martedì 3 settembre 2013

La Scuola San Marco








Il San Marco
La scuola delle monache negli anni ‘50


Nei primissimi anni ’50 inizio a frequentare quella che è chiamata la scuola delle monache. Trattasi del San Marco, ovvero del “Collegio Vescovile Sacro Cuore” presso cui ha sede l’Istituto Parificato San Marco.
Qui è possibile ultimare il completo ciclo scolastico dall’asilo infantile alla maturità classica. Alla scuola media, al ginnasio ed al liceo classico possono accedere solo ragazze dagli undici ai diciotto anni; ma la scuola materna e la scuola elementare sono frequentati da bambini e bambine dai quattro ai dieci anni. L’asilo infantile, un unico grande ambiente che dalla strada pubblica appare come seminterrato, è praticamente a livello con il cortile interno adornato a giardino. All’asilo si accede da questo cortile ma lo si può raggiungere anche scendendo le scale situate vicino l’ingresso dell’Istituto. Allo stesso livello dell’asilo trovasi il grande refettorio con la contigua cucina. Le aule delle elementari sono al piano rialzato e sono cinque, tante quante le classi, dalla prima ubicata lontana in fondo al lungo corridoio fino alla quinta situata vicina all’entrata; sempre mi son domandato perché non fossero disposte in modo inverso, così da far risparmiare strada ai più piccoli. La quinta classe viene così a trovarsi vicino al grande ufficio dove la Madre Superiore svolge la sua funzione di direttrice. A questa “direzione” si accede dal citato vasto ed accogliente ingresso.
Al primo piano, già zona tabù per il sesso maschile, troviamo le aule occupate dalle tre classi di scuola media e dalle due classi del ginnasio. Al secondo piano le tre classi del liceo e le camerate occupate dalle “interne”; così chiamiamo le ragazze che vivono in collegio. Al piano più alto, già zona di clausura, si trovano gli ambienti occupati dalle stesse suore. Il complesso è, allora come oggi, imponente perché comprende anche l’annessa chiesa di San Marco, numerosi corridoi, molte scale, depositi e vari ambienti semibui. Tutto contribuisce a farlo apparire immenso e misterioso ai bambini che lo frequentano.
L’anno scolastico dura oltre nove mesi, dal primo ottobre fino a tutto giugno e, poiché ci si fa ricreazione e doposcuola, l’uscita è fissata alle ore 15,45.
Il sabato si va a scuola, ma il giovedì si resta a casa come la domenica.
Il mio asilo inizia nell’ottobre del 1952 e la mia prima maestra è una monaca, che fa tutto da sola, scelta in questo delicato ruolo per avere al suo attivo, tra tutte le sorelle presenti al San Marco, il più basso grado d’istruzione.
La piccola suora ci legge qualche storia di genere religioso e per il resto o facciamo un po' di “casino” o ci fa "dormire"; cioè dobbiamo stare fermi con le braccia acciambellate sul banco, la testa china e gli occhi chiusi. Non ci sono giochi, non c’è materiale didattico; verso fine anno per farci esercitare a tenere bene  la penna ci fa riempire pagine e pagine di aste, le famose “mazzarelle”. Al bagno ci si va tutti assieme, a due a due tenendosi per mano, maschietti e femminucce, poi ordinatamente si attende il proprio turno sollecitando chi è già in bilico su quei piccoli servizi igienici.
C’è poi il pranzo in piatti di stagno; zuppe e minestre che non mi piacciono, servite nel comune refettorio. Il problema è il dopo pranzo, quando c’è una lunga ricreazione e chi ha portato qualcosa da casa, e ha ancora fame, può mangiarla. Durante questo riposo la monaca scompare e si chiude a chiave in una vicina stanza; una volta guardammo dal buco della serratura e vedemmo la monaca in camicione e senza il velo in testa. Poi da una giovanissima aiuto bidella, che di tanto in tanto entrava a controllarci, sapemmo d’aver fatto peccato mortale. Non ci sono urla, schiamazzo o disastro che faccia ricomparire la nostra suora prima di un’ora abbondante. Ma è pur vero che a questa monachella debbo l’aver appreso tante piccole ma utili cose. A lei debbo il saper ben sbucciare un’arancia, conoscere “l’Inno di Mameli” ed anche il saper bere da una fontanella, come quella posta nel cortile dove ci porta nelle belle giornate.
Ricordo che una primaverile mattinata del 1953 ci conduce nel refettorio trasformato in sala cinematografica. Ci sediamo sulle piccole seggiole, le porte vengono chiuse, gli stretti ed alti finestroni oscurati da pesanti drappi, si spengono le luci ed inizia la proiezione. Ad un certo punto della visione si sentono i leoni ruggire; i loro versi sono ampliati dagli altoparlanti posti alle nostre spalle e rimbombanti nell’ambiente chiuso. Nella trama del film le belve arrivano in un anfiteatro sbucando dalle laterali aperture poste sotto le tribune, ci sembra sentirli saltare dagli alti finestroni del refettorio e appaiano intenzionati a sbranare proprio noi e non i cristiani al centro dell’arena. Pianti, grida, tentate fughe verso le sbarrate porte; si è costretti a sospendere la proiezione del film (anni dopo ho capito trattarsi di Quo Vadis) e riprenderla solo dopo aver calmato i piccini; annullando comunque la proiezione delle fatidiche scene che hanno reso “Kolossal” questa pellicola.
Ancora film durante tutti gli anni delle elementari; sempre nel refettorio, con pellicole come “Marcellino pane e vino” o “Senza Famiglia”, ancora scelte dalle monache, ma sicuramente meno traumatiche.
L’anno seguente quasi tutti noi dell’asilo passiamo al piano superiore dove resteremo altri cinque lunghi anni per frequentarci la scuola elementare.
Mi ritrovo con una insegnante civile; la classe è numerosa, oltre quaranta bambini, ed ancora oggi mi sorprende la dolcezza, la severità, l’autorevolezza e l’impegno della maestra Maria Di Matteo, sorella dell’allora sindaco di Pozzuoli, e di come sia riuscita a far leggere e scrivere un così elevato numero di allievi. Con tutti questi scolaretti, ben 41 nella foto di seconda (oltre qualche assente tra cui sicuramente Fulvio La Rana e mia cugina Rita), sono rimasto in amicizia o almeno ci si rivede ben volentieri; qualcuno è lontano da Pozzuoli e qualche altro ci ha lasciati per sempre; tranne il ricordo.
Della mia classe rivedo i neri banchi di legno con agganciata una panca per sedersi e poi la cattedra della maestra posta in alto, su di una pedana. La lavagna non è fissata al muro, ma ha dei supporti e può essere girata. Su di essa vedo per la prima volta le lettere dell’alfabeto e su di essa faccio i primi conti.  La mia cartella è rigida, di colore marrone, senza disegni, senza colori; sembra una piccola valigetta. Nella cartella il corredo scolastico composto da poche cose: quaderni, libri di testo, l’album da disegno e astuccio; quest’ultimo di legno, adatto a raccogliere i pennini, le penne e i pastelli. Non esistono pennarelli, non usiamo la colla. I quaderni sono tutti piccoli, non ci sono né quadernoni né diari, e non esistono copertine colorate come adesso; esse sono di cartoncino nero e quando il quaderno è chiuso si vede una sfumatura rossa lungo i bordi. Ogni quaderno ha poi un foglio di carta assorbente, da usare ogni qualvolta si finisce di scrivere una pagina. Quelli a righe sono di diverso formato a seconda dell’anno che si frequenta; quelli a quadretti sono unici e nell’ultima pagina c’è un bel quadrato con scritte le “tabelline”. Come libro il solo abecedario in prima e in seconda elementare; un libro di lettura ed un sussidiario, che contiene le diverse materie, dalla terza alla quinta.
Le penne stilografiche sono rare e costose e si usa la penna col pennino e l'inchiostro. I pennini sono di due tipi, “ciucciariello” per le scritture semplici giornaliere e “cavallotti” per la “bella copia”. Ogni tanto viene la bidella "Titina" con una bottiglia nera col beccuccio e ci rabbocca i calamai di vetro inseriti in un buco situato sul piano dei banchi. Questa operazione porta Titina ad una giornaliera distribuzione di scappellotti destinati principalmente al mio compagno di banco Aldo Maddaluno che ha trasformato i calamai in una indesiderata piscina per le mosche catturate con molta destrezza. Ovviamente le macchie su dita, grembiuli, quaderni e libri, sono all'ordine del giorno;  il tutto per la gioia delle nostre mamme.
Chi non sta attento, disturba e non si comporta bene, finisce in castigo dietro la lavagna, sta in piedi a guardar per aria più di mezz’ora, una vera noia; per le cose più gravi la maestra fa mettere le mani sul banco e le bacchetta con un legnetto lungo e sottile.
Nell’aula c’è un capoclasse che tiene la disciplina durante le assenze della maestra. La procedura è la seguente: non appena la maestra esce il capoclasse, o meglio la capoclasse perché tale è quasi sempre stata in tutti i miei anni di elementari, con il gesso divide la lavagna in due parti ed in alto alla prima colonna scrive ”BUONI” ed in alto alla seconda scrive “CATTIVI”. Tutti debbono mettersi "con le mani conserte" sul banco o in posizione di riposo con le mani unite dietro la schiena. La capoclasse va alla lavagna e segna il nome di chi parla o si agita. Se l'infrazione è ripetuta, mette una linea sotto il nome e poi, e qui risalta la sua delicata funzione, riporta a sinistra il nome di quei pochi che si son ben comportati. Al ritorno della maestra vengono impartite a ciascun "segnato nella lista di destra" un numero di bacchettate sulle mani pari al numero di linee più uno. La bacchetta, usata per impartire la punizione, qualche volta l'ho "assaggiata" anch’io, nonostante fossi tranquillo e sempre cercavo di non rendermi antipatico alla capoclasse. Ricordo il bruciore intenso sulle mani… ma c’è tanta disciplina, grande stima per la maestra, tante regole da rispettare. Quando in classe entra la direttrice, oppure altre maestre, la capoclasse dice “ATTENTI!” e noi tutti scattiamo in piedi aspettando il segnale di “RIPOSO” per sederci.  Ai “segnalati nella lista di sinistra”, qualche particolare giorno, va l’ambita fascia tricolore che si indossa come quella dei sindaci. La si mostra con orgoglio a casa ed agli amici perché generalmente è rilasciata come testimonianza dell’aver studiato con diligenza.
D’altronde se non si è svelti ad apprendere si va incontro a drastici metodi pedagogici. La maestra arrotola due fogli di carta a forma di imbuti (cuoppi) che poi schiaccia trasformandoli in due lunghe orecchie da asinello. Ricordo il giorno, ero in quarta, che sono state fissate vicino alle mie orecchie a mezzo di due mollette ferma capelli da femminuccia. Ho fatto il giro di tutte le altre aule delle elementari dove la capoclasse che mi accompagna bussa ed una volta entrata invita la scolaresca a strillarmi per tre volte “asino, asino, asino”. Tutti gridano con entusiasmo, solo mia sorella, che si trova in terza elementare, è ammutolita; una volta a casa riferisce del triste spettacolo.
La guerra è terminata solo da pochi anni ed alle pareti, accanto alla carta geografica (che ancora riporta come italiane Pola, Fiume e Zara) due manifesti: uno per i funghi velenosi e l'altro per gli "ordigni bellici". Si sa che i bambini sono curiosi pertanto l’invito è a non toccare né gli uni, né gli altri. Ancora si racconta di invalidità provocate per la imprudente raccolta in strada, o nelle campagne, di esplosivi apparentemente somiglianti a giocattoli.
A mezzogiorno bisogna raggiungere il refettorio in fila ed in silenzio. In linea di massima si mangia quasi sempre pasta o minestra, una confezione piccolina di marmellata cotognata oppure un formaggino, un panino e una mela; il tutto di provenienza “UNRRA” (United Nations Relief and Rehabilitation Administration).
Durante la ricreazione spesso ci sono cricche di bambini grandi, quelli che frequentano le classi “superiori” che se la prendono con i più piccoli; minacciano e poi picchiano; anche se la maggior parte non lo fa con violenza, il risultato è immaginabile.
Intanto gli anni passano e cambiano anche i fiocchi che portiamo al bianco colletto e che le femminucce hanno anche tra i capelli; rosso in prima elementare, giallo in seconda, verde in terza, blu in quarta e verde – bianco – rosso (il tricolore italiano) in quinta elementare. Da ricordare che nelle scuole pubbliche si sostengono gli esami solo in seconda ed in quinta (oggi, nemmeno più quelli di quinta per il passaggio alla scuola media) ma noi della scuola delle monache gli esami li facciamo tutti gli anni ed alla presenza di Rosario Baldanza, Direttore del Circolo Didattico, che viene apposta in sede.
Nostra direttrice e madre superiore negli anni ’50 è suor Maria Graziani, originaria della provincia di Frosinone, sorella del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani. Ella nasce in una famiglia borghese, con il padre medico condotto, e viene indirizzata inizialmente dai genitori verso gli studi religiosi presso un istituto femminile di Subiaco. La ricordo nelle sue giornaliere visite alle varie classe e ricordo la sua frase che sempre pronuncia nell’accomiatarsi: “Bambini pregate affinché Gesù mi faccia diventare Santa”. Noi bimbi abbiamo pregato tanto per lei, però dubitiamo d’essere riusciti ad aiutarla.
Foto n. 1 – Cartolina ufficiale San Marco

Foto n. 2 – 1954/1955 - Seconda elementare

Foto n. 3 – Manifesto ordigni bellici

Foto n. 4 – 1957/1958 – Quinta elementare

Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 20 aprile 2013


martedì 23 luglio 2013

Ezechiele Guardascione








Ezechiele Guardascione

Ombre e crepuscoli di un paesaggista flegreo



Insieme a Pasquale Manduca, Vincenzo Ciardo, Giovanni Brancaccio, Leon Giuseppe Buono ed al più giovane Salvatore Volpe, Ezechiele Guardascione appartiene alla Scuola Puteolana di Pittura conosciuta come Gruppo Flegreo.
Ezechiele nasce a Pozzuoli il 2 settembre 1875 da Vincenzo, proprietario terriero, e da Rosa; la sua giovanile formazione di pittore si svolge all'Istituto di Belle Arti di Napoli, all'epoca in cui ancora vi insegna Domenico Morelli. In questa scuola è accolto, su segnalazione del commendatore Alfonso Simonetti, da Filippo Palizzi che lo accetta senza esitazioni al suo corso di pittura. Tale insegnamento lo conduce a preferire il tema del paesaggio ed in particolare le marine del porto di Napoli e Pozzuoli nelle ore misteriose e silenti. Diventa un impressionista d’ingegno vivace e versatile e lavora con la stessa disinvoltura a tempera ed a olio.
Vive a Pozzuoli fino alla fine dell’ottocento partecipando alla vita culturale della città intrecciando fertili rapporti con colleghi artisti e letterati, ospiti della sua casa che svolge funzione di cenacolo culturale. Nel 1892 è tra gli autori del giornale “Don Checco” diretto da Raimondo Annecchino. Ezechiele è responsabile della cronaca e vi pubblica  le gustose “macchiette puteolane” che ritraggono tipiche figure popolari. Risale al 1898 la sua partecipazione all'Esposizione Nazionale di Torino con il dipinto “Nel pantano” raffigurante una veduta della tenuta reale di Licola, attualmente a Napoli nel Palazzo della Provincia, che ottiene il primo premio.
Agli inizi del Novecento sposa Giovanna Scattoni, di nobili origini, dalla quale ha due figli, Vincenzo e Francesco. A partire da questo periodo Guardascione alterna l'attività di pittore a quella di critico, insegnante e promotore della cultura artistica napoletana; dedicandosi con sempre maggior impegno a questi campi e riducendo la partecipazione alle esposizioni.
Nel 1910 inizia ad operare da uno studio galleggiante; una chiatta messa a sua disposizione da un industriale del carbone, il commendatore Roberto De Sanna. Costui, che per un certo tempo è stato anche impresario del teatro San Carlo nonché amico ed ispiratore di Eduardo Scarfoglio, è il padre della signorina Maria De Sanna che nel 1918 acquista dalle sorelle Ferraro, Maria e Immacolata, il Casino Ferraro sito in località la Starza a Pozzuoli. Guardascione racconta che quando Roberto De Sanna vede alcune sue macchie di Napoli gli domanda se per caso conosce il lato del porto dove attraccano i grandi vapori del carbone. “Andate mi disse, telefonerò al capo guardiano che si mette a vostra disposizione. Così ebbi una vecchia zattera sulla quale era stata costruita una specie di baracca che venne imbiancata al mio arrivo”.
Le marine e le scene di porto sono i temi preferiti di quegli anni; le opere dipinte costituiscono un’interpretazione visionaria della vita portuale di una grande città, che Guardascione rende attraverso un colore fuligginoso, mentre le forme si impastano in un’atmosfera grigia, in cui emergono, come fantasmi, sartiame, gru, fumaioli, in un intrigo fitto di segni neri che danno un senso dinamico ed inquieto.
Nel 1911 espone la sua opera “Il Porto” alla XXXIV Promotrice Salvator Rosa che è premiata dal Regio Istituto di Incoraggiamento e acquistata dal suo presidente Achille Minozzi. Il dipinto, impostato secondo un taglio orizzontale che suggerisce quiete e attesa, presenta barche e zattere alla banchina nell'ora serale. Dello stesso periodo e di affine sensibilità è “Sera”, custodito dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, in cui delle baracche di pescatori sono avvolte dalle ombre crepuscolari.
Negli anni immediatamente precedenti e successivi alla prima guerra mondiale partecipa sporadicamente a esposizioni collettive di interesse nazionale, nel 1921 espone quattro dipinti alla prima ed unica edizione della Biennale Nazionale di Napoli. Al 1924 risale la sua prima partecipazione alla XIV Biennale di Venezia, dove presenta il dipinto intitolato “Sera a Pozzuoli”, oggi nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna.
Ma ora gli interessi dell'artista si rivolgono prevalentemente alla critica; conosce Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo, che gli accordano la loro protezione e amicizia; nel 1924 pubblica, per Laterza di Bari, il volume “Gioacchino Toma - Il colore in pittura”. Il saggio, che riscuote un certo successo editoriale e l'apprezzamento di storici e critici d'arte, tende a rivalutare la figura del pittore ottocentesco. Il Guardascione volge in senso positivo le critiche che nei decenni precedenti hanno decretato un declino critico della figura di Toma e tra queste, in primo luogo, quella relativa alla sua sobrietà cromatica, che ne fa un pittore atipico e contestato dell'ottocento napoletano. Ezechiele individua nel frequente ricorso ai toni di grigio da parte di Toma non già una lacuna nell'uso del colore, quanto piuttosto l'efficace espressione di ambientazioni intime e di stati d'animo sommessi.
Tra coloro che si interessano al saggio di Guardascione spicca Ugo Ojetti, con il quale intrattiene, a partire da questa data, una lunga corrispondenza. Il carteggio inedito (Roma, Galleria nazionale d'arte moderna, Archivio storico, Fondo Ojetti) evidenzia la profonda ammirazione di Guardascione per il celebre critico e la costante ricerca della sua approvazione.
Nel 1927 Guardascione redige per l'Enciclopedia Italiana, su commissione di Ojetti, la voce biografica sul pittore Costanzo Angelini; nell'anno successivo, traendo spunto da una riflessione sugli scritti di Ojetti e dagli scambi epistolari con quest'ultimo, Ezechiele pubblica un articolo fortemente critico sull'opera di Vincenzo Gemito.
Il breve saggio, apparso sul secondo numero della Rivista di Cultura, suscita nell'ambiente artistico napoletano delle vivaci proteste, culminate nella richiesta, da parte della Federazione Provinciale dell'Artigianato, di estromettere Guardascione dalla Biennale di Venezia, dove è stato selezionato quell'anno con un quadro intitolato “Castello e barche”. Nello studio su Gemito Guardascione intende ridimensionare la figura dell'artista nel momento della sua massima celebrità, pur riconoscendone la felicità degli esiti nei ritratti di popolane e in talune sculture; in particolare Guardascione, uomo antiretorico e spregiatore dell'ipocrisia in arte, ritiene sopravvalutate le doti di Gemito quale disegnatore, così come le famose superfici materiche delle sue sculture. A una lettura odierna il saggio pressoché dimenticato del Guardascione appare frutto di un punto di vista originale e coraggioso per il tempo in cui vede la luce, oltreché godibile sotto il profilo letterario per il lessico ricco e avvincente. L'eco del contenuto dell'articolo deve essere stato grande se in una lettera a Ojetti del 12 aprile 1928 Guardascione afferma essere andato a Roma da Cipriano Efisio Oppo, direttore della Quadriennale di Roma, e da Margherita Sarfatti per trovare protezione dopo le polemiche sorte dalla pubblicazione del saggio. La partecipazione alla Biennale del 1928, oltre a essere coronata dalla vendita del dipinto esposto, acquistato da Attilio Piscitelli così come attestato dalla lettera che Guardascione scrive a Ojetti ringraziandolo per le belle parole di recensione, vede il pittore impegnato al fianco di Ojetti nella selezione dei dipinti napoletani del XIX secolo, per la mostra sulla pittura ottocentesca italiana che vi si tiene.
Particolare e degna di nota, negli anni venti e trenta, la sua attività di scenografo e decoratore di saloni secondo un gusto neobarocco.
A Napoli dipinge le sovrapporte del caffè Gambrinus con paesaggi e affresca con scene capresi d'ispirazione settecentesca il vestibolo della Banca Commerciale Italiana nello storico Palazzo Zevallos Stigliano. Sue sarebbero le perdute decorazioni dell'Hotel des Palmes di Palermo, delle Terme di Fiuggi e del Palace Hotel di Roma.
Nel contempo la sua produzione pittorica, in cui i paesaggi del golfo di Napoli sono soggetto quasi esclusivo, sono ora presentati con una tavolozza rischiarata e con inquadrature rese con una pennellata veloce e liquida.
Tra i suoi allievi di questo periodo troviamo il pittore Luigi Bellini (1912-1989), uno degli ultimi artisti della Scuola di Posillipo.
Convinto fascista, nel corso degli anni trenta, Guardascione riveste un importante ruolo culturale attivandosi per iniziative a favore dell'Opera Nazionale fascista e scrivendo su riviste vicine al partito. Tra il 1934 e il 1935 firma alcune pagine critiche di rilevante interesse storico, tra cui un violento attacco all'arte novecentista colpevole di spacciare per originalità istanze di stile e di contenuto già appartenute a precedenti movimenti e già risolte storicamente. Queste appaiano nella rivista guidata da Giovanni Preziosi, ”La vita italiana”, e tra esse ricordiamo “Quale sarà la pittura del Novecento?”  del giugno 1934; “Il palazzo del littorio” del dicembre 1934; “La II quadriennale d'arte”  del marzo 1935.
Guardascione è uomo eclettico e incline al cambiamento. Si diletta di poesia e raccoglie un'importante collezione di statuine settecentesche da presepe con la quale allestisce presepi scenografici a scopo benefico per le opere assistenziali del partito; a Milano nel 1930 e nel 1934 quindi presso i Mercati Traianei a Roma (1931 e 1936) e ancora a Bari (1938), riscuotendo un grandissimo successo. Nel 1934 pubblica a Napoli un piccolo libro dal titolo “Il presepe” dal quale riprendiamo:
 “La costruzione del presepe napoletano non dipendeva sempre dalla volontà o dalla sensibilità dell’ artista. Molte volte questa libertà veniva troncata, o mutata, perché interveniva spesso il proprietario e i suoi capricci. Interveniva la moglie, intervenivano i figli e si aggiungevano le più strane e buffe particolarità. Qualche volta il divino pargoletto nasceva ai piedi del Vesuvio in eruzione e, sullo sfondo, attraverso gole di montagne simili a masse di lava raffreddata, si scorgeva la linea del Vulcano, dalla cui sommità, con un gioco di luce rossastra, scorreva la terribile e prepotente lava. E così molte volte anche le stagioni erano capovolte. Dal dicembre si passava con un gioco magico alla primavera; case con tetti ricoperti di neve, accanto ad altre, sui cui ampi loggiati infiorati e ombreggiati da pergole fiorite, al suono di nacchere a tamburelli, si ballava la tarantella.”
Ezechiele sfrutta queste manifestazioni di richiamo per promuovere la sua pittura; nel 1936 espone alcuni paesaggi a Milano, presentato da Elena Somarè, presso la Casa d'Artisti, mostra che gli vale l'acquisto di due dipinti da parte del Museo Civico d'Arte Moderna; nel 1938 vi è una sua personale anche a Bari.
Riporta Curzio Malaparte, in un ritratto del Guardascione tratteggiato nel “Corriere della Sera”, che il pittore realizza un grandissimo telone decorativo (m 20×20) per la Triennale d'Oltremare tenutasi a Napoli nel 1940, dove raffigura "una prospettiva marina, con navi, e moli, e torri, e monti a picco e nuvole", secondo i temi a lui congeniali e con una tavolozza delicata di verdi e azzurri. L'opera, perduta, è forse l'ultimo grande impegno pittorico di Guardascione, che nel 1943 scrive per l'editore fiorentino Sansoni, con prefazione di Alfredo Gargiulo,  il volume “Napoli pittorica. Ricordi d'arte e di vita”, in cui raccoglie memorie autobiografiche e alcuni articoli, già apparsi in varie riviste, sull'ottocento pittorico napoletano; epoca che egli ritiene di massima gloria artistica. Libro interessante, da leggere tutto d’un fiato, con gustose note di vita puteolana. Amedeo Maiuri, nella prefazione al suo saggio sulla “Cena di Trimalchione”, riferisce che le figure della Cena, scritta da Petronio Arbitro, sono identiche ai personaggi napoletani descritti nelle saporose e colorite pagine del libro di Ezechiele Guardascione. Afferma che c’è molta affinità, nonostante i duemila anni trascorsi, e che dopo tutto la graeca urbs è Pozzuoli e non Napoli; continua con la constatazione che Ezechiele del resto è, prima d’essere napoletano, puteolano.

Personaggio stravagante, benevolmente definito Ingordo Autodidatta da Gianni Race, Guardascione è una figura ancora da indagare; la causa principale del disinteresse storiografico e critico è da ricercare verosimilmente nella sua compromettente e piena adesione al fascismo.
Muore a Napoli il 23 novembre 1948 e questo comune dedica alla sua memoria una piazzetta di Ponticelli, già detta di San Rocco, situata sul retro dell’ospedale “Villa Betania”.
 
Bibliografia
Maura Picciau – Ezechiele Guardascione - Dizionario Biografico degli Italiani
Gianni Race – Pozzuoli, storia, tradizioni e immagini
Lucia Lopriore – I duchi di Sangro, storia della famiglia
Gennaro Chiocca – Collezione privata

 Pozzuoli Magazine del 6 aprile 2013

mercoledì 3 luglio 2013

Ci vergogniamo di Mamozio?






Ci vergogniamo di Mamozio?
Eppure piace più di Pulcinella e fa paura a San Gennaro


Tra settecento ed ottocento tutte le guide storiche di Pozzuoli e delle sue antichità parlano di una delle meraviglia che assolutamente bisogna vedere in questa cittadina, il Santo del paese.
“La piazza di Pozzuoli resta a mano sinistra in entrare nella porta della città, la di cui strada, per la quale con dolce declivio vi si scende, pur ora conserva il suo antico nome di pendio di mare, giacchè un tempo fin qui sotto giungevano le sue acque.
Nel mezzo della piazza evvi una fontana fiancheggiata da due statue colossali di bianco marmo, poste una in prospetto dell’altra. La statua alla dritta fu fatta scolpire dalla Città in onore del suo Vescovo Monsignor Martino di Leon per i molti benefici da esso Prelato ricevuti….
L’altra di prospetto è un’antica statua consolare ben panneggiata. Si vuole di Q. Flavio Egnazio Lolliano per una iscrizione incisa nel fronte del piedistallo…”
Chi entra oggi nella piazza (della Repubblica) non trova più traccia di questa seconda bianca statua, popolarmente conosciuta come Santo Mamozio, che pure ha segnato Pozzuoli ed i puteolani. Questa mancanza è susseguente ai lavori di bonifica e innalzamento eseguiti tra il 1913 ed il 1923 quando, esattamente nel 1918, la statua è riposta presso l’anfiteatro puteolano in attesa di nuova sistemazione.
Vedovare la maggiore piazza di Pozzuoli della statura di Q. Flavio Egnazio Lolliano, divenuta nel frattempo celebre in tutta Italia ed all’estero, sembra essere stata una profanazione che storici e sociologi ancora ci deplorano.
Ma, senza voler nascondere una scottante verità, per tutti noi puteolani Mamozio sembra essere stata una beffa atroce; tanto da esserne perseguitati tutta la vita. Pertanto non pochi credono che la statua sia stata seminascosta dall’allora amministrazione pubblica per proteggerla da possibili danni che potessero procurargli nostri compaesani che per sua causa si sentissero burlati al di fuori dei confini comunali. E questa ipotesi è suffragata da rievocazioni e comportamenti; tanto più che l’altra statua, quella del vescovo Martino, è ritornata (anche se transitando prima per piazzetta Cesare Augusto e poi per i giardinetti antistanti la chiesa del Carmine) nella piazza di Pozzuoli.
E’ noto che la statua, attribuita al console romano Lolliano Mavorzio per via d’una iscrizione inserita nel suo piedistallo (che probabilmente reggeva altra statua molto più piccola), è ritrovata a Pozzuoli nel 1704 senza testa. Il monumento viene collocato nella piazza principale e, come d'uso all'epoca, il capo mancante è reintegrato; ma da una testa sproporzionatamente piccola rispetto al corpo, il che gli conferisce un'aria imbambolata e buffa.
Intanto il nome Mavortio è distorto dai puteolani in Mamozio e poi il popolino, iniziando ad adorarlo, all’istante lo promuove da console a santo e così lo battezza "Santo Mamozio".
Diventa il protettore dei verdummari, che in questa piazza tengono mercato, i quali gli rivolgono suppliche e pare anche che gli lanciano, quando la stagione è propizia, offerte di fichi e pomodori.  Si narra che un contadino avrebbe portato un paniere di fichi per ingraziarsi il santo, e dopo avergli lanciato una manciata di fichi, notando che quelli maturi si appiccicano alla statua, mentre quelli acerbi cadono ai suoi piedi, abbia pronunciato una considerazione rimasta a proverbio: Santu Mamozio mio, 'e bbone t' 'e magne e 'e toste m' 'e manne arrete”.
Si dà notizia che gli sono applicate varie teste, di volta in volta ritrovate o fatte ricostruire, ma sempre con risultati poco lusinghieri; la statua si ritrova a volte con un capoccione enorme ed a volte comicamente troppo piccolo.
Ed è così che Mamozio assume sia il significato di persona stupida, sciocca e sproporzionata sia un alone di santità; tanto da poterlo definire come il santo degli sciocchi. In questo ben ne rende l’idea il personaggio di Mamozio interpretato da Macario il quale, cinematograficamente parlando, ha giusto la faccia del mamozio nel film “Il monaco di Monza”, a fianco di Totò.

Ezechiele Guardascione, nel suo “Napoli Pittorica”, narra che la rozza fantasia popolare dei puteolani è scossa dalla presenza di quel pezzo di marmo. Pertanto vi ricama sopra una leggenda, e gli tributa onori quasi divini. In certi periodi dell’anno i contadini flegrei vengono ad offrirgli cesti di frutta e pongono sotto la sua protezione gli asini, i torelli, le pecore e ogni altro animale.
Inoltre Ezechiele ben racconta lo stato d’animo di tutti noi puteolani nel confrontarci con i sorrisi maliziosi dei nostri conoscenti, o compagni di classe, napoletani o di altre cittadine.
Io stesso, un secolo più tardi, ho dovuto sopportare, come narra di aver sopportato il maestro Guardascione dopo che il suo professore, all’Istituto Belle Arti di Napoli, ebbe spiegato ai suoi compagni della ridicola statua di Santo Mamozio.
Preso dallo sconforto Guardascione pensa di decapitare Mamozio (goliardata che mette in atto in una oscura notte invernale con la complicità di tre amici) e di buttare in mare, ai ponti di Caligola, quella testa gaglioffa che sotto i suoi colpi sembra lasciare volentieri quel corpo non suo. La notizia della decapitazione vola rapida sulla bocca dei puteolani; molti di loro ridono, ma molti prendono la cosa tragicamente. Sia la popolazione che gli amministratori si dividono in opposti campi tra chi approva la decapitazione e chi vuole restaurare la statua che da allora resta comunque acefala.


Ma dal suo nascondiglio nell’anfiteatro Santo Mamozio, seppur morto nel cuore della cittadinanza, vola alto nell’immaginario e nella fantasia degli italiani che usano il suo nome per identificare di volta in volta precisi atteggiamenti e con esso indicare la stupidità di un individuo, o meglio, la sua allocchita ingenuità. Tutto questo è dato dalla personalità che questo personaggio ha saputo darsi mostrando tutta la sua testardaggine, la sua apatia e la sua impassibilità. Addirittura un emigrato in America riferisce che quando era in Italia era abituato a non prendere sul serio ì cartelli che segnalano improbabili passaggi di cervi. In California è diverso e nel giardino di casa sua si è trovato una famigliola di cervi capeggiati da un capo branco tamarro che ha soprannominato Mamozio. Racconta che quel cervo se ne frega degli umani. Se ti avvicini mica scappa, anzi con fare guappo ti guarda come la famosa statua di Pozzuoli e sembra chiederti: “cosa vuoi?”. L’emigrato continua raccontando che una sera voleva parcheggiare davanti al garage ma c'era Mamozio che presidiava l'area e che appena lo ha visto gli ha subito rivolto la sua famosa occhiata “cosa vuoi?” Ha dovuto spingerlo con la macchina per farlo andare via e confessa che ha anche attaccato briga e urlato in italiano: "Spostati cornuto di un mamozio”.
A Napoli tutti sanno che è consuetudine delle “parenti di San Gennaro” (le popolane che il giorno deputato alla liquefazione del sangue affollano già dall’alba la chiesa incitando, tra una sferruzzata e l’altra, il santo a procedere, a farlo «’o miracolo»), di passare ai modi bruschi se mai il santo, come talvolta accade, dovesse indugiare. Dapprima apostrofandolo “faccia gialluta” (per via del colore assunto dal bronzo della statua), quindi ricorrendo a vere e proprie male parole, seppur pronunciate con l’affetto che viene dalla familiarità. L’assalto verbale, però, è mitigato da premurose e al tempo stesso impertinenti litanie, tra cui una recita: “San Gennaro San Gennà ’sta città te cerca aiuto tu però te sì addurmuto e ’sta storia adda cagnà.  Nun vulimmo a ‘nu mamozio ca nun tene autorità, San Gennaro San Gennà vire e nun ce sta a scuccià”.
E va a finire che il più delle volte, per non prendersi ulteriormente del mamozio, San Gennà esegue.
Nel dicembre 2007 un lettore scrive al redattore di un famoso giornale in riscontro ad un articolo in cui ha ritrovato la frase: “... viene dai mamozi egualitarismi…”. Purtroppo il lettore non conosce il significato della parola “mamozi” non avendola trovata neppure sul suo Zingarelli, per cui non ha potuto cogliere pienamente il senso del discorso. Perciò chiede che lo si gratifichi di una pur brevissima risposta che possa colmare la sua lacuna linguistica. Gli si risponde subito pubblicamente che il termine “mamozio” è voce partenopea per pupazzo e, in senso lato, per conformista che indolentemente adegua il proprio pensiero agli slogan e alle parole d’ordine, senza carattere, spina dorsale, emasculato intellettualmente. In sintesi, e per dirla ancora in vernacolo, l’«omme ’e niente». Poi continua spiegando il ritrovamento della statua a Pozzuoli, …. del Mamozio oltre Pozzuoli (a Procida, a Ponza, ad Isernia, egualmente antiche statue acefale) e che lo stesso non è diventato una maschera come Pulcinella perché negli anni non ha mai trovato una propria identità.
Ma a tal proposito Davide Morganti, sulla Repubblica del 3 dicembre 2004, confessa di non aver mai amato la figura di Pulcinella, l'idiota per fame, che nella vita non trova altro sapore che le necessità del proprio corpo. In lui deflagra una viscida sopravvivenza, simbolo di un popolo che, assolvendosi, legittima la sua miseria morale. Morganti crede che maggiore attenzione e studio meriti, invece, la figura del “Mamozio” di Pozzuoli. Nessun teatro popolare, nessun burattinaio ha mai pensato di metterlo in scena, eppure proprio perché decollato richiama da vicino Giovanni il Battista o il “Cavaliere senza testa” e, soprattutto, San Gennaro, decapitato alla Solfatara durante le persecuzioni imperiali, a pochi metri dal luogo del ritrovamento della statua. Il Mamozio, sorta di Pietra Nera dove per decenni il popolo puteolano ha riversato i propri umori e i propri peccati, è dalla parte dei Peppino, dei Fantozzi, dei Fabrizi, vittime di una comicità che fa ridere proprio perché subita. Mentre Pulcinella è una maschera fatta di ventre e di corruzione, il Mamozio consiste di vuoto e di martirio, vicino all' assenza di volto di Buster Keaton. Oggi, purtroppo, giace indegnamente abbandonato nell' Anfiteatro Flavio, poco prima dell' uscita, una pietra qualunque esposta al sole e alla pioggia, non trova spazio altrove, né in un museo, né in una sala comunale. A questo punto, per recuperare dignità, sarebbe meglio regalarlo a un teatro, a una discoteca o a un cinema; ai nostri giorni sopravvive ormai soltanto l'espressione «Si' proprio nu mamuozio» per indicare la stupidità di un individuo. Dal settecento ai primi del novecento, posta nella piazza di Pozzuoli, diventò per il popolo un santo, la gente, infatti, da un lato lo dileggiava, dall' altra gli chiedeva miracoli. La testa veniva ogni tanto distrutta di notte e rifatta secondo altre proporzioni, mai le stesse, rafforzando una vis comica mai riconosciuta come dovrebbe. Il Comune di Pozzuoli potrebbe sul Mamozio non solo organizzare premi e progetti, ma invitare scultori, pittori, attori, scrittori a rendere vivo un personaggio incredibile, uno diventato idiota per la santità a cui è stato consacrato, sottratto, suo malgrado, all'infamia e alla gloria della maschera.
Noi puteolani dovremmo farci perdonare i maltrattamenti cui lo abbiamo sottoposto ed auspicare che, nella prevista risistemazione della piazza grande, l’originale, che finalmente ha trovato degna sistemazione presso il Museo Archeologico del Campi Flegrei di Baia, oppure una sua copia, possa essere nuovamente collocata nella sua posizione originale. L’amico Sergio Ambrosino ipotizza il collocamento delle due statue, quella di Mavorzio e quella del Vescovo Martino, una di fronte all’altra con in mezzo la fontana che, posizionata all’incrocio degli assi di Via Cosenza e Via Portanova, creerebbe una quinta scenica alla prospettiva finale di entrambe le strade.
Allora sarà festa grande, inviteremo il mondo intero a svelare con noi una delle tante meraviglia del passato.
  
BIBLIOGRAFIA
Ezechiele Guardascione – Napoli Pittorica – Sansoni 1943
Raffaele Giamminelli - Guida di Pozzuoli – C. di P. 1986
Davide Morganti – La Repubblica – 3 dicembre 2004
Paolo Granzotto – Il Giornale – 5 novembre 2007
Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 23 marzo 2013

mercoledì 12 giugno 2013

Traghetto “Città di Pozzuoli”




 “Città di Pozzuoli”
Primo traghetto per le Isole

Già dall’ottocento il nostro golfo è attraversato da vapori appartenenti al trasporto pubblico sussidiato dallo stato, gestito prima dalla “Società Napoletana di Navigazione a Vapore” (SNNV), poi dalla “Società Partenopea Anonima di Navigazione” (SPAN), in ultimo dalla “Campania Regionale Marittima” (CAREMAR).
La linea marittima sovvenzionata Pozzuoli – Procida – Ischia è popolarmente conosciuta con un doppio appellativo:
-      la “cumana” per le sue iniziali partenze da Torregaveta in coincidenza con l’arrivo dei convogli della omonima ferrovia,
-      il “postale” perché consente, fra l'altro, di far giungere a Ischia la corrispondenza delle Poste Italiane.

Ma all’inizio del novecento le corse giornaliere sono talmente limitate da indurre alcuni armatori di Ischia di Procida e di Monte di Procida a creare piccole compagnie di navigazione. Queste a mezzo di motobarche in legno, chiamate familiarmente i “motori”, raggiungono la terraferma e trasportano sulle isole i buoi vivi destinati alla macellazione, botti con vini ed oli, sacchi con derrate alimentari ed altre merci varie, oltre naturalmente le persone.
Dopo la seconda guerra mondiale questi barconi, nonostante i miglioramenti e l’immissione in servizio di nuove unità, cominciano ad essere inadatti. Sono mutate le esigenze del traffico marittimo fra le isole ed il continente; i passeggeri aumentano in modo vistoso e sempre più turisti sono desiderosi di recarsi nell’arcipelago con le proprie autovetture.
Le motobarche cercano di sopperire a questa nuova esigenza con metodi artigianali a mezzo rampe di fortuna, costituite da tavole tenute ferme a forza di braccia [1]. 

Sulla ripa puteolana i marittimi, dipendenti di tanti piccoli armatori, invitano gli sgomenti automobilisti a compiere vere acrobazie per condurre le auto a bordo. Nel guardare le foto che immortalano quei momenti, e che mostrano come le macchine fuoriescono dalle murate, affiorano ricordi fatti di sbigottimenti, di paure e d’ilarità. Anche se oggi non sembra possibile le varie motobarche “Libera”, “Procida”, “San Francesco”, “San Michele” “Sant’Aniello”, “Delfino”, “Salvatore Marino”, sono tra le prime a traghettare auto nel nostro golfo [2].

Ancora alla fine degli anni ‘50 le merci, per l’impossibilità di imbarcare camion, sono trasportate in colli sfusi; si avverte quindi la necessità di istituire un vero e proprio servizio di traghetto prendendo a modello il servizio esistente nello stretto di Messina. A tale scopo l’armatore montese Antonino Colandrea acquista, sul mercato dell’usato, un vero traghetto che nel 1958 è immesso in servizio con il nome “Città di Pozzuoli”.

Interessante ripercorrere la storia di questo battello realizzato nel lontano 1884 come posamine per la Reale Marina Danese. Esso è costruito nei Cantieri “Dockyard” di Copenaghen; è battezzato “Minekrane IV” cioè “gru per mine numero 4”, ed è impiegato per calare in acqua, a mezzo della vistosa gru installata a prua, le mine che trasporta [3].

Il posamine disloca 160tns, è lungo 26.25m, largo 5.65m, pesca 1.80m, ed ha una potenza di 160hp che sviluppano 8 nodi. E’ dotato di due cannoncini da 37mm e l’equipaggio è composto da 20 uomini [4].

Nel 1930 è radiato dalla marina danese ed acquistato dalla “AS Nordisk Rute & Færgefart” di Copenaghen, di proprietà del signor Albert Jensen, che intende trasformarlo in traghetto per collegare Danimarca e Svezia attraverso l’Öresund. Nei primi anni 1920, le auto sono diventate una vista comune sulle strade e quindi sorge la domanda per il trasferimento di automobili fra i due stati scandinavi.
All’inizio del 1930 la necessità è così grande che la società del signor Jensen, nella primavera del 1931, lo trasforma in traghetto presso i cantieri Howaldswerken di Kiel, in Germania.
Il battello ne esce allungato a 34.8m, allargato a 8.65m ed un pescaggio di 2.45 metri; ora il dislocamento, calcolato come per le unità mercantili, è di 142tns. Il castello con sala comando e timoneria è trasferito a poppa in modo da lasciare oltre metà del ponte libero per l’imbarco di veicoli. Al ponte principale, che può contenere più di dieci autovetture, si accede a mezzo di due comode rampe poste una a prua ed un'altra a poppa. Sotto la plancia è creata una sala da pranzo con sei tavoli, un ambiente per non fumatori ed un chiosco [5].

Il 12 giugno 1931 il vecchio posamine, ormai convertito e comandato dal capitano Mads Skou, con grande festa ed al suono della banda del Reggimento di Ussari svedesi “Scania”, parte per il suo viaggio inaugurale sulla tratta Helsingborg (Svezia) [6] – Helsingor (Danimarca) [7]. 



Nel bel mezzo dello stretto canale, che divideva le due nazioni ora unite da un lungo ponte costruito proprio su questa tratta, il battello ferma le macchine e Clairenore Soderstrom, carismatica proprietaria del palazzo-tempio dedicato alle divinità Asa nella regione svedese dello Småland, lo battezza con il nome “Asa Thor”. Nella mitologia nordica e germanica Asa Thor è il figlio maggiore di Asa Odino, il primogenito dei mortali. In particolare gli scandinavi amano Thor più di Odino, tanto che i Vichinghi si definivano “Popolo di Thor”, ed ancora oggi in Svezia e Danimarca ha seguaci sostenitori pagani.
L’ “Asa Thor” ha la particolarità d’essere il primo vero “traghetto” puro su questa tratta dove diventa rapidamente popolare. Il battello con i suoi 8 nodi compie 11 traversate doppie nei giorni feriali e 13 la domenica e nei giorni di vacanza. Prima partenza da Helsingborg alle 06:50 e ultima alle 00:45. Il prezzo per andata e ritorno è di 75 centesimi di Korona, ed ogni giorno, trasporta circa 500 vetture tra le due città [8]. 

A settembre la stagione finisce poiché in inverno lo stretto ghiaccia, e il traghetto va a Copenaghen per trascorrervi la stagione fredda. Durante la pausa invernale il vecchio motore a vapore viene rimosso e quando il traghetto riprende ad operare, nella tarda primavera del 1932, lo fa con due moderni motori diesel per complessivi 320 cavalli che sviluppano una velocità di 10 nodi.
Per anni il battello gode di un grande successo di pubblico e verso la fine degli anni trenta è sottoposto ad alcune migliorie tra cui la chiusura della zona poppiera in precedenza protetta solo da teloni [9].

Nel 1940 ogni traffico cessa, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, con la conseguente occupazione tedesca della Danimarca. Nel 1941 è requisito dalla Kriegsmarine (la Marina del III Reich) ed utilizzato per trasportare truppe che, attraverso la rete ferroviaria messa a disposizione dalla neutrale Svezia, debbono raggiungere l’alleata ma isolata Finlandia [10]. 

Nel luglio 1942 il battello è trasferito a Kiel (Germania) dove è armato con alcune mitragliere, ed attrezzato come dragamine ausiliare, ricevendo la sigla JBe03 (Jütland, Hafenschutzflottille Kleiner Belt 03 – cioè Battello n. 03 della flottiglia per la protezione dei porti dello Jutland). Nel gennaio 1944, per mutato riutilizzo, riceve la sigla Vs403 (Vorpostensicherungsflottille 403 – cioè Battello avamposto n. 403 della Flottiglia di guardia).
Nel 1945, a guerra terminata, ritorna in Danimarca e riprende servizio sulla linea Helsingør – Helsingborg, per la sua vecchia società cui è stato restituito. Le sue prime corse sono prese d’assalto da ebrei e rifugiati politici danesi e tedeschi, nonché ex prigionieri di guerra di svariate nazionalità, che in modo rocambolesco sono riuscite a scappare in Svezia durante il conflitto [11].

Nel novembre 1947 è venduto alla “AS Rudkøbing - Vemmernæs Färgerute” di Rudkøbing che lo sottopone ad una nuova radicale ricostruzione presso il cantiere navale di Gråsten. Per renderlo più capiente è rialzato il ponte principale, che così acquista più spazio per le auto, e di conseguenza i bordi laterali. La prua però perde la sua rampa prodiera e per l’accesso resta il solo portellone di poppa; zona in cui è alzato un alto castello a ponte che alla sommità, su cui si innalza la plancia comando, collega le due fiancate.
Con un dislocamento di 176tsl, lunghezza di metri 35.96, possibilità di trasportare 18 auto e 300 passeggeri, acquista l’aspetto con cui lo abbiamo conosciuto nel golfo partenopeo [12].

Ora, ribattezzato “Siösund” dal nome del canale marino che divide varie isole danesi e che attraversa quotidianamente, è immesso sulla linea che collega due località: Rudkøbing (posta sull’isola di Langeland) [13] e Vemmeraes (posta sull’isola di Tasinge) [14]. 



In questo tratto di mare, che riesce a percorre per buona parte dell’anno, il “Siösund” è ricordato con il soprannome di “Lange Maren” (lunga estate). Giornalmente nel porto di Rudkøbing incrocia il traghetto “Langeland”, che a sua volta collega questo porto con quello di Svendborg (posto su di un’altra isola, quella di Fionia). Questo traghetto “Langeland” in seguito, ribattezzato “Città di Ischia”, lo ritroveremo affiancato al “Siösund” sulla tratta Pozzuoli - Ischia.

Nell’ottobre dell’anno 1957 il “Siösund” è venduto all’armatore Antonino Colandrea, residente a Pozzuoli ma originario del Monte di Procida.
Un equipaggio esperto, ma ridotto, si reca in Danimarca per condurlo in Italia a mezzo di una lunga e avventurosa traversata attraverso il canale di Kiev, il Mar del Nord, la Manica, il Golfo di Biscaglia, l’Atlantico iberico, lo stretto di Gibilterra, il Mediterraneo occidentale ed il mar Tirreno. E’ necessario attrezzare il traghetto con letti, cucina e rifornimenti supplementari; questa peripezia fa da apripista ad altre navigazioni similari che seguiranno quando, negli anni a venire, altri traghetti saranno acquistati usati nelle nazioni scandinave.
Raggiunte le nostre coste è battezzato, con mio personale entusiasmo ma senza fastose cerimonie, “Città di Pozzuoli” [15] 

ed adibito al collegamento marittimo tra Pozzuoli, Procida ed Ischia. La sua rampa poppiera, che si manovra a mano con una maniglia, e la sua capacità di carico, nonostante il traghetto abbia di già 74 anni di età, rendono improvvisamente obsolete le varie motobarche che ancora trasportano auto [16].

Il “Città di Pozzuoli”, ex “Asa Thor”, diventa il primo ferry puro nella storia dei collegamenti tra Ischia ed il continente; bissando il primato che aveva pure assaporato nel lontano 1931 quando prestava servizio tra Helsingborg e Helsingor.

Nell’anno 1961 è ceduto all’armatore di Casamicciola Nicola Monti (cui è dedicata una sezione del “Museo del Mare” di Ischia) che, visto il successo riscosso da questo battello, acquista in Danimarca un altro traghetto, il già citato "Langeland", cui assegna il nome "Città di Ischia" [17].

Altri armatori corrono subito a modificare con portelloni e rampe poppiere le loro motobarche e motonavi, o ad acquistare ex mezzi da sbarco dismessi dalla marina americana. Tutti questi bastimenti, per lunghi anni, svolgeranno il servizio trasporto auto tra Pozzuoli e le isole flegree e saranno quanto di meglio possa essere messo in campo fino all’avvento della nuova generazione di traghetti entrata in servizio agli inizi degli anni ‘80.

Nell’anno 1970 il “Città di Pozzuoli”, che per la sua lentezza è chiamato “aspettm n’po”, è venduto alla “Società Navigazione Insulare SpA” di Messina che lo ribattezza “Marina di Lipari” impiegandolo sulla tratta Milazzo – Isole Eolie. Questa linea inizia ad essere presa d’assalto dal crescente turismo di massa e inizialmente il nostro battello non ha rivali nella scarsa concorrenza degli altri armatori.
Le ultime notizie certe sono del 1974 quando una cartolina lo riprende attraccato alla banchina del porto di Milazzo [18],

con nuova coloritura e vasta attrezzatura antincendio, tipica dei battelli adibiti al trasporto combustibili. Quest’ultimo impiego è classico dei traghetti in procinto d’essere radiati ed in questa immagine il vecchio posamine danese ben mostra tutti i suoi novanta anni.
Indubbiamente una esistenza ben navigata.


BIBLIOGRAFIA
Wilhelm Langes  - Wagenfähren in Europa – 2003
Bengt Klevtorp – A/S Asa-Thor – 2001



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 9 marzo 2013