giovedì 21 maggio 2026

La Vela Nera

 


UNA VELA NERA PERCORRE IL GOLFO DI POZZUOLI



Egeo, il mitologico re di Atene, preso dalla gelosia uccide Androgeo, figlio di Minosse re di Creta, che lo ha battuto in varie gare. Minosse, infuriato, gli dichiara guerra ma poi gli offre la pace a patto che ogni anno invii a Creta sette giovani uomini e sette giovane donne da offrire in sacrifico al mostro Minotauro. Tutto questo dura fino a che Teseo, figlio di Egeo, si reca a Creta dove, con l’aiuto di Arianna figlia di Minosse, riesce ad uccidere l’essere mostruoso che ha il corpo di uomo e la testa di Toro.

Egeo ha raccomandato al figlio, nel caso abbia sconfitto il Minotauro, di issare la vela bianca, al posto di quella nera, alla sua partenza da Creta. Ma una tempesta riduce la vela in brandelli e Teseo è costretto a rimettere la vela nera; quando il padre Egeo, dall’alto della rupe, scorge la nera vela si getta in quel mare cha così prende il suo nome.



La greca Pozzuoli conserva tradizioni della sua antica origine e per secoli ha inviato i propri figli su lontani lidi mediterranei dove, con sacrifici, hanno effettuato lunghe campagne di pesca. Alla partenza le barche, doppiato i ruderi dell’antico molo e prima di prendere definitivamente il largo, ritornano nei pressi della chiesetta dei pescatori dove con l’acqua, presa dal mare che la circonda, bagnano per augurio i loro legni e le loro reti nel mentre le campane dell’Assunta suonano a festa.

La stessa scena si ripete al ritorno delle barche, appena qualche scugnizzo le vede sbucare dietro capo Miseno. Ma se appare una vela nera issata le campane iniziano un mesto e lento rintocco; è questo il triste annuncio della morte di un pescatore.

Nella notte del 17 maggio 1955 scompaiono tre giovanissimi marinai di Pozzuoli che si trovano a Livorno per una campagna di pesca. Sono Mario Di Fraia di 26 anni, Benito Di Mauro di 18 e Luigi Greco di 16. Sono tra loro parenti e con il motopeschereccio “Sant’Antonio” hanno cercato di raggiungere le secche della Meloria ove avrebbero calato le reti e trascorso la notte pescando; per poi rientrare il mattino seguente.

Per tutta la giornata del 18 si attende invano che i tre giovani rientrino in porto ed a sera gli altri pescatori, anche per il forte libeccio ed il mare molto agitato, informano la capitaneria di porto della loro assenza. Fonogrammi partono immediatamente verso tutti i porticcioli dell’alto Tirreno, ma non arrivano notizie; da Livorno salpano alcune motovedette in direzione della Meloria. Le ricerche sono interrotte per il sopraggiungere della notte nel mentre amici e familiari restano sul lungomare in angosciosa attesa.

Si spera che i giovani possano essere approdati presso qualche scoglio per mettersi al riparo dalla tempesta; ma all'alba tali speranze crollano perché un pescatore, presso l'insenatura dell'Ardenza, scorge tra i flutti alcuni relitti d'imbarcazione. Si appura in seguito che i rottami appartengono ad una motobarca e i familiari dei tre scomparsi riconoscono in quelle tavole i pezzi del “Sant'Antonio”.

A Pozzuoli, dove è giunta la triste notizia, i pescatori tutti si raccolgono in preghiera presso la chiesetta della darsena e in segno di lutto una loro barca, che innalza una grande vela nera, inizia a muoversi nelle acque del golfo flegreo. L’intento è quello di manifestare il lutto della comunità locale e di pregare la Madonna Assunta affinché il mare possa restituire i corpi dei giovani e dare loro degna sepoltura.



Dopo una settimana di infruttuose ricerche e di invocazioni, i corpi riemergono sulle coste della Toscana; sono riportati alla natia Pozzuoli e adagiati nel “valjone”, la vecchia darsena dei pescatori.

Sono tutti e tre ricoperti da un’unica grande vela di tela bianca.

Maria Panetti Petrarca, scrittrice e poetessa puteolana, dal balcone della sua casa ha per giorni mestamente osservato la silenziosa navigazione della grande e tenebrosa vela; tale scenario ispira in lei i versi di una commovente poesia che intitola “La Vela Nera”.

“…vela che vai pe’ mar, trova ste marenare, tre mamme s’o’ straziate…”

 

 


Pubblicato sul giornale “Segni dei Tempi” di maggio 2025

GIUSPPE PELUSO


domenica 10 maggio 2026

Galea Capitana

 




L’AMMUTINAMENTO DELLA GALEA CAPITANA NEL PORTO DI POZZUOLI


Nel 1647, con gran parte di Napoli nelle mani dei rivoltosi di Masaniello, nei porti di Baia e Pozzuoli staziona la piccola flotta vicereale al comando di Giannettino Doria, discendente del grande ammiraglio Andrea Doria.

Con la morte di Masaniello, tradito da suoi seguaci prezzolati dai realisti, la rivolta non si spegne ed anzi assume, sotto la guida del nuovo capopopolo Gennaro Annese, un marcato carattere antispagnolo.

L’otto ottobre gli insorti ingiungono a Pozzuoli, che sotto la guida del vescovo Martin de Leon ancora sostiene i legittimi diritti spagnoli, l’invito a partecipare attivamente alla ribellione. Il 19 gennaio del 1648 i popolani napoletani, offesi che i puteolani non solo non si sono uniti a loro nella sollevazione ma continuano a fornire aiuti ai regolari spagnoli, con seimila uomini armati si muovono per assalirla e soggiogarla. Pozzuoli e i suoi cittadini (uomini, donne, bambini e clero) eroicamente arresta e respinge i napoletani fin oltre l’antica cripta.

Domenica 2 febbraio 1648 il Grande Ammiraglio, stando a Pozzuoli, scende a terra per udir messa e adempiere agli obblighi spirituali; in questo è accompagnato da un vastissimo seguito composto da servitori, ufficiali, soldati e altri gentiluomini ospiti a bordo. Con gran pompa ed in corteo si recano presso la chiesa Gesù e Maria dove officiano i Frati Domenicani, ospitati nell’annesso convento.

Per adempiere a questo dovere il Doria commette una grande impudenza; lascia sguarnite le due galee sulle quali si trovano numerosi rematori ma pochissimi marinai di guardia.

I rematori, costituiti in genere da galeotti o schiavi mussulmani, sono in massima parte rivoltosi napoletani beccati nelle puntate offensive, condotte lungo il litorale, e molti catturati durante il fallito attacco a Pozzuoli del precedente gennaio.

Approfittando che i pochi schiavi turchi sono scesi a terra sotto scorta, per rifornire d’acqua le due galee, il resto della ciurma della nave “Capitana” si rivolta. Le poche guardie, soldati spagnoli quasi tutti figli di popolane napoletane che li hanno concepiti con militari di guarnigione a Napoli, sono facilmente sopraffatte. Diventa facile tagliare le cime che trattengono la galea attraccata alla banchina; si rimettono tutti ai remi e rapidamente escono dal porto di Pozzuoli. Sull’altra galea, la “Padrona”, c’è pure un accenno di rivolta ma i marinai di guardia, visto cosa è successo sulla “Capitana”, non si fanno sorprendere e lanciano l’allarme; sia a coloro che scortano i turchi sia a coloro che sono a sentir messa.

Dal sagrato della chiesa Giannettino Doria ed i suoi uomini notano la “Capitana” che, aggirato il Rione Terra, voga celermente verso Napoli.

Velocemente corrono presso la banchina e facilmente reprimono il secondo tentativo di rivolta arrestando la maggior parte dei congiurati.

Con difficoltà si cerca di ricostituire una ciurma in grado di remare ma, tra morti, riottosi, e pochi turchi, solo con ritardo ci si lancia all’inseguimento della “Capitana”.



Questa, mal comandata e con non chiare idee su dove spiaggiare, è raggiunta e speronata; ma in questo episodio la “Padrona” perde il timone e purtroppo vedono la “Capitana” nuovamente allontanarsi.

Gli ammutinati raggiungono la riva di San Giovanni a Teduccio dove sono aiutati a sbarcare dai popolani che presidiano la zona; Giannettino sopraggiunge con altre due galee, partite da Baia, e inizia a tirare molte cannonate contro i ribelli.

Ormai è tutto inutile ed è pericoloso accostarsi troppo a terra; Giannettino Doria è ormai rassegnato a subire questo scacco, con la perdita della galea, dei suoi cannoni e dei ribelli condannati ai remi.

I popolani provvedono subito a sbarcare il grosso cannone di corsa, sistemato a prua, e le altre artiglierie collocandole alla punta di Posillipo; con questi iniziano a bersagliare tutto il naviglio, in continua spola tra Pozzuoli ed i castelli costieri ancora tenuti dagli spagnoli. I legni mercantili che, condotti da marinai puteolani, intendono portare aiuti agli assediati spagnoli, sono costretti a navigare solo di notte e comunque molto al largo.

La parentesi rivoluzionaria si conclude solo il 6 aprile 1648, quando don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Filippo IV e da lui nominato Vicerè, alla guida di una flotta proveniente dalla Spagna riprende il completo controllo di Napoli e del suo Regno.

 



N.B. Pubblicato si "Segni dei Tempi" di luglio 2025


GIUSEPPE PELUSO