'8 agosto di quell'anno, Giuseppe Bonaparte riforma la ripartizione territoriale del Regno di Napoli suddividendolo in Provincie, sulla base del modello francese, e sopprime il sistema dei Giustizierati. Negli anni successivi, tra il 1806 ed il 1811, una serie di regi decreti completa il percorso d'istituzione delle Province con la specifica dei Comuni, in precedenza detti Università, che in esse rientrano.

Inoltre ogni Provincia è suddivisa in Distretti ed ogni Distretto in Circondari, definendo così le loro denominazioni e limiti territoriali [3].

 


Dal 1° gennaio 1817, con il ritorno dei Borboni, l'organizzazione amministrativa napoleonica è confermata e regolamentata con la “Legge riguardante la circoscrizione amministrativa delle Provincie dei Reali Domini di qua del Faro” del 1° maggio 1816.

Il Regno, ora nominato “Delle Due Sicilie”, amministrativamente è suddiviso su quattro livelli.

 

Il primo livello è costituito da 22 Provincie ognuna delle quali organizza una circoscrizione amministrativa del territorio dello Stato e raggruppa una pluralità di comuni limitrofi, il più importante dei quali ne diventa il capoluogo.

 

Il secondo livello è costituito da 76 Distretti distribuiti all’interno delle 22 Provincie di cui costituiscono una suddivisione del territoriale.

 

Il terzo livello è costituito dai Circondari, una articolazione territoriale sempre introdotta dai Francesi, con funzioni amministrative-giudiziarie e gerarchicamente dipendente dal Distretto.

 

Il quarto livello dell’articolazione territoriale è costituita dai Comuni, unità di base della struttura politico-amministrativa dello Stato moderno.

 

Quest’ultimi, a loro volta, comprendono rioni (nella Calabria Citeriore), ville (negli Abruzzi), villaggi, borghi, subborghi o casali (nella Provincia di Napoli e nel Principato Citeriore).

Tutti questi non godono di autonomia amministrativa ed i casali, in particolare molto diffusi nella provincia napoletana, sono centri a carattere agricolo e la popolazione residente nell’area dei casali, oltre che per relazioni di tipo economico, intrattiene legami con il vicino Comune anche per assolvere le proprie pratiche amministrative.

 

In genere le Provincie preunitarie sono territorialmente poco più piccole delle attuali Regioni italiane ma leggermente più vaste delle attuali Provincie. La primaria autorità di ogni Provincia è l’Intendente obbligato a tutelare i Comuni ed i pubblici stabilimenti e di provvedere all’arruolamento per l’esercito. L’Intendente è coadiuvato da un “Segretario Generale” che ne fa le veci in caso di assenza o di impedimento. E’ poi assistito da un Consiglio d'Intendenza, composto da cinque o quattro o tre individui per cui l’Intendenza è di prima o seconda o terza classe, preseduto dall’intendente stesso o dal consigliere più anziano. Ogni Provincia è poi rappresentata da un Consiglio Provinciale che ne regola gli interessi e si riunisce una volta l’anno dopo la chiusura dei Consigli Distrettuali.

Questo consiglio è composto da 20 o 15 membri proposti dai Comuni della Provincia e nominati dal sovrano; è un organo deliberativo ed ha un proprio bilancio. Nel regno borbonico ci sono 15 Provincie continentali, al di qua del Faro, e 7 Provincie insulari, al di là del Faro.

 

Ogni provincia è suddivisa in Distretti, e nel regno ci sono 53 Distretti continentali e 24 Distretti insulari. In ciascuno dei Distretti di cui si compongono le Provincie, escluso quelli in cui risiede l’Intendente, vi è un Sottintendente, coadiuvato da una Segreteria di Sottintendenza, e un Consiglio Distrettuale composta da dieci consiglieri e un Presidente.

Esso rappresenta il Distretto e ne propone i bisogni ed i mezzi di miglioramento al Consiglio Provinciale.

 

Ogni Distretto è suddiviso in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente che sono definiti Circondari. Il Circondario rappresenta una istituzione intermedia fra i Distretti e i Comuni, ma non è un vero e proprio ente amministrativo; costituisce l'ambito territoriale di gravitazione di una città o di competenza di un ufficio che può essere giudiziario, scolastico o finanziario.

 

A loro volta i Circondari sono costituiti dai Comuni, l'unità di base della struttura politico-amministrativa del Regno delle Due Sicilie.

A questi ultimi possono far capo i casali, centri a carattere prevalentemente rurale.

I Comuni si distinguono in tre classi a seconda della diversa rendita o popolazione che vi risiede. La loro economia è regolata da un Decurionato, un Sindaco e due Eletti. Il Decurionato è preseduto dal Sindaco e rappresenta i Comuni componendosi di un individuo ogni tremila abitanti, nei Comuni di prima e seconda classe, ma il numero dei Decurioni non può eccedere i trenta; gli altri Comuni hanno tra otto o dieci Decurioni.

Il Sindaco è la principale autorità ed il solo amministratore del suo Comune; opera col consiglio del Decurionato e degli Eletti. Esercita anche funzioni di Ufficiale di Stato Civile e di Polizia Giudiziaria ove non esiste il Giudice di Circondario.

Dei due Eletti il primo attende alla polizia urbana e rurale ed ambedue assistono il Sindaco come farebbero oggi i moderni assessori. Diversa amministrazione hanno invece le grandi città del Regno come Napoli, Palermo, Messina e Catania.

 

La riforma napoleonica comporta per la Provincia di Terra di Lavoro un ridimensionamento territoriale rispetto al precedente Giustizierato. Viene, infatti, sancita l'istituzione della Provincia di Napoli, voluta per dare alla capitale del Regno un proprio territorio di riferimento [4].





Diversi comuni attraversati dai Regi Lagni, i Campi Flegrei, la città di Napoli, l'area vesuviana e la penisola Sorrentina sono staccati dalla Terra di Lavoro per essere inclusi nella nuova unità amministrativa, unitamente ai Comuni di Gragnano, Lettere, Pimonte, e Casole, distaccati dalla Provincia di Principato Citra.

Questa nuova Provincia comprende, fin dall’istituzione del 1806, i distretti di Napoli, di Pozzuoli e di Castellammare. In seguito Gioacchino Murat, con il Decreto n. 271 del 28 gennaio 1809, istituisce anche il Distretto di Casoria.

Nell’ambito della suddetta divisione amministrativa la città di Pozzuoli è dunque capoluogo del Distretto che praticamente comprende tutti i Campi Flegrei e le adiacenti isole [5].

 


I Circondari del Distretto di Pozzuoli sono inizialmente cinque, per diventare poi sei nel 1853 con il distacco di Ventotene da Ischia e, subordinatamente, Pozzuoli è anche capoluogo di Circondario.

Nel dettaglio sussistono:

 

-      Circondario di Pozzuoli: esso comprende il Comune di Pozzuoli con il Casale di Bacoli e l’Isola di Nisida; il Comune di Pianura, dal 1926 quartiere di Napoli; il Comune di Soccavo, dal 1926 quartiere di Napoli.

 

-      Circondario di Marano: esso comprende il Comune di Marano con il casale di Quarto, che con decreto legislativo del 5 febbraio 1948 diventa Comune autonomo per scorporo dal Comune di Marano; il Comune di Chiaiano con i Casali di Santa Croce, Polvica e Nazaret, dal 1926 tutti quartieri di Napoli. Significativa una vecchia lapide esistente in località Nazzaret che spiegava che la zona era una frazione del Comune di Chiaiano, Circondario di Marano, Collegio Elettorale di Chiaia, Distretto di Pozzuoli. Provincia di Napoli [6]. 

 


-      Circondario di Procida: esso comprende il Comune di Procida ed il Casale di Monte di Procida, dal 27 gennaio 1907 Comune autonomo per distacco amministrativo da Procida.

 

-      Circondario di Ischia: che comprende il Comune di Ischia con i Casali di Campagnano, Chiomano, Vatoliere e Villa de’ Bagni; il Comune di Barano con i Casali di Moropano e Pieio; il Comune di Serrara con il Casale di Fontana; il Comune di Testaccio. Testaccio, oggi frazione del Comune di Barano, ha avuto in passato una diversa caratterizzazione amministrativa, prima come Casale aggiunto nell’Università del Terzo (1795) e poi dal 1806 al 1879 come Comune autonomo [7].

 


-      Circondario di Forio: che comprende il Comune di Forio con il Casale di Panza; il Comune di Casamicciola; il Comune di Lacco.

 

-      Circondario di Ventotene: che comprende il Comune di Ventotene e l’Isola di Santo Stefano. Questo Circondario è istituito con decreto del 21 settembre 1853 quando Ventotene è distaccata dal Circondario di Ischia ed elevata al rango di capoluogo di Circondario.

 

A differenza di Pozzuoli, che di già gode piena autonomia amministrativa per la esistente libera Università, le altre località del Distretto Flegreo per la prima volta acquisiscono autonomia affrancandosi dal millenario infeudamento.

Così pure l’intera isola d’Ischia si emancipa dalla tutela dei nobili patrizi ed eletti della Fedelissima Regia Città d’Ischia; spariscono le università del Terzo, le Città, i Casali, le Terre.

Fin dal 1806 è divisa in sette Comuni ed i centri principali capi luoghi di Circondario, poi di Mandamento, sono Ischia e Forio. Al primo Comune vengono aggregati quelli di Barano, Testaccio, e Serrara-Fontana; all’altro di Forio quelli di Casamicciola e Lacco Ameno.

Ogni comune isolano diventa indipendente, sottoposto al Sotto-Prefetto di Pozzuoli per il ramo interno amministrativo e di polizia, quindi aggregati alla Provincia di Napoli.

 

Con l'occupazione garibaldina, e l'annessione al Regno di Sardegna, nel gennaio 1861 si introduce l’ordinamento amministrativo del Piemonte, promulgato il 23 Ottobre 1859 e poi modificato da quello Italiano pubblicato il 20 Marzo 1866.

Con decreto luogotenenziale, subito dopo l’impresa dei Mille, sono nominati i nuovi sindaci di tutti i comuni del Distretto di Pozzuoli [8].



Con questo ordinamento restano in vita le Provincie, che subiscono varie modifiche territoriali; i Distretti sono rinominati Circondari ed i vecchi Circondari sono rinominati Mandamenti che però hanno principalmente una funzione giudiziaria.

Pertanto il vecchio Distretto di Pozzuoli, ora rinominato Circondario, viene ad essere costituito da sei mandamenti che comprendono i seguenti comuni:

-      Mandamento di Pozzuoli: Pozzuoli, Soccavo, Pianura:

-      Mandamento di Ischia: Ischia, Barano, Testaccio (fino al 1879), Serrara Fontana;

-      Mandamento di Ventotene: Ventotene;

-      Mandamento di Forio: Forio, Casamicciola, Lacco Ameno;

-      Mandamento di Procida: Procida;

-      Mandamento di Marano: Marano, Chiaiano.

 

A fine ottocento su 81.000 abitanti del Circondario di Pozzuoli ben 44.000 abitano in otto comuni isolani, compresa Ventotene, e 37.000 abitano in cinque comuni del continente. Questi dati ben evidenziano la prevalente economia marittima dell’intera circoscrizione amministrativa.

 Questo ordinamento dura fino al 1926 quando, nell’ambito della riorganizzazione della struttura statale voluta dal regime fascista, tutti i Circondari italiani sono aboliti con contestuale aumento del numero delle Province.

Pertanto nel 1927 il territorio di Pozzuoli è assorbito dalla provincia di Napoli di cui ancora oggi è parte integrante come ordinamento statale [9].



Sono però scomparsi gli organi politici elettivi e le vecchie province, almeno le maggiori, sono ora indicate come “Città Metropolitane”.

  

P.S. - Notizie e illustrazioni tratte da Wikipedia

GIUSEPPE PELUSO – APRILE 2022


domenica 22 giugno 2014

Mela Annurca









Mela Annurca
La Mala Orcula di Plinio


Nel 1950 Giuseppe Fiorito pubblica l’opuscolo “Annurche e Sergenti nei melai della Campania” incentrato proprio sull’annurca, la “regina delle mele”. Sfogliando questo opuscolo si comprende subito che l’annurca non è una mela qualsiasi, ma un vero e proprio capolavoro, risultato della grande  cura mostrata nei confronti di questo frutto dagli agricoltori.
La mela “annurca” è senza dubbio il frutto che maggiormente caratterizza la “Campania Felix”, anche perché fortemente legata a questa regione da tempi remotissimi; almeno da due millenni, come dimostrano i dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano ed in particolare nella Casa dei Cervi.
Le sue origini così come riporta Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio e Comandante della flotta tirrenica di stanza a Miseno, sono nella campagna puteolana, considerata all’epoca sede eletta degli Inferi. Proprio per la sua provenienza Plinio, nella sua “Naturalis Historia”, la chiama la “Mala Orcula”, in quanto prodotta intorno all’Orco (oltretomba, inferi). Da qui i nomi di “anorcola” e poi “annorcola” utilizzati nei secoli successivi fino a giungere al 1876, quando il nome “annurca” compare ufficialmente nel “Manuale di Arboricoltura” del botanico Giuseppe Antonio Pasquale.
Nel 1583 il filosofo e commediografo Gian Battista della Porta (la cui fama è tale che verso la fine del XVI secolo si dice fosse ritenuto, insieme ai bagni termali di Pozzuoli, la principale attrazione per i visitatori di Napoli) nel suo “Pomarium”, nel descrivere le mele che si producono a Pozzuoli cita testualmente “… le mele che da Varrone, Columella e Microbio sono dette orbiculate, provenienti da “Puzzoli”, hanno la buccia rossa, da sembrare macchiate nel sangue e sono dolci di sapore, volgarmente sono chiamate Orcole…”. 
Della Porta cita il letterato romano Marco Terenzio Varrone (116 a.c. – 27 a.c.) che nasce a Rieti dove è educato con disciplina e severità dai familiari di nobili origini. Varrone ha rilevanti proprietà terriere in Sabina ed altre zone, che poi integra con l’acquisto di lussuose ville nella nostra terra flegrea, a Baia. Nel suo “de re rustica”  elogia l'agricoltura nelle sue varie forme; sia da un punto di vista economico ma anche per il piacere che da essa si ricava. L’opera di Varrone è divisa in tre libri, di cui il primo “de agricoltura”, dedicato alla moglie, tratta dell’amministrazione delle proprietà terriere, dai piccoli campi alle grandi “villae”. Il secondo libro “de re pecuaria”, dedicato all'amico Turranio Nigro famoso allevatore, tratta dell’allevamento degli armenti e della pastorizia. Il terzo libro “de villatica pastione” o “de villaticis pastionibus”, dedicato all’amico Quinto Pinnio, tratta degli altri animali allevabili nelle grandi “villae”. L'opera si colloca nell'emergente crisi agricola nella Roma post-guerra civile; ed a tale scopo intende fornire consigli che possano ottimizzare la resa dei terreni, allora coltivati con metodi estensivi e in verità poco fruttuosi.
Della Porta cita anche Lucio Giunio Moderato Columella (4 d.c – 70 d.c) altro scrittore romano di agricoltura che dopo la carriera nell'esercito incomincia l'attività di fattore. Il suo trattato “De re rustica”, in dodici volumi, rappresenta una delle maggiori fonte di conoscenza circa l'agricoltura romana. Suo zio Marco Columella, da lui definito "un uomo astuto ed uno splendido fattore", ha condotto esperimenti vari a livello zoologico, tra cui anche incroci di specie, ed influenza molto gli interessi del nipote. Columella possiede fattorie in Italia e parla più volte della propria esperienza pratica in agricoltura.
Nei secoli la mela annurca si sposta dall’agro puteolano, suo luogo di origine, ed approda in terre dove le caratteristiche del frutto si esaltano; prima nell’area aversana ed esattamente nel “quadrilatero” al confine tra Sannio e Caserta, poi via via nel Nocerino, nell’Irno, nel Picentino e successivamente nell’Alto Casertano.
L’annurca non va semplicemente raccolta, ma va trattata e selezionata perché la maturazione del frutto non avviene sulla pianta; i pomi vanno raccolti ancora acerbi. E non per un semplice cruccio degli agricoltori, bensì per un motivo ben preciso; il peduncolo, particolarmente corto e che va in genere dai 7 ai 14 millimetri, si mostra poco resistente e non garantisce la completa maturazione sugli alberi.
La raccolta avviene nei primissimi giorni del mese di ottobre; le mele vanno messe in apposite ceste per poi essere delicatamente trasportate nei “melai”, il luogo dove avviene la successiva maturazione. I frutti vanno raccolti con il bel tempo, in condizioni di asciutto e non devono essere bagnati nemmeno di rugiada. Ovviamente la raccolta dei frutti dalla pianta viene effettuata a mano, così come l’intero processo lavorativo che avviene nei “melai”.
Il melaio, composto da piccoli appezzamenti di terreno di larghezza non superiore ad un metro e mezzo, è sistemato adeguatamente in modo da evitare ristagni idrici. Vi vengono costruiti dei veri e propri letti formati da materiale soffice vario (paglia, aghi di pino, trucioli di legno,…). Fino a pochi decenni addietro venivano impiegati i cosiddetti “cannutoli”, le parti di minor pregio che derivavano dalla lavorazione della canapa, una fibra tessile che si ottiene da una pianta erbacea annua, particolarmente diffusa nella terra campana. Fino alla metà degli anni Sessanta la Campania, insieme all’Emilia Romagna, produce la quasi totalità di canapa che in quel periodo viene prodotta in Italia.
Percorrendo le strade che congiungono i centri di Valle di Maddaloni con Dugenta e Sant’Agata dei Goti nel periodo ottobre - novembre si resta particolarmente colpiti dal “rossore” che questi frutti vanno acquistando adagiati sui morbidi “letti”. I melai donano una colorita vivacità a questo angolo della campagna che va abbandonandosi al riposo invernale.
Sui “letti” vengono adagiate soltanto le mele sane, indenni da attacchi parassitari e prive di residui antiparassitari e di sapori estranei. I frutti sono disposti su file, esponendo alla luce la parte meno arrossata. Per la protezione dall’eccessivo irraggiamento solare e da eventuali intemperie climatiche i melai sono coperti da appositi teli; una volta venivano impiegate a questo scopo delle frasche, generalmente di castagno. Altra precauzione è quella di innaffiare le mele nelle ore serali, una pratica che fa sì che i frutti non perdano parte della percentuale d’acqua contenuta all’interno evitando, quindi, la possibilità di raggrinzimento del frutto, e nello stesso tempo rallenta la maturazione mantenendo più bassa la temperatura.
In genere la maturazione ottimale delle annurche arriva a  metà dicembre, in tempo per il periodo natalizio; non a caso costituiscono il modo migliore con cui in Campania terminano i luculliani pranzi delle feste legate all’Avvento.
Dalla raccolta al termine dell’arrossamento le mele vengono girate (“passate”) diverse volte, in media ogni 8 -15 giorni, a seconda dell’andamento climatico. Ed ogni volta si esegue anche lo scarto dei frutti intaccati o marciti. La faticosa pratica per la maturazione e il laborioso processo per l’ottimale conservazione presentano notevoli costi di produzione rispetto alle mele che finiscono sul mercato subito dopo la raccolta; un punto certamente a sfavore per il posizionamento di questi pomi che, nonostante ciò, vede allargarsi la platea dei consumatori, oltre a quelli campani e laziali che da sempre apprezzano questo frutto.

AnnaMaria D’Isanto racconta: L'annurca e' la regina delle mele. Ha rischiato l'estinzione per l'incapacita' nostrana di valorizzare le nostre eccellenze. Ora abbiamo le melinde, le fuji......., ma non hanno le qualita' della nostra annurca. Papa' e mamma  mi dicevano "Per individuare l'annurca guarda bene il buco dove c'e' il peduncolo, deve essere ben profondo, altrimenti si tratta della sergente che e' una varieta' inferiore".
Antonella Marotta  riferisce che comunque le sergenti erano squisite, succose e croccantissime. Così continua: Le annurche erano, a casa mia, la mano santa per decotti e per la nutrizione dei bambini e grattugiate ai vecchietti. Che bontà, mio padre le prendeva in campagna e non mancava mai una cassetta di sergenti e annurche fuori al balcone. Il nostro snack.

AnnaMaria D’Isanto rincalza: E' vero, le sergenti non mancavano mai per fare i decotti specialmente d'inverno mattina e sera. E che dire al forno con lo zucchero "una bonta'! Anche ai piccoli si facevano grattugiate durante lo svezzamento! Ricordo quando si andava in vacanza me le portavo per i miei bambini…

Sibilla racconta: Mia Madre faceva il decotto di mele annurche per curare catarri e raffreddori: Mele spaccate, fico secco, lauro... cottura lenta per ore,  poi lo sciroppo veniva dolcificato e te l'aviva bevere,,,senò erano mazzate, però poi, ù catarr, spariva come per magia! Io lo faccio ancora!
Eppure stiamo parlando di un frutto che ha rischiato addirittura di scomparire; l’annurca, particolarmente consumata fino al periodo del secondo conflitto bellico mondiale, nei decenni Cinquanta - Sessanta era finita ad occupare un ruolo veramente marginale, presa d’assalto dalle “nuove mele”, soprattutto quelle che arrivavano dal Nuovo Continente, più “belle” e soprattutto di più facile produzione.

Negli ultimi anni, poi, la rivincita; questo frutto, contrariamente al passato di defilippiana memoria, non finisce come cibo per i maiali. Anzi, come spesso succede nelle favole a lieto fine, ha conquistato le tavole dei buongustai più esigenti, tanto che oramai in riferimento alla mela annurca si usa contraddistinguerla con la definizione di “regina delle mele”; inoltre essa si fregia del marchio “IGP” (Indicazione Geografica Protetta).
Eppure a guardarla non si direbbe. Tra le tante mele che espongono i banchi frutta dei supermercati, l’annurca è quella che a vista si presenta come la meno bella, molto piccola, poco accostabile alle tipologie dalle grandi dimensioni e dalle bucce lisce e lucidissime. Ma per coloro che riescono ad andare oltre l’apparenza ecco aprirsi un ventaglio gustativo senza confronti; dolce, succosa, aromatica, piacevolmente acidula e soprattutto con la particolarità di mantenere per lungo tempo queste unicità organolettiche.
Giuseppe Peluso

martedì 23 aprile 2013

Annibale in Parlamento






Annibale in Parlamento
Hamae oggetto di una interrogazione

L’attuale legislatura volge al termine ed a breve saremo chiamati ai seggi elettorali. Siamo in tempo per riportare un episodio parlamentare che ha riguardato il nostro patrimonio archeologico. Vicenda che, come vedremo, ha come protagonisti una deputata, un ministro ed un famoso generale cartaginese. In questo episodio si nota la completa assenza o compartecipazione di rappresentanti politici locali ed i “lapsus” dei protagonisti sono giustificati dalla condizione di non essere flegrei.

Mercoledì 23 marzo 2011, nella seduta n.451 della Camera dei Deputati, Elisabetta Zamparutti presenta la seguente interrogazione al Ministro per i beni e le attività culturali:
“Premesso che da un articolo pubblicato su “corriere.it” si apprende che l'antica dimora flegrea di Annibale a Pozzuoli versa in uno stato di forte degrado essendosi trasformata in una discarica con tavoli, bottiglie di plastica, ombrelli, vetro, sedie e pattume vario;  corrose dagli agenti atmosferici e sorrette da tubi innocenti in parte piegati, le tettoie indicano che su quel terreno, nel bel mezzo di palazzine tutte uguali, qualcosa di prezioso è venuto alla luce e si è pur cercato di tutelare. Era il periodo dell'emergenza bradisismo e durante gli scavi per la realizzazione delle palazzine popolari nei primi anni '80, un'interessante scoperta archeologica riportò alla luce gli antichi resti di una villa rustica romana di notevole estensione. L'area, sottratta all'edilizia popolare e sottoposta alla tutela della soprintendenza, restituì interessanti cisterne, gli interni di una villa realizzati in opus reticolarum e preziosi mosaici che si cercò di tutelare realizzando opportune coperture. Poi la cattiva gestione, l'abbandono e l'incuria che caratterizza spesso i quartieri periferici, ha fatto di quest'interessante sito archeologico una vera e propria discarica a cielo aperto, dove viene gettato di tutto. Si desidera sapere se corrisponda al vero quanto riferito in premessa e quali misure si intendano adottare a tutela dell'area.”
Il nostro primo personaggio, l’Onorevole Elisabetta Zamparutti, è nata a Cermes (Bolzano) il primo ottobre dell’anno 1964 ed è laureata in giurisprudenza. E’ una dirigente del Partito Radicale e dell'associazione “Nessuno tocchi Caino”. E’ stata eletta in Basilicata nelle liste (bloccate) del Partito Democratico nel corso delle politiche del 2008 ed è componente della “VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici”.

Solo lunedì 12 settembre 2011, dopo vari solleciti, arriva la risposta del competente Ministro Giancarlo Galan che riferisce:
“Con riferimento all'interrogazione in esame, si rappresentano i seguenti elementi, pervenuti dalla competente Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Si precisa, anzitutto, che non è suffragata da alcun elemento scientifico l'ipotesi che ritiene che nel territorio di Pozzuoli, in località Monteruscello, sia stata ubicata l'antica Hamae, santuario e non casa, presso il quale Annibale si fermò per fare sacrifici e dove combatté contro i romani nel suo percorso verso Roma. Dopo l'ultima grave crisi bradisismica degli anni 1883-1884, la stessa località fu prescelta per realizzarvi il nuovo insediamento destinato ai puteolani rimasti senza alloggio; nel corso dei lavori, grazie ad una serie di indagini preliminari richieste dalla soprintendenza si rinvennero, in alcune zone, resti di strutture di età romana pertinenti per lo più a ville residenziali, ma anche rustiche, spesso dotate di una piccola necropoli che, in antico, occupavano la piana di Monteruscello, terreno agricolo attraversato da un diverticolo della via Campana collegante Puteoli a Cuma. Le aree archeologiche furono estrapolate dal progetto per la realizzazione delle palazzine, recintate e vincolate, provvedendo in più casi anche alla realizzazione delle necessarie coperture, ancorché a carattere provvisorio. La proprietà dei suoli è tuttavia rimasta in capo al comune di Pozzuoli che, per legge, è tenuto ad assicurare la dignità ed il decoro dei beni vincolati che, purtroppo, oltre ad essere infestati dalla vegetazione spontanea, vengono usati dai residenti come discariche di rifiuti anche se, soprattutto nei mesi estivi, gli stessi residenti reclamano i necessari interventi di pulizia e diserbo delle aree vincolate, che vengono condotti dal comune sotto il controllo di personale della competente soprintendenza. Più volte la stessa soprintendenza ha evidenziato la necessità di effettuare, nei vari lotti, puntuali campagne di scavo e restauro archeologico per il recupero e la valorizzazione delle strutture che, peraltro, costituiscono i pochi polmoni di verde dell'intero insediamento, ma il comune ha sempre rappresentato di non avere a disposizione i fondi necessari.”
Il nostro secondo personaggio, l’onorevole Giancarlo Galan, è un politico italiano nato a Padova il 10 settembre 1956, laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova e Master alla Bocconi di Milano. Già Presidente della Regione Veneto e poi membro del Governo Berlusconi con ultimo incarico quale Ministro per i Beni e le Attività Culturali.
Da questa interrogazione parlamentare apprendiamo che l’onorevole Elisabetta Zamparutti, che risulta essere uno dei deputati più presenti in parlamento ed attiva anche nel campo della salvaguardia dei beni ambientali, ricerca in rete delle notizie che possano dargli spunti ad interpellanze e ben ne trova sul sito del “corriere.it”. La notizia, che seppure enfatizzata non rileva importanza agli occhi dei nostri rappresentanti locali, parla della presunta dimora flegrea di Annibale. Apprendiamo pure che il Ministro Giancarlo Galan per la risposta chiede delucidazioni alla competente Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Quest’ente precisa che non è suffragata da alcun elemento scientifico l'ipotesi che nel territorio di Pozzuoli, in località Monteruscello, sia stata ubicata l'antica Hamae. Comunque la suddetta Soprintendenza tiene a precisare che trattasi di santuario, e non casa, quello ubicato ad Hamae dove si sarebbe recato Annibale.
Ecco allora spuntare il nostro terzo personaggio, Annibale Barca, nato a Cartagine nel 247 a.C. e morto a Libyssa nel 182 a.C, che fu un politico e condottiero cartaginese famoso per le sue vittorie durante la Seconda Guerra Punica combattuta contro Roma.
L’interrogazione parlamentare ha comunque rispolverato una non risolta disputa per cui dobbiamo avventurarci in un argomento affascinante ma complesso. Pertanto ci appoggiamo a quanto riferisce Alberto Perconte Licatese nel suo ottimo “Capua Antica” che a tutti consigliamo  di leggere.
Da questo emerge che Hamae, luogo in cui insiste il santuario federale delle città campane in età sannitica, di­sta, a detta di Livio, tre miglia da Cuma e tre miglia da Liternum. L’ubicazione del tempio, di indiscussa pertinenza capuana sin dal­l’epoca etrusca, fa pensare ad un’influenza di Capua sul territorio cu­mano e questo porta ad un’epoca successiva al 524 a.C. Anno questo che vede, in seguito all’attacco sferrato dagli Etruschi e respinto dai Cumani, un certo ridimensionamento del territorio controllato dalla co­lonia greca a vantaggio di Capua. Potrebbe anche darsi che il santuario, posto in zona di frontiera tra le due civiltà, si configurasse quale luogo di integrazione tra le etnie greca ed etrusca, ipotesi suffragata dal fatto che, in quanto tale, esso nel 71 a.C. è ancora molto attivo per il culto di “Iuno Gaura” (Giunone). Questo è attestato da una epigrafe di Capua che denuncia con chiarezza un culto prettamente lo­cale (forse il ricordo di un’antica divinità indigena o ellenica), non avendo mai la Giunone romana potuto recare un epiteto che, con tutta evidenza, possa riferirsi al Monte Gauro dei Campi Flegrei.
Il monte, con i suoi 336 metri d'altezza domina il golfo di Pozzuoli, ed i greci lo appellano “Maestoso”. Probabilmente sulla sua cima si eleva il Tempio Sacro di Apollo, descritto da Virgilio presso il bosco di Trivia, sorella del dio. Fin da tempi remoti sono legati al Gauro memorie di pratiche religiose e con l’avvento del cristianesimo non sono mancati conventi e cappelle su questo rilievo ora chiamato “Barbaro”.
Dopo le grandi battaglie del Trasimeno e di Canne (217 e 216 a.C.), Roma ha tremato vedendo i suoi eserciti distrutti ed Annibale baldanzoso percorrere la penisola. Ma Roma è tenace; appresta nuove armate e contrasta ovunque può i passi del Cartaginese.
Livio racconta che nella prima­vera del 215 a.C. si riuniscono ad Hamae, come ogni anno in quella stagione, tutti i Campani alleati di Annibale, per celebrare di notte un sacrificio periodico con riti dedicati a Cibele, la Grande Madre, dea della natura.
In quell’occasione i Capuani cercano di attirare in un tranello i Cumani, rimasti fedeli a Roma, con il pretesto della celebrazione e per concordare un piano d’azione comune contro Annibale. I Cumani, però, intuiscono  l’inganno e chiamano il console Tiberio Sempronio Gracco e le sue legioni in loro aiuto. Ancora Livio racconta che il console Gracco penetra di notte nell’accampamento capuano e fa strage dei nemici, rientrando, poi, a Cuma per prevenire un eventuale contrattacco di Annibale, accampato sul Tifata, sopra Capua.
Annibale, infatti, appena ha notizia dell’accaduto, viene ad Hamae, ma trova già il campo abbandonato dai nemici. In un primo momento desiste dall’assalire Cuma, poi torna con macchine da guerra; ma l’assalto si traduce per lui in un disastro, perché i Romani riescono a dar fuoco alle macchine e, con una felice sortita, uccidono circa 1300 cartaginesi e 59 ne fanno prigionieri. Annibale attende invano che il console Tiberio Sempronio Gracco venga fuori per una battaglia campale, ma infine, non potendo aver ragione delle solide mura cumane ne di quelle di Puteoli, se ne torna sul Tifata.
E’ una delle prime sconfitte di Annibale ed ha un grosso peso nel cambiare la sorte della guerra punica. Da allora Cuma e Puteoli si servono della lingua latina nei loro atti ufficiali e sono fedeli alleate di Roma di cui diventano “municipium”.
Ritornando alla iniziale interrogazione parlamentare siamo consapevoli dell’effettivo degrado in cui versano i riferiti resti archeologici, che pur andrebbero salvaguardati, e ben sappiamo che detti siti di Monterusciello non rappresentano le spoglie dell’antica Hamae.
Il santuario di Hamae si innalzava alle pen­dici del Gauro; se non in zona Torre Santa Chiara, come afferma il Perconte, probabilmente in località Torre San Severino, come affermano in molti.
Siamo comunque in territorio flegreo e poche centinaia di metri in più o in meno non possono impedirci di annoverare Hamae tra i luoghi della nostra memoria, al pari Misenum, Bauli, Quartum, Agnanum, Baiae, Cumae e Puteoli.
  

Bibliografia
www.camera.it - Camera dei deputati - Deputati e Organi Parlamentari
Alberto Perconte Licatese – Capua Antica – Edizioni Spartaco
Selene Salvi e Daniela Marra - Gruppo di studio "Alessandra"



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 26 gennaio 2013

lunedì 16 aprile 2012

Passeggiata Ottocentesca














SETTIMA PASSEGGIATA

L’attuale empio progetto di una discarica in zona “castagnaro” contrasta vivamente con la bellezza di questi luoghi che sempre sono stati meritevoli di venerazione. A tal proposito mi pregio riportare la sconosciuta pagina del diario di una ottocentesca escursione in questi siti.
Nel 1888 il Ministro della Pubblica Istruzione ingiunse che gli alunni dei Regi Licei dovessero, nei giorni di vacanza, esercitarsi in passeggiate ginnastiche per le quali è riconosciuta l’utilità e per lo sviluppo delle forze fisiche e per le cognizioni che acquistano i giovani specialmente di Archeologia e di Scienze Naturali. In omaggio a tale provvida disposizione del Ministro, durante l'anno scolastico 1888-89, gli alunni del Regio Liceo Antonio Genovesi di Napoli ebbero a compiere parecchie gite sempre guidati dal Preside o da altri Professori. Di tutte queste escursioni furono fatte minute relazioni dagli alunni medesimi, per cura del Prof. Vincenzo Campanile.
Oggi trascrivo la loro settima passeggiata, interessante per la descrizione che se ne fa sia del Gruppo del Gauro sia della Piana di Quarto, non senza aggiungere che per il Preside, Dott. Angelo Ferrari, l’ordine e la disciplina, anche in questa passeggiata, furono pienamente mantenuti, e non ebbe a deplorarsi inconveniente alcuno.



Settima Passeggiata - Domenica 10 Febbraio 1889.“La gita, che troverete da me descritta, o colleghi, sono sicuro, che vi riuscirà poco dilettevole, e perché avete innanzi letto descrizioni fatte da giovani bravi, e perché il cattivo tempo non ci permise di ammirare quei quadri, che ci aspettavamo. Pur tuttavia, facendo a fidanza con la vostra indulgenza, mi accingo a scrivere, nella speranza di gettare un po' di luce negli animi di coloro, che non hanno ancora compreso l'importanza dell'alpinismo, ed i vantaggi fisici e morali, che la nobile passione arreca.
Alle 6 e 3/4 del mattino era stabilita la nostra posta in Piazza del Plebiscito, per prendere il tram a vapore in partenza alle 7 e 10 minuti per Pozzuoli. La sera precedente il tempo cominciò a mostrarsi brutto, quasi in segno di minaccia, per farci desistere dalla risoluzione presa. Andai a letto, con la speranza di trovare all'indomani tempo migliore. La notte piovve dirottamente. Alle 5 e 3/4 il mio orologio a sveglia mi avvisava ch'era tempo di alzarmi. Il mio primo pensiero fu di correre al balcone, ma il tempo era pessimo, la pioggia veniva giù a catinelle. Mi vestii in fretta, mi armai del mio “alpenstok” e corsi alla Piazza Plebiscito. Trovai il Prof. Campanile, che dirigeva la gita, i due figli di lui Adolfo ed Arturo, Giuseppe Giordano e Francesco Cirillo. Il cattivo tempo aveva fatto disertare gli altri. La pioggia era cessata; ed il largo S. Ferdinando, a quell’ora così mattutina, era deserto. Solo di tratto in tratto si vedeva correre qualche vettura da nolo, ma spariva subito, come il lampo. Alle 7 e 10 il tramway si mise in moto, e la pioggia ricominciò con più costanza di prima. Pareva, che il fato congiurasse contro la nostra passeggiata. Alle 8, giungemmo a Pozzuoli e, provvedutici della colazione, c’incamminammo subito per la via Campana, la quale, traversando il piano di Quarto, conduce a Qualiano e poscia a Giugliano. Appena usciti dalla città, come se non fosse bastata la pioggia, si aggiunse anche la neve, ed un penetrante venticello di tramontana si faceva sentire fin nelle ossa. Tutte queste difficoltà non ci sgomentarono, e seguimmo allegri la nostra via. Lo spettacolo della neve è raro tra noi, e quando ci è dato di ammirarlo, ci riesce sempre piacevolissimo. In campagna poi desta entusiasmo. Dopo ½ d'ora di cammino, lasciammo la via carrozzabile, e c'inoltrammo in un viottolo fangoso, ove appena si poteva camminare per uno. In mezz'ora, seguitando sempre la nevicata, giungemmo al cratere di un vulcano spento, denominato il Campiglione. Le terre di Pozzuoli sono quasi tutte vulcaniche, ed anche oggi ne abbiamo prove abbastanza valide per dimostrarlo. Noi ci trovavamo appunto nel cratere di un antico vulcano, come ho detto di sopra. Esso ha la forma di un tronco di cono; la circonferenza superiore più grande della inferiore è divisa in due archi da una sella dirimpetto alla porta d'entrata per mezzo della quale vien distinta la parete destra col nome di Monte Corbara (m.315) e l'altra a sinistra con quello di Monte Barbaro (m.320). La pioggia intanto era finita, e solo rimaneva qualche bianca nube sull'orizzonte e un poco di nebbia, che copriva le pianure. Ci avviammo per un ripido sentiero a destra, che si svolge nella parte interna del cratere, ma, non potendo vedere il panorama esterno, deviammo dopo 15 minuti per una gola, e guadagnammo un bellissimo viottolo, dal quale, ci diceva il Prof. Campanile, con tempo sereno si scorge una veduta estesissima. Il cattivo tempo cessato un pochino, ci permise di ammirare poche montagne, tutte coperte di neve e le colline, che si alternavano a larghi tratti di pianure, coperte da nebbie. Il piano di Quarto, estesissimo, si spiegava ai nostri piedi. Indi continuammo il cammino, e man mano che salivamo , allargandosi la visuale, il panorama si faceva sempre più bello. Un fremito di gioia e d‘impazienza, un desiderio vivissimo di visitare quelle contrade, alle quali la natura era stata prodiga di tante bellezze occupava tutti noi; ed avremmo preferito le mille volte di ascendere su quelle montuose cime, anziché fare quella piccola passeggiata. E noi ci beammo di questa veduta, finché entrati in un boschetto la perdemmo, ed in cambio dovemmo pensare ad afferrarci a qualche tronco di albero per non sdrucciolare, a saltare siepi per rintracciare un sentiero. Dopo tre quarti d'ora di questa bellissima ginnastica, senza che ce ne fossimo accorti, fummo sull'altura. Un altro breve tratto ci separava dalla vetta più alta, la quale fu raggiunta di corsa da tutti. Quivi trovammo una vecchia casa disabitata. Sebbene ci fossimo pervenuti ad un' altezza abbastanza modesta, pure il panorama era bellissimo. I nostri polmoni respiravano aria più pura, i nostri occhi spaziavano in un vasto orizzonte, noi ci sentivamo beati. Di fronte avevamo il mare ampio, mugghiante, le isole di Procida e d'Ischia col suo Epomeo, a destra il golfo di Gaeta, le cui acque lambivano il bosco di Licola; a settentrione le catene delle Mainarde e del Matese furono per un momento osservate; ad oriente il Vesuvio, S. Angelo a tre pizzi e la collina dei Camaldoli. A poca distanza da noi erano i laghi del Fusaro, di Licola e di Patria ed il Mare Morto; e poi il Monte di Procida, la collina di Cuma e quella di Capo Miseno. Assisi dietro un muro di quella vecchia casa, ammirammo per circa un'ora il bellissimo orizzonte. Alle 12 e ½ cominciammo la discesa pel versante settentrionale. Per comodo sentiero, il quale scende dolcemente fra belle campagne, in poco più di mezz'ora, ci trovammo nella via Campana, sul piano di Quarto, e poscia alla Montagna Spaccata, il punto più alto della strada. Questo luogo è cosi denominato per essere una gola, fra due colline. All'uscita, anziché seguire la strada, che conduce a Pozzuoli, volgemmo a sinistra per un'altra via che sale dolcemente attraverso basse colline, coperte di scarsa vegetazione. Costeggiando gli Astroni, dopo un'ora e quarto toccammo Soccavo; poi, saliti ad Antignano, alle 15 fummo di ritorno in Napoli.” - Michele Taglienti - Alunno della 3° liceale



Giuseppe Peluso - Quarto Magazine del Marzo 2012