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martedì 23 luglio 2013

Ezechiele Guardascione








Ezechiele Guardascione

Ombre e crepuscoli di un paesaggista flegreo



Insieme a Pasquale Manduca, Vincenzo Ciardo, Giovanni Brancaccio, Leon Giuseppe Buono ed al più giovane Salvatore Volpe, Ezechiele Guardascione appartiene alla Scuola Puteolana di Pittura conosciuta come Gruppo Flegreo.
Ezechiele nasce a Pozzuoli il 2 settembre 1875 da Vincenzo, proprietario terriero, e da Rosa; la sua giovanile formazione di pittore si svolge all'Istituto di Belle Arti di Napoli, all'epoca in cui ancora vi insegna Domenico Morelli. In questa scuola è accolto, su segnalazione del commendatore Alfonso Simonetti, da Filippo Palizzi che lo accetta senza esitazioni al suo corso di pittura. Tale insegnamento lo conduce a preferire il tema del paesaggio ed in particolare le marine del porto di Napoli e Pozzuoli nelle ore misteriose e silenti. Diventa un impressionista d’ingegno vivace e versatile e lavora con la stessa disinvoltura a tempera ed a olio.
Vive a Pozzuoli fino alla fine dell’ottocento partecipando alla vita culturale della città intrecciando fertili rapporti con colleghi artisti e letterati, ospiti della sua casa che svolge funzione di cenacolo culturale. Nel 1892 è tra gli autori del giornale “Don Checco” diretto da Raimondo Annecchino. Ezechiele è responsabile della cronaca e vi pubblica  le gustose “macchiette puteolane” che ritraggono tipiche figure popolari. Risale al 1898 la sua partecipazione all'Esposizione Nazionale di Torino con il dipinto “Nel pantano” raffigurante una veduta della tenuta reale di Licola, attualmente a Napoli nel Palazzo della Provincia, che ottiene il primo premio.
Agli inizi del Novecento sposa Giovanna Scattoni, di nobili origini, dalla quale ha due figli, Vincenzo e Francesco. A partire da questo periodo Guardascione alterna l'attività di pittore a quella di critico, insegnante e promotore della cultura artistica napoletana; dedicandosi con sempre maggior impegno a questi campi e riducendo la partecipazione alle esposizioni.
Nel 1910 inizia ad operare da uno studio galleggiante; una chiatta messa a sua disposizione da un industriale del carbone, il commendatore Roberto De Sanna. Costui, che per un certo tempo è stato anche impresario del teatro San Carlo nonché amico ed ispiratore di Eduardo Scarfoglio, è il padre della signorina Maria De Sanna che nel 1918 acquista dalle sorelle Ferraro, Maria e Immacolata, il Casino Ferraro sito in località la Starza a Pozzuoli. Guardascione racconta che quando Roberto De Sanna vede alcune sue macchie di Napoli gli domanda se per caso conosce il lato del porto dove attraccano i grandi vapori del carbone. “Andate mi disse, telefonerò al capo guardiano che si mette a vostra disposizione. Così ebbi una vecchia zattera sulla quale era stata costruita una specie di baracca che venne imbiancata al mio arrivo”.
Le marine e le scene di porto sono i temi preferiti di quegli anni; le opere dipinte costituiscono un’interpretazione visionaria della vita portuale di una grande città, che Guardascione rende attraverso un colore fuligginoso, mentre le forme si impastano in un’atmosfera grigia, in cui emergono, come fantasmi, sartiame, gru, fumaioli, in un intrigo fitto di segni neri che danno un senso dinamico ed inquieto.
Nel 1911 espone la sua opera “Il Porto” alla XXXIV Promotrice Salvator Rosa che è premiata dal Regio Istituto di Incoraggiamento e acquistata dal suo presidente Achille Minozzi. Il dipinto, impostato secondo un taglio orizzontale che suggerisce quiete e attesa, presenta barche e zattere alla banchina nell'ora serale. Dello stesso periodo e di affine sensibilità è “Sera”, custodito dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, in cui delle baracche di pescatori sono avvolte dalle ombre crepuscolari.
Negli anni immediatamente precedenti e successivi alla prima guerra mondiale partecipa sporadicamente a esposizioni collettive di interesse nazionale, nel 1921 espone quattro dipinti alla prima ed unica edizione della Biennale Nazionale di Napoli. Al 1924 risale la sua prima partecipazione alla XIV Biennale di Venezia, dove presenta il dipinto intitolato “Sera a Pozzuoli”, oggi nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna.
Ma ora gli interessi dell'artista si rivolgono prevalentemente alla critica; conosce Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo, che gli accordano la loro protezione e amicizia; nel 1924 pubblica, per Laterza di Bari, il volume “Gioacchino Toma - Il colore in pittura”. Il saggio, che riscuote un certo successo editoriale e l'apprezzamento di storici e critici d'arte, tende a rivalutare la figura del pittore ottocentesco. Il Guardascione volge in senso positivo le critiche che nei decenni precedenti hanno decretato un declino critico della figura di Toma e tra queste, in primo luogo, quella relativa alla sua sobrietà cromatica, che ne fa un pittore atipico e contestato dell'ottocento napoletano. Ezechiele individua nel frequente ricorso ai toni di grigio da parte di Toma non già una lacuna nell'uso del colore, quanto piuttosto l'efficace espressione di ambientazioni intime e di stati d'animo sommessi.
Tra coloro che si interessano al saggio di Guardascione spicca Ugo Ojetti, con il quale intrattiene, a partire da questa data, una lunga corrispondenza. Il carteggio inedito (Roma, Galleria nazionale d'arte moderna, Archivio storico, Fondo Ojetti) evidenzia la profonda ammirazione di Guardascione per il celebre critico e la costante ricerca della sua approvazione.
Nel 1927 Guardascione redige per l'Enciclopedia Italiana, su commissione di Ojetti, la voce biografica sul pittore Costanzo Angelini; nell'anno successivo, traendo spunto da una riflessione sugli scritti di Ojetti e dagli scambi epistolari con quest'ultimo, Ezechiele pubblica un articolo fortemente critico sull'opera di Vincenzo Gemito.
Il breve saggio, apparso sul secondo numero della Rivista di Cultura, suscita nell'ambiente artistico napoletano delle vivaci proteste, culminate nella richiesta, da parte della Federazione Provinciale dell'Artigianato, di estromettere Guardascione dalla Biennale di Venezia, dove è stato selezionato quell'anno con un quadro intitolato “Castello e barche”. Nello studio su Gemito Guardascione intende ridimensionare la figura dell'artista nel momento della sua massima celebrità, pur riconoscendone la felicità degli esiti nei ritratti di popolane e in talune sculture; in particolare Guardascione, uomo antiretorico e spregiatore dell'ipocrisia in arte, ritiene sopravvalutate le doti di Gemito quale disegnatore, così come le famose superfici materiche delle sue sculture. A una lettura odierna il saggio pressoché dimenticato del Guardascione appare frutto di un punto di vista originale e coraggioso per il tempo in cui vede la luce, oltreché godibile sotto il profilo letterario per il lessico ricco e avvincente. L'eco del contenuto dell'articolo deve essere stato grande se in una lettera a Ojetti del 12 aprile 1928 Guardascione afferma essere andato a Roma da Cipriano Efisio Oppo, direttore della Quadriennale di Roma, e da Margherita Sarfatti per trovare protezione dopo le polemiche sorte dalla pubblicazione del saggio. La partecipazione alla Biennale del 1928, oltre a essere coronata dalla vendita del dipinto esposto, acquistato da Attilio Piscitelli così come attestato dalla lettera che Guardascione scrive a Ojetti ringraziandolo per le belle parole di recensione, vede il pittore impegnato al fianco di Ojetti nella selezione dei dipinti napoletani del XIX secolo, per la mostra sulla pittura ottocentesca italiana che vi si tiene.
Particolare e degna di nota, negli anni venti e trenta, la sua attività di scenografo e decoratore di saloni secondo un gusto neobarocco.
A Napoli dipinge le sovrapporte del caffè Gambrinus con paesaggi e affresca con scene capresi d'ispirazione settecentesca il vestibolo della Banca Commerciale Italiana nello storico Palazzo Zevallos Stigliano. Sue sarebbero le perdute decorazioni dell'Hotel des Palmes di Palermo, delle Terme di Fiuggi e del Palace Hotel di Roma.
Nel contempo la sua produzione pittorica, in cui i paesaggi del golfo di Napoli sono soggetto quasi esclusivo, sono ora presentati con una tavolozza rischiarata e con inquadrature rese con una pennellata veloce e liquida.
Tra i suoi allievi di questo periodo troviamo il pittore Luigi Bellini (1912-1989), uno degli ultimi artisti della Scuola di Posillipo.
Convinto fascista, nel corso degli anni trenta, Guardascione riveste un importante ruolo culturale attivandosi per iniziative a favore dell'Opera Nazionale fascista e scrivendo su riviste vicine al partito. Tra il 1934 e il 1935 firma alcune pagine critiche di rilevante interesse storico, tra cui un violento attacco all'arte novecentista colpevole di spacciare per originalità istanze di stile e di contenuto già appartenute a precedenti movimenti e già risolte storicamente. Queste appaiano nella rivista guidata da Giovanni Preziosi, ”La vita italiana”, e tra esse ricordiamo “Quale sarà la pittura del Novecento?”  del giugno 1934; “Il palazzo del littorio” del dicembre 1934; “La II quadriennale d'arte”  del marzo 1935.
Guardascione è uomo eclettico e incline al cambiamento. Si diletta di poesia e raccoglie un'importante collezione di statuine settecentesche da presepe con la quale allestisce presepi scenografici a scopo benefico per le opere assistenziali del partito; a Milano nel 1930 e nel 1934 quindi presso i Mercati Traianei a Roma (1931 e 1936) e ancora a Bari (1938), riscuotendo un grandissimo successo. Nel 1934 pubblica a Napoli un piccolo libro dal titolo “Il presepe” dal quale riprendiamo:
 “La costruzione del presepe napoletano non dipendeva sempre dalla volontà o dalla sensibilità dell’ artista. Molte volte questa libertà veniva troncata, o mutata, perché interveniva spesso il proprietario e i suoi capricci. Interveniva la moglie, intervenivano i figli e si aggiungevano le più strane e buffe particolarità. Qualche volta il divino pargoletto nasceva ai piedi del Vesuvio in eruzione e, sullo sfondo, attraverso gole di montagne simili a masse di lava raffreddata, si scorgeva la linea del Vulcano, dalla cui sommità, con un gioco di luce rossastra, scorreva la terribile e prepotente lava. E così molte volte anche le stagioni erano capovolte. Dal dicembre si passava con un gioco magico alla primavera; case con tetti ricoperti di neve, accanto ad altre, sui cui ampi loggiati infiorati e ombreggiati da pergole fiorite, al suono di nacchere a tamburelli, si ballava la tarantella.”
Ezechiele sfrutta queste manifestazioni di richiamo per promuovere la sua pittura; nel 1936 espone alcuni paesaggi a Milano, presentato da Elena Somarè, presso la Casa d'Artisti, mostra che gli vale l'acquisto di due dipinti da parte del Museo Civico d'Arte Moderna; nel 1938 vi è una sua personale anche a Bari.
Riporta Curzio Malaparte, in un ritratto del Guardascione tratteggiato nel “Corriere della Sera”, che il pittore realizza un grandissimo telone decorativo (m 20×20) per la Triennale d'Oltremare tenutasi a Napoli nel 1940, dove raffigura "una prospettiva marina, con navi, e moli, e torri, e monti a picco e nuvole", secondo i temi a lui congeniali e con una tavolozza delicata di verdi e azzurri. L'opera, perduta, è forse l'ultimo grande impegno pittorico di Guardascione, che nel 1943 scrive per l'editore fiorentino Sansoni, con prefazione di Alfredo Gargiulo,  il volume “Napoli pittorica. Ricordi d'arte e di vita”, in cui raccoglie memorie autobiografiche e alcuni articoli, già apparsi in varie riviste, sull'ottocento pittorico napoletano; epoca che egli ritiene di massima gloria artistica. Libro interessante, da leggere tutto d’un fiato, con gustose note di vita puteolana. Amedeo Maiuri, nella prefazione al suo saggio sulla “Cena di Trimalchione”, riferisce che le figure della Cena, scritta da Petronio Arbitro, sono identiche ai personaggi napoletani descritti nelle saporose e colorite pagine del libro di Ezechiele Guardascione. Afferma che c’è molta affinità, nonostante i duemila anni trascorsi, e che dopo tutto la graeca urbs è Pozzuoli e non Napoli; continua con la constatazione che Ezechiele del resto è, prima d’essere napoletano, puteolano.

Personaggio stravagante, benevolmente definito Ingordo Autodidatta da Gianni Race, Guardascione è una figura ancora da indagare; la causa principale del disinteresse storiografico e critico è da ricercare verosimilmente nella sua compromettente e piena adesione al fascismo.
Muore a Napoli il 23 novembre 1948 e questo comune dedica alla sua memoria una piazzetta di Ponticelli, già detta di San Rocco, situata sul retro dell’ospedale “Villa Betania”.
 
Bibliografia
Maura Picciau – Ezechiele Guardascione - Dizionario Biografico degli Italiani
Gianni Race – Pozzuoli, storia, tradizioni e immagini
Lucia Lopriore – I duchi di Sangro, storia della famiglia
Gennaro Chiocca – Collezione privata

 Pozzuoli Magazine del 6 aprile 2013

sabato 25 maggio 2013

Le due ville "Maria"









Le due ville “Maria”
dalla signorina de Sanna a Lady Craven

Negli ultimi tre secoli sono state diverse le famiglie proprietarie di Villa Maria alla Starza; tra esse una donna, che oggi potremmo definire “single”, vanta il più breve periodo di possesso.
Parliamo della signorina Maria de Sanna figlia di Roberto, cavaliere e poi commendatore del Regno d’Italia per meriti di lavoro; un industriale del carbone che importa, in grandissima quantità specialmente dall’Inghilterra, facendolo giungere nel porto partenopeo a mezzo di navi carboniere.
Il commendatore Roberto è titolare della “holding” finanziaria “Roberto de Sanna fu Federico” con sede in Napoli alla via Medina 24; questa è la principale azionista della “Società Romana Carboni” di Roma, della “Anglo Italian Coal Company” di Genova, e di tante altre aziende. Roberto è figlio di Maria e di Federico de Sanna, abita al numero 7 di Piazza Vittoria e frequenta nomi illustri del mondo artistico e letterario della Napoli inizi novecento. Per un certo tempo è anche impresario del teatro San Carlo, tra le sue amicizie annovera Salvatore di Giacomo ed Eduardo Scarfoglio, di cui è anche ispiratore.
Le sue frequentazioni di salotti e circoli culturali di Napoli lo portano a conoscere, nel 1910, l’ancor giovane pittore puteolano Ezechiele Guardascione di cui diventa mecenate. Quest’ultimo racconta che quando Roberto de Sanna vede alcune sue macchie gli domanda se per caso conosce il lato del porto dove attraccano i grandi vapori del carbone. “Andate mi disse, telefonerò al capo guardiano che si mette a vostra disposizione. Così ebbi una vecchia zattera sulla quale era stata costruita una specie di baracca che venne imbiancata al mio arrivo”.
Roberto de Sanna termina la sua esistenza nel 1913 lasciando l’immensa fortuna all’unica figlia la signorina Maria de Sanna.
Intanto inizia la Grande Guerra e nell’anno 1917 l’offensiva degli imperi centrali porta l’esercito austriaco ad occupare gran parte del Friuli e del Veneto provocando l’esodo delle locali popolazioni che cercano rifugio al di qua del Piave.
Tutta Italia si attiva per alleviare le loro sofferenze ed anche nella Napoli “bene” il commendatore Augusto Laganà, altro fervido e fattivo impresario del San Carlo, ha l’idea di un grande concerto “Pro Fratelli Veneti e Friulani”, da organizzare al celebre teatro.
Dirama quindi un largo invito ai rappresentanti dell’alto commercio e dell’alta finanza e nel primo convegno, dovendosi provvedere alla presidenza del Comitato, per acclamazione viene scelta la signorina Maria de Sanna, la degna figliuola del Commendatore Roberto, la cui figura e la cui opera non può essere dimenticata dai napoletani.
La giovanissima presidente, figura muliebre di gentilezza squisita, di larga cultura e di moderni intendimenti, si occupa con fervore della compilazione del programma, desiderosa che questo sia degno del grande pubblico napoletano. Il concerto si tiene il giorno 9 dicembre 1917 e vede la partecipazione di famosi artisti come Roberto Bracco, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Ernesto Murolo (padre di Roberto), Arrigo Serato (famoso violinista), Graziella Pareto (famosa soprano) e tanti, tanti altri. Al termine della serata speciali congratulazioni vanno agli artisti ed alla organizzatrice Maria de Sanna che con il grande avvenimento ha permesso di raccogliere la considerevole cifra di Lire trentamila.
Il seguente 17 agosto 1918 Maria de Sanna acquista, per la somma di lire novantamila, dalle sorelle Ferraro Maria e Immacolata (l’indimenticabile zia Babà), il villino Ferraro (o casino di delizie come allora è definito) che queste possiedono in località Starza a Pozzuoli. La de Sanna affida immediatamente, ad un giovane architetto, il progetto che ne prevede l’ampliamento della base, l’elevazione di un piano (il primo a Pozzuoli in cemento armato) e la metamorfosi nel dominante stile Liberty.
Nel contempo provvede anche ad apporre, al cancello d’ingresso, due marmi che riportano la nuova denominazione della struttura: Villa Maria.
Su questa iniziativa riceve benevoli appunti dai conoscenti che le fanno osservare come lo stesso nome sia stato assegnato dal defunto Padre all’altra villa appena ereditata, quella a Posillipo. Maria è ferma, il nome non è un atto di ossequio a se stessa ma un rinnovato pensiero alla memoria della nonna cui il commendatore era tanto legato. Pertanto restano identici i nomi con i quali, ancora oggi dopo un secolo, sono riconosciute le due ville.
Sarà ora la bella Lady Craven ad introdurci in questa seconda villa.
Elizabeth Craven, nata “Lady Elizabeth Berkeley”, principessa di Berkeley, poi Margravina di Brandeburgo-Ansbach e precedentemente "Lady Craven of Hamstead Marshall”, nasce a Londra il 17 dicembre 1750.
Figlia del “IV conte di Berkley” e di Elizabeth Drax a sedici anni è data in sposa a William Craven, “VI barone Craven”, da cui in quattordici anni ha ben sette figli (qualche maligno afferma che non tutti sono del barone).
In seguito, nel 1780, il barone chiede il divorzio e l’allontana dal paese per via di un ennesimo scandalo rosa che coinvolge l'ambasciatore di Francia.
Portando con sé il suo ultimo figlio, vaga per parecchio tempo in tutta Europa. In un suo viaggio conosce Cristiano Federico Carlo Alessandro, ricchissimo Margravio di Brandeburgo, di Ansbach e di Bayreuth, Duca di Prussia e Conte di Sayn; nipote di Federico II di Prussia.
Elizabeth Craven ne diventa l’amante e nel contempo inizia la sua attività letteraria come scrittrice e commediografa di innumerevoli farse e favole, molte delle quali sono rappresentate con scarso successo di pubblico.
L’opera più interessante resta il racconto dei suoi viaggi  “Letters from the Right Honorable Lady Craven during her travels through France, Germany, and Russia in 1785 and 1786”.
Nel 1789, insieme al Margravio di Brandeburgo, si trova a Napoli, capitale del regno borbonico, in occasione di una festa di corte organizzata dal re Ferdinando IV e dalla regina Maria Carolina. Qui entra a far parte della cerchia di aristocratici inglesi, tra cui gli Hamilton, che risiedono nella capitale. Non perde tempo a farsi “apprezzare” da Ferdinando che ella, da perfetta amazzone, accompagna nelle cacce di Licola e degli Astroni.
Nel 1791 il Margravio resta vedovo e può così sposare Elizabeth con la quale nel 1792, venduto proprietà e titolo al re di Prussia, si trasferisce a Londra dove acquista sia una casa nel quartiere di Hammersmith, chiamata “Brandenburg House”, sia la tenuta “Benham Park” nel Berkshire.
Alla morte del Margravio (di polmonite nel 1806), e per il diffondersi di nuove ciarle, Lady Craven decide di trasferirsi a Napoli. Qui regna Gioacchino Murat e la Lady acquista un palazzo al numero 6 di via Chiatamone. Con la caduta del regime napoleonico Ferdinando ritorna nella capitale come “Re delle Due Sicilie”, e vi ritorna da vedovo in quanto nel 1814 è morta la moglie Maria Carolina. Questo fa nascere ferventi ambizioni nella nostra Elizabeth che inizia a covare il desiderio di diventare regina di Napoli, confidando in un suo ritorno sulla scena come ai tempi dei suoi trionfi sociali del 1789. Nelle sue memorie racconta che il re non è immemore della sua antica amicizia; gli accorda un caloroso benvenuto ed a tutti tesse le doti di questa vedova che ha deciso di voltare le spalle a un paese ingrato e fare di Napoli la sua casa. Lady Craven non riesce a coronare le sue speranze ma, nel 1819, il re la mette in condizioni di acquistare un vasto territorio sulla collina di Posillipo (terreno che sarebbe divenuto bene demaniale per la costruzione della nuova strada di Posillipo) ove può erigere una villa. Tuttavia nelle sue memorie Elizabeth racconta:
“Il re di Napoli, mi ha fatto un regalo di due ettari di terreno, nel punto più bello della terra, dove è possibile ammirare il golfo al completo. Qui ho costruito una casa, in forma simile al mio padiglione nella casa di Brandenburgh, una grande stanza circolare al centro, con appartamenti più piccoli che lo circondano. La duchessa di Devonshire, e molti della nobiltà inglese che risiede a Napoli, mi tengono in grande considerazione ed il modo con cui sono trattata a corte rende la mia vita molto gradevole.”
In seguito Lady Craven acquista altro terreno a nome del figlio Richard Keppel Craven e così diventa proprietaria di tutto il suolo che oggi comprende sia Villa Craven che Villa Gallotti. Il fabbricato, la cui somiglianza con la Casa di Brandeburgo è evidente, è un ottimo esempio di architettura residenziale neoclassica. E’ completato solo nel 1823, poco prima della visita di Lady Blessington; altra scrittrice ed avventuriera irlandese.
Diventa un simbolo dei fasti mondani della Napoli degli anni successivi alla restaurazione e la villa, con le sue colonne doriche modellate su quelle dei templi di Paestum, è molto frequentata dall'aristocrazia dell'epoca, soprattutto grazie alle sue terrazze che mostrano pregevoli vedute del golfo e i suoi giardini, dolcemente declinanti verso le spiagge del litorale di Posillipo. E’ presente anche una grotta, utilizzata come stabilimento balneare. Un sentiero che si insinua fra gli alberi porta alla tomba del cane preferito della Margravina; sulla lapide sono inscritti alcuni versi della padrona in memoria della sua fedeltà. L'alloggio del portiere ha le sembianze di un piccolo tempio. Il biografo di Lady Blessington, Richard Robert Madden, nel 1855 la descrive con entusiasmo: "Villa splendidamente situata, che regala incantevoli vedute della baia e di Nisida". Scrive inoltre: “I terreni sono mantenuti con grande cura, sotto la direzione diretta della Margravina. L'ho vista io in persona, solo pochi anni prima della sua morte, lavorare nel suo giardino".
Elizabeth nel 1826 stende le sue memorie, intitolate “The Beautiful Lady Craven”, ma non riesce a godere a lungo della sua abitazione perché muore il 13 gennaio 1828. E’ sepolta nel cimitero degli inglesi della capitale borbonica. La sua villa, ereditata dal figlio, cambia varie volte denominazione, seguendo i passaggi di proprietà. Richard Keppel Craven  inizia a vendere porzioni di suolo a Domenico Gallotti tra il 1832 ed il 1834 poi alla sua morte, nel 1855, la villa, per volontà testamentaria, passa ad Adelaide e Clotilde Capece Minutolo, dell'antichissima famiglia aristocratica napoletana.
Nel 1876 è venduta all'avvocato Traversi, ed è conosciuta come “Villa Traversi” nel periodo in cui egli vi abita. Il successivo proprietario è il diplomatico Antonio Tittoni. Nel 1907 la villa è acquistata dal Commendatore Roberto de Sanna, che la chiama “Villa Maria”; nome, come accennato, ancora presente all'ingresso di via Posillipo 52.
Sia Roberto de Sanna, quale proprietario di “Villa Maria”, che Salvatore di Giacomo sono espressamente segnalati e ringraziati nelle note iniziali scritte dall’editore in occasione della nuova edizione del libro “Beautiful Lady Craven - The Original Memoirs of Elizabeth Baroness Craven afterwards Margravine of Anspach and Bayreuth and Princess Berkeley of the Holy Roman Empire (1750-1828)”, ristampata nell’anno 1913.
Nel 1916 questa signorile abitazione cade in eredità della figlia Maria de Sanna che così trovasi a possedere due ville con lo stesso nome.
Quella alla Starza il 10 agosto 1922, dopo solo quattro anni intensamente innovativi per la struttura puteolana, è rivenduta al signor Raffaele Mautone, noto commerciante napoletano, che in seguito la vende alla Famiglia Peluso. Due anni dopo, nel 1924, Maria de Sanna vende anche la villa di Posillipo; questa al signor Charles James Rae, noto proprietario dei negozi Gutteridge, la cui Famiglia è tutt'ora proprietaria della struttura.
E’ questo l’ultimo conosciuto atto della signorina Maria de Sanna; altro non si conosce. Raffaele Mautone raccontava di un convento…



BIBLIOGRAFIA
Elizabeth Craven – Beautiful Lady Craven - 1913
Alessandro Longo – L’arte pianistica – Dicembre 1915
AA.VV – Villa Craven e Lady Craven - Wikipedia



Peluso Giuseppe - Pozzuoli Magazine del 23 febbraio 2013

sabato 21 gennaio 2012

Artemisia Gentileschi - Portò a Pozzuoli la sua passione violata










Artemisia Gentileschi
Portò a Pozzuoli la sua passione violata


A Milano, o meglio al “Palazzo Reale” di Milano, è visitabile dal 22 settembre 2011 al 29 gennaio 2012 una mostra dedicata ad Artemisia Gentileschi. Ci son voluti circa quattro secoli per vedere riconosciuti i meriti dell’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, colore e impasto; anche le maggiori enciclopedie parlano di lei solo in appendice al famoso padre.
E pensare che la nostra Cattedrale, a Pozzuoli, custodiva ben tre sue opere di cui due ora in esposizione a Milano.
Artemisia nasce a Roma l’otto luglio 1593 primogenita del pittore pisano Orazio Gentileschi e di Prudenzia Montone. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli ma dimostrando maggiore talento rispetto ad essi, Artemisia ha il suo apprendistato artistico fin dal 1609, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e il dar lucentezza ai dipinti. Ben presto mostra un talento precoce, che viene stimolato dall’ambiente romano e dal fervore artistico che gravita intorno alla sua casa, frequentata assiduamente da altri pittori, amici e colleghi del padre che si rifà all'arte del Caravaggio con cui Orazio ha rapporti di familiarità. L'apprendistato presso il padre rappresenta per Artemisia l'unico modo per esercitare l'arte, essendole negato l'accesso al lavoro autonomo e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale.
La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia è la “Susanna e i vecchioni” (foto n.1) del 1610. Nel racconto biblico la casta “Susanna” viene sorpresa, mentre fa il bagno, da due vecchi libidinosi che la ricattano; o lei si concede o diranno al marito di averla sorpresa con un amante. E’ stato facile associare la pressione esercitata dai due “vecchioni” su “Susanna” al complesso rapporto di Artemisia con il padre e con Agostino Tassi, il pittore che nel maggio 1611 la stupra. Tra l'altro, uno dei due “vecchi” è particolarmente giovane e presenta una barba nera come quella che, secondo alcune fonti, sembra avesse il Tassi; l'altro “vecchio” ha fattezze simili a quelle raffigurante proprio Orazio Gentileschi. E’ poi evidente la somiglianza della figura di Susanna con gli autoritratti dell’autrice. In molti hanno pensato che Artemisia abbia voluto alludere, attraverso questo quadro, all'inizio dell'oppressione subita da figure troppe ingombranti per la sua esistenza di donna e di pittrice. Ha circa tredici anni Artemisia quando, assieme ai suoi tre fratelli minori, resta orfana della madre. Una perdita inconsolabile che il vedovo Orazio provvede ad intorpidire diventando avventore assiduo di bettole e osterie. E’ allora che l’amore per la figlia cambia in gelosia ossessiva che vieta ad Artemisia di mettere piede oltre l’uscio di casa. Si narra che nel quartiere si fosse accesa una morbosa curiosità per quella ragazzina che nessuno vedeva, ma che il padre insultava a gran voce imputandole atteggiamenti immorali. Diffamando la figlia, con le sue farneticazioni scabrose, Orazio contribuisce ad instillare una curiosità ancor più insidiosa in alcuni suoi compagni di bevute, tra cui quell’Agostino Tassi, detto lo “smargiasso”, anch’egli pittore, che vuole sperimentare di persona l’asserita dissolutezza sessuale di cui l’amico accusa la figlia. Comincia così il dramma che accomuna Susanna e Artemisia; costretta a subire in casa l’insinuante presenza dell’amico paterno e, come la giovane bagnante prima bramata dallo sguardo dei due “vecchioni” e poi violentata, non correrà molto tempo che anche lo “smargiasso” stuprerà la fanciulla. E’ il 1610, Artemisia ha diciassette anni. E’ frequente che Agostino si trattenga nella dimora dei Gentileschi dopo il lavoro; secondo alcune fonti è lo stesso Orazio a introdurlo ad Artemisia, chiedendo ad Agostino di iniziarla allo studio della prospettiva. Il padre denuncia il Tassi che dopo la violenza non ha potuto "rimediare" con un matrimonio riparatore. Il problema è che il pittore è già sposato. Del processo che ne segue è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia:
«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne.»
Ma colpisce anche per i metodi inquisitori del tribunale; Artemisia accetta di deporre le accuse sotto tortura. Questa consiste nello schiacciamento dei pollici attraverso uno strumento detto “Sibilla” usato ampiamente all'epoca e così detto perché si riteneva che la verità sarebbe scaturita come dall’oracolo cumano. La testimonianza di Agostino Tassi è così palesemente falsa e contraddittoria che il giudice deve fermarlo più volte per chiedergli di smettere di mentire. Agostino dichiara di non aver mai avuto rapporti carnali, né ha cercato di averne, con la Artemisia. Poi dice che Artemisia dormiva ripetutamente con cinque uomini diversi; che ha avuto un incesto con il padre che l’avrebbe anche venduta per un tozzo di pane. Poi fa riferimento a lei, così come alla sua defunta madre alle zie e sorelle come prostitute con un continuo flusso di uomini in casa Gentileschi. Gli atti del processo, conclusosi con una lieve condanna del Tassi, avranno larga conseguenza sul futuro dell’artista che acquisirà un alto livello di spregiudicatezza ed un carattere “da bella e impossibile”. La tela che riproduce “Giuditta che decapita Oloferne” (foto n.2), conservata al Museo di Capodimonte ed ora presa a simbolo della Mostra, impressiona per la violenza della scena che raffigura, ed è stata interpretata come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Non c'è dubbio che l'uccisione di Oloferne evochi anche la vendetta della donna contro il maschio violento e violentatore; qui la donna più che vittima è carnefice. L’ancella aiuta attivamente la protagonista, con le sembianze di Artemisia, tenendo fermo Oloferne, ritratto con il volto di Agostino, che si dibatte nell’inutile tentativo di salvarsi. Sorprendente il moto di Giuditta che è quello di scostarsi al possibile pericolo che il sangue possa sporcargli l’abito. La Bibbia narra che Giuditta, al tempo di Nabucodonosor, vive nella città giudea di Betulia sotto assedio da parte di Oloferne, generale assiro. Ridotti allo stremo per fame e sete gli israeliti vogliono arrendersi ma Giuditta convoca gli anziani, rimprovera loro la scarsa fede, ne ottiene la fiducia e, invocata per sé la protezione del Dio di Israele, si presenta ad Oloferne con la sua serva e con doni, fingendo di essere venuta a tradire i suoi. Oloferne l’accoglie entusiasta e dopo tre giorni la invita al suo banchetto, credendo di poterla anche possedere. Ma quando viene lasciato solo con la donna è perdutamente ubriaco. Giuditta ne approfitta, lo afferra per la chioma e con tutta la forza di cui è capace lo colpisce al collo e gli stacca la testa.
Dopo la conclusione del processo, Orazio Gentileschi combina per Artemisia un matrimonio con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, che restituisce ad Artemisia, violentata, ingannata e denigrata dal Tassi, una posizione di sufficiente "onorabilità". La coppia si trasferisce a Firenze, dove Artemisia conosce un lusinghiero successo e dove incontra Buonarroti il giovane, nipote di Michelangelo, nonché Galileo Galilei.
A Firenze ha quattro figli, di cui la sola Prudenzia vive sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma e poi a Napoli. L’intesa col marito si incrina fino a farsi inconciliabile; lei ha un'altra figlia naturale e poi ritorna a Roma quando il padre Orazio parte per Genova. Artemisia crede di stabilirsi a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Ma, nonostante i riconoscimenti ottenuti dagli altri artisti, lo scandalo a suo tempo suscitato dallo stupro, che fa fatica a essere dimenticato, la costringe ad abbandonare nuovamente Roma perdendo il favore acquisito. È certo che nel 1627 si stabilisce, alla ricerca di migliori commesse, a Venezia. Poi nel 1630 Artemisia si reca a Napoli città fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti con ricche possibilità di lavoro. Per Napoli sono già passati Caravaggio e Annibale Carracci; inoltre in quegli anni vi lavorano Josè de Ribera, Massimo Stanzione, Giovanni Lanfranco e altri ancora. Nella metropoli partenopea l'artista vi resta, salvo la parentesi inglese, per il resto della sua vita. Napoli è dunque per Artemisia una sorta di seconda patria anche se spesso precisa: «Io so’ romana!». A Napoli presta massima attenzione alla sua famiglia e qui marita, con appropriata dote, le sue due figlie. Riceve attestati di grande stima ed è in buoni rapporti con il viceré Duca d'Alcalá e con i maggiori pittori che vi sono presenti a cominciare da Massimo Stanzione con il quale inizia una intensa collaborazione artistica. Qui, per la prima volta, Artemisia si trova a dipingere tele per una Cattedrale, quella di Pozzuoli. Nonostante sia già famosa nessun ente ecclesiastico gli ha mai passato commesse. Cardinali, Vescovi e prelati in generale ancora considerano le donne esseri inferiori per natura e per legge; dunque si è riluttanti a pattuire con esse. Considerazione che restituisce, agli occhi di noi puteolani, ancora più interessante e moderna la figura del Vescovo Martin de Leon y Cardenas che punta su questa artista per la realizzazione di tre grandi pale d’altare, collocabili tra il 1633 e il 1638, anno della partenza della Gentileschi per l’Inghilterra. Tra gli impegni, voluti da questo Pastore, troviamo una delle maggiori opere di Artimisia, il “Martirio di San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli” (foto n.3). La scena rappresentata ci mostra l'istante in cui le belve sono ormai ammansite mentre San Gennaro, che indossa la mitria vescovile e si appoggia al bastone pastorale, solleva la mano destra quasi a voler benedire le fiere. Intorno a lui i suoi seguaci esprimono stupore per il prodigio e venerazione per il santo. Sullo sfondo si osserva, fedelmente rappresentata, la facciata del “Colosseo”. Questo anfiteatro, ben conosciuto dalla romana Artemisia, viene ritratto al posto di quello puteolano; ma è ripreso dall'esterno e con la presenza di belve libere. La seconda opera puteolana e “l’Adorazione dei Magi”. In questo dipinto si nota come l’artista si sia "napoletanizzata" per lo stile dei personaggi rappresentati. I re che si prostrano nell’Adorazione dei Magi sono quanto di più "spagnoleggiante" si possa immaginare. Questo quadro attira per la soave dolcezza che s'irradia dalla Vergine e per la espressione reverente e commossa del re chinato a rendere omaggio al Bambino Gesù. E’ interessante notare che le figure maschili sembrano sproporzionatamente grandi rispetto alla Vergine col Bambino.
Terza opera del ciclo puteolano, anch’essa esposta a Milano, è “I Santi Procolo e Nicea” (foto n.4). E’ utile ricordare che Pozzuoli, oltre il patrono e compagno di martirio di S. Gennaro, ha avuto un altro San Procolo figlio di una Santa, Nicea patrizia puteolana. Madre e figlio furono sottoposti a martirio, mezzo secolo prima del più famoso episodio, durante la violente persecuzione di Decio dell’anno 249.
Nel 1638 Artemisia raggiunge il padre a Londra dove Orazio è diventato pittore di corte. Il re Carlo I è un collezionista fanatico, disposto a compromettere le finanze pubbliche pur di soddisfare i suoi desideri artistici. La fama di Artemisia deve averlo incuriosito; le informazioni mondane dell'epoca dicono che è donna di straordinaria avvenenza. Nelle sue tele le sembianze delle formose ed energiche eroine che vi compaiono (vedi foto n.5) hanno le fattezze del suo volto e chi commissiona le sue tele desidera avere una immagine che ricordi visivamente la pittrice, la cui fama va crescendo. Il successo, unito al fascino che emana dalla sua figura, alimenta sempre battute e illazioni sulla sua vita privata. Ora il re d’Inghilterra la reclama e un rifiuto non è possibile. Sappiamo che solo nel 1642, dopo aver amorevolmente assistito il padre morente, Artemisia lascia l'Inghilterra e poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. Nel 1649 è nuovamente a Napoli dove nel 1650 l'artista è ancora in piena attività; muore in questa città nell’anno 1653; qualche fonte evoca la peste del 1656.
Rivedremo mai la “bella e impossibile” Artemisia a Pozzuoli?



Giuseppe Peluso