lunedì 22 agosto 2011

Pozzuoli 1944




U.S. Navy - Pozzuoli Naval Station - 1944


A seguito delle segnalazioni e delle richieste relative all'articolo U.S. Navy pubblicato sullo scorso numero della nostra Testata, abbiamo deciso di omaggiarvi con altre foto scattate nell'affollata zona portuale della Pozzuoli del 1944.
Foto quasi tutte inedite per la nostra zona.
Buon viaggio nella storia!





La foto n. 1, del febbraio 1944, mostra la ripa puteolana gremita di navi da sbarco. La banchina della Malva, attuale Piazza a Mare, è piena di Landing Craft Infantry (LCI), mezzi da sbarco per fanteria, che si affollano affiancate fino a tutta Via Roma. In primo piano una più grande Landing Ship Tank (LST). Tutte sono occupate a caricare rifornimenti per alimentare la testa di ponte di Anzio.






La foto n. 2, dell’agosto 1944, mostra un folto numero di LCI attraccate alla banchina Malva. In primo piano la LCI-2 che dopo lo "sciorinio" ha inserito sulle drizze le bandiere di segnalazione per farle asciugare. Fra qualche giorno salperanno tutte alla volta della Provenza.






La foto n. 3 mostra la LCI(L)-195 attraccata alla banchina di Pozzuoli nella tarda primavera 1944. Questa unità ha partecipato alle operazioni anfibie in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Ora ha poco lavoro da svolgere, ma poi parteciperà all’invasione della Francia meridionale con sbarchi in Provenza.







La foto n. 4 mostra la LCI(L)-523 attraccata al molo caligoliano. Si nota il Rione Terra con il cupolone di San Celso. La didascalia ufficiale riporta che si trova attraccata a Possoli (Italy), e non Pozzuoli, all’incirca nel 1944.







La foto n. 5 mostra la LCI(L)-45 ripresa dalla gemella LCI(L)-33 sulla quale sono in corso esercitazioni di tiro con una della 4 mitragliere da 20mm. La didascalia ufficiale riferisce che trattasi di luogo sconosciuto. Credo che non ci siano dubbi nel riconoscere il Golfo di Pozzuoli con sullo sfondo il Monte Nuovo.





La foto n. 6 mostra militari tedeschi che sbarcano a Pozzuoli dalla LCI(L)-517. Trattasi di prigionieri catturati sul fronte di Anzio. Si notano pure la LCI(L)-515 e nuovamente la LCI(L)-523 che in una precedente foto era attraccata al Molo di Caligola.






 
La foto n. 7 mostra una moltitudine di LCI(L), riprese il 24 luglio 1944 a Pozzuoli, (nella didascalia viene detto Pozzouli) impegnate in una esercitazione di imbarco di fanti ed armi in previsione dell’operazione “Dragon”; lo sbarco in Provenza.








La foto n. 8, scattata l’11 agosto 1944, mostra l’imbarco di soldati della 7° Armata sulle LCI della 11° Flottiglia. Non sono più esercitazioni ma diretti preparativi per lo sbarco in Provenza.







La foto n. 9, del giorno 11 agosto 1944, mostra altri imbarchi dalla banchina di Pozzuoli. Notare il degrado dei fabbricati posti lungo la banchina.







La foto n. 10 mostra gli ultimi imbarchi fatti a Pozzuoli il giorno 12 agosto 1944. In primo piano sono delle Landing Craft Tank (LCT) e sullo sfondo, fin quasi al Ristorante “La Sirena”, delle LCI. L’immensa flotta in partenza da Napoli, Pozzuoli, Nisida, Baia, si avvierà prima verso la Corsica, dove incontrerà altri convogli provenienti dall’Africa, e poi dirigerà verso la Provenza dove sbarcherà il giorno 15agosto 1944.

Peluso Giuseppe - Pozzuoli Magazine del

mercoledì 27 luglio 2011

U.S. Navy - Pozzuoli Naval Station








Joe! Joe! Si tu ruorme io m'arrobbo 'i scarpe!

Provate ad immaginare Pozzuoli ed il suo porto dall’ottobre 1943 alla primavera del 1945. Decine di navi anfibie e da carico attraccate al molo ed alle banchine. Tutte impegnate in una continua spola tra i porti del Nord Africa ed i porti del Golfo di Napoli. Nel capoluogo attraccano le unità più grandi e negli altri scali, tra cui Nisida, Pozzuoli e Baia, attraccano unità minori; in particolare quelle che i puteolani chiamano “zatteroni”, che poi altro non sono che unità da sbarco tipo LST, LCT, LCI, ed altre sigle ancora.
Quasi tutte le navi sono reduci dagli sbarchi in Marocco, dallo sbarco in Sicilia e dall’ultimo fatto a Salerno. Su tutte queste spiagge hanno rovesciato migliaia di rangers, fanti, genieri e mezzi corazzati che avanzano alla riconquista dell’Europa. Ora sulle banchine di Pozzuoli scaricano armi, munizioni, automezzi, medicinali e naturalmente la merce più ricercata in queste tragiche giornate, le scorte alimentari.
Gruppi sempre più numerosi di puteolani si aggirano nella zona portuale per essere scelti ed incaricati di trasbordare casse, sacchi, fusti….E’ un infernale ma ordinato girone dantesco cui partecipa chi sa che la polvere di piselli non doma la fame e chi sa che il pesante lavoro di trasportare strumenti di morte contiene dolenti e dolorosi inviti a riscoprire la vita.
Gli occasionali scaricatori sono attratti da questo lavoro non solo per la paga giornaliera ma anche dalla certezza di un sicuro pasto e dalla speranza di poter “sottrarre” qualche cosa di utile per la casa o da barattare in quello che Curzio Malaparte nel suo libro “La Pelle” definisce un solo, unico, enorme mercato. Un mercato dove tutto ha un valore, ancorché si tratta di cibo, di sigarette, di metalli o di corpi umani….!
Tra gli avventizi scaricatori anche mio suocero, che ha appena fatto ritorno a casa dopo lunghi anni trascorsi a bordo di unità della Regia Marina. Dalla abbandonata “Villa Maria” ho ritirato un ricordo di quei giorni tragici; una bella cassa in legno della U.S. Navy. Su detta cassa, che forse conteneva materiale marinaresco, sono ancora visibili varie sigle tra cui quella della unità di appartenenza, la Landing Ship Tank LCT(6) 827.
Tutto questo naviglio porta a Pozzuoli anche nuovi soldati destinati ad alimentare l’impantanato fronte di Cassino, e tra questi, nel novembre 1943, troviamo truppe coloniali magrebine di cui la Francia, la nostra sorella latina, ci fa dono per aiutarci a liberare dell’occupante tedesco. Prima di raggiungere il fronte queste truppe marocchine prendono alloggio nelle vuote palazzine di Via Napoli.







Nella prima foto, del febbraio 1944, vediamo la ripa puteolana gremita di navi da sbarco. La banchina della Malva, attuale Piazza a mare, è piena di Landing Craft Infantry - LCI - mezzi da sbarco per fanteria - che si affollano affiancate fino a tutta Via Roma ed altre ancora sono attraccate al pontile dell’Ansaldo. Tutte sono occupate a caricare rifornimenti per Anzio.
Poi, proseguendo verso il molo caligoliano, inizia l’attracco delle più grandi Landing Ship Tank - LST – navi da sbarco per carri armati.
Ogni punto di attracco è contrassegnato da un numero bianco, inserito in un cerchio nero, posto sulle facciate dei vicini edifici. Iniziamo a leggere il n.1, poi il n. 2, non occupato da nave, e poi la numerazione prosegue anche se non la si vede in questa foto. Sul bordo esterno della banchina si notano degli incavi scavati per favorire l’appoggio delle rampe abbattibili studiate per abbassarsi direttamente sulla sabbia. Tale soluzione sarà poi riproposta, dopo oltre un trentennio, per favorire l’attracco dei traghetti per le isole Flegree dopo l’innalzamento della costa dovuto al fenomeno bradisismico.
Vediamo la LST 197 che di li a qualche giorno verrà colpita al largo di Anzio dall'artiglieria montata su carri ferroviari della Wehrmacht. Avrà 17 morti a bordo e dovrà andare in bacino per le riparazioni.
In acqua, vicino al portellone della LST197, notiamo il battello del Commodoro comandante della “Task Force” che sta per accostare al punto di attracco n. 2.
La sua nave, generalmente un incrociatore che non imbarca marines e materiali, dovrebbe essere ormeggiata al largo, nel Golfo.
Sulla banchina si nota una “Staff Car”, vettura comando, che attende il Commodoro per condurlo presso qualche comando o reparto da visitare.
Più a destra si notano due automezzi tedeschi probabilmente abbandonati, per guasti o mancanza di carburante, in Sicilia o ad Anzio. Gli americani li hanno trasportati a Pozzuoli e messi in disparte. Trattasi di un tipico camion militare della “Opel” modello “Blitz” e, seminascosta, di una autovettura da ricognizione tipo “Kubelwagen”.







L’elemento dominante, tra le truppe alleate, è il marinaio americano. I più anziani possono riviverlo nei loro ricordi ed i più giovani lo riconoscono tramite l’immensa documentazione cinematografica.
Ma chi erano questi giovani John o Joe come il protagonista della famosa frase di Sciuscià?
Quali sono i loro pensieri, le loro preoccupazioni, le loro aspirazioni?
Oggi, a mezzo della “Rete”, possiamo leggere i loro diari, rivedere le loro foto e frugare tra i loro ricordi. Moltissimi hanno scritto del tempo trascorso a Pozzuoli e della preparazione allo sbarco di Anzio di gennaio 1944 o di quello in Provenza del susseguente agosto 1944.
Tipico è il sito dedicato dal figlio alla memoria di Stanley Galik, seconda foto. “Stan”, nato il 23 novembre 1922 a Belmont, Ohio, il 7° di 10 figli, ha 3 sorelle e 6 fratelli. (Victoria "Vic", Frank Lloyd, Mae, Anthony "Tony", Giovanni "Jay", Andrew "Andy", Dorothy, e Edward "Eddie")
Suo padre John, da Nowy Targ - Polonia, e sua madre Anna da Cervencia – Slovacchia, vennero negli Stati Uniti agli inizi del 1900. Come altri immigrati hanno fatto prima di loro i genitori di “Stan” hanno cercato un nuovo e luminoso inizio in America.
Il 29 giugno 1942, a 19 anni, “Stan” si arruola nella Marina degli Stati Uniti. Durante la licenza che fa seguito alla sua formazione di base a Newport, nel mese di agosto 1942, incontra la sua futura moglie al parco divertimenti Kennywood a West Mifflin, Pennsylvania. “Mel”, detta "Blondie" terza foto, cattura la sua attenzione e così inizia la loro storia d'amore.
Dopo la sua formazione iniziale “Stan” va a Cooks (New Orleans), presso la Scuola Panificatori e Cuochi che frequenta da Agosto a Dicembre 1942.
Dopo il corso è imbarcato come cuoco prima a bordo della Landing Craft Infantry LCI(L) 229, e poi sulla LCI(L) 35, con la quale partecipa a 3 grandi invasioni tra cui, Salerno, Anzio e Normandia, tutte in Europa.
Nel novembre 1944 torna negli Stati Uniti dove sposa la sua "Blondie" nel gennaio 1945. Termina il servizio militare a Washington nel mese di ottobre 1945. Muore nel 1987 a soli 64 anni.
La nave LCI(L) 35, sotto il comando di Imlay, è parte della Task Group 86.8. Di questa fanno parte anche le LCI(L) 12, 13, 14, 32, 214, 215, 216, 219, 229, 231, 232, tutte imbarcazioni che spesso sono presenti nel Porto di Pozzuoli; dove poi trascorrono la maggior parte del tempo, nel gennaio 1944, in preparazione dello sbarco ad Anzio.
Dopo lo sbarco c’è una continua spola di questi mezzi tra Pozzuoli ed Anzio per rifornirvi le truppe che si trovano in grosse difficoltà sulla testa di ponte.
A febbraio la flottiglia si reca a Biserta in Tunisia per caricare ulteriori rifornimenti ed in questa occasione la LCI(L) 35 viene immessa in bacino per urgenti lavori di ripristino. “Stan”, per il maggior tempo libero a disposizione, scrive un gran numero di lettere alla sorella “Mae” ed alla fidanzata “Blondie”. Buona parte delle lettere tratta questioni personali su cosa succede a casa; tuttavia alcune contengono i suoi pensieri, sentimenti e ambizioni.
Nel marzo 1944, dopo essere stata rimessa a nuovo la LCI(L) 35 viene rinviata nella zona di Pozzuoli e continua ad operare con la 2° Flottiglia del Task Group 81,1.
“Stan” riprende, nei momenti liberi, a sbarcare dalla sua nave e, come sempre, con il suo sorriso, il suono della sua voce, la sua spavalderia, il continuo pettinarsi per aggiustare il “ciuffo”, con il pacchetto di Lucky Strike arrotolato sotto le maniche della sua T-Shirt e con in tasca qualche immancabile caramella da donare a qualche nostro sfortunato fratellino, si avventura per la Pozzuoli di Paisà, di Sofia e di Maria.
Attento a non farsi "arrobba 'i scarpe”, dallo “Sciuscià” di turno, acquista innumerevoli cartoline in bianco e nero della Solfatara, dell’Anfiteatro e di qualche altro nostro monumento; tutte immagini che ora fanno la loro bella figura sul sito che lo commemora.
Sono queste piccole cose che appaiono favolose ai nostri scaricatori che, stanchi ed amareggiati perché sporchi di grasso o sorridenti perché sporchi di bianca farina, continuano a lottare ed a non arrendersi per restituire un senso individuale alla tragedia collettiva.
E sono queste stesse piccole cose che sono mancate di più ai figli di “Stan”, oltre alle tante "lezioni" che ha dato, "to do as I say and not as I do" cioè "fate come dico e non come faccio io" parole che ancora risuonano nelle loro orecchie come se fossero state appena dette ieri.
Se lo spazio non fosse tiranno potrei mostrare i nomi ed i volti di tutti i compagni con i quali “Stan”, va in franchigia a Pozzuoli. Sia quelli imbarcati sulla sua stessa LCI 35 che quelli più sfortunati imbarcati sulla gemella LCI 32 affondata il 26 gennaio 1944 vicino Anzio. Alcuni naufraghi feriti sono raccolti da piccoli LCT e trasportati all’immenso 21° Ospedale Generale, sorto nei padiglioni della Mostra d’Oltremare. Questo raggruppa moltissimi ospedali campali. Gli ufficiali medici sono acquartierati presso le vicine Terme di Agnano, dove in ogni stanza sono state rimosse le vasche per far spazio alle brande dell’Esercito, affettuosamente definite “culle”.
Dopo la liberazione di Roma, con i tedeschi in ritirata verso nord, diminuiscono i feriti ricoverati presso l’Ospedale di Napoli. Così il personale, tra cui E. T. Rulison del 51° Evacuation Hospital, ha una notevole quantità di tempo libero per visitare Napoli ed i Campi Flegrei.
Poi ad agosto 1944, al 51° è ordinato di essere il primo ospedale che sbarcherà in Provenza nella Francia meridionale. Il 51st Evacuation Hospital è diviso in 3 unità per l'invasione. E. T. Rulison è assegnato alla seconda unità, a capo di un gruppo di 33 soldati, che costituirà l'ospedale presso il sito designato per la prima operazione. Questa prima ondata viaggia su un convoglio di 50 LCI che parte da Pozzuoli e raggiunge la spiaggia di invasione a St Tropez il 15 agosto.
La quinta foto, forse una delle prime a colori scattata nella nostra cittadina, mostra un folto numero di LCI, attraccate sempre alla banchina Malva, riprese qualche giorno prima della partenza per la Provenza. In primo piano la LCI 2, su cui imbarcherà Rulison, che dopo lo "sciorinio" ha inserito sulle drizze le bandiere di segnalazione per farle asciugare.
Su queste stesse unità imbarcheranno nuovamente i “Ranger”, in addestramento a Lucrino, ed i fanti della 3th Infantry Division in addestramento nella piana di Quarto. Entrambe le unità hanno di già pagato un alto tributo di sangue sulle spiagge di Anzio ed ora vanno nuovamente a morire sotto gli occhi sorridenti dei puteolani per i quali la guerra è terminata da circa un anno; ma non c’è fine per le sue conseguenze.







Giuseppe Peluso







Ringrazio Stan Galik per la disponibilità ad attingere dal sito dedicato alla memoria del Padre: 

domenica 17 luglio 2011

Salvatore Volpe - Il pittore e lo scout






 

Salvatore Volpe - L'artista e lo scout


Il Maestro Salvatore Volpe nasce nel 1910 a Pozzuoli. Si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli e partecipa a competizioni nazionali ed internazionali, ottenendo premi e riconoscimenti. Insegna decorazione pittorica a Napoli ed effettua molti viaggi per conoscere dal vivo opere artistiche di tutti i tempi. Alcune sue opere impreziosiscono Chiese di Pozzuoli e di Napoli; bella la tela raffigurante San Giorgio nell’omonima Chiesa di Pianura. Il Professore Raffaele Giamminelli lo definisce il migliore artista del novecento puteolano, insieme a Giovanni Brancaccio, nonché l’unico, tra i pittori “pozzuolani” che nel suo percorso artistico ha sempre cercato nuove forme espressive.
Appena quindicenne è tra i fondatori del movimento scout nella cittadina flegrea e vi resta fino allo scioglimento voluto dal fascismo. Il 1° Gruppo dell’A.S.C.I. (Associazione Scout Cattolici Italiani) di Pozzuoli viene ufficialmente fondato il giorno 19 marzo 1926 con sede in un locale sito ai Gradoni Turchi Ricotti (lo Scalandrone) e prende il nome di “1° Riparto San Giuseppe”. Nel Riparto è presente anche un gruppetto di giovani “Lupetti”.
Nella prima foto che ritrae l’intera Squadriglia “Aquile”, scattata proprio il 19 marzo 1926, notiamo alcuni scout che diventeranno conosciutissimi cittadini puteolani. Giorgio Lopez e Vincenzo Volpe, seduti. Lulù De Vita, Angelo Gentile e Salvatore Volpe, nella fila centrale. Ciro Giordano, Eduardo Pizzirani e Domenico Gentile, nell’ultima fila.
Già dal 1927 il regime, per favorire l’Opera Nazionale Balilla, ordina la chiusura delle Associazioni scoutistiche laiche C.N.G.E.I (Compagnia Nazionale Giovani Esploratori Italiani) e A.R.P.I. (Associazione Ragazzi Pionieri Italiani). Resta in vita la sola cattolica A.S.C.I. la quale, dopo vari compromessi con la Santa Sede, viene sciolta solo nei centri con meno di 20.000 abitanti. In seguito, con telegramma di Mussolini del 17 aprile 1928 diretto ai prefetti, viene sciolta completamente l’A.S.C.I. anche nelle città maggiori. A Pozzuoli il Riparto si riunisce ufficialmente per l’ultima volta il giorno 13 maggio 1928. Dopo la chiusura della sede scout gli Esploratori puteolani seguono strade diverse e la maggior parte di loro, anche per la giovane età, non si rende pienamente conto della gravità del momento. Alcuni entrano con entusiasmo nell’organizzazione statale dell’Opera Nazionale Balilla pensando ingenuamente di poter proseguire in tale struttura le stesse attività di già sperimentate con il metodo scout. Solo in seguito si accorgeranno della completa diversità fra i due organismi che hanno frequentato. Molti entrano nelle Associazioni Cattoliche Giovanili che un po’ dappertutto fioriscono in Italia proprio per il bisogno di colmare un vuoto spirituale. Nelle Associazioni Cattoliche i giovani puteolani possono continuare ad appagare i loro bisogni di Cristiani alla ricerca della Fede del Servizio e della Comunità.
Già durante la guerra nel 1943, in piena occupazione tedesca, i ricordi dello scautismo tornano vivissimi al cuore e alla mente degli uomini che hanno vissuto tale esperienza. Man mano che l’Italia viene liberata è tutto un unico fervore di ripresa ed i “ragazzi del 28”, qualcuno già brizzolato, tirano fuori le vecchie uniformi, i manuali, le insegne, gelosamente conservati. Da militare Salvatore Volpe è ufficiale dei bersaglieri, spessissimo raccontava dell’utilità dell’esperienza scout che gli era servita ad attenuare la durezza della vita militare, e nell’immediato periodo post armistizio è tra gli artefici della rinascita dello scoutismo a Pozzuoli. Anche in questo periodo i primi a rinascere in Campania sono alcuni Riparti di Napoli e Portici; ma alla fine del 1944, promotori Salvatore Volpe, Magnani e Don Vincenzo Abete, appena ordinato sacerdote e vice parroco di Santa Maria delle Grazie, anche a Pozzuoli viene rifondato il Riparto Scout e le nuove Squadriglie prendono il nome di “Aquile”, “Volpi”, “Leoni” e “Scoiattoli”. Nel contempo viene rifondata la branca Lupetti, questa volta con l’ambientazione da "Il Libro della Giungla" pensata da B.P. per l'educazione dei più piccoli. Nasce così il metodo dei Lupetti che si regge sull'importanza della Fantasia e sulla "Legge del Branco dei Lupi". Infine, novità assoluta per Pozzuoli, per i ragazzi più grandi viene fondata la sezione Pionieri, cioè quelli che prima erano chiamati Senior e poi sarebbero diventati Rover; secondo i nuovi metodi internazionali. La loro Comunità si chiama "Clan". Al suo interno il Rover è l'uomo del bosco in grado di bastare a se stesso e pone le sue doti al servizio della famiglia e della società. Nasce così il metodo della terza branca che si regge sulla felice definizione del fondatore Baden Powell "Una Fraternità dell'aria aperta e del Servizio".
A Salvatore Volpe dobbiamo il disegno dello scudetto regionale “Campania Felix”, vedi seconda foto, che portano sulla camicia tutti gli scout di questa regione. I tre soggetti dello stemma, il Vesuvio, il Mare, la Bussola, riportano subito all’individuazione della regione che intendono rappresentare. Nello stesso tempo essi sono tre forti simboli, Fuoco, Acqua, Orientamento, che riportano alla semplicità ed all’essenzialità dello scautismo. Da ricordare infine che lo stesso Maestro non mancava di ripetere che questi stessi tre simboli lo riportavano ai suoi ardenti Campi Flegrei.
- Il Vulcano, misterioso e spaventoso come la sua Solfatara.
- Il Mare, principale fonte di vita della sua Puteoli.
- La Rosa dei Venti, che gli antichi avevano posto idealmente al centro della Baia della sua Pozzuoli.
Lo scudetto regionale, questa sua piccola opera, ben si riallaccia alle sue esigenze artistiche tese a realizzare stupende sintesi espressionistiche che esaltano i colori forti e violenti della Terra Flegrea.
Salvatore Volpe, oltre a seguire il gruppo scout locale, è un attento osservatore dell’evoluzione che l’associazione attraversa in campo nazionale ed internazionale. Riceve elogi e riconoscimenti, dalla sede centrale dell’A.S.C.I., per attività e contributi dati allo scoutismo Nazionale. Nell’anno 1954 gli Adulti Scout Italiani formano un loro distaccato Movimento, il M.A.S.C.I. (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani). Subito Salvatore Volpe vi aderisce ed a Pozzuoli raduna tutti i vecchi scout storici e crea una Comunità, all’epoca chiamata “Compagnia dei Cavalieri di San Giorgio”. Detta Comunità sarà, fino al 1959 quando nascerà la Comunità Napoli 1°, l’unica Comunità MASCI a sud di Roma. Eredi di questa sono le attuali due Comunità che Pozzuoli oggi vanta nello scoutismo per adulti.
Ma continua ad essere il settore giovanile quello che vede il suo maggiore impegno; nella terza foto lo vediamo in abiti borghesi presso il Seminario Vescovile di Pozzuoli presenziare alle “Promesse” durante un “San Giorgio” di metà anni 50.
Lo scrivente lo ricorda tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 dello scorso secolo quando ben cinque componenti delle Famiglie Peluso, residenti in Villa Maria a Pozzuoli, partecipano attivamente al movimento scout puteolano. In vari incontri e riunioni Salvatore Volpe, con estrema semplicità, racconta delle tre intuizioni che ebbe Baden Powell, Lord Of Gilwill, fondatore delle scoutismo.
- La Prima Intuizione di B.P. fu che al ragazzo bisogna "Dare Fiducia" per ottenere molto e fare affidamento su di esso affinché sì "Impegni sul suo Onore".
- La Seconda Intuizione di B.P. fu di fondare quest'esperienza di responsabilità nella “Cornice della Natura"; in quella che egli chiama "La Scienza dei Boschi".
- La Terza Intuizione di B.P. fu che una proposta educativa non può prescindere da un "Codice di Valori” in cui il ragazzo si riconosca; nasce così l'importanza della "Legge" e della "Promessa".
Il Maestro Salvatore Volpe intuisce l’importanza dell’ideale e del metodo educativo dello scoutismo e lo trasferisce completamente nel movimento puteolano il quale, per opera sua, è stato sempre retto da una ispirazione pedagogica totale, attiva e democratica. Destinatario di questo processo è, per Salvatore Volpe, il ragazzo, il suo spirito d’avventura e di gioco, il suo gusto della vita in mezzo alla natura, il valore del lavoro manuale e l’autogoverno nella vita associativa. Da allora lo scoutismo ha rappresentato un punto di riferimento per le giovani generazioni puteolane che, nello spirito e nello stile scout, hanno maturato una personale visione della vita aderente ai principi di Salvatore Volpe.
Con i dolorosi eventi bradisismici del 1970 a Pozzuoli cessa momentaneamente ogni attività scout. Allora il Maestro Salvatore Volpe, per non perdere i contatti con questo mondo meraviglioso, inizia a frequentare la Comunità degli Adulti Scout di Napoli.
Purtroppo raggiungerà la “Casa del Padre” prematuramente e non potrà gioire per la rinascita, nell’anno 1989, dello scoutismo giovanile nella sua Pozzuoli che al suo nome dedicherà l’intero nuovo Gruppo Scout.

Giuseppe Peluso

mercoledì 15 giugno 2011

La Cugina Flegrea della Ducati








La I.M.N. di Baia

Dopo l’occupazione alleata i capannoni del “Silurificio Italiano” di Baia ritornano in mano italiana nel settembre del 1945. Subito si pone il problema della riconversione per avviare una nuova lavorazione industriale e continuare ad impegnare sia le maestranze rimaste sia riassorbire quelle presenti prima del settembre del 1943. Gli stabilimenti, rinominati “Industria Meccanica Napoletana”, vengono rilevati da Finmeccanica costituita dall'IRI, il 18 marzo del 1948, per gestire le industrie meccaniche e cantieristiche acquisite. Le decisioni nazionali di politica industriale lasciano all'IRI, e quindi alla Finmeccanica, quelle attività che per motivi vari presentano prospettive più incerte o negative e non sono ora in grado di riconvertirsi rapidamente dopo aver prodotto su commesse belliche. Tra le 14 nuove aziende apportate alla Finmeccanica nel 1948 una, l’Alfa Romeo, ha la sede a Milano ma una succursale a Pomigliano d’Arco ed altre cinque sono completamente napoletane, la “Fa.Ma. Fabbrica Macchine” di Napoli; la “Metalmeccanica Meridionale” di Napoli; la “Navalmeccanica” di Napoli; gli “Stabilimenti Meccanici” di Pozzuoli e la nostra protagonista la IMN di Baia.

La storia di questa fabbrica è un misto di improvvisazione e di straordinario. Sin dalla fine del 1944 si è pensato a delle lavorazioni di tipo meccanico o navale come la costruzione di motori diesel, di motopompe e di compressori oppure di motopescherecci, di motobarche e di motoscafi.
L’allora ministro del lavoro Ivan Matteo Lombardo, in una sua relazione del 1948 dice “Faremo delle macchine per l’industria molitoria”. A Baia fino al 1950 vengono costruite delle macchine per l’industria molitoria che però non incontrano il favore del mercato; quindi si cambia tutto e si decide, unico esempio nel Mezzogiorno d’Italia, di costruirvi dei motocicli. Saranno costruiti motocicli per otto anni; periodo breve ma intenso e mitico.
A dirigere la nuova fabbrica viene designato l’ingegnere Masi, classica figura di burocrate statale, che proviene dall’Alfa Romeo Avio di Pomigliano d’Arco.
Nel suo staff, quale capo ufficio direzionale, si trova Peluso Antonio che, unitamente al fratello Carmine Padre dello scrivente, risiede in Villa Maria a Pozzuoli. Antonio segue l’ingegnere Masi presso lo stabilimento di Baia e questo “favorisce” l’assunzione di Carmine che in precedenza era anche lui impiegato a Pomigliano ma poi licenziato perché coinvolto nello smantellamento e ridimensionamento postbellico di questa fabbrica.
L’Industria Meccanica Napoletana, inizia nel 1950 a costruire su licenza il motore ausiliario con trasmissione a rullo “Mosquito” di 38 cc. della Garelli. Successivamente realizza un proprio telaio monotrave aperto in lamiera stampata e vende il veicolo completo come “BMG” (Bici Mosquito Garelli).
Nel 1952 nasce il ciclomotore ”Paperino”, che usa ancora il motore Mosquito. Nel 1954 si affiancano il “Superpaperino” ed il “Superpaperino Sport” con motore 2 tempi, 3 marce, sempre realizzati in proprio.
In questo contesto storico si colloca l’avventura del primo progettista di motocicli Ducati. Quando l’azienda, sull’onda del discreto successo del ”Paperino”, decide di entrare nel settore moto si rivolge all’ingegnere Gian Luigi Capellino, (Genova 1909 ÷1992) noto per aver realizzato, nel 1949, la parte ciclistica del “Cucciolo”, la prima vera moto interamente Ducati.
Dopo questa realizzazione l’ingegnoso genovese si separa dalla Ducati e continua in proprio nella progettazione di motocicli, questa volta progettando anche il motore. E' proprio questo personaggio che costituisce il trait d’union, tanto sottile quanto fondamentale, tra la Ducati, anch’essa rilevata da Finmeccanica, e la “Industria Meccanica Napoletana” di Baia.
Nasce così, nel 1953, con motore e telaio a brevetto Capellino, la motoleggera “Baio”, di 100 cc, con motore a quattro tempi ad aste e bilancieri, telaio a travatura centrale e motore applicato a sbalzo. La sospensione posteriore è “cantilever”; la forcella telescopica a perno avanzato. Sarà l’unico motoveicolo prodotto nella località Flegrea che concede, nel nome, un riconoscimento ad un mito locale.
L’originalità del prodotto risiede però nel motore che ha caratteristiche veramente uniche; per ridurre al minimo le parti rotanti il primario del cambio è allocato sul prolungamento a sinistra dell’albero motore mentre le camme sono posizionate sul prolungamento a destra del secondario; il rapporto alesaggio/corsa (52x47) è superquadro e la camera di scoppio è piatta.
A garanzia della qualità del prodotto nel 1954 viene realizzato un raid pubblicitario che porta 3 Baio e 15 Paperino da Baia fino a Trieste e ritorno.
L’azienda raggiunge il culmine della produzione ed i benefici vengono percepiti anche dai dipendenti che usufruiscono di straordinari, cabine al Lido Fusaro, ben fornito ed economico spaccio aziendale, convenzioni, ed altro ancora.
Nel 1955 la IMN realizza il “Baio Sport” e il “Superpaperino Lusso” che riprende le caratteristiche del Paperino normale. Nel 1956, è la volta del “Paperino Sport Super Lusso” di 49 cc a due tempi, cambio separato a tre rapporti, trasmissione a catena e velocità di 70 km/h. Nel 1956, sono prodotti anche un motore di 65 cc a due tempi con cambio a tre velocità, una motoleggera di 65 cc, uno scooter completamente carrozzato con lo stesso motore e una nuova motoleggera di 100 cc con cambio a quattro velocità. Alla fine del 1956, è presentata la moto più interessante, la “Rocket 200”, con motore a due cilindri orizzontali contrapposti di 200 cc, distribuzione ad aste e bilancieri, potenza di 11 CV a 6000 giri/min, cambio in blocco a quattro velocità con comando a pedale e trasmissione finale ad albero con coppie coniche a denti elicoidali. Il telaio è in tubi a traliccio con motore a sbalzo, forcella telescopica anteriore e ammortizzatori posteriori semi-idraulici. Nel 1957, esce il “Paperino Sprint” di 65 cc., di cui verrà venduto anche il solo motore sciolto e viene approntata la “Punch 100”, che adotta la ciclistica della Rocket e la trasmissione a catena.
Tutti questi modelli più recenti però non hanno di fatto un seguito produttivo e già dal 1957 la fabbrica si trova in grosse difficoltà con un elevato numero di dipendenti ma scarse vendite e scarsa penetrazione sul mercato. La IMN ha avuto una breve vita tranquilla fino a quando ha fatto il motore “Mosquito” per conto della Garelli, ed ha poi bissato questo successo con il motociclo “Paperino”. Poi ha pensato di fare la costruzione in proprio della “Baio”, che doveva essere una moto di grande diffusione, ma, se non fosse per un piccolo quantitativo ordinato dal corpo dei Vigili Urbani di Napoli, questa sarebbe quasi sconosciuta al mercato nazionale.
La IMN non ha saputo creare una valida rete di vendita e di assistenza e poi su tale produzione non può poggiare grandi speranze perché ormai le possibilità di mercato dei ciclomotori vanno riducendosi, dopo il boom iniziale. Va anche osservato che in quegli anni vi è una scarsa possibilità di espansione sui mercati stranieri perché l’uso cui in Italia servono le motoleggere sui mercati stranieri viene di già riservato alla macchina utilitaria.
Proprio negli ultimi anni si tenta, con una decina di prototipi e con ulteriore dispersione di risorse, di creare nuovi prodotti nell’inutile tentativo di raggiungere una diversa Clientela.

L’Onorevole Sansone il 13 novembre 1957, in una interrogazione alla Camera dei Deputati, rivolgendosi al Ministro delle Partecipazioni Statali, Giorgio Bo, riferisce:
...Potrei dirle, per esempio, come è congegnato l’ex silurificio di Baia. Vuol sapere quanti uffici vi sono? Un ufficio produzione, un ufficio officina, un ufficio organizzazione, un ufficio vendita, un ufficio acquisti, un ufficio contabilità industriale, un ufficio contabilità commerciale, un ufficio clienti, un ufficio tecnico, un ufficio economato, un ufficio personale.
E con tanta attrezzatura non si è riusciti a vendere il “Paperino” e nemmeno il “Baio”. Perché il “Paperino” non si è venduto? Perché non si è venduto il “Baio”? Perché non si riesce a vendere questi prodotti industriali?
Perché esiste la concorrenza dell’industria privata ed i dirigenti dell‘IRI, legati come sono ai grandi complessi industriali, non si impegnano a fondo affinché le vendite avvengano. Si rende perciò necessario che ella, onorevole ministro, esamini a fondo quali sono le effettive posizioni dei dirigenti della Finmeccanica e quali sono i rapporti tra questi e le industrie private…
Poi l’Onorevole Caprara, sempre rivolgendosi al ministro Bo, riferisce:
…. Le voglio indicare, onorevole ministro, il caso dell’Industria Meccanica Napoletana di Baia. Quale crede che sia la preoccupazione fondamentale dei dirigenti? La preoccupazione fondamentale è quella di ridurre l’attività della commissione interna e fare in modo che certe condizioni favorevoli raggiunte vengano cancellate. Questo è l’obiettivo fondamentale dell’ingegnere Masi, che è andato a dirigere il silurificio di Baia; questa sembra essere la preoccupazione fondamentale di questi dirigenti dell’IRI, non la ricerca di commesse, non l’organizzazione ordinata del lavoro, non la sollecitazione di quel contributo di esperienza che gli operai sono in grado di dare, ma la lotta contro le commissioni interne, contro gli organismi rappresentativi, contro gli operai. Ma che diavolo significa questa politica? Al silurificio di Baia il direttore si è rifiutato di permettere la commemorazione dell’onorevole Di Vittorio, per cui siamo giunti all’assurdo che la Camera italiana unanimemente lo commemora e in una fabbrica dello Stato si rifiuta invece di consentire l’interruzione per qualche minuto del lavoro per questa commemorazione. L’ingegnere Masi ritiene di porsi al di sopra del Parlamento e la commemorazione unanime della figura di Di Vittorio fatta dal Parlamento non lo riguarda, perché egli è solo preoccupato di controllare la commissione interna, di ridurne le possibilità di azione, di stabilire un regime di rigore. Giorni fa l’ingegnere Masi ha licenziato un vecchio operaio specialista, un saldatore, tale Sarnataro, perché il 21 ottobre in quella fabbrica si è verificato uno sciopero di 4 ore attuato dagli operai, che sollecitavano lavoro. L’ingegnere Masi ha giustificato tale licenziamento col fatto che l’operaio Sarnataro sarebbe responsabile dell’inconveniente verificatosi! Qual è tale inconveniente? Lo sciopero stesso! Cioè, il Sarnataro è stato licenziato dal silurificio di Baia perché corresponsabile dello sciopero, che per l’ingegnere Masi è un inconveniente la cui responsabilità, risale al Sarnataro. Onorevole ministro, noi siamo convinti che, se al silurificio di Baia vi è un inconveniente, questo è rappresentato dalla presenza e dalla politica dell’ingegnere Masi. Ecco l’inconveniente, per l’IRI, che bisogna rimuovere!...
L’ultimo intervento è dell’Onorevole Giorgio Napolitano che tra l’altro riferisce:
…I lavoratori si sono sempre battuti perché le aziende napoletane dell’lRI fossero redditizie ed efficienti; siete stati voi, i vostri governi, i responsabili dell’IRI, a lasciare per dieci anni queste aziende alla deriva; a sprecare centinaia di milioni e miliardi. Gli operai napoletani non vogliono avere la carità di continuare a lavorare ad orario ridotto, a cassa integrazione, con la spada di Damocle della smobilitazione dello stabilimento che continui ad incombere sul loro capo. Gli operai napoletani vogliono lavorare in aziende risanate, potenziate, dal punto di vista tecnico e produttivo. Essi si sono sempre battuti e si battono, e noi ci battiamo allo loro testa, per la riorganizzazione e per lo sviluppo dell’industria napoletana……
Questa è la situazione ed il clima che si respira nell’Azienda. Nel 1958 la produzione di motoveicoli viene definitivamente interrotta e la fabbrica chiusa. Una piccola parte del personale passa al Fusaro, presso la nascente “Microlambda” che darà poi vita alla “Selenia”, un’altra parte viene dirottata presso altri stabilimenti dell’IRI, un’altra parte ancora viene forzatamente licenziata.




Giuseppe Peluso
(Collaborazione tecnica di Fabio Avossa)

giovedì 19 maggio 2011

Un Delfino Francese nel Golfo di Pozzuoli








Un Delfino Francese nel Golfo di Pozzuoli


Nel novembre 1942, dopo lo sbarco alleato in Marocco ed Algeria, le truppe italo tedesche occupano preventivamente la Tunisia.
Qui nella base francese di Biserta vengono catturati, insieme ad altro naviglio, quattro sommergibili oceanici della Marine Nationale appartenenti alla classe Requin che aveva le seguenti caratteristiche.

Dislocamento: in superficie: 1.150t - in immersione: 1.441t
Dimesioni: Lunghezza: 78,20 m - Larghezza: 6,80 m - Immersione: 5,10 m
Apparato motore di superficie: 2 motori Diesel Sulzer o Schneider - 2 eliche - Potenza: 2.900 cv - Velocita max. in superficie: 15,0 nodi - Autonomia 7.700 miglia a 9,0 nodi.
Apparato motore in immersione: 2 motori elettrici di propulsione - Potenza: 1.800 cv - Velocita max: 9,0 nodi - Autonomia: 70 miglia a 5 nodi.
Profondità di collaudo: 90 m
Armamento originario: 4 tls AV da 550 mm con 6 siluri - 2 tls AD da 550 mm con 2 siluri - 4 tls esterni al centro brandeggiabili da 550 mm - 1 cannone da 100/40 mm - 2 mitragliatrici da 8 mm singole.
Equipaggio: 4 ufficiali - 50 tra sottufficiali e marinai.

A questi quattro sommergibili la Regia Marina Italiana assegna i nominativi: FR 111 per l’ex Phoque, FR 113 per l’ex Requin, FR 114 per l’ex Espadon, FR 115 per l’ex Dauphin.
Di questi però solo lo FR 111, in buone condizioni, diviene subito operativo venendo poi affondato da un attacco aereo il successivo febbraio 1943.
Gli altri tre sono inviati a Napoli, tra il 20 ed il 22 di gennaio 1943, per essere immessi in bacino e poter decidere il ciclo di lavoro cui sottoporli. Dopo una attenta visita, per il loro completo ripristino, sono dirottati lo FR 113 a Genova, lo FR 114 a Castellammare di Stabia e lo FR 115, che è al comando del Capitano di Corvetta Mario Resio, a Pozzuoli. Questo ultimo sommergibile era stato impostato nell’Arsenale di Tolone il giorno 11 dicembre 1922, varato il 2 aprile 1925 e consegnato il 22 novembre 1927.
Lo FR 115 giunge a Pozzuoli nel marzo del 1943 e attracca al molo dello Stabilimento Ansaldo per essere sottoposto a lunghi cicli lavorativi. Questi prevedono la modifica dei tubi lanciasiluri per adattarli al lancio di quelli prodotti in Italia come dal “Silurificio Italiano” di Baia, nuova denominazione della vecchia "Società Anonima Whitehead" succursale dalla Whitehead di Fiume a sua volta controllata dalla società inglese Vickers-Armstrong.
I pochi siluri originali francesi di cui viene in possesso la Regia Marina servono su quei battelli messi subito in servizio come lo FR 111 di questa stessa classe o di altre classe tra cui alcuni catturati anche a Tolone.
La principale modifica da apportare all’ex Dauphin è la sostituzione dell’intera torretta con una di modello più piccolo e meno visibile ma anche più pratico per una rapida immersione. L’Ansaldo di Pozzuoli negli anni 1941 e 1942 ha di già cambiato torrette su vari sommergibili italiani di vecchio modello.
Altre trasformazioni riguardano l’abolizione dei lancia siluri esterni, che in Italia non trovavano utile impiego e cambio del cannone con un modello italiano standardizzato.
Durante i lavori solo una piccola parte dell’equipaggio risiede a bordo, e solo per turni di guardia e di servizio.
Ufficiali e sottoufficiali, come è successo per precedenti unità, sono alloggiati nella vicina “Villa Maria” alla Starza ed esattamente nei locali del primo piano, e parzialmente del piano terra, prima adibiti a “Scuola Marittima”. L’equipaggio comune è ospitato in baraccamenti realizzati sul retro del vecchio molo Armstrong ma, durante i lavori dei battelli, viene impiegato anche in turni di guardia lungo il percorso dell’oleodotto che collega il Molo Caligoliano con gli otto imponenti depositi posti nella zona alta di Pozzuoli. Questo oleodotto ha la stazione di pompaggio ubicata nel “Torrione” posto all’angolo basso del Rione Terra, costeggia tutta la banchina di Pozzuoli e giunto all’altezza della Calcara, risale il Vallone Mandria attraverso il cosiddetto Alveo Campano.
Ma anche il Molo Ansaldo è collegato ai predetti depositi con un'altra linea che attraversando trasversalmente il Territorio di Villa Maria si immette anch’esso nell’Alveo Campano nella zona del Vallone Mandria. Giusto ai primi dislivelli presenti in Villa Maria viene creata una piccola stazione di pompaggio presidiata da marinai che in loco dispongono di una garitta. Inoltre è stata praticata una doppia apertura, nella confinante linea ferroviaria, che permette di giungere ad un ricovero creato a mezza costa del Terrazzo della Starza. Questo ricovero, con la parte interna scavata nel tufo e la parte esterna in cemento armato, serve sia ai suddetti marinai di guardia all’oleodotto che a quelli ospitati a Villa Maria. Nel cortile di Villa Maria per i marinai funziona anche una cucina casareccia gestita dalla Famiglia del Colono Menechiello Biclungo che, utilizzando prodotti del Territorio, arrotonda e sopperisce alle perdite subite per la mancata coltivazione del terreno soggetto a Servitù Militare.
Questa “Taverna” sarà poi frequentata, tra agosto e settembre 1943, da soldati tedeschi che, forti della conoscenza del luogo, poco prima di lasciare la zona agli increduli Biclungo “requisiscono” le galline, i conigli nascosti nella “Fossa”, il maiale ancora presente nel “Casotto”, prosciutti e tutto quanto di commestibile possa essere asportato.
Ma ritorniamo al nostro sommergibile. All’annuncio dell’armistizio non è in grado di muovere e viene catturato dai tedeschi il giorno 11 settembre 1943, unitamente alla corvetta Vespa. Questa corvetta è entrata in servizio nella Regia Marina nove giorni prima a Castellammare di Stabia ed a Pozzuoli attende il completamente dell’equipaggio. Subito portata dai tedeschi a Livorno entrerà in servizio nella Kriegsmarine il 29 settembre 1943 come cacciasommergibile, con il nuovo identificativo UJ 2221, e verrà da loro autoaffondata a Genova solo alla fine della guerra il 24 aprile 1945.
Il 19 settembre 1943, i guastatori tedeschi della 2° Compagnia del 60° Battaglione Pionieri, in procinto di ritirarsi, minano l’ex Dauphin e lo fanno saltare in aria. Di questa azione esiste una solo foto di scarsa qualità, tratta da "Sommergibili in Guerra" di E. Bagnasco e A. Rastelli - Albertelli Editore, che mostra il momento dello scoppio delle mine poste sul battello, ancora ormeggiato al molo “Ansaldo”.
Il sommergibile, in fiamme, va alla deriva per circa 150-200 metri e poi si spacca in due o tre tronconi affondando a non molta distanza dalla spiaggetta antistante la ricordata zona della “Carcara”.
Da ragazzo lo scrivente frequentava questa spiaggia, vicinissima a Villa Maria, e tra adolescenti era comune la voce che quella cresta, che con la bassa marea si notava fuori dall’acqua, fosse un sommergibile francese affondato. La cosa sembrava strana, oggi diremmo una leggenda metropolitana. Nessuno credeva fosse veramente un sommergibile anche se con marea normale, e scafo sott’acqua, molti lo raggiungevano a nuoto e vi passeggiavano sopra con l’acqua che arrivava appena alle ginocchia.
Agli inizi degli anni 80, forse nel 1982, esso fu ulteriormente sezionato e tirato fuori per permettere la costruzione del nuovo Mercato all’Ingrosso del pesce ed una sicura navigazione nei suoi paraggi.
Nel settembre 1943 i tedeschi affondano anche altro naviglio, distruggono buona parte dello stabilimento e minano la grossa gru posta all'estremità del pontile. Questa gru, di ben 160 tonnellate di portata, è tra le cinque più grandi al mondo di progetto Armstrong ed era stata montata nell'anno 1887. Essa aveva provveduto a trasbordare tutte le grosse artiglierie, prodotte dall'Armstrong, sulle corazzate italiane tra fine ottocento e primi novecento, ed il suo profilo si alzava maestoso al centro della insenatura puteolana.
Ma la dinamite da sola non fu sufficiente a buttar giù la storica gru; pertanto due giorni dopo i genieri tedeschi, per abbatterla, debbono aggredirla con la fiamma ossidrica.
La quasi gemella dell’arsenale di Venezia è oggi l'unica ad essere sopravvissuta grazie ad un progetto di conservazione e manutenzione legato al decreto di vincolo imposto dal Ministero per i Beni Ambientali ed Architettonici.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 12 maggio 2011

lunedì 9 maggio 2011

LE CANNONIERE ARMSTRONG TIPO RENDEL











LE CANNONIERE ARMSTRONG
TIPO RENDEL

Nella seconda metà dell’ottocento sono costruite, nel cantiere Amstrong di Newcastle upon Tyne, molte piccole unità costiere armate con un solo cannone in genere di grosso calibro.


Dal nome del progettista, George Wightwick Rendel, sono  tutte denominate “Cannoniere Tipo Rendel”.

La prima nave della serie è la “HMS Staunch” di 180 tonnellate varata nel 1867. Nella foto n. 1 vediamo questa cannoniera ormeggiata ma con un marinaio al timone ed in atteggiamento di manovra; inoltre il personaggio spostato a destra, di cui emerge il capo con cappello a tuba, dovrebbe essere proprio il progettista George W. Rendel.

Molte altre unità simili sono costruite sia per la Gran Bretagna, che per l’Olanda, per la Cina, per la Russia, per il Brasile, per il Cile e per la Svezia. Le più grandi in assoluto saranno le italiane “Castore” e “Polluce” da 678 tonnellate ed armate con un enorme cannone da 400 millimetri. Queste due unità, richieste dal Ministero della Guerra e non dalla Regia Marina Italiana, sono del tipo Rendel ma disegnate da Philp Watts e costruite in Inghilterra nel cantiere madre  WG Armstrong Mitchell & Co. Elswick Works. Sono poi smontate e spedite in Italia a Pozzuoli dove il 22 febbraio 1887 ne inizia nuovamente il riassemblaggio nella locale filiale Armstrong.  La “Castore”, come mostra la foto n. 2, viene nuovamente varata a settembre dell’anno 1888 e la “Polluce” scende in acqua il mese successivo.

Entrambe sono ultimate nel corso dell’anno 1889, completando le loro prove nello stesso golfo di Pozzuoli.

Risultano anche essere le uniche unità navali costruite nell’imponente Cantiere di Pozzuoli poiché il Governo italiano, dopo le rimostranze scoppiate in altre località, quali Castellammare di Stabia e Taranto, ha annullato ogni possibilità di costruzione navale nel nascente complesso puteolano.

Tra l’altro le due unità “Castore” e “Polluce” portano ancora le matricole di costruzione del cantiere Elswick; rispettivamente il n. 512 ed il N. 513.

Sono lunghe 35 metri e larghe 11; hanno due motori a vapore ed un coppia di eliche; raggiungono una velocità di 8 nodi. Il loro unico cannone da 400 millimetri di 32 calibri spara un proiettile di 900kg.

La “Castore” è ben presto modificata e riarmata con un normale pezzo da 120 millimetri e presta servizio, ancora come cannoniera, fino all’anno 1899 quando viene disarmata ed utilizzata come una chiatta. Nel 1904 è riclassificata quale posamine e poi dal 1915 è utilizzata come piattaforma di prova per il lancio di siluri. Infine è radiata il giorno 8 ottobre 1925 dopo ben 37 anni dal giorno del suo varo a Pozzuoli. Alla sua robustezza deve la lunga durata della sua vita operativa.

La “Polluce”  mantiene il suo armamento pesante fino al 1899 quando anche questa unità riceve un normale pezzo da 120 millimetri. Nella Regia Marina, alla quale sono entrambe trasferite nel 1892, è utilizzata sempre e solo quale cannoniera fino alla sua radiazione avvenuta nell’anno 1911.

La didascalia della foto n. 3, secondo l’autorevole “Storia della Marina” della Fabbri Editori da cui è tratta, riporta che le due “Castore” e “Polluce” sono riprese ormeggiate alla Spezia. Ma è evidente che risultano ormeggiate a Pozzuoli nello specchio d’acqua adiacente la “calcara” in zona “Torre”. Inconfondibile il profilo del pontile Armstrong e la caratteristica gru che per decenni fu simbolo della Pozzuoli industriale.

Il progettista di queste navi, architetto ed ingegnere navale George Wightwick Rendel, nasce a Plymouth il 6 febbraio 1833.

George è il terzo figlio, di cinque, dell’ingegnere civile James Meadows Rendel e sua moglie Catherine Harris. Viene chiamato George Wightwick in onore di un fraterno amico di suo padre. Studia a Harrow, ma nel 1849 fugge da questo College. Tra i suoi fratelli troviamo i famosi  Alexander Meadows Rendel, Hamilton Rendel e Stuart Rendel primo Barone Rendel. George Rendel sposa Harriet, figlia di Giuseppe Simpson, il vice-console britannico a Kronstadt, il 13 dicembre 1860. La coppia genera ben cinque figli prima della morte di Harriet nel 1878.

George Rendel incontra la sua seconda moglie, Licinia Pinelli, a Roma mentre presta servizio in un comitato di progetto del Ministero Italiano della Marina. Si sposano nel 1880 ed hanno tre figli e una figlia. Un figlio avuto dalla seconda moglie diventa l'illustre diplomatico Sir George William Rendel. L’ingegnere Rendel inzia la sua carriera come apprendista con il padre presso il Great Grimsby Royal Docks, poi in compagnia di suo fratello maggiore Lewis Rendel presso il New Pier Admiralty a Holyhead.

Infine, essendo il padre grande amico di Sir William Armstrong, inizia a lavorare presso il Cantiere di Elswick.

Va a vivere con Armstrong nella sua casa di Jesmond per tre anni prima di completare la sua formazione in ingegneria presso l'ufficio di Londra di suo padre. Il quale padre muore nel 1856 ed allora i fratelli George e Stuart Hamilton entrano nella società di Armstrong, mentre Alessandro rileva l'azienda di famiglia. Nel 1859 Sir William Armstrong costituisce la Elswick Ordnance Company per fornire di armi  l'esercito britannico, ma poiché viene nominato ingegnere del “Rifled Ordnance” (Ufficio Ordinativi) al Ministero della Guerra, per evitare un conflitto di interessi, deve lasciare ogni incarico ricoperto nella sua società.  Allora Armstrong, memore d’essere stato aiutato nella sua carriera da James Rendel, tratta suo figlio George come un protetto nominandolo socio insieme a Cruddas George e Richard Lambert.  ,

Nel 1864 la “Elswick Ordnance Company” viene fusa con la compagnia originale di Armstrong per formare la “Sir WG Armstrong and Company”. George Rendel diventa uno dei più importanti partner nella nuova società, insieme al capitano Andrew Noble.

Nel 1867 Armstrong firma un accordo con il dottor Charles Mitchell, un costruttore locale, il cui cantiere dovrebbe costruire navi da guerra e la società di Armstrong dovrebbe fornire le armi. George Rendel viene messo a capo della nuova avventura ed è allora che progetta le prime navi da produrre, le cannoniere Rendel, conosciute anche come "gun boat iron flat - cannoniere ferro da stiro"; nomignolo dovuto alla loro forma originale.

Il  cantiere Elswick diviene famoso anche per la costruzione di incrociatori del tipo detto “Protetto” di cui molti sono progettati dallo stesso Rendel. Tutte queste unità utilizzano i motori a vapore costruiti dalla Alfred Yarrow che con minimi volumi e consumi erogano grosse potenze. Poi Rendel studia grossi pezzi di artiglieria pesanti 35 tonnellate ed i suoi sistemi idraulici sono successivamente utilizzati su tutte le navi della Royal Navy, nonché dalle navi di diverse marine straniere. Rendel si dimette dalla società nel 1882 quando Armstrong decide di elevare Andrew Noble ad Amministratore Unico. In realtà, Rendel detesta Noble, così come lo detestano i suoi fratelli che pure hanno lavorato per Armstrong.

Nello stesso anno George è invitato a diventare un consulente civile dell'Ammiragliato come “Civil Lord of the Admirality”, ma nel 1885 si ritira da questo incarico a causa di seri  problemi di salute.

Nel 1888 viene convinto a rientrare in Armstrong al fine di gestire una nuova fabbrica di armamenti costruita, quale controllata, a Pozzuoli in Italia; in quello stesso anno diventa Direttore di queste Officine.

George Rendel conosce bene sia l’ambiente industriale che quello ministeriale italiano, ambienti che ha di già frequentato fin dal 1876. Inoltre ben conosce le nostre abitudini e mentalità, nonchè la nostra lingua, avendo sposato una italiana in seconde nozze.

La sua iniziale dimora, in attesa di una sistemazione definitiva, è a Pozzuoli presso il “Villino alla Starza”; odierna “Villa Maria” in Via Miliscola, attuale via Nicola Fasano.

Questo villino, foto n. 4, all’epoca è composto dal piano terra e dal solo primo piano. Il piano terra costituisce il fondo rustico abitato dai discendenti della Famiglia Daniele che da coloni conducono questo Territorio fin dal 1750. L’intero primo piano costituisce la casina di villeggiatura dell’antichissima e aristocratica Famiglia napoletana dell’avvocato Luigi Ferraro. Luigi è figlio di Francesco (di Paola) Ferraro, avvocato del Re Francesco II, che acquistò il fondo enfiteutico nel 1844, riscattandolo poi nel 1865, dai beni ecclesiastici della “Mensa Vescovile” di Pozzuoli.

L’avvocato Luigi concede il suo villino, che ha il vantaggio della vicinanza al Cantiere Armstrong, solo in momentanea locazione e questa proposta sembra sia sollecitata da amici napoletani che venderanno a Rendel una loro dimora posta nella zona di Posillipo.

Trattasi, come da foto n.5, di Villa Rocca Matilde sorta sulle fondazioni del vecchio palazzo seicentesco di Oratio d’Acunto, nelle forme neogotiche volute dalla gentildonna inglese Luisa Dillon che, come marchesa di Salsa, ne divenne proprietaria dal 1842. La definitiva fisionomia vittoriana che essa conserva ai giorni nostri si perfeziona con i successivi lavori intervenuti dopo l’acquisto della villa proprio da parte di George Wightwick Rendel.

Si dice che, per raggiungere i Cantieri di Pozzuoli via mare, Rendel affida all’ingegnere napoletano Alfonso Guerra, che cura i lavori di restauro e ampliamento della villa, la costruzione del piccolo porticciolo. Nel novecdento, dopo il ritorno di Rendel in Inghilterra, la villa passa all’armatore Guglielmo Peirce, di famiglia irlandese poi trapiantata a Napoli, che la abbellisce ulteriormente negli arredi e nelle decorazioni. Come Villa Peirce, essa è ancor oggi nella memoria dei napoletani più anziani che la identificano con questo nome o con quello del successivo proprietario, Achille Lauro, anch’egli armatore, che l’acquista nel secondo dopoguerra, alcuni anni prima di diventare sindaco di Napoli. Oggi la Villa è conosciuta per essere stata una “location” della nota serie televisiva “Un Posto al Sole”.

La Casina alla Starza della Famiglia Ferraro, che proprio in quel periodo è interessata dall’esproprio e dai susseguenti lavori per la costruenda Ferrovia Cumana, è abitata dai Rendel nel solo inverno 1888/1889.

Una figlia del colono Raffaele Daniele, sorella  di quell’Angelo Daniele che sarà l’ultimo colono di questa Famiglia, presta servizio presso casa Rendel alla Starza ed in seguito seguirà questa famiglia nella definitiva dimora a Posillipo.

George Wightwick Rendel regge l’incarico di Direttore dello Stabilimento di Pozzuoli fino al 1900.

In detto anno muore il vecchio Armstrong e Andrew Noble gli succede come presidente della Azienda, ora conosciuta come “Sir WG Armstrong Whitworth & Co Ltd”. Dopo la morte di Armstrong, la vecchia acrimonia tra il Rendel e Andrew Noble viene nuovamente alla ribalta e George ed i suoi fratelli iniziano a criticare la gestione della Società da parte di Noble. La disputa, anche economica tra le due parti, viene risolta dalle loro Famiglie solo parecchi anni dopo la loro morte.

George Rendel, di cui nella foto n. 6 vediamo il ritratto in gesso fatto nel 1853 da James Sherwood Westmacott, è nominato nel 1863 membro della “Institution of Civil Engineers” e l’anno successivo il suo scritto "Affusti e congegni meccanici per la lavorazione di ordigni pesanti” è fregiato della prestigiosa medaglia “Watt”.

Nel 1871 è insignito dell'Ordine spagnolo di Carlo III e nel 1876 dell’Ordine della Croce d’Italia. Nel 1879 viene eletto membro della “Institution of Naval Architects” e nel 1882 diventa vice presidente di questo Istituto.
                                                                                                                                                                                           Ritornato in Inghilterra da Pozzuoli si ritira a "Broadlands", la sua casa a Sandown, Isle of Wight. Negli ultimi due anni della sua vita è costretto ad usare una sedia a rotelle.

Muore a casa il 9 ottobre 1902 all’età di 69 anni e, pur non essendo un cattolico romano, su sua richiesta è sepolto al St. Mary's Roman Catholic Cemetery a Kensal Green a Londra.
 
Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 30 aprile 2011