martedì 23 aprile 2013

Annibale in Parlamento






Annibale in Parlamento
Hamae oggetto di una interrogazione

L’attuale legislatura volge al termine ed a breve saremo chiamati ai seggi elettorali. Siamo in tempo per riportare un episodio parlamentare che ha riguardato il nostro patrimonio archeologico. Vicenda che, come vedremo, ha come protagonisti una deputata, un ministro ed un famoso generale cartaginese. In questo episodio si nota la completa assenza o compartecipazione di rappresentanti politici locali ed i “lapsus” dei protagonisti sono giustificati dalla condizione di non essere flegrei.

Mercoledì 23 marzo 2011, nella seduta n.451 della Camera dei Deputati, Elisabetta Zamparutti presenta la seguente interrogazione al Ministro per i beni e le attività culturali:
“Premesso che da un articolo pubblicato su “corriere.it” si apprende che l'antica dimora flegrea di Annibale a Pozzuoli versa in uno stato di forte degrado essendosi trasformata in una discarica con tavoli, bottiglie di plastica, ombrelli, vetro, sedie e pattume vario;  corrose dagli agenti atmosferici e sorrette da tubi innocenti in parte piegati, le tettoie indicano che su quel terreno, nel bel mezzo di palazzine tutte uguali, qualcosa di prezioso è venuto alla luce e si è pur cercato di tutelare. Era il periodo dell'emergenza bradisismo e durante gli scavi per la realizzazione delle palazzine popolari nei primi anni '80, un'interessante scoperta archeologica riportò alla luce gli antichi resti di una villa rustica romana di notevole estensione. L'area, sottratta all'edilizia popolare e sottoposta alla tutela della soprintendenza, restituì interessanti cisterne, gli interni di una villa realizzati in opus reticolarum e preziosi mosaici che si cercò di tutelare realizzando opportune coperture. Poi la cattiva gestione, l'abbandono e l'incuria che caratterizza spesso i quartieri periferici, ha fatto di quest'interessante sito archeologico una vera e propria discarica a cielo aperto, dove viene gettato di tutto. Si desidera sapere se corrisponda al vero quanto riferito in premessa e quali misure si intendano adottare a tutela dell'area.”
Il nostro primo personaggio, l’Onorevole Elisabetta Zamparutti, è nata a Cermes (Bolzano) il primo ottobre dell’anno 1964 ed è laureata in giurisprudenza. E’ una dirigente del Partito Radicale e dell'associazione “Nessuno tocchi Caino”. E’ stata eletta in Basilicata nelle liste (bloccate) del Partito Democratico nel corso delle politiche del 2008 ed è componente della “VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici”.

Solo lunedì 12 settembre 2011, dopo vari solleciti, arriva la risposta del competente Ministro Giancarlo Galan che riferisce:
“Con riferimento all'interrogazione in esame, si rappresentano i seguenti elementi, pervenuti dalla competente Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Si precisa, anzitutto, che non è suffragata da alcun elemento scientifico l'ipotesi che ritiene che nel territorio di Pozzuoli, in località Monteruscello, sia stata ubicata l'antica Hamae, santuario e non casa, presso il quale Annibale si fermò per fare sacrifici e dove combatté contro i romani nel suo percorso verso Roma. Dopo l'ultima grave crisi bradisismica degli anni 1883-1884, la stessa località fu prescelta per realizzarvi il nuovo insediamento destinato ai puteolani rimasti senza alloggio; nel corso dei lavori, grazie ad una serie di indagini preliminari richieste dalla soprintendenza si rinvennero, in alcune zone, resti di strutture di età romana pertinenti per lo più a ville residenziali, ma anche rustiche, spesso dotate di una piccola necropoli che, in antico, occupavano la piana di Monteruscello, terreno agricolo attraversato da un diverticolo della via Campana collegante Puteoli a Cuma. Le aree archeologiche furono estrapolate dal progetto per la realizzazione delle palazzine, recintate e vincolate, provvedendo in più casi anche alla realizzazione delle necessarie coperture, ancorché a carattere provvisorio. La proprietà dei suoli è tuttavia rimasta in capo al comune di Pozzuoli che, per legge, è tenuto ad assicurare la dignità ed il decoro dei beni vincolati che, purtroppo, oltre ad essere infestati dalla vegetazione spontanea, vengono usati dai residenti come discariche di rifiuti anche se, soprattutto nei mesi estivi, gli stessi residenti reclamano i necessari interventi di pulizia e diserbo delle aree vincolate, che vengono condotti dal comune sotto il controllo di personale della competente soprintendenza. Più volte la stessa soprintendenza ha evidenziato la necessità di effettuare, nei vari lotti, puntuali campagne di scavo e restauro archeologico per il recupero e la valorizzazione delle strutture che, peraltro, costituiscono i pochi polmoni di verde dell'intero insediamento, ma il comune ha sempre rappresentato di non avere a disposizione i fondi necessari.”
Il nostro secondo personaggio, l’onorevole Giancarlo Galan, è un politico italiano nato a Padova il 10 settembre 1956, laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova e Master alla Bocconi di Milano. Già Presidente della Regione Veneto e poi membro del Governo Berlusconi con ultimo incarico quale Ministro per i Beni e le Attività Culturali.
Da questa interrogazione parlamentare apprendiamo che l’onorevole Elisabetta Zamparutti, che risulta essere uno dei deputati più presenti in parlamento ed attiva anche nel campo della salvaguardia dei beni ambientali, ricerca in rete delle notizie che possano dargli spunti ad interpellanze e ben ne trova sul sito del “corriere.it”. La notizia, che seppure enfatizzata non rileva importanza agli occhi dei nostri rappresentanti locali, parla della presunta dimora flegrea di Annibale. Apprendiamo pure che il Ministro Giancarlo Galan per la risposta chiede delucidazioni alla competente Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei. Quest’ente precisa che non è suffragata da alcun elemento scientifico l'ipotesi che nel territorio di Pozzuoli, in località Monteruscello, sia stata ubicata l'antica Hamae. Comunque la suddetta Soprintendenza tiene a precisare che trattasi di santuario, e non casa, quello ubicato ad Hamae dove si sarebbe recato Annibale.
Ecco allora spuntare il nostro terzo personaggio, Annibale Barca, nato a Cartagine nel 247 a.C. e morto a Libyssa nel 182 a.C, che fu un politico e condottiero cartaginese famoso per le sue vittorie durante la Seconda Guerra Punica combattuta contro Roma.
L’interrogazione parlamentare ha comunque rispolverato una non risolta disputa per cui dobbiamo avventurarci in un argomento affascinante ma complesso. Pertanto ci appoggiamo a quanto riferisce Alberto Perconte Licatese nel suo ottimo “Capua Antica” che a tutti consigliamo  di leggere.
Da questo emerge che Hamae, luogo in cui insiste il santuario federale delle città campane in età sannitica, di­sta, a detta di Livio, tre miglia da Cuma e tre miglia da Liternum. L’ubicazione del tempio, di indiscussa pertinenza capuana sin dal­l’epoca etrusca, fa pensare ad un’influenza di Capua sul territorio cu­mano e questo porta ad un’epoca successiva al 524 a.C. Anno questo che vede, in seguito all’attacco sferrato dagli Etruschi e respinto dai Cumani, un certo ridimensionamento del territorio controllato dalla co­lonia greca a vantaggio di Capua. Potrebbe anche darsi che il santuario, posto in zona di frontiera tra le due civiltà, si configurasse quale luogo di integrazione tra le etnie greca ed etrusca, ipotesi suffragata dal fatto che, in quanto tale, esso nel 71 a.C. è ancora molto attivo per il culto di “Iuno Gaura” (Giunone). Questo è attestato da una epigrafe di Capua che denuncia con chiarezza un culto prettamente lo­cale (forse il ricordo di un’antica divinità indigena o ellenica), non avendo mai la Giunone romana potuto recare un epiteto che, con tutta evidenza, possa riferirsi al Monte Gauro dei Campi Flegrei.
Il monte, con i suoi 336 metri d'altezza domina il golfo di Pozzuoli, ed i greci lo appellano “Maestoso”. Probabilmente sulla sua cima si eleva il Tempio Sacro di Apollo, descritto da Virgilio presso il bosco di Trivia, sorella del dio. Fin da tempi remoti sono legati al Gauro memorie di pratiche religiose e con l’avvento del cristianesimo non sono mancati conventi e cappelle su questo rilievo ora chiamato “Barbaro”.
Dopo le grandi battaglie del Trasimeno e di Canne (217 e 216 a.C.), Roma ha tremato vedendo i suoi eserciti distrutti ed Annibale baldanzoso percorrere la penisola. Ma Roma è tenace; appresta nuove armate e contrasta ovunque può i passi del Cartaginese.
Livio racconta che nella prima­vera del 215 a.C. si riuniscono ad Hamae, come ogni anno in quella stagione, tutti i Campani alleati di Annibale, per celebrare di notte un sacrificio periodico con riti dedicati a Cibele, la Grande Madre, dea della natura.
In quell’occasione i Capuani cercano di attirare in un tranello i Cumani, rimasti fedeli a Roma, con il pretesto della celebrazione e per concordare un piano d’azione comune contro Annibale. I Cumani, però, intuiscono  l’inganno e chiamano il console Tiberio Sempronio Gracco e le sue legioni in loro aiuto. Ancora Livio racconta che il console Gracco penetra di notte nell’accampamento capuano e fa strage dei nemici, rientrando, poi, a Cuma per prevenire un eventuale contrattacco di Annibale, accampato sul Tifata, sopra Capua.
Annibale, infatti, appena ha notizia dell’accaduto, viene ad Hamae, ma trova già il campo abbandonato dai nemici. In un primo momento desiste dall’assalire Cuma, poi torna con macchine da guerra; ma l’assalto si traduce per lui in un disastro, perché i Romani riescono a dar fuoco alle macchine e, con una felice sortita, uccidono circa 1300 cartaginesi e 59 ne fanno prigionieri. Annibale attende invano che il console Tiberio Sempronio Gracco venga fuori per una battaglia campale, ma infine, non potendo aver ragione delle solide mura cumane ne di quelle di Puteoli, se ne torna sul Tifata.
E’ una delle prime sconfitte di Annibale ed ha un grosso peso nel cambiare la sorte della guerra punica. Da allora Cuma e Puteoli si servono della lingua latina nei loro atti ufficiali e sono fedeli alleate di Roma di cui diventano “municipium”.
Ritornando alla iniziale interrogazione parlamentare siamo consapevoli dell’effettivo degrado in cui versano i riferiti resti archeologici, che pur andrebbero salvaguardati, e ben sappiamo che detti siti di Monterusciello non rappresentano le spoglie dell’antica Hamae.
Il santuario di Hamae si innalzava alle pen­dici del Gauro; se non in zona Torre Santa Chiara, come afferma il Perconte, probabilmente in località Torre San Severino, come affermano in molti.
Siamo comunque in territorio flegreo e poche centinaia di metri in più o in meno non possono impedirci di annoverare Hamae tra i luoghi della nostra memoria, al pari Misenum, Bauli, Quartum, Agnanum, Baiae, Cumae e Puteoli.
  

Bibliografia
www.camera.it - Camera dei deputati - Deputati e Organi Parlamentari
Alberto Perconte Licatese – Capua Antica – Edizioni Spartaco
Selene Salvi e Daniela Marra - Gruppo di studio "Alessandra"



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 26 gennaio 2013

martedì 9 aprile 2013

Orazio e Virgilio








Orazio e Virgilio
Due transatlantici nati a Baia

Agli inizi degli anni ’20 si insedia a Baia, al riparo del castello aragonese ed assorbendo piccoli ma secolari costruttori di imbarcazioni in legno, un nuovo grande cantiere navale. Il complesso industriale con ragione sociale “Cantieri ed Officine Meridionali, Società Italiana per Costruzioni Navali & Meccaniche, Baia” sorge per iniziativa della genovese “Società Navigazione Generale Italiana” (N.G.I.) e il diretto interessamento del suo direttore Brunelli.
La N.G.I., che per oltre cinquant'anni sarà il maggior gruppo armatoriale italiano è fondato a Genova nel settembre 1881 riunendo le flotte della “Ignazio & Vincenzo Florio” di Palermo e della “Società per la Navigazione a Vapore Raffaele Rubattino” di Genova. Le due imprese, oltre ad un completo servizio di cabotaggio mediterraneo, al momento della fusione sono interessate nei traffici commerciali in due diversi scacchieri geografici con la Florio che esercita una linea transatlantica sulla rotta del Nord Atlantico, e la Rubattino che gestisce una serie di collegamenti marittimi tra l'Italia e l'Oriente attraverso il canale di Suez.
La nuova società dal 1884 allarga le sue attività anche ai collegamenti con il Sud America e, per potenziare questo nuovo servizio, acquista nel gennaio del 1885 i piroscafi della “Società Italiana di Trasporti Marittimi Raggio & C” e, nel successivo luglio, quelli della “Società Rocco Piaggio & Figli”.
In breve tempo la N.G.I. si impone come la maggiore organizzazione armatoriale italiana nel settore del trasporto passeggeri; nel 1901acquista “La Veloce”; nel 1906 la maggioranza azionaria della “Italia Società di Navigazione a Vapore” e nel 1910 il “Lloyd Italiano”.
Con la fine della Prima Guerra Mondiale la N.G.I. lancia la sua ultima sfida, questa volta nei confronti delle grandi armatrici straniere, creando una flotta di navi passeggeri sempre più grandi e lussuose. La gara comincia con il Duilio e il Giulio Cesare e continua con il Roma e lo Augustus, per concludersi con il velocissimo e splendido Rex.
La corsa alla costruzione di navi moderne e lussuose convince la N.G.I. a farsi promotrice, insieme ad altre società e capitali genovesi, della fondazione del nuovo impianto di Baia che si specializza nella costruzione di navi passeggeri di medio tonnellaggio. I capannoni ed i fabbricati del cantiere sono realizzati nella vasta area che si estende dal tempio di Venere fin quasi alla base del castello aragonese. Gli scali sono costruiti in muratura su di un’ampia banchina prolungata verso il mare a mezzo di una vasta colmata. Con l’inizio dell’attività di costruzioni navali comincia a svilupparsi anche il primo quartiere operaio ubicato tra la stessa Baia e le colline che la separano dal Fusaro. I cantieri navali, oltre che degli artigiani locali, possono avvalersi dell'apporto dei lavoratori procidani espertissimi nelle realizzazioni navali e le capacità di tutti questi lavoratori sono molto apprezzate dai genovesi che hanno investito nella cantieristica flegrea.
Questa collaborazione con i cantieri genovesi, e il sostegno all’attività da parte del governo fascista, fa sì che i cantieri di Baia non soffrono la grave crisi che attanaglia altri cantieri in questo primo dopoguerra. Principalmente sono la stessa N.G.I ed il nuovo gruppo “Florio Società Italiana di Navigazione di Palermo” (che poi nel 1936 confluirà nella “Tirrenia di Navigazione”) a richiedere la costruzione di navi per le proprie flotte.
Tra le prime costruzioni baiane troviamo nel 1922 il piroscafo da carico Oostplen dislocante 5.050tsl - lungo m.115,5 – largo m.5,75 – motore da 2500hp che sviluppa 11 nodi. Esso è costruito per la olandese “Scheepvaart Maatschappij Millingen” di Rotterdam. Poi troviamo nel 1925 la cisterna Sangro di 6.466tsl, costruita per la “Societa Anonima Italiana di Navigazione” di Genova. Per conto della “Florio” sono costruite, tra il 1929 e il 1930, alcune unità come la Città di Spezia, Città di Messina, Città di Livorno. Dislocanti circa 2450tsl - lunghe m.87,9 – larghe m.12,2 – e con una velocità di 12 nodi, queste motonavi possono ospitare, per le linee mediterranee che percorrono, 111 passeggeri divisi nelle tre classi. Tutte queste predette unità saranno tragicamente affondate nel corso della seconda guerra mondiale, rendendosi protagoniste di eroiche pagine di storia.
Intanto nel 1925  la N.G.I. decide di costruire due nuovi transatlantici atti a coprire le tratte per l’America meridionale. Questi, in ossequio al momento storico ed al luogo scelto per la loro costruzione, sono nominati Orazio e Virgilio. Le due motonavi gemelle hanno una stazza lorda di 11.718tsl – lunghezza di m.152,45 – larghezza di m.18,84 – due motori diesel da 6600hp prodotti dallo “Stabilimento Tecnico Triestino”, su licenza della danese “Burmeister & Wein”, che consentono la velocità massima di 15 nodi. Le navi, dotate di grandi stive per il carico merci, hanno un equipaggio di 200 uomini e possono trasportare un totale di 640 passeggeri (110 in prima, 190 in seconda e 340 in terza classe).
La Orazio è impostata a Baia nel 1925, varata il 31 ottobre 1926 ed è trainata a Genova, sede della N.G.I., dove viene portato a termine l'allestimento presso la banchina delle Officine O.A.N. A Baia ancora non esiste una consolidata tradizione per l’allestimento di unità di tale mole e sarebbero da creare tutte quelle società satelliti che oggi definiamo “indotto”. Da sottolineare che l’arredamento, particolarmente lussuoso per l’epoca, è opera dello studio milanese dell’architetto Enrico Monti. La motonave è completata nell’ottobre del 1927 quando compie il primo viaggio sulla Genova - Valparaiso.
La Virgilio è impostata, sempre a Baia su di uno scalo affiancato a quello della Orazio, l'8 dicembre 1925 e varata il 13 novembre 1926. Dopo il varo viene anch’essa trainata a Genova per completare l’allestimento che termina il 24 aprile 1928 quando lascia Genova per il suo viaggio inaugurale per il sud America.
Entrambe le navi, dopo aver toccato Marsiglia e Barcellona nel Mediterraneo, fanno scalo a Trinidad, La Guaira, Curacao, Porto Colombia, Cartagena e Cristobal nei Caraibi. Poi, attraversato il canale di Panama, toccano La Libertad, Guayaquil, Callao, Mollendo, Arica, Iquique, Ocopilla, Antofagasta per giungere a Valparaiso, e qualche volta a Talcahuano, in fondo al Pacifico. Oltre ai passeggeri, che imbarcano anche solo per trasferirsi da un porto all'altro dei tanti che toccano, le due motonavi caricano pure frutta, cacao, caffè, rame, gomma, prodotti lavorati, legni pregiati ed altre merci.
Il 2 gennaio 1932, in seguito alla fusione della N.G.I. con il “Lloyd Sabaudo” e con la “Cosulich Società Triestina di Navigazione”, Orazio e Virgilio passano alla nuova società “Italia Flotte Riunite” di Genova percorrendo sempre la stessa lunga rotta che collega Genova all'America Latina. Questa rotta, soprattutto dopo l'esplodere dell'antisemitismo nazista in Germania e l'inglobamento dell'Austria e della Cechia, viene praticata da migliaia e migliaia di ebrei provenienti dalla Mitteleuropa. Quando riescono, dopo difficoltà che non tutti superano, ad ottenere le autorizzazioni necessarie all'espatrio verso i Paesi dell'America Latina questi profughi transitano per l'Italia e, spesso, partono proprio da Genova. Orazio e Virgilio portano in America Latina decine di migliaia di persone ma, a partire dal settembre 1939, gli eventi bellici e le restrizioni imposte dai Paesi americani riducono il numero dei passeggeri imbarcati.
Sull'Orazio che parte da Genova il 19 gennaio 1940 diretta verso il porto cileno di Valparaiso potrebbero essere imbarcati 640 passeggeri ma, per i motivi che si sono accennati, ne salgono solo 423 che sono riuscite ad ottenere il visto di ingresso in un paese sudamericano; l'equipaggio è composto da 210 persone. Le prime ore di navigazione della Orazio sono tranquille. La voce che al largo nel golfo di Marsiglia siano state individuate delle mine non allarma più di tanto le famiglie di ebrei tedeschi, austriaci e cechi che stanno affrontando quello che dovrebbe essere il loro lungo viaggio della salvezza; ospitati il più delle volte nei cameroni della terza classe.
Persino l'ispezione della nave da parte di un'unità militare francese (ha bloccato l'Orazio in alto mare inviando a bordo un gruppo di ufficiali del controspionaggio che procede ad interrogare una cinquantina di passeggeri) non suscita particolari reazioni. Le autorità francesi rimuovono alcuni cittadini tedeschi e dopo un ritardo di quattro ore la nave riprende il suo viaggio, con mare mosso da un “Maestrale” in crescita. Poco dopo scoppia un incendio a bordo che non è possibile controllare e quindi è lanciato l'SOS. Accorrono sulla scena navi militari francesi e le italiane Colombo e Conte Biancamano. Il salvataggio di passeggeri ed equipaggio è eccezionalmente difficoltoso date le condizioni meteo. Il comandante Michele Schiano, ultimo a lasciare la nave, l'abbandona durante la notte tra il 21 ed il 22 gennaio; perdono la vita 48 passeggeri e 60 membri dell’equipaggio.
Il servizio per il sud America prosegue sino allo scoppio della seconda guerra mondiale ad opera della gemella Virgilio che poi, il 18 marzo 1941, viene requisita dalla Regia Marina  che la iscrive nel ruolo del Naviglio Ausiliario. Ridipinta secondo le norme stabilite dalla Convenzione di Ginevra per le navi ospedale (scafo e sovrastrutture bianche, fascia verde interrotta da croci rosse sullo scafo e croci rosse sui fumaioli), la nave, dotata di adeguate attrezzature sanitarie e con personale medico, entra in servizio nel giugno 1941 con una capienza di 826 posti letto che la rendono la più grande tra le navi ospedale armate dalla Regia Marina nel corso del conflitto.
Per conto della Marina la Virgilio svolge complessivamente 51 missioni, trasportando circa 32.000 tra feriti e malati. La nave è presente nelle più tragiche circostanze in cui vengono coinvolti la Regia Marina ed il Regio Esercito durante l’evacuazione dall’Africa Settentrionale. In molti episodi è cannoneggiata e bombardata dalla forze alleate. All’armistizio del 8 settembre 1943 la nave si trova a La Spezia per lavori di riparazione ed è catturata dalle truppe tedesche. Nel novembre 1943 la Virgilio riprende servizio operando sulle coste della Provenza ma, a differenza delle altre due navi ospedale catturate in seguito all'armistizio (Gradisca ed Aquileia, entrambe iscritte nelle liste delle navi ospedale della Kriegsmarine), continua a battere bandiera italiana. Il 6 dicembre 1943, alle 8.20, viene silurata dal sommergibile britannico Uproar nelle acque antistanti Fréjus, a nordest di Saint Tropez, riportando gravi danni. La si rimorchia a Tolone dove il 9 dicembre è posta in disarmo ed in tale porto è affondata da un bombardamento aereo alleato l'11 marzo 1944. Recuperata viene minata e fatta saltare in aria dalle truppe tedesche in ritirata il 27 luglio 1944 onde bloccare il porto di Tolone.
Riportato a galla nel 1958, il relitto della Virgilio viene avviato alla demolizione.
Terminano così, tragicamente, la loro esistenza  questi due transatlantici che hanno rappresentato il top per i “Cantieri ed Officine Meridionali” di Baia.
Cantieri costretti, per le ripercussioni della crisi del 1929 e per le pressioni della cantieristica del nord Italia, a chiudere e cedere i capannoni al “Silurificio Italiano” che nel 1935 li riconverte per la produzione bellica.
  

Bibliografia:
Peluso Giuseppe - Eugenio Minisini e il Silurificio di Baia
www.it.wikipedia.org – Virgilio (Nave Ospedale)
La Stampa - Si chiama Orazio il nostro Titanic - 16 aprile 2000




Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 12 gennaio 2013

mercoledì 20 marzo 2013

I pescatori di Pozzuoli - Parte Terza


 





I pescatori di Pozzuoli
Parte Terza – Lungo le coste laziali

Dopo aver seguito il secolare peregrinare dei pescatori puteolani, lungo le lontane coste della Toscana e della Sardegna, li accompagniamo ora lungo le coste laziali che, seppur vicine, sono state le ultime ad accoglierli con insediamenti stabili. Il motivo va ricercato nelle limitative norme in vigore nell’allora “Stato Pontificio” e nella pretestuosa richiesta di forti tributi che questi pescatori, considerati “stranieri”, non possono permettersi.
Solo dopo l’Unità d’Italia i puteolani si avventurano su questi lidi e la prima località ad essere frequentata, non poteva essere diversamente, è Civitavecchia, il più importante porto laziale.
Carlo De Paolis, nel vocabolario dei civitavecchiesi, precisa che i veri pescatori professionisti sono unicamente i pozzolani e i paranzellari.

“Il pozzolano è il tipico pescatore con reti da posta (tramagli). La sua barca è denominata pozzolana; natante con scafo lungo, basso, e sottile, senza coperta, due tughe a sesto acuto di poppa e di prua, mosso da sei od otto remi a sensile e da una vela a tarchia che s’inalbera e disalbera secondo le necessità (polaccone). L’equipaggio è composto da un capo barca e da otto o dieci pescatori ed il pozzolano esce in mare la sera, colloca le reti, torna a terra, dorme in casa, va di nuovo in mare l’indomani mattina, recupera la rete, rientra di buonora e vende il prodotto ai ristoranti, ai commercianti o direttamente ai consumatori al mercato ittico di piazza Regina Margherita.

Il paranzellaro è invece colui che è imbarcato sulle paranze, cioè il pescatore che esercita la pesca, locale o d’altura, con reti a strascico. E’ stato sempre considerato una sorta di forzato del mare, tanto da essersi portato indosso per secoli il nomignolo di “schiavo”, caduto in disuso solo con l’avvento della motorizzazione. Le paranze escono di primo mattino, tutti i giorni escluso la domenica e tornano al tramonto replicando uno spettacolo antico e sempre nuovo.”

Il pescatore puteolano trova ampia eco anche nella poesia dialettale locale del poeta civitavecchiese Dante Tassarotti:

                        Ne la nostra città le pescatore

so’ quase tutte dell’artre paese,

ne conte poche de civitavecchiese,

a centinara vengheno da fòre!

So’ tutta gente giù der meridione,

siciliane, barese e pozzolane,

le sente dar dialetto ’ste persone.

 

Pure Eugenio Scalfari descrive l’attività dei paranzellari, come si presentava dalla finestra della nativa casa di Civitavecchia esposta al mare:

“La mattina, prima dell’alba, partivano le paranze e tornavano la sera con il loro carico di saraghi, triglie, merluzzi, cefali e calamari. La sera partivano le lampare e restavano fuori tutta la notte attirando nelle reti stese a pelo dell’acqua banchi di sarde e di alici. Le famiglie dei pescatori provenivano quasi tutte da Pozzuoli e da Procida e conservavano di quei loro paesi di origine una parlata che col tempo si era corrotta e mischiata con le inflessioni del luogo, dando vita ad una cadenza spuria e sguaiata, ma le donne erano belle, con gli occhi di un blu profondo e capelli morbidi e scuri. Aspettavano al tramonto le barche dei loro uomini ed erano loro a sistemare i pesci nelle ceste, a preparare i banchi sopra i quali esporre le spigole argentee, le triglie color di rosa e gli scorfani rossi.”

In chiave ironica sono invece, sulla parodia de “’a tazza ’e cafè”, di “Baffone” e di “Dujie e Paraviso”, gli sberleffi campanilistici di chi non è di Civitavecchia. Con il dialetto civitavecchiese dell’epoca, che risente dell’influenza di vocaboli napoletani, pozzolani e gaetani, frutto di una presenza massiccia di persone provenienti da quei posti e che, in genere, alloggiano fra il Ghetto e piazza Leandra.

Di Civitavecchia racconta pure Don Vincenzo Cafaro quando, trovandosi a Roma, si reca in questa cittadina per incontrarci gli amici puteolani intenti alla loro genuina vita giornaliera:

“Li incontro al mercato del pesce dove sono a pesare e a dar ragione della buona qualità e del prezzo della merce. Si sforzano di usare un linguaggio italiano ma troppo spesso ci ficcano una parola puteolana. Dei pescivendoli del mercato i più capaci sono loro. Poi mi reco al porto dove ci sono poche barche; le altre sono fuori e rientrano stasera, e chi sa anche stanotte, dipende dalla pesca. Oh, le belle barche pulitissime, a secco, sulla banchina a Pozzuoli, dai colori sgargianti! Sono ora tutte sbiadite. Reti di qua, reti di là e stracci al sole su funi tirate agli alberi e un po di biancheria."

Lavoro ed economia. Guadagno e risparmio. E una vita onesta, Don Filo. Altrimenti non ci si arriva. Pioggia, sole, acqua, vento, la nostra casa è la barca; il mare e il mercato, il campo del lavoro e anche del divertimento. Già si è così stanchi che quando non si lavora si dorme. Ci stimano anche, perché non ci sanno viziosi. Non abbiamo altre conoscenze che il rettore della chiesa vicina e il nostro mestiere. Vita di sacrificio, Don Filo. Prendere in fitto una casa è uno sbaglio, aver qui la moglie e i figli non si combina niente. Si è distratti. Il mestiere se ne fugge. E se ne scappano anche i risparmi.

Quando siamo partiti da Pozzuoli, racconta uno, c’è toccata brutta, ci ha sorpresi una tempesta e appena appena si è fatto in tempo a riparare nel porto d’Anzio, e li siamo rimasti più di una settimana……. Ed io fui fortunato, arrivai proprio per miracolo. Certi giorni non si poteva mettere neppure il capo fuori della tenda. E il mare ci cullava, oh, come ci cullava.”

A Santa Marinella nel 1872 le barche dei pescatori sono di Silvestro Luigi, Barcellini, Molli Leopoldo, Basili Raffaele, Fiocchi Andrea, Griechi Gennaro e Francesco, Chiocchi Giuseppe, Bonetti Antonio, Di Fraia Francesco, Bonito Antonio, i Di Costanzo; quasi tutti provengono da Pozzuoli. Chi viene da Gaeta si dedica alla pesca delle sardine, sarde e merluzzi; mentre chi viene da Pozzuoli si dedica alla pesca di scoglio, ossia scorfani, aragoste. Tutti tornano alle loro case per ferragosto. La venuta a Santa Marinella consente il ripopolamento del loro mare.
I nostri pescatori arrivano qui in massa nel lontano 1887; trovano una piccola rada naturale, dominata dal castello medioevale degli Odescalchi, e ci si sono sistemati per sempre. Così è nata la storia dei pescatori puteolani, che da padre in figlio si sono tramandati questa attività e che lavorano e vivono tutto il giorno nel porticciolo di Santa Marinella. La gente del posto li chiama “I pozzolani” cioè coloro che provengono da Pozzuoli e che da circa 150 anni pescano nelle acque del litorale romano.
Attualmente la flotta dei puteolani è molto ridotta ma negli anni sessanta aveva raggiunto le trenta imbarcazioni. Per loro il declino del settore è iniziato con l’avvento dei pescherecci a strascico e dei pescatori subacquei che stanno creando danni immensi alla fauna marina.
Il vecchio Vincenzo Varchetta così racconta: “I primi pescatori professionisti che raggiunsero Santa Marinella avevano solo alcune barche a vela e con quelle facevano la stagione estiva poi tornavano a Pozzuoli. Solo alcuni anni dopo i primi pozzolani si insediano stabilmente in questa località e tra questi Salvatore Vernata, morto all’età di 91 anni, che venne a Santa Marinella nel 1888. I pescatori partivano da Pozzuoli all'Epifania ritornando per il 15 Agosto (Festa della Madonna della “Mprefeca”; ovvero la “Madonna Assunta”). Partivano con la Tramontana o il Grecale ('cu ò viento e'terra') e tornavano con le basse pressioni di metà agosto. Arrivarono qui con altri amici di Pozzuoli, risalendo la costa attraverso il Circeo, Terracina, Gaeta, Nettuno e Ladispoli. Si sistemavamo in questo porticciolo da gennaio ad agosto, poi prendevano in mano i remi e tornavamo a casa con la barca. Il viaggio durava la bellezza di 24 ore senza mai fermarsi. Noi arrivammo dopo, intorno al 1920, e ci sistemammo definitivamente in un intero stabile dove alloggiano ancora alcune famiglie storiche come i Vernaca, i Varchetta, i De Fraia e i Fratturato”. A quei tempi, Santa Marinella, non aveva più di mille abitanti e molti di loro si sposarono con i residenti. Oggi queste famiglie contano numerosi parenti ma nessuno di loro, a parte qualche eccezione, continua a fare il pescatore professionista. Tanti sono stati i personaggi che hanno caratterizzato quella colonia; ricordiamo i loro contronomi: Carruccello, il Mutarello, Biagino, Sarpatella. Gente che viveva solo di pesca. Catturavano aragoste e le vendevano porta a porta. “Oggi le aragoste sono praticamente sparite, affermano due degli ‘ultimi sopravvissuti’, i fratelli Salvatore e Filippo Vernata, e con queste è iniziato il momento difficile della pesca. Molti hanno mandato le loro barche in demolizione perché il governo li rimborsa con quattromila euro. Qualcuno come Gaetano Lombardi continua a riparare le rezze. Le licenze però non vengono più date e i pescatori stanno scomparendo. Tra qualche anno saremo una specie in via di estinzione.”

Infine Ladispoli, non distante da Santa Marinella; località ricca di storia ma autonoma solo dal 1888.
I pescatori puteolani si spingono ogni anno su queste coste, ritenute le più ricche del Tirreno, e qui, negli anni ’30 e ’40 del novecento, cominciano a vendere il frutto del loro lavoro nel porto che poi sarà il centro della cittadina. Con il passare del tempo vi si trasferiscono definitivamente, portando con loro le famiglie, dando vita ad una comunità che ancora oggi è ben radicata nella città laziale. Sono loro a diffondere la festa del mare, scegliendo S. Giuseppe come loro protettore, e dal 1996, dopo aver posto nei fondali di Ladispoli una statua del Santo Patrono, questa antica tradizione viene annualmente rievocata dai vecchi pescatori originari di Pozzuoli.
Il 27 aprile del corrente anno 2012 il Comune di Ladispoli, con una partecipata manifestazione pubblica, provvede ad intitolare un ampio incrocio posto alla confluenza di via Kennedy, via del Lavatore, via Cariddi e via Scilla. Questa piazzetta viene chiamata “Largo Pescatori di Pozzuoli” e resta a perenne memoria della comunità dei pescatori puteolani dichiarati autentici pionieri nella fondazione della cittadina.
Una comunità, quella puteolana, che ha contribuito a fare la storia di Ladispoli e che giustamente D’Alessio e Paliotta, nel loro citato libro, portano a parlare e dialogare facendo riaffiorare dalle loro labbra le radici e le appartenenze.


Bibliografia:

Eugenio Scalfari - Incontro con io, Rizzoli, Milano 1994

www.poetidelparco.it – Civitavecchia

Don Filo Puteolano – Abbàscio o’ mare

www.centumcellae.it - I Pozzolani, pescatori i via di estinzione

Angela Carlino Baldinelli – Santa Marinella nel tempo

Nardino D'Alessio e Crescenzo Paliotta - I pescatori di Pozzuoli a Ladispoli



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 22 dicembre 2012

lunedì 4 marzo 2013

I pescatori di Pozzuoli - Parte Seconda









I pescatori di Pozzuoli
Parte Seconda – Lungo le coste sarde

In precedenza abbiamo seguito i pescatori puteolani stanziati lungo le coste toscane fin dalla prima metà del XVIII secolo.
Nello stesso secolo, ma con qualche decennio di ritardo, i nostri pescatori vanno a stabilirsi anche in Sardegna in seguito alla presa di possesso di quest’isola da parte dei Savoia che nel 1767 vi fondano il Regno Sardo Piemontese. Si crea così una nuova situazione storica che garantisce ai pescatori campani una certa sicurezza per via della presenza di navi armate che sicuramente scoraggiano eventuali malintenzionati locali e pirati berberi. Il tutto inizia nell’isola La Maddalena e nel suo arcipelago dove, dopo l'occupazione piemontese, arrivano i primi napoletani, puteolani, procidani e ponzesi, che trovano condizioni ideali per stabilirsi. Lasciano paesi ormai sovrappopolati e con attività insufficienti per tutti, e trovano qui zone vergini mai sfruttate prima; lasciano golfi troppo aperti e pericolosi per le intemperie e trovano coste articolate con maggiori possibilità di riparo. Ma soprattutto, provenendo da paesi con attività troppo specializzate (ad esempio, i Ponzesi adoperano quasi sempre nasse e i puteolani reti), per cui tutti debbono necessariamente pescare in determinati mesi e località, trovano qui, nella molteplicità degli attrezzi e dei tempi, la possibilità di lavorare senza importunarsi l'un l'altro. Sono però, dal punto di vista amministrativo, stranieri, provenienti da un altro stato sovrano, il Regno di Napoli, e sottoposti quindi a pagare dei diritti allo stato ospite; e poiché sulla loro esazione e sulla correttezza dei funzionari addetti non sempre i pescatori napoletani possono essere d'accordo, nel 1789, per proteggere gli interessi dei propri cittadini, il Console di Napoli a Cagliari presenta un'istanza al Viceré, che rappresenta i Savoia sull’isola, al fine di nominare un Viceconsole a La Maddalena. Le barche portate dai pescatori campani sono di tre tipi: " il gozzo violone" di Pozzuoli [1], "la feluca" di Ponza e "la spagnoletta" tipica dei pescatori napoletani; modello ereditato con il vicereame spagnolo.
Dal settecento ad oggi, in oltre due secoli, ad esercitare la pesca nell'arcipelago non sono mai stati i maddalenini, almeno quelli del ceppo originario. La generazione degli immigrati della fine del ‘700, e che comprende una fetta consistente della popolazione isolana, non realizzerà fino ai nostri giorni una completa integrazione con le altre componenti isolane perché vi è sempre stata in questa attività una continua alternanza di pescatori napoletani, ponzesi, liguri, toscani, pugliesi e siciliani la cui frequentazione dapprima limitata e stagionale, specie per la pesca del corallo, si concretizza successivamente con degli insediamenti stabili e trasferimenti delle relative famiglie.
I matrimoni fra campani e maddalenine sono rari e sempre nuovi arrivi, soprattutto da Ponza e da Pozzuoli, di individui o di intere famiglie, vanno a rimpinguare il nucleo primitivo mantenendone le caratteristiche iniziali. Gli stessi cognomi delle famiglie di pescatori, i vari Scotto, Acciaro, Aversano, Barretta, Di Fraia, Di Meglio, D'Arco, Nicolai, Sabatini, Ricco, Vitiello e tanti altri danno una precisa connotazione geografica dell'area di provenienza.
La comunità dei pescatori, all'inizio del ‘900, è divisa in due gruppi principali, puteolani e ponzesi, e in altri meno numerosi, come i cetaresi e i siciliani, che mantengono insieme alle abitudini derivate dai diversi luoghi di provenienza, una netta differenziazione degli attrezzi da lavoro. I puteolani si sono stanziati, cercandosi l'un l'altro man mano che arrivano, a "Abbass'a marina"; i ponzesi a "U Molu" di Cala Gavetta; gli altri, seguendo il destino delle minoranze, senza una localizzazione precisa, ma il più possibile vicino al mare. I pozzolani occupano la lunga fila di vani a pian terreno dell'attuale via Amendola, allora via Nazionale, e saltando il lungo cordone di via Garibaldi, le zone immediatamente retrostanti. Essi vivono stabilmente a La Maddalena mentre i ponzesi (i Vitiello i Candido) vengono in Sardegna e nell'arcipelago per "fare la stagione con le nasse"; ad esempio per la pesca delle aragoste. Arrivano a rimorchio di un veliero con una lunga fila di barche e dopo la stagione di pesca ritornavano a Ponza con lo stesso sistema.
La Boga vive nei pressi del fondo, generalmente in branchi, lungo la costa rocciosa e sulle praterie; durante la notte sale in prossimità della superficie. E' comune in tutto il Mediterraneo; nell'arcipelago è oggetto di pesca professionale soprattutto da parte di pescatori pozzolani che adoperano l'impostata, una rete lunga 2/300 metri con tramaglio e un "velo" alto 6/7 metri.
Le bettole sono frequentate nelle lunghe serate invernali, quando l'inclemenza del tempo obbliga all'inattività. Lì i pescatori giocano a carte mettendo come premio un quarto di vino che i vincitori spesso non consumano sul posto, ma portano a casa per la cena. A Cala Gavetta i ponzesi conducono la loro vita occupati come i puteolani nei lavori di preparazione dei loro mestieri; le reti  le nasse. Ma anche la manutenzione delle barche per le quali si servono dello scalo che occupa il lato nord della cala, fangoso e malsano a causa della turbolenta “vadina” nella quale affluiscono gli scarichi fognari della zona a monte.
Nel tentativo di trovare un correttivo anche a questa situazione nel 1919 nasce "La Società fra i Pescatori" di La Maddalena, con lo scopo di "assicurare un sussidio ai soci ammalati e cooperare alla loro educazione ed istruzione civile, venire in aiuto alle famiglie dei soci defunti, accordare al socio che ne farà richiesta mutuo in danaro". Primo presidente è Birardi Luigi di Alghero; e tra i soci fondatori troviamo, Giammetta Francesco di Palermo, Di Fraia Giuseppe di La Maddalena, Del Giudice Vincenzo di Pozzuoli, D'Agostino Procolo di Pozzuoli, Faiella Vincenzo di Crotone, Orlando Pietro di La Maddalena, Vitiello Gaetano di Ponza, Giudice Giuseppe di Ponza, Grieco Gennaro di La Maddalena, De Roberto Gaetano di Torre Del Greco, Panzani Vittorio di Santa Teresa, Batti Luigi di Ponza, Aversano Pasqualino di Terranova Pausania, D’Oriano Vincenzo di Pozzuoli, Di Fraia Leonardo di Pozzuoli. Notiamo che molti, appartenenti alle susseguenti generazione di immigrati, hanno ancora la cittadinanza puteolana; ma notiamo pure nominativi di pescatori maddalenini il cui cognome svela la loro identica origine. A La Maddalena si dice che i figli degli immigrati della pesca diventano presto "quasi maddalenini" ed i loro nipoti diventano maddalenini del tutto e come tali restii alle fatiche, ai pericoli, ai sacrifici e all'aleatorietà dei guadagni che l'attività della pesca comporta.
Nell’isola resta ferma e radicata la fede per Santa Maria Maddalena, patrona dell’isola, ma dalla seconda metà dell’ottocento i pescatori, specialmente quelli di origine puteolana, ogni 15 agosto iniziano a portare in processione la statua della loro protettrice, la Vergine Assunta nel giorno che ricorda la sua elevazione al cielo. La processione si svolge dapprima a terra, poi, negli anni seguenti, a mare con la statua festosamente addobbata sulla barca di testa seguita da imbarcazioni di ogni tipo.
Nella zona di Bassa Marina, ornata per l'occasione di rami di lentischio e di mirto, si svolgono giochi e gare di abilità fra le quali spicca la tradizionale regata a vela e quella a remi nella quale anche anziani pescatori ricchi di esperienza maneggiano con sicurezza i loro remi lunghi 24 palmi (6 metri), con la classica posizione dei puteolani, in piedi con il viso rivolto nel senso di marcia [2]. Poi le gare di nuoto e l'albero della cuccagna a terra e quello a mare (ricordo del nostro pennone) coinvolgono i giovani e un pubblico vociante ed entusiasta. La tradizione resta viva a lungo, certamente fino alla vigilia della seconda guerra mondiale.

La cittadina di Carloforte, posta nell’isola sarda di San Pietro, ha visto aumentare gradualmente la sua popolazione grazie all'immigrazione di liguri, toscani, siciliani, piemontesi, emiliani, calabresi, corsi, greci, savoiardi, svizzeri, slavi ed infine del nutrito gruppo di "napoletani" giunti a Carloforte nel periodo 1865-90. Quest'ultimo fenomeno inizia dopo l'unità d'Italia come un vero e proprio esodo dall' interland napoletano all’isola sarda. Si tratta di gente umile [3] che, lasciata la terra di origine, va alla ricerca di un avvenire migliore, di una condizione di vita più umana. Sono per la maggior parte pescatori provenienti da Casamicciola, da Castellamare di Stabia, da Grazzanise, da Napoli, da Ponza, da Pozzuoli, da Procida, e da Torre del Greco. Gente abituata alla fatica, alla sofferenza, ad ogni sorta di sacrificio. Arrivano perché non si fidano dei nuovi liberatori piemontesi, perché temono nuove angherie, perché cessate le limitazioni di movimento imposte dai governi borbonici, finalmente hanno la possibilità di muoversi con maggior libertà. Si spostano in troppi, intere famiglie, circa 400 persone, che, in pochi anni, diventano un'intera colonia. I carlofortini guardano con occhi preoccupati la loro tipica invadenza ma essi riprendono il lavoro abbandonato dai primi abitanti, la pesca del corallo. Si stabiliscono nella parte più alta del paese, in quel momento disabitata, fanno gruppo a sé, uniti dai loro usi, dai loro costumi, dal loro dialetto. Poi lentamente avviene l'avvicinamento, entrano a far parte degli equipaggi locali che esercitano la pesca tradizionale, diventano padroni di barca, si hanno i primi matrimoni misti, il dialetto napoletano cede il posto alla parlata ligure, a quel dialetto “pegliese” che la popolazione ha sempre gelosamente custodito. L'integrazione a questo punto è completa; solo per curiosità fonti locali riportano l’origine puteolana degli ormai integrati Angelo Caputo, Michelangelo De Simone e Carlo Di Fraia.

Naturalmente moltissime altre località sarde, e delle sue isole minori, sono state raggiunte dai nostri pescatori nei primi decenni del novecento; tra queste anche Porto Torres. Sono pochi i “turritani” con grandi esperienze nella pesca pertanto i puteolani trovano utile qui trasferirsi.
Il nove giugno del 2011 “La Nuova Sardegna” riporta la notizia della morte del decano dei pescatori locali, Giuseppe Sannino. “Era il decano dei pescatori che, fino a due settimane fa, andava per mare con il proprio gozzo «Cristina» a calare o tirare le reti. Giuseppe «Geppe» Sannino, 81 anni, cinque figli uno dei quali pescatore, è morto ieri mattina dopo una breve malattia. Era stato ricoverato il giorno dopo la sua ultima uscita in mare, in seguito a un malore. La famiglia Sannino era arrivata a Porto Torres, da Pozzuoli, prima delle seconda guerra mondiale ed erano stati loro a portare in città la prime reti. Giuseppe Sannino, che tranne una breve parentesi con il peschereccio "Tre Fratelli", ha sempre lavorato nella piccola pesca. Era un po' la memoria storica del mondo della pesca portotorrese. E amava raccontare di quando, ragazzino, usciva con il padre per andare all'Asinara. A vela, ma anche a remi quando calava il vento. Un pezzo di quel piccolo mondo antico che non vedremo più seduto a poppa del Cristina.”

Bibliografia
www.lamaddalena.info – Vita di Mare
www.carloforte.it – I Napoletani a Carloforte
www.lanuovasardegna.gelocal.it



Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 8 dicembre 2012



martedì 19 febbraio 2013

I Pescatori di Pozzuoli - Parte prima












I pescatori di Pozzuoli
Parte Prima - Lungo le coste toscane

Le memorie della marineria puteolana, e il recente volume di D’Alessio e Paliotta  “I Pescatori di Pozzuoli a Ladispoli”, narrano che da secoli nostri paesani si sono trasferiti in altre località del Tirreno per poter svolgere lucrosamente sia l’attività di pescatori che quella di pescivendoli.
Il passato racconta che Pozzuoli è stato esempio unico dell'esistenza di due categorie di pescatori nettamente distinte: i "piscatori d'à rezza" o "di Sant'Antonio" e i "marenari d'abbascio ò mare" o "dell'Assunta".
I primi [1] pescano nel golfo sia dalla barca che da terra con la sciabica; tra loro si dividono il pescato che vendono in proprio a Pozzuoli e a Napoli. Ancora ricordiamo il loro coreografico assalto mattutino ai treni della Cumana presso la stazione di Pozzuoli; le urla, gli spintoni, le precedenze mai rispettate e... il coro finale quando il convoglio parte lasciando a terra qualche tinozza o delle cassette col rispettivo proprietario.
I secondi [2] effettuano una "transumanza" in vari periodi a seconda la località tirrenica da raggiungere; migrazione terminata solo negli anni '50 del '900. Le barche usate per la pesca e gli spostamenti sono la paranza, la paranzella o il gozzo, e la metà del pescato catturato, "co a' rezza e' posta", lo si divide fra gli equipaggi.
Don Vincenzo Cafaro, l’indimenticabile Don Filo puteolano, così ricorda la partenza dei pescatori nel suo “Abbascio o’ mare”:
“Stasera le barche partono; staranno fuori casa e fuori paese otto o nove mesi. La nuova famiglia sarà la ciurma a bordo, e la casa la barca, e il tetto una larga tenda incerata che li riparerà di giorno e di notte dal freddo e dalle intemperie. Andranno a Ostia, a Civitavecchia, a Santa Marinella, a Livorno, a Portolongone e altri più lontano ancora.”
Le coste toscane, ed in particolare quelle dell’Argentario, i pescatori puteolani iniziano a frequentarle nel XVIII secolo quando il cosiddetto “Stato dei Presidi” (composto da promontori, isole e fortezze della costa toscana) passa nel 1735 sotto il dominio del Re di Napoli. La maggior sicurezza contro le incursioni corsare, dovuta alle sue possenti fortificazioni, ed il fatto stesso che non si tratta più di territorio straniero ma napoletano, favoriscono l’immigrazione di pescatori stagionali da località del regno borbonico come Procida, Torre del Greco e Pozzuoli.
Questi ultimi lasciano le loro famiglie, portandosi dietro i figli più grandi, all'inizio della bella stagione e dopo una vita miserrima sulle loro barche o in rudimentali capanne, vi fanno ritorno in autunno carichi di pesce essiccato o conservato da consumare in inverno. Durante la permanenza sull'Argentario, parte del pescato lo vendono, ma spesso lo barattano con altre merci indispensabili, nelle vicine campagne. Alla base di questa loro migrazione vi è la difficile condizione economica in cui versa il Regno di Napoli, la ricerca di un mare meno sfruttato ed una minore concorrenza.
Sono questi pescatori stagionali, poi diventati stanziali, che introducono sull'Argentario le tecniche di pesca e di attività marinara la cui conoscenza diventa poi patrimonio della sua gente. Sono i primi a praticare una pesca organizzata e non individuale mentre i genovesi, con i loro “leudi” più grandi, praticano preferibilmente la raccolta del corallo e la pesca del pesce azzurro. Con gli anni vediamo consolidarsi sulle coste settentrionali dell’Argentario un primo nucleo di famiglie stabilmente residenti; sono puteolani che si dedicano ad ogni tipo di pesca utilizzando un'attrezzatura più povera, tramagli, lampare, nasse e palamiti. Da allora l’attività di pesca si intensifica, favorita dalla presenza di strutture di supporto stabili a terra per la manutenzione e la costruzione delle barche e delle loro famiglie, valido aiuto per la preparazione degli attrezzi per la pesca; principalmente la confezione delle reti, delle nasse e delle vele, e il trattamento del pescato.
Nel XIX secolo Porto Santo Stefano, capoluogo dell’Argentario, è ormai un paese di qualche migliaio di anime e la pesca, con tutte le attività ad essa connesse, è certamente la più rilevante e redditizia per i suoi abitanti. Importanza ha acquisito anche il mercato del pesce, sia quello fresco che conservato, ormai esteso ben oltre i paesi limitrofi raggiungendo le grandi città dell'interno e della costa.
Oltre a quella generica particolare rilevanza ha la pesca del tonno, introdotta dai pescatori flegrei, e per lungo tempo davanti a Porto Santo Stefano è attiva una tonnara, gestita inizialmente da pescatori di Procida; ancora nella prima metà dell'800 è tra le più importanti del Tirreno centrale.
La marineria che maggiormente ha improntato l'arte marinara all'Argentario è quella puteolana e naturalmente le barche da pesca che solcano il suo mare sono ovviamente quelle utilizzate dai pescatori migranti dalla costa flegrea, seguiti in numero molto minore dai liguri ed ancor meno da elbani ed altri. Pertanto le barche caratteristiche e più diffuse sono i gozzi per la pesca sottocosta, le agili paranzelle a vela e le paranze per la pesca in mare aperto. Nella Livorno di inizio ottocento la marineria locale è completamente assorbita dal lavoro nelle imbarcazioni mercantili dove si possono trovare condizioni di lavoro e retribuzioni migliori rispetto a quelle dei pescherecci. Questo crea terreno fertile per l’arrivo di intere famiglie di pescatori provenienti dal meridione. Spinti dai divieti borbonici di pesca nei mesi estivi arrivano prima i pescatori napoletani (Torre del Greco, Pozzuoli e Procida), detti tutti genericamente “pozzolani”, e poi i pescatori pugliesi (Molfetta e Trani), detti genericamente “baresi”; ognuno porta le sue tradizioni marinare, là dove non esiste una flottiglia locale già consolidata.
Anche qui assistiamo a iniziali migrazioni stagionali, ma col tempo questi pescatori diventano stanziali e vanno a costituire dei nuclei locali stabili, favoriti anche dalla loro superba maestria nell’arte della pesca in mare aperto, che nel tempo hanno saputo insegnare anche ai pescatori locali. Si vedono le prime barche a vela che pescano a una certa distanza dalla costa, le paranzelle, con equipaggi composti molto spesso da membri della stessa famiglia. Queste barche [3] sono armate per la pesca a strascico e pescano in acque tra 50 e 130 m di profondità. Il loro nome, e quello della pesca per la quale sono usate, deriva dalla caratteristica di navigare in coppia avanzando “alla pari”, tirando insieme le due cime di una rete a sacco, lo strascico. La navigazione di ogni paranza è diretta da un comandante con la qualifica di “Padrone Marittimo”. Poiché le barche non invertono mai tra loro la posizione rispetto alla costa i padroni sono detti, secondo il gergo, di “sopra-vento” o di “sotto-vento” a seconda che si trova sulla paranza vicina alla costa oppure all’esterno. Il complesso delle operazioni di pesca è diretto dal padrone sopra-vento o “comandatore” e a un suo cenno gli equipaggi cominciano a salpare. Muniti di una robusta tracolla, che fissano ai calamenti, i pescatori tirano avanzando in fila sul ponte, poi uno alla volta si staccano e tornano a poppa a riagganciarsi fino a che il sacco è sotto bordo e le barche accostate. Rovesciato in barca, con i grossi paranchi, il pescato viene messo nelle ceste e la rete torna in mare.
Fino a pochi anni fa al mercato del pesce di Livorno il puteolano è lingua dominante ed il cacciucco è rimasto legato a questa memoria. Nato forse sulle "galere" per nutrire i vogatori alla catena, o derivato da un miscuglio dei Fenici, i livornesi narrano che il cacciucco è diffuso dai pescatori pozzolani nella loro diaspora e cambiando nome di città in città è andato via via semplificandosi con sempre minor partecipazione di pesci.
Pescatori puteolani sono poi stanziati anche in altre località toscane come Ansedonia, Talamone, Piombino, al Giglio e naturalmente sull’Isola d’Elba; specialmente a Portolongone (l’odierna Porto Azzurro) unico luogo dell’isola che abbia fatto parte dello Stato dei Presidi.
Sandro Foresi, nel suo “Pesci, Pesca e Pescatori nel mare dell’Elba”, scritto nel 1939, narra che i vecchi pescatori pozzuolani che pullulano a Porto Azzurro cantano nostalgicamente le canzoni del tempo che fu:

“ E damme nu vaso…
e damme n’ato vasillo,
e damme n’ato vasillo, oj né…
ciente vasille, oj né!
Stanuotte sotto ‘a rotta
voglio sunà cu ttè!…

Sempre lo stesso autore elbano ha redatto un’epica descrizione del pescatore di Pozzuoli intitolata “La flotta dei palamitari”. La trascrivo integralmente; andrebbe riportata su un marmo da incastonare nelle mura della nostra “Assunta a mare”.

“Le barche da pesca della flotta dei palamitari di Pozzuoli si trovano sparse su tutte le spiaggie, lungo tutto il litorale della penisola. Tenaci nella loro operosità, i risicatori di tutte le tempeste, al remo e alla vela, realizzatori di tutte le risorse peschereccie, i pozzolani ramingano nel mare nostro, nelle albe e nei tramonti sereni o burrascosi, sempre pronti alla manovra. Affrontano la navigazione in cerca di preda.
Quando la bonaccia monotona li assale accudiscono ai lavori domestici: rassettano le reti, come le donne le calzette, sistemano le nasse, mettono in ordine i palamiti, facendo invidia alle più abili massaie. Perché questi sono i mestieri preferiti dai pozzolani, pescatori di pesce da cacciucco.
I pozzolani partono in crociera dal loro paese in cerca, più che di fortuna, di lavoro. Vivono sotto la tenda, sono i soldati dell’autarchia, mangiano pane secco e pesce scarto, bevono acqua scussa da un anno all’altro. Dopo la pesca si mettono in testa le coffe della preda e corrono come barberi verso il mercato, per venderla al miglior offerente. Son gente che non conosce che fatica e sacrifici e che qualche volta lascia le cuoia sul campo di battaglia, perché la battaglia è continua, senza tregua, battaglia che combattono da quando sono stati ingaggiati nella vita. Si può dire che son nati su quelle barche e che hanno goduto la libertà soltanto quando sono andati a compiere il proprio dovere di soldato.
Pozzolani, gente di fegato, cresciuta alla scuola del dovere, che vive felice fra cielo e mare, che tutto dà e nulla chiede, cantando con nostalgia accorata le canzoni di Piedigrotta, alieni da ogni servo encomio, accampati nelle loro barche, sia che piova o tiri vento.
Le loro imbarcazioni sono pitturate dai colori più vividamente sgargianti. Molte di esse fasciate da una striscia tricolore: segno sacro della Patria. Quando riposano sulla spiaggia, nella luminosità meridiana, sono gaie pennellate di vivida policromia.
Sotto la prua non manca mai la Madonnina di Pompei alla quale accendono notte e giorno il lumicino ad olio perché li salvi da tutte le tempeste.”

Foto 1 - Pozzuoli "Rete di S. Antonio"
Foto 2 - Pozzuoli "Abbascio o' mare"
Foto 3 - Argentario "Paranze di ritorno"

BIBLIOGRAFIA
Don Vincenzo Cafaro – Abbascio o’ mare - 1943
Sandro Foresi - Pesci Pesca e Pescatori nel mare dell’Elba – 1939
Raul Cristoforetti – Capodomo – 2008
www.fondali.it – La pesca nella memoria storica flegrea
www.comune.san-vincenzo.li.it – Gente di Mare


Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 24 novembre 2012