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lunedì 16 marzo 2026

La Benzina di Contrabbando

  


C’era una volta a Pozzuoli …

Quando la Benzina si comprava di Contrabbando

 

In Italia il fenomeno del contrabbando di carburante, da parte dei pescatori, ha il suo apice tra gli anni '50 e la metà degli anni '80. 

Benzina e gasolio sono venduti ai pescatori, oltre che agli agricoltori ed autotrasportatori, attraverso un regime di agevolazioni fiscali, a prezzi più bassi. Si tratta di una misura statale per sostenere un settore considerato fragile e strategico. 

Per gozzi e zattarelle la spesa del carburante rappresenta una parte elevatissima dei costi operativi e, senza agevolazioni, l’uscire in mare sarebbe antieconomico; con l’intervento statale si evita il fermo delle imbarcazioni.

La pesca è vista come un'attività fondamentale per la fornitura di cibo fresco, oltre che per il mantenimento dell'occupazione nei borghi costieri.

Ogni pescatore ha diritto ad acquistare mensilmente un tot litri di carburante proporzionato alla potenza della propria imbarcazione a motore.

 

Nell’Italia del dopoguerra, come in quella odierna, aumentare le imposte sui carburanti è una della strade più veloci per realizzare facili e corposi introiti da parte dei governi.

Questo però rende allettanti gli acquisti di carburante di contrabbando venduto da quei pescatori che per necessità, o perché obbligati da malavitosi, vendono il surplus eccedente il loro fabbisogno.

Tale tipo di contrabbando diventa particolarmente attivo nel Mar Tirreno e specificatamente nei dintorni di Napoli; tra questi Pozzuoli in cui opera una numerosa flotta peschereccia.

La benzina viene dai contrabbandieri spacciata in vari luoghi della nostra cittadina:

- Nel larghetto di via Roma, proprio “rint a Torre”, che ben si presta alla sosta delle auto. Qui le taniche sono conservate nel locale terraneo ora sede di una nota agenzia di Pompe Funebri.





- Nell’appartato Borgo di “Rint ‘u Russ” in cui, si rispetta una pratica ma illegale segnaletica; si entra in senso unico dalla laterale via Boffa e si esce in via Roma. Qui agiscono più contrabbandieri e le taniche sono conservate nei numerosi “malazè” terranei.



- Nei pressi dell’Assunta a Mare sul cui sagrato i contrabbandieri agiscono come in cooperativa. In genere le taniche sono nascoste nei gavoni delle barche tirate a secco, per le annuali manutenzioni, che numerose affollano tutto il “valjone”.



-  Negli stretti vicoli tra “abbasc ‘u mar” e “arete o tram”; anche qui le taniche sono conservate nei numerosi “malazè” gestiti per lo più da residenti al Rione Terra.



- Nella storica via Napoli dove il contrabbando è svolto, seppure con discontinuità ed in certi casi per brevissimo tempo, in molteplici località; nei pressi del Ristorante “Vicienzo a mmare”, “abbasc a du Poerio”, etc. etc.

 

I pescatori puteolani possono rifornirsi di carburante presso pochi distributori esistenti lungo la costa da via Roma alla Darsena.



Ogni barca preleva, sotto la vigile presenza di un finanziere, qualche fusto di carburante (nafta o benzina); ogni fusto ha la capacità di duecento litri (ovvero 55 galloni USA). In genere il pescatore preleva più di quanto prevede di consumare e l’eccedenza sarà ceduta in vendita, direttamente oppure a terzi,  permettendogli un arrotondamento extra.

Molteplici poi i casi di barche che più non praticano la pesca ma che restano registrate come tali solo per poter prelevare a prezzo ridotto il carburante che sarà messo totalmente in vendita sul mercato illegale.

Direttamente sulle barche avviene il travaso del carburante dai grossi fusti alle “latte”, ovvero le vecchie taniche residuato bellico, da venti litri.



Poi, furtivamente perché il carburante non potrebbe essere sbarcato, le latte sono trasferite nei depositi clandestini.

Onde evitare questi traffici tutta la ripa puteolana è pattugliata, giorno e notte, da coppie di finanzieri che a piedi sorvegliano i conosciuti punti di sbarco.

Con il sole o con il freddo questi militi, con sulle spalle il vecchio fucile 91/38 con baionetta piegata, percorrono aventi ed indietro tutti i lungomari.



Spesso sono avvicinati da scugnizzi, ora della Rete di Sant’Antonio ora della Rete dell’Assunta, che li pregano di tornare indietro per dar modo ai genitori di traslocare le latte di carburante dalle barche ai depositi terrestri.

Non di rado sembra di assistere alle comiche tra il contrabbandiere Totò ed il doganiere Fernandel; entrambi debbo sopravvivere in una realtà quotidiana non ancora raggiunta dal benessere.

 

La guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, con la chiusura del Canale di Suez, non provoca in Italia una drammatica carenza di benzina ma, costringendo le navi petrolifere provenienti dal Golfo Persico a circumnavigare l'Africa, ha ripercussioni significative sulla sua quotazione. Sarà la Guerra del Kippur del 1973 che provocherà le "domeniche a piedi" e più consistenti aumenti tariffari che renderanno sempre più appetibile l'evasione fiscale.

La domanda di carburanti di contrabbando cresce anche nei paesi dell’entroterra dove viene prontamente “esportato” direttamente nei fusti da duecento litri. Due fusti sono in genere sistemati nella parte posteriore delle auto ed a questo scopo ben si prestano le Lancia Aurelia B21 dalle quali viene eliminato il lungo divano posteriore. Queste Lancia, ed in seguito le Fiat 124, sono affidate alla veloce guida di giovani “temerari” che trasportano qualche latta anche nel bagagliaio e sull’altro sedile anteriore; il tutto ricoperto con opportune incerate.

 

In quegli anni favolosi, per la giovanile età e non per altro, sono solito far immettere, nella mia Fiat 850, una “latta” dai contrabbandieri che agiscono nel borgo del rosso. Ricordo che, superato l’arco di via Boffa, sono costretto a fermarmi  dietro un auto che poi noto appartenere al padre di un mio caro amico.

Attorno a questa Opel stanno di già armeggiando questi simpatici figuri e dietro la mia 850 sopraggiunge un'altra Fiat; faccio appena in tempo a scendere che si sente gridare: “a Finanza”.

I contrabbandieri si allontanano dalla Opel e vanno a sedersi sulla lunga e sgangherata panca addossata alla caratteristica scalinata di questa corte.


 

I militi tirano fuori il loro blocco dei verbali ed iniziano a compilarlo con i dati della Opel e del suo proprietario. Bloccato tra le due auto tremo al pensiero della sanzione che mi sarà decretata, ma il papà dell’amico mi assicura: «Non preoccuparti!  A te non possono fare niente!  Invece a me è “muto”.»

Praticamente lui è stato colto con l’imbuto ancora attaccato al bocchettone di rifornimento della sua auto nel mentre non ci sono prove che io sia in quel luogo per acquistare benzina di contrabbando.

I finanzieri proseguono con il loro modulo e nella motivazione scrivono:

«Colto nel mentre riforniva di carburante la predetta auto presso contrabbandieri sconosciuti.»

A questo punto il caro conoscente sbotta:

«Come contrabbandieri sconosciuti! Eccoli là seduti! Li conoscete tutti e dovete segnare anche i loro nomi e cognomi.»

I militi si guardano tra di loro, guardano la panca, e smettono di scrivere.

«Per questa volta potete andare!»

 

Ricordo ancora un viaggio a Firenze con gli amici di sempre; utilizziamo il vecchio “Maggiolino”, appartenuto al compianto Peppe Elia, Decidiamo d’acquistare tre latte di contrabbando che, al costo di lire tremila ciascuna, richiedono uno sforzo gravoso per le nostre finanze. Due latte le facciamo versare direttamente nel vorace serbatoio ed una la stipiamo nell’anteriore cofano dove abbiamo già deposto i nostri personali ricambi.

Auspichiamo poter percorrere 900/1000 kilometri, ovvero d’essere a posto per andata e ritorno. Lungo la strada diventa però un impresa riversare quella terza latta nel serbatoio con il piccolo imbuto che ci siamo portati. Rimpiangiamo quei grossi e articolati “muti” di cui si servono i contrabbandieri e della loro forza nel sollevare una latta piena. Appena riprendiamo la via del ritorno, in piena campagna senese in direzione ’Aurelia, restiamo a secco di carburante; anche se calzini e mutande ancora diffondono il suo ricordo.

Nondimeno sappiamo che seppure le latte ci siano mostrare colme dai rivenditori, sul loro fondo è stato versato del cemento che va ad occupare un volume di tre/cinque litri che normalmente sarebbe riservato alla benzina.



Con la crisi bradisismica del 1970 la mia Famiglia per sicurezza si trasferisce a Giugliano. Ogni sera mi trattengo con gli amici in una Pozzuoli deserta e sul tardi riparto con la mia Fiat 850. In piazza un noto contrabbandiere è in cerca di un passaggio; lui è sfollato a Casoria e mi chiede d’allungarmi (son altri 30 kilometri tra andata e ritorno) lungo il famoso “doppio senso”. In auto mi dice:

«Domani passa “abbasc ‘u mar”  che ci buttiamo una latta dentro.»

L’indomani e l’indomani ancora non passo da lui ma lui viene con me.

Dopo una decina di giorni mi dirigo presso il suo “distributore”; mi faccio mettere una latta e… pago regolarmente il mio rifornimento.

 

Sono fatti così i contrabbandieri, bisogna accettarli nel bene o nel male, senza giudicarli o pretendere di modificarli; giusta la definizione di Pasquale Bruno che, su Facebook, li ricorda come personaggi “fiabeschi”.

L’amico Mimmo Conte nei suoi post scritti dalle Isole Canarie, con nostalgia aggiunge i suoi ricordi:

«Fusti … latte …  imbuti …, la mia auto camminava solo a contrabbando .... e si era talmente abituata che se mettevi la benzina super picchiava in testa ...»

 


P.S. – Sono benvenute correzioni, integrazioni ed aneddoti che possano arricchire e tramandare questi irripetibili periodi.

 

 

GIUSEPPE PELUSO – MARZO 2026 


martedì 8 ottobre 2024

Da Purificata a "A Mprefecata" ad Ambrofega

 



Tradizioni onomastiche dei pescatori puteolani di La Maddalena

Da ‘A Mprefecata ad Ambrofega

Il passo è breve. 

Un errore di trascrizione che riporta alle origini dialettali di Purificata




E’ la notte del 5 marzo 1855, e ancora regnano i Borbone, quando in via Magazzini a Pozzuoli nasce Vincenzo D’Oriano.

Il piccolo cresce negli stretti vicoli di “abbasc o mare”, tra nasse, tramagli e gozzi; ancora bambino aiuta mamma Maria Raffaella a sarcire le reti ed appena adolescente esce in barca con papà Antonio.

Passano gli anni e il giovane Vincenzo nota piacevolmente l’adolescente vicina Maria Giuseppa Pollice, che vive in un basso della stessa via.

La ragazza sta portando a compimento una gravidanza, frutto di violenza da parte del “signore” presso cui era a “servizio”.

Il giorno 11 aprile del 1888 è lei stessa che si presenta nella Casa Comunale, al cospetto dell’Ufficiale di Stato Civile, con un bimbo avvolto in una coperta.

Alla presenza di due testimoni dichiara che alle ore nove e sette minuti del giorno prima ha partorito un bambino di sesso mascolino cui impone il nome Gaetano. Asserisce che il bambino è frutto della sua unione con uomo celibe, rifiuta di rivelarne il nome ma afferma che lo stesso non è parente o affine.

Il segretario Pasquale Sommella, delegato del sindaco, accoglie la dichiarazione e lo registra come Gaetano Pollice.

Nonostante i dodici anni di differenza Vincenzo è attratto dall’amore con cui Maria Giuseppa, la bimba che ha visto crescere attorno al suo “malazè”, accudisce ora il piccolo frutto del suo corpo.

Prima qualche guardata e poi qualche frase, entrambe pian piano ricambiate, portano ad un avvicinamento dei giovani che presto comprendono essere giunto il momento di prendere importanti decisioni, anche per il piccolo.

Il 25 ottobre dell’anno 1890 si uniscono in matrimonio e in questa occasione Vincenzo riconosce come suo figlio il piccolo Gaetano che d’ora in poi sarà per tutti un D’Oriano.

Il 29 luglio del 1891 è Vincenzo a dichiarare la nascita di un figlio di sesso femminile cui impone il nome di Maria Raffaella, in ricordo di sua Madre.

Non esistono macchine da scrivere e cognomi e nomi, pronunciati in dialetto dai dichiaranti, sono a volte mal compresi o mal trascritti dall’ufficiale di Stato Civile. Gli errati dati anagrafici poi non sono corretti dal diretto interessato che spesso, come il nostro Vincenzo, è analfabeta.

Pertanto il cognome di Maria Raffaella è riportato come Oriano e non D’Oriano, senza la “D” e apostrofo iniziale.

Vincenzo trascorre gran parte del tempo sul mare in lunghe campagne di pesca che, da febbraio ad agosto, lo portano a girovagare sulle coste toscane e sarde.

Nel luglio del 1893 è la levatrice a denunciare la nascita del terzo figlio Antonio, stesso nome del nonno paterno, in quanto Vincenzo si trova a Livorno.

Ma Vincenzo ha un progetto in mente e ne discute con Maria; nel 1895 decidono in comune di trasferirsi a La Maddalena. I pescosi mari che circondano quell’arcipelago eviteranno l’avventurarsi in lunghe e rischiose crociere di pesca scongiurando alla Famiglia lunghe e penose separazioni.

A La Maddalena, il 6 giugno del 1897, nasce il loro quarto figlio cui Vincenzo impone il nome Procolo, come il Santo Patrono del Paese abbandonato ma non dimenticato.

Il 18 aprile dell’anno 1900 nasce il loro quinto figlio; è una femminuccia che Vincenzo dichiara come Carmela, stesso nome di sua suocera.

Anche in questo caso, come già successo all’Ufficio di Stato Civile di Pozzuoli, Vincenzo non s’accorge che il cognome è trascritto, dall’impiegato sardo, come Oriano e non D’Oriano.

Il 31 agosto del 1903 vede la luce il sesto figlio di Maria Giuseppa e Vincenzo D’Oriano; si tratta della terza femminuccia e loro hanno di già esauriti i nomi delle nonne.

Ma Vincenzo non si perde d’animo; certo non ha programmato un nome con largo anticipo, come avviene oggi grazie all’ecografia, ma la sua vita è da sempre pianificata verso la devozione a Maria Purificata. Ad essa i pescatori puteolani hanno dedicato la chiesetta eretta su quell’estremo lembo di Terra soggetta, come le loro barche, ai capricci dei marosi.


Opera del Maestro Antonio Isabettini


Si tratta della Madonna che, prima di ogni partenza, omaggiano spargendo la barca con l’acqua raccolta nelle vicinanze della sua chiesetta; della Madonna per la cui festa anticipano il ritorno dalle lontane zone di pesca.

Sono moltissime le famiglie di pescatori con una bambina cui è stato imposto il nome “Purificata”, in dialetto ‘A Mprefecata, così come comunemente è appellata la stessa chiesetta.

Ed è così, in dialetto puteolano ‘A Mprefecata, che Vincenzo deve aver pronunciato a Francesco Sabattini, impiegato di La Maddalena, il nome che vuole imporre alla sua ultima nata.

Certamente a Pozzuoli l’ufficiale di Stato Civile avrebbe subito trascritto come “Purificata” il nome assegnato alla bimba ma, il funzionario sardo, non riesce a intendere l’esatto nome che Vincenzo vuole imporre alla neonata.

Probabilmente lo scrive in vari modi su qualche foglietto per poi ripeterlo a Vincenzo per averne il relativo assenso.

Infine Francesco Sabattini, come si nota dall’Atto di Nascita, scrive: Ambrofega. 




Trionfante grida questo nome a Vincenzo che, per assonanza o per limiti letterali, crede che sia la giusta trascrizione del nome che sta imponendo a sua figlia, in ricordo della sua Madonna e della sua Pozzuoli.


P.S.

Cenni sulla Famiglia D'Oriano mi sono stati forniti dagli amici maddalenini Vincenzo Del Giudice, Gaetano Pedroni e Gaetano Neddu.

Questa storia è poi stata arricchita da mie personali ricerche anagrafiche in quanto gli stessi parenti non immaginavano la vera origine di questo strano nome.

Pubblicata per la prima volta sul numero di ottobre 2024 del giornale diocesano "Segni dei Tempi".


 GIUSEPPE PELUSO – ottobre 2024