domenica 3 dicembre 2017

L'Ultima Invasione Barbarica



L’ULTIMA INVASIONE BARBARICA

L’OCCUPAZIONE NAZISTA NEI CAMPI FLEGREI
Ai primi di Settembre del 1943 la Campania è presidiata dal XIX Corpo d'Armata del Regio Esercito, al comando del Generale Riccardo Pentimalli, da cui dipendono:
-  XXXII Brigata Costiera, schierata dal Garigliano alla Foce di Licola;
-  Comando Difesa Porto di Napoli, schierata da Foce Licola a Capo d'Orso;
-  222° Divisione Costiera, schierata da Capo d'Orso a Maratea;
-  Divisione Pasubio, nel casertano, con comando nella zona di Villa Literno.
A queste grandi unità bisogna aggiungere numerose truppe dei depositi territoriali, della difesa antiaerea della Milizia, delle batterie costiere della Marina e una marea di presidi dell’Esercito, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, etc.
In complesso non poche forze, rispetto a quelle di cui dispongono i tedeschi, ma sparpagliate e suddivise, male armate e senza mezzi di trasporto.

Le forze del Reich, oltre a reparti minori sparsi in tutta la Campania, sono costitute da quattro grandi unità inquadrate nel XIV Corpo d'Armata [1]:
- 16^ Divisione Corazzata nella zona di Salerno;
- Divisione “Hermann Göring” nella zona di Caserta, in fase di riordino;
- 5^ Divisione Panzer Granadier, nella zona di Gaeta;
- 1^ Divisione Paracadutisti tra alta Calabria, Campania e basso Lazio.

La proclamazione improvvisa dell'armistizio, da parte alleata, sorprende Governo e Comando Supremo italiani ma non i tedeschi che, fin dalla caduta di Mussolini il precedente 25 luglio, sono certi del prossimo cedimento dell’Italia.
L’otto settembre comincia la corsa delle unità tedesche verso la testa di sbarco di Salerno e la sola Divisione “Göring”, rafforzata con vari altri reparti, resta a presidio delle retrovie e delle via di comunicazioni. I tedeschi si trovano a combattere contro gli alleati e nello stesso tempo a occupare il territorio della Campania, coincidenza questa che aumenta il livello della violenza portandolo a non tollerare nessuna disubbidienza da parte della popolazione.
Nella notte dall'8 al 9 occupano capisaldi costieri, posti di avvistamento, posti di blocco stradali, aeroporti, batterie antiaeree.  
La giornata del 10 è un accentuarsi e divampare di piccoli focolai di conflitti, di lotte, di combattimenti, originati, ora, dai tedeschi, nel deliberato proposito di requisire mezzi, di impossessarsi di armi, di piegare le nostre forze ai loro finì; ora dai soldati nostri, decisi a non subire soprusi e violenze; ora dai civili, sconcertati ed offesi dallo inumano trattamento usato dai primi verso i secondi.


I Campi Flegrei subito dopo la proclamazione dell’Armistizio
Nei Campi Flegrei si trovano, da tempo, varie unità tedesche tra cui un autoparco, con i soldati alloggiati in una decina di baracche mimetizzate costruite appositamente, in località Fusaro [2].

A Cuma si trova, fin dal luglio 1943, una batteria composta da due pesanti pezzi antiaerei, piazzati sulla terrazza sottostante il Tempio di Giove. Il personale è composto da circa 20 soldati ed il posto comando si trova nella vicina Villa Vergiliana, costruita proprio dai tedeschi nel 1911 per una società archeologica [3].

Altri tedeschi sono a Lucrino, nei capannoni della ex Fabbrica di Idrovolanti dove ora c’è il Lido Giardino (Industrie Aviatorie Meridionali), con una officina che riadatta e collauda i siluri costruiti nella vicina Baia [4]. 

I siluri vengono poi inoltrati a vari sommergibili tedeschi che operano nel Mediterraneo e al cacciatorpediniere Hermes, catturato alla marina greca, che ha Pozzuoli come base logistica.
Sembra pure che ci fosse il comando del 1° Fallschirm-Jagerer-Regiment (cacciatori-paracadutisti) appartenente alla 1° Divisione paracadutisti. Alcune fonti riferiscono che questo comando (che comunque non si trovava a Lucrino) sia stato visitato dallo stesso Rommel e poi dal Generale Kesselring il giorno 15 luglio 1943.
All’atto dell’armistizio di questo reggimento è presente il solo III Battaglione che formerà un Kampfgruppe (gruppo di combattimento) insieme ad altre unità del 115° Panzer-Grenadier- Regiment (granatieri corazzati)
Di quest’ultimo reggimento, facente parte della 15° Panzergrenadier-Division, sono presenti sia il I° (Maggiore Julius Muller) che il III° (Maggiore Vedeking) battaglione e il comando di reggimento (Colonello Wolfgang Maucke) si trova alloggiato nell’Albergo dei Cesari di Lucrino mentre nel vicino, e anch’esso requisito, Albergo Sibillo si insedia il Comando di reparti dipendenti [5].

La 15° Panzergrenadier-Division divisione trae origini dalla 15° Panzer-Division, distrutta in Tunisia, ed è composta dalle truppe di complementi che giungono dalla Germania e sono accasermate nel napoletano in attesa dell’invio in Libia presso l’Afrika Korp. Perso l’ultimo lembo africano i rincalzi sono inviati in Sicilia dove formano la nuova 15° Panzergrenadier che poi, perduta pure quest’isola, è fatta ritirare in Calabria.
Il comando del suo 115° Reggimento giunge a Lucrino il 4 settembre e alle truppe dipendenti, acquartierate tra Bagnoli (Istituto Costanzo Ciano), Bacoli (zona Fusaro), Baia (Campo sportivo sotto il castello), Miseno (una cinquantina di soldati nelle vicinanze del potente radiotrasmettitore), Pozzuoli (Campiglione, San Vito, Torre Santa Chiara) e Quarto (inizio via Campana e Grotta del Sole), è affidato il compito di difendere l’area costiera a nord di Napoli e di “bonificarne” il territorio da vari tentativi di resistenza.

Episodi sporadici avvengono nei Campi Flegrei per l’accanita difesa messa in atto dai nostri soldati, in special modo dalle guarnigioni dei capisaldi costieri esistenti nella zona di Baia (Caposaldo Brindisi), di località La Schiana (Caposaldo Bergamo) e del Posto di Blocco di Arco Felice (PBC Bernardo).
Al Castello di Baia eroici marinai rifiutano di consegnare la batteria anti aerea ai tedeschi, che inizialmente si ritirano per timore dell’improvviso arrivo di truppe alleate; inoltre il tenente Giuliani, coadiuvato dal noto antifascista Pasquale Schiano [6], con un drappello di fanti cerca dì evitare l’occupazione del “Silurifio Italiano”, ma non ci riesce anche per la resistenza opposta dal direttore dello stesso stabilimento, Ammiraglio Eugenio Minisini.

Questo gruppo di soldati, unitamente ad altri sbandati, si nasconde nei pressi di Capo Miseno e, con l’intento d’impedire il transito ad automezzi tedeschi, cerca di far saltare il ponte sulla foce del lago di Miseno.
Unitamente a Schiano sono poi traghettati, il giorno 13 quando è ormai cessata qualsiasi resistenza, sulla liberata isola di Procida.


Iniziano saccheggi e requisizioni forzate
Dal giorno 12 settembre, svanite tutte le autorità militari e civili italiane, i tedeschi sono padroni dell’intero territorio; solo parroci e vescovi sono rimaste uniche figure di riferimento e alcuni di loro cercano di assumere ruoli di mediazione con gli occupanti. Le loro truppe, che per prudenza e strategia sono decentrate nelle zone periferiche, iniziano a rientrare nei grossi centri urbani che hanno inizialmente abbandonato.
In questa prima e ancora confusa fase desiderano non irritare la popolazione che, presa da grossi problemi alimentari, nell’indifferenza li lascia occupare caserme, scali ferroviari e portuali, centri di telecomunicazioni e di produzione, senza presagire i furti e le violenze che stanno per perpetrare a suo danno.
Anche a Pozzuoli i germanici ritornano a frequentare bettole e luoghi già conosciuti in precedenza; molti sono frequentatori della cucina casareccia che i coloni Biclungo hanno messo su a Villa Maria principalmente per i marinai italiani che dormono in quella che è stata la Scuola Marittima [7].

Maggior sicurezza acquisiscono i tedeschi il 18 settembre quando è proclamata la nascita della Repubblica Sociale Italiana; ora possono contare sulla collaborazione del riorganizzato partito fascista locale.
Inizia così la minuziosa depredazione di ogni bene che possa essere utile alla causa del Terzo Reich, armi (anche nuove asportate dall’Ansaldo Artiglierie di Pozzuoli e dal Silurificio di Baia), munizioni, combustibili, automezzi, macchinari.
Nel porto di Pozzuoli è catturata intatta la corvetta Vespa [8], dai tedeschi ribattezzata UJ.2221, ed altre unità mercantili; tutte subito inviate nei porti del nord Tirreno.

Uno dei primi divieti impartiti dagli occupanti è quello di uscire in mare con qualsiasi tipo d’imbarcazione e comunque di pescare. A questa ordinanza si deve l’uccisione, il 12 settembre, dell’anziano pescatore Gennaro Di Lieto, nato a Napoli il 12 settembre 1895. Il Di Lieto, ignaro degli ordini, sta svolgendo il suo lavoro nel tratto di mare tra Coroglio e Nisida quando è raggiunto da colpi di mitragliatrice provenienti da un reparto tedesco, appostato sull’isolotto di Nisida. E’ con lui il suo parente Carmine Di Lieto il quale riesce a salvarsi, buttandosi preventivamente in acqua.
Negli stessi giorni, e per lo stesso motivo, dovrebbe essersi verificato un altro episodio accennato da Simon Pocock. Egli riporta un racconto di Giuseppe Di Bonito di Pozzuoli il quale afferma che suo nonno Alfonso Chiocca ed un altro pescatore soprannominato “o schilizzo” furono uccisi mentre erano intenti a pescare polipi lungo il litorale di via Napoli. Afferma che dalla rotonda nei pressi della Chiesa di San Gennaro alcuni soldati tedeschi intimarono ai due anziani pescatori di avvicinarsi alla costa ma, presi dal panico, i due iniziarono a remare per scappare; in questo frangente furono uccisi a colpi di cannoncino. Non c’è altra memoria storica per questo episodio e, conoscendo i luoghi, sembra difficile richiamare l’attenzione, di chi si trova in mare, dall’alto del belvedere della Solfatara.

Nel contempo inizia la requisizione forzata d’ogni specie di commestibili; insaccati, cereali, frutta, olio, pollame, suini e bovini. La popolazione si affretta a nascondere tutto ma i tedeschi con violenza prendono specialmente maiali e mucche, li ammazzano e li mangiano, oppure li caricano sui camion che numerosi e giornalmente partono per il centro e nord Italia.
I contadini raccontano: “i tedeschi se pigliavene e galline, se pigliavene o puorche, se pigliavene i sasiccie, lardo. Tutto, tutto… ievene a mbaz’ì po’ puorche, baste che truvavene o porche subite l’accerevene e o mettevene a cocere”.
Gli stessi tedeschi vecchi avventori si ripresentano a Villa Maria e con la forza portano via tutto quanto custodito nel cellajo e i due maiali presenti nel casotto dove sono allevati [9]. I coloni, forti delle loro conoscenze, non hanno voluto nasconderli al di là della recinzione che divide il fondo con il confinante giardino interno dei Mirabella.

In questo periodo predominano, isolati e ad opera specialmente di motociclisti tedeschi, furti e rapine che vengono commessi a mano armata nelle vie e nelle abitazioni; i puteolani iniziano a non farsi notare in giro e nella memoria comune resta il ricordo dei tedeschi che portano via tutto.


La sistematica distruzione degli impianti
Già dal 16 settembre il Comando ha preparato un dettagliato elenco degli impianti industriali e dei manufatti da distruggere nella zona flegrea a partire dal giorno 22, prima della prevista ritirata sotto l’incalzare delle truppe alleate. Incaricati di eseguire queste demolizioni sono i guastatori della 2° Compagnia del “Pionier Bataillon 60”.
Questo piano è suddiviso in tre fasi da mettere in atto in tre tempi diversi:
- Inizialmente la distruzione di impianti industriali e portuali, depositi munizioni e carburanti, postazioni difensive e devastazione al completo del ciclo di produzione alimentare e degli impianti di fornitura idrica ed elettrica.
- Negli ultimissimi giorni di settembre, poco prima d’abbandonare la zona, la distruzione dei ponti ferroviari e stradali, lo smottamento delle gole e la creazione di frane o di voragini nei punti più stretti o delicati delle vie di collegamento.
- Infine la collocazione di innumerevoli ordigni a scoppio ritardato o a strappo (nascosti in tutti gli edifici pubblici o privati che avrebbero potuto essere utilizzati come acquartieramento o ospedali dalle truppe nemiche), nonché la disseminazione di mine lungo tutte le arterie e il rilascio di innumerevoli trappole esplosive.

Già il giorno 22 sul porto di Pozzuoli abbattono due gru e la stazione di pompaggio che rifornisce i grandi serbatori della Regia Marina interrati nella parte alta della città, in via Campana e via Celle. La distruzione di questa sala pompe innesca un incendio d’immensa proporzione, con densa nuvola di fumo, che spaventa i puteolani rimasti nel borgo nonostante l’ordine di abbandonare la fascia costiera. Ma l’esplosione spaventa gli stessi tedeschi che si allontanano evitando così la distruzione di altre infrastrutture portuali quali il ponte che collega la banchina al molo caligoliano, postazioni e accasermamenti della MILMART (Milizia Marittima) e della Regia Marina.
Nella rada affondano cinque imbarcazioni mercantili, tra cui un grande veliero, e il sommergibile FR 115 (ex francese Dauphin) che si trova attraccato al pontile Ansaldo, impossibilitato a navigare perché in attesa di lavori [10].

Presso lo stesso pontile i genieri cercano di abbattere la potente gru eretta al termine di questo molo a fine ottocento (Gru Armstrong), ma la dinamite da sola non è sufficiente a buttar giù lo storico argano; pertanto due giorni dopo i guastatori tedeschi decidono di aggredirla con la fiamma ossidrica [11]. 

Essa, che con il suo profilo si alzava maestosa al centro della insenatura puteolana, giace ora silenziosa sul fondale di quel mare che dall’alto guardava orgogliosa.
Gli stessi tedeschi, con l’aiuto di collaborazionisti puteolani, distruggono quasi al completo capannoni e macchinari della “Ansaldo Artiglierie”, dopo averla depredata di tutto ciò che poteva essere utili, compreso pezzi di ricambio, che la fabbrica di Pozzuoli costruisce su licenza, per il loro famoso cannone da 88 [12a, 12b, 12c, 12d].




Il giorno 22 fanno saltare in aria la loro officina siluristica di Lucrino e la polveriera che la Marina ha creato all’interno della storica Grotta di Cocceio, tra l’Averno e Cuma. Questo scoppio fa volare in tutta la zona una pioggia di proiettili, oltre a distruggere la grande struttura romana [13].

Nel porto di Baia affondano sei imbarcazioni tra cui una nave soccorso, distruggono due gru ma non riescono nel loro intento di distruggere al completo il locale stabilimento in cui si costruiscono siluri [14]. 

Più danni arrecano alla nuova fabbrica del Fusaro che tra l’altro è stata costruita con il loro aiuto e che è collegata alla fabbrica di Baia a mezzo di una galleria che custodisce centinaia di siluri e che stranamente non è minata [15].

Una gru ed altre imbarcazioni minori, tra cui motozattere e rimorchiatori appartenenti alla Regia Marina, sono distrutte nel porto di Miseno.
Le polveriere di quest’ultima località, e della vicina Miliscola, sono piene di proiettili che i tedeschi vorrebbero far saltare. Il podestà Ernesto Schiano riesce a convincerli a far a scaricare in mare, a mezzo di tutte le barchette dei locali pescatori, il completo l’arsenale. Ancora oggi i fondali sono zeppi di casse di munizioni ma il loro mancato scoppio ha salvaguardato il vicino centro abitato. Nel contempo sono fatti saltare in aria grossi tratti di pontili tra cui quello di Marina di Bacoli nel tratto intermedio, quello di Torregaveta nella sua parte finale e quello dell’isolotto di San Martino [16].

Distrutto è pure il siluripedio dello stesso isolotto, la stazione radio trasmittente di Miseno [17], nonché vari fari e postazioni dislocati lungo tutta la costa flegrea.


Gli eccidi e la razzia degli uomini
Tutta la zona della Campania e del basso Lazio, essendo vicina al fronte, è definita dai tedeschi “zona di operazione” e in essa sono applicate le leggi di guerra, che poi sono quelle di un esercito di occupazione. Perciò qualsiasi atto di disobbedienza della popolazione civile diventa passibile di fucilazione con estrema facilità.
Il comando tedesco di Lucrino inizia a fungere anche da Tribunale di Guerra; il 14 settembre vi è condotto in stato di fermo l’ex sindaco antifascista di Bacoli Ernesto Schiano accusato, e poi discolpato, d’aver aiutato il figlio Pasquale considerato traditore e spia per le azioni che abbiamo di già descritto.
Anche il podestà di Monte di Procida, Agostino Matarese, si reca presso il comando di Lucrino per soccorrere alcuni suoi concittadini condannati a morte per presunto aiuto offerto a un disertore tedesco.

Il 16 settembre del 1943, verso le ore 19.00, un sergente ed un soldato del 115° Reggimento, accompagnati dal Podestà di Pozzuoli avvocato conte Filippo Falvella, si recano in una casa poco distante dal lago Lucrino. La casa è abitata dalla famiglia Guardascione e i militari tedeschi vi trovano Mario Guardascione, il fratello Antonio, il cugino Salvatore ed un loro zio, Emanato Filiberto, in visita presso questi suoi parenti. I militari ed il Podestà, spiegano che si tratta solo di una richiesta di informazioni in merito al taglio di alcuni cavi telefonici che partono da Lucrino (sede del Comando) ed attraverso Monteruscello arrivano a Grotta del Sole e Quarto (sedi di accampamenti di due battaglioni dipendenti dal predetto Comando).
Invitano i presenti a seguirli presso il vicino comando tedesco e lungo il breve percorso incontrano sia Michele Costagliola, che rientra dal lavoro, sia un uomo anziano addetto alla guardiania del lago Lucrino; entrambi sono invitati dai militari a seguirli presso il comando. Giunti al comando l’anziano guardiano del lago è liberato, con l’ordine di sorvegliare le linee telefoniche, ma gli altri cinque sono costretti a salire su un camion militare e condotti al campo tedesco che si trova in località Grotte del Sole. I cinque prigionieri non sono sottoposti a nessun interrogatorio ma, alle cinque del mattino del giorno successivo 17 settembre, sono svegliati e costretti nuovamente a salire sull’autocarro.
Sul camion ci sono già dodici soldati tedeschi e dietro, appena il camion inizia a muoversi, si accoda un’auto in cui hanno preso posto due ufficiali tedeschi ed un soldato che funge da interprete. In breve tempo il convoglio raggiunge la zona Conocchiella (all’epoca pratica strada di collegamento tra Monteruscello ed Arco Felice) e all’altezza del luogo dove oggi sorge il distributore sulla vicina variante, i cinque prigionieri sono fatti scendere [18]. 

Emanato Filiberto comprende ciò che sta per succedere e cerca di spiegare all’interprete che nessuno di loro ha commesso il sabotaggio e poi sono gli unici sostegni delle proprie famiglie. Come risposta alle preghiere del prigioniero uno degli ufficiali tedeschi, con un colpo di pistola alla nuca, uccide Antonio Guardascione. I soldati, a loro volta, con pugni, calci e con colpi assestati con le baionette obbligano i restanti quattro prigionieri a procedere verso il luogo dell’esecuzione. Nel mentre procedono i superstiti quattro prigionieri si ribellarono ed assalgono i tedeschi. Due di loro, Guardascione Mario ed Emanato Filiberto, riescono a fuggire sebbene inseguiti e mitragliati numerose volte. Guardascione Salvatore e Costagliola Michele, sopraffatti dai soldati, sono costretti, con innumerevoli colpi inferti con il calcio dei fucili, a scavare la propria fossa. Guardascione Salvatore e Costagliola Michele, dopo essere stati fucilati, unitamente ad Antonio, che è stato ucciso in precedenza, sono colpiti molte volte con il taglio delle baionette.
Sono però lasciati insepolti e sui loro corpi i soldati collocano un cartello preparato in precedenza: “Fili rotti, cinque italiani uccisi”. I corpi sono poi rimossi dal Parroco della chiesetta di Arco felice, Mons. Gennaro D’Ambrosio. Questi, con il consenso del custode, li trasporta uno ad uno, sulle proprie spalle, presso il civico cimitero.

Dalle denunce rilasciate dai due sopravvissuti, si apprende che il giorno dopo i tedeschi ed il podestà, per porre rimedio alla fuga dei due prigionieri, catturano altre due persone che, successivamente, sono liberate. Nella stessa denuncia si legge che, nella stessa zona, alcuni giorni dopo, sono fucilati altri cinque italiani e due prigionieri americani di cui, però, non si sono mai ritrovati i corpi. Nella serata del 19 settembre alcuni soldati tedeschi, in servizio sulla spiaggia di Miseno, notano una luce proveniente da un’abitazione privata.
Aniello Calabrese, nato a Brindisi il 7 settembre 1900, sta infatti camminando in casa sua con una candela in mano e, involontariamente, la luce della candela è proiettata all’esterno attraverso una finestra.
Quest’atto del Calabrese, che in alcune fonti è indicato come guardiamo del faro di Capo Miseno, è interpretato come una segnalazione al nemico che di già occupa la vicina isola di Procida. E’ bene ricordare che il giorno 14 è arrivata a Baia una motonave con le truppe tedesche che sono state convinte dalla popolazione ad abbandonare l’isola di Ischia in cui erano stanziate. Di conseguenza in questi giorni ci sono scambi di cannonate tra postazioni o imbarcazioni alleate a Procida e Ischia e artiglieria tedesca, trainata da semicingolati, che si sposta tra Miseno, Torregaveta e Cuma.
Nonostante alcune garanzie fornite sul suo conto Calabrese è portato al comando tedesco presso l’Albergo dei Cesari e fucilato a Lucrino il giorno successivo, 20 settembre; le stesse precedenti fonti lo danno ucciso a Monte di Procida.

Nello stesso giorno 20 un manifesto del Prefetto di Napoli, che esegue gli ordini del comando tedesco, intima la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni; in pratica una deportazione forzata nei campi di lavoro in Germania.
Questa è un'altra vicenda che resta forte nella memoria collettiva di queste zone; a differenza delle regioni del nord, in cui si dà la caccia ai giovani renitenti alle varie chiamate di leva emesse dal governo repubblichino, questa è una vera e propria razzia di uomini.
Civili, militari ed ecclesiastici; giovanissimi padri di famiglia e anziani; alcuni sono inviati sulla linea Gustav per l’approntamento delle difese ma la maggior parte inviati nell’allestito campo di raccolta di Sparanise, per essere poi deportati in Germania.
In verità già dal giorno 15 il Podestà di Pozzuoli ha ricevuto ordine dal comando tedesco di provvedere alla compilazione degli elenchi delle classi 1910/25 per il servizio obbligatorio del lavoro, pertanto ne incarica l'ufficio di Stato Civile. Il personale comandato si destreggia in lungaggini per ritardarne la consegna, benché sottoposto a continue e pressanti minaccia di denunzia. A lavoro ultimato nel tardo pomeriggio del giorno 21, noncuranti del mortale avvertimento, gli impiegati Luigi D’Alfonso Gennaro Chiocca trafugano le schede e le inceneriscono all’angolo della popolazione) della chiesa della Purificazione, in una strada deserta per l’avvenuto esodo di gran parte dei puteolani. Il giorno successivo, alla constatazione della sparizione del materiale, nell' ambiente comunale si diffonde una cupa atmosfera di sbigottimento e il Podestà assume sembianze patibolari, certo di essere raggiunto dalla immancabile rappresaglia tedesca.

Anche Giovanni Caruso, impiegato presso il Comune di Bacoli, rilascia carte d’identità con date di nascita fasulle onde evitare il forzato arruolamento di giovani nelle sempre più frequenti retate.
A proposito di queste retate sono interessanti le memorie di Pietro Scotto Di Vetta di Bacoli, intervistato dall’amico Elio Guardascione:

“Salimmo sul treno [cumana], ma quando arrivammo a Bagnoli, il treno fu fermato da molti tedeschi che avevano i fucili pronti per sparare. Fecero scendere tutti gli uomini e pure me. Mia madre, piangendo, diceva che io non avevo ancora 18 anni e perciò non potevano prendermi; mostrò loro anche la mia tessera dove si vedeva che avevo 17 anni. Ma i tedeschi la minacciarono con i fucili, gridando “Raus, Raus” [fuori, fuori] e poi spingendomi con la canna del fucile, mi portarono vicino a un camion dove c'erano altri uomini e mi fecero salire. Mia madre arrivò piangendo fino al camion e urlava che ero piccolo, ma i tedeschi non rispondevano. Allora un uomo che stava sul camion cercò di calmarla e le promise che mi avrebbe aiutato lui. Il camion partì e ci portò fino al Collegio “Costanzo Ciano” di Bagnoli (Collina di San Laise), qui ci fecero scendere e ci portarono in un tunnel sotterraneo dove c'erano prigionieri stranieri. Mi pare che fossero neozelandesi [19].

Più tardi ci fecero salire di nuovo su un camion e ci portarono a Sparanise in un campo grandissimo dove non c’era niente se non la recinzione. Per dormire raccogliemmo dei pezzi di legno e costruimmo dei ripari che assomigliavano alle cucce dei cani. Sono rimasto nel campo una decina di giorni, mangiavamo pochissimo e la fame ci faceva stare male. Quei disgraziati dei tedeschi per divertirsi ci buttavano dei pezzi di pane e ridevano quando litigavamo per arrivare primi ma, quando eravamo vicini al pane loro si avvicinavano e ci allontanavano colpendoci con il calcio dei fucili.
Dopo una decina di giorni, una guardia austriaca, forse impietosito dal fatto che ero un ragazzo, fece scappare me ed altri due dal campo. Cominciammo a scappare ma altre guardie ci videro e cominciarono a sparare. Penso che gli altri due furono colpiti perché, ad un certo punto, quando mi fermai, ero solo.
Dopo un giorno di cammino, riuscii ad arrivare a Pianura dove ritrovai mia madre e le mie sorelle, avevo i capelli bianchi perché erano pieni di uova di pidocchi. Nessun barbiere volle tagliarmi i capelli e allora lo fece mia sorella Filomena. Dopo, poiché avevo i capelli a scaletta, per la vergogna volevo coprirli. Però non avevo un cappello e, allora, presi una calza nera di mia madre e la misi in testa a tipo cappello.”

La mattina del 22 settembre Solimeo Gennaro, nato a Pozzuoli il 23 settembre 1915, tra gli uomini rastrellati per essere adibiti ad alcuni lavori nella zona di Licola, tenta di scappare ma è ucciso a colpi di mitragliatrice.

Il 23 settembre intanto una ordinanza prevede lo sgombero di tutta la fascia costiera cittadina sino ad una distanza di 300 metri dal mare; in pratica migliaia di puteolani e di bacolesi sono costretti ad abbandonare in poche ore le proprie case ed in maggioranza si rifugiano, come fatto con le prime invasioni barbariche, nella zona di Cigliano, di Quarto e di Pianura. In una masseria di Cigliano, appartenente a loro parenti, si rifugiano i coloni Biclungo ormai depredati di tutto. Nascosti all’interno di Villa Maria restano mio Padre Carmine Peluso con il fratello maggiore Sebastiano e l’anziano genitore Giuseppe.
I tedeschi vorrebbero sgombrare anche l’intero territorio di Monte di Procida ma il Podestà, Agostino Matarese, si adopera per farli restare nelle loro case.

In merito agli sgombri sentiamo, sempre dalla citata intervista di Elio Guardascione, ancora Pietro Scotto Di Vetta di Bacoli:
“Quella mattina, era quasi la fine di settembre mia madre ed io ci recammo a casa di Rusina, una vicina, e mia madre le chiese se era vero che dovevamo sgomberare. Rusina, piangendo, disse che forse era vero ma per essere sicura si rivolse ad un uomo, che non conoscevo, e chiese conferma. Quell’uomo rispose che era vero e che i tedeschi avevano affisso dei manifesti che ordinavano alla popolazione di sgomberare tutto il paese perché dovevano far saltare le polveriere di Miseno, di Miliscola, il ponte di Casevecchie e molte strade. Allora, mia madre cominciò a piangere pure lei e tornammo a casa. Noi abitavamo rint’ i Trebbitiell.
Mia madre preparò un poco di roba chiamò me e le mie sorelle Filomena e Anna e insieme andammo a Baia per prendere il treno della Cumana per arrivare prima a Fuorigrotta e poi andare a Pianura a piedi.”

Il 24 settembre Francesco De Vivo, nato a Marano il 28 settembre 1890 e residente a Quarto (ancora comune di Marano) è tra i primi rastrellati, insieme ad altri civili, per essere impiegato in lavori a favore dell’occupante. E’ portato in località Grotta del Sole dove tenta di scappare, ma i tedeschi gli sparano alle spalle, uccidendolo. Comunque questo episodio è completamente assente nella memoria locale come pure l’uccisione di Biagio Anicelli avvenuto poco distante, nei pressi di Torre Santa Chiara.

Il 25 settembre nelle vicinanze del Comando Albergo dei Cesari è fucilato Giacomo Lettieri, nato a Napoli il 5 maggio 1928, insieme ad altri civili ignoti.


Il giorno dell’armistizio, 9 settembre 1943, il Lettieri sta lavorando come manovale in piazza Principe Umberto a Napoli quando vede alcuni soldati tedeschi sparare e uccidere un soldato italiano. Tolto un moschetto a un carabiniere, che ha assistito alla scena senza intervenire, il ragazzo fa fuoco e uccide due tedeschi. Subito dopo scappa e si nasconde ma un suo compagno di scuola lo tradisce facendolo catturare. I tedeschi lo conducono a Lucrino e lo fucila, forse insieme ad altre persone. Alla memoria di Giacomo Lettieri è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare. Fino a pochi anni fa gli era intitolata una scuola media del quartiere Vomero. 


I tedeschi si ritirano e interrompono ogni via di comunicazione
Negli ultimissimi giorni di settembre i tedeschi, poco prima d’abbandonare la zona a seguito della rivolta napoletana e l’incalzante avanzata degli alleati, iniziano l’ultima fase che possiamo definire come “bruciarsi i ponti alle spalle”. Praticamente provvedono alla distruzione di ponti ferroviari e viari, allo smottamento di gole e strettoie, a creare voragini, ostacoli e campi minati nei punti più stretti o delicati di tutte le possibili vie di collegamento.

Sulla via Campana nella strettoia scavata dai romani, e conosciuta come “Montagna Spaccata”, i tedeschi fanno scoppiare delle mine sul lato sinistro facendo crollare una grossa quantità di roccia e terreno; in pratica ostruiscono la strada per Quarto [20].

Con una voragine artificiale sulla nuova via Domiziana, poco dopo via Antiniana andando verso Napoli, bloccano al traffico questa importante arteria nel punto in cui, con un terrapieno artificiale, attraversa un vallone.

Anche la “direttissima”, come è appellata la linea metropolitana tra Pozzuoli e Napoli essendo parte integrante della linea rapida che collega con treni “direttissimi” Napoli con Roma, è interrotta in vari punti.
C’è, tra la galleria di Monte Olibano e la stazione di Pozzuoli, un lungo viadotto poggiante su sette arcate che permette alla linea ferroviaria di superare il vallone naturale che dalla Solfatara scende verso il mare là dove la terrazza marina è stata corrosa da eventi pluviali [21].

La distruzione di questo ponte, che costituisce uno semisconosciuto ma interessantissimo pezzo di storia puteolana, cì è raccontato dall’amica Anna Maria D’Isanto.
Anna Maria narra che i tedeschi, prima della ritirata, avvisano le famiglie che abitano nei pressi dei binari e della galleria e le invitano ad allontanarsi perché avrebbero minato i ponti e la stessa galleria che sbuca in località La Pietra, poco prima della successiva stazione di Bagnoli.
Tra le poche famiglie avvertite c’è quella del marito di Annamaria, la Famiglia Sorbo, il cui capofamiglia è ferroviere ed abita proprio nel casello, ancora oggi esistente, situato tra il ponte e la galleria.
Disastroso lo scoppio che rende irrecuperabile l’elegante viadotto che non sarà più ricostruito; l’importante linea ferroviaria, non potendo attendere i lunghi tempi che richiederebbe la costruzione di un nuovo viadotto, è subito ripristinata dagli alleati innalzando un antiestetico terrapieno al posto del precedente elegante ponte.
Anche l’imbocco della vicina galleria è reso inagibile al traffico ferroviario a mezzo di una frana provocata dal brillamento di mine.
Questa galleria è utilizzata quale rifugio da tutti i puteolani residenti nella zona alta o comunque a ridosso della linea ferroviaria; tra questi Sofia Loren che nelle sue memorie ricorda i tragici giorni trascorsi in questo tunnel con la sua famiglia;
In pratica l’ingresso della galleria è ostruito e durante l'ultimo bombardamento avvenuto al tramonto del 21 ottobre 1943 ad opera, questa volta, di aerei tedeschi, quelli che vogliono rifugiarsi al suo interno debbono fermarsi all'imbocco e solo arrampicandosi sulla frana riescono ad arrivare al soffitto e poi ridiscendere nel tunnel [22].

Il piccolo Salvatore Sorbo è portato a cavalcioni sulle spalle dal fratello Bernardino che, passato il pericolo, con lo stesso sistema lo riporta al casello.

La signora Gigliola Fortezza ci narra della distruzione di un altro ponte ferroviario; questa volta della Ferrovia Cumana nel tratto tra le stazioni Cantiere e Arco Felice [23].  

I treni si fermano ma ben presto riprendono servizio perché, facendo ricorso alle scarse risorse disponibili, si provvede in poco tempo a rappezzare la tratta. Sono impiegate le traverse di legno, conservate nei depositi, che sono accatastate a guisa di tronco di piramide; sotto passa la strada e sopra sono ancorati i binari.
Una soluzione provvisoria, gli alleati non hanno interesse a ripristinare questa linea per loro non strategica, che nasconde non poche insidie; la struttura volteggia paurosamente all'incedere lento dei veicoli; i viaggiatori lasciano le vetture, scendono lungo la scarpata per risalire quell'altra sul lato opposto per poi riprendere il treno.
La paura di questo passaggio serpeggiava anche in seno ai ferrovieri e allora è deciso di individuare colui che si sente più impavido; quest’uomo, che prenderà poi il soprannome di "Temerario", ha il compito di percorrere alla guida dei convogli quei cento passi di una pericolosità estrema. Tutto è fatto con i mezzi, gli uomini e le intelligenze di quella azienda, senza interrompere i collegamenti, senza che l'utenza subisca disagi.

Tra Bacoli e Miseno il già nominato ponte, che passa sulla foce del lago di Miseno [24], è questa volta fatto saltare dai guastatori tedeschi che inoltre disseminano di mine i suoi dintorni provocando la morte di due italiani.


Gli eccidi si infittiscono
Il 24 settembre, secondo una versione riportata ai Carabinieri di Pozzuoli, un soldato tedesco si introduce in un fondo agricolo di via Luciano, in Contrada Fascione, e a colpi di moschetto uccide Antonio Masson, nato il 14 agosto 1915, figlio del proprietario.
Secondo altre fonti l’episodio sarebbe avvenuto il giorno 26 e il Masson, che è un Tenente di Cavalleria, sta preparando alcune armi che ha nascosto con l’intenzione di utilizzarle contro i tedeschi.  Forse è catturato dopo delazione ed è sgozzato davanti ai suoi familiari in quanto accusato di aver organizzato azioni di sabotaggio. Il suo corpo è esposto nelle vicinanze dell’attuale Olivetti e poi recuperato dal parroco della Chiesa dell’Annunziata, Mons. Giovanni Moio, che lo porta al cimitero.

Il 27 settembre De Matteo Francesco, nato a Napoli il 30 maggio 1920, è catturato nel capoluogo e condotto a Lucrino nel provvisorio campo di detenzione. Da qui tenta di evadere ma è ucciso dai suoi aguzzini.

Nello stesso giorno sono giustiziati, sembrerebbe sempre a Lucrino, i fratelli Gennaro e Eduardo Colucci. Di loro non si possiedono dati anagrafici e non si hanno altre notizie certe.

Il 29 settembre in Località Cupa Fredda, nei pressi della via Montagna Spaccata a Pianura, sono catturati sette partigiani combattenti delle Quattro Giornate di Napoli. Nascosti sotto l’arcata di un ponte sono scovati da 20 soldati tedeschi, capeggiati da un ufficiale; sono radunati e falciati da sventagliate di mitragliatrice, cinque sono uccisi subito e due sopravvissuto moriranno in seguito per le gravi ferite riportate.  Di sei si conoscono le generalità, dell’ignota settima vittima solo l’apparente età:
-Gallo Gaetano, nato a Napoli il 4 aprile 1918;
-Mangiapia Fedele, nato a Pianura nel 1917 (secondo una fonte) o a Napoli il giorno 11 febbraio 1923 (secondo altra fonte);
-Mele Evangelista, nato a Pianura il giorno 8 settembre 1881, morto poi il 1 gennaio 1944;
-Vaccaro Antonio, nato a Pianura il 5 ottobre 1908, morto poi in ospedale;
-Varriale Luigi, nato a Napoli il 5 gennaio 1910 (secondo altri nel 1911). Manovale;
-Virgilio Salvatore, nato a Napoli il giorno 1 gennaio 1925 (o 7 gennaio secondo altri), manovale;
-Ignoto, apparente età di 30 anni.

Il 30 settembre Giulia Fasano, nata a Pozzuoli il 21 luglio 1927, si sta recando con la sorella Emilia alla fontana pubblica in via Miliscola Località Arco Felice, per attingere acqua, quando è colpita da alcuni colpi di mitra sparati da soldati tedeschi appostati nella vegetazione [25]. La sorella, illesa, recupera il corpo di Giulia, venendo per questo schernita dai soldati.

Secondo un’altra versione Giulia Fasano, il cui fratello Nicola sarà deputato alla Camera per il Partito Comunista Italiano, ha provveduto a tagliare alcuni cavi telefonici in via Montenuovo, scoperta dai tedeschi è da questi mitragliata.
Tutte le versioni concordano sui dati della giovane donna, sulla località e sulla data dell’eccidio, ma alcuni riferiscono che Giulia sia stata uccisa da militari di passaggio su di un camion ed altre dicono che sia stata sparata da un ultima motocarrozzetta che si accingeva a lasciare la zona.
Probabilmente la stessa motocarrozzetta che poco prima incomincia a lasciare Pozzuoli fermandosi all’ingresso di Villa Maria, in via Miliscola. Ne scende un sottoufficiale che entra nel cortile e con il calcio del fucile cerca di sfondare i battenti dell’ormai vuoto cellajo e della disabitata casa colonica. Passa poi a sbattere il vicino portone, anch’esso sbarrato, e sul ballatoio delle scale, al primo piano, si trova mio padre Carmine Peluso ancora armato di moschetto e bombe a mano. Il tedesco spara qualche colpo contro la massiccia serratura e mio Padre, che nascosto segue la scena, è ormai pronto a sganciare una bomba non appena l’invasore metta piede nell’androne.
Ma intanto l’altro camerata, con la sua motocarrozzetta, si è diretto verso la fontana romana posta davanti al vecchio mulino; dalle socchiuse persiane mio Padre lo vede armeggiare con bustine svuotate nel serbatoio del motoveicolo in cui poi versa l’acqua della fonte (benzina sintetica?) [26]. 

Poi a gran voce richiama il suo capopattuglia che fortunatamente lo raggiunge ed entrambi provvedono a riempire quelle che sembrano le loro borracce; nel desolato silenzio ripartono velocemente verso Arco Felice e forse verso il tragico destino della giovane Giulia.

Il 2 ottobre 1943, il gruppetto di amici composto da Scamardella Leonardo (nato a Bacoli il 24 giugno 1926), il fratello Scamardella Biagio (nato a Bacoli il 5 novembre 1909), Michele Carannante (nato a Bacoli il 1 ottobre 1927) e Bartolomeo Scotto di Luzio (nato a Monte di Procida il 22 marzo 1909), corrono ai piedi dell’acropoli, nell’area degli appena minati bunker della difesa costiera, dove trovano vari residui bellici abbandonati dalla guarnigione italiana (vedi i Bunker di Cuma).
I quattro iniziano a giocare con queste armi ed uno di loro spara anche qualche colpo in aria che però attira l’attenzione di una pattuglia tedesca che ancora si aggira nei paraggi.
Quando la squadra tedesca si avvicina i tre gettano le armi e scappano, riescono a percorrere solo pochi metri perché sono subito abbattuti dal fuoco, raffiche di mitra e lancio di bombe a mano, dei soldati che non perdonano l’imprudenza e la curiosità dei poveri giovani.
Unico superstite è Bartolomeo Scotto di Luzio che, seppure ferito, riesce a scappare; sui corpi dei caduti i tedeschi infieriscono a colpi di baionetta.

Lo stesso giorno (qualche fonte parla del giorno 3 ottobre) nella vicina Licola è fermato dai tedeschi Galassi Dino, nato a Villamarzana (Rovigo) il 1 aprile 1928. Il Galassi, di una delle tante famiglie venete venute a coltivare le nuove terre bonificate, si aggira per le paludi che ancora circondano gli insediamento della Opera Nazionale Combattenti, probabilmente in cerca di selvaggina. Pertanto è armato di un fucile da caccia ma questo particolare non è gradito dai soldati tedeschi che lo uccidono direttamente sul posto.

Il 4 ottobre l’ultima uccisione già ai limiti del Campi Flegrei, in località Varcaturo, comune di Giugliano. Bovenzi Giovanni, nato a Cancello Arnone il 26 luglio 1901, è ucciso con colpi di pistola alla fronte mentre sta attraversando il ponte Varcaturo per recarsi in casa della sorella in contrada Campanariello. Il reparto tedesco è la 10° batteria del Panzer-Artillerie-Regiment della Divisione “Hermann Göring“.


L’eredità lasciata dai tedeschi
Il primo ottobre 1943 gli ultimi tedeschi, inseguiti dalle prime pattuglie meccanizzate alleate, lasciano le coste flegree e, attraverso la Domiziana, si ritirano oltre la foce del Lago Patria.
Qui si attestano dietro la nuova linea di difesa, da loro denominata “Anni”, che iniziando dalla costa prosegue nell’entroterra seguendo il corso dei Regi Lagni. E’ questa la prima di una lunga serie di linee di fortificazione create per ritardare l’avanzata alleata; poco dopo c’è la linea “Viktor”, che va dalla foce Volturno, agli Appennini alla foce del Biferno in Adriatico; poi la linea “Barbara” che va dalla foce del Garigliano agli Appennini alla foce del Trigno, sempre in Adriatico; e infine la linea “Bernhardt”, che è una variante della definitiva linea “Gustav”, che attraverso Cassino e gli Appennini arriva ad Ortona seguendo il corso del fiume Sangro [27]. 

Gli ordini sono di resistere su queste varie linee per un certo numero di giorni e pian piano indietreggiare per poi attestarsi su Cassino.
Durante la loro ritirata lungo la statale Domiziana alcuni loro autocarri sono attaccati da alcuni civili armati e da un gruppo di Carabinieri, comandati dal sottotenente Pasquale Mastrogiovanni, nella zona di Licola.

Con il ritiro dei tedeschi dietro le linee fortificate non finiscono i guai per le nostre popolazioni; anzi inizia quella terza fase rappresentata dalle improvvise detonazioni di ordigni a scoppio ritardato.
C’è la necessità tattica di fare terra bruciata agli alleati che stanno arrivando; pertanto la distruzione del territorio, già disastrato, è perpetrata con grande violenza poiché cìè la volontà di vendicarsi contro gli italiani che hanno “tradito”.
Mettono mine dappertutto e lasciano congegni in tutti quegli edifici pubblici o privati (alberghi, scuole, municipi, ville e palazzi nobiliari) che potrebbero essere utilizzati come acquartieramento o ospedali dalle truppe nemiche.

Un classico esempio ci è dato dell’Albergo dei Cesari dove i guastatori tedeschi innescano una serie di detonazioni ad orologio destinate a scoppiare, come in effetti avverrà, alla mezzanotte del 5 ottobre quando la struttura, presumibilmente, sarà occupata da truppe alleate [28].

L’esplosivo può essere attivato in modi diversi, principalmente in seguito a strappi, fili tesi o a pressione, ma quello in cui eccellano i tedeschi è prevedere come il nemico avrebbe innescato l’ordigno. Si ricorda un curioso episodio in cui i tedeschi hanno piazzato una carica esplosiva dietro ad un quadro attaccato appositamente storto sul muro di un albergo. Quando un ufficiale alleato lo vede, seguendo uno schema mentale metodico, decide di raddrizzare la cornice saltando in aria insieme a tutto il muro.

Tutto questo dispiegamento di piccole trappole esplosive fa diverse vittime tra le forze alleate ma ne fa molte di più tra i nostri bambini.
Finalmente i tedeschi vanno via e la gente dimentica le violenze, tra le altre il ferimento, a Pozzuoli, di Angela Loffredo che cerca di impedire che i tedeschi portino via la figlia quindicenne, Claudia Gragnaniello.
Solo nel maggio 1945, a guerra conclusa, alla porta di città è posta una targa che commemora le vittime dei nazisti con queste parole [29]:


CADUTI IMPAVIDI
SULLA VIA SANGUINOSA E GLORIOSA DEL RISCATTO
VITTIME DI TEUTONICA BARBARIE
I PATRIOTI E LA CITTADINANZA PUTEOLANA
VINDICI
NEL MERIGGIO DEL SECONDO RISORGIMENTO
POSERO

BIBLIOGRAFIA
G. Gribaudi - Le stragi naziste sul fronte meridionale – 2003
S. Pocock – Campania 1943 – Provincia di Napoli - 2009
Sacro Cuore ai Gerolomini – Per non Dimenticare – 2010
E. Samuele Guardascione – Testimonianza Scotto di Vetta – 2012
G. Fortezza – Ricordi Ferrovia Cumana – 2017
A.M. D’Isanto – Ricordi di Famiglia
G. Chiocca – Collezione Privata
I. Insolvibile – Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia


GIUSEPPE PELUSO

giovedì 5 ottobre 2017

Cerchiatura Armstrong



Fusione, Fucinatura, Cerchiatura e Stiratura
Servizio completo per i cannoni navali Armstrong

Fino a tutta la prima metà dell’ottocento i materiali utilizzati per costruire un cannone sono di vario tipo: Bronzo, Ghisa (detta anche Ferraccio), Sterro (ossia una lega di rame), Zinco, Ferro e Stagno, Acciaio. I proiettili sono sferici ed hanno una gittata massima di duemila metri ma, per lo sbattimento che avviene all’interno della canna che naturalmente è liscia, non hanno precisione.
Un radicale miglioramento dell’efficacia di queste armi è ottenuto prima con la rigatura della canna, cosa che permette una maggior precisione ed una gittata più che doppia, e poi con la retrocarica, ovvero la possibilità di caricamento del proiettile dalla parte posteriore (culatta) del cannone.
Nella seconda metà dell’ottocento una ulteriore miglioria è conseguita con la cosiddetta “cerchiatura” della canna ottenuta mediante la forzatura a caldo di due tubi sovrapposti uno all’altro; invenzione che permette una maggiore elasticità. Questa cerchiatura è ideata dal colonnello Giuseppe Bianchi e realizzata dalla Armstrong di Pozzuoli che fino a tutti i primi due decenni del novecento avrà vanto da questo impianto [1].

Nell’opificio puteolano, come in qualsiasi altro stabilimento di artiglierie, le fasi di costruzione di una bocca da fuoco sono:
-      fusione e preparazione dei varî elementi;
-      tempra e cerchiatura della bocca da fuoco;
-      lavorazione e assemblaggio dei vari congegni;
-      rifinitura e collaudo balistico.

Il metallo usato per la fusione è sempre acciaio fuso (al crogiuolo o al forno, Martin Siemens a Pozzuoli) ed una volta fuso è colato in lingottiere disposte verticalmente con la parte bassa corrispondente alla culatta [2]. 

Il lingotto, raffreddato, è ridotto di lunghezza asportando da esso le estremità (materozza e piede) che contengono la parte più impura del metallo, ed è poi fucinato per dargli forma più conveniente e migliore struttura.
Poi il lingotto è nuovamente riscaldato (a 700°-1000°) e quindi compresso e battuto da grandi presse idrauliche. Con la fucinatura il lingotto è allungato e ridotto ad una forma prossima a quella che deve avere la bocca da fuoco; pertanto ora si chiama massello.
Dopo fucinato, il massello è ricotto (a 1100°) e, dopo lento raffreddamento, si prelevano alle sue estremità dei campioni di metallo (saggi avanti tempera), che, sottoposti ad esame meccanico e metallografico, fanno riconoscere le qualità del metallo e indicano le modalità da adottare per la successiva tempera.
In seguito il massello è trapanato e tornito, e quindi temperato (per dare al metallo le necessarie definitive caratteristiche di durezza e resistenza) con preventivo riscaldamento in forno verticale a gas; operazione questa comunemente indicata come “stiratura” dagli specialisti Armstrong di Pozzuoli.  Successivamente il massello è immerso in un gran pozzo pieno di olio di lino a temperatura ambiente e poi è collaudato per verificare se il tubo è rimasto ben diritto e, con nuovo prelevamento di campioni alle sue estremità, si esaminano le qualità definitive del metallo.
In modo analogo si lavorano i cerchi e gli anelli necessarî alle bocche da fuoco se queste sono composte di più elementi, ovvero i tubi anima ed i tubi esterni.

La cerchiatura della canna, ottenuta mediante la forzatura a caldo di due tubi sovrapposti uno all’altro, consente di fare armonicamente concorrere tutto lo spessore della bocca da fuoco, cioè i varî strati del metallo, al tormento della pressione al momento dello sparo; evitando che gli strati più vicini al tubo anima siano eccessivamente deformati e che gli strati più lontani restino, per così dir, pigri e male utilizzati.
I tubi anima costituiscono la parte interna del cannone in cui avviene la detonazione, mentre i cerchi servono ad assicurare la stabilità dell’incastro del tubo anima, infilato dentro un tubo esterno in ferro battuto che costituisce la canna del cannone.
La costruzione della bocca da fuoco diventa perciò veramente razionale, come quella d'una macchina studiata e congegnata con perfetta rispondenza alla sua funzione.
Relativamente allo sforzo che son chiamate a compiere le bocche da fuoco si alleggeriscono e lo sviluppo della tecnica metallurgica consente di fondere e fucinare anche artiglierie grandissime; anche oltre il calibro di 400 millimetri.

I varî elementi sono esattissimamente misurati nelle loro varie dimensioni e, se è necessario, corretti in modo da assicurare fino al decimo di millimetro ed anche a meno il perfetto gioco dei varî forzamenti a bocca da fuoco composta.
Quindi essi sono riscaldati in forni verticali a circa 300°, misurandone la dilatazione radiale che deve esser tale da assicurare un'eccedenza da uno a dieci decimi di mm, a seconda della bocca da fuoco, tra le facce esterne e interne che debbono rispettivamente investirsi l'una sull'altra. Quindi gli anelli o i manicotti, mantenuti caldi con fiammelle a gas, s'investono successivamente sulla bocca da fuoco mantenuta fredda e ben fissa a terra, o in un pozzo se è molto lunga, perfettamente verticale [3].

Per eseguire queste ultime descritte operazioni presso lo stabilimento Armstrong di Pozzuoli è stato costruito un apposito impianto per la Tempera e per il Cerchiamento; esso è una dipendenza della “Divisione Meccanica” ed è situato nella parte orientale delle Officine Meccaniche; nelle piantine dello stabilimento è riportata al numero 8 sotto la voce “Impianto Cerchiamento e Trattamento Masselli” [4].

Quasi tutta l’area di questa officina e dei suoi macchinari, per la sua stessa speciale conformazione, è completamente allo scoperto ed è servita da ben quattro binari, che terminano la loro corsa in questa zona; inoltre è attraversata da altri due binari che la mettono in comunicazione diretta con le navate 24 e 25 delle Officine Meccaniche dove si lavorano, rispettivamente, i cannoni di grosso e di medio calibro [5].

Per la tempera ad olio dei cannoni vi sono tre pozzi di cui uno grande e due minori; il grande ha un diametro di mt. 2.20 ed una profondità di mt. 17, con capacità di 66 metri cubi. In questa foto si assiste alla tempra di un anima per cannone di 305mm destinato alla corazzata Giulio Cesare [6].

Anche i pozzi per il cerchiamento sono tre; il primo ha una sezione a settore di cerchio ed ha una profondità che arriva fino a metri 3.40; gli altri due sono a forma di fossa, uno ha una profondità di mt. 7 e l’altro di mt. 9.30.
Appositi robusti supporti servono a mantenere il cannone durante l’operazione di cerchiamento; c’è poi una leggera ma alta incastellatura che serve a facilitare le manovre per guidare il cerchio che deve essere investito nell’anima o sul cerchio di ordine inferiore [7].

Per le diverse manovre occorrenti vi sono due gru idrauliche girevoli; la portata è per una di 15 e per l’altra di 25 tonnellate; dell’impianto fa parte anche una pressa da 200 tonnellate, collocata sotto una tettoia, alla pratica portata sia delle gru che del pozzo di cerchiamento per cannoni piccoli [8].

Per il riscaldamento, di tutti gli elementi del cannone che lo richiedono, vi sono due apparecchi speciali, uno grande e l’altro piccolo, costituiti da cassoni di lamiera, disposti verticalmente, e con le pareti laterali mobili. Introdotti in essi gli elementi da riscaldare li si circonda con speciali becchi Bunsen, formati ad anelli paralleli, disposti uno sotto l’altro ad una certa distanza, e provvisti ciascuno di numerose fiammelle in modo da ottenere il riscaldamento uniforme dell’elemento.
All’impianto sono aggregati due forni di riscaldo, sempre alimentati da gas naturale, che sono anche adoperati per la ricottura dei getti di acciaio.

Da notare che inizialmente, per la tempera dei cerchi dei cannoni, al posto del gas come combustibile era impiegato il carbone; ogni cerchio era posto verticalmente su di un carretto e inviato in un forno di tempera, alimentato a carbone. Una volta riscaldato era trasportato nel “pozzo di cerchiamento”, dove era presente la canna, posta in verticale, alla quale era applicato il cerchio.
Il problema principale di questo metodo era che la fiamma, alimentata dal carbone, produceva sul cerchio delle impurità che dovevano essere poi rimosse con degli scovolini, con perdite di tempo e dispersione di calore; inoltre il contatto del cerchio con il carretto impediva un riscaldamento uniforme del pezzo.
Invece il nuovo metodo prevede che tutti i cerchi siano sospesi contemporaneamente, su di una fiamma alimentata a gas naturale che non produce impurità, prima di essere avviate nel pozzo; ottenendo così non solo una tempera più efficiente, ma anche un risparmio nei tempi del cerchiamento.

L’impianto di cerchiatura di Pozzuoli, in barba a tutte le norme di sicurezza, è completamente allo scoperto ed è visitato e studiato da delegazioni tecniche italiane e straniere. Ma non è facile riproporre altrove le sue lavorazioni, il suo più grande segreto è costituito dagli esperti operai, dalla perfetta tempistica con cui operano e dal costante pericolo a cui si espongono e che comunque superano a mezzo di tanti piccoli e gelosi passaggi lavorativi. Tra l’altro proprio la perfezione raggiunta da questo procedimento porta sempre più spesso a rifiutare i cerchioni prodotti con l’acciaio della Terni costringendo l’Armstrong ad impiantare la sua acciaieria e liberarsi dall’asservimento alla società ternana.

Come in tutte le officine industriali dell’epoca anche in questo impianto succedono incidenti, agli uomini ed a gli stessi pezzi d’artiglieria.
Accade al cannone da 343 mm, dell'ordine numero 6154, che casca nel pozzo di tempra nel maggio del 1892 mentre gli operai vi stanno applicando i cerchioni.
Operazioni complesse e rischiose che qualche volta cagionano qualche ferita, mai richiedono un tributo di sangue.


CREDITI
AA.VV - Lo stabilimento Armstrong di Pozzuoli – 1911
AA.VV – Artiglieria – Enciclopedia Treccani
Michele Pavino – I Cannoni del Re
Gianni Facca – Il campo trincerato di Mestre
Filippo Avilia – Foto a corredo

domenica 10 settembre 2017

Primi passi Cantiere Armstrong



“Questo cantiere non s’ha da fare”
Il travagliato inizio dell’Armstrong di Pozzuoli

Sul finire dell’800 c’è in Italia il desiderio di raggiungere, nel campo degli armamenti marittimi, un livello di parità con le grandi potenze europee. Mancano però industrie specializzate nel settore bellico e la Regia Marina si rivolge all’estero, in particolare le commesse più impegnative sono affidate alla britannica Sir W.G. Armstrong Mitchell & C di Newclaste upon on Tyne [1] con la quale si stabilisce una fortissima relazione. Essa è fornitrice sia di navi, sia di cannoni, sia di attrezzature per gli arsenali quali le famose gru a vapore da 100 tonnellate, in dotazione ai tre principali arsenali della Marina.


Pertanto, dato questo rapporto, nella primavera del 1884 il Ministro della Marina Benedetto Brin incarica la stessa Armstrong di insediare a La Spezia un cantiere per la costruzione di navi e di cannoni.  
L'investimento in Italia attrae la ditta inglese che teme di essere estromessa da questo mercato in quanto nell'assegnazione delle commesse il Ministero della Marina Italiana avrebbe certamente favorito le case estere che avessero trasferito “nuove tecnologie” sul territorio nazionale.
Con la nota del 30 agosto 1884 la ditta inglese si dice disponibile a fondare uno stabilimento in Italia a proprie spese e dopo pochi mesi di persistente trattativa, con una seconda nota del 12 gennaio 1885, l’ing. sir Andrew Noble direttore generale della casa, esprime la sua preferenza per Pozzuoli come sito ove localizzare la fabbrica; scartando così sia La Spezia che altre due località del golfo partenopeo, Castellammare di Stabia e Coroglio.
Noble ribadisce i precedenti accordi verbali e in cambio chiede garanzie al governo italiano, come l’offerta gratuita del materiale di pietra occorrente per realizzare i moli e le altre opere; manodopera gratuita, o a prezzo moderato, costituita dai detenuti presenti presso la Regia Cava di Pozzuoli; il diritto di spiaggia e una sufficiente dotazione di acqua.

Pozzuoli attrae per la posizione geografica e climatica particolarmente favorevole, per l’offerta di mano d’opera laboriosa ed a basso costo e per la presenza di infrastrutture ferroviarie che, tramite la Ferrovia Cumana permettono un facile collegamento con Napoli e con il resto d’Italia.
C’è una riunione cui partecipano l’ingegnere Sir Andrew Noble e il capitano Hubert Grenfel per la casa inglese, il sindaco cav. Giovanni De Fraia Frangipane e il segretario comunale avv. Spasiano per il Municipio di Pozzuoli, il conte ing Alfonso Sanseverino Vimercati Tadini prefetto di Napoli, e l’ing. napoletano d’origine inglese Lamont Young che funge da intermediario. Sembra che sia proprio Young a far scartare Coroglio, località su cui sta elaborando un vasto progetto edilizio residenziale, deviando la scelta su Pozzuoli dove è sempre lui che progetta sia il nuovo stabilimento che la vicina stazione della Ferrovia Cumana.
L’accordo è ben presto fatto e il seguente contratto tra l’Armstrong e il Comune di Pozzuoli prevede, inequivocabilmente, da una parte l’impegno della società di impiantare uno stabilimento per la costruzione di cannoni e cantieri navali, dall’altra l’impegno della amministrazione comunale a creare quelle che oggi potremmo definire “infrastrutture”.
Inoltre il Municipio si impegna, per soli tre anni, a consegnare la spianata della “Malva” per permettere all’Armstrong d’eseguire subito una fonderia di cannoni e un cantiere per la costruzione dei legni, tanto da guerra, che mercantili, ed ogni altro lavoro che sarà inerente a tale costruzione.  La ditta Armstrong potrà estendere questo cantiere sino a metri quattrocento di lunghezza a cominciare o dall’angolo della casa così detta “Pollio”, o da quella del fabbricato ora addetto alla industria della calce (Calcara) [2].

Nella bozza di contratto le navi da costruirvi, probabilmente le due cannoniere che arriveranno smontate da Newclaste, sono romanticamente indicate “legni”.
Lo scopo di questa cessione momentanea è poter dare adito alla Armstrong Mitchell & C di poter incominciare immediatamente le sue costruzioni navali prima che il nuovo cantiere sia pronto con l’intesa che, dopo tre anni, la Casa inglese dovrà riconsegnare al municipio, nel pristino stato, la contrada Malva.

Tra il 1886 e il 1888 il Comune di Pozzuoli acquista a proprie spese una superficie di 250.000 metri quadri destinati a sede della Armstrong; effettua il potenziamento delle strutture portuali ricostruendo l’antico molo caligoliano; rafforza le scogliere antistanti gli impianti e fornisce acqua potabile gratuita prelevata dall’acquedotto Campano, in attesa della riattivazione del Serino.
Unitamente alla deputazione provinciale provvede poi ad acquistare altri 28.000 mq per allargare, e nel contempo deviare più a monte, sia la strada Miliscola (superando seri ostacoli creati da un privato i cui terreni dovevano essere attraversati da questa via), sia la Ferrovia Cumana che correrà adiacente al costone della Starza.

L’obiettivo di un grande cantiere navale è, in un primo momento, fortemente sostenuto dal ministro Brin e resta centrale anche nella strategia di mercato dei dirigenti inglesi; il suo possesso garantirebbe un’integrazione produttiva sia nel campo militare sia in ambito commerciale, con la produzione di piroscafi.
E questo è anche uno dei motivi principali per cui il Comune di Pozzuoli si offre d’ospitare lo stabilimento garantendo, tra l’altro, decise esenzioni fiscali.
Dal contratto stipulato tra i rappresentanti della ditta inglese e del comune di Pozzuoli, emerge come la società di Newcastle s’impegna esplicitamente nella costruzione di un cantiere navale e l’accordo prevede che la casa inglese versi una cauzione di 50.000 lire al Comune, come garanzia che tale impegno sia realizzato entro tre anni.
L’ente locale considera decisiva, più che la fabbrica di cannoni, l’impianto di un vero e proprio cantiere navale ritenuto capace di stimolare la crescita del territorio con l’incremento delle attività mercantili, della pesca, dell’agricoltura, del turismo.
Il sindaco dell’epoca, De Fraia Frangipane che tanto si è speso nel favorire questo insediamento industriale, considera le costruzioni navali il vero volano capace di trasformare l’economia ed il futuro di Pozzuoli e dei Campi Flegrei.
Ben volentieri sindaco e giunta cedono alla volontà inglese d’acquisire una ulteriore porzione di territorio, inizialmente destinato dall’amministrazione comunale a ricevere strutture turistiche, da riservare ai previsti scali.
Si ritiene che il varo di unità militari, come mostrano le copertine dei giornali di tutta Europa, possa attirare la presenza di un vasto e scelto pubblico da convogliare in una nuova filiera turistica che fiancheggi ed incrementi i già esistenti flussi turistici archeologici e termo minerali.
In verità la presenza dello stabilimento Armstrong di artiglierie è già motivo di incremento del numero di alberghi puteolani (nascono il “Grand Hotel Bretagne Dawes”, “Hotel et Pension Armstrong” [3], “Grande Albergo Restaurant Miramare”) che affiancano i già esistenti alberghi e pensioni degli stabilimenti termali, ma si ritiene che un cantiere navale possa richiamare un più affascinato e vasto pubblico.

Sin dalla costruzione dello stabilimento, e prima di autorizzare la spesa per la realizzazione dell’opificio, il consiglio di amministrazione affida il compito di produrre un progetto per la realizzazione del cantiere navale all’ingegnere Charles Mitchell che vi effettua un sopralluogo nel 1886. Benchè il fondale del mare sia ritrovato di profondità inferiore alle aspettative, il problema è giudicato risolvibile con la decisione di acquistare la già citata porzione di spiaggia adiacente allo stabilimento. Mitchel presenta un preventivo di 23.000 sterline ai responsabili di Elswich (per costruire scali, gru, edifici e macchinari e adibire l’area a cantiere), ed evidenzia la convenienza a muoversi poiché in Italia è stata approvata una legge che prevede grossi premi per chi costruisce navi in ferro [4].

In questa occasione si valuta anche il progetto del direttore Sanderman, fortemente sponsorizzato da George Rendel, che prevede la costruzione di un molo di attracco, per corazzate e piroscafi, al fine di iniziare a organizzare i lavori e di sviluppare un cantiere, inizialmente con limitate capacità produttive, in vista di future commesse. A tal fine, per predisporre tali lavori, il consiglio di amministrazione stanzia una piccola somma pari a £ 3.000-4.000, vincolandola però all’autorizzazione del Ministro italiano della Marina.

Ma il ministro Brin è preso dai mille problemi che città, industriali, lobby e deputati gli stanno ponendo; problematiche di vario tipo sia da parte di possibili produttori d’armamenti, sia di già esistenti cantieri navali, sia di città che aspirano ad ospitare un così importante complesso industriale.
-      Le Acciaierie di Terni e i rappresentanti della città di Taranto e La Spezia affermano essere Pozzuoli e la sua costa indifesa da attacchi nemici.
-      Se ne lamentano anche le vicine città di Castellammare di Stabia e di Torre Annunziata che, tenendo in poco conto la solidarietà meridionale perché di già vantano cantieri navali e grossi opifici, aspirano a questi nuovi importanti investimenti.
-      Vi si oppongono i costruttori navali del nord ed a tal proposito una delegazione di tali industriali, appoggiati da deputati di Liguria e Toscana, si reca a Roma a conferire con il Ministro e ad assistere al relativo dibattito parlamentare. Della delegazione fanno parte i Cravero (cantieri navali a Genova), gli Orlando (cantieri navali a Livorno), gli Odero (cantieri navali a Sestri Ponente), i quali affermano che il contratto con l’Armstrong, nocivo all’industria nazionale, non deve essere firmato. Nelle tribune, nel corso del dibattito parlamentare si nota pure il sindaco di Castellammare e amministratori di altre città che aspirano all’eventuale insediamento.

Le suddette opposizioni sono ribattute da varie argomentazioni a favore, in special modo dal napoletano onorevole Rocco De Zerbi.
-      Per quanto riguarda la posizione strategica dello stabilimento puteolano si afferma che bastano due stazioni lanciasiluri, nel suo golfo, per difendere Pozzuoli che da sempre è stata sede di flotte militari; chi oserebbe spingersi fino a Miseno e fin dentro il Lago d’Averno? Il ministro Brin aggiunge che non ha dato privilegi, garanzie, commissioni; quindi non ha diritto d’imporre, come lo avrebbe avuto per un opificio governativo, la sede del nuovo stabilimento: Pozzuoli è stata scelta direttamente dagli inglesi.
-      Per quanto riguarda le pretensioni delle vicine cittadine napoletane si afferma che l’opificio più cantiere navale avrà necessità di oltre cinquemila lavoratori che la sola Pozzuoli, come pure Castellammare e Torre Annunziata, non potrà fornire. Sarà la vicina e popolosa Napoli che fornirà braccia per un cantiere ben collegato al capoluogo a mezzo della Ferrovia Cumana e della linea tranviaria.
-      Per quanto riguarda le obiezioni degli industriali del nord l’ufficiale di vascello De Luca, poi direttore dello stabilimento, rammenta che la Marina inglese fiorì e divenne potente invitando i principali costruttori di Pisa, Genova e Livorno a trasferirsi in Gran Bretagna. La casa di Newcastle già da mezzo secolo si occupa di produzioni di artiglierie; di conseguenza per raggiungere lo stesso livello di esperienza in questo settore produttivo, l’industria italiana dovrebbe impegnarsi in costose sperimentazioni per un lungo periodo. Quando mai, e di grazia, gli opifici italiani hanno fatto cannoni così potenti e così perfetti come quelli dell’Armstrong? 


 L’onorevole De Zerbi aggiunge che l’industria delle costruzioni navali non è un monopolio del settentrione. L’opposizione ad un cantiere navale, libero e privato non è opposizione ad uno straniero ma al mezzogiorno d’Italia. Non è paura di monopolio, ma è paura che il monopolio possa essere infranto.

Il ministro Brin fa notare che l’obbligo dell’Armstrong di costruire lo stabilimento non gli garantisce in cambio tutte le commesse future della Marina, ma solo una quantità limitata, terminata la quale la sua filiale italiana dovrà partecipare ai bandi di gara emessi dal Ministero, come tutte le ditte nazionali.
Inoltre il ministro afferma che la nascita di questa filiale potrà garantire la produzione di altre armi che la Marina acquista all’estero; in particolare i siluri, costosi congegni bellici di grande complessità che le industrie italiane non sono in grado di produrre. A riguardo, egli sottolinea ai deputati che l’orografia costiera di Pozzuoli, ricca d’insenature, si presta bene alla loro sperimentazione [6].

Nella sua replica, il deputato genovese Giuseppe Berio, comunica al ministro che il suo intervento non è diretto a tutelare dei meri interessi corporativi dell’industria cantieristica centrosettentrionale ma è volto a salvaguardare il lavoro dei cantieri liguri.
L’ammiraglio Brin cerca di rassicurare gli animi e afferma che certamente non può impedire alla ditta di realizzare un cantiere navale a Pozzuoli ma, tuttavia, la Marina non è tenuta a ordinargli dei materiali; garantendo che non sarebbero stati ordinati né motori marini né navi da guerra.
Inoltre fa notare come la sua costruzione richieda ingenti investimenti, non solo per realizzare gli scali, ma anche per gli impianti produttivi, diversi da quelli di uno stabilimento meccanico, e qualora un’impresa straniera volesse sostenerli lo avrebbe già fatto; cosa che non è avvenuta visto lo stato di arretratezza della marina mercantile italiana.

Il contratto, dopo varie modifiche, è approvato dal Consiglio Superiore della Marina, poi dalla Deputazione Provinciale, poi dal Consiglio di Stato, poi registrato dalla Corte dei Conti, poi firmato dal ministro Brin, infine firmato definitivamente da Mitchell e dalla Giunta Comunale di Pozzuoli il 3 maggio 1885, con una festa cui partecipa l’intera cittadinanza.
L’accanita opposizione di industriali e cantieri navali del centro-nord ha comunque raggiunto i suoi obiettivi costringendo il ministro Brin ad un decisivo dietrofront. La volontà degli Odero-Terni-Orlando (quel che poi sarà la OTO Melara) e che a Pozzuoli non bisogna costruire navi, e così sarà; il ministro non lascia intravedere nessuna possibilità di commesse e all’Armstrong saranno ordinati solo cannoni.
La mancata realizzazione del cantiere navale puteolano dimostra come le pressioni locali, vedi Taranto e Castellammare di Stabia, possano influenzare la politica navale nazionale; proprio perché il Governo è legato a queste comunità locali da interessi elettorali e clientelari e questo spiega anche il perché delle enormi difficoltà della Marina a liberarsi degli arsenali più inefficienti.

Dall’Inghilterra continuano ad arrivare navi cariche di macchinari e alla fine del 1886 è presentata la richiesta di costruire uno scalo ed un bacino di carenaggio, ma questa istanza ancora una volta incontra l’opposizione del ministro Brin che, con il suo voltafaccia, sostiene che lo scopo principale della concessione è ora solo per uno stabilimento metallurgico.
Ma l’idea di un cantiere navale non demorde, l’offerta di una maggiore gamma di prodotti avrebbe potuto ridurre il rischio d’impresa connesso ai momenti di bassa richiesta di artiglierie, e a questo scopo la direzione inglese ritiene necessario italianizzare il capitale dello stabilimento, rendendolo indipendente dalla casa madre. Tuttavia in seguito, seppure sia costituita “The Armstrong Pozzuoli Ltd” che rende formalmente indipendente lo stabilimento, non si riuscirà ad aprire la società al capitale italiano.

In effetti a Pozzuoli, a partire dal 22 febbraio 1887 ancor prima della costruzione di pezzi d’artiglieria, l’Armstrong inizia la sua attività proprio con la costruzione di due cannoniere, la Castore e la Polluce.
Sono navi da 678 tonnellate del tipo Rendel, con unico cannone da 400 millimetri, progettate dall'ingegnere dell'Armstrong Philip Watt, nel cantiere di Elswick; esse sono state ordinate dal Regio Esercito Italiano, ma poi cedute alla Regia Marina.
Nel cantiere inglese, le navi sono state smontate in varie parti e poi inviate a Pozzuoli, per il loro assemblaggio; varate nell’autunno del 1888, le due imbarcazioni entrano in servizio nel 1889, dopo il superamento dei collaudi [7].

Da questo momento in poi l’impianto puteolano è comunemente conosciuto come “Cantieri Armstrong di Pozzuoli”, e non come “fabbrica” o “stabilimento”, proprio per sottolineare la sua predisposizione alle costruzioni navali.
Anche la locale fermata della Ferrovia Cumana sarà chiamata “Cantiere” così come “Pozzuoli Cantiere” sarà la denominazione del vicino Ufficio Postale ed in seguito, anche quando questa grande fabbrica muterà, troppo spesso, ragione sociale, per i puteolani sarà sempre il “Cantiere”.

Purtroppo le due cannoniere menzionate saranno le uniche unità navali costruite a Pozzuoli, ma l’idea di sviluppare delle attività di costruzioni navali, tuttavia, continua a rientrare in una strategia d’integrazione d’impresa che include perfino la fondazione di società armatoriali.
In particolare, nel novembre del 1886, Mithchell informa di una proposta di costituzione di una linea di trasporto passeggeri operante nel Golfo di Napoli che avrebbe programmato l’ordine di 14 piroscafi, la cui costruzione poteva essere assicurata al previsto cantiere puteolano.
Nel gennaio del 1887, Albini propone la costituzione di una società armatoriale, partecipata anche da capitalisti locali, al fine di ottenere l’assegnazione di una convenzione postale dal Governo italiano, relativamente ai collegamenti tra l’Italia e il Giappone passando per vari porti dei “dominions” britannici.
L’idea è quella di utilizzare un contributo finanziario del governo britannico per integrare la spesa sostenuta dallo Stato italiano, nell’appalto delle comunicazioni marittime ad una compagnia privata. Coinvolgendo capitalisti italiani la direzione inglese prevedeva di ridurre l’ostilità dell’opinione pubblica verso la concessione di sussidi statali a società straniere.

Ancora nell’agosto 1888 la società armatrice “Crampa & Trigli” di Sorrento richiede allo stabilimento di Pozzuoli la possibilità di costruire due piroscafi in ferro e con armatura velica; richiesta che deve essere rifiutata non esistendo strutture idonee a tali costruzioni.
Nel settembre del1889 il consiglio di amministrazione della Armstrong discute la possibilità di acquistare il cantiere militare di Castellammare di Stabia che la Marina vuole dare in concessione a un’industria privata per concentrare la propria produzione a La Spezia e a Taranto. Ci si rinuncia perché questo cantiere è considerato piccolo e lontano da Pozzuoli; fattori che avrebbero reso difficile la sua gestione.

Anche se non è chiaro che consistenza possa avere il potenziale mercato di costruzioni navali, il colpo di grazia si ha nel 1890 quando, in contrapposizione con il pensiero del nuovo direttore di Pozzuoli, George Rendel che ancora auspica l’impianto di uno dei più importanti cantieri navali del Mediterraneo, si abbandona ogni progetto in tal senso e si dichiara di voler limitare i propri investimenti in Italia al solo stabilimento meccanico.
Il mercato italiano della cantieristica commerciale non è facile da affrontare; c’è un limitato volume d’affari, a causa della scelta delle società armatoriali di acquistare naviglio di seconda mano all’estero, specie in Gran Bretagna, al fine di incrementare i propri margini di profitto.
Vi è da considerare che un potenziale acquirente che ha una posizione egemone nel settore armatoriale, la Navigazione Generale Italiana, come pure altre importanti società armatoriale, solo raramente passano ordini di piroscafi alla cantieristica italiana.
In sostanza, senza la garanzia delle commesse militari della Regia Marina, la ditta di Newcastle difficilmente può esporsi ad un investimento così rischioso; pertanto continuerà a produrre navi da guerra e mercantili solo in Gran Bretagna dove c’è un più basso costo delle materie prime ed una meno elevata tassazione.

Nell’anno 1890, sull’ancora libero suolo inizialmente destinato ad ospitare il cantiere navale, l’Armstrong costruisce, per i suoi operai, case dotate di orticelli, una chiesa ed una cucina economica [8].

Nel marzo del 1891, il foglio locale “L’operaio” tratta l’argomento del mancato impianto del cantiere navale criticando l’operato della Armstrong che pensa a costruire di tutto ma non il cantiere. Sostiene che la direzione si è messa a costruire case-catapecchie al posto delle navi e danneggia i commercianti della cintura daziaria permettendo che nel luogo del lavoro siano impiantati magazzini alimentari e una cucina economica.
Nel contempo il giornale accusa la passata amministrazione comunale di non aver insistito per la costruzione di questo importante impianto, che avrebbe dato lavoro a migliaia di operai e che il suolo non è stato certo dato al simbolico prezzo di una lira a metro quadro per farvi costruire case e coltivare orti.
Successivamente, nel 1912, la mancata realizzazione del cantiere navale induce il comune di Pozzuoli a portare in giudizio la ditta di Elswick per non aver onorato il suo impegno. La citazione riporta che il comune s’era sottoposto ai notevoli oneri derivanti dal contratto esclusivamente in considerazione dei vantaggi che potevano scaturire dalla presenza del cantiere navale.

Certamente l’Armstrong ha dato un contributo importante allo sviluppo della occupazione ma, data la sua natura, non ha dato una spinta alla crescita delle attività economiche dell’area puteolana; l’industria pesante non crea indotto come potrebbe fare un cantiere navale.
L’Armstrong è stata una fucina di operai capaci di incrementare la cultura industriale locale e il cantiere di Pozzuoli ha avuto una funzione propulsiva per la nascita di un proletariato di fabbrica, portatore d’istanze di emancipazione sociale e politica.
Ma se il Municipio di Pozzuoli aveva acconsentito all’esproprio di una così vasta zona costiera, che altrimenti poteva essere utilizzata per scopo turistici, lo aveva fatto pensando all’impulso positivo che notoriamente danno i cantieri navali per le forze lavorative impiegate, per i motivi folkloristici che rappresentano, per la visibilità internazionale che creano.

Giuseppe Peluso


BIBLIOGRAFIA
Nicola Arbia – L’insediamento dell’Armstrong a Pozzuoli sui giornali dell’epoca – 1999
Maria Luongo – Lo stabilimento Armstrong di Pozzuoli (1895-1928) - 1987

Michele Pavino – I cannoni del Re: L’industria Armstrong in Italia – 2014

martedì 11 luglio 2017

La Villa di Livia


La Villa di Livia
e
figlio ‘ra gallina janca”

Pozzuoli vanta, tra gli immensi reperti archeologici, i ruderi di una villa imperiale che si vuole essere stata residenza estiva di Livia Drusilla, moglie di Ottaviano Augusto primo imperatore romano [1].

Augusto nell’anno 41a.C. ripudia Clodia, la prima moglie e sposa Scribonia; due anni dopo si innamora della bellissima Livia, appartenente ad una delle più illustri famiglie patrizie romane. Livia è la moglie di un certo Tiberio Claudio Nerone dal quale ha avuto il primogenito di nome Tiberio (che sarà imperatore alla morte di Augusto suo padre adottivo) ed è in attesa del secondogenito Druso (che sarà un importante politico e militare).
Ottaviano la porta nelle sue nuove case, quella romana e quella puteolana, unitamente al di lei figlio Tiberio ed a sua figlia Giulia avuta dalla seconda moglie Scribonia.
Svetonio racconta che Ottaviano non ha nessun figlio da Livia, benché lo desideri moltissimo; Livia ha una gravidanza, ma il bambino nasce prematuramente e non sopravvive.

Della villa puteolana di età imperiale ma posteriore all’epopea di Livia [2], 

oggi rinomata “location for events”, sappiamo che in una sala absidata vi fu rinvenuta una statua marmorea in cui l’imperatrice è immortalata come “Livia Fortuna”. Ovvero nelle vesti di Dea della Fortuna, e questa scultura, unitamente al gruppo di Dioniso e Pan, è conservata al “Copenaghen Ny Carlsberg Glypthotek”. Altri reperti ritrovati in questa villa sono invece conservati al “Museo Archeologico dei Campi Flegrei” di Baia.

Della villa romana sappiamo che è stata ritrovata nel 1863 in un area ove per vari indizi già si presumeva si trovasse la villa suburbana di Livia [3].

Essa è menzionata da vari scrittori antichi, nella zona di Prima Porta, dai quali apprendiamo che era detta “ad gallinas albas” (alle galline bianche) a causa di un prodigio che qui s’era verificato.

Nell’imminenza dello sposalizio della coppia imperiale un aquila che ha rapito una gallina bianca, che nel becco stringe un ramoscello di alloro, la lascia cadere in grembo a Livia.
Plinio, nella “Naturalis historia”, e Svetonio, nel “De vita duodecim Caesarum”, narrano che su indicazione degli aruspici Livia fa allevare la gallina che ha una numerosa progenie; l’imperatrice vieta di uccidere questa discendenza, per trarne gli auspici, e ben presto la villa diventa famosa con il nome “Alle Galline Bianche” [4].

Nel contempo Livia pianta nella villa quel ramo di lauro, fornite di bacche; ne nasce un boschetto di alloro, il “laurentum”, da cui gli imperatori colgono le fronde utilizzate per celebrare i trionfi [5].

Diventa tradizione, per chi festeggia le vittorie, piantare subito un altro alloro nello stesso posto di quello utilizzato e ben presto si nota che quando un imperatore muore inaridisce anche l’albero che ha piantato.
Poi nell’estremo anno di vita di Nerone, ultimo della dinastia “Giulio-Claudi”, non solo si secca tutto il laureto fino alle radici, ma muoiono anche tutte le galline.

Da allora i Latini definiscono “bianchi” gli avvenimenti felici e collocati sotto buoni auspici e “neri” gli avvenimenti opposti. Ancora noi, loro discendenti, utilizziamo il bianco per i momenti felici (battesimi, nozze, etc) e il nero per i momento non felici (funerali, lutto, etc).
Giovenale nelle sue “Satire” scrive:
“Quia tu gallinae filius albae, nos viles pulli, nati infelicibus ovis” (Poichè tu sei figlio della gallina bianca, noi siamo poveri pulcini nati da uova disgraziate).
Il Poeta allude alla diversa sorte degli uomini: alcuni nascono sotto una buona stella, altri sotto un’infausta cometa. 

L’imperatrice Livia, che in seguito sarà divinizzata, incarna tutti coloro che godono di una fortuna rara e provvidenziale; e questo è il motivo per cui la Livia puteolana è rappresentata sotto le vesti dell’abbondanza e della Dea Fortuna [6].

Alzi la mano chi tra noi, rivolto verso qualche parente, amico o semplice conoscente che si ritenga una persona particolare con diritto a tutti i privilegi, non abbia mai pronunciato la frase:
“Chi credi di essere? Sei forse figlio della gallina bianca?”
Ovvero in dialetto: “sì u’ figlio ‘ra gallina janca?”

Giuseppe Peluso