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lunedì 9 aprile 2018

La Via Regia


Al mondo non vedrai cosa più bella
La Via Regia, il miglio d’oro Puteolano

Nel percorrere la nostra litoranea che dai Cappuccini, attraverso Gerolomini e La Pietra, mena a Bagnoli, vivo una rara sensazione di tranquillità e incanto, e credo questo capiti anche a tutti voi.
Una ininterrotta emozione tra terra, cielo e mare che il territorio trasmette con uno spettacolo unico per paesaggi e bellezza.

E’ questo l’ultimo tratto di quel che fu la “Via Regia”; il lungomare che tra ottocento e novecento diventa la “promenade” dei forestieri che numerosi son venuti a fare i bagni nelle “acque” delle nostre Terme e dei nostri Lidi [1].

Per gran parte del sedicesimo secolo, in pieno vicereame spagnolo, questa strada ancora non esiste e per raggiungere Napoli da Pozzuoli si percorre la “VIA PVTEOLIS – NEAPOLIM”, per “colles”, con la quale, attraverso le colline, si raggiunge la capitale. Ma questa antica strada romana è ridotta talmente disagiata e insicura che è giudicato improponibile valicarla senza esporsi a incredibili ruberie.
In molti casi i viandanti sono assassinati e trucidati dagli scherani che occupano ogni dintorno boscoso, tra i dirupi del Monte Olibano e delle rigogliose vicine colline
Inoltre la strada, non ricevendo alcuna manutenzione, mostra tutti i segni dovuti a secoli e secoli di piogge e smottamenti; alcuni tratti, come l’antico ponte romano detto “Cerciello”, sono completamente scomparsi rendendo impossibile il passaggio di carri [2].

Ridotta in questo stato è poco utilizzata da coloro che sarebbero interessati a trafficarla per commerci e comunicazioni; essa è percorsa solo dagli agricoltori del seno de’ Bagnoli dediti alle loro faccende con ben poco da temere dai locali briganti.

Nel 1568 regnando Filippo II, Re di Spagna e di Napoli, il viceré Pedro Afán Enríquez de Ribera y Portocarrero, Duca d'Alcalà (detto don Perafan) [3], pensa di mettere fine a tanti disordini col costruire una nuova via da Fuorigrotta fino al lido de’ Bagnoli per poi prolungarla fino a Pozzuoli.

Questi sono gli apparenti e plausibili motivi che spingono il de Ribera a fondare la nuova via, ma i suoi denigratori storici argomentano diversamente. Dicono che il Viceré in luogo di ordinare il rifacimento della via romana più breve, e farvi rispettare la Giustizia, l’ha abbandonata alla rovina ed agli assassini per farvi continuare i delitti e così dar luogo all'amor proprio di eternare il suo nome con la costruzione di una nuova via e porla in confronto con l’antica romana.

Del progetto e della direzione dei lavori della nuova via Regia si interessano gli ingegneri Ambrogio Attendolo, Mario Galeota e suo figlio Gian Berardino; in tutto sono spesi circa 35.000 ducati.
La realizzazione del primo tratto, da Fuorigrotta a Bagnoli, non presenta grandi difficoltà tecniche essendo la zona perfettamente pianeggiante; tutt'al più si rendono necessarie opere di bonifica di limitate aree paludose [4].

Dove questa strada inizia il Vicerè fa collocare su marmo la seguente iscrizione:

PHILIPPO II REGNANTE
PARAFANVS RIBERA ALCALAE DVX
PROREGE
QVI VIAS FECIT AB NEAPOLI AD BRVTIOS
AMPLISSIMAS
HANC QVOQVE VIAM CLIVIS ANTEA DIFFICILEM
ARCTAM INTERRVPTAM CVM ITER EIVS AD MARE
DIREXISSET
VASTAQVE SCOPVLORVM IMMANITATE CONSTRATA
NOVAM APERVlSSET PVTEOLOS MVLTO BREVIOREM
PERPETVAM ILLVSTREM ATQVE LATAM
PERDVXIT
MDLXVIII.

Tre anni dopo l’inizio dei lavori del predetto primo tratto, nel 1571, si principia al continuamento di essa da' Bagnuoli fino a Pozzuoli e questo secondo percorso, poiché lo si vuole costruire colmeggiando il mare intorno a due promontori inaccessibili, incontra enormi difficoltà nella natura delle cose.
Per questo motivo in soccorso dell'impresa è chiamata l'arte e l’industria umana e, solo con forti spese, si rende la strada tollerabile all’uso dei viandanti.
Molti sono i luoghi difficili come il Monte Dolce sulle mappe riportato come “Promontorium Puteolum”, termine non più in uso e sconosciuto ai più [5]. 

Non potendo smussare l’intero alto costone, si fondano mura nel Mare rubando ad esso gli spazi occorrenti [6].

In altri luoghi, accessibile alle sole capre, si debbono togliere ammassi di pietre quasi incredibili e riempire voragini altrimenti invalicabili [7].

In altri ancora, come il Monte Olibano, è necessario sballare le alture delle antichissime lave bituminose, da secoli raffreddate, e sebbene la strada si eleva dal livello del mare, è possibile superare quest’altro promontorio ridiscendendo mediante una serie di arcate, dette ponti, verso la chiana e le fabbriche delle antiche terme Subveni Homini [8].

Qui la strada percorre un lungo rettilineo parallelo alla spiaggia (Chiaja) e giunge alle porte di Pozzuoli ai piedi del Rione Terra [9].

L’opera, pur mostrando manchevolezze nelle leggi architettoniche e idrauliche che la renderanno poco durevole nel tempo (già verso la metà del settecento la strada inizia a denunziare segni di fatiscenza, provocati sia dal mare che dal bradisismo discendente), è infine terminata e lastricata con la stessa trachite di cui è costituito il monte Olibano.
Proprio nel punto dove sono state incontrate le maggiori difficoltà, quasi alla fine della via ed esattamente sul lato mare del descritto ponte, nella curva immediatamente prima delle attuali "Terme Puteolane", la vanità del de Ribera, sempre secondo alcuni suoi denigratori, non contenta della prima iscrizione determina apporvi la seconda, storica ed enfatica iscrizione posta su di una edicola appositamente eretta [10].

Da siffatta Iscrizione, ora scomparsa, si legge che prima di costruirvi la via il luogo era tutto orrore e solitario, impraticabile all’uomo e si vedevano solo uccelli marini, e per ogni dove c’erano balzi, sassi e rovine naturali [11]:

Appena terminata l’intera arteria è nominata in vari modi;
-      la “via Nuova” in rapporto con l’antica e ancora valicata strada romana;
-      la “via Rivera” come è volgarizzato e conosciuto il cognome del vicerè;
-      la “via Regia” come riportato sulle mappe che iniziano a diffondersi.

La vecchia via romana inizia dalla “Crypta Neapolitana” (o Grotta di Pozzuoli) e continua fin quasi al lago di Agnano e i luoghi bassi degli Astroni da dove, ascendendo il salto del Monte Olibano, si dirige a Pozzuoli. Da questa città va a Baia e al Garigliano dove, innestandosi sulla via Appia, arriva a Roma [12].

La via nuova è dal de Ribera incominciata in prossimità della predetta grotta sulla sinistra della Via romana e, attraverso l'acquitrinosa piana di Fuorigrotta arriva, dopo un lungo e perfetto rettilineo alberato che a mezzo del costruito “Ponte Lungo” supera anche un largo alveo proveniente dalla retrostanti colline, alla spiaggia de' Bagnoli [13].

Nel luogo dell'afforcamento delle due vie l’accorto Viceré vi ha fatto porre due lapidi indicative dell'uso di esse, a seconda del verso; onde si avverte che per la via vecchia si va a Roma e che per la via nuova si va a Pozzuoli [14-15]:


Questa nuova strada, oltre a migliorare i collegamenti evitando il più lungo ed acclive percorso collinare, permette un agevole accesso alle sorgenti termali che, per l’attività dei fuochi sotterranei, si trovano ai piedi di questi monti.
Di tutte queste fonti, anche per gli eventi vulcanici che portano all’eruzione di Montenuovo, se ne sono perse le tracce ma la via Regia crea le premesse per poterle riportare in auge dopo essere state per lungo tempo abbandonate.

Il viceré don Pedro Antonio d'Aragona, in carica tra il 1666 e il 1671, nel 1668 affida al medico Sebastiano Bartolo l'incombenza di rintracciare e restaurare le antiche sorgenti che si incontrano nei Campi Flegrei e che si rivelano molto utili a sconfiggere i morbi del corpo umano.
Bartolo divide la sua ricerca in tre settori geografici ciascuno corrispondente a un tratto della strada che va da Fuorigrotta a Miseno; quindi fa apporre tre diverse lapidi (epitaffi) nei punti di maggior passaggio.
Ciascuna lapide indica il nome delle sorgenti termali, e le qualità terapeutiche delle loro acque, che si incontrano fino alla successiva lapide.
Il primo epitaffio è posto a Piedigrotta all’ingresso della “Grotta di Pozzuoli” e su di esso sono elencate dodici sorgenti ritrovate nella zona compresa tra Fuorigrotta, gli Astroni, Bagnoli e Pozzuoli [16].

Il secondo epitaffio è sistemato sulla Piazza della Malva a Pozzuoli, ora risistemato sotto l’arco di Porta Napoli, e su di esso sono elencate diciannove fonti termali che si incontrano dal centro di Pozzuoli all’inizio di Baia.
Il terzo epitaffio è sistemato sulla via Aragonese tra Lucrino e Baia, località che per questa presenza è da allora chiamato Punta Epitaffio; su di esso sono elencate le otto sorgenti presenti da Baia a Miseno.
Ogni epitaffio è diviso in due parti con quella sovrastante che consiglia il viaggiatore di leggere con attenzione l’epigrafe inferiore in cui sono decantati i Campi Flegrei e le tante e pregevoli sorgenti termali esistenti.

Sulla prima epigrafe, tralasciando le prime quattro fonti che non si trovano direttamente sulla nuova via litoranea, è interessante notare le numerose sorgenti che per un miglio si susseguono dall’attuale piazza di Bagnoli al moderno lungomare di Pozzuoli:

QUINTUM BALNEUM EST IUCARAE, QUOD INVENIES, DUM REGIA VIA, QUA ITUR PUTEOLOS, AD MARIS LITTUS PERTINGIS

Il quinto bagno lo trovi quando, prendendo la “via Regia” per la quale si va a Pozzuoli, giungi sulla sponda del mare; è il bagno della “Giuncara” così chiamato dai giunchi che copiosi si ritrovano attorno. E’ una fonte d’acqua che rende lieta la mente, favorisce Ia gioia, toglie gli affanni, provoca piacere e ti predispone ad esso, fa bene ai reni e a quelli malati, giova allo stomaco, ripara le forze del fegato, fa ingrassare, distrugge Ie febbri saltuarie e fa in modo che la pelle non sia tesa.
Siamo, praticamente, nella Piazza Bagnoli e questa fonte termale sarà nel tempo sfruttata dagli Stabilimenti: "Terme Tricarico", “Terme La Sirena”, “Terme Bocco”, "Terme Cotroneo" (ex Masullo), "Stabilimento Termale del Balneolo" e "Antiche Terme Manganella" [17].

Quattrocento passi dopo la “Giuncara”, sulla destra della stessa via Regia, troviamo il sesto bagno detto “Bagno di Piaga” o “Bagno del Balneolo”, così nominato per la sua piccola forma. La sua acqua ricrea il capo, lo stomaco, i reni e Ie altre membra, elimina l’annebbiamento della vista, rimette in forza i consunti e i deboli, distrugge la causa della febbre quartana, continua e quotidiana, libera dai dolori derivanti da qualsiasi malattia o da febbre. I NapoIetani trovavano quest’acqua così salubre che pensavano lì ci fosse un dio; le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Rocco", “Terme Patamia” [18].

Sulla stessa strada Regia, dopo pochi passi, trovi il settimo bagno; il “Bagno della Petra” così chiamato perché le sue acque rompono la pietra che si trova nelle vesciche. Il bagno con quest’acqua toglie la scabbia, frantuma i calcoli, fa urinare, purifica i reni, fa eliminare la renella, libera il capo dai dolori, toglie Ie macchie dagli occhi, ridà l’udito alle orecchie e le libera dai ronzii, fa bene al cuore ed al torace. Un sorso caldo di quest’acqua purifica il ventre ed evita l’insorgere della renella.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Dott. Alberto Pepere", "Terme Minerali Di Leo" e “Terme La Pietra” [19].

Oltre il Bagno di La Pietra, dopo 20 passi a destra, troviamo l’ottavo bagno, il “Bagno di Calatura”, così chiamato dall’antico nome di Monte Dolce. L’acqua dl questo deterge il viso ed elimina le brutte macchie, rallegra il cuore, rafforza la mente, corrobora lo stomaco, fa digerire le precedenti crapule, stuzzica l’appetito, elimina la tosse, dà sollievo al polmone, fa che dalla tosse non scaturisca la tisi.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: “Terme Vitolo” e "Terme Charlotte - Calatura" [20].

Il nono bagno che si trova oltre la strada Regia, passando sotto il ponte costruito alle falde della rupe Olibano, è il “Bagno Subveni Homini”, così chiamato in epoca romana col significato “Soccorrere gli Uomini”. Già nel cinquecento i napoletani ne trasformano il nome in “Zuppa d’uomini” giocando sul fatto che l’acqua sgorga in un'unica grande vasca dove tutti si bagnano insieme dando l’idea di una enorme pentola.
Per lungo periodo è l’unica sorgente puteolana che continua a offrire le sue acque dopo l’eruzione del Monte Nuovo ed ancora oggi è l’unica in funzione nel miglio preso in considerazione. La sua acqua porta via la tristezza dell’animo ed il mal di stomaco, stimola l’appetito, allevia il dolore dei polmoni, del fegato, della milza e del ventre gonfio, rende chiara la voce, dà sollievo alla podagra invecchiata e toglie ogni specie di dolore; il potere suo più eccezionale è il ristabilimento dei deboli.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Antiche Terme Subveni Homini dei Padri Girolamini", “Stabilimento Termo Minerale Gerolomini”, “Terme Sociali” e “Terme D’Alicandro”, ex “Terme Le Migliori Acque" poi "Terme Puteolane" [21].

Decimo, distante dal precedente 50 passi, è chiamato sia “Bagno dell’Arena” perché l’acqua sorge sulla spiaggia vicino al mare, sia “Bagno di Sant'Anastasia” perché vicino alla chiesa dedicata a questa Santa.
Esso dà sollievo ai bruciori del corpo e ne rinnova Ie forze, toglie i sintomi della stanchezza o la debolezza se si sopporta il calore dell’acqua sorgente.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Terracciano" e "Terme La Salute concessionario Dott. Michele Rocco", ex “Terme Barone” [22].

Lungo tutta la litoranea sorgono innumerevoli stabilimenti balneari, alberghi, pensioni, ristoranti, cinematografi, circoli nautici e ville private [23].

Nel contempo la strada diventa l’asse portante di una nuova mobilità e sarà percorsa dai primi “omnibus a cavalli” sostituiti inizialmente dai “tram a vapore” e poi dai “tram elettrici”; ben presto si affianca la linea della “Ferrovia Cumana” [24].

Questo miglio dell’antica via Regia sarà frequentato da numerosa e scelta clientela che saprà usufruire della economicità dei prezzi senza rinunciare alla eleganza offerta dagli Stabilimenti e dai luoghi [25].

Già nel 1865 l’idrologo A. Dardel, medico dello stabilimento termale d’Aix in Savoia, esalta la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque, la bellezza del paesaggio, la salubrità e la dolcezza del clima.
La strada regale, gli stabilimenti termali e i villini che costeggiano questo litorale sono immuni dalla umidità e avendo a ridosso, come solida barriera, il Monte Dolce il Monte Olibano e il Terrazzo della Starza sono anche preservati dai freddi venti del Nord.
Un assiduo e affezionato cliente della “Bella Epoque”, discorrendo della nostra strada sulla quale amava passeggiare, scrisse:

“Possis nihil urbe visere maius”
“Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggiore”

Oggi questa strada è ancora più bella, cerchiamo di preservarla [26].


PELUSO GIUSEPPE

P.S.
Interessante un'altra Lapide del 1717 conservata a Fuorigrotta.
In essa si legge:
IN QUESTO UNICO POSTO STANNO UNITI I SOLDATI TUTTI
DI QUALSIVOGLIA ARRENDAMENTO, ED ATTENDE CIASCUNO
A FAR LE DILIGENZE CHE GLI APPARTENGONO,
SE ALTROVE NELLA STRADA REGALE  ALCUN DI LORO
ARDIRA' DI MOLESTARE I VIANDANTI SARA' PUNITO
COME UN PRIVATO CHE COMMETTA  VIOLENZA IN STRADA
PUBBLICA SECONDO LO STABILITO DALLA R. PRAMMATICA
DEL .............




domenica 4 settembre 2016

La città di Arco Felice



La città di Arco Felice
Fondata nel 1890 e battezzata nel 1919

Wikipedia, la famosa enciclopedia online a contenuto libero, collaborativa, multilingue e gratuita, così definisce Arco Felice:

“E’ un quartiere di Pozzuoli con circa 10.000 abitanti, confinante con il comune di Bacoli. Il suo nome deriva dal vecchio Arco Felice, un'ampia porta all'antica città di Cuma, costruita nel I secolo dall'imperatore Domiziano, seppure essa non si trovi nelle immediate vicinanze della frazione abitata.
Si distingue da altri quartieri di Pozzuoli per essere quasi autonomo. Nel suo territorio vi sono infatti un ufficio postale, una circoscrizione comunale, varie scuole elementari e medie (inferiori e superiori) oltre ad un alto numero di attività commerciali. Ampia è la presenza di luoghi di ritrovo: bar, ristoranti, pub e pizzerie che nel fine settimana richiamano un notevole afflusso di giovani da tutta la provincia. È servita dalla Ferrovia Cumana che la collega in circa 4 minuti al centro storico di Pozzuoli, oltre che da varie linee di autobus urbane ed extraurbane. Ad Arco Felice termina il percorso della Tangenziale di Napoli con l'uscita numero 14. Dopo di essa la strada prosegue come Strada Statale 7 quater Domiziana.
Il quartiere di Arco Felice è famoso poiché si trova non lontano dal Lago d’Averno, considerato nell'antichità l'ingresso agli Inferi; la cosiddetta Grotta della Sibilla; l'Oasi naturalistica del Monte Nuovo; lo Stadio "Domenico Conte". Oggi la sua notorietà è dovuta anche agli stabilimenti balneari, molto frequentati durante i mesi estivi, seppure in tono minore rispetto al passato.”

In questa definizione nessun accenno è riservato alla recente fondazione di Arco Felice [1], o meglio invenzione, da parte della Cumana; e per cumana non si intende l’omonima Sibilla, ma la ferrovia che porta questo stesso nome.

In Italia è nel mondo sono numerosi i casi in cui una stazione ferroviaria concorre a rinominare un territorio in precedenza conosciuto con altro appellativo, specie se precedentemente disabitato.
La maggior parte delle circostanze riguarda le stazioni, quasi sempre poste a valle o lungo la costa, di centri abitati che sorgono su alture non direttamente raggiungibili dalla strada ferrata.
Pertanto attorno alle relative stazioni sono sorti grossi agglomerati che hanno preso il nome di scalo, ad esempio Vairano Scalo, Orvieto Scalo, etc..

Sulla linea della Ferrovia Cumana, fin dalle origini, persistono due tipici casi.
Il primo è relativo alla stazione creata tra Bagnoli e Fuorigrotta in località "Ponte Lungo", dal nome del ponte che permetteva alla via Regia d'oltrepassare un alveo che, proveniente dalle colline che circondano la Conca di Agnano, fluiva verso il mare.
Questa fermata, per motivi turistici, è nominata “Agnano Terme” ed è realizzata nel punto in cui la strada ferrata passa vicino alle numerose terme esistenti.
Così esse possono essere facilmente raggiunte dalla sempre più numerosa clientela che, dalla seconda metà dell’ottocento, si reca a fare le “acque”.
Col tempo anche i dintorni della stazione, che comunque insiste sul quartiere urbano di Bagnoli, sono assimilati al Territorio di “Agnano”; come dimostrano cartoline e dépliant che così identificano la zona [2].

Il secondo caso, oggetto di queste righe, riguarda la cosidetta "Stazione dell'Arco Felice", come riportano le guide di quel periodo; una fermata creata dalla cumana sin dall’inizio dell’esercizio ferroviario nel 1890 [2a]. 

All’epoca il punto più vicino per raggiungere l'arco romano che distava 30 minuti a piedi; comunque la stazione era una cattedrale nel deserto, circondata dal nulla [3].

La stazione è costruita, dove ancora oggi si trova, al termine del grande Cantiere Armstrong; in prossimità di un area che si spera poter destinare ad ulteriori insediamenti industriali.
Purtroppo per circa trent’anni non ci sono sviluppi in tal senso e solo nel 1918, grazie alle facilitazioni ottenute per investimenti bellici, la signorina De Sanna (figlia del defunto comm. Roberto, industriale, finanziere e mecenate) costruisce un grande Cantiere Navale proprio ai confini della Armstrong.
Al termine del conflitto la mancanza di commesse è fatale per questo cantiere, come per la stessa Armstrong e per l’ILVA di Bagnoli.

Per questa stazione [4] sono proposte varie denominazioni: Balipedio (perché vicinissima al poligono di prova delle artiglierie); Bambinella (perché adiacente alla omonima punta); Cuma (perché sulla strada che tutti percorrono per raggiungere la rocca euboica).

Poi si decide di battezzare Fusaro-Cuma la stazione adiacente alla casina Vanvitelliana, che giustamente è più vicina alla rocca; pertanto per la nostra stazione si fa qualche passo indietro e la si denomina, sempre per attirare flussi turistici, col nome di Arco Felice.
E’ la prima volta che questa parola compare in questa zona ed è lo stesso termine con cui è conosciuto un maestoso monumento, all’epoca cadente nel territorio di Baia [5], posto fra i monti Euboici in mezzo di una stretta valle sotto di cui passa la via Domiziana; la porta di accesso all’antica città greca.

Naturalmente per il Territorio è una denominazione del tutto nuova; in genere è riconosciuto come Punta Caruso, Villa di Cicerone o Punta Bambinella; il Dubois ancora ai primi del novecento nomina la zona come Bamminella [6].

In nessun vecchio testo riscontriamo la denominazione Arco Felice per questa zona che, in linea d’aria, dista oltre tre Km e mezzo dalla porta da cui prende nome. I Km diventano quattro percorrendo le strette cupe dell’epoca che seguono due ben distinti tracciati: quello dei Laghi e delle Mofete [7],

oppure quello di Taiano e della Schiana [8].

Entrambi attraversano due piccole comunità contadine ben riconoscibili; quella di Lucrino che si raccoglie attorno alla Cappella di San Filippo e gravita nell’orbita del Casale di Baia (ancora comune di Pozzuoli fino al 1919) e quella di Taiano che si raccoglie attorno alla cappella di S. Antonio Abate e gravita nell’orbita del Casale di Torre S. Chiara.
Praticamente la nuova Arco Felice, oltre ad essere distante dal monumento da cui prende nome, è da esso separato da altre comunità che di già hanno autonome e consolidate tradizioni.

Il Mazzella, nel suo “Antichità della Citta di Pozzuolo” del 1591, scrive che nella piana che dal Monte Barbaro va a mezzogiorno verso il mare, a tramontana va fino al Lago d’Averno, da ponente va al Sudatorio e da oriente va alle stesse falde del Barbaro, sorge un monte detto dai paesani “Nuovo”, che fù fatto in un giorno e una notte e questa stessa piana il Mazzella la chiama “Della Montagna Nuova” [9].

Il Sarnelli, nella sua “Guida dei Forestieri di Pozzuoli” del 1709, scrive che da Pozzuoli fino al Lago d’Averno non si vede altro che i luoghi ove furono la Villa di Cicerone, gli Horti di Cluvio, di Pilio e di Lentolo.

Il Palatino, nella sua “Storia di Pozzuoli” del 1826, dopo la descrizione dei resti del Tempio delle Ninfe ai piedi della Starza, dice che poco lungi dalle sopradette colonne si ammira il così detto Monte Nuovo e poi il Lago Lucrino.

Ancora nel 1909 il volume dedicato ai Campi Flegrei di “Italia Artistica” non fa alcuno accenno ad una località denominata Arco Felice e quando ne inquadra il territorio, in una famosa foto scattata dalla sommità di Monte Nuovo, cita il solo “Cantiere Armstrong” [10].

La località, nonostante le speranze riposte, continua ad essere abitata dai pochi agricoltori raccolti nelle antiche masserie, alcune ancora di proprietà dalla Mensa Vescovile di Pozzuoli e concesse in enfiteusi a vari coloni.
La stessa Ferrovia Cumana nelle sue tabelle orarie, fino agli inizi della Grande Guerra, chiarisce che in questa stazione (come pure in quelle di Agnano, Cappuccini, Cantiere, Lago Lucrino e Cuma-Fusaro) i treni fermano solo su richiesta dei viaggiatori che debbono preventivamente avvertire il capo treno.
Comunque su alcuni treni diretti, della tratta Torregaveta – Baia – Pozzuoli, la fermata non sarà possibile neppure prenotandola [11].

E questo a dimostrazione della scarsa frequentazione dei luoghi fino a tutto i primi anni dieci del novecento quando si avvertono le prime novità.

L’Armstrong si afferma come la massima fabbrica di artiglierie navali italiana, e tra le principali mondiali, e la sua produzione subisce un notevole incremento, prima per lo scoppio della guerra italo-turca e poi con la guerra mondiale.
Sempre più immigrati raggiungono Pozzuoli da altre cittadine della Campania e del basso Lazio. Non tutti trovano alloggio al vecchio centro storico e molti si adattano in casolari e ruderi abbandonati posti tra la fine della Starza e le pendici del Monte Nuovo; comunque nelle vicinanze del grande Opificio.

Sorgono piccoli laboratori, oggi diremmo l’indotto, ma anche il grande “Cantiere Navale e Officine Meccaniche di Arco Felice” che, con un capitale versato di cinque milioni di Lire, dà lavoro a 212 persone. Questo cantiere sorge in quella piccola insenatura naturale delimitata da Punta della Bambinella e da Punta Caruso [12]. 

Sono creati capannoni e ben tre scali che vanno a modificare la morfologia della costa che alla fine degli anni ’30 sarà sede del nuovo Lido Raja.
Il Cantiere Navale è una delle prime, e tra le più importanti, aziende ad iscriversi alla nascente “Unione Regionale Industriale”. Maria De Sanna ne è la presidente, Tommaso Romano l’amministratore delegato e l’ing. Della Rocca il direttore tecnico. Tra i componenti del consiglio d’amministrazione troviamo anche l’ing. Ettore De Nicola che, come l’ing. Della Rocca, risiede nella puteolana Villa Maria alla Starza dove c’è la Direzione dello stabilimento.

Intanto domenica 21 dicembre 1919 nel cantiere navale di Arco Felice è varata la prima motonave costruita in quel sito ed è interessante riportarne la cronaca della cerimonia così come descritta dal giornale “don Marzio” [13]:

“La cerimonia svoltasi ieri nella incantevole insenatura di Arco felice, a tre chilometri da Pozzuoli, segna un primo, grandioso successo dei Cantieri Navali e Officine Meccaniche “Arco Felice” sorti, or è un anno, per opera di quella eletta anima femminile che è la signorina Maria de Sanna.
Il solo nome di Maria de Sanna evoca una infinità di contributi dati al risveglio morale della nostra città: non vi è opera di beneficenza e di solidarietà sociale che non ha trovato sempre nel suo intelligente sorriso una patrocinazione bastevole e nobilissima!
Fu una festa magnifica quella che nella incantevole, meravigliosa mattinata di ieri richiamò ad Arco Felice, da ogni parte di Napoli e dintorni, la gran folla che si assiepava nei pressi del Cantiere imbandierato per assistere al varo dell’Arco Felice II che si ergeva maestosa sullo scalo accanto alle altre due navi gemella appena abbozzate.
L’Arco Felice II è di una fattura sorprendente. Misura una lunghezza di metri sessantadue e cinquanta ed una larghezza di metri dieci e trenta; ha una stazza lorda di 850 tonnellate ed una portata massima di 1350 tonnellate.
Le due macchine, le eliche, la caldaia a vapore, gli organi di manovra, le ancore di ormeggio, il timone, sono quanto di più perfetto sia stato creato nel genere.
La bella nave, che ha una velocità di nove miglia all’ora, è provvista di un impianto a vapore per la estinzione degli incendi e per lavaggio; ha quattro alberi, tre boccaporti e gli ausiliari a vapore ed a motore per l’esaurimento delle sentine.
Infine l’Arco Felice, che è stata costruita sotto la sorveglianza speciale del Registro Navale Italiano, ha quanto di meglio possa oggi desiderarsi dai più apprezzati tecnici.
Con treno speciale, diretto ad Arco Felice, alle ore 9,50 partirono dalla stazione di Montesanto le Autorità ed un imponente numero di invitati per partecipare alla simpatica cerimonia del varo.
Fra gli invitati notavansi moltissime signore e signorine della nostra aristocrazia.
Alle 12 precise ebbe inizio la funzione.
Il vescovo di Ischia mons. Ragosta, che indossava i sacri paramenti, preceduto dalla Croce astile, dal Clero e dal Capitolo di Pozzuoli, e seguito dalla signorina Maria de Sanna, dalla signorina Fanny Marincola de Petrizzi, dall’egregio R. Commissario di Pozzuoli Duca Niutta, che rappresentava anche il Prefetto Gr. Uff. Sansone, dal cav. Tommaso Romano, Presidente del Consiglio d’Amministrazione dei Cantieri e dai componenti di esso comm. Giuseppe Di Luggo [cugino di Roberto De Sanna], cav. Luigi Astarita, avv. Ettore De Nicola, cav. Biagio Borriello e cav. Millosevich, procedette alla benedizione della nave. Indi gli operai abbatterono i puntelli e si dettero ad ultimare le altre operazioni per il varo.
Alle ore 14,10 la madrina signorina Fanny Marincola di Petrizzi tirò violentemente il laccio dal quale pendeva una bottiglia di champagne Piper Heedsich che si infranse subito contro la nave, fra le acclamazioni entusiastiche dei presenti. Ed il battesimo fu un fatto compiuto.
Cominciarono, quindi, le manovre per il varo, operazioni eseguite sotto la direzione del cav. Romano e del valoroso Direttore Tecnico dei Cantieri ing. Della Rocca.
Furono momenti di emozione intensa, gli sguardi di tutti convergevano sugli operai commossi anch’essi nell’imminenza di veder felicemente coronate le loro fatiche.
In poco tempo il lavoro fu ultimato.
L’ing. Della Rocca, con voce ferma, fra il religioso silenzio dei presenti, comandò: “In nome di Dio, tagliate le trinche!” e la bella nave, prima lentamente, poi con maggiore velocità, scese nel mare spumeggiante che il sole inondava di luce.
Gli urrah de le maestranze, lo stridio delle sirene, lo sparo delle bome carte e gli incessanti battimani degli spettatori salutarono l’avvenuto varo, che segna il primo grandioso successo dei Cantieri Navali e Officine Meccaniche Arco Felice.
Dopo il varo agli invitati è offerto un buffet sontuosissimo e quindi il treno speciale riporta tutti a Napoli.
Fra gli intervenuti abbiamo notato: la signorina Maria de Sanna, la baronessa Compagna Soulier [il padre era il senatore Enrico Soulier e lei, Margherita, è ricordata per aver donato al museo di Capodimonte una interessante collezione dì ritratti],  la marchesa Serra di Gerace, la contessa Marincola di Petrizzi e la sig.na, donna Fanny e donna Maria Marincola di Petrizzi [rispettivamente zia e cugine di Maria de Sanna], Matilde Serao [non necessita di presentazioni], donna Maria Cantù Berti, la sig.na Maria Pia Pironti, la sig.na Bice Consiglio, la marchesa de Franciscis di Castelvetere, la sig.na Iappelli, la signora Maglione Bruno, la signora Dupont Fratta, la signora Caprioli Malatesta, la signorina Carafa d’Andria, la signorina Betocchi, la marchesa Porcinari, la signora Rispoli, la signora Cacci e le signorine, la signora Antonelli e le signorine, la signora Astarita e le signorine, la signorina Elena Tarsia, la signora Pintor Mameli e le signorine, la signora Rossi, la signora Maria Calabresi-Sorge, la signorina Sorge, la signorina Elena de la Field, la signora Imbert Schioppa, la signora Carpi, le signorine Aspasia ed Anna Lubrano, le signorine Sandrina ed Antonella Morabito, la signorina Maria Russo, la signora Gemma Longobardi, la signora d’Emmanuele, la signora Della Rocca, la signora de Ruggiero e le signorine, la signora Rolla, la signora Bufi, la signorina Faiella, la signora Cutolo e la signorina, la signora Bruno, le signorine Conti ed altre moltissime.
Fra gli uomini: S.E. l’ammiraglio Salazar [il suo nome era Edoardo, era il Direttore generale dell'Arsenale di Napoli e fu poi senatore del Regno] in rappresentanza anche del comandante del Dipartimento ammiraglio Del Bono, il duca Niutta per il Prefetto comm. Sansone [Don Giovanni duca di Niutta, e marchese di Marescotti, sarà il grande protagonista, con il Re Vittorio Emanuele III, dell’inaugurazione del monumento a Diaz a Napoli], il conte Pintor  Mameli vice Prefetto di Pozzuoli [Romualdo Pintor Mameli, poi prefetto di importati città italiane], il conte Pecori Giraldi [direttore dell’Armstrong di Pozzuoli e padre dell’ammiraglio Corso nato a Pozzuoli], il comm. Amendola, direttore del Banco di Napoli [Salvatore Amendola, intimo amico di Lamont Young],  il comm. Teodoro Cutolo [vecchio amico di Roberto de Sanna e socio della SAD], il comm. Alvino, il comm. Capodanno della Banca della Penisola Sorrentina, il cav. Vitale [ovvero ing Ettore, presidente del Risanamento Napoli], l’avv. Maglione, il barone Luigi Compogna, il comm. Carlo Caprioli, il comm. Betocchi, [Alessandro Betocchi, vecchio amico e socio in affari di Roberto de Sanna], il duca di Castelmola, il sub commissario comm. Iappelli [acquisterà una proprietà a Pozzuoli in via Mliscola], il marchese Pio Ferri, il maggiore Cesare Cantù [nipote dello storico, letterato e deputato omonimo], l’avv. Carlo Venditti, il conte Carafa d’Andria, il marchese Porcinari, l’ing. Dupont [Lambert Adolphe Dupont di Liegi ed amministratore della “Société Anonyme des Tramways du Nord de Naples”], il comm Spicacci [maestro di piano ed autore di brani], il colonnello d’Emmanuele, il comm. Santasilia, il barone Riccardo Ricciardi [che fu famoso editore], il capitano Filippo Criscuolo, il conte Giuseppe Calletti e numerosissimi altri.”

Il battesimo della nave, che come visto porta il nome “Arco Felice”, ci piace identificarlo con il battesimo della stessa cittadina che con la grandiosa manifestazione acquisisce notorietà e visibilità.
Nonostante la depressione post bellica la vicina Lucrino inizia ad procurarsi rinomanza per i suoi eleganti bagni marini e per le graziose villette che ora sorgono sempre più numerose. In poco più di dieci anni l’accorta imprenditoria puteolana e napoletana, approfittando della amenità dei luoghi e della meravigliosa e incantevole vasta spiaggia, creano un connesso complesso di Lidi, Campi sportivi, Piste, Club, Alberghi e Ristoranti.
Il tutto è agevolato dalla presenza della Ferrovia Cumana e col tempo arriva anche l’idea di un titolo di viaggio con un pacchetto globale che oggi diremmo “all inclusive”. Nel costo del biglietto, oltre al viaggio di andata e ritorno e l’ingresso agli stabilimenti balneari, sono previste escursioni, visite guidate e pranzo compreso.

Inizia così l’epoca d’oro del Litorale Flegreo e di questa rinascita ne giova la vicina località che giorno dopo giorno inizia sempre più ad essere identificata come Arco Felice, dal nome della stazione con cui la si raggiunge.
Nascono il Parco Caruso [14], 

il Parco De Martino [15] 

e l’elegante rione di villette artistiche moderne, con terrazze e giardino, con o senza garage, costruito e commercializzato dalla “CME Construction Co” con sede a Napoli.
Un dépliant turistico [16], 

dei primi anni ’30, definisce Arco Felice “Nuova Cittadina Giardino” e specifica che essa si trova tra Pozzuoli e Lucrino, circondata da colline amene, in una zona eminentemente storica.
Il volantino aggiunge che c’è Veduta Incantevole, Aria Salubre, Spiaggia Balneare, Tennis Club, Pattinaggio, Equitazione, Zone di Cura, Massimo Confort; il tutto a 25 minuti dal capoluogo, con auto o con ferrovia elettrica.
Qualche anno dopo, con la costruzione del grandioso Lido Raja [17] e del progettato vicino Albergo, Arco Felice raggiunge l’apice della sua celebrità.

Purtroppo il doloroso periodo bellico interrompe questa ascesa e la località è stravolta da approntamenti bellici [18]; 

alberghi ed altri edifici sono fatti saltare dai tedeschi in fuga. Il Complesso Raja, requisito, diventa base dei servizi segreti americani; il Monte Nuovo è utilizzato come campo d’addestramento dei Rangers [19] destinati allo sbarco di Anzio.

Ma il mondo gira, passa e va; sempre più strati di popolazione, favoriti dal nascente boom economico, vuole dimenticare e divertirsi; i Lidi riprendono le loro attività, Alberghi e Ristoranti riaprono i battenti. Nuovi quartieri, specialmente d’edilizia privata e cooperativa sorgono ad Arco Felice e nelle sue vicinanze.
I residenti, nonostante l’adolescenza del centro, acquisiscono una mentalità autonomista favorita anche dai numerosi punti di aggregazione e di passeggio che felicemente la differenziano dalle numerose periferie dormitorio [20].

Il culmine di questa ventata d’autonomia lo si raggiunge con l’entrata in vigore del Codice di Avviamento Postale, un Codice anomalo quello assegnato ad Arco Felice, meritevole di un trafiletto separato.

Poi la cittadina si ritrova praticamente inglobata nella stesso rione di Lucrino, e dei nuovi insediamenti popolari della Schiana, di Sotto il Monte, di Toiano; estesi quartieri abitati da veraci puteolani che qui si sentono di casa.
Sono questi, ormai maggioranza, che hanno smorzato quella spinta autonomistica che fino a tutti gli anni ’60 ha aleggiato tra gli amici di Arco Felice.

Giuseppe Peluso