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lunedì 26 maggio 2025

I Fratelli Ferraro - Primi Sportivi Puteolani

 GUIDO E MARIO FERRARO

PRIMI SPORTIVI PUTEOLANI

La loro vita tra giochi, passioni, guerre, emozioni, amori e curiosità


Nella Pozzuoli di fine Ottocento - primi anni del Novecento, lo sport rappresenta un aspetto del tutto secondario della vita cittadina. Solo un ristretto gruppo di giovani dell’agiata borghesia, e della piccola nobiltà, si cimenta in alcune discipline come la scherma, il ciclismo, la caccia, l’equitazione; tutte attività che richiedono una costosa attrezzatura.

Gli operai scoprono la ginnastica, il canottaggio, il podismo, il calcio ed il nuoto; discipline che non necessitano di investimenti da parte dei singoli.

L’amico Gennaro Gaudino, giornalista e massimo storico dello sport puteolano, nel suo libro “La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902” (pubblicato nel 2018), ci informa che risalgano al 1902 le prime notizie su avvenimenti sportivi nella zona Flegrea e sulla nascita di circoli sportivi rivolti ai giovani; con l’intento di favorirne lo sviluppo delle forze fisiche ed intellettuali.

 

Il primo giornale che riporti una specifica gara ed i nominativi dei vincitori è “La Stampa Sportiva” di Torino (giornale fondato nel gennaio del 1902) che in data 6 settembre 1903 ci informa di due gare di nuoto, svoltasi nel golfo di Pozzuoli, e dei suoi partecipanti. Vincitori della prima di queste gare, organizzate dal Circolo “Virtus”, sono Guido e Mario Ferraro.

Il giornale scrive:

«Nella ridente baia di Pozzuoli hanno avuto luogo due gare di nuoto sul percorso di 1.250 metri. Nella prima di queste gare giunsero primi i fratelli Guido e Mario Ferraro con il tempo di 32 minuti e 17 secondi; terzo il signor Ascione con il tempo di 37 minuti e 5 secondi.»

Dalla lunghezza del percorso e dai tempi impiegati si ha motivo di ritenere che Guido, o Mario viceversa, abbia atteso il fratello per tagliare insieme il traguardo. Si ritiene che sia quasi impossibile arrivare insieme in una gara di nuoto svolta su di un percorso di 1.250 metri e che richiede un tempo di oltre 30/35 minuti. Probabilmente avranno fatto in modo di vincere insieme, aspettandosi, ma senza dare il destro per essere battuti dal nuotatore Ascione che arriverà terzo sopraggiungendo con circa cinque minuti di ritardo.

 


Immagine tratta da "La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902" di Gennaro Gaudino


L’estate seguente Guido Ferraro inizia fantastiche navigazioni con la sua barca a vela, la mitica Zizià; imbarcazione armata con due vele latine, maestra e mezzanella, oggi totalmente abbandonate.



La barca è stato il regalo, per la conseguita laurea in giurisprudenza, ricevuto da sua zia Clotilde, sorella maggiore di sua Madre che ha sposato suo nonno Francesco rimasto vedovo. La barca ha questo strano nome che deriva dal soprannome con cui in Famiglia è chiamata la zia, e nonnastra, Clotilde che l’ha regalata.

Zizià è una delle pochissime unità da diporto padronali del golfo e per anni Guido sarà tra i promotori della costituzione di un “Reale Yacht Club Puteoli” al quale, come insegna, vorrebbe donare la fiamma di Famiglia che sventola all’albero principale della barca e che ancora oggi è possibile ammirare in casa di suo figlio, ammiraglio Renato Ferraro.


Il 18 settembre  dello stesso 1904 il giornale “PUTEOLI”, Gazzetta del Circondario di Pozzuoli,  scrive che in occasione delle feste dell’Addolorata il “Club Virtus”, ridente ritrovo di baldi ed eleganti giovanotti, presieduto dal notar Giovanni Oriani, volle dare delle gare di nuoto, che riuscirono importanti e emozionanti per il valore dei nuotatori e per il lungo tratto da percorrersi.

Le gare erano due; una di velocità, l’altra di resistenza.

Giunse per primo, superando non lievi difficoltà, il giovane Mario Ferraro, allievo del Collegio Militare di Napoli. Un simpatico, gagliardo ed intraprendente tipo di sportman che conta al suo attivo non lievi vittorie; una promessa valida e sicura per il nostro esercito.

Mario Ferraro, malgrado questa prima ed interessante vittoria, volle, nulla curando, pigliar parte, fuori gara, anche alla seconda, riuscendo primo pure in questa.

 


Immagine tratta da "La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902" di Gennaro Gaudino


Ma chi sono i Fratelli Guido e Mario Ferraro, e che rapporto hanno con Pozzuoli?

Guido e Mario sono due tra i numerosi figli di Maria Antimo Luigi Ferraro di Silvi e Castiglione (Napoli 19-12-1845 + 20-01-1913), marchese,  avvocato, Consigliere, Assessore, Vicesindaco e Sub Regio Commissario del Comune di Napoli, Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia.

Luigi Ferraro è proprietario di un ridente villino a Pozzuoli, conosciuto all’epoca come “Casina alla Starza”, o “Villa Ferraro”. Questo immobile sarà in seguito acquistato dalla famosa imprenditrice Maria De Sanna e trasformato nella imponente “Villa Maria”, in stile Liberty, dedicata alla memoria della Madre che fu moglie del finanziere, impresario e commendatore Roberto De Sanna.

Poi, nel 1929, “Villa Maria alla Starza” sarà acquistata dalla Famiglia Peluso ed oggi, completamente espropriata, risulta abbattuta per far posto alla erigenda nuova stazione della “Ferrovia Cumana”.

 


La “Casina alla Starza”, con annesso Territorio, è stata, fin dal cinquecento, una masseria di proprietà dalla Mensa Vescovile di Pozzuoli annualmente concessa in enfiteusi. Nel 1844 è acquistata, all’asta giudiziaria, da Francesco di Paola Ferraro (Napoli 2-9-1816 + 30-3-1870), Consigliere particolare di Re Francesco II delle Due Sicilie, Avvocato della Corona.

Francesco di Paola Ferraro realizza una residenza padronale al di sopra del Casone e del Cellajo dell’antica masseria; costruisce una edicola votiva dedicata a San Francesco da Paola di cui è devoto (come pure il suo Re), e ricava un elegante e marmoreo gazebo agli estremi confini del Territorio. L’intera tenuta diventa un confortevole “casino di delizie” dove trascorrere vacanze e momenti di relax; vicini al mare e immersi nella quiete e nel verde di una fattoria di circa quattro moggia condotta da una famiglia di agricoltori; primi coloni sono state alcune generazioni della Famiglia Daniele, in seguito della Famiglia Monaco.

Alla morte di Francesco Ferraro la Casina, come pure il piano nobile del Palazzo di Napoli, passa al primogenito Luigi continuando però ad essere usufruita anche dagli altri figli; ovvero Enrico, Eugenio, Clotilde, e loro discendenti.

Luigi Ferraro sposa Matilde Caterini, sorella di Cleonice Caterini che sposa Eugenio fratello di Luigi, e sorella della già nominata Clotilde Caterini che sposerà suo Padre Francesco, quando resterà vedovo.

Luigi e Matilde saranno genitori di Riccardo nato nel 1875, Valentina nata nel 1877, Guido nato nel 1880, Mario nato nel 1885, Maria nata nel 1889 e Immacolata nata nel 1891. Molte vecchie foto di famiglia li ritraggono a Pozzuoli; teatro delle loro vacanze e delle loro avventure.

 


L’ammiraglio Renato Ferraro, figlio di quel Guido giunto primo insieme al fratello Mario nella gara del 1903, così scrive:

«Mio Padre fu sempre molto orgoglioso di questa sua vittoria e in genere della sua resistenza al nuoto. Inoltre, siccome era solito fare lunghissime nuotate, tra l’altro partendo da Pozzuoli andava a Nisida e tornava, aveva preso l’abitudine di mangiare nuotando.»

Ad avvalorare quanto scritto invia una vecchia foto del 1907 con il padre Guido (il primo a sinistra) nello specchio d’acqua antistante il Lido Ortodonico (precedente al Lido Spina), con in mano un grappolo d’uva che si accinge a mangiare.

 


All’epoca nella Famiglia Ferraro è invalso l’uso di chiamare i bambini con dei nomignoli; Ame per Amerigo, Vale per Valentina, Mimià per Maria, Tracola per Immacolata (diventata poi Babà per la sua dolcezza).

Fratelli e cugini usano chiamare Guido Co’, da Cotto, per le cotte che continuamente prende; però, poiché alla delusione amorosa segue in genere una crisi mistica e dice di voler farsi prete, in tale fase lo si chiama Pre'.

Prima di sposarsi (piuttosto tardi, a 46 anni) è stato, per i suoi tempi, un grande viaggiatore, ma anche un grande “tombeur de femmes”. In uno dei suoi viaggi ha occasione di conoscere una signorina triestina, sorella di un allora celebre scrittore. Fra i due sorge una disputa circa la rilevanza del cibo in un contesto romantico; la “mula” si dichiara decisamente contraria, ritenendo che il solo parlar di mangiare sia una volgarità.

Un bel giorno la signorina, forse con qualche mira matrimoniale, si presenta a Napoli “en touriste”, e Guido, gradendolo molto, crede sia suo dovere di farle da cicerone. Nel contempo però pensa che sia giunto il momento di riaffermare il proprio punto di vista sulla vecchia querelle. La povera triestina è trascinata a piedi (il racconto originale romanticamente riporta che è trascinata sul cavallo di San Francesco) per tutti i moltissimi luoghi di Napoli degni di essere visitati, completando, sempre a digiuno, il giro con un’ascesa alla collina di Posillipo. Finalmente, quando è ormai esausta e mezza morta d’inedia, Guido la porta al leggendario “Scoglio di Frisio”, dove la incauta “mula” s’ingozza di leccornie napoletane fin quasi a sentirsi male!
Quale fosse stato, poi, il guiderdone per questa sua vittoria morale, le cronache non lo tramandano. Sappiamo che il giorno dopo Guido gli farà visitare, questa volta in auto, le bellezze flegree.

 


Il nostro Guido (che abbiamo visto sportivo, cicerone, avvocato ed anche buontempone) quale ufficiale di artiglieria, farà anche lui la guerra sul serio e finisce poi per sposarsi proprio una austriaca (Hildegard Rupprecht von Virtsolog, nata a Baden – Austria nel 1889) che per scherzo chiama “La Nemica”, come il titolo di una celebre commedia di Dario Niccodemi.

Il loro primo figlio Luigi, nato nel 1927, muore a Cassino nel maggio del 1944 ed il secondo Mario, nato nel 1930, morirà solo due mesi dopo la morte del fratello, nel luglio del 1944, investito da un camion militare americano nel mentre attraversa via Campana, a Pozzuoli.

Resta in vita il suo terzogenito Renato Ferraro di Silvi e Castiglione, nato nel 1934, ammiraglio e poi Comandante in Capo della Guardia Costiera.



Di Mario Ferraro, secondo sportivo della Famiglia, il giornale “Puteoli” nel 1904 scrive che si tratta di un simpatico, gagliardo ed intraprendente tipo di sportman che conta al suo attivo non lievi vittorie. Aggiunge che è allievo del Collegio Militare di Napoli, quindi una promessa valida e sicura per il nostro esercito.

Sappiamo che Mario frequenta la “Nunziatella” di Napoli e poi l’Accademia Militare per l’Arma di Artiglieria, all’epoca con sede a Torino, e che nei suoi giovani anni da ufficiale, oltre che ottimo nuotatore, sarà un grande schermitore ed un eccellente cavaliere.

Anche lui, da bambino, ha avuto in Famiglia il suo nomignolo; alquanto curioso che val la pena raccontare.

Mario è il più piccolo tra tutti i fratelli e cugini; comunque sempre gioca con loro alla guerra, sia negli androni del grande Palazzo Nobiliare di Napoli che nei giardini della Casina alla Starza di Pozzuoli.

Oltre al fratello Guido partecipano ai giochi i cugini  Gustavo, Renato, Sara (benché sia una femminuccia) e Amedeo; quest’ultimo sarà un Pioniere della nascente Aviazione, ma purtroppo cadrà con il suo aereo nel corso della Grande Guerra.

Mario, come Nemecsek il piccolo dei “Ragazzi della via Pal”, è ammesso a partecipare a tutte le battaglie a condizione che faccia la parte del nemico, ovvero dell'Abissino; siamo a fine ottocento nel pieno delle prime guerre coloniali.

Poiché il più celebre capo abissino è Ras Mangascià, Mario è chiamato Mangascià, da cui il più familiare “Scianiello”; questo soprannome lo segue per tutta la sua lunga carriera militare, che si concluderà con il grado di generale di divisione.

Nel corso della Grande Guerra Mario, comandante di una Batteria, farà visita a suo fratello Guido, anche lui nella stessa arma, che si trova sul Monte Grappa e in questa occasione si faranno ritrarre insieme. Normalmente Guido Ferraro, a destra nella foto, ha sempre un'aria fascinosa, ma qui il fratello Mario lo batte.

 


Quanto al fascino di Mario va detto che è stato un grandissimo conquistatore per tutta la vita; ha avuto a lungo un'amante tedesca che si rifà viva dopo la guerra, ma intanto lui, generale in pensione da vari anni, si è sposato con Lia Macrelli, professoressa presso la Università di Bari.

In questa città, durante l'occupazione alleata, essendo noto per la sua adamantina onestà, riceve il delicatissimo incarico di “Commissario agli alloggi”, ovvero delle abitazioni da assegnare ai sinistrati di guerra.

 

Negli anni cinquanta sua cugina Sara Ferraro, rimasta fino alla fine un'inguaribile monarchica, si reca in pio pellegrinaggio a Cascais (Portogallo) a rendere omaggio a Umberto II di Savoia, colà in esilio.

Sara, che ricordiamo tra i ragazzi a giocare alla guerra nei giardini alla Starza di Pozzuoli, ha avuto tre fratelli caduti nel corso della Grande Guerra ed altri due ufficiali di carriera che Umberto avrebbe potuto conoscere.

«Sono la sorella dei colonnelli Renato e Decio Ferraro del Regio Esercito, che Vostra Maestà ha forse conosciuti.»

«No, signora, mi dispiace. Ma ho conosciuto e frequentato il generale Mario Ferraro, detto “Scianiello”, mio istruttore in Accademia.»

Insomma, un titolo confermato con “rescritto reale”.

 

 

 

REFERENZE

G.GAUDINO, La Tradizione Sportiva Puteolana – Storia e Ricordi dal 1902 - Edito nel 2018

R.FERRARO, Note Autobiografiche – 2014

H. FERRARO, https://first-life-original-life.blogspot.com/

G.PELUSO, https://giuseppe-peluso.blogspot.com/search?q=FERRARO

 

N.B. - Le foto senza didascalia sono pubblicate per gentile concessione della Famiglia Ferraro

 

GIUSEPPE PELUSO – MAGGIO 2025


venerdì 10 marzo 2023

Villa Cordiglia

Masseria della Santissima Annunziata

dai Consoli Cordiglia ai Principi Caracciolo

 

La storia di Villa Cordiglia [1 – veduta aerea] inizia a Laigueglia, un piccolo borgo di mare della Riviera Ligure di Ponente, a fine settecento quando è ancora in vita la Repubblica Marinara di Genova.

Laigueglia è la patria di numerosi mercanti che, per la loro attività, si trasferiscono a Marsiglia (spesso con i nomi francesizzati: Maglione in Mayon, Pagliano in Payan, etc), a Taranto ed a Napoli. In questa ultima città si sono insediati, tra tanti altri, Stefano Musso, Gio.Andrea Pagliano, Francesco Maglione, Domenico Cordiglia.

Alcuni di loro, pur continuando a praticare l’arte mercantile in modo ambiguo e contraddittorio, riescono a farsi nominare “consoli” dalla Repubblica di Genova; tra questi Domenico Cordiglia e in seguito suo figlio Ambrogio.

 

Quando Napoleone occupa Genova, e mette fine alla secolare esistenza della “Superba”, molti Laiguegliesi diventano cittadini napoletani ma altri continuano a penetrare nella capitale meridionale come “stranieri”, iscritti nelle liste del consolato di Francia a Napoli.

Ambrogio Cordiglia dichiara al console generale francese in Napoli, di voler conservare i suoi diritti civili in Francia e di godere delle franchigie e privilegi accordati alla Nazione francese nel napoleonico Regno di Napoli.

Dichiara inoltre di sottomettersi alle Costituzioni dell’Impero e di essere fedele a S. M. l’Imperatore dei Francesi e Re d’Italia.

I Cordiglia hanno allargato progressivamente il loro raggio d’azione con sedi commerciali a Laigueglia, a Napoli in società con i Maglione, a Genova in società con i Musso, a Taranto, a Marsiglia.

In questo periodo si stringono non solo legami commerciali, ma anche familiari; Ambrogio Cordiglia sposa Emmanuela Maglione figlia di Stefano, suo socio in affari. Emmanuela è vedova di Bernado Musso, altro Laiguegliese da cui ha avuto un figlio [2 - Famiglia Cordiglia].

 

Con la sconfitta di Napoleone, e con il passaggio della Liguria ai Savoia, Ambrogio Cordiglia (1783-1861), figlio di Domenico e di Maria Maddalena Cavassa, diventa Console Generale a Napoli di Sua Maestà Sarda.

Suo Padre ha in precedenza ricevuto in fitto dal Seminario Vescovile di Pozzuoli, probabilmente con contratto di enfiteusi contro il pagamento annuale di un estaglio di sette ducati, la masseria denominata “Santissima Annunziata”; un Territorio vitato-seminativo di circa 15 moggi, che si trova vicino all’omonima Chiesa, al di sopra del terrazzo marino detto Starza.

I ruderi che si vedono in questo Territorio appartengono probabilmente a strutture termali annesse alla casa ed agli Orti di Marco Cluvio e di Pileo, ove Cicerone soleva spesso recarsi, ed i quali poi ereditò.

Nel maggio del 1818 Ambrogio Cordiglia chiede al Sindaco del Comune di Pozzuoli di poter acquistare una “costa incolta e petrosa” che “termina sopra la strada di San Francesco”. L’intento è di aggregarla al suo Territorio in modo che raggiunga il naturale confine orientale costituito dal Vallone Mandra; all’opposto lato il Canalone, oggi detto Vallone Cordiglia, ne costituisce il naturale confine occidentale; la strada Luciano, ex Domitiana, ne delimita il confine settentrionale; il ciglio del Terrazzo Marino della Starza ne determina il naturale confine meridionale.

Nella mappa di Andrea De Jorio, che mostra la zona occidentale di Pozzuoli nella prima metà dell’ottocento, è ben visibile il Territorio di Cordiglia sovrastante i Mulini ad acqua, poi dei Mirabella, e la Masseria alla Starza, futura Villa Maria [3 – mappa de Jorio].

 

Nel 1826 lo storico Lorenzo Palatino, nel libro “Storia di Pozzuoli e Contorni” così descrive il Casino del Signor Cordiglia:

«Al fianco del sopraddetto tempio della Santissima Annunziata vi sta la fruttifera masseria del Signor Cordiglia. Quivi trovasi un comodo ed elegante casino, situato in una posizione, che l’occhio ne resta incantato.

In questa masseria, ed in quella di altro proprietario con essa confinante vi sono ruderi di antiche fabbriche, le quali indicano essere state un gran bagno, stufe, e palestra.

Nel 1812 nello scavare il Cordiglia le fondamenta per fabbricare una muraglia, e chiudere la sua masseria verso il nord; essendo giunto lo scavo a quattro palmi di profondità, si scoprì un lungo spezzone dell’anzidetta via Domiziana, che si univa con la via Campana avanti la porta Erculea.

Tra questa masseria, e l’altra del signor Loffredo si apre una valle nel di cui mezzo evvi un'antica via selciata con grandipietre, ramo della via Domiziana, che passando per accanto dell'Accademia di Cicerone, dalla sommità del colle usciva giù alla marina. Resta però coperta da terra e piantagioni».

 

Alla fine degli anni venti dell’ottocento, nella veste di Console Generale di Sua Maestà Sarda, e a mezzo di una Istanza, Ambrogio Cordiglia contesta, enunciandone i motivi, la decisione del Decurionato di Pozzuoli (una sorte di consiglio comunale che tra l’altro elegge il sindaco) di trasformare in civico cimitero le fondamenta della vicina chiesa della “SS Annunziata”.

Con il napoleonico editto di Sint-Cloud, che vieta le sepolture sotto le chiese dei centri urbani, nel 1814 il Decurionato di Pozzuoli adibisce a camposanto il giardino dell’ex convento di San Francesco (attuale carcere femminile).

Ma poco dopo questo camposanto all’aperto è devastato da un folto gruppo di puteolani che lo considera un’offesa verso i morti.

Per evitare ulteriori incidenti il Decurionato decide di adibire a luogo di sepoltura qualche chiesa fuori dall’abitato; inizialmente si prevede di realizzarlo presso la chiesa della SS. Annunziata, poi per l’opposizione del Cordiglia si opta per la vicina Santa Marta e per San Gennaro alla Solfatara.

In seguito, per far fronte all’elevato numero di vittime provocate dal colera del 1837 e per prevenire future epidemie, si decide di realizzare il nuovo cimitero di Pozzuoli in un vicino campo di proprietà di Michele Pica, sempre in via Luciano, che sarà inaugurato nel 1843.

 

Nel 1833 il Seminario di Pozzuoli, proprietario della masseria, a mezzo del suo Rettore don Raffaele Manganella notifica al Cordiglia una istanza di sfratto per mancato pagamento del canone annuo.

Nel 1837 muore Emmanuela Maglione, più anziana di Ambrogio, che lascia una complessa eredità, con testamento stipulato dal notaio Zigarelli, suddivisa tra suo marito, i figli avuti da lui ed il figlio avuto dal primo marito.

Emmanuela non vedrà sua figlia Marianna (detta Anna) andare in sposa nel 1848 a Filippo Caracciolo di Melissano, capitano dell’esercito borbonico e discendente di una nobile famiglia napoletana.

Suo Padre Francesco Antonio Caracciolo ha rivestito molte cariche pubbliche tra cui quella di segretario di legazione in Austria e in Francia, dove conosce e sposa Adelaide Trimoulet; dal loro matrimonio nascono Luisa nel 1812, Filippo nel 1814, Anna Francesca nel 1816, Giovanni, nato e morto nel 1819, e Francesca nel 1826.

Nel 1813, sotto Gioacchino Murat, Francesco Antonio Caracciolo è creato conte nello stesso anno nominato ministro plenipotenziario, prima in Spagna presso il re Giuseppe, poi a Monaco di Baviera, dove nasce suo figlio Filippo che abbiamo visto sposo di Anna Cordiglia.

Francesco Antonio Caracciolo è poi nominato Sovraintendente del Distretto di Pozzuoli (una sorta di Presidente/Prefetto di Provincia) e sua sorella donna Anna sposa il nobile puteolano Nicola di Fraia-Frangipane; Francesco Antonio muore a Pozzuoli il 22 maggio 1846.

 

Dal matrimonio tra Anna Cordiglia e Filippo Caracciolo nascono Maria Adelaide nel 1849, Francesco nel 1850, Ambrogio nel 1851 (da lui discenderanno gli attuali proprietari di Villa Cordiglia a Pozzuoli), Maria Concetta nel 1853 e Maria Luisa nel 1857 [4 – Famiglia Caracciolo]. 


Nel 1845 il Tribunale di Commercio di Napoli emette sentenza di condanna nei confronti di Ambrogio Cordiglia, con l’arresto personale, per un debito non liquidato in favore di Ferdinando Rodriguez.

Nel 1847 Ambrogio Cordiglia, che nel frattempo ha ingrandito l’originario casino estivo costruito al di sopra dell’antica masseria, chiede al Municipio di Pozzuoli un forte indennizzo per l’esproprio di parte del Territorio di sua proprietà denominato SS. Annunziata. Si tratta del ciglione sassoso su cui è stata aperta la “Via Nova”, attuale ultimo tratto di via G.B. Pergolesi [5 – mappa Pozzuoli].

 

Nel 1861, appena completata l’unità italiana, muore Ambrogio Codiglia e, seppure non abbia lasciato testamento, per accordi tra eredi il fondo enfiteutico di Pozzuoli resta intestato a sua figlia Anna ed al marito Filippo Caracciolo.

Nel 1864 abbiamo la ricevuta di duecento ducati per uno degli ultimi canoni pagati al Seminario di Pozzuoli; qualche anno dopo, giusta la legislazione del nuovo Regno d'Italia, Filippo Caracciolo provvede all'affrancazione completa della masseria.

Nel 1868, dovendo rinnovare l’affitto agricolo della “Santissima Annunziata” ai coloni Raffaele Mucciardo e Biase Bonito, Filippo Caracciolo fa eseguire la numerazione degli alberi e piante dall’esperto di campagna Procolo Manganella.

Dal 1871 le famiglie dei coloni Angelo Palumbo e Giovanni Orso subentrano nell’affitto della masseria agricola.

Nel 1880 muore Filippo Caracciolo e tocca ai suoi eredi contrattare con la Ferrovia Cumana che attorno al 1890 sta realizzando la Linea Napoli – Pozzuoli – Torregaveta.

La Ferrovia espropria qualche striscia di terreno nel primo lembo del Vallone Mandra, in prossimità del canale Alveo Campano; in cambio i Caracciolo ricevono parte del costone della Starza, espropriato al Duca Luigi Ferraro, rimasto staccato dal resto della proprietà dell’attuale Villa Maria alla Starza.

In uno schema di convenzione si decide pure la realizzazione di un muro che divida la proprietà dalla sede ferroviaria [6 – mappa la Starza per esproprio Ferrovia Cumana].

 



Il Territorio del Vallone Mandra (fondovalle, pendici San Francesco e pendici Starza), con annessa casa colonica ed altri rustici, costituisce una separata masseria attraversata dall’Alveo Campano che nei vecchi documenti è definito Alveo San Francesco. Stesso nome del costone e delle pendici sottostanti alla chiesa di San Francesco, meglio conosciuta come Sant’Antonio.

Su questo Territorio dei Caracciolo, proprio per la presenza dell’Alveo e dei resti dell’antica strada che risaliva il vallone, ci son sempre state controversie di confine con il Municipio di Pozzuoli ed in passato con la vicina Masseria alla Starza.

In particolare, nei primi anni del novecento, Ambrogio Caracciolo contesta al Municipio di Pozzuoli la violazione dei diritti di possesso del suolo su cui è stato costruito il nuovo casotto daziario sul ciglio estremo interno del Vallone Mandra che considera di sua proprietà.

Questo separato Territorio del Vallone Mandra risulta dato in fitto alla famiglia del colono Gaetano Differente che lo terrà in locazione fino al 1930; in seguito passerà alla Famiglia Gemelli.

 

Negli stessi anni è venduto alla Armstrong un lembo del Vallone Canalone (oggi detto Cordiglia), non espropriato dal Comune di Pozzuoli, per permettere la realizzazione di un enorme serbatoio a servizio del costruendo cantiere. L’acqua fornita al Cantiere proviene dall’acquedotto Campano le cui condutture passano nel sottosuolo del fondo “Santissima Annunziata”.

 

Grandi lavori, commissionati da Anna Cordiglia, debbono essere stati eseguiti a fine ottocento nella casina, trasformandola in grande Villa Nobiliare, come si evince da documenti conservati negli archivi della Famiglia Caracciolo.

Da parte del falegname Carlo Ciocia nel 1896-1897; da parte dell’appaltatore Antonio Pica negli stessi anni; da parte del decoratore Domenico Leggiero nel 1897-1898; del muratore Antonio Pollio che nel 1898 si dichiara debitore di Ambrogio Caracciolo e si impegna a costruire un forno; dell’affidamento dei lavori da parte dell’ingegner Salvatore Bellini e della valutazione dei lavori in corso da parte dell’ingegner Sparano negli anni 1897-1899 [7 – Alinari fine ottocento].

 

Nel 1899 muore Anna, l’ultima dei Cordiglia, e il Territorio di Pozzuoli passa in eredità al figlio Ambrogio Caracciolo che, alla fine degli anni venti del novecento, vede il suo Territorio subire un nuovo esproprio per la costruzione della nuova “Domiziana”.  

Questa, all’epoca definita autostrada, in pratica attraversa il fondo dividendolo in due parti e la zona rimasta distaccata, oltre la nuova carrozzabile, inizia ad attirare gli interessi di chi ha intenzioni speculative; aiutato in questo dalle potenzialità dei panoramici terreni.

 

Intanto nel 1929 muore Ambrogio Caracciolo e poiché i suoi due figli, i gemelli Filippo e Francesco, hanno appena dodici anni il Territorio è amministrato dalla vedova principessa Lucia Biarbellini Amidei in Caracciolo di Melissano.

La nuova cinta muraria, che divide la proprietà dalla pubblica strada è rivestita con l’elegante pietra lavica di Monte Olibano e nel 1932 il Municipio di Pozzuoli concede a Lucia Caracciolo di procedere alle opere in muratura dei pilastri del nuovo cancello d’ingresso [8 – muratura esterna].

 

Intanto scoppia la Seconda Guerra Mondiale e la villa di Pozzuoli diventa sicuro rifugio per molti dei familiari, sparsi tra Napoli, Firenze ed altre località. Il giovane principe Francesco [9 – Francesco Caracciolo], 

figlio di Ambrogio e ufficiale del Regio Esercito, è preoccupato del gemello Filippo anch’egli sotto le armi a Modena.

Testimonianza dei tragici momenti è una lettera che Francesco invia alla mamma dalla zona di guerra; la lettera di Pe Via Aerea, con timbri di Posta Militare, è indirizzata a:

Principessa Lucia Caracciolo di Melissano – Villa Caracciolo – Pozzuoli [10 lettera].

 

Nel 1943, con l’incremento dei bombardamenti alleati, sulle pendici della Starza, proprio dietro “Villa Maria” ma sempre in proprietà Caracciolo, è costruito un rifugio antiaereo da servire per ricovero sia degli allievi della “Scuola Meccanici del Cantiere Ansaldo”, sia dei marinai di guardia alle condutture nafta che attraversano questi territori.

La Famiglia, per questioni finanziarie e di sicurezza, pensa di spostarsi nella tenuta di Taviano, vicino Melissano in provincia di Lecce, ma teme la requisizione della villa di Pozzuoli in caso di trasferimento.

 

Nel secondo dopoguerra continua il ridimensionamento del vecchio Territorio con la vendita lottizzata della porzione rimasta sul Terrazzo della Starza, di tutta l’aera che andrà a costituire il nuovo Parco Cordiglia, con i nuovi espropri effettuati dalla Ferrovia Cumana per il raddoppio dei binari e per la costruzione della nuova stazione al Vallone Mandra.

Poi, in seguito alle fasi bradisismiche del 1970 e del 1983, Villa Cordiglia risulta gravemente danneggiata ed inagibile [11 – villa inagibile].

 

L’archivio storico gentilizio, oltre duemila documenti, è recuperato dalle macerie della Villa di Famiglia a Pozzuoli e a fine 1983 consegnato dal principe Landolfo Ambrogio Caracciolo di Melissano alla Soprintendenza Archivistica per la Campania [12 – veduta attuale].

 

 

REFERENZE

A. Carrino – Fra Nazioni e Piccole Patrie – Mercanti liguri

S. D’Acquino e R. De Simone – Archivio Gentilizio Caracciolo di Melissano

 

Giuseppe Peluso – marzo 2023 

sabato 29 marzo 2014

L’avventuroso Amedeo Ferraro







L’avventuroso Amedeo Ferraro
Un pioniere delle macchine volanti


Fra i tanti frequentatori della “Casina alla Starza” di Pozzuoli è giusto ricordare un eroico ufficiale che fu pioniere della nostra nascente aviazione militare.
Amedeo Ferraro terzogenito di Eugenio e di Cleonice Caterini, il cui matrimonio sarà allietato dalla nascita di ben otto figli, viene alla luce a Napoli il 19 gennaio 1882. 
Amedeo è nipote del nobile Francesco (da Paola) Ferraro che nel gennaio del 1845 acquista, ad un asta giudiziaria, il territorio e la masseria colonica su cui eleverà la ridente e confortevole casina.
Nel 1878 tutto il fondo, per divisione, cade in eredità di Antimo Maria Luigi Ferraro, zio di Amedeo che ha sposato Matilde Caterini, sorella di Cleonice. Questo doppio legame sanguineo rende più unite le due famiglie e spesso sia Amedeo che i fratelli sono ospiti presso il puteolano “casino di delizie” per trascorrervi giornate di riposo e di svago. Poi nella bella stagione, e con l’inizio dell’esercizio da parte della ferrovia cumana, le visite diventano giornaliere spingendo la numerosa prole ad allegri viaggi in treno ed a spensierati tuffi in quel mare così vicino alla proprietà. I lunghi pomeriggi sono trascorsi gustando semplici colazioni e godendo della frescura e del silenzio offerti dal gazebo di “Villa Ferraro alla Starza”.
Dopo gli studi Amedeo decide per la carriera militare e va a frequentare l’allora “Scuola Militare” di Modena uscendone con il grado di sottotenente.
Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 2 maggio 1907 apprendiamo che, tra gli ufficiali in servizio attivo permanente, il sottotenente Amedeo Ferraro è promosso tenente.
Tra il 1911 ed il 1912 partecipa alla guerra italo-turca ed è inviato il Libia dove assiste alle operazioni belliche aeree, le prime al mondo cui partecipa il nuovo mezzo alato. Al rientro in Patria, sull’entusiasmo dell’esperienza libica, chiede di far parte del nuovo “Battaglione Aviatori” costituito nell’aprile del 1913. Pertanto il 13 luglio 1914 a Roma acquisisce il brevetto di pilota aviatore, tra i primissimi in Italia tanto che Guido Maisto, autore del volume “AD ASTRA” lo inserisce tra i pionieri del volo dedicandogli anche un paragrafo.
Dopo l’acquisizione del brevetto il tenente Ferraro è inviato alla 11° Squadriglia, dotata di ricognitori Farman F11, inserita nel II° sottogruppo biplani dislocati a Brescia.
In questa città Amedeo conosce Maria Gisella Pedrazzi la cui famiglia possiede una principesca magione, lo splendido palazzo settecentesco dei Pedrazzi ora sede della Croce Bianca a Brescia.
Amedeo e Gisella perfezionano la loro unione sposandosi, poco dopo l’inizio delle ostilità, il 6 novembre del 1915.
Allo scoppio della Grande Guerra nel maggio del 1915 l’appena costituito “Corpo Aeronautico dell’Esercito” comprende 15 squadriglie e Amedeo Ferraro, promosso capitano, è inviato a comandare la 10° Squadriglia Farman dislocata nella pianura veneta al seguito della 3° Armata.
In questa stessa squadriglia (che come stemma ha il quadrupede chimerico alato che regge una fiaccola, con la parte anteriore da leone e quella posteriore da cavallo) prestano servizio autentici prodi e pionieri dell’aria.
Sono questi ancora i tempi di voli incerti su traballanti e lenti Farman. Dalle missioni si torna sempre con le tele bucate e con i longheroni segati dai proiettili. La ricognizione, anche se destinata a non finire sotto i riflettori della cronaca che è più interessata a seguire le imprese dei piloti da caccia, è però la specialità dell'aviazione che dà il maggiore contributo agli esiti del conflitto con la preziosa raccolta di molte informazioni che sono indispensabili al successo. In seguito gli sono assegnati anche compiti di collaborazione con la fanteria e specifiche attività di “attacco al suolo”.
L’otto Aprile del 1916 le squadriglie del “Corpo Aereo del Regio Esercito” vengono tutte rinominate secondo un nuovo sistema unico che così le classifica:
- dalla 1 alla 24 = squadriglie da offesa (bombardamento),
- dalla 25 alla 40 = squadriglie da ricognizione (e da combattimento),
- dalla 41 alla 69 = squadriglie per l'artiglieria (osservazione),
- dalla 70 in poi = squadriglie da difesa (caccia).
Pertanto la vecchia 10° Squadriglia diventa 27° Squadriglia ricognizione, mantenendo lo stesso emblema, gli stessi velivoli Farman (nove in totale, sei dei quali efficienti), lo stesso comandante capitano Amedeo Ferraro.
Nella primavera vengono allestiti i nuovi campi di Belluno e Villaverla (Vicenza). Il secondo, impiantato a 1 km e mezzo a nord del paese, sul lato destro della strada che porta a Thiene, presso Ca' Ghellina, ospita il I° Gruppo aereo con le Squadriglie 27°, 28° e 32° da ricognizione; la 61° da osservazione; la 71° e la 112° da caccia. Le formazioni 27°, 28° e 32° sono tutte equipaggiate con ricognitori Farman, ora del migliorato modello F14.
Il 7 maggio 1916 quattro Farman comandati da Ferraro bombardano Mattarello. Il 15 maggio inizia, sugli altipiani vicentini, la forte offensiva austro-ungarica meglio conosciuta come “Strafexpedition” (Spedizione Punitiva). Le squadriglie ricognitori intervengono per contrastare il passo ai velivoli da osservazione avversari impegnati a dirigere il tiro delle loro artiglierie. Nei giorni seguenti i Farman sono ancora impiegati in crociere di protezione, tentativi di intercettazione e missioni di ricognizione nonché, insieme ai Caproni, per colpire i punti nevralgici delle comunicazioni e dell'organizzazione logistica dell'armata austro-ungarica, con l'obiettivo di ostacolare I'alimentazione dell'offensiva.
Il 18 maggio partono tre apparecchi per bombardare dei baraccamenti a Folgaria. La rotta prescelta, studiata per minimizzare il percorso sul territorio avversario, porta i velivoli decollati da Villaverla a seguire la direzione Campomolon – Lavarone - Folgaria. Un velivolo della 27° è costretto a rientrare anzitempo per noie al motore ma gli altri portano a termine la missione e rientrano al campo lasciandosi dietro il fumo di diversi incendi. Durante l'avvicinamento all'obiettivo, un Farman della 27° condotto dal capitano Amedeo Ferraro e dal sottotenente Antonio Rasi avvistato un velivolo avversario tipo Lloyd, apparentemente diretto su Vicenza, lo attacca con decisione e, nonostante la mitragliatrice si inceppi, lo mette in fuga inseguendolo poi verso Lavarone.
Questo copione è tipico degli incontri tra aviatori di campi opposti nel primo anno di guerra; le caratteristiche dei mezzi fanno sì che di solito il combattimento si concluda con un nulla di fatto, anche se può segnare un punto a suo favore chi costringa I'avversario a desistere dal suo compito, così come è riuscito a fare il Farman del capitano Ferraro.
Il 21 luglio 1916 Amedeo è ferito da uno “shrapnell” sparato in funzione anti aerea nel corso di una incursione a bassa quota sulle linee nemiche. Il 15 agosto la 27° è assegnata dal I° al II° Gruppo e trasferita a Chiasiellis, sul fronte dell'Isonzo. Qui opera fino al termine del conflitto durante il quale compie 925 voli di guerra, fra ricognizioni e bombardamenti, ed il suo medagliere finisce per comprendere venti Argento, venti Bronzo e quattro Croci di Guerra. Il palmares di questa squadriglia spinge lo Stato Maggiore dell’Aeronautica a includere il suo fregio, per la specialità della ricognizione, tra i quattro che compongono il nuovo stemma concesso dal “Presidente della Repubblica Italiana” in data 25 gennaio 1971.
Sull’esempio dello stemma della Marina Militare, che riporta i fregi di quattro antiche “Repubbliche Marinare”, così vengono scelti i fregi di quattro valorose squadriglie aeree particolarmente attive nel corso della 1ª guerra mondiale. La prima tra queste è quella che al comando di Amedeo Ferraro ha annoverato ardite missioni condotte da molteplici eroi.
Nel primo quarto, dell’attuale stemma dell’Aeronautica Militare, è inserito il “Quadrupede Chimerico Alato” della 27° Squadriglia da ricognizione “Farman”; nel secondo il "Grifo Rampante" che rappresenta l'insegna della 91° Squadriglia da caccia "Baracca"; nel terzo il "Quadrifoglio" che riproduce il simbolo della 10° Squadriglia da bombardamento “Caproni”; nel quarto il "Leone di San Marco" adottato come emblema dalla 87° Squadriglia "Serenissima" di D’Annunzio.
Nell’autunno del 1917 Ferraro è promosso maggiore e conseguentemente trasferito al comando del “Centro di Formazione Squadriglie” (C.F.S.) di Ghedi (Brescia); uno dei due centri esistenti in Italia.
La componente aerea sta assumendo sempre maggiore importanza nella conduzione delle operazioni; sono richieste sempre più squadriglie ed è necessario poterle ben aggregare. Formare una squadriglia significa radunare piloti e tecnici già addestrati nelle scuole, concentrare gli aerei, i mezzi e le attrezzature. Più importante di tutto però è creare lo spirito di corpo tra i piloti, addestrarli a volare assieme e istruirli sul territorio che dovranno controllare; e chi più dell’esperto maggiore Ferraro potrà mai essere destinato a questo delicato compito?
Con il trasferimento a Ghedi Amedeo si ritrova vicino alla moglie che il 25 novembre dello stesso 1916 partorisce il primogenito Alfredo che sarà un fisico, studioso, scrittore e massima autorità italiana di fenomeni paranormali. Per un anno circa il maggiore Ferraro si dedica alla formazione di nuove squadriglie di tutte le specialità, poi il 13 luglio 1917, improvvisa, la tragedia. Il ramo napoletano della Famiglia racconta che Amedeo decolla dal campo di Ghedi, in volo di addestramento, e va a rendere omaggio (o meglio esibirsi davanti) alla moglie Gisella che è in attesa del secondogenito. Passa radente sulla loro casa, una specie di masseria fortificata sulle ultime propaggine alpine vicino Brescia, ma con la riattaccata stalla e precipita sotto gli occhi dell’amata e del piccolo.
Il figlio Alfredo narra di una confessione ricevuta dalla Madre che tra le mani stringe delle ritrovate e carbonizzate reliquie; un cronometro, un grosso anello d’oro, i resti di una macchina fotografica. Gisella confessa d’aver palesato ad Amedeo, pochi giorni prima dell’incidente, il desiderio di veder dall’alto la loro casa-castello sulla collina “Monte Cieli Aperti” di Ciliverghe. Per l’impossibilità di poterla portare sugli aerei militari lo sposo gli ha promesso di scattare delle foto in volo e Gisella, nel raccontarlo al figlio, solleva e fissa turbata i frammenti della fotocamera.
Entrambe romantiche versioni che ben si riallacciano alle leggendarie imprese compiute dai cavallereschi piloti della “Grande Guerra”.
Ma la verità è più nobile perché fatta di dedizione e d’eroismo. Amedeo si è alzato in volo pilotando un pesante bombardiere con il quale esegue finti attacchi finalizzati all’addestramento degli equipaggi che gli sono stati affidati. Improvvisamente il nuovo tipo di bombardiere, il Caproni Ca.3 matricola 2360, prende fuoco e precipita trascinando nel rogo l’intero equipaggio.
Alto s’eleva il grido di dolore di Gisella la quale, poco dopo la tragica fine del marito, il 14 novembre 1917 mette al mondo una bambina che è chiamata Amedea a perenne memoria del Padre e della sua breve ma entusiasmante vita.
La guerra, la Grande Guerra equa distributrice di dolori mondiali, respinge all’oblio le spensierate gite ai bagni di Pozzuoli. Ben cinque figli di Eugenio Ferraro partecipano al conflitto e solo Renato e Decio, ufficiali di fanteria, fanno ritorno a casa. Oltre Amedeo, deceduto con il grado di maggiore del Corpo Aereo, perdono la vita anche il capitano Gustavo deceduto a Tolmetta in Libia ed il tenente Consalvo, del 138° Reggimento di Fanteria della Brigata Barletta, deceduto il 12 luglio del 1916 nell’Ospedale da campo n. 89 per ferite riportate al fronte.
Alto il tributo che questa Famiglia paga alla Patria.


Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 13 luglio 2013
  

FOTO

1 – Amedeo Ferraro

2 – Farman F11

3 – Stemma A.M.

4 – Caproni Ca3


BIBLIOGRAFIA

Ildegarda Ferraro - L’avventuroso zio Amedeo – http://first-life-original-life.blogspot.it

Alfredo Ferraro - Il paradiso di legno - Vannini 1971

Guido Maisto – Ad Astra / Pionieri Napoletani del Volo – Napoli 1948

Basilio Di Martino – Ali sugli Altipiani – Storia Militare 2009

Renato Callegari – Il Fronte del Cielo – Istrana 2012