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domenica 21 marzo 2021

Villa Maria alla Starza

 VILLA MARIA ALLA STAEZA

... da masseria a stazione ...

Una piccola cronologia fotografica dell'ultra centenaria storia di questo Territorio, delle sue fabbriche e di chi l'ha vissuto.






























sabato 29 marzo 2014

L’avventuroso Amedeo Ferraro







L’avventuroso Amedeo Ferraro
Un pioniere delle macchine volanti


Fra i tanti frequentatori della “Casina alla Starza” di Pozzuoli è giusto ricordare un eroico ufficiale che fu pioniere della nostra nascente aviazione militare.
Amedeo Ferraro terzogenito di Eugenio e di Cleonice Caterini, il cui matrimonio sarà allietato dalla nascita di ben otto figli, viene alla luce a Napoli il 19 gennaio 1882. 
Amedeo è nipote del nobile Francesco (da Paola) Ferraro che nel gennaio del 1845 acquista, ad un asta giudiziaria, il territorio e la masseria colonica su cui eleverà la ridente e confortevole casina.
Nel 1878 tutto il fondo, per divisione, cade in eredità di Antimo Maria Luigi Ferraro, zio di Amedeo che ha sposato Matilde Caterini, sorella di Cleonice. Questo doppio legame sanguineo rende più unite le due famiglie e spesso sia Amedeo che i fratelli sono ospiti presso il puteolano “casino di delizie” per trascorrervi giornate di riposo e di svago. Poi nella bella stagione, e con l’inizio dell’esercizio da parte della ferrovia cumana, le visite diventano giornaliere spingendo la numerosa prole ad allegri viaggi in treno ed a spensierati tuffi in quel mare così vicino alla proprietà. I lunghi pomeriggi sono trascorsi gustando semplici colazioni e godendo della frescura e del silenzio offerti dal gazebo di “Villa Ferraro alla Starza”.
Dopo gli studi Amedeo decide per la carriera militare e va a frequentare l’allora “Scuola Militare” di Modena uscendone con il grado di sottotenente.
Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 2 maggio 1907 apprendiamo che, tra gli ufficiali in servizio attivo permanente, il sottotenente Amedeo Ferraro è promosso tenente.
Tra il 1911 ed il 1912 partecipa alla guerra italo-turca ed è inviato il Libia dove assiste alle operazioni belliche aeree, le prime al mondo cui partecipa il nuovo mezzo alato. Al rientro in Patria, sull’entusiasmo dell’esperienza libica, chiede di far parte del nuovo “Battaglione Aviatori” costituito nell’aprile del 1913. Pertanto il 13 luglio 1914 a Roma acquisisce il brevetto di pilota aviatore, tra i primissimi in Italia tanto che Guido Maisto, autore del volume “AD ASTRA” lo inserisce tra i pionieri del volo dedicandogli anche un paragrafo.
Dopo l’acquisizione del brevetto il tenente Ferraro è inviato alla 11° Squadriglia, dotata di ricognitori Farman F11, inserita nel II° sottogruppo biplani dislocati a Brescia.
In questa città Amedeo conosce Maria Gisella Pedrazzi la cui famiglia possiede una principesca magione, lo splendido palazzo settecentesco dei Pedrazzi ora sede della Croce Bianca a Brescia.
Amedeo e Gisella perfezionano la loro unione sposandosi, poco dopo l’inizio delle ostilità, il 6 novembre del 1915.
Allo scoppio della Grande Guerra nel maggio del 1915 l’appena costituito “Corpo Aeronautico dell’Esercito” comprende 15 squadriglie e Amedeo Ferraro, promosso capitano, è inviato a comandare la 10° Squadriglia Farman dislocata nella pianura veneta al seguito della 3° Armata.
In questa stessa squadriglia (che come stemma ha il quadrupede chimerico alato che regge una fiaccola, con la parte anteriore da leone e quella posteriore da cavallo) prestano servizio autentici prodi e pionieri dell’aria.
Sono questi ancora i tempi di voli incerti su traballanti e lenti Farman. Dalle missioni si torna sempre con le tele bucate e con i longheroni segati dai proiettili. La ricognizione, anche se destinata a non finire sotto i riflettori della cronaca che è più interessata a seguire le imprese dei piloti da caccia, è però la specialità dell'aviazione che dà il maggiore contributo agli esiti del conflitto con la preziosa raccolta di molte informazioni che sono indispensabili al successo. In seguito gli sono assegnati anche compiti di collaborazione con la fanteria e specifiche attività di “attacco al suolo”.
L’otto Aprile del 1916 le squadriglie del “Corpo Aereo del Regio Esercito” vengono tutte rinominate secondo un nuovo sistema unico che così le classifica:
- dalla 1 alla 24 = squadriglie da offesa (bombardamento),
- dalla 25 alla 40 = squadriglie da ricognizione (e da combattimento),
- dalla 41 alla 69 = squadriglie per l'artiglieria (osservazione),
- dalla 70 in poi = squadriglie da difesa (caccia).
Pertanto la vecchia 10° Squadriglia diventa 27° Squadriglia ricognizione, mantenendo lo stesso emblema, gli stessi velivoli Farman (nove in totale, sei dei quali efficienti), lo stesso comandante capitano Amedeo Ferraro.
Nella primavera vengono allestiti i nuovi campi di Belluno e Villaverla (Vicenza). Il secondo, impiantato a 1 km e mezzo a nord del paese, sul lato destro della strada che porta a Thiene, presso Ca' Ghellina, ospita il I° Gruppo aereo con le Squadriglie 27°, 28° e 32° da ricognizione; la 61° da osservazione; la 71° e la 112° da caccia. Le formazioni 27°, 28° e 32° sono tutte equipaggiate con ricognitori Farman, ora del migliorato modello F14.
Il 7 maggio 1916 quattro Farman comandati da Ferraro bombardano Mattarello. Il 15 maggio inizia, sugli altipiani vicentini, la forte offensiva austro-ungarica meglio conosciuta come “Strafexpedition” (Spedizione Punitiva). Le squadriglie ricognitori intervengono per contrastare il passo ai velivoli da osservazione avversari impegnati a dirigere il tiro delle loro artiglierie. Nei giorni seguenti i Farman sono ancora impiegati in crociere di protezione, tentativi di intercettazione e missioni di ricognizione nonché, insieme ai Caproni, per colpire i punti nevralgici delle comunicazioni e dell'organizzazione logistica dell'armata austro-ungarica, con l'obiettivo di ostacolare I'alimentazione dell'offensiva.
Il 18 maggio partono tre apparecchi per bombardare dei baraccamenti a Folgaria. La rotta prescelta, studiata per minimizzare il percorso sul territorio avversario, porta i velivoli decollati da Villaverla a seguire la direzione Campomolon – Lavarone - Folgaria. Un velivolo della 27° è costretto a rientrare anzitempo per noie al motore ma gli altri portano a termine la missione e rientrano al campo lasciandosi dietro il fumo di diversi incendi. Durante l'avvicinamento all'obiettivo, un Farman della 27° condotto dal capitano Amedeo Ferraro e dal sottotenente Antonio Rasi avvistato un velivolo avversario tipo Lloyd, apparentemente diretto su Vicenza, lo attacca con decisione e, nonostante la mitragliatrice si inceppi, lo mette in fuga inseguendolo poi verso Lavarone.
Questo copione è tipico degli incontri tra aviatori di campi opposti nel primo anno di guerra; le caratteristiche dei mezzi fanno sì che di solito il combattimento si concluda con un nulla di fatto, anche se può segnare un punto a suo favore chi costringa I'avversario a desistere dal suo compito, così come è riuscito a fare il Farman del capitano Ferraro.
Il 21 luglio 1916 Amedeo è ferito da uno “shrapnell” sparato in funzione anti aerea nel corso di una incursione a bassa quota sulle linee nemiche. Il 15 agosto la 27° è assegnata dal I° al II° Gruppo e trasferita a Chiasiellis, sul fronte dell'Isonzo. Qui opera fino al termine del conflitto durante il quale compie 925 voli di guerra, fra ricognizioni e bombardamenti, ed il suo medagliere finisce per comprendere venti Argento, venti Bronzo e quattro Croci di Guerra. Il palmares di questa squadriglia spinge lo Stato Maggiore dell’Aeronautica a includere il suo fregio, per la specialità della ricognizione, tra i quattro che compongono il nuovo stemma concesso dal “Presidente della Repubblica Italiana” in data 25 gennaio 1971.
Sull’esempio dello stemma della Marina Militare, che riporta i fregi di quattro antiche “Repubbliche Marinare”, così vengono scelti i fregi di quattro valorose squadriglie aeree particolarmente attive nel corso della 1ª guerra mondiale. La prima tra queste è quella che al comando di Amedeo Ferraro ha annoverato ardite missioni condotte da molteplici eroi.
Nel primo quarto, dell’attuale stemma dell’Aeronautica Militare, è inserito il “Quadrupede Chimerico Alato” della 27° Squadriglia da ricognizione “Farman”; nel secondo il "Grifo Rampante" che rappresenta l'insegna della 91° Squadriglia da caccia "Baracca"; nel terzo il "Quadrifoglio" che riproduce il simbolo della 10° Squadriglia da bombardamento “Caproni”; nel quarto il "Leone di San Marco" adottato come emblema dalla 87° Squadriglia "Serenissima" di D’Annunzio.
Nell’autunno del 1917 Ferraro è promosso maggiore e conseguentemente trasferito al comando del “Centro di Formazione Squadriglie” (C.F.S.) di Ghedi (Brescia); uno dei due centri esistenti in Italia.
La componente aerea sta assumendo sempre maggiore importanza nella conduzione delle operazioni; sono richieste sempre più squadriglie ed è necessario poterle ben aggregare. Formare una squadriglia significa radunare piloti e tecnici già addestrati nelle scuole, concentrare gli aerei, i mezzi e le attrezzature. Più importante di tutto però è creare lo spirito di corpo tra i piloti, addestrarli a volare assieme e istruirli sul territorio che dovranno controllare; e chi più dell’esperto maggiore Ferraro potrà mai essere destinato a questo delicato compito?
Con il trasferimento a Ghedi Amedeo si ritrova vicino alla moglie che il 25 novembre dello stesso 1916 partorisce il primogenito Alfredo che sarà un fisico, studioso, scrittore e massima autorità italiana di fenomeni paranormali. Per un anno circa il maggiore Ferraro si dedica alla formazione di nuove squadriglie di tutte le specialità, poi il 13 luglio 1917, improvvisa, la tragedia. Il ramo napoletano della Famiglia racconta che Amedeo decolla dal campo di Ghedi, in volo di addestramento, e va a rendere omaggio (o meglio esibirsi davanti) alla moglie Gisella che è in attesa del secondogenito. Passa radente sulla loro casa, una specie di masseria fortificata sulle ultime propaggine alpine vicino Brescia, ma con la riattaccata stalla e precipita sotto gli occhi dell’amata e del piccolo.
Il figlio Alfredo narra di una confessione ricevuta dalla Madre che tra le mani stringe delle ritrovate e carbonizzate reliquie; un cronometro, un grosso anello d’oro, i resti di una macchina fotografica. Gisella confessa d’aver palesato ad Amedeo, pochi giorni prima dell’incidente, il desiderio di veder dall’alto la loro casa-castello sulla collina “Monte Cieli Aperti” di Ciliverghe. Per l’impossibilità di poterla portare sugli aerei militari lo sposo gli ha promesso di scattare delle foto in volo e Gisella, nel raccontarlo al figlio, solleva e fissa turbata i frammenti della fotocamera.
Entrambe romantiche versioni che ben si riallacciano alle leggendarie imprese compiute dai cavallereschi piloti della “Grande Guerra”.
Ma la verità è più nobile perché fatta di dedizione e d’eroismo. Amedeo si è alzato in volo pilotando un pesante bombardiere con il quale esegue finti attacchi finalizzati all’addestramento degli equipaggi che gli sono stati affidati. Improvvisamente il nuovo tipo di bombardiere, il Caproni Ca.3 matricola 2360, prende fuoco e precipita trascinando nel rogo l’intero equipaggio.
Alto s’eleva il grido di dolore di Gisella la quale, poco dopo la tragica fine del marito, il 14 novembre 1917 mette al mondo una bambina che è chiamata Amedea a perenne memoria del Padre e della sua breve ma entusiasmante vita.
La guerra, la Grande Guerra equa distributrice di dolori mondiali, respinge all’oblio le spensierate gite ai bagni di Pozzuoli. Ben cinque figli di Eugenio Ferraro partecipano al conflitto e solo Renato e Decio, ufficiali di fanteria, fanno ritorno a casa. Oltre Amedeo, deceduto con il grado di maggiore del Corpo Aereo, perdono la vita anche il capitano Gustavo deceduto a Tolmetta in Libia ed il tenente Consalvo, del 138° Reggimento di Fanteria della Brigata Barletta, deceduto il 12 luglio del 1916 nell’Ospedale da campo n. 89 per ferite riportate al fronte.
Alto il tributo che questa Famiglia paga alla Patria.


Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 13 luglio 2013
  

FOTO

1 – Amedeo Ferraro

2 – Farman F11

3 – Stemma A.M.

4 – Caproni Ca3


BIBLIOGRAFIA

Ildegarda Ferraro - L’avventuroso zio Amedeo – http://first-life-original-life.blogspot.it

Alfredo Ferraro - Il paradiso di legno - Vannini 1971

Guido Maisto – Ad Astra / Pionieri Napoletani del Volo – Napoli 1948

Basilio Di Martino – Ali sugli Altipiani – Storia Militare 2009

Renato Callegari – Il Fronte del Cielo – Istrana 2012


sabato 25 maggio 2013

Le due ville "Maria"









Le due ville “Maria”
dalla signorina de Sanna a Lady Craven

Negli ultimi tre secoli sono state diverse le famiglie proprietarie di Villa Maria alla Starza; tra esse una donna, che oggi potremmo definire “single”, vanta il più breve periodo di possesso.
Parliamo della signorina Maria de Sanna figlia di Roberto, cavaliere e poi commendatore del Regno d’Italia per meriti di lavoro; un industriale del carbone che importa, in grandissima quantità specialmente dall’Inghilterra, facendolo giungere nel porto partenopeo a mezzo di navi carboniere.
Il commendatore Roberto è titolare della “holding” finanziaria “Roberto de Sanna fu Federico” con sede in Napoli alla via Medina 24; questa è la principale azionista della “Società Romana Carboni” di Roma, della “Anglo Italian Coal Company” di Genova, e di tante altre aziende. Roberto è figlio di Maria e di Federico de Sanna, abita al numero 7 di Piazza Vittoria e frequenta nomi illustri del mondo artistico e letterario della Napoli inizi novecento. Per un certo tempo è anche impresario del teatro San Carlo, tra le sue amicizie annovera Salvatore di Giacomo ed Eduardo Scarfoglio, di cui è anche ispiratore.
Le sue frequentazioni di salotti e circoli culturali di Napoli lo portano a conoscere, nel 1910, l’ancor giovane pittore puteolano Ezechiele Guardascione di cui diventa mecenate. Quest’ultimo racconta che quando Roberto de Sanna vede alcune sue macchie gli domanda se per caso conosce il lato del porto dove attraccano i grandi vapori del carbone. “Andate mi disse, telefonerò al capo guardiano che si mette a vostra disposizione. Così ebbi una vecchia zattera sulla quale era stata costruita una specie di baracca che venne imbiancata al mio arrivo”.
Roberto de Sanna termina la sua esistenza nel 1913 lasciando l’immensa fortuna all’unica figlia la signorina Maria de Sanna.
Intanto inizia la Grande Guerra e nell’anno 1917 l’offensiva degli imperi centrali porta l’esercito austriaco ad occupare gran parte del Friuli e del Veneto provocando l’esodo delle locali popolazioni che cercano rifugio al di qua del Piave.
Tutta Italia si attiva per alleviare le loro sofferenze ed anche nella Napoli “bene” il commendatore Augusto Laganà, altro fervido e fattivo impresario del San Carlo, ha l’idea di un grande concerto “Pro Fratelli Veneti e Friulani”, da organizzare al celebre teatro.
Dirama quindi un largo invito ai rappresentanti dell’alto commercio e dell’alta finanza e nel primo convegno, dovendosi provvedere alla presidenza del Comitato, per acclamazione viene scelta la signorina Maria de Sanna, la degna figliuola del Commendatore Roberto, la cui figura e la cui opera non può essere dimenticata dai napoletani.
La giovanissima presidente, figura muliebre di gentilezza squisita, di larga cultura e di moderni intendimenti, si occupa con fervore della compilazione del programma, desiderosa che questo sia degno del grande pubblico napoletano. Il concerto si tiene il giorno 9 dicembre 1917 e vede la partecipazione di famosi artisti come Roberto Bracco, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Ernesto Murolo (padre di Roberto), Arrigo Serato (famoso violinista), Graziella Pareto (famosa soprano) e tanti, tanti altri. Al termine della serata speciali congratulazioni vanno agli artisti ed alla organizzatrice Maria de Sanna che con il grande avvenimento ha permesso di raccogliere la considerevole cifra di Lire trentamila.
Il seguente 17 agosto 1918 Maria de Sanna acquista, per la somma di lire novantamila, dalle sorelle Ferraro Maria e Immacolata (l’indimenticabile zia Babà), il villino Ferraro (o casino di delizie come allora è definito) che queste possiedono in località Starza a Pozzuoli. La de Sanna affida immediatamente, ad un giovane architetto, il progetto che ne prevede l’ampliamento della base, l’elevazione di un piano (il primo a Pozzuoli in cemento armato) e la metamorfosi nel dominante stile Liberty.
Nel contempo provvede anche ad apporre, al cancello d’ingresso, due marmi che riportano la nuova denominazione della struttura: Villa Maria.
Su questa iniziativa riceve benevoli appunti dai conoscenti che le fanno osservare come lo stesso nome sia stato assegnato dal defunto Padre all’altra villa appena ereditata, quella a Posillipo. Maria è ferma, il nome non è un atto di ossequio a se stessa ma un rinnovato pensiero alla memoria della nonna cui il commendatore era tanto legato. Pertanto restano identici i nomi con i quali, ancora oggi dopo un secolo, sono riconosciute le due ville.
Sarà ora la bella Lady Craven ad introdurci in questa seconda villa.
Elizabeth Craven, nata “Lady Elizabeth Berkeley”, principessa di Berkeley, poi Margravina di Brandeburgo-Ansbach e precedentemente "Lady Craven of Hamstead Marshall”, nasce a Londra il 17 dicembre 1750.
Figlia del “IV conte di Berkley” e di Elizabeth Drax a sedici anni è data in sposa a William Craven, “VI barone Craven”, da cui in quattordici anni ha ben sette figli (qualche maligno afferma che non tutti sono del barone).
In seguito, nel 1780, il barone chiede il divorzio e l’allontana dal paese per via di un ennesimo scandalo rosa che coinvolge l'ambasciatore di Francia.
Portando con sé il suo ultimo figlio, vaga per parecchio tempo in tutta Europa. In un suo viaggio conosce Cristiano Federico Carlo Alessandro, ricchissimo Margravio di Brandeburgo, di Ansbach e di Bayreuth, Duca di Prussia e Conte di Sayn; nipote di Federico II di Prussia.
Elizabeth Craven ne diventa l’amante e nel contempo inizia la sua attività letteraria come scrittrice e commediografa di innumerevoli farse e favole, molte delle quali sono rappresentate con scarso successo di pubblico.
L’opera più interessante resta il racconto dei suoi viaggi  “Letters from the Right Honorable Lady Craven during her travels through France, Germany, and Russia in 1785 and 1786”.
Nel 1789, insieme al Margravio di Brandeburgo, si trova a Napoli, capitale del regno borbonico, in occasione di una festa di corte organizzata dal re Ferdinando IV e dalla regina Maria Carolina. Qui entra a far parte della cerchia di aristocratici inglesi, tra cui gli Hamilton, che risiedono nella capitale. Non perde tempo a farsi “apprezzare” da Ferdinando che ella, da perfetta amazzone, accompagna nelle cacce di Licola e degli Astroni.
Nel 1791 il Margravio resta vedovo e può così sposare Elizabeth con la quale nel 1792, venduto proprietà e titolo al re di Prussia, si trasferisce a Londra dove acquista sia una casa nel quartiere di Hammersmith, chiamata “Brandenburg House”, sia la tenuta “Benham Park” nel Berkshire.
Alla morte del Margravio (di polmonite nel 1806), e per il diffondersi di nuove ciarle, Lady Craven decide di trasferirsi a Napoli. Qui regna Gioacchino Murat e la Lady acquista un palazzo al numero 6 di via Chiatamone. Con la caduta del regime napoleonico Ferdinando ritorna nella capitale come “Re delle Due Sicilie”, e vi ritorna da vedovo in quanto nel 1814 è morta la moglie Maria Carolina. Questo fa nascere ferventi ambizioni nella nostra Elizabeth che inizia a covare il desiderio di diventare regina di Napoli, confidando in un suo ritorno sulla scena come ai tempi dei suoi trionfi sociali del 1789. Nelle sue memorie racconta che il re non è immemore della sua antica amicizia; gli accorda un caloroso benvenuto ed a tutti tesse le doti di questa vedova che ha deciso di voltare le spalle a un paese ingrato e fare di Napoli la sua casa. Lady Craven non riesce a coronare le sue speranze ma, nel 1819, il re la mette in condizioni di acquistare un vasto territorio sulla collina di Posillipo (terreno che sarebbe divenuto bene demaniale per la costruzione della nuova strada di Posillipo) ove può erigere una villa. Tuttavia nelle sue memorie Elizabeth racconta:
“Il re di Napoli, mi ha fatto un regalo di due ettari di terreno, nel punto più bello della terra, dove è possibile ammirare il golfo al completo. Qui ho costruito una casa, in forma simile al mio padiglione nella casa di Brandenburgh, una grande stanza circolare al centro, con appartamenti più piccoli che lo circondano. La duchessa di Devonshire, e molti della nobiltà inglese che risiede a Napoli, mi tengono in grande considerazione ed il modo con cui sono trattata a corte rende la mia vita molto gradevole.”
In seguito Lady Craven acquista altro terreno a nome del figlio Richard Keppel Craven e così diventa proprietaria di tutto il suolo che oggi comprende sia Villa Craven che Villa Gallotti. Il fabbricato, la cui somiglianza con la Casa di Brandeburgo è evidente, è un ottimo esempio di architettura residenziale neoclassica. E’ completato solo nel 1823, poco prima della visita di Lady Blessington; altra scrittrice ed avventuriera irlandese.
Diventa un simbolo dei fasti mondani della Napoli degli anni successivi alla restaurazione e la villa, con le sue colonne doriche modellate su quelle dei templi di Paestum, è molto frequentata dall'aristocrazia dell'epoca, soprattutto grazie alle sue terrazze che mostrano pregevoli vedute del golfo e i suoi giardini, dolcemente declinanti verso le spiagge del litorale di Posillipo. E’ presente anche una grotta, utilizzata come stabilimento balneare. Un sentiero che si insinua fra gli alberi porta alla tomba del cane preferito della Margravina; sulla lapide sono inscritti alcuni versi della padrona in memoria della sua fedeltà. L'alloggio del portiere ha le sembianze di un piccolo tempio. Il biografo di Lady Blessington, Richard Robert Madden, nel 1855 la descrive con entusiasmo: "Villa splendidamente situata, che regala incantevoli vedute della baia e di Nisida". Scrive inoltre: “I terreni sono mantenuti con grande cura, sotto la direzione diretta della Margravina. L'ho vista io in persona, solo pochi anni prima della sua morte, lavorare nel suo giardino".
Elizabeth nel 1826 stende le sue memorie, intitolate “The Beautiful Lady Craven”, ma non riesce a godere a lungo della sua abitazione perché muore il 13 gennaio 1828. E’ sepolta nel cimitero degli inglesi della capitale borbonica. La sua villa, ereditata dal figlio, cambia varie volte denominazione, seguendo i passaggi di proprietà. Richard Keppel Craven  inizia a vendere porzioni di suolo a Domenico Gallotti tra il 1832 ed il 1834 poi alla sua morte, nel 1855, la villa, per volontà testamentaria, passa ad Adelaide e Clotilde Capece Minutolo, dell'antichissima famiglia aristocratica napoletana.
Nel 1876 è venduta all'avvocato Traversi, ed è conosciuta come “Villa Traversi” nel periodo in cui egli vi abita. Il successivo proprietario è il diplomatico Antonio Tittoni. Nel 1907 la villa è acquistata dal Commendatore Roberto de Sanna, che la chiama “Villa Maria”; nome, come accennato, ancora presente all'ingresso di via Posillipo 52.
Sia Roberto de Sanna, quale proprietario di “Villa Maria”, che Salvatore di Giacomo sono espressamente segnalati e ringraziati nelle note iniziali scritte dall’editore in occasione della nuova edizione del libro “Beautiful Lady Craven - The Original Memoirs of Elizabeth Baroness Craven afterwards Margravine of Anspach and Bayreuth and Princess Berkeley of the Holy Roman Empire (1750-1828)”, ristampata nell’anno 1913.
Nel 1916 questa signorile abitazione cade in eredità della figlia Maria de Sanna che così trovasi a possedere due ville con lo stesso nome.
Quella alla Starza il 10 agosto 1922, dopo solo quattro anni intensamente innovativi per la struttura puteolana, è rivenduta al signor Raffaele Mautone, noto commerciante napoletano, che in seguito la vende alla Famiglia Peluso. Due anni dopo, nel 1924, Maria de Sanna vende anche la villa di Posillipo; questa al signor Charles James Rae, noto proprietario dei negozi Gutteridge, la cui Famiglia è tutt'ora proprietaria della struttura.
E’ questo l’ultimo conosciuto atto della signorina Maria de Sanna; altro non si conosce. Raffaele Mautone raccontava di un convento…



BIBLIOGRAFIA
Elizabeth Craven – Beautiful Lady Craven - 1913
Alessandro Longo – L’arte pianistica – Dicembre 1915
AA.VV – Villa Craven e Lady Craven - Wikipedia



Peluso Giuseppe - Pozzuoli Magazine del 23 febbraio 2013

martedì 8 gennaio 2013

L’inchino dell’incrociatore San Giorgio



L’inchino dell’incrociatore San Giorgio
Il Capitano Albenga tra Anna Boccardi Doria e zia Babà

Il San Giorgio, quello impostato nel 1905, è un incrociatore corazzato della Regia Marina Italiana che partecipa alla guerra italo turca, alla prima guerra mondiale, alla guerra civile spagnola ed alla seconda guerra mondiale. Nel corso di quest’ultima resta memorabile la sua eroica resistenza a difesa della piazzaforte di Tobruk.
Gli incrociatori corazzati rappresentano un modello ridotto delle contemporanee navi da battaglia; come queste sono completamente rivestiti da corazzatura differentemente dagli incrociatori protetti che sono muniti di sola leggera e limitata protezione. Entrambi i tipi non saranno più costruiti a far data dal 1910 quando saranno sostituiti dagli incrociatori da battaglia i primi, e dagli incrociatori leggeri i secondi. Il primo incrociatore corazzato italiano è il Marco Polo del 1890; il tipo più famoso resta il Giuseppe Garibaldi, la cui numerosa classe sarà costruita fino ai primi anni del ‘900 sia per la marina italiana che per molte marine estere.
La perfezione viene raggiunta dai due San Marco e San Giorgio [1] i cui piani di costruzione sono affidati ad uno dei migliori progettisti, il Tenente Generale del Genio Navale Edoardo Masdea. Nasce così questa nuova classe costruita presso il Regio Cantiere di Castellammare di Stabia.
Le unità dislocano 11.300 tonnellate a pieno carico, sono lunghe metri 140,9 e larghe metri 21,00. L'apparato motore è costituito da 2 motrici alternative verticali a triplice espansione alimentate da 14 caldaie tipo Blechynden a combustione mista con una potenza di 18.000 CV su due assi, che consentono alle unità una velocità che alle prove risulta di 23 nodi (43 Km/h). Lo scafo in acciaio cementato ad elevata resistenza è a quattro ponti: il ponte di coperta, il ponte di batteria, il ponte di corridoio e il ponte paraschegge. La protezione è assicurata da una cintura corazzata da 203mm oltre che dal ponte paraschegge e da altri rivestimenti protettivi sui ponti superiori.
Il San Giorgio è impostato sugli scali il 4 luglio 1905, varato il 27 luglio 1908 e consegnato il 1° luglio 1910.
L’armamento di cui è dotato è quasi tutto prodotto a Pozzuoli dal Cantiere Armstrong. Esso è costituito da 4 cannoni da 254/45mm mod.1907 ripartiti in due impianti elettrici binati, uno a prua ed uno a poppa; 8 cannoni da 190/45mm mod.1908 ripartiti in quattro torrette binate, due sul lato destro e due sul lato sinistro; 18 cannoni singoli da 76/40mm mod.1897; 3 tubi lanciasiluri subacquei da 450mm mod.A95. Solo 2 piccoli cannoni da 47/50mm e  2 mitragliere non sono di produzione puteolana. Dopo il varo, e al termine dell’allestimento, l’incrociatore viene a Pozzuoli dove, attraccato al pontile dell’Armstrong, i nostri tecnici completano l’installazione dei nuovi e complessi meccanismi elettrici e di puntamento.
Primo comandate del San Giorgio, designato fin dal 1 settembre 1908 con la nave ancora in costruzione, è il capitano di vascello Guglielmo Capomazza di Campolattaro, ramo napoletano della puteolana Famiglia Capomazza. Guglielmo come contrammiraglio, dal 24 maggio 1915 al 18 ottobre 1915, sarà aiutante di campo di Vittorio Emanuele III presso il Quartier Generale del Re a Villa Linussa di Martignacco e terminerà la sua carriera in marina con il grado di vice ammiraglio.
L’incrociatore rappresenta il fiore all’occhiello della Regia Marina, una nave di cui andare fieri e che tutti vorrebbero comandare. Forse anche per questo cambia spesso comandante e il 1° febbraio 1911 viene affidato ad uno dei più stimati Capitano di Vascello italiani, il marchese Gaspare Alberga; un glorioso passato carico di medaglie e riconoscimenti.
La nave riceve la bandiera di combattimento il 4 marzo 1911 a Genova (città di cui San Giorgio è simbolo senza esserne il Patrono) dalla Duchessa di Genova, Isabella Maria Elisabetta di Baviera, moglie di S.A.R. Tommaso di Savoia duca di Genova. Il motto della nave, "Tutor et ultor", viene poi cambiato in "Protector et vindicator" nel corso del primo conflitto mondiale.
Il pomeriggio del 12 agosto 1911, dopo una giornata di esercitazioni nel Golfo di Napoli e mentre si appresta a far ritorno nel porto partenopeo, il San Giorgio incaglia all’estrema propaggine della “Caldera Flegrea”; la secca della Gaiola, uno scoglio tufaceo posto a 6 metri di profondità [2]. La velocità è di 16 nodi per cui lo scafo percorre e rasa tutta la scogliera lacerando e deformando le lamiere e le ordinate. Sono allagati cinque scompartimenti della zona prodiera, dove attraverso falle enormi, una delle quali sfiora i 20 metri, penetrano 4.300 tonnellate d’acqua che potrebbero trascinare a fondo lo scafo se questo non si fosse fermato in bilico sulla scogliera.
La nave resta in quella spiacevole posizione per oltre un mese ed è necessario alleggerirla di notevoli pesi come le artiglierie e le torri, i portelli e le piastre corazzate, i fumaioli prodieri, il ponte delle imbarcazioni e tutti i carichi mobili. Sono poi ostruite le falle e svuotati i locali dall’acqua con potenti mezzi di esaurimento; vengono assicurati allo scafo mezzi di spinta e galleggiamento come cilindri e barconi pontati e dalla scogliera vengono eliminate alcune sporgenze che potrebbero impedire il varo della nave di prora. Quando tutto è pronto il 15 settembre la corazzata Sicilia, a mezzo di quattro cavi di rimorchio, riesce a liberare dalla secca l’incrociatore che viene portato in un bacino napoletano per le opportune riparazioni [3].
In città la notizia si diffonde rapidamente, nel giro di qualche ora migliaia di napoletani accorrono in quel tratto di Posillipo e nei giorni successivi la folla dei curiosi s'ingrossa sempre più mentre tutti si domandano come è potuto accadere e cosa ci faceva una nave da guerra così sotto costa.
Il capitano Albenga dopo il suo interrogatorio presenta, a mezzo del suo avvocato fiscale militare, un lungo memoriale difensivo nel quale sostiene di aver ritardato il rientro a Napoli per far mangiare i marinai e di aver navigato seguendo le carte e le prescrizioni di navigazione. Il presunto spostamento della boa è il punto culminante della difesa e poi Albenga non esita a rovesciare la responsabilità del disastro su Bordigioni, suo ufficiale di rotta.
Ma la stampa dà subito seguito alle voci e ai pettegolezzi che per giorni si sussurrano sui maggiori giornali della città.
Si narra che il 12 agosto, alle 16.50 di quel caldo e pazzo pomeriggio, a bordo oltre l’equipaggio c’è qualche ospite. Amici del marchese cui è stato offerto un piccolo giro sotto costa e che poi, prima di sera, una scialuppa dovrà riportare a Napoli. Sono un uomo e una donna, Lui è a bordo per “accompagnare” Lei ed evitare i commenti irriverenti dei marinai. Ma, come gustosamente racconta Ciro Sabatino su “Metropolis Web”, c’è poco da fare, non ci sono dubbi; è la misteriosa donna la vera ospite del capitano. La signora tanto attesa e tanto desiderata; colei per la quale Albenga sta per mettere a rischio la vita di decine di persone. Si chiama Anna Boccardi Doria e nel rapporto della Marina viene definita “antica amica del comandante”. Natali illustri, sangue blu e un titolo nobiliare che le permetterà di evitare l’inevitabile polverone che sta per scatenarsi.
Intanto il capitano deve giocarsi l’ultima carta; l’ultima occasione per sciogliere le fievoli, residue resistenze, della splendida donna che ha al suo fianco. Il capitano acconsente ad un capriccio della passeggera, che vuole ammirare da vicino la costa, quindi la nave fa il suo “inchino” per stupire, stordire, affascinare chi ama il pericolo. Albenga governa l’incrociatore con destrezza, spinge la nave quanto più vicino alla costa per farle “accarezzare” l’isolotto che ha di fronte; la Gaiola.
E’ un attimo e il gioiello della Marina finisce in una secca che anche i pescatori più sprovveduti conoscono, la secca della Cavallara, nel cuore della baia di Trentaremi. La signora è immediatamente sbarcata su di una scialuppa di salvataggio, calata furtivamente dalla nave, sulla quale prende posto anche l’altro ospite, l’avvocato Parascandolo.
Qui si inserisce un episodio che vede protagonista Immacolata Ferraro, figlia di Luigi Ferraro (avvocato, vicesindaco di Napoli, Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia), proprietario dell’allora “Casina alla Starza” [4], attuale “Villa Maria”. Il tutto è raccontato dall’ammiraglio Renato Ferraro di Silvi e Castiglione, nipote di Immacolata in quanto figlio del fratello Guido che fu sposo della nobile e bella Hildegard Rupprecht von Virtsolog, viennese di Baden (vedi link: first-life-original-life).

§ Mia zia Immacolata era da tutti amatissima, per la sua dolcezza, e perciò chiamata Zia Babà. Aveva un carattere mite, sdrammatizzava tutto ed era sempre in pace con se stessa e con il mondo. Una volta, quando da ragazzina frequentava quella che allora si chiamava Scuola Normale, che era l'istituto solitamente frequentato dalle fanciulle delle buone famiglie, poiché non brillava per diligenza negli studi, era stata rimandata a ottobre in non so più quante e quali materie. A quei tempi, siamo prima della Grande Guerra, la famiglia di mio nonno possedeva un "casino di delizie" a Pozzuoli, dove passava tutta l'estate ed anche oltre, servendosi i suoi membri della storica “Ferrovia Cumana” per andare e venire da Napoli. Anche Babà si servì della cumana per andare a sostenere gli esami di riparazione, che si sarebbero dovuti prolungare per alcuni giorni. Nella tarda mattinata, o forse nel primo pomeriggio, ritornò a Pozzuoli e da lontano salutò la sua mamma, la mia nonna Matilde, che l'attendeva trepidante sul balcone della villa, gridando raggiante: "Una bellissima notizia, una bellissima notizia!"
La bellissima notizia era che era stata già bocciata alla prima prova: "Che gioia, così domani non devo tornare a Napoli!"
Babà, comunque, aveva una grandissima dote: era un'eccellente marinaia, e mio padre la portava molto volentieri con sé quando usciva per mare con la sua famosa barca Zizià (si vantava ancora, tantissimi anni più tardi, che ai suoi tempi era la più bella barca di Pozzuoli). Le eccezionali doti marinaresche d'Immacolata ebbero una definitiva consacrazione quando una volta, vedendo dalla finestra della villa di Pozzuoli una nave da guerra che dirigeva verso Napoli, e sembrandole che si tenesse troppo a terra, cominciò a urlare: "Ma chillu capitane è pazze? Vo' purtà 'o bastimento a perdere?"; e non si dava pace! Più tardi il Padre, mio nonno Luigi, tornò (con la cumana, naturalmente) da Napoli, e riferì: "Ma sapete ch'è successo? L'incrociatore San Giorgio s'è incagliato sulle secche della Gaiola, fuori Marechiaro!" Correva l'anno 1911 ... Il comandante, capitano di vascello Albenga, finì sotto processo, invece Zia Babà vantò quella sua intuizione per tutta la vita! §

Il caso San Giorgio viene rapidamente archiviato dal tribunale; il marchese Albenga subisce una lieve condanna “…per grave responsabilità, per trascuranza e leggerezza nella condotta della navigazione in paraggi che imponevano la massima costante oculatezza e diligenza di manovra…”; La condanna per l’ufficiale di rotta è di tre mesi di fortezza e il comandante in seconda se la cava con gli arresti di rigore. In pratica vera colpevole è dichiarata la secca della Gaiola con “l’aggravante” della premeditazione perché appostata in quel sito da migliaia di anni con la precisa intenzione di danneggiare le navi.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 27 ottobre 2012