martedì 22 novembre 2011

Leonarda Cianciulli


















Leonarda Cianciulli
Dolcetto o…..saponetta?

La Casa Circondariale di Pozzuoli ha spesso custodito personaggi divenuti sinistramente famosi. Ricordiamo Vito Cascio Ferro, un “padrino” che, tra Sicilia e Stati Uniti, fu tra i capi mafiosi a inizio del ’900. Acerrimo nemico e presunto assassino del poliziotto italoamericano Joe Petrosino. Muore nel 1943 proprio a Pozzuoli. Il carcere è abbandonato per paura dei bombardamenti; scappano pure le guardie e don Vito muore, dimenticato, di fame e di sete.
Nel 1955 l’Istituto di Pozzuoli diviene Manicomio Giudiziario Femminile, fino al 1975 quando è chiuso dopo la tragica morte tra le fiamme, legata al suo letto, di Antonia Bernardina.
Tra gli ultimi ospiti, dal 1975 quando Pozzuoli è solo carcere femminile, Pierr Di Maria la moglie di Duilio Poggiolini, ed ancora, recentissima, Angela Devenuto, moglie di Gianpaolo Tarantini.

Sicuramente la più tristemente famosa resta Leonarda Cianciulli comunemente conosciuta come la “Saponificatrice di Correggio”.
Leonarda nasce a Montella (Avellino) nel 1893, concepita in seguito a una violenza carnale subita da Emilia Di Nolfi. Emilia è costretta a sposare il suo violentatore Mariano Cianciulli e odierà per sempre quella creatura, sopratutto dopo che, morto il marito, si risposa ed ha altri figli.
Leonarda trascorre un'infanzia infelice, come racconta nel suo memoriale intitolato “Le confessioni di un'anima amareggiata”: «Ero una bambina debole e malaticcia, soffrivo di epilessia, ma i miei mi trattavano come un peso, non avevano per me le attenzioni che portavano agli altri figli. La mamma mi odiava perché non aveva desiderato la mia nascita. Ero una bambina infelice e desideravo morire. Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva rivedermi viva.»

Nel 1914, all'età di 21 anni sposa, in aperto contrasto con i familiari che hanno individuato per la sposa un altro candidato, Raffaele Pansardi. La Cianciulli racconta di essere stata maledetta dalla madre che, alla vigilia delle nozze, tronca ogni rapporto con lei; un fatto questo che segna profondamente la personalità della futura assassina.
La coppia va a vivere a Lauria (Potenza) dove la giovane Leonarda subisce alcuni processi che si risolvono in un nulla di fatto o in piccole condanne.
Nel 1930, dopo il terremoto del Volture, si trasferisce a Correggio (Reggio Emilia) dove si organizza per cercare di risollevare le sorti economiche della famiglia; avvia un piccolo ma fiorente commercio di abiti usati.


Dall'inizio del matrimonio Leonarda ha ben 17 gravidanze che si risolvono in 3 parti prematuri, 10 figli morti in tenera età e 4 sopravvissuti; questi ultimi diventano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo. Nel 1939, allo scoppio della guerra, l'unica figlia femmina, Norma, frequenta ancora l'asilo delle suore; i due figli maschi più giovani, Bernardo e Biagio, sono militare il primo e iscritto al ginnasio il secondo; Giuseppe, il figlio più grande e più amato, è studente all'Università di Milano.
Dunque ha già l'età necessaria per essere chiamato al fronte ed al solo pensiero della sua sorte Leonarda cade preda dello sconforto e prende una drastica quanto folle decisione; fare sacrifici umani in cambio della vita del figlio. Sembra che anni prima si fosse fatta leggere la mano da una zingara e che questa le avesse detto: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti i figli tuoi moriranno”. Quindi si era rivolta a un’altra zingara ancora, che pure aveva sentenziato: “Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio”. Su questo argomento così scrive nelle sue memorie: «Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l'altra dalla terra nera... per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo; volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli.»
A Lauria è stata tacciata di essere una poco di buono, invece a Correggio Leonarda, specie dopo l’abbandono del marito, è benvoluta e stimata da tutti. Frequenta molta gente, a tutti offre i deliziosi dolci che ama cucinare, e in particolare riceve spesso tre amiche, tutte donne sole e non più giovani, insoddisfatte di Correggio e desiderose di rifarsi una vita altrove. Approfittando di questo loro desiderio, Leonarda le attira nella sua trappola.

La più anziana delle sue vittime, la prima a finire nel pentolone della Cianciulli il 18 dicembre 1939, è Faustina Setti. Si tratta di una donna di settant'anni, semianalfabeta ma romantica, che è attirata da Leonarda con l'assicurazione di averle trovato un marito a Pola. Leonarda convince la donna a non parlare a nessuno della novità, per evitare invidie e maldicenze. Così il giorno della partenza Faustina si reca a casa dell'amica, per farsi dare le ultime istruzioni e per farsi dettare da Leonarda una lettera da spedire alle amiche appena giunta a Pola, nonché per firmare a Leonarda una delega per gestire i suoi beni.
Ma il viaggio è destinato a non cominciare mai; Leonarda infatti uccide la sua anziana amica a colpi di ascia, poi trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino. Ecco come ella stessa scrive nel memoriale redatto nel carcere in attesa del giudizio: «Dopo aver fatto a pezzi il cadavere, misi la caldaia sul fuoco la sera alle ore 19 e per tutta la notte la lasciai andare, fino alle 4 del mattino. Il calderone conteneva 5 chili di soda caustica in ebollizione. I pezzi non adatti alla saponificazione, deposti in un bidone a parte, li versai un po’ nel gabinetto, e un po’ nel canale che scorre vicino a casa mia. Finita l’operazione mi accorsi che nel sapone c’erano dei pezzi più grandi. Erano delle ossa che non ero riuscita a saponificare, ma che pure erano diventate fragilissime, tanto che si dissolvevano a toccarle. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io.»
La seconda vittima, un'insegnante d'asilo di nome Francesca Soavi, a cui Leonarda ha promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, cade nella trappola il 5 settembre 1940. Per stornare i sospetti e per evitare di far conoscere la sua destinazione, almeno fino a quando non sarà sicura di aver ottenuto il posto, Leonarda la convince a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell'assenza e a spedirle da Correggio. Il copione si ripete, dopo averla uccisa Leonarda ruba i pochi soldi della vittima e, con il permesso che costei le ha concesso prima di morire, si fa carico di vendere tutte le sue cose. Il figlio Giuseppe va a Piacenza a spedire le lettere della vittima. Leonarda non può ancora saperlo, ma Francesca non ha mantenuto la promessa di tenere la bocca chiusa sul suo imminente trasferimento; una vicina di casa, infatti, è a conoscenza della destinazione della sua amica, ma non si fa avanti e la vicenda viene dimenticata.
La terza vittima è la cinquantanovenne Virginia Cacioppo, una ex soprano di buon successo. Leonarda attira la sua curiosità offrendole un impiego a Firenze come segretaria di un misterioso impresario teatrale, e contemporaneamente la stuzzica ventilandole l'ipotesi di un possibile futuro ingaggio. Anche Virginia è pregata di non dire niente a nessuno ma ancora una volta la promessa viene infranta; Virginia infatti si confida con un'amica la mattina stessa della sua "partenza".
La poveretta scompare il 30 novembre 1940 quando finisce nel pentolone di Leonarda Cianciulli che, in proposito, cosi scriverà più tardi nel suo memoriale: «Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca; quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori; quella donna era veramente dolce.»
A incastrare Leonarda Cianciulli non sono né un errore madornale né un investigatore geniale ma una parente impicciona e un prete avido.
Una cognata della Cacioppo si insospettisce del suo prolungato silenzio. La donna apprende che i vestiti di Virginia sono stati venduti da Leonarda e poi scopre della inesistenza dell’impresario di Firenze. Avverte la questura che, messa in guardia, durante dei controlli incappa in un Buono del Tesoro della Cacioppo depositato in Banca da un prete di campagna. Interrogato dagli inquirenti il parroco confessa di aver comprato il Buono da Prosperi, amico-amante della Cianciulli.
Leonarda è alle strette. A seguito di una ispezione, vengono rinvenuti nella casa del complice i gioielli dell'ultima vittima. La Cianciulli è arrestata e la Procura ventila anche l'ipotesi di un coinvolgimento del figlio maggiore, Giuseppe Pansardi. Questo viene indagato e finisce sotto processo perché pare impossibile, anche agli avvocati, che una donna piccola e minuta come lei abbia potuto da sola uccidere, tranciare i cadaveri, sezionarli e saponificare i corpi delle sue vittime in così poco tempo.
A questa insinuazione la Cianciulli s'infuria e, nel corso del processo iniziato nel 1946 a Reggio Emilia, in mezzo all'aula grida con forza che il figlio non sa nulla di tutta la vicenda e che la colpa è tutta sua e propone alla corte di eseguire per loro ciò che ha fatto alle altre donne. L'accusa sostiene che la “saponificatrice” ha agito per pura avidità nei confronti del denaro delle sue tre vittime; Leonarda si intestardisce a giustificare i suoi omicidi come un tributo di sangue, dovuto alla memoria della madre morta, che le sarebbe comparsa in sogno minacciandola di prendersi le vite dei suoi figli se lei non avesse versato sangue fresco ed innocente in cambio di quello delle sue creature.
Si narra che, durante il processo, sarebbe stata portata di nascosto in un obitorio per provare le sue parole e, con l'aiuto di seghe e coltelli, sarebbe riuscita a smembrare un cadavere in solo dodici minuti. Ma è solo una leggenda. La perizia del professor Filippo Saporito, docente universitario e direttore del manicomio criminale di Aversa, riesce a convincere la giuria solo della seminfermità mentale dell'imputata.
Al verdetto il prete e il suo amante se la cavano con un'accusa di ricettazione, ma la Cianciulli, ritenuta colpevole dei tre omicidi, delle rapine e del vilipendio dei cadaveri, è condannata a trent'anni di reclusione e tre anni di manicomio criminale da scontare ad Aversa.

In seguito è inviata Manicomio Giudiziario Femminile di Pozzuoli.
Qui spesso riceve le visite dei figli, intrattiene una vivace corrispondenza con curiosi che le scrivono, lavora ad uncinetto e cucina biscotti e dolcetti.
Una suora del carcere ricorda che malgrado gli scarsi mezzi di cui disponeva preparava dolci gustosissimi, che però nessuna detenuta mai si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica.
La Cianciulli continuava ad offrirli alle altre detenute ed ironicamente, con riferimento al suo passato e portandoli in giro per i cameroni, sussurrava: «dolcetto o saponetta?»
Inconsapevole di imitare la filastrocca di Halloween ora diffusa anche in Italia.

Leonarda sconta solo ventiquattro dei trenta anni di condanna; il 15 ottobre 1970 muore nel manicomio criminale, all'età di 77 anni, per apoplessia cerebrale, venendo poi seppellita in una fossa comune del cimitero di Pozzuoli.
Fu una detenuta cordiale e socievole, leggeva le carte a tutti ed a se stessa; diceva che nel 1970 sarebbe ritornata libera.




Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del

mercoledì 26 ottobre 2011

Duello al Serapeo

Duello al Serapeo
Sfida tra Impero Francese ed Impero Russo

Mercoledì 12 ottobre ho assistito, nella splendida cornice di “Villa di Livia”, alla presentazione della nuova rivista quadrimestrale “La Sibilla Cumana”, naturale erede di “Bollettino Flegreo” e di “Campi Flegrei”. In questa occasione ho acquistato, per soli 5 euro, lo speciale numero zero, uscito lo scorso luglio, e sono stato attratto dal bellissimo articolo di Francesco Lubrano: “Raimondo Annecchino in una poco conosciuta pagina di inizio novecento”.
Lubrano tratta uno di quegli argomenti, relativamente ai Campi Flegrei, solitamente diversi e da me tanto prediletti; in questo caso l’usanza tra “gentiluomini” di risolvere le dispute d’onore incrociando le lame.
Cuore dell’articolo è il duello, che il 2 agosto 1901 vede protagonisti i puteolani Raimondo Annecchino e Giovannangelo Oriani, generato da un presunto scritto dell’Annecchino, pubblicato sul giornale “1799”, ritenuto offensivo dall’Oriani. Nella sua gustosa carrellata l’autore accenna anche ad un duello, tra il Ministro di Francia ed il Ministro di Russia, che si svolse il 2 gennaio 1812 all’interno del Tempio di Serapide. Ma in questo caso lo scrittore riferisce di non conoscere la ragione della contesa fra così illustri personaggi.
Questa lettura mi ha stuzzicato facendomi sovvenire questo episodio per il quale ben ricordavo la ragione del contendere ma non altrettanto bene i particolari. Pertanto sono andato a rileggermi questa cronaca che, per la sua doppia veste tragicomica, penso sia degna d’essere divulgata.




Siamo al primo gennaio 1812 e sul trono di Napoli siede Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Da poco è nato, all’Imperatore e cognato, il tanto atteso erede che è chiamato “Re di Roma”.
Gioacchino per impostargli riverenza si reca a Parigi e benché si credesse che vi rimanesse fino al battesimo, per accrescerne la pompa, inatteso torna a Napoli mostrando inquietudine. Il potente cognato continua a trattarlo da “vassallo” e lui, per rivalsa, ha già in mente una parziale affrancazione del Regno di Napoli da così stretta sottomissione. Inizia con un decreto che congeda le schiere francesi e stabilisce che nessun forestiero, se non prima dichiarato cittadino napoletano, possa restare come stipendiato civile o militare al suo servizio. Questo ardito comando spiace al Bonaparte il quale sarcasticamente commenta: «Ai compagni di patria e di fortuna di Gioacchino Murat, nato francese ed asceso al trono di Napoli per opera dei francesi, non abbisogna la qualità d’essere cittadino napoletano per avere in quel reame uffizi civili e militari». Poi, per ulteriore “sgarbo”, Bonaparte ritira il suo Ministro Ambasciatore dal Regno di Napoli ed invia in sua vece un Ministro Plenipotenziario; con questo intende sottolineare la natura subalterna del reame napoletano e la sua negazione come stato indipendente e sovrano.
Giacchino, impetuoso per natura, si infuria con il cognato; pochi Napoletani, timidi e servili, biasimano l’ardire di Gioacchino; solo la regina riesce, in parte, a placare gli sdegni fidando meno nel giusto del marito e assai più nel giusto del fratello.




Come riferito siamo al 1 gennaio 1812 ed in corte stanno per iniziare le usate riverenze al re ed alla regina, seduti al trono, per l’entrante nuovo anno.
Primi ad essere introdotti, come è d’uso in tutte le corti, sono i Ministri Ambasciatori dei re stranieri. Per questa incombenza necessita chiarire le usanze del cerimoniale, stabilite in un complesso diritto internazionale, con fissate regole di precedenza in parte ancora in vigore. L’ordine di introduzione dovrebbe essere il seguente:
1) L’inviato dello Stato Pontificio, il Nunzio Apostolico, che ha il rango e le medesime prerogative degli ambasciatori di qualunque altro Paese. Negli stati cattolici gli è riconosciuta di diritto la carica di decano del corpo diplomatico, indipendentemente dall'anzianità di nomina, e può godere della precedenza protocollare.
2) Il Ministro Ambasciatore di un re appartenente alla stessa casa del locale regnante; anch’egli può godere della precedenza protocollare.
3) I Ministri Ambasciatori di tutti gli altri regni seguendo un preciso ordine stabilito in base alla data di presentazione delle loro credenziali. Quello che vanta la nomina più anziana viene dichiarati “Decano” e gode della precedenza protocollare; gli altri seguono in ordine.
4) I Ministri Plenipotenziari, che sono agenti diplomatici di rango immediatamente inferiore all'ambasciatore e non sono considerati, a differenza di quest'ultimo, rappresentanti personali del proprio capo di stato. Di conseguenza, non gli spettano l'appellativo di “sua eccellenza” e il privilegio di chiedere in ogni momento udienza al capo dello stato.




Ora, presso il murattiano regno di Napoli non è presente il Nunzio Apostolico per la scomparsa dello Stato Pontificio; occupato da Napoleone e incorporato nei domini diretti dell’Impero francese.
Non c’è neppure l’Ambasciatore di Francia, i cui sovrani sono imparentati con i sovrani di Napoli, poiché Napoleone, tenendo a fastidio Gioacchino e volendo dimostrare al mondo che non ha riguardo neppure per i congiunti, ha spedito a Napoli, come visto, il signor Durant con il semplice titolo di Plenipotenziario.




Per la qual cosa il Ministro Ambasciatore di Russia, Dolgorouky, decano di tutto il corpo diplomatico, certo delle sue prerogative e della sua precedenza, si affretta ed attraversa velocemente le varie sale per essere poi il primo dell’iniziante cerimonia.
Ma il Plenipotenziario di Francia Durant, forte dell’appartenenza ad uno stato imparentato con i sovrani di Napoli, si affretta esso pure per giungere primo nelle vicinanze della sala del trono.
Entrambi i due Ministri, intuitesi l’uno dell’altro, allungano il passo per svalutare di fatto l’intento del concorrente.
Tutto il seguito, composto dal Corpo Diplomatico, dai Ministri del Governo, dai Nobili e da tutti gli altri Cortigiani non riesce a star loro dietro e per non rinunciare, ognuno a propri privilegi e prerogative, si vede costretto a marciare come in una rapida avanzata militare.
La scena acquista una naturale comicità aggravata dalla pompa dei convenuti che, come in tutti i reami napoleonici, sembrano più cortigiani da operetta che stretti osservanti di antiche e nobili etichette.
Il russo è grande di persona e fiero d’aspetto, il francese piccolo e sparuto; l’età di entrambi è sul primo confine della vecchiaia.
Giunti sull’uscio della sala si inoltrano contemporaneamente nella stanza del trono, in riga, frettolosi, Dolgorouky e Durant.
Il Ministro russo, per il più disteso passo, è di già vicino ai sovrani da ossequiare quando il Ministro francese, resosi conto della possibile disfatta, presogli il braccio lo trattiene. Allora il russo, con occhio ed impeto barbaro, pone il pugno sull’elsa della spada. Il francese, ormai rotto ad ogni possibile conseguenza, pone in essere la stessa mossa anche se nessuna lama sporge dal suo fianco. I presenti fanno per dividerli. Il re si alza e muove loro incontro; ad entrambi dice che loda il loro zelo di giungere primi per offrirgli omaggio. Poi continua senza dare a nessuno dei due argomento di preferenza ed infine li congeda. Si susseguono altri ministri e cortigiani e, una volta che tutti sono partiti, sembra che la contesa sia finita.




Ma non è come appare. Ritenendo incolmabile l’affronto, i due Ministri si scambiano i “cartelli di sfida” ed i rispettivi padrini concordano la data ed il luogo dell’inevitabile duello. Le mie fonti non specificano la data che Francesco Lubrano, nel sopraindicato articolo, riferisce essere il giorno dopo, 2 gennaio 1812. Data, questa, probabilmente riportata dal citato inedito manoscritto di Giuseppe De Criscio che confesso di non aver mai letto.
Quale luogo viene scelto il puteolano Tempio di Serapide, esattamente l’interno del centrale cortile, che è anche seminascosto alla vista dei curiosi grazie la folta vegetazione perimetrale. La sua scelta, quale terreno di sfida, è probabilmente legata ad una sproporzionata ed errata venerazione verso il mondo classico ed i suoi reperti.
Ad assisterli, ci sono i padrini, il medico, il maresciallo di palazzo Excelmans ed il segretario di ambasciata russa Benkenendorff. Solo qualche curioso nostro concittadino si accorge della loro presenza e del loro effettivo intento; i più credono che trattasi dei soliti viandanti sia nazionali che stranieri, i quali giornalmente ed in numero non scarso recansi a diporto per visitare i vicini luoghi e tutte le antichità onde son pieni questi nostri ameni siti.
All’improvviso giungono le vigilanti autorità di Polizia che interrompono i cominciati combattimenti e pregano i duellanti, per lo impero delle leggi, a ritirarsi. Non sappiamo se gli agenti siano stati avvisati da qualche atterrito puteolano o siano stati inviati, con preghiera di palesarsi nel momento più opportuno, da qualche informata regia autorità. Sta di fatto che il Dolgorouky è stato leggermente ferito di spada all’orecchio destro dal Durant che sarà pure stato meno lesto nelle gambe ma si è ora dimostrato molto più svelto con le lame. Il russo viene prontamente curato dal medico assistente e poi i due sfidanti si stringono la mano dichiarandosi entrambi soddisfatti.
Sebbene in quel periodo covassero odi segreti tra i due imperatori di Russia e di Francia entrambi, simulando modestia e dichiarando privata la contesa, revocano dal loro incarico i due maldestri Ministri.




Naturalmente il tutto è da me tratto, con qualche licenzioso incremento, dalla “Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825” scritta dallo storico Pietro Colletta. Essa ne rappresenta la sua opera più importante ed è ancora considerata un riferimento per la storia di quel periodo. Fu pubblicata postuma da Gino Capponi, che vi aggiunse delle notizie sulla vita del Colletta, nella prima edizione originale del 1834.
Proprio da una preziosa copia di questa edizione, uno dei pochi vecchi libri che sono riuscito a salvare dalla depredata casa paterna in “Villa Maria”, ho appreso di questa farsa che poco mancò si trasformasse in dramma.









Giuseppe Peluso

lunedì 17 ottobre 2011

Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice









Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice

Nell’estate del 1943 i Campi Flegrei ospitano importanti capisaldi dei reparti di Difesa Costiera del Regio Esercito. Seguendo la piantina n. 1 notiamo, cerchiati in rosso, il caposaldo “Bologna” nella zona posta tra il Castello di Monteleone e la rotonda di Maradona, il caposaldo “Bolzano” nella zona di Grotta dell’Olmo, il caposaldo “Bari” nella zona di Licola e Monte San Severino, il caposaldo “Bergamo” nella zona posta tra la Schiana e Masseria Ferraro, il caposaldo “Brescia” che fa perno sull’Acropoli di Cuma e che da solo meriterebbe uno studio approfondito, il caposaldo “Biella” nella zona di Torregaveta ed il caposaldo “Brindisi” nella zona delle Mofete e della Sella di Baia.
Inoltre, sempre nei Campi Flegrei, troviamo alcuni Posti di Blocco Costieri (PBC) a presidio di importanti incroci o obbligati punti di passaggio. Nella stessa piantina questi PBC sono indicati con una grossa “X” in rosso. Essi sono il “Benvenuto” sulla Domiziana altezza Lago d’Averno, il “Buonanno” alla Punta Epitaffio di Baia, il “Bernardo” ad Arco Felice, il “Beato” al quadrivio dell’Annunziata, il “Bruno” alla Montagna Spaccata e così altri ancora ad Agnano ed a Nisida.





I posti di Blocco hanno nomi maschili ed i capisaldi nomi di città; entrambi iniziano con la lettera “B” e sono posti sotto il Comando Difesa Porto di Napoli el Generale Ettore Marino, con sede a Castel Sant’Elmo, responsabile del tratto di costa dalla Foce di Licola a Capo d’Orso di Vietri sul Mare.
Il tratto di costa nord da Foce di Licola al Garigliano è invece sotto la giurisdizione della XXXII Brigata Costiera del generale Carlo Fantoni con sede a Villa Literno. I suoi Capisaldi ed i suoi Posti di Blocco iniziano tutti con la lettera “A”.
La 222° Divisione Costiera, al comando del Generale Ferrante Gonzaga che sarà trucidato dai tedeschi, è a guardia della costa salernitana. Nelle zone interne della Campania c’è qualche raccogliticcia Divisione di fanteria reduce dalla Russia, in ricostituzione. Il tutto è sotto il Comando del XIX Corpo d’Armata del generale Pentimalli.





In queste poche righe ci soffermiamo solo sul Posto di Blocco Costiero “Bernardo” che domina l’importante quadrivio di Arco Felice e costituisce l’ultima barriera verso Pozzuoli, il suo porto e la sua importante zona industriale. Questo PBC nell’estate del 1943 è presidiato da poco più di una ventina di uomini del 230° Battaglione Costiero a sua volta inquadrato nel 117° Reggimento, comandato dal Colonnello De Lorenzo, la cui competenza, nell’ambito della suddetta “Difesa Porto di Napoli” va dalla Foce di Licola a Portici. Esso è armato con un fucile mitragliatore, una mitragliatrice ed uno o due cannoni contro carro; oltre l’armamento individuale dei fanti di presidio. Il principale ostacolo messo in opera, come si nota dalla foto n. 2 ripresa da nord, è uno spesso muro di cemento con incorporate due piattaforme per cannoni anticarro più qualche altra postazione per arma automatica. Un blocco di cemento dall’altro lato della strada crea una obbligata strettoia su cui insiste una barra che viene alzata solo dopo un formale riconoscimento effettuato dalle sentinelle. Dalla foto si nota pure un’altra barriera posta a tergo ad ulteriore difesa della precedente. Tra le due barriere fortificate c’è su di un lato l’ingresso a “Parco Augusto” e sull’altro l’ingresso al “Parco De Martino”.
La foto n. 3 riprende da sud la principale opera difensiva; ne mostra la particolarità costruttiva con le due piattaforme di tiro sfalsate in altezza così come pure mostra il quadrivio che va a controllare, e che sarebbe poi l’odierna Piazza “Aldo Moro” di Arco Felice. Da un attento esame della struttura si nota che la sua conformazione permette anche una difesa posteriore nel caso fosse aggirata da questo lato.
Ancora più distanziata verso sud, come mostra la foto n. 4, si trova una ulteriore postazione per cannone anticarro ben mimetizzato dietro il muro di un giardino. Proprio su questa struttura lo scrivente cerca conferma da qualche puteolano che ben ricordi lo stato dei luoghi. Gli esperti americani, e la rivista militare francese “Tank Zone” che ha ripreso l’argomento ed a cui vanno i ringraziamenti per le immagini riprodotte, riferiscono che questa postazione doveva assolutamente trovarsi nei giardini della scuola “Vittorio Emanuele III”. Il sottoscritto invece pensa di riconoscere il giardino come quello appartenente alla villa posta nella curva della provinciale Via Miliscola, di fronte alla stazione della Ferrovia Cumana.
Le tre strade che confluiscono al controllato quadrivio hanno tutta una serie di blocchi parzialmente rimovibili composti da denti di drago, reti di filo spinato e cavalli di Frisia.





Il giorno 8 settembre 1943 è dichiarato l’armistizio tra gli Alleati e l’Italia badogliana e quella stessa notte il Posto di Blocco di Arco Felice cade in possesso delle truppe tedesche che all’Albergo dei Cesari di Lucrino hanno posto il comando del 115° Reggimento della Divisione “Hermann Goring”.
Nella presta mattinata del giorno 9 da Napoli parte un Compagnia costituita presso il deposito del 1° Reggimento Bersaglieri e comandata dal Capitano Milano. Al sopraggiungere di questa unità autocarrata i tedeschi abbandonano il quadrivio e gli italiani riprendono possesso del Posto di Blocco. I Bersaglieri riorganizzano il Presidio con i primi sbandati sia dello stesso PBC che dei serventi delle Batterie da 90/53 che si trovavano nel vicinissimo Lido Augusto. Poi nel primo pomeriggio ritornano a Napoli richiamati dal quel Comando di Zona per esigenze che si preannunciano ben più gravi. Il Comando tedesco di Lucrino è costituito da ufficiali, furieri e porta ordini, e molti di loro sono abituali frequentatori della cucina casareccia che i coloni Biclungo hanno messo su a Villa Maria principalmente per i marinai che vi dimorano in quella che in precedenza era la Scuola Marittima.
Questo Comando tedesco, buon conoscitore dei luoghi, si trova nuovamente isolato tra i Posti di Blocco di Arco Felice e della Domiziana da un lato ed i Posti di Blocco e Capisaldi di Baia dall’altro lato. Quindi prende la giusta decisione di far rioccupare, dal grosso delle sue truppe che sono stanziate parte nella zona della Grotta del Sole e parte e nella zona di Via Campana, i PBC di Arco Felice e Domiziana ed avere così libere le strade di rifornimento e garantite le eventuali vie di fuga. Questa mossa alleggerisce la pressione sui Capisaldi italiani di Baia, di Cuma e di Masseria Ferraro e permette loro di resistere, raro esempio di eroismo ed abnegazione nei tragici giorni dell’armistizio, fino alle prime ore del giorno 11 settembre.
Nella zona di Baia le truppe italiane sono numerose pur se composte da una accozzaglia di reparti. In un rapido conteggio possiamo annoverare i reparti costieri che presidiano il caposaldo “Brindisi”, il Posto di Blocco “Buonanno” ed il Comando del 230° Battaglione ivi stanziato. Sempre del Regio Esercito, ma facenti parte dell’Artiglieria Contro Aerea, ci sono la 463° Batteria con pezzi da 90/53 sulla Sella di Baia; la 1058° Batteria con pezzi da 20/65 alla Punta Epitaffio; la gemella 1059° Batteria al Castello Jannon; la 342° Batteria con pezzi da 37/54 alla Sella di Baia. In zona ci sono anche Artiglieri della ex Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale e Fotoelettricisti oltre a “Posti di Osservazione Aerea” della Regia Aeronautica e della Regia Marina. Quelle della sola Baia sono, sulla carta, unità di tutto rispetto ben fortificate sul terreno e con armi, come i pezzi da 20/65 e 90/53, a doppio uso contro aerei e contro carri. Ma queste unità sono composte da stanchi reduci di micidiali battaglie combattute in Libia, nei Balcani, ed in Russia; e da classi di richiamati, anziani e territoriali, con poca esperienza ed addestramento. Per questi motivi, per lo storico vizio italiano di creare innumerevoli e diversi Enti, e per mancanza di ordini da parte di Comandi ormai scomparsi, le pur numerose truppe italiane sono in piena dissoluzione e verso la fine del giorno 11, dopo un generale “tutti a casa” i tedeschi riescono a controllare tutta la zona. Presso il comando del 230° Battaglione Costieri è presente il Padre dello scrivente, reduce da tre duri anni trascorsi in Africa Settentrionale. Allo scioglimento dei reparti si dirige verso “Villa Maria”, dove nasconde e alloggia anche tre camerati originari di altre regioni.





I Campi Flegrei e Pozzuoli restano ancora venti giorni sotto la micidiale occupazione tedesca e poi il primo ottobre sopraggiungono gli alleati. Gli americani scattano foto, prendono appunti e disegnano schizzi di tutti i bunker e posti di blocco italo-tedeschi che incontrano da Salerno a Cassino. Questo ci ha oggi permesso di mostrare le rare immagini scattate al quadrivio di Arco Felice.





Giuseppe Peluso

mercoledì 28 settembre 2011

La "Meta"











Una piccola motonave con un grande passato

Una vecchia cartolina degli anni 50 (foto 1) riprende la Motonave “Meta”, della società di navigazione “SPAN”, attraccata alla banchina del porto di Pozzuoli. Io la ricordo come fosse oggi e ricordo che mio Padre, indicandola, mi disse: 
Vedi quel vaporetto? Come tanti altri della “SPAN”, ha servito da nave ospedale durante la guerra.
Questa affermazione già allora attirò la mia curiosità e mi spinse ad informami del suo passato.
La “S.P.A.N. – Società Partenopea Anonima di Navigazione” è costituita a Napoli il 10 dicembre 1925 dai fratelli Piscitelli, in società con i fratelli Laudiero e altri. Subito sottoscrive una ventennale convenzione per l’esercizio delle linee di navigazione e dei servizi marittimi sovvenzionati con le Isole Partenopee e Pontine. La “SPAN”, all’atto della sua nascita acquisisce nove vecchi piroscafi della cessata “Società Napoletana di Navigazione a vapore”. Subito ne vende alcuni per demolizione, tra i più usurati, e ne acquista qualche altro di seconda mano ma con meno anni di navigazione. Nello stesso tempo viene varato un nuovo piano ed è ordinata la costruzione di un piroscafo da 360ton battezzato “Capri” e di quattro nuove motonavi gemelle da 243ton. Queste sono ”Meta”, “Epomeo”, “Equa” e “Sorrento”, tutte varate a Taranto ed entrate in servizio a febbraio e marzo del 1930. Segue la costruzione di altre nuove unità e la cessione di altre più vecchie; alla vigilia del conflitto mondiale la flotta sociale si presenta numerosa e moderna.
Le navi della “SPAN” svolgono per anni la loro funzione originaria finché, sorte comune a tante altre navi mercantili, vengono requisite per l’inizio della seconda guerra mondiale e quindi trasformate, armate e riadattate a svolgere compiti militari. Alcune unità prestano servizio come Posamine Ausiliari, altre come Dragamine Foranei, altre come Caccia Anti Sommergibile ed altre ancora come navi Ausiliari Sanitarie. Queste ultime sono impiegate in missioni di soccorso e ricerca sia di naufraghi che di pilota abbattuti.
In particolare, limitandoci alle quattro unità di questa classe, la “Meta” in data 24 maggio 1940 è requisita a Napoli dalla Regia Marina e trasformata in dragamine foraneo e denominata “F.55”. Il 2 ottobre 1940 è restituita alla navigazione civile per poi essere nuovamente requisita l’11 marzo 1941 ed essere inserita nel naviglio ausiliario. Questa volta con una nuova destinazione; riclassificata “S.4”, diviene una nave soccorso (foto 2). Gli inglesi non considerano le navi soccorso come navi ospedale, e dunque le attaccano spesso. Durante la battaglia di “Mezzo Giugno”, il 15 giugno 1942, la “Meta” è attaccata da aerei dopo che ha recuperato 205 marinai del cacciatorpediniere britannico “Bedouin” affondato da navi e aerei italiani nello scontro di Pantelleria. Un secondo attacco, con il mitragliamento della nave che causa un morto e sei feriti, si verifica il 22 gennaio 1943, durante le operazioni di evacuazione della Tripolitania. Il peggioramento dell’andamento bellico vede questa motonave sempre più impegnata nel suo compito di recupero e salvataggio. Il 9 settembre 1943 l’armistizio sorprende la “Meta” a Viareggio. Qui riceve l’ordine di raggiungere La Spezia dove, non potendo salpare, l'equipaggio è costretto a sabotarla prima di doverla forzatamente abbandonare. In data 1 luglio 1944 viene affondata da un attacco aereo alleato.
La gemella “Epomeo” il 13 maggio 1940 è requisita a Napoli dalla Regia Marina, ed il 1° giugno entra in servizio direttamente come nave soccorso venendo classificata con la sigla “S.2”. All'armistizio si trova ai lavori a Livorno, e lì è catturata dai tedeschi, che il 10 settembre 1943 la affondano per ostruirne l'ingresso del porto.
La “Sorrento” è pure essa requisita dalla Regia Marina ed entra direttamente in servizio come nave soccorso. Viene classificata con la sigla “S.7”. E’ l’unica unità di questa classe che non viene affondata e sarà tra le prime unità ad essere derequisita.
La quarta unità della classe, la “Equa”, il 13 maggio 1940 viene requisita a Napoli dalla Regia Marina ed entra a far parte del naviglio ausiliario per la vigilanza foranea con sigla “F.43”. Il 2 ottobre 1940 è restituita alla navigazione civile per poi essere nuovamente requisita l’11 marzo 1941 ed essere inserita nel naviglio ausiliario; questa volta con una nuova destinazione. E’ infatti trasformata in caccia antisommergibili e viene classificata con la sigla “AS.105” (foto 3). Le sue caratteristiche tecniche, lunghezza di 39,48mt, larghezza di 6,83mt, altezza di 3,05mt e pescaggio di 2,56mt, ma soprattutto grazie ai due motori diesel da 680 cavalli per asse che le garantiscono una velocità di 12 nodi, la rendono un’unità di tale maneggevolezza da essere estremamente efficace e pericolosa nella caccia ai sommergibili avversari. A queste caratteristiche contribuiscono anche l’aggiunta di un cannone da 100mm a prua, due mitragliatrici da 20mm e l’apparato antisom a poppa con la nutrita dotazione di bombe di profondità. Dopo l’8 settembre 1943 viene catturata dalla “Kriegsmarine” e poco dopo i tedeschi la cedono alla rinata “Scuola Antisommergibili” degli incursori della Marina della Repubblica Sociale Italiana. Nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1944, una nottata scura con scarsissima visibilità, viene speronata, davanti al porto di La Spezia, dall’unità “UJ.2220”, un caccia sommergibile tedesco, che si accorge della sua presenza solo quando è troppo tardi per qualsiasi manovra. La “Equa”, dopo lo speronamento, continua a navigare e si inabissa davanti a Rio Maggiore; a 1,8 miglia da Punta Montenegro. Non ci sono vittime poiché tutti gli uomini a bordo dell’Equa sono tratti in salvo da una “Marinefahrprahme”, un mezzo da sbarco tedesco, che incrocia nella zona.
Verso la fine della guerra, nel dicembre 1944, la “SPAN”, dispone solo di 5 unità tutte logore per il servizio prestato in condizioni estreme. Nel maggio 1945 è derequisita la “Sorrento” che dopo alcune riparazioni a Taranto rientra in servizio a giugno 1946. Nel gennaio 1946 vengono derequisiti il Piroscafo “Regina Elena” e la Motonave “Principessa di Piemonte” che, dopo i necessari lavori, rientrano in linea ad aprile e luglio. Dal ottobre 1946 la Società può contare anche sul piroscafo “Partenope” derequisito a fine agosto 1946. Contemporaneamente, per mancanza di naviglio, iniziano i lavori di recupero di alcune navi affondate. Il piroscafo “Capri” che giace affondato a Baia viene rimesso a nuovo e riprende servizio nel luglio 1947. Nell’ottobre dello stesso anno viene recuperata alla Spezia, dai bassi fondali su cui giace da vari anni, la motonave “Meta”. Dopo sette mesi di lavori viene rimessa in servizio nel maggio 1948 e con la “Sorrento”, unica altra superstite della classe, ritorna a svolgere il suo compito civile. Ora sono tutte dipinte di bianco, contrariamente all’anteguerra quando avevano scafo in nero e sovrastrutture in bianco.
La “Meta” è, per lunghi anni, titolare della linea Pozzuoli – Procida - Ischia e solo in caso di necessità viene sostituita dalla gemella. Su questa linea la motonave, come le precedenti e poi le successive sostitute, viene chiamata la “Cumana”, a ricordo dell’originario tragitto Torregaveta - Ischia che la “SPAN” effettuava quale naturale continuazione della “Ferrovia Cumana” Napoli - Torregaveta. Io ricordo la Motonave “Meta” attraccata all’allora stretta banchina, alle spalle della Chiesa di Santa Maria, ed ammiravo il suo equipaggio, ufficiali e marinai, che indossava una elegante uniforme; sembravano militari ed i comandi venivano dati dal nostromo con un fischietto che emetteva un suono modulato. In tutto questo si differenziava dalle altre poche motobarche in legno, che facevano servizio da Pozzuoli verso le isole flegree, i cui equipaggi erano vocianti e trasandati. Le motobarche trasportavano isolani e merce, specialmente bovini, ceste e botti; invece le bianche motonavi della “SPAN”, dette anche “Postali” trasportavano i primi eleganti e benestanti turisti. Spesso si notava la presenza di qualche personaggio che oggi potremo definire “VIP”. Ricordo che nella stagione calda, poco prima della partenza, con i passeggeri di già a bordo, c’era sempre una banda di scugnizzi che dalla banchina, oppure aggrappati a qualche altra motobarca, incitavano i viaggiatori a gettare qualche soldo in acqua. Appena la moneta si inabissava un gruppo di ragazzi si tuffava rapidamente e poi il più svelto riaffiorava con in bocca l’ambito metallo. In quelle lontane estate a cavallo del 1960 il motto della mia e di molte altre famiglie era “Vacanze in Città”; pertanto uscivo da “Villa Maria” e mi dirigevo alla “marina”. Questa motonave mi incuriosiva anche per il suo silenzioso trascorso da relitto sotto’acqua. Il mio sommo piacere era poi ritrovare affiancate, in banchina, la “Meta” e l’elegante panfilo “Sereno” di proprietà del “cummenda” Angelo Rizzoli; ma questo sarà l’oggetto di un prossimo articolo. Non ho immagini delle due unità riprese a Pozzuoli, ma la foto n. 4 mostra il “Sereno” e la “Meta” attraccate in banchina nel porto di Ischia.
Agli inizi degli anni 60 piccoli armatori privati iniziano la grande avventura del trasporto auto a mezzo di traghetti man mano sempre più attrezzati. Alla fine di quegli stessi anni, per fronteggiare la richiesta di trasporto di autoveicoli, tutte le unità più moderne della “SPAN”, vengono provviste di una rampa poppiera per l’imbarco di veicoli. La “Meta”, che nel 1972 ha quarantadue anni e la poppa non adatta a subire questo genere di trasformazioni, viene ceduta alla Società di Navigazione “Lignano Marittima”. Solo per qualche anno ancora continuerà a navigare nella laguna di Venezia.

Giuseppe Peluso

lunedì 12 settembre 2011

Accademia Aeronautica
















Scugnizzi gentiluomo a Pozzuoli




La Regia Aeronautica viene istituita il 28 Marzo 1923 conglobando in un'unica Forza Armata Autonoma le strutture ed i velivoli dell'Esercito e della Marina Militare. Subito dopo, il 5 Novembre 1923, viene decisa la istituzione dell’Accademia Aeronautica con il compito di formare i giovani Ufficiali. Viene stabilito che il corso regolare sarebbe durato tre anni e che la nomina a Sottotenente sarebbe avvenuta dopo aver superato gli esami finali ed aver conseguito il brevetto di Pilota Militare.

Inizialmente l’Accademia Aeronautica è, per il tempo necessario alla sua emancipazione, ospite dell’Accademia Navale di Livorno; e questo anche in previsione che nei primi anni il numero degli Allievi non sarebbe stato alto. Nel contempo è avviata la ricerca di una sede idonea. Prevale l’idea di ricorrere ad una costruzione nuova da creare sull’aeroporto di Napoli Capodichino e la cui prima pietra viene posta il 28 giugno del 1925. In occasione del primo anno accademico nel 1923, viene ideata una cerimonia di battesimo per il primo corso, durante la quale alla classe viene consegnato un gagliardetto e attribuito un nome. Iniziando con l'ordine alfabetico il corso viene contraddistinto con il nome “Aquila”. Da quel momento, ogni anno, al corso arruolato si continua ad assegnare un nome in ordine alfabetico e un motto, nonché un colore. L'anno successivo inizia il corso “Borea”, poi il corso “Centauro”; procedendo fino alla "Z" con il corso “Zodiaco”, saltando però la lettera “H” e la lettera “Q”. Nel 1943 dopo il corso “Zodiaco”, viene deciso di ricominciare dall'inizio nominando i nuovi corsi con lo stesso nome, ma aggiungendo un numero per simboleggiare la generazione successiva. Il corso di quell'anno viene quindi chiamato “Aquila II”.
Dopo tre anni di fattiva ospitalità presso l’Accademia Navale di Livorno, a causa dell’impossibilità di ulteriore coabitazione per l’incremento di allievi previsto per ambedue le Accademie, è giocoforza trasferire l’Accademia Aeronautica in un’altra sede prima che fosse pronto l’anzidetto edificio di Capodichino. Così viene adattata un’ala del palazzo della borbonica reggia di Caserta ove ufficialmente l’insediamento avviene il 15 ottobre del 1926 con il trasferimento della Bandiera dell’Istituto. L’inaugurazione della sede di Caserta ha luogo il 10 dicembre 1926, in concomitanza del giuramento dei Corsi “Centauro” e “Drago”, alla presenza del Sottosegretario di Stato per l’Aeronautica, Italo Balbo. Relativamente alla istruzione al volo, il poter disporre del vicino aeroporto di Capua e quindi di una propria scuola di pilotaggio permette, contrariamente che a Livorno, di licenziare gli allievi già in possesso del brevetto di pilota militare. Iniziano gli anni nei quali, per la politica colonialista e guerriera del regime fascista e gli impegni militari che da questa scaturiscono, vi è un notevole aumento delle immissioni di allievi in Accademia. Praticamente in breve tempo Caserta è costretta a far fronte alle cresciute esigenze organiche della Regia Aeronautica. A tale scopo si ottiene l’assegnazione dell’intero palazzo reale vanvitelliano, ove la cifra annua degli allievi è quadruplicata. In effetti questa sistemazione, che doveva essere transitoria in quanto funzionalmente non del tutto adeguata, si protrae fino al 1943 poiché il complesso, appositamente progettato, di Capodichino è ritenuto, in corso d’opera, inadeguato per dimensioni e spazi facendo così decadere il progetto di trasferirvi l’Accademia. Esso non garantisce gli spazi necessari mentre la reggia di Caserta si. La Reggia fa anche da scenario al film propagandista “I tre aquilotti” del 1942 che ha nel cast il giovane Alberto Sordi alle prese con le prime esperienze cinematografiche.
Nell'agosto del 1943, urgenze di carattere bellico a seguito della conquista della Sicilia da parte degli Alleati ed ai bombardamenti su Napoli e Caserta, costringono l'Istituto a trasferirsi presso il Collegio Aeronautico di Forlì dove l'Accademia resta fino al 10 settembre, data in cui ogni attività viene temporaneamente sospesa a seguito della confusione scaturita dopo la firma dell’armistizio che spacca letteralmente l’Italia in due. Gli allievi sono invitati a lasciare l’Istituto e a raggiungere le famiglie. In quel frangente alcuni allievi originari del sud Italia, al termine della licenza, confluiscono al centro di raccolta di Brindisi ove il 7 novembre 1943 l'Istituto riprende a funzionare presso il locale Collegio Navale, con notevoli difficoltà e privo degli allievi rimasti al nord. In questo stesso Collegio si è nel frattempo ricostituita anche l'Accademia Navale che ha dovuto lasciare la sede di Livorno.
A guerra finita, nel novembre 1945, l'Accademia Navale torna alla sua sede di Livorno e quella Aeronautica si stabilisce a Nisida, in quanto da ottobre 1943 nella reggia di Caserta si è installato il Quartier Generale Alleato. Dalla sistemazione improvvisata di Brindisi si passa quindi a quella precaria di Nisida ove la superficie a disposizione è ridottissima, mancano edifici e spazi per le attrezzature didattiche e sportive e per le attività di supporto logistico; di campo di volo neanche parlarne. Tutto è ridotto ai minimi termini e sacrificato; per svolgere l’attività di volo si utilizza il lontano aeroporto di Pomigliano d’Arco.
L’Accademia dovrebbe spostarsi a Firenze presso gli edifici della Scuola di Applicazione, nonostante la scomparsa del Quartier Generale Alleato, ma le forti pressioni delle autorità napoletane ne vanificano il trasferimento per ottenerne la sua sistemazione definitiva nell’area partenopea. La soluzione della reggia di Caserta è infatti abbandonata perché ritenuta più idonea per soddisfare le esigenze della Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare Italiana che, avendo un numero di frequentatori decisamente superiore a quello previsto per la ricostituita Accademia, necessita di spazi maggiori.
Nell’impossibilità di poter tornare a Caserta, si parla di utilizzare la Reggia di Capodimonte oppure la villa vesuviana della Favorita ad Ercolano; ma alla fine continua a rimanere a Nisida in quanto si decide di attendere i fondi per la realizzazione di una nuova sede. A Nisida l’Istituto rimane, contro ogni logica e fra mille difficoltà, fino al dicembre del 1961.
La scelta, dovendo rimanere nelle vicinanze di Napoli, cade su un terreno quasi a picco sul mare ubicato sul Monte Olibano vicino alla Solfatara, facente parte del Comune di Pozzuoli e per due terzi di proprietà demaniale. Esattamente in Località Cariati, dalla villa della nobile Famiglia napoletana Spinelli di Cariati che sorge sulla cima. La cartolina n. 1, dei primi anni 50, mostra il Monte Olibano ed in cima si nota l’esistente “Villa Cariati”. Sul terreno di questa villa, nel corso della “Seconda Guerra Mondiale” si installa la 186° Batteria, con pezzi pesanti da 76/40, del LXXIV Gruppo inserito nella 19° Legione della Milizia Artiglieria Contraerei. Nel periodo bellico sull’esterno di “Villa Cariati” si può leggere il motto “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE”; identico a quello che a “Villa Maria” è però trascritto all’interno della seconda scala; quella al servizio della locale “Scuola Marittima”.
La posa della prima pietra avviene il 10 dicembre 1957 e la cartolina n. 2, degli inizi anni 60, mostra l’Accademia in costruzione con varie gru in azione. Il trasferimento degli allievi in quella che sarà la sede definitiva avviene giusto cinquant’anni fa tra la fine del 1961 ed il gennaio 1962. Nella primavera del 1962 c’è il Giuramento del Corso “Zodiaco II”. Poi il 15 maggio 1963 il Presidente della Repubblica Antonio Segni vi tiene a battesimo il corso “Aquila III”; il primo che inizia il completo ciclo a Pozzuoli. L’odissea dell’Istituto è finalmente finita. La struttura è sicuramente posizionata in un invidiabile sito dal punto di vista paesaggistico in quanto domina la baia di Pozzuoli e la distesa di mare comprendente le isole di Nisida, Capri, Ischia e Procida. La cartolina n. 3 mostra l’Accademia completata con le caratteristiche soluzioni architettoniche ed ingegneristiche di avanguardia che la contraddistinguono per la quantità e razionalità degli edifici e degli spazi, costruiti per soddisfare appieno le esigenze didattiche degli allievi. Altrettanto, però, non si può dire sulla sua funzionalità se si considera che non dispone nelle vicinanze di un proprio aeroporto per poter svolgere l’attività principe del massimo istituto aeronautico; l’attività di volo. Gli allievi, per frequentare la scuola di pilotaggio, debbono sempre affrontare trasferimenti più o meno lunghi e dal dopoguerra la sede della scuola di volo subisce continui cambiamenti; Pomigliano d’Arco, Lecce, Grazzanise, Alghero, Latina, ecc. Il peregrinare da un aeroporto ad un altro alla ricerca di una sede idonea per il conseguimento dei brevetti di volo comporta continui aggiornamenti del piano degli studi.
Comunque l’Accademia è stata e resta una istituzione completamente estranea alla vita cittadina puteolana. Certamente è una notevole passerella con valenza internazione per i nostri amministratori politici ed apostolici nei rari momenti in cui sono chiamati a presenziare a qualche cerimonia ufficiale. La presenza di questa struttura non ha apportato visibili e concreti benefici alla collettività locale. Solo verso la metà degli anni 90 ci sono state varie forme di collaborazioni, di livello culturale, che poi comunque non sono state seguitate. Rigide restano le limitazioni imposte a cadetti e personale militare, alla loro libertà ed a quella di poter liberamente usufruire della città di Pozzuoli. Si dice che l’Accademia sia per tutti, ma non tutti sono per l’Accademia. Non rari i casi di abbandono, specialmente iniziali. Resta valido ciò che disse un ex cadetto; si entra scugnizzo e si esce gentiluomo. Al termine del corso il cadetto è pronto per il romantico ballo con le debuttanti ma anche per il mortale ballo nei cieli della Libia e dell’Afganistan.
Quando nel 1962 l’Accademia inizia la sua attività, in questa nuova sede, nell’Aeronautica Militare Italiana ci sono ancora ufficiali che, come allievi, hanno frequentato i corsi a Nisida, oppure a Brindisi, oppure a Caserta ed alcuni a Livorno nei tre anni iniziali. Oggi nell’Aeronautica Militare non ci sono più ufficiali, tra quelli in servizio, che siano stati cadetti in altre Accademie; tutti hanno frequentato solo Pozzuoli.





Giuseppe Peluso





Spunti e dati storici da “ L'Accademia Aeronautica e la formazione militare e culturale in A.M. tra storia ed attualità” del Generale di B.A. Euro Rossi

lunedì 22 agosto 2011

Pozzuoli 1944




U.S. Navy - Pozzuoli Naval Station - 1944


A seguito delle segnalazioni e delle richieste relative all'articolo U.S. Navy pubblicato sullo scorso numero della nostra Testata, abbiamo deciso di omaggiarvi con altre foto scattate nell'affollata zona portuale della Pozzuoli del 1944.
Foto quasi tutte inedite per la nostra zona.
Buon viaggio nella storia!





La foto n. 1, del febbraio 1944, mostra la ripa puteolana gremita di navi da sbarco. La banchina della Malva, attuale Piazza a Mare, è piena di Landing Craft Infantry (LCI), mezzi da sbarco per fanteria, che si affollano affiancate fino a tutta Via Roma. In primo piano una più grande Landing Ship Tank (LST). Tutte sono occupate a caricare rifornimenti per alimentare la testa di ponte di Anzio.






La foto n. 2, dell’agosto 1944, mostra un folto numero di LCI attraccate alla banchina Malva. In primo piano la LCI-2 che dopo lo "sciorinio" ha inserito sulle drizze le bandiere di segnalazione per farle asciugare. Fra qualche giorno salperanno tutte alla volta della Provenza.






La foto n. 3 mostra la LCI(L)-195 attraccata alla banchina di Pozzuoli nella tarda primavera 1944. Questa unità ha partecipato alle operazioni anfibie in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Ora ha poco lavoro da svolgere, ma poi parteciperà all’invasione della Francia meridionale con sbarchi in Provenza.







La foto n. 4 mostra la LCI(L)-523 attraccata al molo caligoliano. Si nota il Rione Terra con il cupolone di San Celso. La didascalia ufficiale riporta che si trova attraccata a Possoli (Italy), e non Pozzuoli, all’incirca nel 1944.







La foto n. 5 mostra la LCI(L)-45 ripresa dalla gemella LCI(L)-33 sulla quale sono in corso esercitazioni di tiro con una della 4 mitragliere da 20mm. La didascalia ufficiale riferisce che trattasi di luogo sconosciuto. Credo che non ci siano dubbi nel riconoscere il Golfo di Pozzuoli con sullo sfondo il Monte Nuovo.





La foto n. 6 mostra militari tedeschi che sbarcano a Pozzuoli dalla LCI(L)-517. Trattasi di prigionieri catturati sul fronte di Anzio. Si notano pure la LCI(L)-515 e nuovamente la LCI(L)-523 che in una precedente foto era attraccata al Molo di Caligola.






 
La foto n. 7 mostra una moltitudine di LCI(L), riprese il 24 luglio 1944 a Pozzuoli, (nella didascalia viene detto Pozzouli) impegnate in una esercitazione di imbarco di fanti ed armi in previsione dell’operazione “Dragon”; lo sbarco in Provenza.








La foto n. 8, scattata l’11 agosto 1944, mostra l’imbarco di soldati della 7° Armata sulle LCI della 11° Flottiglia. Non sono più esercitazioni ma diretti preparativi per lo sbarco in Provenza.







La foto n. 9, del giorno 11 agosto 1944, mostra altri imbarchi dalla banchina di Pozzuoli. Notare il degrado dei fabbricati posti lungo la banchina.







La foto n. 10 mostra gli ultimi imbarchi fatti a Pozzuoli il giorno 12 agosto 1944. In primo piano sono delle Landing Craft Tank (LCT) e sullo sfondo, fin quasi al Ristorante “La Sirena”, delle LCI. L’immensa flotta in partenza da Napoli, Pozzuoli, Nisida, Baia, si avvierà prima verso la Corsica, dove incontrerà altri convogli provenienti dall’Africa, e poi dirigerà verso la Provenza dove sbarcherà il giorno 15agosto 1944.

Peluso Giuseppe - Pozzuoli Magazine del