martedì 3 marzo 2015

La frana della Cava Regia




“Effects of the Recent Earthquake,    at Puzzuoli, near Naples”

Un giornale inglese del 1856 riporta le conseguenze di un terremoto presso la Cava Regia di Pozzuoli

 

E’ notte. Una profonda notte quella tra sabato 12 e domenica 13 ottobre 1856; tutti dormono a Pozzuoli e nel Regno delle Due Sicilie.

Si riposa assaporando l’aria fresca di un tiepido autunno appena iniziato; si pregusta la giornata festiva che sta per iniziare.

 

Improvvisamente, alle ore 02.00 precise, ognuno è sconquassato dal suo sonno da una prima scossa ondulatoria; questa, procedendo da nord a sud, è fortissima ed ha una durata di quindici secondi.

Da Napoli così scrive al suo giornale un corrispondente inglese, testimone dell’evento:

«La nostra prima impressione al risveglio, è che la nostra vista fosse imperfetta o si fosse interrotta. Sentiamo la porta sbattere, le finestre muoversi in armonia con essa, il candelabro cadere dalla nostra "colonnetta", e il nostro letto in ferro vibrare come se un forte uomo lo scuotesse.

E’ così che abbiamo riconosciuto che in quel momento stavamo vivendo l’esperienza della nostra prima scossa di terremoto. Guardando il golfo, diventato argentato con i raggi di una luna quasi piena, notiamo che l'atmosfera è divenuta chiara, tranne verso la base del Vesuvio dove una nuvola di nebbia si aggrappa intorno ad esso, cercando di insinuarsi alla sommità.»

Il giornale inglese “Illustrated London News”, del 1° novembre 1856, così riporta il comunicato: “Effects of the Recent Earthquake, at Puzzuoli, near Naples”; notizia  inserita in un più ampio resoconto relativo al Regno delle Due Sicilie.

Lo “Illustrated London News” è un settimanale illustrato, fondato da Herbert Ingram il 14 Maggio 1842, ed è il più bell'esempio di giornale pittorico detenendo lo storico primato di riportare eventi sociali britannici e mondiali dalla fondazione fino ai giorni nostri. Da questo settimanale prenderanno spunto altri “magazine” come l’italiano “Domenica del Corriere”.

 

Pochi minuti e alle 02.04 tutti percepiscono una nuova scossa, sempre ondulatoria che questa volta procede da est a ovest, ma meno potente e con una durata di non più di dieci secondi. Tremito questo che probabilmente non tutti avrebbero percepito durante il sonno.

«In effetti, continua il corrispondente, le case non sono crollate come ci è stato detto, né metà di Nisida è stata sommersa; ma una parte considerevole della scogliera sulla strada per Pozzuoli è caduta giù; ed è questo punto che abbiamo scelto di rappresentare nel nostro schizzo.»

 

Ormai anche i puteolani, durante questo secondo evento, sono fuori dalle abitazioni, specialmente quelli che risiedono nelle scarse e sparpagliate dimore lungo la litoranea che conduce a Napoli, conosciuta come “via Regia” o “via Rivera”.

Istantaneamente l’attenzione dei coltivatori delle “parule” che occupano gran parte dell’attuale via Napoli, degli ergastolani e dei loro guardiani della “Regia Cava”, dei lavoratori e degli ospiti della vecchie terme “Subveni Homini”,  è attratta dal rimbombante rumore proveniente dalle pendici di Monte Olibano ove s’ode un fragoroso fracasso provocato, si saprà poi, dalla caduta di una grande frana.

Il crollo ha quale protagonista un enorme masso di trachite, di già in posizione poco stabile, che nel rovinoso rotolamento alza una polverosa nuvola di terriccio e trascina con se, oltre ad altri piccoli massi, la scarsa vegetazione che incontra sul suo cammino. La sua corsa, rallentata dalla piccola piana costituita dalla strada regia, termina poco prima di precipitare nel sottostante mare.

Il Monte Olibano, il rilievo di circa metri 150, è quasi privo di vegetazione e il nome "olibano", di derivazione greca, indica la sterilità del luogo. Esso è costituito da lava dura di composizione trachitica e costituisce un raro esempio di attività effusiva nei Campi Flegrei. In questo caso si è avuta una lenta risalita di magma viscoso, povero in gas, che non avendo la capacità di fluire si è "accresciuto" su se stesso.

 

Alzando lo sguardo in alto si vede la roccia lapidea con frequenti superfici di distacco di grossi blocchi di lava. La roccia trachitica dell’Olibano è da sempre utilizzata come materiale da costruzione. In età romana l'impiego prevalente era per pavimentazioni stradali e una cava di sommità è ricordata da Svetonio.

Nei secoli lo sfruttamento è continuato ed una delle cave, quella sul fianco del colle verso Pozzuoli, è chiamata "Petriera"; la pietra qui estratta è detta "la pietra di Pozzuoli" (fig. 2).



Ad onor del vero c’è da aggiungere che la notizia di questa frana, lungo la costa di Pozzuoli, è riportata solo da questo giornale e nessun altro accenno è stato trovato nelle cronologie ufficiali dei citati movimenti tellurici. Segno questo che per movimentare questa massa, di già instabile trovandosi in posizione precaria in una cava di pietre, potrebbe essere stato sufficiente anche un sisma locale di bassa energia.

Praticamente lo stesso sfaldamento verificatesi nella dolorosa frana del febbraio 1971, pochi metri più avanti. Quest’ultima avvenne all’altezza della vecchia fabbrica adibita a “quartieri degli ergastolani” fino a metà ottocento (fig. 3).



Anche in questo caso dalle pendici di Monte Olibano si distacca un macigno di trachite che crolla sulla sottostante identica strada, circa cinquanta più avanti, causando la morte di due giovani puteolani.

Uno di loro sta tornando in auto a Pozzuoli, dopo aver assistito ad una partita del Napoli Calcio, e in località Dazio concede un passaggio ad un giovane conoscente; questo, di cognome Coppola, ignaro del tragico destino, è intento a richiedere un autostop.

Passata la tragedia la strada sarà riaperta solo dopo imponenti lavori di contenimento (fig.4).

 


Il giornale “Illustrated London News” accompagna la notizia con una splendida stampa originalmente incisa su legno.

La grafica è molto realistica; l’enorme scoglio, visto provenendo da La Pietra, s’è fermato in bilico tra l’antica via Regia ed il mare, poco prima della curva in cui sorge il vecchio “Fortino della Petriera”; oggi noto come terzo palazzo a mare e sede di un famoso ristorante (fig.5).



Il corrispondente inglese così conclude il suo resoconto:

«Migliaia di tonnellate devono essersi staccate dalla montagna, e i giganteschi blocchi sulla destra danno una vaga idea della spaventosa potenza che in un attimo è bastata a squarciare queste rocce. Quando abbiamo visitato il luogo, l'ufficiale di guardia si è fatto avanti con molta cortesia e ha spiegato che durante la mattina di sabato era stato svegliato da un forte vento impetuoso; poi c'è stata una violenta scossa della terra, e in seguito l'intera montagna, a quanto pare, ha ceduto ed è caduta con un fragore tremendo. Proprio accanto c'erano due stalle, che fortunatamente erano vuote. Fortunatamente anche cento o duecento galeotti, che di solito lavoravano nei pressi del luogo, dormivano; se fosse stato di giorno, era probabile che si sarebbero verificate molte morti. In lontananza vediamo Pozzuoli, l'antica Puteoli, così celebre in epoca classica e apostolica; vediamo la strada che corre tra le montagne collegando questa città con Napoli, e l'acqua che ne bagna la base formando un’ansa della baia di Baia. Il tempo era stato per qualche tempo così particolare e così diverso da quello che di solito è in questo periodo dell'anno, che eravamo quasi preparati ad aspettarci qualche fenomeno straordinario. Fitte nebbie, che ci ricordavano Londra a novembre, avevano avvolto la città per diversi giorni; mentre il caldo era stato insopportabile come a metà estate.»

 

Si vede l’enorme masso circondato da una moltitudine di nostri concittadini che, seppur terrorizzati, son giunti qui ad osservalo, spinti dalla curiosità. Sulla destra si nota il Monte Olibano, ancora non deturpato orrendamente su questo versante, e sul fondo si distingue il promontorio tufaceo su cui si eleva il Rione Terra (fig.6).

 


Proprio in questo punto sono state incontrate le maggiori difficoltà durante la costruzione della via Regia nel corso dell’anno 1571, e la vanità del vicerè Pedro Afan de Ribera, secondo alcuni suoi denigratori, non contenta della prima iscrizione apposta all’inizio della strada a Fuorigrotta, determina apporvi una seconda, storica ed enfatica iscrizione posta su di una edicola appositamente eretta (fig.7).



Su questa Iscrizione si legge che prima di costruirvi la via il luogo è tutto orrore e solitario, impraticabile all’uomo e si vedono solo uccelli marini, e per ogni dove ci sono balzi, sassi e rovine naturali.

Nel primo promontorio, verso La Pietra, non potendo smussare l’intero alto costone si fondano mura nel Mare rubando ad esso gli spazi occorrenti.

In altri luoghi, accessibile alle sole capre, si debbono togliere ammassi di pietre quasi incredibili e riempire voragini altrimenti invalicabili.

In altri ancora, come in prossimità del Monte Olibano, è necessario sballare le alture delle antichissime lave bituminose, da secoli raffreddate, e poiché la strada si eleva dal livello del mare, è possibile superare quest’altro promontorio, e ridiscendere verso la chiana e le fabbriche delle antiche terme Subveni Homini, solo mediante una serie di arcate, dette ponti (fig.8).

 


L’edicola eretta per sorreggere la lapide, a memoria dell’opera e del vicerè, costituirà in seguito anche il confine tra la città di Napoli e quella di Pozzuoli.

Per questo motivo su molte mappe è indicata come “terminus”, ovvero fine del territorio napoletano ed inizio di quello puteolano.

Più non ci sono tracce di questa edicola, e della sua iscrizione scolpita su marmo, riportata su cartine e disegni fin quasi tutto il settecento.

Pertanto si crede possa essere andata distrutta proprio nel corso di questo evento rovinoso, o di qualche altro similare, e mai più ricostruita (fig.9).

 


L’enorme masso che, con la sua mole ed i suoi detriti, ha occupato e resa impraticabile l’importante via Regia, sarà ben presto sbriciolato onde permettere sia la viabilità della pubblica strada che il ripristino dei collegamenti cava-imbarcadero (fig.10).

 


 

 

P.S.

Questo articolo, pubblicato la prima volta il 3 marzo del 2015, è stato da noi rivisto e corretto dopo le giuste osservazioni avanzate dalla dottoressa Mariù Caputi.

 

 

GIUSEPPE PELUSO – SETTEMBRE 2025

 


mercoledì 18 febbraio 2015

Il sarcofago di Prometeo




Il sarcofago di Prometeo
Miti e misteri di un capolavoro puteolano
 Nella parte alta di Pozzuoli lungo la vecchia strada della Solfatara, praticamente di fronte ai resti della piscina Cardito, nel 1817 si scopre un sepolcreto nella masseria del signor Ruggiero. Questo massaro nello scavare la fossa, per piantare un albero di fico, ai primi colpi di piccone trova un complesso sepolcrale; circa trenta ricettacoli con dentro altrettanti scheletri. Proseguendo gli scavi poco oltre vengono rinvenuti quattro sarcofaghi di bianco marmo posti in una fabbrica a forma di tempietto.
Di particolare bellezza ed eleganza è il quarto rinvenuto sarcofago che misura 10 palmi di lunghezza, largo 3 e mezzo, alto 7. E’ scolpito ad altorilievo, probabilmente in un laboratorio romano, risale al quarto secolo dopo Cristo e con la sua presenza a Pozzuoli in età tarda testimonia della ancora vivace vita culturale nella nostra città.
Gli storici tutti affermano che il sarcofago rappresenta il mito di Prometeo; per alcuni è la “creazione dell’uomo”; per altri, in contrasto con la precedente ipotesi, è  “la divinizzazione dell’uomo” dopo la morte.


A seconda di una dottrina o dell’altra il corpo disteso rappresenterebbe un giovane all’atto della nascita o all’atto della sua morte. Di conseguenza il barbuto Dio centrale, su cui il simulacro poggia la testa, rappresenterebbe il Sonno oppure Prometeo.
Più o meno invariato resterebbe invece il riconoscimento di tutti gli altri personaggi, che son veramente tanti e di pregevole fattura.


Non sono un esperto ma, particolarmente colpito nell’ammirare questo capolavoro presso il Museo Nazionale di Napoli; gradirei far partecipe gli amici di questa mia esultanza.
Per assolvere questo compito racconterò l’appassionata descrizione che ne fa Lorenzo Palatino nella sua “Storia di Pozzuoli e Contorni” scritta nel 1826 poco dopo il ritrovamento; ovvio però qualche altro accenno là dove sussistono discordanze.
1 - L’eroe giacente


 Al centro della scena l’eroe giacente. In questo corpo, di grande statura e robustezza, si ravvisa un bel volto ed in tutta la sua persona si percepisce qualche cosa di grande. E’ senza barba con capelli folti e ricci. Ha la testa poggiata sulle ginocchia del dio sonno. Così racconta il Palatino.
Altre ipotesi riferiscono trattarsi del fantoccio di creta, rigidamente disteso, del primo uomo cui Prometeo si accinge a dar la vita immettendo il soffio vitale. Da questo nasce il suo mito.

2 - Il Sonno

Il barbuto dio del Sonno ha sulle sue ginocchia la testa dell’eroe giacente. Egli sta seduto a terra fisso ed immobile, con il busto lievemente inclinato in avanti, intento ad esaminare il giovane morto. Con la destra preme la sommità della sua barba e poggia la palma della mano sinistra sulla tempia del cadavere.
Secondo altre ipotesi rappresenta Prometeo intento ad osservare la sua creatura, l’uomo in terracotta disteso ai suoi piedi, cui darà il soffio della vita.
3 - Fama 

Una divinità allegorica che personifica la voce pubblica. E’ raffigurata con le ali, come l’immaginava la mitologia romana, ed è in alto, al centro della scena. Suona la tromba per annunciare la morte dell’illustre personaggio.
4 – Giove

Il sommo fra i numi, invita e riunisce gli altri dei per l’apoteosi dell’eroe morto. Ha il volto maestoso e compiacente e la testa coronata di quercia. Con la sinistra tiene uno scettro e con la destra una tazza, ovvero una patera usata per versare liquidi durante i sacrifici rituali. Da questa versa l’ambrosio sul nudo corpo dell’eroe giacente.
5 - Giunone

La moglie di Giove si trova alla sua destra in aspetto dignitoso. Con la mano sinistra sostiene lo scettro e con la destra porge a Mercurio una borsa piena di denaro con cui riscattare da Ade la vita dell'uomo.
6 - Cibele

Dietro Giove e Giunone c’è Cibele, la grande madre degli dei, con torre in testa ed in aspetto pietoso e compassionevole. Probabile, per altri, che sia Afrodite la Dea della Sessualità. Ma la corona turrita non lascia dubbi che sia Cibele come riferisce il Palatino.
7 - Parca

Dietro la testa del morto si trova l’inflessibile Parca dea tutelare della nascita. Essa, dondola leggermente la testa e, eseguendo i decreti del destino, con la conocchia e con il fuso nelle mani torce il corso della vita su di esso.
8 - Mercurio

Mercurio con sulla testa il Pegaseo, l’alato cavallo di Pegaso. Ha il Caduceo, bastone con due serpenti attorcigliati, nella sinistra e con la destra riceve la borsa che gli porge Giunone. La borsa passa al di sopra della testa della Parca, onde placarla; ma costei si dimostra in atto di non volere ascoltare né parole né doni. Diversa interpretazione afferma che sia lui a porgere a Giunone la borsa col denaro.
9 - Venere

Al di là dell’estinto, ed innanzi a Giove, si vede Venere nuda ed in atteggiamento molle e voluttuoso palesando così di essere la Genitrice dell’Amore. Dimostra il dispiacere che sente e sembra non voler guardare l’azione della Parca. Questo afferma il Palatino ma per altri sarebbe questa fanciulla di straordinaria bellezza che spinge l'anima ad entrare nel corpo e a dare la vita al primo essere umano.
10 - Fanciullo

Sulle gambe dell’eroe morto poggia un fanciullo, Eros ovvero un Amorino, in piedi. Egli, abbracciato con Venere, sembra volerle dire che calmi il suo dolore poiché lui lo preme con i piedi, onde destarlo dal sonno della morte.
11 - Amorino

Alla destra di Venere è pure abbracciato altro Amorino che pare spingerla a rivolgersi ad osservarlo. Egli pure preme con un piede la costola sinistra dell’estinto, e per destarlo più sollecitamente getta la sua ardente fiaccola sulla mano sinistra del Sonno, che a sua volta l’ha poggiata sulla tempia del morto,  affinché penetrato dal bruciore della fiamma ne ritiri l’arto. Ma il Sonno resta fermo nella sua posizione e per rabbia si preme il mento, per soffrire l’ardore, e non sollevare la mano.
12 - Vulcano


Alla sinistra del cadavere c’è la fucina di Vulcano il quale, pure per assecondare il genio di Venere, volge le spalle a tutti gli Dei. Egli è intento al suo lavoro e col pesante martello batte la sonora incudine affinché col fragore dei colpi riscuota l’eroe morto dal suo letargo.
13 - Cerere

Alla sinistra di Vulcano, e nell’angolo inferiore destro, c’è una dea seduta a terra. Essa con la sinistra abbraccia un albero di quercia che ha le sue ghiande e con la destra tiene un papavero. Questa è Cerere la quale, stando abbracciata alla radice, indica essere la Terra da cui l’albero ne riceve il nutrimento.
14 - Vesta

Fra Cerere e Vulcano, più indietro, si vede una dea con la testa coperta da un velo svolazzante per l’aria. Lo scultore l’ha giustamente situata presso la fucina di Vulcano onde indicare essere Vesta. Ad essa era sacro il fuoco ed era adorata presso ciascun focolaio.
15 - Minerva

Al di sopra di Vulcano e Cerere, ed alla sinistra di Giove, c’è un'altra dea, con il seno scoperto, che pure ha la testa coperta da un velo svolazzante. Essa è Minerva e presenta un volto ed una bellezza maschia e dolce, qual si conviene alla più saggia ed alla più casta delle dee.
16 - Nettuno

Sul lato destro di Giunone e di Mercurio c’è Nettuno con aria di fierezza, la barba crespa, i capelli irsuti sulla fronte. Con la mano destra tiene il tridente e con la sinistra sostiene un delfino sulla coda del quale cavalca un fanciullo rotondetto.
17 - Bacco

Questo fanciullo è Bacco che nella infanzia fu rapito dai corsari Tirreni i quali furono da lui trasformati in delfini meno il pilota Meneide risparmiato per pietà. Bacco, come altri dei, ha la testa coperta da un velo che sventola.
18 - Plutone

Proseguendo sulla destra di Nettuno c’è il barbuto Plutone, dio dell’inferno. Egli tiene lo scettro con la mano sinistra e con la mano destra tenta di avvinghiarsi a Nettuno.
19 - Prosperina

Sulla destra di Plutone c’è Prosperina, anch’essa con velo svolazzante in testa. Sembra che sia uscita dal triste regno delle ombre alla chiara luce del giorno.
20 - Ercole

Nell’estremità dell’angolo sinistro basso si trova Ercole seduto su di un sasso situato avanti la porta dell’inferno. Alla base del sasso si vedono scolpite due teste per metà scarnate e queste possono rappresentare le anime non ancora ammesse e che stupiscono della coraggiosa impresa di Ercole. Egli con la sinistra tiene legato fortemente Cerbero e con l’altra gli tiene ben chiusa la bocca di una delle sue teste. Con forza  ha spinte e fermate le altre due teste una sulle ginocchia di Prosperina e l’altra su quelle di un giovanetto. Sembra che lo scultore abbia voluto dimostrare che all’eroe non venisse impedita l’uscita dagli inferi.
21- Nestore

Il giovanetto è Nestore che, seduto in una posizione molto capricciosa, pare che pianga. Egli nella sua giovinezza fu salvato da Ercole e fece molte prodezze.
22 - Anfitride

Fra il giovinetto piangente ed il Sonno c’è una dea seduta a terra. Questa è Anfitride che rappresenta il mare e per questo è ai piedi di Nettuno. Ella poggia il braccio destro sopra di una cicogna, simbolo della pietà; con la mano destra sostiene un timone e con la sinistra un cavallo marino. Sulla fronte ha due corna ricurve che rappresentano le onde.
23 - Carro di Diana

Nell’angolo superiore della parte sinistra si vede il notturno carro di Selene condotto da Diana e tirato da due giovenche. Il carro è preceduto da un fanciullo con in mano una torcia accesa per illuminare il percorso avvolto dalle tenebre.
24 – Carro di Apollo

Nell’angolo superiore della parte destra risplende il diurno carro del sole condotto dal leggiadro Apollo con raggiante corona in testa. Esso è tirato da quattro nitidi corsieri.
25  - Endimione

Al gruppo del carro notturno appartiene il fanciullo inclinato con il capo all’ingiù, come la torcia che tiene in mano. Egli, nel suo giro, resta frapposto fra il carro ed Endimione che a sua volta è situato tra Minerva e Vesta. Endimione contempla l’eclissi lunare e resta sbigottito a tale novità.
26 - Moglie dell’Eroe

 Al fianco destro del sarcofago, dove sono gli dei marini ed infernali, vi è scolpita una donna in piedi vestita, che pare appena abbozzata. Probabile che indichi l’ombra della moglie dell’eroe la quale, in segno di gratitudine per essere stato suo marito ammesso tra gli dei, offre a Giove un cardamomo, pianta tropicale da cui i romani ricavano profumi, e con la mano pone su di un altare un follicolo che racchiude gli odorosi granelli chiamati grani del Paradiso. Sull’altare invece di un vaso è situata la dura buccia di tal frutto adattata a bruciarvi dentro i suoi semi.
27 - Giovane nudo

Al fianco sinistro del sarcofago, dove sono gli dei celesti e terrestri, si vede un giovane in piedi tutto nudo, meno che sul collo dove gira un panneggio che si getta dietro le spalle. Nel braccio sinistro ha una lunga asta quadrangolare senza punta, simbolo di pace, e con la destra conduce un cavallo. L’essere egli quasi nudo sembra che indichi trovarsi a mezza via, prima di essere annoverato fra gli dei.
28 – Leoni sul retro
Sul retro del Sarcofago sono scolpite due ombre malefiche, grossi animali che sembrano leoni. Sono magri con occhi biechi ed in mezzo ad essi un vaso d’acqua sull’orlo del quale poggiano le loro zampe anteriori. Questa scena dovrebbe rappresentare l’invidia indicata dallo scultore con l’ansietà delle bestie di bere quantunque la rabbia li trattenga ed abbiano di già le lingue fuori per lambirla.
Non mi resta che chiudere questo piccolo saggio con un invito a tutti gli amici: una visita al Museo Archeologico di Napoli per gustare dal vivo la vista di questa meraviglia. Un capolavoro che esalta il mito prometeico e l’avvento della civiltà fra gli uomini attraverso l’amore e la bellezza.

Giuseppe Peluso

mercoledì 21 gennaio 2015

Pouzzoles Chocolat



Pouzzoles Chocolat
Baia, Miseno e Pozzuoli sulle figurine Guerin-Boutron



Quando si parla di figurine non si può non ricordare la Liebig e le sue celebri emissioni che hanno avuto origine intorno alla metà del XIX secolo.
In questo periodo in Francia si diffonde la "moda" di reclamizzare i propri prodotti regalando agli acquirenti diversi tipi di gadget. Il più delle volte figurine stampate in bianco e nero oppure a colori; solitamente tali figurine rappresentano le scene più varie e contemporaneamente promuovono un certo prodotto, direttamente nella vignetta oppure a tergo con scritte o messaggi pubblicitari. All’epoca comunque sono ben poche le aziende che possono permettersi una simile forma di pubblicità.
Il barone Justus Von Liebig sceglie di adottare il sistema delle figurine per promuovere il suo estratto di carne; prima regalandole ai clienti e poi arrivando a distribuirle attraverso una vera e propria raccolta punti. Negli anni seguono numerosissime serie, edite in varie nazioni ed in lingue differenti. 
Non sono le uniche figurine in circolazione ma la stampa fino a 12 colori, la cura dei dettagli, la realizzazione dei soggetti il più delle volte affidata a veri e propri artisti, la presenza di descrizioni curate ed approfondite a tergo e, non da meno, il fatto di essere sempre in importanti serie da 6, 12 o 18 figurine a tema, ne fanno subito una delle collezioni più ricercate ed amate.
Alcune figurine diventano rare ed oggetto di desideri come succede a quella che raffigura “Il feroce Saladino”, emessa tra le due guerre dalla “Buitoni-Perugina” ed a quella mitica del portiere Pizzaballa, emessa dalla “Panini” nel secondo dopoguerra.
Dopo la stasi bellica proprio con le “Edizioni Panini” le figurine risorgono a nuova vita; ora, raccolte in comodi album e munite di autoadesivo, appassionano giovani e non più tali.
Anche le nostre località flegree hanno avuto l’onore di apparire, e di essere ancora oggi ricercate e collezionate, su figurine emesse, oltre un secolo fa, da una fabbrica francese di cioccolato; la Guerin Boutron.
La “Guérin Boutron Chocolate & Fils” era una fabbrica di cioccolato fondata nel 1855; qualche fonte riferisce che un laboratorio artigianale esistesse già dal 1775. La società si trovava ai numeri 23 e 25 di rue du Maroc, nel quartiere di La Villette di Parigi e divenne famosa anche per le sue dolci proposte "Chocolat à la vanille" e "Chocolat Solubia".
La raccolta di figurine Guerin Boutron, secondo il notevole lavoro di Alain Thysebaert grande collezionista belga, consta di 389 serie per un totale di circa 8000 schede.


Nel 1910 la Guerin Boutron emette una serie di 75 figurine dedicate alle più celebri città e località italiane. A ricordo del Gran Tour, che i ricchi rampolli compivano nel nostro paese, la serie è chiamata “Voyage en Italie”.
All’interno di questa serie troviamo una sequenza di figurine destinate al “Golfe de Naples” e tre di queste sono dedicate a località dei Campi Flegrei. La numero 35 riservata a “Baia et Pouzzoles”, la numero 38 a “Pouzzoles” e la numero 40 a “Le Cap Misene”.

Sul fronte, entro una cornice floreale, sono riprodotte a colori celebri cartoline paesaggistiche emesse tra fine ottocento ed inizi novecento. Sul retro, oltre le indicazioni pubblicitarie proprie della fabbrica, è riportata la serie ed il soggetto della figurina.
Inoltre è restituita una breve descrizione della località rappresentata; ad esempio sulla numero 38 dedicata a Pozzuoli troviamo scritto: “Pouzzoles, a l’ouest de Naples, prolonge Pausillipe, pour se terminer au Cap Misene, devant l’ile de Ischia”.


Belle da vedere e belle da collezionare, la quotazione si aggira attorno ai 10 euro per ogni figurina, vanno annoverate tra i ricordi della Terra Flegrea.


Giuseppe Peluso