mercoledì 17 febbraio 2016

Le ricerche della corvetta Daino a Baia



Corvetta Daino
Archeologia subacquea nel mare di Ulisse

L’archeologia subacquea è una disciplina piuttosto recente; solo all’inizio del novecento cominciano a datare le prime scoperte e solo negli anni ’50 vengono promossi i primi scavi sottomarini, condotti con metodologie più rigorose, finalizzati alla ricerca di reperti.
A metà di quegli anni è in corso di formazione, ad Albenga, un gruppo di archeologia subacquea che cerca di acquisire esperienza con le prime e pazienti prove, sotto la direzione del prof. Nino Lamboglia [1].


Nel 1958, dopo che questo gruppo iniziale ha acquistato esperienza e consistenza, avviene la definitiva e ufficiale costituzione del “Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina” ed il seguente 2 luglio durante il “II Congresso Internazionale di Archeologia Sottomarina”, sempre ad Albenga, i partecipanti lanciano la richiesta di una nave destinata alla ricerca archeologica.
Così si esprime Nino Lamboglia, riferendosi al relitto di Spargi, al suddetto Congresso: «Sono quindi ben contento che il caso e l’entusiasmo del dott. Gianni Roghi ci abbiano sospinto a cercare la nave adatta per un nuovo esperimento in Sardegna. La Sardegna è ricchissima di giacimento sottomarini e basta soggiornarvi qualche tempo per avere notizie di decine e decine di giacimenti o ritrovamenti casuali lungo le sue coste, difficili da controllare».
Questo voto di speranza è reso realtà nello stesso anno dal VII Congresso Internazionale di Archeologia Classica tenutosi a Roma; grazie all’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti) e l’appoggio del Ministero della Difesa Marina. La Marina Militare destina nave “Daino” alle ricerche archeologiche subacquee e oceanografiche ed a tale scopo è riadattata alla nuova destinazione tra i mesi di marzo e maggio del 1959, presso l’Arsenale di La Spezia.

La “Daino”, che unitamente alle gemelle “Antilope” e “Gazzella” appartiene ad una classe di ex dragamine germanici, è stata costruita nei cantieri "F. Schichau Werft" di Koenigsberg, varata il 19 ottobre 1944 e consegnata alla Kriesgsmarine il 17 gennaio 1945 con sigla “M 803”.
Ha uno scafo con corto castello seguito da una tuga sistemata tra il centro e la poppa. L’albero è a tripode e dietro di esso c’è un grosso fumaiolo; l’ampia poppa è circondata da un parapetto metallico.
La lunghezza è di metri 67.75, la larghezza di metri 9.0, l’immersione di metri 2.68, il dislocamento è di 821tn a pieno carico.
L’apparato motore è a vapore e la combustione delle caldaie a carbone, combustibile adottato causa la scarsità di nafta nella Germania in guerra; la potenza è di 2150hp che imprimono una velocità di 17 nodi.
L’armamento è costituito da due cannoni da 105/45mm sistemati uno a prua ed uno a poppa in postazioni scudate; da due mitragliere da 37/57 sistemate una su di una sovrastruttura davanti alla plancia ed una dietro al fumaiolo; su di una sovrastruttura a poppa c’è un complesso quadrinato da 20/65 ed altri 4 pezzi singoli di questo calibro sono attorno alla plancia. Naturalmente è presente l’attrezzatura per il dragaggio ed, in alternativa, i binari per il trasporto di 24 mine oppure bombe di profondità antisommergibili.
Sono, con 107 uomini d’equipaggio, riuscitissime unità adatte al pattugliamento, alla scorta antisommergibile ed antiaerea, utili come posamine oltre che validi dragamine. 821t

Al termine del conflitto, nel maggio 1945, è catturata dagli Stati Uniti e la “U.S.Navy” gli assegna la sigla “US 36”; il 27 luglio 1945 passa in gestione alla “German Mine/Sweeping Administration” (GM/SA), l'ente americano che nell’immediato dopoguerra, con navi ed equipaggi tedeschi, si incarica del dragaggio delle acque del Baltico e del Mare del Nord. Finito questo servizio il 14 novembre 1947 passa a “Office of the Military Government/US (Amministrazione Militare Americana in Germania – OMG/US).
Nel febbraio 1948 è affittata alla società "L. Nimitz" che ne progetta la trasformazione in “Casa Galleggiante” (Wohnschiff) per essere utilizzata quale nave caserma dalla polizia di Amburgo; nella zona d’occupazione britannica.  Qui di case rimaste in piedi ce ne sono un po' poche, insieme ad altre unità avrebbe dovuto anche incrementare le sovrastrutture per aumentare le capacità di alloggio.

Ma poi gli americani decidono, nell’aprile 1949, di assegnarla all'Italia che dal febbraio ha aderito alla “N.A.T.O.”; passaggio questo che avviene il 20 Luglio 1949 e nella Marina Militare Italiana riceve la classificata di nave ausiliaria con sigla "B 2".
Secondo l’esperto De Domenico le curiose sigle B 1/B 2/B 3 assegnate ai tre ex dragamine tedeschi, derivano dal luogo di presa in consegna, Bremerhaven, base navale americana, ovvero enclave all'interno della zona di occupazione inglese della Germania post-bellica; all'epoca la zona di occupazione americana non ha sbocco al mare.

Presso l’Arsenale di La Spezia le tre unità subiscono lavori di riassetto generale con sbarco dell’armamento tedesco e delle apparecchiature di dragaggio. In seguito, anche perché si deve ricorrere a fuochisti civili per mancanza di adeguato personale militare, le tre unità subiscono la trasformazione delle caldaie e la combustione passa da carbone a nafta. Sono quindi riclassificate come navi pattuglia, dal 1 gennaio 1950, e rinominate “Antilope”, “Daino” con sigla “DI” e “Gazzella”.

Dal 1 ottobre 1953 assumono la classificazione di Dragamine Meccanici, la “Daino” con sigla NATO “M 5339”, senza tuttavia reimbarcare l’apparecchiatura per il dragaggio [2].


Il 1 giugno 1956 assumono la classificazione di Corvette (La “Daino” assume la sigla NATO “F 541”) e, all’armamento cannoniere composto da un pezzo da 100/47 e tre mitragliere da 40/56, aggiungono a prua un porcospino ed a poppa due lanciabombe e due tramogge antisommergibili [3].


Intanto la più usurata “Antilope” è radiata nel corso del 1958; la “Gazzella” è trasformata in nave scuola per i cadetti nel 1960, e la “Daino”, protagonista di questa storia, trasformata in nave ricerche archeologiche sottomarine, assumendo la sigla NATO “A 5308” [4].


Benché di piccolo tonnellaggio ha una buona lunghezza e, al vantaggio di un pescaggio minimo, aggiunge una larga estensione dei ponti di coperta; praticamente una disponibilità di spazio relativamente grande in relazione alla stazza. Tra marzo e maggio 1959 la “Daino”, sempre presso l’arsenale di La Spezia, è riadattata alla nuova destinazione; sono aboliti cannoni, mitragliere ed ogni altro impianto bellico; riducendo di conseguenza il numero dei componenti dell’equipaggio a 54 uomini, ottenendo così lo spazio per alloggiarvi sommozzatori e personale civile degli Istituti di Ricerca.
I picchi di carico sono rinforzati e muniti di verricello elettrico munito di lunghi cavi per rendere possibile il recupero di oggetti pesanti a buone profondità; allo stesso fine è perforato il ponte di coperta mettendolo in comunicazione con la stiva che così diventa deposito di reperti.
Al posto dei precedenti battelli da salvataggio a bordo sono collocate una motolancia da 7,50mt per palombari; una motolancia da 6,40mt per collegamenti e due battelli appoggio con motori fuoribordo.
A poppa è ricavato un locale sommozzatori, con armadi e spogliatoi, ed a prua un dormitorio per 10 sommozzatori civili; inoltre si ricava un alloggio per il Direttore Archeologo ed un altro alloggio per tre Assistenti Civili [5].


A centro nave è sistemata una sala operativa nella quale sono concentrati il lavoro di disegno, biblioteca, assistenza archeologica, ed altro; essa è collegata con la plancia dove c’è il comandante al quale resta la responsabilità marinaresca e militare della nave.
Un locale è trasformato in gabinetto fotografico munito di moderne apparecchiature subacquee; l’infermeria è completamente rammodernata e vengono installati due potenti compressori Junkers, oltre un compressore più piccolo, fornito dal Ministero della Pubblica Istruzione, che servirà ad azionale la “sorbona”, un particolare aspiratore subacqueo. La nave è fornita di ecoscandaglio utilissimo nella prospezione dei siti, data la sua capacità di percepire “anomalie” volumetriche sui fondali. Le possibilità di impiego dell’ecoscandaglio sono intuite da Lamboglia già nello stesso 1959 quando fa effettuare dalla “Daino” più passaggi, con rotte diverse, sul relitto di una nave romana fuori Albenga. Lo scandaglio sonoro in quella occasione traccia un grafico che segnala solamente un rialzo del fondale corrispondente alla sagoma della nave.
Altro pressante problema, caldeggiato dal prof. Lamboglia, e quello della sicurezza.
In attesa del finanziamento per l’acquisto di una camera di decompressione si costruisce una campana che possa fungere come tale. Nello stesso tempo questo aggeggio, una vera e propria torretta batoscopica, funziona da appoggio ai sommozzatori ed inoltre consente all’archeologo, che non si immerge, di seguire dal suo interno lo scavo subacqueo [6].


Al termine dei lavori il 5 giugno 1959 è sottoscritta una convenzione tra i Ministeri della Difesa Marina e della Pubblica Istruzione dove sono regolati gli interventi; successivamente è stipulata una convenzione, tra il Ministero della Pubblica Istruzione e l’Istituto di Studi Liguri, per l’esecuzione di ricerche archeologiche sottomarine lungo le coste italiane.
La “Daino” inizia la prima campagna in Liguria, ad Albenga, e poi si reca nelle acque della Sardegna già nella seconda metà di agosto del 1959, pochi mesi dopo il suo nuovo “varo”, per la seconda campagna di scavo presso il relitto di Spargi.
In seguito, il primo settembre dello stesso 1959, su invito del prof. Amedeo Maiuri, giunge nel Golfo di Pozzuoli iniziando la sua campagna di ricerca nel seno di Baia.

Per quanto riguarda l’archeologi sottomarina della zona di Baia così scrive Amedeo Maiuri nel 1958: 

«Trent’anni fa si dragava il piccolo porto di baia che, a quel tempo, oltre ai velieri che vi ormeggiavano per il carico della pozzolana, serviva anche per l’attracco dei battelli della linea per Procida ed Ischia. Ma i fondali erano bassi e gli approdi rischiosi; le carte dell’Ammiragliato segnavano secche sommerse dal limo; occorreva una draga ed una benna robusta per rimuovere dal fondo quelle secche. Incominciato il lavoro e calata in acqua la benna per addentare e divellere, si vide che in luogo di secche e di scogli, venivano tra le mascelle della secchia brandelli di fabbrica, pezzi di pavimenti a mosaico, frustali di marmo e qualche membro dilacerato di statua. Era il lido di Baia che riassommava dal fondo delle acque, il lido della Baia sommersa dal  bradisismo che l’aveva sprofondata lentamente nei secoli, in un millennio e mezzo almeno di anni.»

Dopo una lunghissima serie di rinvenimenti occasionali con il recupero di varie decine di sculture il ninfeo di Punta Epitaffio è per la prima volta messo in evidenza dal prof. Nino Lamboglia che inizia un rilievo volto a determinare la morfologia dei complessi architettonici di Baia i quali dalla collina continuano per centinaia di metri in mare, fino a 16 metri di profondità.
Le ricerche subacquee sono state precedute da rilievi aerofotografici e studiati dallo stesso Maiuri; ma mentre le costruzioni sommerse di Pozzuoli sono state tradotte sulla carta, almeno complessivamente, quelle di Baia, per la acque quasi sempre torbide, presentano difficoltà alle foto aeree e subacquee.

Si sceglie il rilevamento diretto da parte dei sommozzatori e come punto di riferimento e partenza è presa Punta Epitaffio. Il mare antistante è diviso, mediante la collocazione di gavitelli, in 24 quadrati numerati in modo da dare una carta archeologica totale della Baia sommersa [7].


Subito ci accerta che l’estremo limite delle costruzioni si trova ad 800 metri da Punta Epitaffio ad un massimo di 18 metri di profondità; una serie di enormi blocchi di muratura segna l’antica linea di costa. Internamente ad essa si dipartono strade e resti di edifici la cui interpretazione risulta difficile per i sommozzatori, ma il dott. Gianni Roghi vede che la stessa linea di costa piega verso l’interno del porto di Baia formando una insenatura o porto artificiale. Purtroppo le moderne installazioni portuali e la presenza di navi in carico o in disarmo rendono difficile estendere le indagini.

Si rinforza la squadra dei sommozzatori con tre studenti in architettura di Napoli e si cerca di stabilire pianta, sezione e orientamento generale dei reperti affidandone il rilievo di dettaglio ad una seconda squadra operante in contemporanea con la prima. Nella lancia da palombaro è creata una specie di sala disegno navigante che trascrive immediatamente le misure prese sul fondo [8].

In 20 giorni è così possibile tracciare la pianta di circa metà del quadro “I°” ed il risultato acquisisce enorme valore dal punto di vista sperimentale, creando i presupposti per una esplorazione sistematica e continuativa; a tale scopo sono fissati sul fondo i punti topografici dei gavitelli per la ripresa delle ricerche in tempi successivi poiché il programma del 1959 è interrotto da mancanza di fondi e da ostacoli burocratici.

Dieci anni più tardi, proprio dove hanno avuto luogo le ricerche del Lamboglia, sono rinvenute dal “Gruppo Subacquei di Baia” e dai sommozzatori del nucleo Carabinieri due statue, ancora in piedi nella collocazione originaria, nell'abside di un grande edificio rettangolare di cui si intravedono appena i contorni superiori affioranti dal fondo marino. Anche le statue emergono dalla sabbia solo con la testa, che perciò risulta sfigurata dai litodomi. Si riconosce in esse due dei protagonisti della celebre scena omerica dell'inebriamento di Polifemo da parte di Ulisse. Da un lato dell'abside è, infatti, collocata la statua dell’eroe di Itaca che porge la coppa di vino al ciclope; dall'altro, quella di un suo compagno raffigurato nell'atto di versare altro vino da un otre.
Oltre queste due altre cinque statue sono state rinvenute [9], 

di cui la più bella e integra è di Dioniso giovane e una statua di una probabile figlia di Claudio. Ora nella Torre Tenaglia del Castello di Baia, presso il Museo Archeologico Flegreo, è allestita la mostra permanente del ninfeo di Punta Epitaffio ed esso appare come una sorta di “galleria” di ritratti dinastici della gens Claudia [10].

Negli anni seguenti nave “Daino” riprende le sue campagne di ricerche nelle acque di tutta la penisola italiana, ma questo esula dal nostro intento. Nell’anno 1964 è messa in disarmo, per totale mancanza di fondi, è nel 1966 è avviata alla demolizione.

Anche in questo Nino Lamboglia dimostra un’impressionante capacità di preconizzare quale sarebbe stato il destino di questa unità e di coloro che ne avrebbero dovuto fruire, come mezzo operativo, se la sua gestione fosse stata affidata alle competenze del Ministero e alle abituali procedure burocratiche. Così scrive ad un amico nel 1959: «Non sognarti neppure che un’attività simile possa essere sostenuta e finanziata coi normali uomini e sistemi della nostra amministrazione statale e col controllo della Corte dei Conti: naufragheremo alla prima settimana…Vorrei convincerti precisamente da questo esempio (riferendosi ad Angelo Rizzoli che ha finanziato la prima campagna sul relitto di Spargi), che il modo migliore per servire lo Stato e la nostra amministrazione è proprio quello di fare tutto quello che si può dal punto di vista contabile e formale, fuori dalle pastoie amministrative…Non devi dimenticare che, se non ci mettessimo sotto il dichiarato usbergo del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina la nave archeologica sarebbe ben presto in balia dei vari dilettanti sportivi e giornalisti, degli archeologi che fanno poesia e dei deputati delle varie regioni italiane».

BIBLIOGRAFIA
AA.VV – Forma Maris Antiqui – 1959
F. Pallares – Vecchie e nuove esperienze nell’archeologia subacquea – 2004
F. Pallares – L’attività del centro sperimentale di archeologia sottomarina - 1984
R. Petriaggi, Nino Lamboglia, l’archeologia subacquea e la burocrazia – 2007
G. De Pasquale – Collezione privata - 2015
G. Galuppini – Guida alle navi d’Italia - 1982

lunedì 18 gennaio 2016

Senatore Carmelo Patamia


Il senatore Carmelo Patamia, figlio di Antonio Maria, nasce a Bagnara Calabra il 13 aprile 1826; qui inizia gli studi che poi completa a Reggio, il vicino capoluogo.
Giovanetto si reca a Napoli, per frequentare l’università della capitale, e nel 1847 si laurea in medicina; nel 1848 partecipa alla locale insurrezione, episodio inserito nei più vasti moti risorgimentali. Ritorna in Calabria e nel 1860 si unisce ai garibaldini appena questi, provenienti dalla conquistata Sicilia, sbarcano nella natia Bagnara [1]. 

Con Garibaldi entra a Napoli e vi si stabilisce definitivamente, mettendo a profitto la sua qualità di medico.

Nel 1861 va a risiedere sulla via di Pozzuoli, in località La Pietra, dove acquista dei terreni con vecchie fabbriche adibite ad attività termali [2].

Presto addiviene a gran fama per la sua riconosciuta valentia nell’arte di Esculapio; medico capo e cofondatore, col prof. senatore Sperino, del sifilocomio di Napoli; fondatore delle Terme Patamia; libero docente presso l’Università di Napoli ed autore di un buon Trattato delle Malattie Veneree e Sifilitiche.
A completamento della sua opera, per far fronte agli artigli degli usurai che attanagliano gli operai calabresi nel 1882, insieme all’Onorevole Luzzati, fonda la Banca Popolare Cooperativa di Bagnara; che fu la prima banca popolare in provincia di Reggio e fallirà con la crisi del 1929.

Tutte queste attività gli permettono di costituirsi un gran patrimonio; alla vasta proprietà paterna in Calabria aggiunge un palazzo al Monte di Dio dove vive, un bel palazzo fatto costruire al Vomero, una villa a Posillipo, una casa di cura a Bagnoli, uno stabilimento termale presso Pozzuoli; tutti beni che gli fruttano un larghissimo reddito. La voce pubblica, che con molta sfacciataggine suole fare i conti nelle tasche altrui, tiene il senatore Patamia in fama di almeno sette o otto volte milionario.
Inoltre un fratello, emigrato ed arricchitosi a Marsiglia, muore senza prole e gli lascia molti titoli costituenti una somma più che rilevante.

Dal 1882 è eletto alla camera dei deputati per la sinistra moderata per ben quattro legislature, prima nel collegio di Palmi e poi in quello di Bagnara, ed è membro delle “Commissioni sanitarie per la modificazione del regolamento sulla prostituzione”.
E’ nominato Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia; il 14 giugno 1900 riceve la investitura a senatore e poi quella di Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Nei Campi Flegrei è ricordato per le terme da lui create in località La Pietra per un fortunato evento accaduto nel 1861. Sta dissodando il terreno, per trapiantare delle viti attorno al piccolo stabilimento termale da lui acquistato, quando si avvede della esistenza di qualche antica fabbrica. Il celebre archeologo Giuseppe Fiorelli, gentilmente accorso sul luogo, la riconosce per fabbrica che gli antichi romani alzarono per utilizzare una larga vena di acqua minerale, ovvero il “Balneum Balneoli” detto volgarmente il Bagnuolo in periodo aragonese, e poi trascurata fino a perdersi la memoria.
Il dott. Patamia trasforma in deliziosi giardini una parte dei terreni che circondano le terme, costruisce dei comodi quartieri per l’inverno e demolisce le mura che separano lo stabilimento dalla riva del mare.
Nel 1867 il dott. Antonio Candido, direttore sanitario delle Terme, in un libro descrive dettagliamene il nuovo stabilimento termo-minerale del Balneolo. Al termine del volume riporta il giudizio dell’idrologo A. Dardel, medico dello stabilimento termale d’Aix in Savoia, che, in una lettera del 5 aprile 1865, esalta la bellezza del paesaggio, la salubrità e la dolcezza del clima, la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque.
Nello stesso libro riferisce che il primo illustre infermo che abbia scelto lo stabilimento Patamia è il signor James Hudson, già noto ministro d’Inghilterra in Italia e che tante parte ebbe nel favorire l’Unità Nazionale.
Così scrive Hudson al termine del ciclo di cure: “Signor Direttore, con mio sommo compiacimento le fo sapere che affetto da gotta e da dolor reumatici, mercè i vostri bagni e le alte docce ne ho avuto i più positivi vantaggi. J. Hudson”

Inizia la grande epopea dei bagni termali e quelli di Patamia, con bella fabbrica, sono tra i migliori esistenti nel comune di Pozzuoli; sono a destra della strada venendo da Napoli [3]. 

Vi si trova un comodo stabilimento termale con trattoria ed alloggio pei malati. In un vasto ed elegante edificio c’è una sala, con intercolunnio innanzi, munita di triplice porta chiusa a lastre, la quale è bellamente addobbata e serve d'ingresso all'edificio.
Da questa sala prendono origine due corridoi a destra e a sinistra che conducono ai bagni. Essi sono in 30 gabinetti eleganti, dipinti alla pompeiana e forniti di altrettante vasche di marmo e docce.
Al primo piano trovansi la sala da pranzo e da conversazione, 16 camere da letto e la stanza per le persone di servizio. Dalle finestre di davanti si gode di bella vista sul golfo di Napoli, di dietro vi ha una vigna. Dietro la casa sono altri bagni e due piscine, una per sesso, alimentate d'acqua minerale perenne che mantiene la sua temperatura elevata. Sul tetto di una fabbrica attigua si lascia stagionare dell'acqua in vasche aperte. Vi ha pure un apparecchio per la polverizzazione dell'acqua, adoperato nelle malattie degli organi respiratorii.
Tutto vi è abbastanza decente e pulito. A differenza degli stabilimenti termali di Agnano è più immune dall'umidità e, avendo a ridosso come solida barriera il Monte Olibano, è anche preservato dai venti del Nord.

Lo stabilimento, con il vicino “Terme Pepere” [4], rappresenta quanto di più funzionale e moderno possa esserci ne settore idrotermale.

Tale è la loro notorietà, e il loro potere politico-economico, che le terme di La Pietra persuadono la costruente Ferrovia Cumana a realizzare una fermata in prossimità dei loro stabilimenti. Tale stazione, nominata “Terme Patamia Pepere” (in seguito fermata “La Pietra” ed ora del tutto abolita) sarà inizialmente il capolinea della ferrovia che all’inaugurazione espleterà il suo limitato servizio sulla tratta Montesanto – Terme [5].

Lo stabilimento verso fine secolo è diretto dal dottor P. Roccatagliata e questi, tramite il proprietario, fa pure un’interrogazione alla Camera contro il disservizio della ferrovia cumana che, come si sa, conduce i bagnanti in dette terme.
Interrogazioni che saranno poi fatte anche dal nuovo Direttore Sanitario prof. on. M. Pietravalle, quando le Terme saranno acquistate da G. Arienzo.
Intanto nel 1900 le Terme e Pensione del “Balneolo” e il Bagno di Mare “L’Aurora”, tutti di proprietà Patamia, partecipano alla grande “Esposizione d’Igiene” che si tiene a Napoli nell’anno 1900 [6].
 
Calabrese di nascita ma ormai napoletano d’adozione la morte attende il senatore Patamia, in data 12 novembre 1909, proprio nel bellissimo palazzo che possiede in questa città al Monte di Dio.
Questo l’elogio tenuto al senato dal presidente Giuseppe Manfredi:

«Signori senatori! 
Dalle Alpi il nostro lutto va al mare. In Napoli il 12 di questo novembre morì il senatore Carmelo Patamia, che era nato in Bagnara Calabra il 13 aprile 1826. Medico dei più dotti e stimati, aveva da moltissimi anni in Napoli esercitato, primario del Sifilicomio, e professato in Cattedra di libero docente all'Università nella specie, in cui un voluminoso trattato teorico-pratico pubblicò nel 1897. Contribuì all'onore della scuola medica meridionale, quando vi splendevano il Tommasi, Salvatore de Renzi, il Palasciano; fu de' primi a far conoscere le ricchezze idrologiche del bacino termale di Napoli, e de' più meritevoli della fondazione degli stabilimenti di terme tra Bagnoli e Pozzuoli. Nell'amore della libertà fu dei più ardenti, fra i giovani, nel 1848; ed i sensi patrii senza tema di rischio ei mantenne sino al risorgimento italico, cui partecipò nel 1860 dando di poi al nuovo ordine di cose tutto l'animo; onde fu eletto deputato dal II collegio di Reggio Calabria per la quindicesima, sedicesima e diciottesima legislatura e da quello di Bagnara per la diciottesima. Non mancò alla Camera la sua voce negli argomenti a favore della sua Calabria, e fu autorevole nelle questioni d'igiene pubblica. Nominato senatore il 14 giugno 1900, benché caldo ancora di spirito, nel fisico sofferente, non poté essere frequente ai nostri lavori. Nondimeno, raccogliendo le lodi de' suoi meriti e della bontà e del carattere, che odonsi sulla sua tomba, uniamo il nostro al duolo della famiglia, dei calabri conterranei, dell'ordine medico napoletano, de' discepoli dell'amato estinto.»

Alla sua morte inizia un clamoroso processo di milionaria eredità con intrigante intreccio di attricette, servi, padroni, avvocati; e tutti ruotano intorno al cospicuo interesse formato da gioielli, titoli, contanti, proprietà.
Il processo offre il tema ad una commedia galante, di sapore antico, con episodi abbastanza originali e personaggi molto noti dove il denaro è profuso per soddisfare il piacere. Troppi milioni, pettegolezzi infiniti, ardite deviazioni d’indagini, molti gioielli, rancori di servi delusi.
Questi gli ingredienti di cui s’è dovuta servire l’istruttoria.
Quando nei romanzi e nei drammi una eredità dà luogo ad infiniti litigi giudiziari ed extragiudiziari deve per forza essere una eredità che si rispetti ed è così anche nel caso tutto reale del senatore Patamia.

La prima sorpresa, per gli eredi che non si trovavano al capezzale del morente, è all’apertura della cassaforte che si crede contenere titoli, depositi fiduciari, cartelle, denaro in contante. Con stupore si vede che è assolutamente vuota ed anche negli altri mobili non si trovano ne gioie ne oggetti di valore.
Senza dubbio, nell’ora d’agonia del vecchio senatore, è avvenuta una vera razzia; ma chi l’ha compiuta?

Il senatore ha un figlio, il cav. Alfredo, appassionato “sportman” noto nella società elegante non solo di Napoli, che negli ultimi tempi vive a Torino, conducendo vita fastosa, con l’ammiratissima “divetta” Annita di Landa, al secolo Teresa Buscaglione [7].

Sciantosa, nata nel 1875 a Graja come il famoso e lontano parente Fred Buscaglione, giovanissima posa per lo scultore Grosso.
Scritturata da una compagnia di prosa in seguito passa al caffè-concerto esibendosi per qualche tempo in un baraccone sul Lago Maggiore. Nel 1897 si fa notare negli ambienti dello spettacolo e nel 1900 è già affermatissima come canzonettista eccentrica: nel 1902 al "Morisetti" di Milano è proclamata "fra le migliori cantanti a dizione". Nel 1905 canta in duetto con Nicola Maldacea al "Teatro Verdi" di Napoli, in questa occasione conosce il figlio del senatore Patamia. E durante la sua gloriosa carriera prende parte, in qualità di prima interprete, a diverse audizioni piedigrottesche. Altezzosa e popolarissima, una sera proibisce a Ettore Petrolini, che in seguito la definisce "la Cecile Sorel del Caffè-concerto”, di chiudere lo spettacolo sino a che il popolarissimo attore romano si rassegna a dover improvvisare un duetto con lei. Il suo repertorio, intelligente e provocatorio, è formato da cose prevalentemente scritte appositamente per lei, fra cui alcune belle napoletane tanto da essere definita “el bel tabarin delle periodiche napoletane”. LINK
I suoi cavalli di battaglia sono “E Nnanasse”, "Core e Mamma" e "La Spagnola", la classica canzone da sciantosa, con la sua brava allusione alle doti amatorie della diva di turno. Molto richiesta nelle sue serate è pure "'A Nuvena" scritta da Salvatore Di Giacomo e che lei canta con accento piemontese, divertendo molto il pubblico, imitando con grande bravura, il suono della zampogna con la sua voce pastosa e ben modulata.
Nel 1913 compie una lunga tournèe in Argentina e in Brasile; morirà, ancora giovane, nella bella villa di Torino che nel 1912 gli ha regalato il suo ammiratore napoletano.

Il senatore Patamia ha anche due figliole che per nozze sono entrate nell’alta aristocrazia napoletana; Maria ha sposato il principe di Sannicandro e donna Giuseppina il duca di Donnorso.
Nella casa di Napoli il vecchio senatore vive solo con una cameriera, Pierina Nucci, donna che conserva ancora piacente aspetto e fascini più propri a femmine più giovane di lei. Costei ha la direzione della casa e si fa aiutare, specialmente sul lato amministrativo di tale complessa mansione, dal suo fidanzato; tale Giuseppe Pisco, molto giovane d’anni in suo confronto, e che a tempo perso fa anche l’agente d’emigrazione.
Le accurate indagini condotte assicurano che il senatore è molto sospettoso, sebbene non avaro, temendo che la sua fama d’uomo danaroso lo possa esporre a brutti tiri o a sorprese poco piacevoli. Custodisce le chiavi della scrivania e della cassaforte in una borsetta che tiene sempre addosso e che la notte pone sotto il guanciale.
Ma negli ultimi anni va perdendo sempre più la vista finchè diventa del tutto cieco; inoltre è colpito anche da gravi malori tipici della vecchiaia e la sua esistenza in vita dipende sempre più dall’assistenza che gli prestano i predetti collaboratori.
Le voci maligne affermano che costoro raggirano e circuiscono il vecchio senatore; ma queste sono voci molto facili quando un vecchio padrone morente non ha altri in casa che antichi servi e specialmente la preferita fantesca.

All’intensificarsi di queste voci il figlio cav. Alfredo si decide a lasciare Torino ed accorrere presso il Padre morente. Ma poiché non ha voluto lasciare la bella di Landa, con la quale convive, si è fatto da lei accompagnare a Napoli ed entrambi si recano ad alloggiare all’Hotel Savoy [8]. 

Giunto a Napoli prende la direzione della casa paterna, togliendone la mansione alla cameriera ed al suo fidanzato, ed assume il ruolo che gli compete.
Tutto questo non fa piacere al duo Nucci-Pisco che vedono di malocchio questa ingerenza risoluta tra loro ed il morente. Il cavaliere Alfredo non tarda molto ad accorgersi d’avere in costoro dei nemici che sanno come approfittare dello stato di amarezza e di freddezza nei rapporti tra lui e le sue sorelle.
Per pubblico testamento Alfredo è stato creato dal Padre erede universale coll’obbligo del pagamento di alcuni lasciti alle sorelle.
Queste disposizioni testamentari diseredano quasi le figliole e provocano un vivo malumore e alquanto rancore verso il fratello più fortunato.

Quando si apre la cassaforte e la scrivania si prendono le chiavi che il senatore teneva nella borsa sotto il cuscino ma, con grande sorpresa apparentemente generale, si vede che le chiavi non agiscono nelle serrature. Una mano ignota, approfittando della cecità del vegliardo e della sua impossibilità a muoversi, ha sottratto le preziosi chiavi sostituendole con altre similari.
Perciò si deve scassinare cassaforte e scrivania ma, con nuova grande sorpresa per eredi e astanti, entrambi gli scrigni risultano completamente vuoti. Per questa manomissione la principessa di Sannicandro e la duchessa Giuseppina di Donnorso si determinano a sporgere querela contro ignoti.
La Nucci ed il Pisco seguitano a dire che ad appropriarsi del tutto deve essere stato il cav. Alfredo prima ancora della morte del Padre.
I due si dimostrano favorevoli e simpatizzanti per le figlie diseredate e queste, nel loro stato d’animo poco benevole per il fratello, pur non raccogliendo le velate accuse fatte dai domestici incaricano l’avvocato on. De Tilla di stendere querela contro i possibili responsabili dei furti commessi. La querela, abilmente redatta, è molto ampia e può accogliere parecchie persone; d’altronde anche i sospetti possono cadere facilmente su molti personaggi.
Appare sospetto che il cav. Alfredo sia il solo membro della Famiglia ad aver assunto le redini dell’amministrazione della casa e sospetta la sua sollecitudine a trasferirsi da Torino a Napoli colla notissima ed elegante amante.
Pertanto l’istruttoria s’appunta subito contro di lui ma solo per i pretesi furti “post mortem”; per quelli “ante mortem” non può esercitarsi l’azione penale delle sorelle essendo il furto a danno del Padre e non dell’asse ereditario. In entrambi i casi però tutti quelli che hanno partecipato all’azione delittuosa, secondo la querela, debbono rendere conto alle querelanti con propria responsabilità penale e civile e per questa precisa volontà espressa dalle due sorelle l’istruttoria finisce con l’andare a colpire persone che si sono credute al sicuro d’ogni sospetto.
Il giudice istruttore dott. De Sanctis è messo in sospetto dalle interessate voci messe in giro dai due domestici e crede che le loro esagerazioni siano dettate da spirito di vendetta per essere stati cacciati via dal cav. Alfredo dopo la morte del senatore; allora, credendo che abbiano avuto molta parte nella sparizione dei titoli, spicca un mandato di cattura contro di loro.
D’altronde il cav. Alfredo adduce testimoni con i quali stabilisce che il Padre, prima di morire, ha aperto la cassaforte che conteneva le sole gioie della defunta signora Patamia e in presenza dei testi le ha regalate al figliolo come ricordi preziosi della mamma.
Numerose testimonianze assodano che il senatore, che nei rapporti con i figli aveva antiche ed austere usanze, ad Alfredo non fece mai confidenze sul suo stato patrimoniale e aveva fatto deposito fiduciario di molti titoli presso persona amica il cui nome si portò nel segreto della tomba con la caparbietà che spesso mostrano certi vecchi, illudendosi delle sue forze e non presagendo prossima la sua fine.

L’ammontare di questa eredità, decantata da voci popolari, appare esagerata, e la diligente indagine istruttoria, pur mostrando cifre più realistiche, accerta quanto segue:
-      il senatore, ostinato e litigioso, in una sola causa contro la Banca Commerciale ha sborsato un milione e duecentomila lire fra capitale, danni e spese,
-      il senatore prestato delle garanzie per un precedente fidanzato della cameriera Nucci, sopportandone naturalmente le spese,
-      al Pisco ha fatto elargizione di parecchie decine di migliaia di lire per crearsi un’agenzia d’emigrazione,
-      il senatore ha iniziato varie speculazioni finanziarie, tutte mal consigliate e peggio finite,
-      l’amministrazione di così ingente patrimonio è nelle mani della Nucci che ne dava l’incarico al Pisco che, a sua volta, mai ha voluto consegnare i libri dei conti.

Come visto il cav. Alfredo riferisce che le gioie lasciate dalla madre le ha avuto regalate dal padre ma i due domestici, con accuse che vanno a colpire oltre la persona dell’erede, affermano che le portò via in una valigetta che consegnò alla sua amante, la canzonettista Di Landa, la quale ben sapeva che le stesse erano state indebitamente asportate dalla cassaforte.
Il Pisco assicura d’aver assistito all’asportazione ma molti testimoni contraddicono le asserzioni del domestico; comunque l’autorità giudiziaria fa fare una diligente perquisizione nella casa di Torino che la signorina Buscaglione, in arte Annita Di Landa, possiede [9]. 

La perquisizione dà risultati negativi ed interrogata la graziosa divetta non solo nega sdegnata la partecipazione al preteso furto ma si prodiga a dimostrare che possiede splendidi gioielli per oltre un centinaio di mila lire, possiede automobili e possiede una elegante villetta. E tutto questo ben di Dio seppe procurarselo in tempi anteriori alla conoscenza del cav. Patamia e che da lui ebbe solo il dono di un altro villino che non è neppure ancora finito e che non può essere compendio di refurtiva.
Essendo la signorina Buscagliene biellese si delega da Napoli l’autorità competente per assumere informazioni ed attivare indagini sul suo conto che però risultano infruttuose allo scopo dell’accusa. La Camera di Consiglio esclude, al riguardo, ogni responsabilità della Di Landa che è difesa dagli avvocati Clarotti e Sola di Torino.
I sospetti delle due sorelle querelanti e le accuse dei due domestici hanno indirizzato delle indagini anche sul conto dell’avvocato Pasquale Finizia e del procuratore Alessio Vaccariello, entrambi del foro napoletano, che prestarono zelante assistenza al cav. Patamia.
Ma mentre l’avv. Finizia chiedeva al Consiglio dell’Ordine una inchiesta sul suo operato di patrono, della cui onorabilità si faceva paladino l’on. Colosimo, per il procuratore Vaccariello si rendeva garante, con nobilissima lettera inviata alla stampa, un principe del foro napoletano, ovvero l’avv. Arnaldo Lucci, professore di diritto civile alla università di Napoli e del cui studio era sostituto il giovane avvocato.
Egli scrive affermando che il suo collaboratore ha sempre agito quale suo coadiuvante e, protestando contro le menzogne e le calunnie raccolte, invoca la luce più ampia sulle posizioni giuridiche e su quelle morali per mascherare i volgari calunniatori e quelli che più vili si appaltano dietro costoro.  Tra l’altro afferma che è assurdo chiamare responsabili degli atti di propri clienti i patroni di una causa.
Dopo queste nobili proteste l’istruttoria procede cauta ed imparziale ma il cav. Patamia deve forzatamente cambiare difensori che ora sono l’avvocato Clarotti di Torino e l’avvocato De Nicola di Napoli.

Ora la causa è giunta alla sua fine, l’ordinanza della Camera di Consiglio è imminente ed è attesa con vivo interesse.

lunedì 14 dicembre 2015

Lucrino Beach


Lucrino Beach
Sbarchi saraceni, borbonici, italiani, americani

Le morbide, azzurre e calde acque che vanno da punta Bambinella ad Arco Felice fino alle Stufe di Nerone di Lucrino sono state testimoni di famosi insediamenti balneari ospitati sulle altrettante mitiche spiagge.
Basti ricordare gli storici Lidi Raja, Punzo, Virgilio, Fortuna, Favorita, Vittoria, Ideale, Napoli Centrale, Napoli Stufe; trasformati e poi riuniti nei grandiosi Lido Augusto e Lido Napoli.

Queste stesse spiagge [1] sono state oggetto di sbarchi effettuati da saraceni che si spingono fin qui per saccheggiare le vicine località flegree e per approvvigionarsi d’acqua presso un vecchio acquedotto campano. I pirati vi giungono seguendo una particolare rotta che sfrutta esistenti coni d’ombra nel raggio di tiro dei cannoni piazzati ai castelli di Baia e di Pozzuoli.
Queste stesse spiagge sono poi spettatrici di storiche esercitazioni anfibie effettuate nel tempo da borboni, da italiani, da americani.
  
Ferdinando II di Borbone sale al trono in giovane età, appena 20 anni, ma, consapevole dei problemi politici del regno, compie numerose scelte strategiche sia in campo civile che militare. Dotato di notevoli competenze stabilisce nuovi organici per i corpi di fanteria e cavalleria, ne riordina i comandi ed approva un regolamento che fissa i ruoli di ufficiali e sottufficiali e loro criteri di promozione. Questa e altre riforme fanno, in meno di un decennio, dell'Esercito uno strumento adeguatamente efficiente e moderno, adatto alle esigenze nazionali e internazionali.

Nel 1847 Re Ferdinando pensa di fare un simulacro di guerra, per istruzione delle sue truppe, e sceglie Pozzuoli per campo di battaglia. Il piano è quello di sbarcare nei pressi di questa cittadina, prenderla d’assedio, e marciare poi verso Napoli.
Partecipano alle operazioni circa ventimila soldati, di cui una metà è disposta lungo la costa, da Napoli a Pozzuoli, e l'altra metà imbarcata su battelli a vapore. L'armata di terra è comandata dal generale Filangieri, quella di mare dal Re e dal fratello il conte d'Aquila.

Cominciato l'attacco Ferdinando II tenta di sbarcare a Bagnoli ma accortosi delle forze nemiche, colà pronte ad attenderlo, prende a cannoneggiarle per tutto il litorale e fa dirigere i piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riesce vano perché Filangieri, in previsione di tale movimento, ha fortificato e munito di artiglierie le alture da Montedolce a Pozzuoli, impedendone lo sbarco.
Allora il Re, fingendo di voler concentrare a Baia il suo corpo d'armata, scende a terra con le truppe sulla spiaggia ai piedi di Montenuovo. Però, invece di muovere per Baia, prende la via litoranea per Pozzuoli, vecchia via Erculea ora denominata Miliscola. Nel contempo il conte d'Aquila prende la via della collina superiore, vecchia via Domitiana ora denominata Luciano, con l’intento di stringere Pozzuoli da ambo i lati [2].

Il generale Filangieri, avvedutosi a tempo della diversione delle truppe regie e dell'imminente pericolo di un assalto alla città, con una strategia bene immaginata, comanda alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico con finto fuoco di ritirata. Dopo di aver permesso al Re ed alla sua soldatesca, già sicuri della vittoria, di giungere all'abitato fin verso il palazzo Pollio, piomba loro addosso con la truppa nascosta in tre postazioni strategiche. Ovvero nei pressi del tempio di Serapide, luogo che gli permette di arrestare sulla fronte le truppe guidate dal Re; nella Masseria alla Starza, da poco acquistata dal nobile Francesco Ferraro, luogo che gli permette di aggirare il nemico dal retro; sulla collina di San Francesco, cosa che gli permette di separare le truppe guidate dal conte d’Aquila; praticamente li circonda da ogni parte e li fa tutti prigionieri.

Sull’imbrunire Ferdinando II, circondato dal suo Stato maggiore, fa riunire tutte le fanfare in piazza della Malva, quella che oggi costituisce un giardino pubblico, ed ivi, al tocco dell’Ave Maria e scoprendosi il capo, ordina che al suono delle musiche tutte le truppe rendano in ginocchio ringraziamento a Dio della giornata trascorsa.
In tal modo finisce la così detta “Guerra finta”, di cui rimane viva la memoria a Pozzuoli; la sconfitta del Re, per molti giorni, sarà oggetto di commenti ironici.
  
Per assistere ad altre operazioni anfibie su questa spiaggia bisogna attendere il 1904, lo stesso anno in cui il giovane avvocato Guido Ferraro, nipote del citato Francesco e papà dell’ammiraglio Renato, veleggia per questi lidi sulla sua “Zizià” [3].

Nel settembre iniziano le grandiosi “Manovre Combinate fra Esercito e Marina”.
L’esigenza di questa esercitazione nasce dalle possibili conseguenze derivanti dall’adesione italiana alla Triplice Alleanza.

Con questa coalizione, firmata nel 1882, si materializza il pericolo di una aggressione da parte della Francia; non tanto dal confine alpino sul quale è previsto un comportamento difensivo sia italiano che francese, ma da un probabile grande sbarco nell’Italia meridionale che possa rendere il nemico padrone di Napoli. Ipotesi suffragata dal nostro addetto militare a Parigi che nel giugno del 1883 informa che gli ufficiali francesi della Scuola di guerra studiano il tema di un’offensiva anfibia contro l’Italia meridionale; in particolare nella zona di Napoli.
Su tale presupposto Esercito e Marina conducono, negli anni immediatamente successivi, le loro manovre a partiti contrapposti. La Marina suppone che la squadra sia bloccata nella base di Spezia dalla più potente flotta nemica, ma che una divisione, dislocata a Gaeta, riesca a intervenire contro la scorta al convoglio francese impegnandola all’altezza di Fiumicino; entrambe le forze navali subiscono gravi danni, però gli attaccanti raggiungono egualmente il golfo di Pozzuoli sbarcandovi due corpi d’armata, più una divisione sulla spiaggia del Lago Patria.

In seguito, per sopperire alle deficienze dimostrate nel corso di dette esercitazioni e migliorare le azioni difensive da mettere in atto, si arriva alle manovre combinate tra Esercito e Marina del 1904.
Queste iniziano il 1 settembre con un piano elaborato dal Capo di Stato Maggiore generale Saletta. Si presuppone che la flotta avversaria abbia ridotto all’impotenza la flotta nazionale e stia programmando uno sbarco sulla costa tra i Gaeta e Punta Licosa con naturale obiettivo la citta di Napoli. Il X Corpo d’Armata, preposto alla difesa della Campania, rafforzato da una brigata di milizia territoriale, tenterà di opporsi allo sbarco attendendo rinforzi e il ritorno della Regia Marina.

I difensori, ovvero il partito azzurro comandato dal tenente generale Tarditi già comandante della divisione di Napoli, dispongono di tre brigate di fanteria (Abruzzi, Casale, Reggio), una brigata di milizia territoriale con tre reggimenti, il 6° reggimento di cavalleria Aosta, tre batterie da 87mm del 1° reggimento di artiglieria, una compagnia telegrafisti del 3° genio, una congrua aliquota di servizi di sanità e commissariato, oltre a reparti di Carabinieri e Guardia di Finanza in servizio locale e costiero. La difesa del litorale, al comando del capitano di fregata Bollati di Saint-Pierre, è affidata ai due incrociatori torpedinieri Agordat e Coatit con due squadriglie di sei torpediniere ciascuna.
Gli attaccanti, ovvero il partito rosso comandato dal tenente generale Radicati già comandante la divisione di Salerno, dispongono della brigata di fanteria Salerno, un battaglione dell’8° reggimento bersaglieri, tre squadroni del 11° reggimento di cavalleria Foggia, due batterie da 75mm del 24° reggimento artiglieria, una compagnia zappatori del 1° reggimento genio, congrue aliquote di servizi di sanità e sussistenza.
Per il trasporto delle truppe sono utilizzati dieci piroscafi noleggiati dalla Navigazione Generale, tre corazzate, due incrociatori, due squadriglie di cacciatorpediniere una di torpediniere; il tutto al comando dell’ammiraglio Carlo Leone Reynaudi.
Direttore delle manovre è il generale Tommaso Valles, già comandante del X corpo dell’esercito; capo dei giudici di campo è il generale Allasom. Dalle colline che circondano Pozzuoli, e tutti muniti di binocolo, assistono alle manovre il ministro della guerra Ettore Pedotti, il tenente generale Gallina, l’ammiraglio Augusto Aubry e tantissimi alti ufficiali. Tra gli osservatori stranieri si notano il generale Stoessel, il generale Smirnow, l’ammiraglio Witheffe il principe ereditario Guglielmo di Germania con la sua fidanzata.
L’imbarco delle truppe è eseguito a Napoli nella mattinata del 1 settembre sotto un cielo minaccioso [4-5]. 


Alle 16.00 è dato l’ordine di partenza, in direzione Ponza, dall’incrociatore Carlo Alberto ed i priroscafi mettono il segnale “Q” (che vuol dire pronto) all’albero di trinchetto. I priroscafi si dispongono su due linee; a destra l’Orione, il Manila, il Marco Minghetti, il Po e l’Entella. A sinistra il Montebello, il Vincenzo Florio, lo Scrivia, il Solferino e il Singapore. Alla testa l’ammiraglia incrociatore Carlo Alberto, preceduta da tre torpediniere e seguita dalle corazzate Emanuele Filiberto e Saint-Bon; su ognuno dei due lati del convoglio una squadriglia di quattro cacciatorpediniere; in retroguardia gli incrociatori Varese e Garibaldi [6] con, ad estrema retroguardia, altre tre torpediniere della stessa squadriglia di testa.

Per tutto il giorno 2 il convoglio naviga attorno alle isole ponziane e gli invasori fingono anche di tentare uno sbarco nei pressi di Gaeta, per deviare l’attenzione dei difensori. Poi a tutto vapore si dirigono su Napoli quando nelle prime ore del giorno 3, all’altezza dell’isola di Capri, contro i piroscafi trasportanti la truppa [7] si lancaino gli incrociatori Coatit e Agordat con le torpediniere di difesa. Ma le navi della squadra di offesa, dopo vivo ed audace cannoggiamento le mettono fuori combattimento. Solo una torpediniera della difesa, girando velocemente da Ischia, riesce a silurare la Montebello che si trova più indietro. In suo aiuto accorre nave Garibaldi, ma la torpediniera riesce a sottrarsi ai suoi tiri.

Alle 6.30 le torpediniere battute dalla squadra che protegge le navi da sbarco vanno a rifugiarsi nel porto di Pozzuoli nel mentre verso Capo Miseno si ode un forte cannonnegiamento. Sono le torpediniere del corpo attaccante che avanzano in avanscoperta seguite dalla squadra in ordine di battaglia; corazzate, incrociatori e caccia torpediniere circondano i piroscafi carichi di truppa.
A 1500 metri dalla costa le navi bombardano le colline ove sono apparse le milizie territoriali addette alla difesa della costa e dislocate a Pozzuoli la sera del 2 settembre.
I piroscafi entrano nel magnifico specchio d’acqua di Baia, circondato dalle ridenti colline di Montenuovo, Barbaro, Campiglione e dai poggi che coronano la punta dell’Epitaffio. Il sito è incantevole e la giornata è splendida. Le torpediniere fanno evoluzioni intorno alle navi e bombardano la costa per tenerla sgombra. I dieci priroscafi con le truppe si dispongono lungo la costa, che dai ruderi del tempio di Venere va fino alle vicinanze di Pozzuoli, di fronte al Lago Lucrino.
I piroscafi al largo sono protetti dalle navi da guerra che restano oltre la linea delle boe di verifica bussole; queste boe, unitamente ad una torretta segnaletica (conosciuta come “Torre di Pulcinella”) costruita su ruderi romani sommersi, da tempo sono utilizzate da navi della Regia Marina per la verifica e rettifica delle bussole di bordo.
Una corazzata, la Emanuele Filiberto, è all’altezza di Bagnoli, per sorvegliare i movimenti della squadra nemica. Intanto la milizia territoriale del corpo di difesa si avvicina a Montenuovo. Dalle torpediniere si procede ad un vivo cannonneggiamento che costringe il nemico a ritirarsi.

Alle 7,15 incominciano le operazioni di sbarco, dalle navi e dai piroscafi sono calate in mare tutte le imbarcazioni disponibili dentro le quali prendono posto le truppe. Le imbarcazioni, a due, a tre alla volta, sono rimorchiate da lance a vapore.
La prima a scendere a terra è la compagnia di sbarco della nave Saint-Bon [8], 

agli ordini del tenente di vascello Durazzo, con tre ufficiali in completa tenuta di guerra. In tale momento il cielo si oscura lasciando cadere una pioggia che dura oltre un quarto d’ora. Le imbarcazioni, sotto la pioggia, si accostano alla riva sotto Montenuovo; i marinai per fare più presto a scendere entrano nell’acqua fino alle ginocchia.
A misura che le compagnie di sbarco giungono a terra, parte dei marinai sono mandati in perlustrazione verso Baia e verso Pozzuoli; un’altra compagnia va in perlustrazione su Monte Barbaro e Campiglione.
Il resto si affretta a costruire un piccolo pontile per facilitare lo sbarco delle truppe [9], 

ed a piantare bandiere rosse e gialle per indicare il punto di sbarco alle rispettive navi.
Dopo i marinai scendono a terra i reparti del genio col materiale dei pontili di sbarco, subito costruiti, e alle 8,45 iniziano a scendere quattro compagnie di bersaglieri trasportate da 13 baleniere rimorchiate [10].

Frattanto il tempo si rasserena e dal colle di Montenuovo un piccolo distaccamento della milizia territoriale, che si è tenuto nascosto in una piccola frangia naturale di sassi, inizia un vivissimo fuoco di fucileria contro i bersaglieri.
Subito la corazzata Saint-Bon lancia contro Montenuovo tre cannonate e il piccolo distaccamento si ritira di corsa. Poco dopo i bersaglieri ed i marinai occupano la collina.
Alle 10.30 sbarcano i soldati del 89° e 90° reggimento fanteria, brigata Salerno [11]; i marinai ed i genieri sgomberano subito per facilitare lo sbarco.

Alle 11.00 dalle navi da guerra cominciano a scendere piccoli cannoni da sbarco belli e montati a mezzo dei zatteroni che trasportano quattro pezzi alla volta. Poi i cavalli anch’essi trasportati a riva dai zatteroni sui quali si trovano due marinai; questi coi remi dirigono la rotta ed in prossimità della spiaggia ricevono da terra un ponte cha facilità l’approdo.
Sulla spiaggia funziona un semaforo improvvisato dall’equipaggio dall’ammiraglia Carlo Alberto [12] 

ed intanto altri marinai seminano delle mine che scoppiano con fragore.
Tutte le truppe, a misura che sbarcano, dopo essersi ricomposte per compagnie, si dirigono sulle colline ad est del Lago Lucrino. Le compagnie di sbarco dei bersaglieri e della fanteria occupano Monte Russo e Monte Ruscello; la cavalleria i dintorni del Lago Averno [13]; 

l’obiettivo della fanteria è di raggiungere la Montagna Spaccata, dove gli avamposti sono quasi a contatto, e poi Napoli.
Le operazioni di sbarco continuano; alle 17.30 sbarca l’artiglieria [14], 

alle 19.30 i carriaggi [15] 

ed a mezzanotte la sussistenza [16]; molti soldati custodiscono le vie principali con l’ordine di non lasciar passare nessuno.

Intanto il partito azzurro, che ha le sue forze dislocate tra Qualiano e Giugliano, suppone di dover avanzare verso Torregaveta perché una finta notturna lo ha persuaso che lo sbarco sarebbe avvenuto là.
In realtà lo sbarco sarebbe avvenuto laggiù se all’alba del giorno 2 le cattivissime condizioni del mare, molto mosso, non lo avessero reso arduo.
Solo alle 7.30 del giorno 3, un telegramma ricevuto da Pozzuoli, rivela che lo sbarco sta avvenendo fra Baia e Pozzuoli. Allora il partito azzurro dispone il concentramento a Qualiano e, verso le 8.30, invia l’intero reggimento di cavalleria Aosta verso la Montagna Spaccata sparpagliandolo in varie direzioni per rassicurare la brigata Casale che pure avanza verso il mare.
Gli attaccanti marciano in senso inverso sulla stessa linea e i contendenti vengono a contatto proprio nei pressi della Montagna Spaccata [17]; 

qui due compagnie di difesa respingono un battaglione di bersaglieri assalitori.
In un altro breve combattimento agli Astroni gli sbarcati, che non hanno cavalleria e artiglieria da mettere avanti, sono respinti. Nel pomeriggio la manovra cessa mantenendo ognuno le proprie posizioni; ovvero i difensori il Piano di Quarto e gli assalitori le alture già indicate e precedentemente occupate [18].

Il giorno 4 i difensori si trovano ad avere la brigata Abruzzi, formata dai reggimenti 57° e 58°, schierata tra Monteruscello e Montagna Spaccata; la brigata Casale, formata dai reggimenti 11° e 12°, tra Montagna Spaccata e Camaldoli; e la brigata Reggio, formata dai reggimenti 45° e 46°, di riserva nella zona di Marano; oltre a bersaglieri e milizie territoriali sparse nelle zone limitrofe ai Campi Flegrei.
Il lunedì 5 il direttore generale delle manovre prende nota del seguente dispositivo dei due contendenti che cercano di trincerare le posizioni già occupate e di rafforzarsi portando in prima linea truppe ed artiglierie [19]:

Gli attaccanti, con la tattica precedente, si sono assicurati il possesso dell’importante linea delle alture di Monte Barbaro, Monte Cigliano e Astroni. Da informazioni che hanno assunto risulta che Napoli, salvo pochi reparti costieri, sia sguarnita di truppe; pertanto spingono in quella direzione.
I difensori sono interessati a trattenere il più a lungo possibile il nemico in attesa di rinforzi. Il loro comandante ritiene che se saranno costretti a ritirarsi le sue truppe dirigeranno verso il Volturno e cercheranno di raggiungere la cittadella fortificata di Capua.

Gli attaccanti ottengono rinforzi tali da pareggiare nel numero le forze avversarie ed iniziano ad esercitare una pressione offensiva anche sulla loro sinistra, dove fronteggiano la brigata Abruzzi, ed il giorno 6 riescono ad avanzare fino ad occupare Giugliano e Marano. Si spingono fino a Pantano e Casal di Principe e fanno retrocedere il nemico oltre il Volturno in direzione di Aversa e Caserta.
Il giorno 8 settembre, Festa di Piedigrotta, i combattimenti osservano la consolidata pausa [20] e riprendono il giorno dopo per poi terminare la sera del giorno 10 quando i giudici impongono la cessazione delle esercitazioni.

Passano circa quarant’anni e nella prima metà di dicembre 1943 arrivano a Pozzuoli i Rangers americani del 1°, 3° e 4° battaglione. Hanno duramente combattuto nel fango sul fronte di Cassino, nella zona di San Pietro Infine, subendo perdite pari al quaranta per cento degli effettivi. I soldati piantano le loro tende a Lucrino [21] 

e gli ufficiali si insediano nell’albergo “Sibilla” che viene ribattezzato “Hotel Washington”. Nonostante sia già pieno inverno i soldati americani così ricordano questa località. “Lucrino con le sue morbide acque azzurre e sole caldo, in netto contrasto con la fredda e triste umidità di Monte Corno.
Per il Natale è con loro anche Padre Albert Edward Basil, leggendaria figura di cappellano militare cattolico. I rangers organizzano balli, serate cinematografiche e spettacoli durante i quali ricevono la visita della cantante scozzese “Ella Logan” che diventa la loro mascotte.
I Rangers, comandati dal colonnello William Darby, sono destinati a costituire la “punta di diamante” del previsto sbarco ad Anzio; pertanto si addestrano su queste spiagge [22-23] 


e su quelle di Cuma molto simili a quelle sulle quali, partendo da Pozzuoli, sbarcheranno il 22 gennaio.
Proprio a Pozzuoli, e mentre si imbarcano sulla Princess Beatrix, la Winchester Castle, la Royal Ulstream e tre LST con destinazione le spiagge di Anzio, cantano:

I'm a good infantryman
With the rifle on his shoulder
I eat for breakfast crauto
Come give me my ammunition
Keep me in the third division
I'm a good infantryman

Sono un bravo fantaccino
Col fucile sulla spalla
Mangio crauto a colazione
Orsù datemi la mia munizione
Tenetemi nella terza divisione
Sono un bravo fantaccino

La canzone piace molto a Lucian Truscott, comandante la 3° divisione di cui i rangers fanno parte; molto meno al colonnello Darby che commenta “sono convinti che saranno rose e fiori, ma io credo di no.”
Purtroppo ha ragione, per il 1° ed il 3° battaglione sarà un brutto incontro quello con i carri Tigre tedeschi a Cisterna; solo sei rangers su 761 tornano indietro, gli altri cadono o sono catturati.


BIBLIOGRAFIA
Simon Pocock – Campania 1943 - 2009
Raffaele de Cesare- La fine di un Regno (Napoli e Sicilia) – 1900
Mariano Gabriele – Il fantasma dello sbarco – SISM
AA.VV – L’Illustrazione Italiana n. 37 – 1904
Ian Westwell – US Rangers – 2003
F.Cappellano P.Formiconi – Esercitazioni anfibie R.E. del 1904 – S.M. 2015