venerdì 1 aprile 2016

Gilberto e Luigi di Borbone-Montpensier



 Gilberto e Luigi di Borbone-Montpensier
Padre e figlio morti tragicamente a Pozzuoli

Gilberto di Borbone nasce nel 1443 da Luigi I conte di Montpensier e da Gabrielle, figlia dei conti de la Tour d'Auvergne.
Mentre suo padre è in vita Gilberto detiene il titolo di “comte-dauphin” (conte-delfino); dalla madre eredita il titolo di conte di Clermont en Auvergne.
Sarà anche delfino d’Alvernia, qualifica che ricevono i nobili possidenti di terre in Alvernia.
Gilbert viene presentato dal Guicciardini come “monsignore di Montpensier, del sangue dei re di Francia. I Bourbon-Montpensier, infatti, sono un ramo della famiglia di Borbone, risalente a Robert di Clermont figlio di san Luigi; un suo discendente sposa l’erede della contea di Montpensier.
La Famiglia deve il suo nome alla signoria di Bourbon l’Archambauld e del Borbonese, antica provincia del centro della Francia, ed i suoi membri hanno regnato, o ancora regnano, sulla Navarra, la Francia, la Spagna, Napoli, Sicilia, Toscana, Parma e Lussemburgo,

Gilberto [1], 

che sarà viceré di Napoli, è il primo Borbone a mettere piede nel Regno, e sia lui che suo figlio Luigi moriranno nella nostra Pozzuoli.
Dal 1471 al 1475 vive le prime esperienze di guerra contro Carlo il Temerario, resta fedele alla reggente Anna di Beauieu anche durante la “Guerra Folle” e combatte, nel 1487, contro Francesco II di Bretagna. Due anni dopo si impegna, nel Rossiglione, contro gli aragonesi di Ferdinando II.
Infine, nel settembre 1494, accompagna il re di Francia Carlo VIII nella prima delle otto “Guerre Italiane” del Rinascimento che sono stati dei conflitti, combattuti prevalentemente sul suolo italiano dal 1494 al 1559, aventi come obiettivo finale la supremazia in Europa.
Inizialmente questi conflitti sono scatenati da alcuni sovrani francesi, che inviano truppe in Italia, per far valere i loro diritti ereditari sul Regno di Napoli, retto dagli Aragonesi, e sul Ducato di Milano, retto dagli Sforza. Da locali le guerre diventano, in breve tempo, di scala europea coinvolgendo, oltre alla Francia e gli Stati Italiani, la Spagna l’Inghilterra e il Sacro Romano Impero.

Carlo VIII [2] 

rivendica il diritto al trono di Napoli in quanto discendente di Maria d’Angiò, sua nonna paterna; pertanto l'imponente esercito francese, nel settembre 1494 inizia la sua marcia attraverso l’Italia e, senza incontrare resistenza, dopo cinque mesi raggiunge Napoli in data 22 febbraio 1495 [3].

Qui il ceto baronale, per tradizione filofrancese, e ostile alla monarchia aragonese, ovvero Ferdinando II appena succeduto sul trono al Padre Alfonso II, accoglie trionfalmente il nuovo sovrano.
Ferdinando, detto “Ferrandino” [4], 

si rifugia prima nel castello d’Ischia e poi in Sicilia che è governata dal ramo principale della casa d’Aragona,
Ma la rapida avanzata di Carlo VIII, con massacri e brutalità a danno di città italiane, spaventa gli altri stati della penisola provocando ripercussioni sulla fragile politica del tempo.
A Milano Ludovico il Moro eredita il Ducato dal nipote Gian Galeazzo, vincendo le pretese dinastiche avanzate dagli aragonesi, ma ora s’avvede che Carlo VIII aspira anche ai suoi possedimenti.
A Firenze i Medici sono cacciati dalla città dove viene proclamata la Repubblica, e questa è avversa ai reali francesi.
A Venezia ora c’è la speranza d’impadronirsi di alcuni porti pugliesi che sono nelle mani dei francesi.
A Roma Papa Alessandro VI [5], 

al secolo Rodrigo Borgio Padre di Cesare e Lucrezia, è appena salito al soglio pontificio ed è intenzionato ad assicurare feudi secolari ai suoi figli.

Tutti questi stati italiani, con Regno d’Aragona, Regno d’Inghilterra e Sacro Romano Impero, formano la Lega Santa ed iniziano ad attaccare le vie di rifornimento, marittime e terrestri, tra la Francia ed il suo re che si trova nella lontana Napoli.
Re Carlo VIII, nel maggio 1495, prende la decisione di ritornare in Francia, con il grosso dell’esercito, e nomina Gilberto di Borbone viceré dei territori appena acquisiti e generalissimo delle truppe che lascia a Napoli.
Per quanto Gilberto sia prode i fatti provano che Carlo VIII non ha affidata la sua conquista a mani abbastanza capaci di conservarla.
Pigro ed indolente per natura, seppure buono ed ardito cavaliere, egli non si alza mai prima di mezzodì. Invece di far osservare alle sue truppe una rigorosa disciplina tollera le violenze ch’essi commettano, specialmente verso le donne, e la sua poca saggezza irrita i Napoletani.
Ferdinando d’Aragona, saputo dell’odio che i francesi s’attirano, il 7 luglio 1495 rientra a Napoli e, con l’aiuto di truppe spagnole, li costringe a ritirarsi nei castelli partenopei dove resistono.
I francesi sono costretti a rifugiarsi ad Atella ed in questa cittadina, subito assediata, debbono capitolare ed in circa seimila sono inviati prigionieri a Castellammare di Stabia.
Qui iniziano ad ammalarsi del “mal francese” e, secondo un cronista, ne muoiono cento a giorno.
L'esercito di Carlo è colpito a Napoli da questo nuovo e misterioso morbo, ovvero la Sifilide allora sconosciuta, che la storiografia europea ha sostenuto si fosse diffusa dalle Americhe nel vecchio continente per mezzo di marinai di Cristoforo Colombo.
Il ritorno dell'esercito francese verso nord diffonde la malattia in tutta Italia, e alla fine in tutta Europa, e che d’ora in poi viene conosciuta col nome di "Mal francese", o "Mal Napoletano".
Ferdinando vedendo questo, e simulando di voler lasciare partire i prigionieri per la Francia sopra navi, che però tarda a far giungere, li invia a Baia e Pozzuoli dove muoiono quasi tutti tanto che ne rimpatriano appena in cinquecento.
Lo stesso Gilbert di Monpensier, trasferitosi infermo a Pozzuoli, vi muore il 9 novembre del 1496 ed è sepolto nella locale chiesa di S. Francesco, l’attuale S. Antonio [6].

Intanto in Francia a re Carlo VIII succede il cugino Luigi XII che pure avanza pretese sul Ducato di Milano, come discendente dei Visconti. Inizia così la seconda guerra italiana
Nel contempo a Gilberto di Borbone succede, nella contea, il figlio Luigi II nato nel 1483 dal matrimonio di Gilberto con Chiara Gonzaga [7], 

figlia del duca di Mantova.
Nel 1499, a sedici anni, Luigi è con il suo re, siamo alla Seconda Guerra Italiana, nell’esercito che espugna Milano costringendo Ludovico il Moro a riparare in Germania.
L’anno dopo, nel 1500, inizia la Terza Guerra Italiana con la quale gli Aragonesi di Spagna mirano a riunire la loro Sicilia con la Calabria e la Puglia riservando agli alleati francesi la Campania e l’Abruzzo.
Luigi II di Borbone vi partecipa con le truppe inviate dal Re di Francia e si distingue nell’assedio di Capua del 1501; poi partecipa alla conquista di Napoli che avviene a fine luglio dello stesso anno.
Dalla capitale si reca a Pozzuoli e vi fa celebrare un solenne esequio a suffragio di suo Padre Gilberto. Luigi vuole vederne le spoglie ma, alla vista del cadavere, si ridesta in lui così forte la tenerezza filiale che, dopo aver versato un torrente di lacrime, è colto da febbre. Dopo lunghe ore delle donne compassionevoli, vedendolo ancora chino col capo poggiato sul suolo e senza far neppure un movimento, lo chiamano.
Non vedendosi rispondere lo scuotono e, poiché non fa nessun movimento, lo sollevano e s’accorgono che è cadavere; morto quando ha appena compiuto i diciotto anni.

Intanto nasce un conflitto tra i due occupanti il Regno di Napoli e alla fine la Spagna ha la meglio affermandosi come la principale potenza continentale, ponendo gran parte della penisola italiana sotto la sua dominazione diretta. Con il trattato di Lione del 1504 la Francia è costretta a rinunciare al Regno di Napoli che, a partire da allora, resta per due secoli sotto la sfera di influenza spagnola.
In seguito le spoglie di Gilbert Borbone di suo figlio Luigi sono trasferite in Francia nella Sainte-Chapelle d'Aigueperse dove si trovavano una “natività” del Ghirlandaio ed il famoso “San Sebastiano” [8], 

ora al Louvre, che il Mantegna aveva dipinto su commissione di Federico Gonzago per le nozze di sua figlia Chiara con Gilberto di Borbone.

Giuseppe Peluso




lunedì 14 marzo 2016

Per chi suona la campana


Per chi suona la campana
La campana suona a Pozzuoli per Irving Goff

L'indomani dell'8 settembre 1943 Raimondo Craveri, il principe Filippo Caracciolo, Pasquale Schiano e pochi altri tra i quali il giovane puteolano Luigi D’Alfonso, con l'avallo morale di Benedetto Croce, lanciano l'idea di una formazione di volontari che, quale braccio armato del Partito d’Azione, dovrebbe prender parte alla guerra per la liberazione dell'Italia soggiogata dai nazisti. Questa formazione designata “CVI” (Corpo Volontari Italia) deve essere posta agli ordini del vecchio generale Giuseppe Pavone, già comandante di una formazione di arditi durante la Grande Guerra.
L'iniziativa fallisce ben presto sia per l'ostilità del re e di Badoglio, sospettosi dello spirito repubblicano animante la maggior parte dei volontari pronti ad arruolarsi e quasi tutti provenienti dal Partito d’Azione [1], sia per il mancato appoggio inglese dovuto al desiderio di Churchill di non consentire che degli italiani, tendenzialmente repubblicani, acquistino troppi meriti.

Craveri non si rassegna e unitamente all’agente segreto statunitense Peter Tompkins [2], ex giornalista, propone agli americani, gli unici rimasti favorevoli all’offerta, la creazione di un servizio di contatti ed aiuti ai partigiani dell'Italia settentrionale.


Secondo Raimondo Craveri il gruppo degli italo-americani, che costituisce l’ossatura dell’OSS (Office Strategic Service – Il servizio segreto predecessore della “CIA”), è il più svelto a capire che bisogna servirsi di patrioti italiani, in contatto con forze politiche italiane antifasciste, per avere notizie e successo. Pertanto nel novembre 1943, sempre a Napoli, viene data vita all’”ORI” (Organizzazione Resistenza Italiana) progettata come diramazione della “OSS” americana da cui dipende. Questa nuova organizzazione è composta da un gruppo iniziale d’oltre trenta volontari, praticamente gli stessi già pronti a far parte del liquidato “CVI”, che si riuniscono presso la “Pensione Sorriso” al Vomero.
L’ORI diventa così il servizio italiano di informazioni, sabotaggio e guerriglia ideato e organizzato dal piemontese Raimondo Craveri, nome di battaglia “Mondo”.
Craveri è uno storico, antifascista e genero di Benedetto Croce perché ne ha sposato la figlia Elena; inoltre è tra i fondatori del Partito d’Azione come Pasquale Schiano. A questo ultimo i servizi segreti italo americani debbono la segnalazione del tranquillo e seminascosto complesso residenziale di Villa Raja, attuale Parco Augusto ad Arco Felice, che secondo alcune fonti appartenne negli anni venti al cantante Enrico Caruso [3], dove ben presto si trasferiscono sia l’ORI che la “OSS”.


L’intero territorio è requisito e subito trasformato in un centro di addestramento per le operazioni di spionaggio e sabotaggio. Il parco, tre ville principali più dépendance, viene recintato con un cordone di sicurezza e sorvegliato da un piccolo presidio di soldati americani. Questo presidio ed i relativi movimenti non destano eccessiva curiosità poiché tra il parco ed il confinante e celebre stabilimento balneare “Lido Raja” sono ancora in attività le postazioni della 1° e della 2° batteria da 90/53 appartenute al 74° Gruppo Contraerei del Regio Esercito. Inoltre l’ingresso del Parco, sulla provinciale via Miliscola, è protetto da una doppia barriera, costruita in precedenza quale “Posto di Blocco Costiero”, ed opportunamente non ancora smantellata [4].


Villa Raja è trasformata in una scuola di addestramento ed al suo interno si istruiscono gli agenti dell’ORI e dell’OSS con lezioni di sabotaggio, di guerriglia e di operazioni paramilitari; uso delle armi, degli esplosivi, trasmissioni radio e decrittazione di messaggi in codice.
La mensa è comune per italiani ed americani, per soldati e per ufficiali; l’istruzione si svolge sempre con lo stesso schema; al mattino lezioni teoriche e pratiche, al pomeriggio esercitazioni di sabotaggio e marce di orientamento. Esercitazioni più complesse sono effettuate a Campiglione, alla base e sulle pendici del montuoso gruppo del Gauro; attuale Carney Park al servizio della NATO. Altro campo di addestramento, già destinato al primitivo “CVI”, è ubicato a Torre Caracciolo sui Camaldoli; che molti agenti definiscono come un lugubre castello spazzato dal vento.
Gran parte degli operatori seguono la seconda parte dei corsi ad Ostuni, a San Vito dei Normanni ed altre località della Puglia; i corsi di paracadutismo sono tenuti ad Algeri (Clubs des Pins) con lanci nell'aeroporto di Blida.

A occuparsi dell’addestramento sono destinati due tenenti, veterani sbarcati a Salerno con l’OSS della Quinta Armata. Vincent Lossowski di origine polacca e Irving Goff [5] 

di origine ucraina, da tutti chiamati confidenzialmente Ski e Goff. Hanno combattuto contro Franco nella guerra civile spagnola e, sebbene si sia a conoscenza dei loro precedenti comunisti, il generale Donovan, capo dell’OSS, ha piena fiducia di loro. I due sono tranquilli, affidabili ed efficienti ed a Pozzuoli addestrano professionalmente le reclute nei tempi stabiliti; ben presto si dispone di trentasei volontari bene addestrati.

Irving Goff figlio di ebrei emigrati da Odessa nel 1900 cresce nelle strade di Brooklyn e Long Island. Atletico e muscoloso, è definito l’Adone di Coney Island, la famosa spiaggia di New York. A lungo lavora come acrobata e ballerino prima di iscriversi al Partito Comunista Americano.
Nel 1937 Goff arriva in Spagna dove si unisce alle brigate internazionali che da tutto il modo sono venute a combattere i nazionalisti di Franco. Come autista si aggrega ai volontari americani che formano la Brigata Lincoln, i cosiddetti “Lincolns” (Veterans of Abraham Lincoln Brigade) [6].

A fine anno si offre per missioni pericolose dietro le linee nemiche e diventa pratico di esplosivi, sotto la guida di un russo, nel far saltare ponti e strade.
Goff prende parte alla battaglia di Teruel e nel maggio del 1938 ad una operazione anfibia a Carchuna dove nell’omonimo carcere fortezza riesce a liberare 300 partigiani che vi sono detenuti.
Il suo capolavoro è la distruzione del ponte di Albarracin; azione dalla quale Ernest Hemingway [7] trae il personaggio e la trama del suo romanzo: ”Per chi suona la campana”.

Nell’ottobre del 1938 il governo repubblicano spagnolo, vista prossima la fine e la vittoria dei nazionalisti, appoggiati da Italia e Germania, decide il ritiro dei volontari delle Brigate Internazionali ed il loro ritorno ai rispettivi paesi di provenienza. I reduci della Brigata Lincoln al loro arrivo al porto di New York trovano ad attenderli “più poliziotti che sostenitori”. I doganieri ritirano loro i passaporti per violazione della legge sulla neutralità e gli agenti della FBI li sottopongono a pressanti interrogatori.
Goff continua la sua campagna antifranchista e tutti i “Lincolns” debbono affrontare violente polemiche interne per gli sviluppi della situazione internazionale specialmente in occasione della firma del Patto di Alleanza, e conseguente aggressione alla Polonia, di Germania e Unione Sovietica.
I “Lincolns” di etnia ebrea, in maggioranza comunisti e filosovietici, denunciano la persecuzione dei loro correligionari in Europa da parte dei nazisti, ma i trotzkisti denunciano Stalin responsabile, ai loro occhi, delle atrocità compiute in Spagna nei confronti dei loro compagni e di quanti non sono allineati alle tesi del Partito Comunista.

Un altro fatto che viene a turbare l’atmosfera attorno ai “Lincolns” è il contenzioso che nasce tra l’associazione dei veterani ed Hernest Hemingway che è stato molto vicino ai volontari americani e che più volte li ha visitati nel corso dei suoi tre viaggi in Spagna, durante la guerra civile.
I suoi detrattori sostengono che queste visite erano motivate dal fatto che la cucina del battaglione era migliore di quella degli hotel spagnoli.
Il motivo del contendere è proprio il romanzo “For Whom the Bell Tolls” (Per chi suona la campana) ed il film che ne deriva, interpretato da Gary Cooper ed Ingrid Bergman [8].

Il romanzo è criticato anzitutto perché non fa riferimento alla intera brigata ma ad un singolo americano che nel romanzo si chiama Robert Jordan. Questo personaggio si ispira proprio a Irving Goff e lo raffigura come comandante di un reparto di guerriglieri che opera dietro le linee nemiche, sabotando ferrovie e ponti, liberando prigionieri, eliminando o catturando alti ufficiali nemici.
Per Hemingway l’americano Robert Jordan è un eroe romantico venuto a combattere in Spagna per puro idealismo e che si assoggetta alla disciplina comunista solo perché il fine di tutto è vincere.
Hemingway descrive la leadership comunista della repubblica spagnola come brutale, dura e opportunistica. I “Lincolns” lo accusano anche di aver raccontato con morbosità le atrocità di parte repubblicana e di aver descritto come un pazzo assetato di sangue André Marty, l’organizzatore delle Brigate Internazionali.
Goff letto il romanzo si arrabbia molto criticando l’ignoranza dello scrittore in operazioni di guerriglia e sorridendo aggiunge: "Non ho mai visto Ingrid Bergman in tutto il tempo che ero in guerra. Se l’avessi vista sarei ancora lì.”

Nel 1941 Irving è avvicinato da Milton Wolff, suo ex comandante in Spagna, che gli propone di entrare nei primi reparti dell’OSS di William Donovan.
Goff estende l’invito ad altri reduci tra cui William Aalto, Milton Felsen, Mike Jimenez, Vince Lossowski e Alfred Tanz. Con l’inizio della battaglia d’Italia tutti questi “Lincolns” sono trasferiti a Napoli ed alcuni di loro a Pozzuoli dove Goff è posto a capo della Compagnia “D”. Questa compagnia “D” chiamata scherzosamente “chain Goff” o “communist desk” inizia ad istruire agenti che poi sono paracadutati nell’Italia del Centro-Nord da dove trasmettono utili informazioni al comando americano; in particolare su dislocazione, consistenza e movimenti delle truppe tedesche.
L’addestramento a Pozzuoli è molto intenso, dalle 6 del mattino a notte inoltrata quando le reclute debbono sottostare a marce forzate per imparare a orientarsi nell’oscurità. In breve tempo debbono abituarsi ad usare ogni tipo di arma, alleata o nemica, comprese mine, esplosivi, detonatori e micce, con cui debbono far saltare in aria ponti e fortificazioni. Apprendono come affrontare il nemico e ucciderlo anche se disarmati; come resistere agli interrogatori e come interrogare; come riconoscere un punto geografico con l’ausilio di mappe e bussole; come riconoscere le uniformi dei nemici, i gradi e le unità di appartenenza.
Grazie al credito che può vantare, come riconosciuto valoroso combattente nelle file repubblicane in Spagna, Goff entra facilmente in contattato con il Partito Comunista Italiano con cui concorda l’Operazione Appomatox che, in cambio della segnalazione di nominativi da istruire e mandare al Nord dietro le linee nemiche, prevede per i comunisti la possibilità di usare la rete “OSS” per trasmettere messaggi alle formazioni partigiane.
Questo rapporto privilegiato mette in allarme i servizi di sicurezza dell’esercito americano che, ignorando di proposito gli accordi intercorsi ed approvati a suo tempo, mette sotto inchiesta gli ex “Lincolns” e ne richiede il rimpatrio. Donovan tenta in tutti i modi di difendere i suoi giurando sulla loro lealtà, comprendendo che la questione non è politica ma piuttosto un regolamento di conti con servizi che egli con la sua iniziativa ha scavalcato e superato.
Tutto è inutile, la pregiudiziale comunista ha il sopravvento ed i “Lincolns” sono rimpatriati e poi congedati nel luglio 1945.

La riconoscenza nei confronti dei i “Lincolns” va scemando e nel 1947 sono catalogati dal Dipartimento degli Interni tra le organizzazioni di dubbia lealtà verso la nazione. In America siamo in pieno “maccartismo”, un clima di sospetto generalizzato e determinato da un anticomunismo ottuso e controproducente.
Comunque Irving Goff continua la sua personale battaglia e dirige la sezione del partito comunista a New Orleans favorendo e spronando i neri ad andare a votare.
Muore nel 1989 a Los Angeles ed è sepolto all’Arlington National Cemetery.

L’avventurosa vita di Irving Goff, compreso il periodo trascorso a Pozzuoli, ben personifica il concetto espresso da John Donne, nel famoso sermone del 1631, da cui ha origine il titolo del romanzo e del film, secondo il quale nessun uomo può considerarsi indipendente dal resto dell'umanità.

"...And therefore never send to know for whom the bell tolls.
It tolls for thee".

Il verbo "to toll" indica in particolare il suonare a lutto, per una morte.

"E allora non chiedere mai per chi suoni la campana.
Essa suona per te".


Giuseppe Peluso
  
BIBLIOGRAFIA
Pietro Ramella – La travagliata vicenda dei Lincolns
Wikipedia – Notizie su Irving Goff
Ennio Tassinari – L’O.R.I. – Racconti e protagonisti
Carla Giacomazzi – Un eccidio a Bolzano

Giuseppe Peluso – Agenti segreti e partigiani nella puteolana Villa Raja

mercoledì 17 febbraio 2016

Le ricerche della corvetta Daino a Baia



Corvetta Daino
Archeologia subacquea nel mare di Ulisse

L’archeologia subacquea è una disciplina piuttosto recente; solo all’inizio del novecento cominciano a datare le prime scoperte e solo negli anni ’50 vengono promossi i primi scavi sottomarini, condotti con metodologie più rigorose, finalizzati alla ricerca di reperti.
A metà di quegli anni è in corso di formazione, ad Albenga, un gruppo di archeologia subacquea che cerca di acquisire esperienza con le prime e pazienti prove, sotto la direzione del prof. Nino Lamboglia [1].


Nel 1958, dopo che questo gruppo iniziale ha acquistato esperienza e consistenza, avviene la definitiva e ufficiale costituzione del “Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina” ed il seguente 2 luglio durante il “II Congresso Internazionale di Archeologia Sottomarina”, sempre ad Albenga, i partecipanti lanciano la richiesta di una nave destinata alla ricerca archeologica.
Così si esprime Nino Lamboglia, riferendosi al relitto di Spargi, al suddetto Congresso: «Sono quindi ben contento che il caso e l’entusiasmo del dott. Gianni Roghi ci abbiano sospinto a cercare la nave adatta per un nuovo esperimento in Sardegna. La Sardegna è ricchissima di giacimento sottomarini e basta soggiornarvi qualche tempo per avere notizie di decine e decine di giacimenti o ritrovamenti casuali lungo le sue coste, difficili da controllare».
Questo voto di speranza è reso realtà nello stesso anno dal VII Congresso Internazionale di Archeologia Classica tenutosi a Roma; grazie all’intervento del Ministero della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti) e l’appoggio del Ministero della Difesa Marina. La Marina Militare destina nave “Daino” alle ricerche archeologiche subacquee e oceanografiche ed a tale scopo è riadattata alla nuova destinazione tra i mesi di marzo e maggio del 1959, presso l’Arsenale di La Spezia.

La “Daino”, che unitamente alle gemelle “Antilope” e “Gazzella” appartiene ad una classe di ex dragamine germanici, è stata costruita nei cantieri "F. Schichau Werft" di Koenigsberg, varata il 19 ottobre 1944 e consegnata alla Kriesgsmarine il 17 gennaio 1945 con sigla “M 803”.
Ha uno scafo con corto castello seguito da una tuga sistemata tra il centro e la poppa. L’albero è a tripode e dietro di esso c’è un grosso fumaiolo; l’ampia poppa è circondata da un parapetto metallico.
La lunghezza è di metri 67.75, la larghezza di metri 9.0, l’immersione di metri 2.68, il dislocamento è di 821tn a pieno carico.
L’apparato motore è a vapore e la combustione delle caldaie a carbone, combustibile adottato causa la scarsità di nafta nella Germania in guerra; la potenza è di 2150hp che imprimono una velocità di 17 nodi.
L’armamento è costituito da due cannoni da 105/45mm sistemati uno a prua ed uno a poppa in postazioni scudate; da due mitragliere da 37/57 sistemate una su di una sovrastruttura davanti alla plancia ed una dietro al fumaiolo; su di una sovrastruttura a poppa c’è un complesso quadrinato da 20/65 ed altri 4 pezzi singoli di questo calibro sono attorno alla plancia. Naturalmente è presente l’attrezzatura per il dragaggio ed, in alternativa, i binari per il trasporto di 24 mine oppure bombe di profondità antisommergibili.
Sono, con 107 uomini d’equipaggio, riuscitissime unità adatte al pattugliamento, alla scorta antisommergibile ed antiaerea, utili come posamine oltre che validi dragamine. 821t

Al termine del conflitto, nel maggio 1945, è catturata dagli Stati Uniti e la “U.S.Navy” gli assegna la sigla “US 36”; il 27 luglio 1945 passa in gestione alla “German Mine/Sweeping Administration” (GM/SA), l'ente americano che nell’immediato dopoguerra, con navi ed equipaggi tedeschi, si incarica del dragaggio delle acque del Baltico e del Mare del Nord. Finito questo servizio il 14 novembre 1947 passa a “Office of the Military Government/US (Amministrazione Militare Americana in Germania – OMG/US).
Nel febbraio 1948 è affittata alla società "L. Nimitz" che ne progetta la trasformazione in “Casa Galleggiante” (Wohnschiff) per essere utilizzata quale nave caserma dalla polizia di Amburgo; nella zona d’occupazione britannica.  Qui di case rimaste in piedi ce ne sono un po' poche, insieme ad altre unità avrebbe dovuto anche incrementare le sovrastrutture per aumentare le capacità di alloggio.

Ma poi gli americani decidono, nell’aprile 1949, di assegnarla all'Italia che dal febbraio ha aderito alla “N.A.T.O.”; passaggio questo che avviene il 20 Luglio 1949 e nella Marina Militare Italiana riceve la classificata di nave ausiliaria con sigla "B 2".
Secondo l’esperto De Domenico le curiose sigle B 1/B 2/B 3 assegnate ai tre ex dragamine tedeschi, derivano dal luogo di presa in consegna, Bremerhaven, base navale americana, ovvero enclave all'interno della zona di occupazione inglese della Germania post-bellica; all'epoca la zona di occupazione americana non ha sbocco al mare.

Presso l’Arsenale di La Spezia le tre unità subiscono lavori di riassetto generale con sbarco dell’armamento tedesco e delle apparecchiature di dragaggio. In seguito, anche perché si deve ricorrere a fuochisti civili per mancanza di adeguato personale militare, le tre unità subiscono la trasformazione delle caldaie e la combustione passa da carbone a nafta. Sono quindi riclassificate come navi pattuglia, dal 1 gennaio 1950, e rinominate “Antilope”, “Daino” con sigla “DI” e “Gazzella”.

Dal 1 ottobre 1953 assumono la classificazione di Dragamine Meccanici, la “Daino” con sigla NATO “M 5339”, senza tuttavia reimbarcare l’apparecchiatura per il dragaggio [2].


Il 1 giugno 1956 assumono la classificazione di Corvette (La “Daino” assume la sigla NATO “F 541”) e, all’armamento cannoniere composto da un pezzo da 100/47 e tre mitragliere da 40/56, aggiungono a prua un porcospino ed a poppa due lanciabombe e due tramogge antisommergibili [3].


Intanto la più usurata “Antilope” è radiata nel corso del 1958; la “Gazzella” è trasformata in nave scuola per i cadetti nel 1960, e la “Daino”, protagonista di questa storia, trasformata in nave ricerche archeologiche sottomarine, assumendo la sigla NATO “A 5308” [4].


Benché di piccolo tonnellaggio ha una buona lunghezza e, al vantaggio di un pescaggio minimo, aggiunge una larga estensione dei ponti di coperta; praticamente una disponibilità di spazio relativamente grande in relazione alla stazza. Tra marzo e maggio 1959 la “Daino”, sempre presso l’arsenale di La Spezia, è riadattata alla nuova destinazione; sono aboliti cannoni, mitragliere ed ogni altro impianto bellico; riducendo di conseguenza il numero dei componenti dell’equipaggio a 54 uomini, ottenendo così lo spazio per alloggiarvi sommozzatori e personale civile degli Istituti di Ricerca.
I picchi di carico sono rinforzati e muniti di verricello elettrico munito di lunghi cavi per rendere possibile il recupero di oggetti pesanti a buone profondità; allo stesso fine è perforato il ponte di coperta mettendolo in comunicazione con la stiva che così diventa deposito di reperti.
Al posto dei precedenti battelli da salvataggio a bordo sono collocate una motolancia da 7,50mt per palombari; una motolancia da 6,40mt per collegamenti e due battelli appoggio con motori fuoribordo.
A poppa è ricavato un locale sommozzatori, con armadi e spogliatoi, ed a prua un dormitorio per 10 sommozzatori civili; inoltre si ricava un alloggio per il Direttore Archeologo ed un altro alloggio per tre Assistenti Civili [5].


A centro nave è sistemata una sala operativa nella quale sono concentrati il lavoro di disegno, biblioteca, assistenza archeologica, ed altro; essa è collegata con la plancia dove c’è il comandante al quale resta la responsabilità marinaresca e militare della nave.
Un locale è trasformato in gabinetto fotografico munito di moderne apparecchiature subacquee; l’infermeria è completamente rammodernata e vengono installati due potenti compressori Junkers, oltre un compressore più piccolo, fornito dal Ministero della Pubblica Istruzione, che servirà ad azionale la “sorbona”, un particolare aspiratore subacqueo. La nave è fornita di ecoscandaglio utilissimo nella prospezione dei siti, data la sua capacità di percepire “anomalie” volumetriche sui fondali. Le possibilità di impiego dell’ecoscandaglio sono intuite da Lamboglia già nello stesso 1959 quando fa effettuare dalla “Daino” più passaggi, con rotte diverse, sul relitto di una nave romana fuori Albenga. Lo scandaglio sonoro in quella occasione traccia un grafico che segnala solamente un rialzo del fondale corrispondente alla sagoma della nave.
Altro pressante problema, caldeggiato dal prof. Lamboglia, e quello della sicurezza.
In attesa del finanziamento per l’acquisto di una camera di decompressione si costruisce una campana che possa fungere come tale. Nello stesso tempo questo aggeggio, una vera e propria torretta batoscopica, funziona da appoggio ai sommozzatori ed inoltre consente all’archeologo, che non si immerge, di seguire dal suo interno lo scavo subacqueo [6].


Al termine dei lavori il 5 giugno 1959 è sottoscritta una convenzione tra i Ministeri della Difesa Marina e della Pubblica Istruzione dove sono regolati gli interventi; successivamente è stipulata una convenzione, tra il Ministero della Pubblica Istruzione e l’Istituto di Studi Liguri, per l’esecuzione di ricerche archeologiche sottomarine lungo le coste italiane.
La “Daino” inizia la prima campagna in Liguria, ad Albenga, e poi si reca nelle acque della Sardegna già nella seconda metà di agosto del 1959, pochi mesi dopo il suo nuovo “varo”, per la seconda campagna di scavo presso il relitto di Spargi.
In seguito, il primo settembre dello stesso 1959, su invito del prof. Amedeo Maiuri, giunge nel Golfo di Pozzuoli iniziando la sua campagna di ricerca nel seno di Baia.

Per quanto riguarda l’archeologi sottomarina della zona di Baia così scrive Amedeo Maiuri nel 1958: 

«Trent’anni fa si dragava il piccolo porto di baia che, a quel tempo, oltre ai velieri che vi ormeggiavano per il carico della pozzolana, serviva anche per l’attracco dei battelli della linea per Procida ed Ischia. Ma i fondali erano bassi e gli approdi rischiosi; le carte dell’Ammiragliato segnavano secche sommerse dal limo; occorreva una draga ed una benna robusta per rimuovere dal fondo quelle secche. Incominciato il lavoro e calata in acqua la benna per addentare e divellere, si vide che in luogo di secche e di scogli, venivano tra le mascelle della secchia brandelli di fabbrica, pezzi di pavimenti a mosaico, frustali di marmo e qualche membro dilacerato di statua. Era il lido di Baia che riassommava dal fondo delle acque, il lido della Baia sommersa dal  bradisismo che l’aveva sprofondata lentamente nei secoli, in un millennio e mezzo almeno di anni.»

Dopo una lunghissima serie di rinvenimenti occasionali con il recupero di varie decine di sculture il ninfeo di Punta Epitaffio è per la prima volta messo in evidenza dal prof. Nino Lamboglia che inizia un rilievo volto a determinare la morfologia dei complessi architettonici di Baia i quali dalla collina continuano per centinaia di metri in mare, fino a 16 metri di profondità.
Le ricerche subacquee sono state precedute da rilievi aerofotografici e studiati dallo stesso Maiuri; ma mentre le costruzioni sommerse di Pozzuoli sono state tradotte sulla carta, almeno complessivamente, quelle di Baia, per la acque quasi sempre torbide, presentano difficoltà alle foto aeree e subacquee.

Si sceglie il rilevamento diretto da parte dei sommozzatori e come punto di riferimento e partenza è presa Punta Epitaffio. Il mare antistante è diviso, mediante la collocazione di gavitelli, in 24 quadrati numerati in modo da dare una carta archeologica totale della Baia sommersa [7].


Subito ci accerta che l’estremo limite delle costruzioni si trova ad 800 metri da Punta Epitaffio ad un massimo di 18 metri di profondità; una serie di enormi blocchi di muratura segna l’antica linea di costa. Internamente ad essa si dipartono strade e resti di edifici la cui interpretazione risulta difficile per i sommozzatori, ma il dott. Gianni Roghi vede che la stessa linea di costa piega verso l’interno del porto di Baia formando una insenatura o porto artificiale. Purtroppo le moderne installazioni portuali e la presenza di navi in carico o in disarmo rendono difficile estendere le indagini.

Si rinforza la squadra dei sommozzatori con tre studenti in architettura di Napoli e si cerca di stabilire pianta, sezione e orientamento generale dei reperti affidandone il rilievo di dettaglio ad una seconda squadra operante in contemporanea con la prima. Nella lancia da palombaro è creata una specie di sala disegno navigante che trascrive immediatamente le misure prese sul fondo [8].

In 20 giorni è così possibile tracciare la pianta di circa metà del quadro “I°” ed il risultato acquisisce enorme valore dal punto di vista sperimentale, creando i presupposti per una esplorazione sistematica e continuativa; a tale scopo sono fissati sul fondo i punti topografici dei gavitelli per la ripresa delle ricerche in tempi successivi poiché il programma del 1959 è interrotto da mancanza di fondi e da ostacoli burocratici.

Dieci anni più tardi, proprio dove hanno avuto luogo le ricerche del Lamboglia, sono rinvenute dal “Gruppo Subacquei di Baia” e dai sommozzatori del nucleo Carabinieri due statue, ancora in piedi nella collocazione originaria, nell'abside di un grande edificio rettangolare di cui si intravedono appena i contorni superiori affioranti dal fondo marino. Anche le statue emergono dalla sabbia solo con la testa, che perciò risulta sfigurata dai litodomi. Si riconosce in esse due dei protagonisti della celebre scena omerica dell'inebriamento di Polifemo da parte di Ulisse. Da un lato dell'abside è, infatti, collocata la statua dell’eroe di Itaca che porge la coppa di vino al ciclope; dall'altro, quella di un suo compagno raffigurato nell'atto di versare altro vino da un otre.
Oltre queste due altre cinque statue sono state rinvenute [9], 

di cui la più bella e integra è di Dioniso giovane e una statua di una probabile figlia di Claudio. Ora nella Torre Tenaglia del Castello di Baia, presso il Museo Archeologico Flegreo, è allestita la mostra permanente del ninfeo di Punta Epitaffio ed esso appare come una sorta di “galleria” di ritratti dinastici della gens Claudia [10].

Negli anni seguenti nave “Daino” riprende le sue campagne di ricerche nelle acque di tutta la penisola italiana, ma questo esula dal nostro intento. Nell’anno 1964 è messa in disarmo, per totale mancanza di fondi, è nel 1966 è avviata alla demolizione.

Anche in questo Nino Lamboglia dimostra un’impressionante capacità di preconizzare quale sarebbe stato il destino di questa unità e di coloro che ne avrebbero dovuto fruire, come mezzo operativo, se la sua gestione fosse stata affidata alle competenze del Ministero e alle abituali procedure burocratiche. Così scrive ad un amico nel 1959: «Non sognarti neppure che un’attività simile possa essere sostenuta e finanziata coi normali uomini e sistemi della nostra amministrazione statale e col controllo della Corte dei Conti: naufragheremo alla prima settimana…Vorrei convincerti precisamente da questo esempio (riferendosi ad Angelo Rizzoli che ha finanziato la prima campagna sul relitto di Spargi), che il modo migliore per servire lo Stato e la nostra amministrazione è proprio quello di fare tutto quello che si può dal punto di vista contabile e formale, fuori dalle pastoie amministrative…Non devi dimenticare che, se non ci mettessimo sotto il dichiarato usbergo del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina la nave archeologica sarebbe ben presto in balia dei vari dilettanti sportivi e giornalisti, degli archeologi che fanno poesia e dei deputati delle varie regioni italiane».

BIBLIOGRAFIA
AA.VV – Forma Maris Antiqui – 1959
F. Pallares – Vecchie e nuove esperienze nell’archeologia subacquea – 2004
F. Pallares – L’attività del centro sperimentale di archeologia sottomarina - 1984
R. Petriaggi, Nino Lamboglia, l’archeologia subacquea e la burocrazia – 2007
G. De Pasquale – Collezione privata - 2015
G. Galuppini – Guida alle navi d’Italia - 1982

lunedì 18 gennaio 2016

Senatore Carmelo Patamia


Il senatore Carmelo Patamia, figlio di Antonio Maria, nasce a Bagnara Calabra il 13 aprile 1826; qui inizia gli studi che poi completa a Reggio, il vicino capoluogo.
Giovanetto si reca a Napoli, per frequentare l’università della capitale, e nel 1847 si laurea in medicina; nel 1848 partecipa alla locale insurrezione, episodio inserito nei più vasti moti risorgimentali. Ritorna in Calabria e nel 1860 si unisce ai garibaldini appena questi, provenienti dalla conquistata Sicilia, sbarcano nella natia Bagnara [1]. 

Con Garibaldi entra a Napoli e vi si stabilisce definitivamente, mettendo a profitto la sua qualità di medico.

Nel 1861 va a risiedere sulla via di Pozzuoli, in località La Pietra, dove acquista dei terreni con vecchie fabbriche adibite ad attività termali [2].

Presto addiviene a gran fama per la sua riconosciuta valentia nell’arte di Esculapio; medico capo e cofondatore, col prof. senatore Sperino, del sifilocomio di Napoli; fondatore delle Terme Patamia; libero docente presso l’Università di Napoli ed autore di un buon Trattato delle Malattie Veneree e Sifilitiche.
A completamento della sua opera, per far fronte agli artigli degli usurai che attanagliano gli operai calabresi nel 1882, insieme all’Onorevole Luzzati, fonda la Banca Popolare Cooperativa di Bagnara; che fu la prima banca popolare in provincia di Reggio e fallirà con la crisi del 1929.

Tutte queste attività gli permettono di costituirsi un gran patrimonio; alla vasta proprietà paterna in Calabria aggiunge un palazzo al Monte di Dio dove vive, un bel palazzo fatto costruire al Vomero, una villa a Posillipo, una casa di cura a Bagnoli, uno stabilimento termale presso Pozzuoli; tutti beni che gli fruttano un larghissimo reddito. La voce pubblica, che con molta sfacciataggine suole fare i conti nelle tasche altrui, tiene il senatore Patamia in fama di almeno sette o otto volte milionario.
Inoltre un fratello, emigrato ed arricchitosi a Marsiglia, muore senza prole e gli lascia molti titoli costituenti una somma più che rilevante.

Dal 1882 è eletto alla camera dei deputati per la sinistra moderata per ben quattro legislature, prima nel collegio di Palmi e poi in quello di Bagnara, ed è membro delle “Commissioni sanitarie per la modificazione del regolamento sulla prostituzione”.
E’ nominato Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia; il 14 giugno 1900 riceve la investitura a senatore e poi quella di Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

Nei Campi Flegrei è ricordato per le terme da lui create in località La Pietra per un fortunato evento accaduto nel 1861. Sta dissodando il terreno, per trapiantare delle viti attorno al piccolo stabilimento termale da lui acquistato, quando si avvede della esistenza di qualche antica fabbrica. Il celebre archeologo Giuseppe Fiorelli, gentilmente accorso sul luogo, la riconosce per fabbrica che gli antichi romani alzarono per utilizzare una larga vena di acqua minerale, ovvero il “Balneum Balneoli” detto volgarmente il Bagnuolo in periodo aragonese, e poi trascurata fino a perdersi la memoria.
Il dott. Patamia trasforma in deliziosi giardini una parte dei terreni che circondano le terme, costruisce dei comodi quartieri per l’inverno e demolisce le mura che separano lo stabilimento dalla riva del mare.
Nel 1867 il dott. Antonio Candido, direttore sanitario delle Terme, in un libro descrive dettagliamene il nuovo stabilimento termo-minerale del Balneolo. Al termine del volume riporta il giudizio dell’idrologo A. Dardel, medico dello stabilimento termale d’Aix in Savoia, che, in una lettera del 5 aprile 1865, esalta la bellezza del paesaggio, la salubrità e la dolcezza del clima, la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque.
Nello stesso libro riferisce che il primo illustre infermo che abbia scelto lo stabilimento Patamia è il signor James Hudson, già noto ministro d’Inghilterra in Italia e che tante parte ebbe nel favorire l’Unità Nazionale.
Così scrive Hudson al termine del ciclo di cure: “Signor Direttore, con mio sommo compiacimento le fo sapere che affetto da gotta e da dolor reumatici, mercè i vostri bagni e le alte docce ne ho avuto i più positivi vantaggi. J. Hudson”

Inizia la grande epopea dei bagni termali e quelli di Patamia, con bella fabbrica, sono tra i migliori esistenti nel comune di Pozzuoli; sono a destra della strada venendo da Napoli [3]. 

Vi si trova un comodo stabilimento termale con trattoria ed alloggio pei malati. In un vasto ed elegante edificio c’è una sala, con intercolunnio innanzi, munita di triplice porta chiusa a lastre, la quale è bellamente addobbata e serve d'ingresso all'edificio.
Da questa sala prendono origine due corridoi a destra e a sinistra che conducono ai bagni. Essi sono in 30 gabinetti eleganti, dipinti alla pompeiana e forniti di altrettante vasche di marmo e docce.
Al primo piano trovansi la sala da pranzo e da conversazione, 16 camere da letto e la stanza per le persone di servizio. Dalle finestre di davanti si gode di bella vista sul golfo di Napoli, di dietro vi ha una vigna. Dietro la casa sono altri bagni e due piscine, una per sesso, alimentate d'acqua minerale perenne che mantiene la sua temperatura elevata. Sul tetto di una fabbrica attigua si lascia stagionare dell'acqua in vasche aperte. Vi ha pure un apparecchio per la polverizzazione dell'acqua, adoperato nelle malattie degli organi respiratorii.
Tutto vi è abbastanza decente e pulito. A differenza degli stabilimenti termali di Agnano è più immune dall'umidità e, avendo a ridosso come solida barriera il Monte Olibano, è anche preservato dai venti del Nord.

Lo stabilimento, con il vicino “Terme Pepere” [4], rappresenta quanto di più funzionale e moderno possa esserci ne settore idrotermale.

Tale è la loro notorietà, e il loro potere politico-economico, che le terme di La Pietra persuadono la costruente Ferrovia Cumana a realizzare una fermata in prossimità dei loro stabilimenti. Tale stazione, nominata “Terme Patamia Pepere” (in seguito fermata “La Pietra” ed ora del tutto abolita) sarà inizialmente il capolinea della ferrovia che all’inaugurazione espleterà il suo limitato servizio sulla tratta Montesanto – Terme [5].

Lo stabilimento verso fine secolo è diretto dal dottor P. Roccatagliata e questi, tramite il proprietario, fa pure un’interrogazione alla Camera contro il disservizio della ferrovia cumana che, come si sa, conduce i bagnanti in dette terme.
Interrogazioni che saranno poi fatte anche dal nuovo Direttore Sanitario prof. on. M. Pietravalle, quando le Terme saranno acquistate da G. Arienzo.
Intanto nel 1900 le Terme e Pensione del “Balneolo” e il Bagno di Mare “L’Aurora”, tutti di proprietà Patamia, partecipano alla grande “Esposizione d’Igiene” che si tiene a Napoli nell’anno 1900 [6].
 
Calabrese di nascita ma ormai napoletano d’adozione la morte attende il senatore Patamia, in data 12 novembre 1909, proprio nel bellissimo palazzo che possiede in questa città al Monte di Dio.
Questo l’elogio tenuto al senato dal presidente Giuseppe Manfredi:

«Signori senatori! 
Dalle Alpi il nostro lutto va al mare. In Napoli il 12 di questo novembre morì il senatore Carmelo Patamia, che era nato in Bagnara Calabra il 13 aprile 1826. Medico dei più dotti e stimati, aveva da moltissimi anni in Napoli esercitato, primario del Sifilicomio, e professato in Cattedra di libero docente all'Università nella specie, in cui un voluminoso trattato teorico-pratico pubblicò nel 1897. Contribuì all'onore della scuola medica meridionale, quando vi splendevano il Tommasi, Salvatore de Renzi, il Palasciano; fu de' primi a far conoscere le ricchezze idrologiche del bacino termale di Napoli, e de' più meritevoli della fondazione degli stabilimenti di terme tra Bagnoli e Pozzuoli. Nell'amore della libertà fu dei più ardenti, fra i giovani, nel 1848; ed i sensi patrii senza tema di rischio ei mantenne sino al risorgimento italico, cui partecipò nel 1860 dando di poi al nuovo ordine di cose tutto l'animo; onde fu eletto deputato dal II collegio di Reggio Calabria per la quindicesima, sedicesima e diciottesima legislatura e da quello di Bagnara per la diciottesima. Non mancò alla Camera la sua voce negli argomenti a favore della sua Calabria, e fu autorevole nelle questioni d'igiene pubblica. Nominato senatore il 14 giugno 1900, benché caldo ancora di spirito, nel fisico sofferente, non poté essere frequente ai nostri lavori. Nondimeno, raccogliendo le lodi de' suoi meriti e della bontà e del carattere, che odonsi sulla sua tomba, uniamo il nostro al duolo della famiglia, dei calabri conterranei, dell'ordine medico napoletano, de' discepoli dell'amato estinto.»

Alla sua morte inizia un clamoroso processo di milionaria eredità con intrigante intreccio di attricette, servi, padroni, avvocati; e tutti ruotano intorno al cospicuo interesse formato da gioielli, titoli, contanti, proprietà.
Il processo offre il tema ad una commedia galante, di sapore antico, con episodi abbastanza originali e personaggi molto noti dove il denaro è profuso per soddisfare il piacere. Troppi milioni, pettegolezzi infiniti, ardite deviazioni d’indagini, molti gioielli, rancori di servi delusi.
Questi gli ingredienti di cui s’è dovuta servire l’istruttoria.
Quando nei romanzi e nei drammi una eredità dà luogo ad infiniti litigi giudiziari ed extragiudiziari deve per forza essere una eredità che si rispetti ed è così anche nel caso tutto reale del senatore Patamia.

La prima sorpresa, per gli eredi che non si trovavano al capezzale del morente, è all’apertura della cassaforte che si crede contenere titoli, depositi fiduciari, cartelle, denaro in contante. Con stupore si vede che è assolutamente vuota ed anche negli altri mobili non si trovano ne gioie ne oggetti di valore.
Senza dubbio, nell’ora d’agonia del vecchio senatore, è avvenuta una vera razzia; ma chi l’ha compiuta?

Il senatore ha un figlio, il cav. Alfredo, appassionato “sportman” noto nella società elegante non solo di Napoli, che negli ultimi tempi vive a Torino, conducendo vita fastosa, con l’ammiratissima “divetta” Annita di Landa, al secolo Teresa Buscaglione [7].

Sciantosa, nata nel 1875 a Graja come il famoso e lontano parente Fred Buscaglione, giovanissima posa per lo scultore Grosso.
Scritturata da una compagnia di prosa in seguito passa al caffè-concerto esibendosi per qualche tempo in un baraccone sul Lago Maggiore. Nel 1897 si fa notare negli ambienti dello spettacolo e nel 1900 è già affermatissima come canzonettista eccentrica: nel 1902 al "Morisetti" di Milano è proclamata "fra le migliori cantanti a dizione". Nel 1905 canta in duetto con Nicola Maldacea al "Teatro Verdi" di Napoli, in questa occasione conosce il figlio del senatore Patamia. E durante la sua gloriosa carriera prende parte, in qualità di prima interprete, a diverse audizioni piedigrottesche. Altezzosa e popolarissima, una sera proibisce a Ettore Petrolini, che in seguito la definisce "la Cecile Sorel del Caffè-concerto”, di chiudere lo spettacolo sino a che il popolarissimo attore romano si rassegna a dover improvvisare un duetto con lei. Il suo repertorio, intelligente e provocatorio, è formato da cose prevalentemente scritte appositamente per lei, fra cui alcune belle napoletane tanto da essere definita “el bel tabarin delle periodiche napoletane”. LINK
I suoi cavalli di battaglia sono “E Nnanasse”, "Core e Mamma" e "La Spagnola", la classica canzone da sciantosa, con la sua brava allusione alle doti amatorie della diva di turno. Molto richiesta nelle sue serate è pure "'A Nuvena" scritta da Salvatore Di Giacomo e che lei canta con accento piemontese, divertendo molto il pubblico, imitando con grande bravura, il suono della zampogna con la sua voce pastosa e ben modulata.
Nel 1913 compie una lunga tournèe in Argentina e in Brasile; morirà, ancora giovane, nella bella villa di Torino che nel 1912 gli ha regalato il suo ammiratore napoletano.

Il senatore Patamia ha anche due figliole che per nozze sono entrate nell’alta aristocrazia napoletana; Maria ha sposato il principe di Sannicandro e donna Giuseppina il duca di Donnorso.
Nella casa di Napoli il vecchio senatore vive solo con una cameriera, Pierina Nucci, donna che conserva ancora piacente aspetto e fascini più propri a femmine più giovane di lei. Costei ha la direzione della casa e si fa aiutare, specialmente sul lato amministrativo di tale complessa mansione, dal suo fidanzato; tale Giuseppe Pisco, molto giovane d’anni in suo confronto, e che a tempo perso fa anche l’agente d’emigrazione.
Le accurate indagini condotte assicurano che il senatore è molto sospettoso, sebbene non avaro, temendo che la sua fama d’uomo danaroso lo possa esporre a brutti tiri o a sorprese poco piacevoli. Custodisce le chiavi della scrivania e della cassaforte in una borsetta che tiene sempre addosso e che la notte pone sotto il guanciale.
Ma negli ultimi anni va perdendo sempre più la vista finchè diventa del tutto cieco; inoltre è colpito anche da gravi malori tipici della vecchiaia e la sua esistenza in vita dipende sempre più dall’assistenza che gli prestano i predetti collaboratori.
Le voci maligne affermano che costoro raggirano e circuiscono il vecchio senatore; ma queste sono voci molto facili quando un vecchio padrone morente non ha altri in casa che antichi servi e specialmente la preferita fantesca.

All’intensificarsi di queste voci il figlio cav. Alfredo si decide a lasciare Torino ed accorrere presso il Padre morente. Ma poiché non ha voluto lasciare la bella di Landa, con la quale convive, si è fatto da lei accompagnare a Napoli ed entrambi si recano ad alloggiare all’Hotel Savoy [8]. 

Giunto a Napoli prende la direzione della casa paterna, togliendone la mansione alla cameriera ed al suo fidanzato, ed assume il ruolo che gli compete.
Tutto questo non fa piacere al duo Nucci-Pisco che vedono di malocchio questa ingerenza risoluta tra loro ed il morente. Il cavaliere Alfredo non tarda molto ad accorgersi d’avere in costoro dei nemici che sanno come approfittare dello stato di amarezza e di freddezza nei rapporti tra lui e le sue sorelle.
Per pubblico testamento Alfredo è stato creato dal Padre erede universale coll’obbligo del pagamento di alcuni lasciti alle sorelle.
Queste disposizioni testamentari diseredano quasi le figliole e provocano un vivo malumore e alquanto rancore verso il fratello più fortunato.

Quando si apre la cassaforte e la scrivania si prendono le chiavi che il senatore teneva nella borsa sotto il cuscino ma, con grande sorpresa apparentemente generale, si vede che le chiavi non agiscono nelle serrature. Una mano ignota, approfittando della cecità del vegliardo e della sua impossibilità a muoversi, ha sottratto le preziosi chiavi sostituendole con altre similari.
Perciò si deve scassinare cassaforte e scrivania ma, con nuova grande sorpresa per eredi e astanti, entrambi gli scrigni risultano completamente vuoti. Per questa manomissione la principessa di Sannicandro e la duchessa Giuseppina di Donnorso si determinano a sporgere querela contro ignoti.
La Nucci ed il Pisco seguitano a dire che ad appropriarsi del tutto deve essere stato il cav. Alfredo prima ancora della morte del Padre.
I due si dimostrano favorevoli e simpatizzanti per le figlie diseredate e queste, nel loro stato d’animo poco benevole per il fratello, pur non raccogliendo le velate accuse fatte dai domestici incaricano l’avvocato on. De Tilla di stendere querela contro i possibili responsabili dei furti commessi. La querela, abilmente redatta, è molto ampia e può accogliere parecchie persone; d’altronde anche i sospetti possono cadere facilmente su molti personaggi.
Appare sospetto che il cav. Alfredo sia il solo membro della Famiglia ad aver assunto le redini dell’amministrazione della casa e sospetta la sua sollecitudine a trasferirsi da Torino a Napoli colla notissima ed elegante amante.
Pertanto l’istruttoria s’appunta subito contro di lui ma solo per i pretesi furti “post mortem”; per quelli “ante mortem” non può esercitarsi l’azione penale delle sorelle essendo il furto a danno del Padre e non dell’asse ereditario. In entrambi i casi però tutti quelli che hanno partecipato all’azione delittuosa, secondo la querela, debbono rendere conto alle querelanti con propria responsabilità penale e civile e per questa precisa volontà espressa dalle due sorelle l’istruttoria finisce con l’andare a colpire persone che si sono credute al sicuro d’ogni sospetto.
Il giudice istruttore dott. De Sanctis è messo in sospetto dalle interessate voci messe in giro dai due domestici e crede che le loro esagerazioni siano dettate da spirito di vendetta per essere stati cacciati via dal cav. Alfredo dopo la morte del senatore; allora, credendo che abbiano avuto molta parte nella sparizione dei titoli, spicca un mandato di cattura contro di loro.
D’altronde il cav. Alfredo adduce testimoni con i quali stabilisce che il Padre, prima di morire, ha aperto la cassaforte che conteneva le sole gioie della defunta signora Patamia e in presenza dei testi le ha regalate al figliolo come ricordi preziosi della mamma.
Numerose testimonianze assodano che il senatore, che nei rapporti con i figli aveva antiche ed austere usanze, ad Alfredo non fece mai confidenze sul suo stato patrimoniale e aveva fatto deposito fiduciario di molti titoli presso persona amica il cui nome si portò nel segreto della tomba con la caparbietà che spesso mostrano certi vecchi, illudendosi delle sue forze e non presagendo prossima la sua fine.

L’ammontare di questa eredità, decantata da voci popolari, appare esagerata, e la diligente indagine istruttoria, pur mostrando cifre più realistiche, accerta quanto segue:
-      il senatore, ostinato e litigioso, in una sola causa contro la Banca Commerciale ha sborsato un milione e duecentomila lire fra capitale, danni e spese,
-      il senatore prestato delle garanzie per un precedente fidanzato della cameriera Nucci, sopportandone naturalmente le spese,
-      al Pisco ha fatto elargizione di parecchie decine di migliaia di lire per crearsi un’agenzia d’emigrazione,
-      il senatore ha iniziato varie speculazioni finanziarie, tutte mal consigliate e peggio finite,
-      l’amministrazione di così ingente patrimonio è nelle mani della Nucci che ne dava l’incarico al Pisco che, a sua volta, mai ha voluto consegnare i libri dei conti.

Come visto il cav. Alfredo riferisce che le gioie lasciate dalla madre le ha avuto regalate dal padre ma i due domestici, con accuse che vanno a colpire oltre la persona dell’erede, affermano che le portò via in una valigetta che consegnò alla sua amante, la canzonettista Di Landa, la quale ben sapeva che le stesse erano state indebitamente asportate dalla cassaforte.
Il Pisco assicura d’aver assistito all’asportazione ma molti testimoni contraddicono le asserzioni del domestico; comunque l’autorità giudiziaria fa fare una diligente perquisizione nella casa di Torino che la signorina Buscaglione, in arte Annita Di Landa, possiede [9]. 

La perquisizione dà risultati negativi ed interrogata la graziosa divetta non solo nega sdegnata la partecipazione al preteso furto ma si prodiga a dimostrare che possiede splendidi gioielli per oltre un centinaio di mila lire, possiede automobili e possiede una elegante villetta. E tutto questo ben di Dio seppe procurarselo in tempi anteriori alla conoscenza del cav. Patamia e che da lui ebbe solo il dono di un altro villino che non è neppure ancora finito e che non può essere compendio di refurtiva.
Essendo la signorina Buscagliene biellese si delega da Napoli l’autorità competente per assumere informazioni ed attivare indagini sul suo conto che però risultano infruttuose allo scopo dell’accusa. La Camera di Consiglio esclude, al riguardo, ogni responsabilità della Di Landa che è difesa dagli avvocati Clarotti e Sola di Torino.
I sospetti delle due sorelle querelanti e le accuse dei due domestici hanno indirizzato delle indagini anche sul conto dell’avvocato Pasquale Finizia e del procuratore Alessio Vaccariello, entrambi del foro napoletano, che prestarono zelante assistenza al cav. Patamia.
Ma mentre l’avv. Finizia chiedeva al Consiglio dell’Ordine una inchiesta sul suo operato di patrono, della cui onorabilità si faceva paladino l’on. Colosimo, per il procuratore Vaccariello si rendeva garante, con nobilissima lettera inviata alla stampa, un principe del foro napoletano, ovvero l’avv. Arnaldo Lucci, professore di diritto civile alla università di Napoli e del cui studio era sostituto il giovane avvocato.
Egli scrive affermando che il suo collaboratore ha sempre agito quale suo coadiuvante e, protestando contro le menzogne e le calunnie raccolte, invoca la luce più ampia sulle posizioni giuridiche e su quelle morali per mascherare i volgari calunniatori e quelli che più vili si appaltano dietro costoro.  Tra l’altro afferma che è assurdo chiamare responsabili degli atti di propri clienti i patroni di una causa.
Dopo queste nobili proteste l’istruttoria procede cauta ed imparziale ma il cav. Patamia deve forzatamente cambiare difensori che ora sono l’avvocato Clarotti di Torino e l’avvocato De Nicola di Napoli.

Ora la causa è giunta alla sua fine, l’ordinanza della Camera di Consiglio è imminente ed è attesa con vivo interesse.