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sabato 30 settembre 2023

La Mansio di Quarto

 


E’ un Tempio? No, non è un Tempio!

E’ una Taberna? No, non è una Taberna!

E’ una Mansio? No, non credo sia una Mansio!


I più importanti resti archeologici romani son quelli rimasti sempre in vista, attraverso il medioevo, l’età moderna e quella contemporanea.

I competenti li han sempre visitati; anfiteatri, teatri, fori, templi, mausolei, descrivendone gli usi cui erano adibiti o dedicati.

Ma il popolo, e tutti coloro che nei secoli bui hanno vissuto lontano dal sapere, osservandoli ha con frequenza stabilito che fossero luoghi di culto; di conseguenza gli “eruditi” a questi templi hanno anche affibbiato un titolo, spesso scelto perché vicini a qualche particolare che ricordasse una certa divinità.

 

I Campi Flegrei, data la passata grandezza, son pieni di questi esempi; ed alcune intitolazioni risalgono a tempi lontani, come attestato sin dai primi scritti in volgare.

Per l’uomo medioevale, stretto tra la miseria, l’ignoranza e la religione, gli unici importanti edifici, sia pubblici che privati, che vedevano altro non potevano essere che santuari dedicati al Culto.

Impensabile per loro che i predecessori, di cui non capivano ed apprezzavano il grado di civiltà, possano aver costruiti edifici utilizzati come Terme, Calcidico, Foro, o altro.

Questi contadini e pescatori consideravano che tutti questi grandiosi edifici fossero Templi, dedicati alle infinite divinità romane, così come i moderni dedicati a San Gennaro, San Procolo, San Sossio o San Celso che vedevano alzarsi attorno a loro.

 

Tanto per citarne solo alcuni, tra i più famosi nei Campi Flegrei, i Templi di Mercurio, di Diana e di Venere; essi altro non sono che grandiose Sale Termali, inconcepibile per chi poco curava il proprio corpo e poco sapeva degli imperiali ozi baiani.

Sulle rive del vicino Lago di Averso insiste un’altra grandiosa Sala Termale (il quarto trullo per Petrarca e contemporanei) e questo, data la vicinanza al creduto ingresso agli inferi, non poteva non essere dedicato ad Apollo, il Dio dell’Oltretomba.

Nella stessa Pozzuoli sono stati erroneamente definiti tali i grandiosi resti delle Terme di Nettuno; in particolare l’ambiente principale, il Calcidium, destinato al passeggio dei frequentatori. Anche in questo caso la sua funzione originale era impensabile per i più moderni puteolani. Le sue rovine erano talmente grandi, e visibili da lontano, che i letterati pensarono fosse quel Tempio di Nettuno sotto i cui portici Cicerone, stando a Baia, vedeva passeggiare il suo confidente Avieno.

Sempre a Pozzuoli è il Tempio di Diana; in pratica una fontana monumentale in cui furono rinvenuti bassorilievi marmorei che raffiguravano cani e cervi e un frammento marmoreo su cui sembra fosse inciso il nome della dea cacciatrice.

Giusta invece la definizione di Tempio per il principale edificio sacro che, mantenendo la sua originale funzione, continuava a svettare sull’alto della Rupe tufacea.

Infine l’ultima scoperta nel 1750, quel mercato monumentale anch’esso confuso per tempio, consacrato a Serapide, una divinità egiziana.

 

Una certa analogia di catalogazione la si riscontra nei più recenti rilevamenti di ruderi, ridotti al solo livello stradale, attribuendo loro la funzione di Taberne.

Questa mansione mercatale la si sta affibbiando, con disinvolta facilità, anche a strutture conosciute da molto tempo e il cui unico peccato è l’essere poste al piano terra, di alti edifici non più esistenti; alcuni pur lontani dalla viabilità.

Vero è che di Taberne doveva esserne piena la Puteoli cosmopolita (sempre accogliente verso i portatori di ricchezza, novità e religioni), e vero è che per Taberna si intendeva non solo il luogo di somministrazione di cibo o di riposo ma anche il luogo dedicato a qualsiasi attività commerciale, ad attività artigianale e pure attività amministrative a contatto con il pubblico.

Ma è pur vero che non tutti i locali posti al piano terra fossero Taberne; la gran parte serviva da abitazioni, come in seguito lo saranno i vasci con accesso diretto dalla strada; molti servivano quale deposito delle enormi quantità di legname richiesto dai focolari domestici; oppure erano adibiti a scuderie per muli e cavalli, destinati ad essere cavalcati o al traino dei carri; molti altri servivano da stalle per bovini e ovini che in numero elevato vivevano in città.

Dopotutto fino a tutti gli anni sessanta i paesini arroccati nei nostri appennini erano così, nel percorre le loro stradine notavi che, tranne qualche cantina e drogheria, tutti i locali posti al piano terra erano occupati da animali; no da Taberne.

 

Tutto questo preambolo è servito ad esporre una personale supposizione in merito alla definizione di Mansio del magnifico edificio esistente da sempre a Quarto Flegreo.

Non ricordiamo chi per primo gli abbia affibbiato questa destinazione d’uso, certo è che non la riportano come tale né il Dubois nel suo libro del 1907 né il Chianese nel suo del 1938, né Maiuri che si interessò a vicini reperti archeologici, e neppure Caputo, Camodeca e Giglio nel loro saggio del 2013.

Questo bellissimo manufatto si sviluppa su due piani, ognuno dei quali costituito da quattro ambienti comunicanti, separati da archi in laterizio aventi funzione di rinforzo della copertura a volta. Ognuno degli ambienti è illuminato da due lucernari a bocca di lupo contrapposti sulle pareti Nord e Sud; le stanze terminali sono dotate di aperture anche sulle pareti laterali Est ed Ovest.

La parte inferiore dell’edificio, ora adibito a stalla, non ha subito modifiche di rilievo se si eccettua la separazione, mediante tramezzo, della stanza più ad Est.

La parte superiore, attualmente abitata, è stata suddivisa in più parti da tramezzi.

 

Wikipedia ci dice che la Mansio era una stazione di sosta lungo una strada Romana gestita dal Governo centrale e messa a disposizione di dignitari, ufficiali, o chi viaggiasse per ragioni di stato, come i semplici portatori di dispacci.

Insomma il loro scopo era garantire un’adeguata ospitalità ai viandanti di servizio e, spesso, era messa a disposizione dello stesso imperatore se in viaggio.

Facile dedurre che una Mansio, per assolvere il suo compito, doveva essere fornita di ambienti destinati a dormitorio per ospiti e operatori, di cucine e refettori dove consumare i pasti, scuderie per ricovero dei cavalli sia dei viandanti che quelli da dare in cambio, locali con funzione di deposito per alimenti e foraggi, ampi spazi esterni per la sosta di carri merci e carrozze passeggeri.

I conosciuti ruderi di alcune Mansio, ritrovati lungo le consolari imperiali, ci dicono che in genere, avendo anche spazio a sufficienza tutto intorno, queste costruzioni si espandevano orizzontalmente e non in altezza; dopotutto non necessitavano di piani rialzati ed il servizio offerto era più rapido ed utile se svolto a livello stradale.

 

Ora cosa, della struttura di Quarto, ci porta a riconoscerla come una Mansio e cosa invece la accomuna ad una qualsiasi fattoria di campagna?

Conosciuta da sempre come “Masseria Crisci”, alquanto vasta come altre similari in questo stesso Territorio, fu probabilmente sopraelevata dal suo “padrone” al di sopra dei locali rustici affinché potesse servire anche come luogo di “ozio”, oltre che per meglio seguire l’opera dei fattori nei momenti essenziali di un Podere.

La stessa evoluzione edile la riscontriamo, fino a tempi recenti, con la sopraelevazione di ambienti padronali al di sopra delle preesistenti masserie; come era Villa Maria alla Starza, Villa Spinelli o come le esistenti Villa Cordiglia, Villa Cardito, ed altre ancora.

 

Volendo credere che l’edificio di Quarto sia una Mansio, con forte immaginazione e giusto per seguire le mode archeologiche, viene allora da chiedersi perché sia stata costruita in quel luogo.

Generalmente queste stazioni sono erette lungo le strade consolari a distanza di mezza giornata di viaggio tra loro in modo che, partendo di buon mattino, sia possibile usufruire dei suoi servizi durante la pausa pranzo o la pausa notturna.

In questo caso la Mansio di Quarto non avrebbe avuto necessità di esistere in quanto la Pozzuoli romana si trova a solo mezz’ora di strada e Capua, l’altro capolinea della Consolare Campana, sarebbe facilmente raggiungibile in mezza giornata di viaggio.

Quale sarebbe stata la necessità di fermarsi a Quarto?

Rapportata al tempo d’oggi sarebbe come imboccare la Tangenziale ad Arco Felice e, prima d’iniziare un lungo viaggio, fermarsi a prendere un caffè all’Area di Servizio “Antica Campana”.

 

Resta l’ipotesi che questa di Quarto non sia una Mansio intermedia ma una terminale, ovvero la meta finale per coloro che dovevano raggiungere Pozzuoli per poi imbarcarsi per l’Oriente o per dignitari designati a risiedere in questa città.

Ma allora perché costruirla a Quarto e non nella stessa Pozzuoli in modo che i viandanti possano più facilmente raggiungere a piedi qualunque centro di potere, luogo termale, di svago, o punto d’imbarco?

Solo in tempi recenti le barriere autostradali sono state spostate a Caserta Sud, a Nola, a San Giorgio a Cremano; son trascorsi pochi anni da quando erano ubicate sul retro di piazza Garibaldi dove garages multipiano e capienti alberghi ospitavano auto e viaggiatori che, una volta rifrescatosi dopo il lungo viaggio, si immergevano nella cosmopolita vita notturna di un movimentato Suburbio.

 

 PELUSO GIUSEPPE – SETTEMBRE 2023


martedì 28 giugno 2016

Viaggio sulla vecchia cara Cumana



Viaggio sulla vecchia cara Cumana
Tra emozioni e ricordi

La Ferrovia Cumana, fin dalla sua inaugurazione nel 1889, ha la stazione iniziale a Napoli in piazzetta Montesanto e, causa il ristretto piazzale, una porzione di binari si ritrova già in tunnel [1 - Foto tratta da Clamfer.it].
Il treno, appena parte, s’inoltra nella galleria Sant’Elmo e, oltrepassata questa collina, sbuca al Corso Vittorio Emanuele dove incontra la prima fermata.

Lo scrittore e giornalista napoletano Antonio Scotto di Uccio così descrive le sensazioni provate nei suoi viaggi su questa vecchia ferrovia:
«Il trenino della Cumana era un nostro amico dell’estate. Quando, alla fermata del Corso, lo vedevamo sbucare sbuffando proveniente da Montesanto di sotto ad un tunnel che sembrava, a noi giovanissimi, come un tremendo Moloch, era una corsa allegra [2 - Foto tratta da Clamfer.it].

Scattavamo come saette per conquistare il posto (e si andava in prima!) che cedevamo alla mamma ed alle sue amiche; noi preferivamo, poi, andarcene sul terrazzino; il vecchio belvedere.
Per goderci la passeggiata, il tran tran sulle ruote non molto veloce, a far finta di nulla ma notare qualche coppia appena più adulta, furtivamente pronta ad intrecciare le mani nelle mani.
Paragonarle a quelle odierne dei trenini elettrici; il capostazione dal berretto rosso, il cancelletto dipinto di verde per l’uscita, le siepi di fiori profumati.
Fiori semplici di stagione con certe ortensie multicolori che davano il capogiro, l’immancabile seriosa coppia di carabinieri.
Non era veloce il nostro amico trenino. Ma ci concedeva il lusso del chiaroscuro; un tunnel breve; uno spicchio di sole; un tunnel più lungo; una panoramica di azzurro fatta di mare e cielo a contatto.
Tecnicolor della più pura luce. Un regista, un fotografo, uno scenografo di quelli moderni non avrebbero potuto far meglio. Aveva pensato a tutto l’alchimista dell’Universo. . .
La fermata delle Terme Puteolane, ad esempio. Ecco una cartolina che abbiamo nell’album dei ricordi. Una specie di sogno. Giù si sentiva Pozzuoli, alveare di odori di pesce fresco e fritto, ma, durante la sosta, osservavamo come affascinati; piante esotiche, scalinatelle che si intrecciavano, ombrelloni su spiazzi ampi di terrazze fatte a balconate, lumi colorati. Predominava il rosso mattone. Un rosso di lusso; come un pugno nell’occhio, ma dato con stile.
C’era ancora un tratto di ferrovia, se ben ricordiamo lungo la Pietra, con altri tunnel che si intrecciavano, ed il fischio della locomotiva accompagnava l’uscita mentre si scorgeva, d’improvviso, un tratto di strada che sfiorava il mare [3].


Esisteva un intermezzo di verde costituito da canne di bambù o di viti, di frasche rilucenti e di erbe selvagge; quale contrasto. E poi l’incantesimo della visione; la barca a vela ondeggiante pigramente, una specie di paranza che si dondolava. C’erano anche spruzzi di fichi d’india invidiati. Li avremmo voluti cogliere al volo. Ci avvicinavamo, così, alla meta; alla parte, a quel tempo dell’anteguerra, più bella della nostra Napoli.
Quando il treno si fermava a Lucrino, era fatta. E bisognava attendere le prime ore della sera per rifare il cammino a ritroso ed a volte con la luce diffusa di una luna inviolata piena di sospiri, di occhiate amichevoli, di strizzatine, di quelle che sembravano occhi per una carezza fugace.»

Il 9 giugno 1898 escursione classica per gli alunni del convitto Vittorio Emanuele II di Napoli.
«Alle 6 del mattino gli studenti, accompagnati anche dal distinto prof. Giuseppe Mercalli, escono dall’edificio di Piazza Dante avviandosi alla stazione della Cumana [4 - Foto Archivio autore].

Il treno partì e circa un’ora dopo, alla stazione del Lucrino, la comitiva scendeva per incominciare l’escursione a piedi. La prima visita fu alle Stufe di Nerone, con spiegazione del fenomeno da parte del Mercalli che fece notare le analogie, e le opportune differenze, con le stufe di San Germano, la Grotta del Cane e la Solfatara.
Poi ci si prese a camminare verso Pozzuoli: si visitò il Serapeo, dove il prof. Mercalli mostrò le perforazioni subite dalle tre colonne, si proseguì quindi per la Solfatara, il cui proprietario cav. Eugenio De Luca concesse l’ingresso gratuito, e si eseguirono vari esperimenti chiaramente spiegati sempre dal professor Mercalli.
Tutti, lasciando il luogo, vollero portare con se un pezzettino qualunque di materiale che fu oggetto di lunghi dibattiti nelle carrozze della Cumana durante il ritorno a Napoli.»

Edoardo Salzano, ingegnere ed urbanista nipote di Armando Diaz, così scrive nel suo libro “La lunga infanzia”:
«A volte, d’estate, quando stavamo in città ci portavano al mare. Ricordo il viaggio verso Lucrino, una grande spiaggia pulitissima e deserta. Percorrevamo a piedi un pezzo del Corso, fermandoci dalla drogheria Stinca a comprare le caramelle, e raggiungevamo, subito dopo la casa di Luigi Massaro, la stazione della ferrovia Cumana. Era divertente guardare dal finestrino il paesaggio prima urbano poi, dopo Pozzuoli, aperto sulla Baia. Come tutti i bambini, raccoglievamo conchiglie, facevamo i castelli di sabbia, prendevamo il bagno nelle ore stabilite e ci facevamo asciugare dai grandi lenzuoli a spugna.»

Nel 1932 la stampa enfatizza sul buon cuore fascista che non trascura i bisognosi. Così riporta:
«Alla presenza delle autorità cittadine, dalla stazione della Cumana di Napoli è partito il primo treno delle vacanze per la colonia estiva di Arco Felice [5 - Foto archivio autore].

Spettacolo indimenticabile; sventolava il tricolore, la banda suonava gli inni della Patria, i babbi e le mamme agitavano i fazzoletti per salutare i loro piccini.
Intervistato, un povero bimbo, figlio di un falegname, ha suscitato la commozione degli astanti dicendo:
“Oh, quanto son grato a Sua Eccellenza Mussolini! Io non ero mai stato in treno, e nemmeno in funicolare!»
Ancora fino a tutti gli anni ’30 erano in voga le “ottobrate”, una sorta di scampagnata fuori porta organizzate, spesso, dal Dopolavoro Provinciale del Partito Nazionale Fascista. Tutti insieme si partiva dalla stazione Cumana di Montesanto e si raggiungeva quella del Fusaro, vicinissima al lago ed alle sue peschiere, a rinomati o meno ristoranti, a estesi prati [6 - Foto Archivio Autore].


Antonio Buonomo, nel suo libro “L’arte della fuga in tempo di guerra”, così parla del nonno e della Cumana:
«Di lui ho un ricordo stupendo!
Amava molto il suo lavoro di capotreno della Ferrovia Cumana e spesso mi portava con sé sul treno.
Durante quei viaggi avevo avuto modo di vedere come mio nonno fosse stimato e amato da tutti quelli che lo conoscevano. Sui treni della Ferrovia Cumana viaggiavano vaste categorie di commercianti che trasportavano derrate alimentari; pescatori, ortolani, salumieri, ecc.
Lui cercava sempre di facilitare il loro lavoro, facendo il suo senza essere mai eccessivamente fiscale.»

Sia i pescatori (generalmente di sciabica i quali dividevano tra loro il pescato che vendono in proprio casa per casa) che i pescivendoli erano quasi tutti puteolani.
Ancora ricordo il loro coreografico assalto mattutino ai treni della Cumana presso la stazione di Pozzuoli; le urla, gli spintoni, le precedenze mai rispettate e... il coro finale quando il convoglio partiva lasciando a terra qualche tinozza o delle cassette col rispettivo proprietario.

Il citato Buonomo così continua i suoi ricordi, in piena guerra:
«Dopo aver dormito qualche notte sui marciapiedi del tunnel della metropolitana, per ragioni di vicinanza, ci trasferimmo sotto al tunnel della Cumana; una ferrovia suburbana che collega la città di Napoli con la costa Flegrea. Il tunnel era da preferire perché aveva due uscite; mentre i rifugi sotterranei, durante i cosiddetti “bombardamenti a tappeto”, potevano essere bloccati dalle macerie dei palazzi soprastanti.
Conoscevo molto bene la Ferrovia Cumana, perché me ne servivo spesso, sia per andare a trovare i miei nonni sia per andare al mare d’estate.
Quello che colpiva la nostra fantasia di bambini erano i due treni diretti per Lucrino (detto anche Lido di Napoli); uno tutto bianco e l’altro azzurro [7 - Fotto tratta dal Web].»

Questa idea innovativa della cumana non deluderà, rivelandosi utile sia per i cittadini sia per i turisti, tanto da incentivare l’idea di un biglietto che non solo garantisca il viaggio ma anche l’ingresso agli stabilimenti balneari posti a pochi metri dalla stazione di arrivo. Col tempo arriva anche l’idea di un titolo di viaggio con un pacchetto più vasto; nel costo del biglietto, oltre al viaggio di andata e ritorno e l’ingresso agli stabilimenti balneari, sono previste escursioni, visite guidate e pranzo compreso.
I napoletani possono definirsi quindi i precursori di un’epoca moderna, quella delle offerte vantaggiose oggi definite “all inclusive” [8 - Foto Archivio Autore].

I miei primi ricordi di questa ferrovia risalgono agli anni cinquanta; d'estate si andava con la Cumana a fare i bagni a Torregaveta, al Lido Fusaro in cabine concesse a prezzi modici ai dipendenti del Silurificio di Baia, come lo era mio Padre.
Più spesso, con tutta la Famiglia, s’andava a Napoli per gli acquisti importanti, per la Piedigrotta, per i Presepi.
Ci sono due odori che mi ricorderanno sempre quel tempo; la frittata di maccheroni, il piatto classico da spiaggia del napoletano e l'odore misto di treno e panzarotti che ancora adesso, se si cammina per Montesanto e si passa vicino alla Cumana, ti riporta a quei tempi.
E m’è rimasto impresso anche il fumo passivo che, nelle umide giornate con i finestrini ben serrati, invadeva l’intero treno quando non esisteva il divieto.

Lucio Musto, in un blog napoletano, così racconta:
«Da Fuorigrotta prendevamo la Cumana che ci portava a Lucrino o ad Arco Felice o ancora a Torregaveta. Salivamo sulla Cumana carichi di vettovagliamenti, ruoti di maccheroni, insalate di pomodoro; c’era di tutto. In quegli anni il periodo più lungo lo trascorremmo al ”Lido Fusaro” [9 - Foto Archivio Autore].

Era uno stabilimento balneare molto bello che si trovava sul tratto iniziale de “la spiaggia romana”, partendo da Torregaveta. L’ingresso era formato da un edificio circolare che comprendeva gli uffici, il bar ed una grande sala in cui c’era il bigliardino e soprattutto il juke-box che spesso faceva da sottofondo ad alcuni ballerini che accennavano qualche ballo di coppia o di gruppo. All’epoca non c’era bisogno di fare scuola di danza, chi aveva voglia di ballare, o cercava nel ballo la possibilità di fare “acchiappanza”, si buttava senza vergogna, per la gioia di noi ragazzi che ci divertivamo a guardare quei Fred Astair e Ginger Roger nelle loro coreografie valorizzate dai costumi da bagno. Sono trascorsi solo cinquantacinque anni ma sono tanti.»
  
Sul blog del puteolano Giuseppe Caso, troviamo:
«Arrivavo a Bagnoli ogni mattina con la Cumana, che aveva ancora i vecchi convogli con motrice e carrozze di colore rosso e crema, e ne ripartivo con la stessa all'uscita da scuola. Sulla stazione iniziai a notare, in quello stesso autunno del 1960, una ragazza che mi colpì particolarmente per il suo aspetto. Questa bambina, perché tale era avendo solo 12 anni, frequentava la mia stessa scuola e utilizzava anche lei la Cumana, ma in direzione opposta alla mia. In seguito scoprii che proveniva da Fuorigrotta e lei poteva usufruire, diversamente da me, anche di una navetta, una specie di “littorina”, che ogni dieci minuti intercalava le corse con i normali convogli come quelli diretti verso Pozzuoli. Questa “littorina” acquisterà poi grande rilievo nel prosieguo dei miei ricordi [10 - Foto tratta da sito EAV].»


Salvatore Savino, nel suo “Il ragazzo di via Enrico Alvino”, così scrive:
«Scoprii così nuove spiagge, anche lontane dalla città. Come Arco Felice, e le pulitissime acque del Lido Napoli di Lucrino, che raggiungevamo con il treno della Cumana.
Durante il non breve viaggio parlavamo di scuola, dei libri di lettura, dei nuovi film visti o da vedere e dei nuovi attori americani. Poi giunti al Lido, giù in acqua con lunghe nuotate a raggiungere la Torre di Pulcinella, forse un antico faro allora non più attivo, situata in mezzo a quell’arco di mare e utilizzata da noi come trampolino per i tuffi.»

Sul Forum “Napolifans” c’è questo interessante intervento di Carlo Orso:
«La mattina mi svegliava una lama di luce dalle persiane. E subito avvertivo quel languore, la sottile leggerezza del vivere una vita unica e irripetibile tra le braccia di una donna. Con lei andavo spedito alla stazioncina della Cumana al Corso Vittorio Emanuele e (tra una folla fragrante di mare, una giovane ciurma allegra e gentile, munita di pinne, tamburelli, palloni e sacchi da spiaggia odoranti colazioni a base di mortadella, cotolette o cozzetti riempiti di cianfotte) in compagnia di tale piccola umanità del Paradiso, andavo a fare il bagno al Lido Napoli di Lucrino.
Quel vagone (me lo ricordo bene, proprio oggi che qui nevica a fiocchi ampi e leggeri) risuonava di voci, risate e chiacchierine, e pur essendo ciascuno sull'altro, aggrappati a ganci o a corrimano, nessuno si permetteva di sbuffare al vicino; di felicità per la vita, per quella vita, ce n'era in abbondanza per tutti. Ricordo ancora, io sì che mi ricordo, una signora occhialuta, alta e magra, che indossava un vestitino celeste con i fiori arancione. Saliva sul treno in compagnia di una bimba ciotta ciotta e di un ragazzetto pasciuto e cretino che piangiucchiava senza una ragione. La signora portava una gran sacca a tracolla e sotto il braccio una di quelle sedioline pieghevoli in legno che, fattosi un po' di spazio tra la gente, apriva di scatto per sedercisi sopra. Dalla nuova altezza canticchiava coi suoi bambinetti "perchè perchè, la domenica mi lasci sempre sola".
Man mano che la meta si avvicinava il chiacchiericcio si infittiva, sentivi nell'aria l'eccitazione di quando il mare si approssima. Nell'ultimo tratto la botta al cuore, dopo un tratto in galleria, lungo il quale risate e chiacchierine accusavano il picco, improvviso il silenzio. Lasciata la stazione di Arco Felice la Cumana sfrecciava all'aperto e sotto i nostri occhi incantati scorreva il lido di Lucrino [11 - Foto tratta da Clamfer.it].

Erano attimi di gioia cristallina; il mare! il mare! e il mare ci accoglieva paterno con le note di “Azzurro”, la canzone di Celentano che impazzava quell'estate.
Addio Napoli, e forse addio vita vera. Addio per sempre.»

Amalia Galante, nel suo “La signora dagli occhi di viola”, così scrive:
«L’estate era arrivata con molto anticipo quell’anno. Messi da parte piumoni e poullovers s’indossavano abiti chiari, allegri camicioni.
Martina accettò l’invito di Rosetta di recarsi con lei al mare e verificò che nel borsone vi fosse tutto l’occorrente. Mancavano le creme solari, ma sapeva che Rosetta ne aveva una scorta.
“Andiamo a Lucrino?”
“Per me va bene, senza macchina però, prendiamo la Cumana a Montesanto.”
Da molti anni mancava dal Lido Napoli. Era uno stabilimento di pietra. Un lungo nastro di cemento separava le cabine per famiglia, grandi spaziose, con una terrazzina coperta, dagli spogliatoi in muratura.
Il proprietario del bagno aveva predisposto ad una certa distanza dall’arenile una zattera dalla quale ragazzi e ragazze si tuffavano con le più inverosimili esibizioni.
Martina nuotava bene allora, arrivava senza sforzo alla tomba (sic) di Pulcinella, il bianco tempietto che si ergeva come un faro.
Chiassoso il treno dei bagnanti stipato quasi esclusivamente di giovani.
La piccola comitiva di allora non sostava nella carrozze, era fuori, nel breve abitacolo che le precedeva a godere del vento che scompigliava i capelli, dei baci furtivi nelle lunghe gallerie, di strette rapide che i sobbalzi della carrozze in fila rendevano sempre audaci…[12 - Foto Archivio Autore].

Non erano molti i viaggiatori quella mattina. L’estate non aveva ancora sfoderato l’irresistibile desiderio di denudarsi, di sentirsi finalmente liberi da moralistiche sovrastrutture imposte dall’inclemenza della stagione invernale.
Ancora pochi i bagnanti al lido.
Martina si provò il costume, avrebbe dovuto pensarci! Le andava stretto, erano più di tre anni che non andava al mare, lo tirò verso l’alto, poi verso il basso, lo strapazzò, lo tese, non cedeva di un millimetro.
Lo avrebbe indossato ugualmente, non poteva consentire che un lembo di stoffa condizionasse la giornata che si era guadagnata con caparbia volontà.»

 Salvatore Fiore in un Forum, dedicato ai trasporti, narra una sua avventura curiosa mentre era in viaggio con la Cumana:
«In quegli anni ero più legato alla Ferrovia Cumana perché spesso la domenica la prendevamo per andare a Fuorigrotta da parenti.
Inoltre la utilizzavamo in estate per andare al mare a Lucrino al Lido Napoli; allora luogo frequentatissimo di napoletani, oggi non più.
La Cumana ha segnato anche la mia autonomia, la mia libertà. La prendevo da solo già a 12 anni; andavo di mattina prestissimo al Lido Napoli per prenotare la cabina, altrimenti non avremmo trovato più un buco...
Non posso mai dimenticare la graffa che mangiavo appena sceso dal treno prima di scendere in spiaggia.
Ma ancor più ricordo un episodio dell'estate del 1978.
Una mattina divenni rosso paonazzo dalla vergogna, perché il treno fermandosi bruscamente al Lido Augusto mi fece perdere l'equilibrio, mandandomi letteralmente ad abbracciare una bella vacanziera sui 30 anni. Questa molto turbata mi fece un "rimbrotto isterico" che ricordo ancora adesso a distanza di anni, con molta tenerezza.
Fu inutile giustificarmi, la donna non volle sapere scuse!
Tutti i viaggiatori della cumana poi mi presero a guardare in maniera sospetta..., come un "molestatore ferroviario".
Si, perché nei luoghi pubblici, allora come oggi, basta uno che fa una sceneggiata ad alta voce e la gente sta sempre dalla parte di chi accusa, senza sapere se l'altro ha ragione o no.
Insomma avrei voluto disintegrarmi..., avevo appena 14 anni!
Adesso nei treni succede di ben altro..., altro che queste ingenuità della fine degli anni '70.
Quando da adulto ho finalmente raccontato la cosa gli amici mi dissero:
“Salvatò... t'è piaciuta 'a signora, eh?”
Veramente era molto carina, e anche molto scollata, era in tenuta balneare con prendisole, ma allora a 14 anni si incominciava appena a uscir col naso fuori l'uscio di casa.
Adesso tiferei per una bella frenata in un treno affollato, ma mannaggia non capita mai!
Possibile che i macchinisti sono diventati tutti bravi?» [13 - Foto trartta dal Web]


Salvatore Casaburi, nel suo “Quei ragazzi sul treno chiassosi e soli”, così scrive e, debbo ammetterlo, mi riconoscono nelle sue riflessioni:
«Quando nei lunghi giorni d'estate prendo la Cumana per andare a Montesanto, non posso fare a meno di cedere, indifeso, all'invasiva e struggente malinconia che mi riporta agli anni della lontana giovinezza.
La malinconia deve essere assunta a dosi giuste. Come i farmaci, bisogna rispettarne la posologia, altrimenti fa male, può dare assuefazione, fino a determinare stravolgimenti per cui il passato, anche il più doloroso, ci appare come il migliore dei mondi possibili. Per chi racconta la sua e la vita degli altri, poi, questo rischio è ancora più forte.
La Cumana è il mio luogo dell'anima, è, come per un "flâneur" parigino dell'Ottocento, un "passage" da riscoprire a ogni transito.
La Cumana è il mio "luogo della verifica" per capire cosa è cambiato nella città. O cosa è rimasto immutato. Perciò, in questa complicata estate, non posso fare a meno di andarci, come se l'abitudinario e breve viaggio potesse rivelarmi ciò che mi sfugge nella ricognizione urbana.
I ragazzi seduti davanti a me nel vagone comunicano per "selfie", si bombardano di "selfie", si vantano dei "selfie" ricevuti. Non fanno altro per tutto il tempo del viaggio. Sono chiassosi e soli. Accumulano pixel. Perderanno presto le loro "memorie" quando non riusciranno più a governarle. Ora siamo come i giapponesi che venivano a Napoli nei primi anni Sessanta. Vediamo ma non osserviamo. Per osservare occorre lo sguardo di Ulisse, occorrono la fatica e la voglia di vivere.
La Cumana è il mio percorso d'Ulisse e anch'io, ogni volta, ho come meta rassicurante la mia Itaca.
A Montesanto, mentre il mio treno entra in stazione, la folla dei viaggiatori in attesa ha ormai invaso la banchina, impedisce a noi passeggeri in senso contrario di defluire. Spintoni, imprecazioni, qualche avvio di rissa. Altro che trascinato. La folla, presa da un'assurda frenesia, ora mi blocca [14 - Foto tratta dal sito EAV].

Bisogna tenere integro il sottile filo che unisce il passato al presente. Cerco di capire. Mi chiedo quale oscura ragione abbia impedito ai progettisti di istallare, anche nella nuova stazione di Montesanto, le porte automatiche che, nella vicina funicolare, rendono ordinato il flusso degli utenti. Condividiamo i "selfie", non il senso civico.

a cura di Giuseppe Peluso

lunedì 1 settembre 2014

Charles Babbage



 
 “La più notevole costruzione sulla faccia della terra”
Così Charles Babbage definisce il Tempio di Serapide
nel 1828
“Da Pozzuoli al Mondo!”
Con questa breve espressione Charles Babbage, un profeta del futuro, racchiude gran parte del programma di ricerca intrapreso dalla moderna geologia.
Nato a Walworth il 26 dicembre del 1791, e morto a Londra il 16 ottobre 1871, Charles Babbage si laurea a Cambridge nel 1814 e nello stesso anno sposa Georgiana Whitmore con la quale genera otto figli di cui solo tre raggiungono l’età adulta. Lady Georgiana muore nel 1827.
Babbage è un matematico, filosofo, scienziato, crittografo, economista, inventore di grandi e piccole utilità; dal calcolatore programmabile alla tariffa postale unica. Nel mondo dell'informatica è conosciuto grazie alle sue macchine progenitrici dei moderni computer.
Della sua prima idea, l’Analytical Engine (la Macchina Analitica), ne stende il solo progetto; della seconda, la Difference Engine (la Macchina delle Differenze), ne realizza un prototipo, anche se imperfetto.
Nel 1991 viene completata, lavorando a partire dai suoi studi originali e seguendo gli standard disponibili nel XIX secolo, una macchina differenziale perfettamente funzionante; questo ci dimostra che il congegno di Babbage avrebbe potuto funzionare.


Ricostruzione della Babbage Difference Engine
Babbage non è soltanto un importante scienziato, ma anche un genio bizzarro e un viaggiatore curioso e instancabile che gira per le capitali europee per prendere contatto con i matematici locali e tenersi aggiornato sulle principali invenzioni scientifiche e sugli sviluppi dei processi di industrializzazione nei vari paesi.
Nel 1828, mentre si trova in visita a Napoli, si fa calare legato ad una corda all’interno del cono del Vesuvio. Il suo desiderio di poter osservare da vicino la composizione della lava rischia però di costargli molto caro, visto che dopo una decina di minuti viene riportato alla sommità mezzo svenuto e con i vestiti bruciacchiati. Tale curioso episodio mette efficacemente in evidenza la complessa e variegata personalità di Babbage.
 Nel 1828 visita il "Tempio di Serapide" di Pozzuoli e l’osservazione dei segni del bradisismo su di esso lo porta a considerare l'esistenza di forze in grado di alterare la posizione di terra e mare, operanti anche in altri ambiti e su scala globale. Deduzione che praticamente nello stesso periodo fa anche Charles Lyell il quale visita lo stesso tempio nello stesso anno.
Lyell trova il fenomeno talmente significativo, nell'ottica della teoria dell'uniformitarismo (la quale teoria afferma che ieri, come oggi, le stesse cause comportano gli stessi effetti), da spingerlo a scegliere l'immagine delle tre colonne del tempio per il frontespizio del “Principles of Geology”; libro a cui sta già lavorando.
Il “Tempio di Serapide” come appare sul frontespizio della prima edizione (1830) dei Principles of Geology
di Lyell. Alcune edizioni successive omettono la figura del filosofo sulla sinistra.
Motivo d’orgoglio, per noi puteolani, è sapere che la stessa immagine è riportata anche sulla “Lyell Medal”; premio istituito nel 1873 dalla “Geological Society” di Londra per onorare la memoria dello scienziato.
 La medaglia premio “Lyell Medal”
Charles Babbage presenta alla “Geological Society” di Londra un suo opuscolo, con calcoli molto dettagliati, che è una relazione di ragionamento “lyelliano”. Non fu pubblicato fino al 1847 e viene da chiedersi quale sorta di inibizione induce Babbage a ritardare di quasi vent’anni la stampa delle sue osservazioni che ne avrebbero fatto l’iniziatore del ragionamento “uniformitarianistico”. Pertanto la paternità di queste analisi resta, per molti anni, attribuita a Lyell che, come visto, le illustra nel 1830 nel citato suo capolavoro.
 La relazione scritta da Babbage si intitola:
“Observations on the temple of Serapis, at Pozzuoli, near Naples, with an attempt to explain the causes of the frequent elevation and depression of large portion of the earth’s surface in remote periods. And to prove that those causes continue in action. With a supplement. Conjectures on the Physical condition of the surface of the moon”.


In questo opuscolo dal lunghissimo titolo, che stampa a sue spese, la curiosità dello scienziato non si ferma a cercare di spiegare il fenomeno del bradisismo ma arriva ad estrapolarne gli effetti sino alla luna.
Secondo la sua opinione il Tempio di Serapide di Pozzuoli è “la più notevole costruzione sulla faccia della terra” e così continua: “Questo era stato chiaramente costruito al livello o sopra il Mediterraneo. Esiste una incontrovertibile evidenza che questo si sia abbassato sotto l’attuale livello del mare, almeno 25 piedi; che questo è rimasto lì durante molti anni; che poi è gradualmente ritornato su, probabilmente al suo livello originario, e che durante gli ultimi venti anni è di nuovo scivolato lentamente verso il basso. Il risultato di questa perizia mi condusse negli anni seguenti a spiegare i vari innalzamenti e depressioni di parte della superficie della terra, in diversi periodi di tempo, con una teoria che ho chiamato la teoria delle superfici isotermiche terrestri.
Non penso che l’importanza di tale teoria sia stata ben compresa dai geologi, che non sono ancora abbastanza a conoscenza della scienza della fisica.
Riflettendo sulle cause che hanno prodotto i cambiamenti del livello terrestre nelle zone limitrofe a Pozzuoli, ero indotto a considerare se non si potessero estendere ad altri casi, e se non vi fossero altre cause naturali, che esercitano costantemente la loro influenza, le quali, in concorso con le proprietà note della materia, devono necessariamente produrre alterazioni nel mare e nella terra, quei sollevamenti di continenti e montagne, e quei grandi cicli dei quali la geologia ci offre prove così incontrovertibili.”
L’aspetto più interessante e più originale del lavoro di Babbage è dunque l’interpretazione teorica che propone per i fenomeni osservati. Egli attribuisce tali fenomeni a locali variazioni di quota del suolo flegreo. Secondo l’autore la causa delle variazioni di altezza del “Tempio” è da ricercarsi nell’azione del calore sprigionato dal sottosuolo vulcanico.
Babbage ritiene che sia molto difficile, in mancanza di dati sufficienti, determinare come il calore possa produrre gli effetti osservati, tuttavia propone tre diversi meccanismi possibili che risultano di estremo interesse per la loro modernità.
-      Un primo meccanismo presuppone l’esistenza in profondità di un vasto serbatoio di lava fusa contenuto dalla pressione delle rocce sovrastanti. Un rifornimento di nuovo materiale o un aumento di calore potrebbe, secondo l’autore, accrescere la “forza espansiva” del sistema.
-      Un secondo meccanismo potrebbe essere legato alla eventuale esistenza nel sottosuolo flegreo di “cavità” contenenti acqua o altri gas condensati in condizione di forte riscaldamento. Un aumento o una diminuzione di calore dovuti a cause vulcaniche potrebbe comportare un aumento o una diminuzione della “elasticità” di questi fluidi causando così un’elevazione o una subsidenza degli strati sovrastanti.
-      Il terzo meccanismo proposto da Babbage è basato sul principio che gli strati solidi presenti al di sotto del “Tempio di Serapide” possano espandersi per somministrazione di calore o contrarsi per sottrazione di calore. Fratturazione delle rocce, terremoti ed elevazione e depressione della superficie topografica sarebbero gli effetti dell’attività di questi processi.
 Dai suoi calcoli ottiene che, se gli strati al di sotto del “Tempio di Serapide” si fossero comportati come un’arenaria, un aumento di temperatura di 100° Fahrenheit per uno spessore di cinque miglia avrebbe causato un cambiamento di livello di 25 piedi; maggiore quindi di quello che sarebbe bastato a spiegare i fenomeni osservati.
Babbage ritiene che l’ultimo meccanismo sia quello che meglio si presta a spiegare i fenomeni dell’area flegrea, mentre ipotizza che i primi due possano essere in parte utili a spiegare altri fenomeni geologici di più ampie proporzioni come il sollevamento dei continenti e delle catene montuose o il succedersi dei grandi cicli geologici.
E’ questa la prima volta che ci si serve sistematicamente degli strumenti concettuali della fisica e della matematica per mostrare come si formino le montagne e dare spiegazione coerente ai fenomeni dei Campi Flegrei.

Ma le teorie di Babbage sono considerate da numerosi suoi colleghi alla pari di semplici stravaganze e vengono rivalutate solo in seguito, in particolare dopo che l’astronomo tedesco Giovanni Herschel giunge alle medesime conclusioni.
Insomma Charles Babbage, scienziato, viaggiatore e genio curioso e quanto mai bizzarro, nonostante la diffidenza di parte del mondo scientifico e delle autorità governative inglesi del tempo è il primo ad ipotizzare che non sia il mare a mutare il suo livello ma la terra stessa. Da questo ragionamento scaturisce la teoria dell’innalzamento delle catene montuose e della formazione dei continenti; teoria oggi consolidata ma non dimentichiamo che essa nasce dalla fervida sintesi iniziale: di Babbage: “Da Pozzuoli al mondo!”

 Peluso Giuseppe


BIBLIOGRAFIA

Flora Giudicepietro e Luca D’Auria - Storia del dibattito scientifico sul Serapeo di Pozzuoli

Su e Giù - Terra

Andrea Villa - Le ricerche scientifiche in Campania di Charles Babbage

Luca Ciancio – Le Colonne del Tempo