martedì 5 febbraio 2013

La Festa dell’Uva






La Festa dell’Uva
Opera Nazionale Dopolavoro di Pozzuoli

Dal 1930 è indetta, perché voluta da Mussolini, la “Festa Nazionale dell’uva”, alla quale debbono collaborare tutte le istituzioni del Regno. La festa è creata per ragioni di ordine economico (per promuovere il consumo di vino e di uva da tavola, in un momento di grave difficoltà per il settore, valorizzandone le qualità nutritive e terapeutiche) e per ragioni di ordine politico (per alimentare la propaganda e il consenso a favore del regime).
In quel periodo la sovrapproduzione d’uva è un problema reale che attanaglia l’agricoltura; la viticoltura italiana rappresenta uno dei principali pilastri sui quali si regge l’economia nazionale  e per agevolare il consumo dell’uva è istituita questa festa con lo scopo di renderne popolare il consumo.
Il principale organismo cui è demandato l’organizzazione della Festa dell’Uva è l'Opera Nazionale Dopolavoro (O.N.D.); ente istituito con il RDL n. 582 del 1° maggio 1925. L’O.N.D. è concepito e nasce con il principale compito di regolare e inquadrare entro uno spazio controllato e sicuro il tempo libero dei lavoratori. Inoltre nelle intenzioni del Regime l'ente deve rappresentare il raccordo fra il lavoro e la spada, fra la società civile e l'esercito in armi. Nei dopolavoro si svolgono svariate attività, che spaziano dallo svago (sport amatoriale, ballo, cinema, spettacoli di varietà), alla cultura (concerti, spettacoli di lirica e prosa, biblioteche circolanti, bande musicali, corsi di tecnica agraria o di economia domestica, conferenze, prevenzione sanitaria), all'escursionismo (gite a piedi o in bicicletta, "treni popolari", crociere e viaggi all'estero, colonie estive per i figli dei lavoratori), sino allo sport agonistico e alla organizzazione di raduni e feste popolari (Befana fascista, Festa dei fiori, Festa dell'uva, Festa delle mondine, Festa della pesca). Per ultima, ma non ultima, l’attività dei cosiddetti “Carro di Tespi”, una denominazione utilizzata per i teatri ambulanti sorti intorno al 1930 per iniziativa del Ministero della Cultura Popolare, con l'intento di allestire rappresentazioni anche in quei comuni che non sono dotati di un teatro stabile. Tespi, racconta Orazio, è stato un semileggendario poeta e drammaturgo greco antico che si spostava da una città all'altra dell'Attica con un carro sul quale innalzava un palco. I protagonisti erano un attore ed il coro, e questo singolo attore era pure autore del testo. Indubbiamente, come riferisce  Paolo Orano, i Carri di Tespi sono una delle istituzioni più tipiche, significative e perfette ideate e attuate dal regime fascista nel campo artistico e culturale, e sono in pari tempo la prima concezione nel mondo di un teatro mobile rivolto alle masse.
Qualche foto, dell’archivio Parisio scattata nel luglio del 1934, mostra un carro tespiano sia nella colonia marina di Lucrino sia in quella di Arco Felice [1]; attività entrambe curate dalla O.N.D. puteolana.
Dallo stesso 1930 tutti i dopolavoro, che si presentano simili agli attuali circoli ricreativi in cui si gioca a carte ed alcune volte si organizzano delle feste, sono invitati, insieme ai comuni, a celebrare la "Festa dell’Uva". In tutta Italia sorgono comitati locali che si attivano per offrire, ai concittadini e ai visitatori, giornate di svago e di intrattenimento. Giornate riempite da gare canore e arricchite dalla presenza di trionfali apparati scenici, di fontane dalle quali zampilla vino, di sfilate di carri allegorici trascinati da buoi. Tutto ciò vissuto in un'idillica atmosfera da strapaese popolata da “pacchiane” e “furetani” intenti alla animazione del loro quotidiano lavoro nell'ideale modello rurale.
La festa dell’uva è organizzata  in modo tale che il trasporto e lo smercio delle uve, da consumarsi come frutta, sia ben agevolato. Pertanto durante il detto periodo di organizzazione e celebrazione della festa le uve, tanto che siano di produzione locale quanto se provengono da altro Comune, circolano liberamente senza vincolo di bolletta di accompagnamento o di altra formalità (ricordiamoci che fra i diversi comuni esiste ancora la barriera daziale). Inoltre gli appositi comitati per la Festa stabiliscono che la vendita può essere affidata anche a commercianti ed esercenti di ogni genere, compresi caffè - bar e spacci di liquori, esclusi i venditori di vino e cioè gli esercenti di vere e proprie osterie. Singolare è anche la vendita dell’uva che avviene con appositi sacchettini fatti stampare a livello provinciale e poi distribuiti ai vari enti organizzatori. Il compito del Dopolavoro durante le feste dell’uva è di curare la parte folkloristica della festa organizzando cortei in costume e carri “di carattere vendemmiale”. Le manifestazioni debbono avere luogo in tutti i Comuni di “qualche importanza” di ogni provincia italiana.
A similitudine di quanto avviene in altri comuni la prima Festa dell’Uva, che si svolge il 28 settembre 1930, a Pozzuoli è organizzata con non molta enfasi, quasi in sordina, è naturalmente registra poca affluenza di partecipanti e pubblico.
Ma l’anno seguente batte forte la grancassa della propaganda fascista per cui i locali gerarchi ed i vari dopolavoro non possono fare a meno  di impegnarsi nella buona riuscita di un evento voluto da “Lui”.
Il comitato organizzatore è presieduto dal Podestà e da autorità fasciste, da membri dell'O.N.D. e delle associazioni economiche e sindacali puteolani. A questi si aggiunge anche il Poeta Luigi (Gigi) Punzo, indimenticato autore di poesie e canzoni. Punzo ha un ruolo di primo piano nell'ideazione e nell'allestimento coreografico del carro allegorico e nel serale intrattenimento canoro, vero fulcro scenografico della festa. Con questa seconda festa dell’anno 1931 è inaugurato il copione di attrazioni che si replica, sebbene con qualche variante, fino alle ultime edizioni. La manifestazione inizia di mattina con la benedizione dei grappoli nella piazza decorata con trofei, bandiere, e festoni realizzati con tralci di vite. Poi c'è la successiva Messa officiata dal parroco, con la partecipazione di autorità e cittadini. Fuori, nella piazza principale, in chioschi opportunamente allestiti si procede con la vendita dell'uva.
Fra il pomeriggio e la sera si raggiunge l'apice con la sfilata dei carri allegorici folcloristici preparati dai vari Dopolavoro, la tombola a scopo benefico, l’esibizione di gruppi canori, balli campestri, musica e il gran finale con la proclamazione della comparsa femminile più bella, con l'uscita a sorpresa del carro vincitore nella cornice notturna illuminata da fuochi d'artificio e la musica del Corpo Bandistico.
E’ il Dopolavoro dell’Ansaldo Artiglierie ad allestire il primo carro allegorico vendemmiale che trasporta un enorme cesto stracolmo d’uva [2]. Il carro è circondato da un leggiadro pergolato ornato da magnifici grappoli e cinto dal verde fogliame dei pampini che si curvano sul capo di numerose e leggiadre vendemmiatrici a guisa di festoni. Sul retro del carro, un vero carro agricolo non motorizzato ma trainato da una coppia di buoi, è riportata la scritta “Dopolavoro Ansaldo – “LL’UVA NOSTA” – Versi e Musica di Gigi Punzo”. E’ questo il titolo della canzone scritta appositamente dal maestro Punzo e che il tenore Ermanno Cosenza canta montato direttamente sul carro allegorico.
Per la terza festa, il 18 settembre 1932, si ripete lo stesso copione con carro del Dopolavoro Ansaldo e nuova canzone di Punzo “O VINO NUOSTO” scritta anche questa appositamente per l’occasione.
Il 24 settembre 1933 quarta festa, nuovo carro del Dopolavoro Ansaldo, nuova canzone del Maestro “DOPPO VENNEGNA”, ed il tenore Cosenza che ritorna a Pozzuoli per cantarla.
Il 23 settembre 1934 si ripete tutto uguale tranne la canzone che ora si intitola “TARANTELLA ‘E LL’UVA D’ORO”.
Il 15 settembre 1935 sesta festa dell’uva; la nuova canzone del maestro Punzo “O MAGO ACCUSSI’ VVO’…” cantata sempre dal tenore Ermanno Cosenza però sul carro vendemmiale “Bacco” allestito questa volta dal Dopolavoro Comunale di Pozzuoli. La Festa è ormai celebre e in Italia tutti tengono a parteciparvi e mettersi in mostra.
Il 27 settembre 1936 settima festa e questa volta la canzone di Don Luigi si intitola “VENNEGNA E VASE…”; ancora cantata dal tenore Cosenza sul carro del dopolavoro comunale [3].
Anche le feste del '37, '38 e ’39 hanno un grande successo con ampi finanziamenti sia pubblici che privati e la celebrazione, che già da alcuni anni continua anche nella serata del lunedì, si articola secondo il consueto copione.
Ora però la scenografia  è molto più spettacolarizzata perché improntata sul modello della Roma imperiale; fasci littori, colonne sormontate dall'aquila romana, richiami all’impero ed alla grandezza della Patria.
Con il 1940, e l'entrata in guerra, termina in tutta Italia il desiderio e la volontà stessa di festeggiare e le difficoltà economiche conseguenti al conflitto sono poi le cause della sospensione della Festa Nazionale dell’Uva. Nel periodo postbellico solo in alcuni comuni, dove peraltro già esistevano tradizionali feste vendemmiali precedenti a quella fascista, si riprende in sordina la celebrazione anche se sotto altre denominazioni come "Sagra dell'Uva" oppure “Festa della Vendemmia”.
Nel dopoguerra Pozzuoli, come anche afferma l’amico Gennaro (Rino) Chiocca che mettendomi a disposizione il materiale della sua personale collezione mi ha permesso di stendere il presente articolo, si sente più operaia che contadina. La città, come visto con il “Congresso Democratico del Mezzogiorno” tenuto nei capannoni ex Ansaldo il 19 dicembre 1947, è ora epicentro della lotta operaia pertanto, pur non rinnegando il passato contadino, diventa difficile superare le perplessità di quanti associano la festa al passato regime.
Anche la Chiesa puteolana non si entusiasma alla possibilità di una sua ripresa; giustamente la colloca tra le feste pagane nonché pericolosa concorrente della contemporanea Festa di San Gennaro.


BIBLIOGRAFIA
Paolo Orano - I Carri di Tespi dell'O.N.D., Edizioni Pinciana, 1937
Dott.ssa Assunta Medolla – Tutto su Cava
Gennaro Chiocca – Sezione Ansaldo – Collezione privata
www.alfonsinemonamour.racine.ra.it - La Festa dell'Uva  ad Alfonsine





Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 10 novembre 2012



martedì 8 gennaio 2013

L’inchino dell’incrociatore San Giorgio



L’inchino dell’incrociatore San Giorgio
Il Capitano Albenga tra Anna Boccardi Doria e zia Babà

Il San Giorgio, quello impostato nel 1905, è un incrociatore corazzato della Regia Marina Italiana che partecipa alla guerra italo turca, alla prima guerra mondiale, alla guerra civile spagnola ed alla seconda guerra mondiale. Nel corso di quest’ultima resta memorabile la sua eroica resistenza a difesa della piazzaforte di Tobruk.
Gli incrociatori corazzati rappresentano un modello ridotto delle contemporanee navi da battaglia; come queste sono completamente rivestiti da corazzatura differentemente dagli incrociatori protetti che sono muniti di sola leggera e limitata protezione. Entrambi i tipi non saranno più costruiti a far data dal 1910 quando saranno sostituiti dagli incrociatori da battaglia i primi, e dagli incrociatori leggeri i secondi. Il primo incrociatore corazzato italiano è il Marco Polo del 1890; il tipo più famoso resta il Giuseppe Garibaldi, la cui numerosa classe sarà costruita fino ai primi anni del ‘900 sia per la marina italiana che per molte marine estere.
La perfezione viene raggiunta dai due San Marco e San Giorgio [1] i cui piani di costruzione sono affidati ad uno dei migliori progettisti, il Tenente Generale del Genio Navale Edoardo Masdea. Nasce così questa nuova classe costruita presso il Regio Cantiere di Castellammare di Stabia.
Le unità dislocano 11.300 tonnellate a pieno carico, sono lunghe metri 140,9 e larghe metri 21,00. L'apparato motore è costituito da 2 motrici alternative verticali a triplice espansione alimentate da 14 caldaie tipo Blechynden a combustione mista con una potenza di 18.000 CV su due assi, che consentono alle unità una velocità che alle prove risulta di 23 nodi (43 Km/h). Lo scafo in acciaio cementato ad elevata resistenza è a quattro ponti: il ponte di coperta, il ponte di batteria, il ponte di corridoio e il ponte paraschegge. La protezione è assicurata da una cintura corazzata da 203mm oltre che dal ponte paraschegge e da altri rivestimenti protettivi sui ponti superiori.
Il San Giorgio è impostato sugli scali il 4 luglio 1905, varato il 27 luglio 1908 e consegnato il 1° luglio 1910.
L’armamento di cui è dotato è quasi tutto prodotto a Pozzuoli dal Cantiere Armstrong. Esso è costituito da 4 cannoni da 254/45mm mod.1907 ripartiti in due impianti elettrici binati, uno a prua ed uno a poppa; 8 cannoni da 190/45mm mod.1908 ripartiti in quattro torrette binate, due sul lato destro e due sul lato sinistro; 18 cannoni singoli da 76/40mm mod.1897; 3 tubi lanciasiluri subacquei da 450mm mod.A95. Solo 2 piccoli cannoni da 47/50mm e  2 mitragliere non sono di produzione puteolana. Dopo il varo, e al termine dell’allestimento, l’incrociatore viene a Pozzuoli dove, attraccato al pontile dell’Armstrong, i nostri tecnici completano l’installazione dei nuovi e complessi meccanismi elettrici e di puntamento.
Primo comandate del San Giorgio, designato fin dal 1 settembre 1908 con la nave ancora in costruzione, è il capitano di vascello Guglielmo Capomazza di Campolattaro, ramo napoletano della puteolana Famiglia Capomazza. Guglielmo come contrammiraglio, dal 24 maggio 1915 al 18 ottobre 1915, sarà aiutante di campo di Vittorio Emanuele III presso il Quartier Generale del Re a Villa Linussa di Martignacco e terminerà la sua carriera in marina con il grado di vice ammiraglio.
L’incrociatore rappresenta il fiore all’occhiello della Regia Marina, una nave di cui andare fieri e che tutti vorrebbero comandare. Forse anche per questo cambia spesso comandante e il 1° febbraio 1911 viene affidato ad uno dei più stimati Capitano di Vascello italiani, il marchese Gaspare Alberga; un glorioso passato carico di medaglie e riconoscimenti.
La nave riceve la bandiera di combattimento il 4 marzo 1911 a Genova (città di cui San Giorgio è simbolo senza esserne il Patrono) dalla Duchessa di Genova, Isabella Maria Elisabetta di Baviera, moglie di S.A.R. Tommaso di Savoia duca di Genova. Il motto della nave, "Tutor et ultor", viene poi cambiato in "Protector et vindicator" nel corso del primo conflitto mondiale.
Il pomeriggio del 12 agosto 1911, dopo una giornata di esercitazioni nel Golfo di Napoli e mentre si appresta a far ritorno nel porto partenopeo, il San Giorgio incaglia all’estrema propaggine della “Caldera Flegrea”; la secca della Gaiola, uno scoglio tufaceo posto a 6 metri di profondità [2]. La velocità è di 16 nodi per cui lo scafo percorre e rasa tutta la scogliera lacerando e deformando le lamiere e le ordinate. Sono allagati cinque scompartimenti della zona prodiera, dove attraverso falle enormi, una delle quali sfiora i 20 metri, penetrano 4.300 tonnellate d’acqua che potrebbero trascinare a fondo lo scafo se questo non si fosse fermato in bilico sulla scogliera.
La nave resta in quella spiacevole posizione per oltre un mese ed è necessario alleggerirla di notevoli pesi come le artiglierie e le torri, i portelli e le piastre corazzate, i fumaioli prodieri, il ponte delle imbarcazioni e tutti i carichi mobili. Sono poi ostruite le falle e svuotati i locali dall’acqua con potenti mezzi di esaurimento; vengono assicurati allo scafo mezzi di spinta e galleggiamento come cilindri e barconi pontati e dalla scogliera vengono eliminate alcune sporgenze che potrebbero impedire il varo della nave di prora. Quando tutto è pronto il 15 settembre la corazzata Sicilia, a mezzo di quattro cavi di rimorchio, riesce a liberare dalla secca l’incrociatore che viene portato in un bacino napoletano per le opportune riparazioni [3].
In città la notizia si diffonde rapidamente, nel giro di qualche ora migliaia di napoletani accorrono in quel tratto di Posillipo e nei giorni successivi la folla dei curiosi s'ingrossa sempre più mentre tutti si domandano come è potuto accadere e cosa ci faceva una nave da guerra così sotto costa.
Il capitano Albenga dopo il suo interrogatorio presenta, a mezzo del suo avvocato fiscale militare, un lungo memoriale difensivo nel quale sostiene di aver ritardato il rientro a Napoli per far mangiare i marinai e di aver navigato seguendo le carte e le prescrizioni di navigazione. Il presunto spostamento della boa è il punto culminante della difesa e poi Albenga non esita a rovesciare la responsabilità del disastro su Bordigioni, suo ufficiale di rotta.
Ma la stampa dà subito seguito alle voci e ai pettegolezzi che per giorni si sussurrano sui maggiori giornali della città.
Si narra che il 12 agosto, alle 16.50 di quel caldo e pazzo pomeriggio, a bordo oltre l’equipaggio c’è qualche ospite. Amici del marchese cui è stato offerto un piccolo giro sotto costa e che poi, prima di sera, una scialuppa dovrà riportare a Napoli. Sono un uomo e una donna, Lui è a bordo per “accompagnare” Lei ed evitare i commenti irriverenti dei marinai. Ma, come gustosamente racconta Ciro Sabatino su “Metropolis Web”, c’è poco da fare, non ci sono dubbi; è la misteriosa donna la vera ospite del capitano. La signora tanto attesa e tanto desiderata; colei per la quale Albenga sta per mettere a rischio la vita di decine di persone. Si chiama Anna Boccardi Doria e nel rapporto della Marina viene definita “antica amica del comandante”. Natali illustri, sangue blu e un titolo nobiliare che le permetterà di evitare l’inevitabile polverone che sta per scatenarsi.
Intanto il capitano deve giocarsi l’ultima carta; l’ultima occasione per sciogliere le fievoli, residue resistenze, della splendida donna che ha al suo fianco. Il capitano acconsente ad un capriccio della passeggera, che vuole ammirare da vicino la costa, quindi la nave fa il suo “inchino” per stupire, stordire, affascinare chi ama il pericolo. Albenga governa l’incrociatore con destrezza, spinge la nave quanto più vicino alla costa per farle “accarezzare” l’isolotto che ha di fronte; la Gaiola.
E’ un attimo e il gioiello della Marina finisce in una secca che anche i pescatori più sprovveduti conoscono, la secca della Cavallara, nel cuore della baia di Trentaremi. La signora è immediatamente sbarcata su di una scialuppa di salvataggio, calata furtivamente dalla nave, sulla quale prende posto anche l’altro ospite, l’avvocato Parascandolo.
Qui si inserisce un episodio che vede protagonista Immacolata Ferraro, figlia di Luigi Ferraro (avvocato, vicesindaco di Napoli, Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia), proprietario dell’allora “Casina alla Starza” [4], attuale “Villa Maria”. Il tutto è raccontato dall’ammiraglio Renato Ferraro di Silvi e Castiglione, nipote di Immacolata in quanto figlio del fratello Guido che fu sposo della nobile e bella Hildegard Rupprecht von Virtsolog, viennese di Baden (vedi link: first-life-original-life).

§ Mia zia Immacolata era da tutti amatissima, per la sua dolcezza, e perciò chiamata Zia Babà. Aveva un carattere mite, sdrammatizzava tutto ed era sempre in pace con se stessa e con il mondo. Una volta, quando da ragazzina frequentava quella che allora si chiamava Scuola Normale, che era l'istituto solitamente frequentato dalle fanciulle delle buone famiglie, poiché non brillava per diligenza negli studi, era stata rimandata a ottobre in non so più quante e quali materie. A quei tempi, siamo prima della Grande Guerra, la famiglia di mio nonno possedeva un "casino di delizie" a Pozzuoli, dove passava tutta l'estate ed anche oltre, servendosi i suoi membri della storica “Ferrovia Cumana” per andare e venire da Napoli. Anche Babà si servì della cumana per andare a sostenere gli esami di riparazione, che si sarebbero dovuti prolungare per alcuni giorni. Nella tarda mattinata, o forse nel primo pomeriggio, ritornò a Pozzuoli e da lontano salutò la sua mamma, la mia nonna Matilde, che l'attendeva trepidante sul balcone della villa, gridando raggiante: "Una bellissima notizia, una bellissima notizia!"
La bellissima notizia era che era stata già bocciata alla prima prova: "Che gioia, così domani non devo tornare a Napoli!"
Babà, comunque, aveva una grandissima dote: era un'eccellente marinaia, e mio padre la portava molto volentieri con sé quando usciva per mare con la sua famosa barca Zizià (si vantava ancora, tantissimi anni più tardi, che ai suoi tempi era la più bella barca di Pozzuoli). Le eccezionali doti marinaresche d'Immacolata ebbero una definitiva consacrazione quando una volta, vedendo dalla finestra della villa di Pozzuoli una nave da guerra che dirigeva verso Napoli, e sembrandole che si tenesse troppo a terra, cominciò a urlare: "Ma chillu capitane è pazze? Vo' purtà 'o bastimento a perdere?"; e non si dava pace! Più tardi il Padre, mio nonno Luigi, tornò (con la cumana, naturalmente) da Napoli, e riferì: "Ma sapete ch'è successo? L'incrociatore San Giorgio s'è incagliato sulle secche della Gaiola, fuori Marechiaro!" Correva l'anno 1911 ... Il comandante, capitano di vascello Albenga, finì sotto processo, invece Zia Babà vantò quella sua intuizione per tutta la vita! §

Il caso San Giorgio viene rapidamente archiviato dal tribunale; il marchese Albenga subisce una lieve condanna “…per grave responsabilità, per trascuranza e leggerezza nella condotta della navigazione in paraggi che imponevano la massima costante oculatezza e diligenza di manovra…”; La condanna per l’ufficiale di rotta è di tre mesi di fortezza e il comandante in seconda se la cava con gli arresti di rigore. In pratica vera colpevole è dichiarata la secca della Gaiola con “l’aggravante” della premeditazione perché appostata in quel sito da migliaia di anni con la precisa intenzione di danneggiare le navi.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 27 ottobre 2012





mercoledì 5 dicembre 2012

10 Agosto 1995

Inserisco un racconto scritto da mia figlia Anna nell'agosto del 1995, quando era diciannovenne.
Erano quelli gli anni in cui non era ancora possibile visitare il Rione Terra ed io, incautamente, guidavo figli e nipoti in pericolose arrampicate pur di ripercorrere quei luoghi così vicini ma così lontani da raggiungere. Ed erano quelli anche gli anni in cui il Professore Raffaele Giamminelli aveva riportato in auge la secolare tradizione del "Cippo di Natale".


L'articolo è corredato da una foto che riproduce un quadro del Maestro Antonio Isabettini a cui vanno i miei ringraziamenti per la gentile concessione.
Giuseppe (Peppe) Peluso






10 Agosto 1995


Un’improvvisa folata di vento mi ha sparso i capelli sul viso!
Ha portato con se l’odore del mare, dei pescherecci ancorati dietro di me nel Valione, del traghetto che sta raggiungendo rapidamente il molo carico di turisti sorridenti.
Vorrei leggere nelle loro menti per carpirne i ricordi, per sapere cosa hanno visto, cosa hanno provato.
Come una ladra vorrei rubare un po’ della loro felicità, per tenerla da parte, nel mio cuore.
Li invidio perché sono in vacanza, lontani da casa, spensierati.
Per me l’estate non si è presentata altrettanto entusiasmante.
Qualsiasi programma si è dissolto come il portafoglio che doveva sostenerlo.
“Vacanze in Città”, è stato il motto di quest’anno!
Partiamo alla scoperta delle bellezze del nostro paese!

Così eccomi qua! Sotto il sole cocente di agosto insieme a mio padre che ha deciso di rosolarmi per benino mentre con tranquillità sta osservando il gruppo trasandato di case che costituisce l’antico Rione del mio paese.
Cosa ci sarà di tanto interessante?
Palazzoni deserti, vicoli devastati da detriti e da erbacce, chiese spogliate fino all’osso ed il silenzio particolare che nasce dalla solitudine e l’abbandono.
Solo i piccioni sanno vincere il naturale timore recato da quei luoghi costruendo il loro nido sul tetto degli edifici pericolanti.
Immagino che lo considerano il loro paradiso, lontano dagli uomini, tutto per loro!

“La vedi la strada che sale da quel lato?”  chiede mio padre improvvisamente.
Io sobbalzo sorpresa, poi seguo il suo sguardo per individuare ciò che mi sta indicando.
“E’ via del Ponte, ogni domenica la risalivo per raggiungere la sede dei Boy Scout in via Ripa e poi con i miei compagni andavo al Duomo, il vecchio Tempio di Augusto, per ascoltare la Messa. Tutta la gente indossava il vestito delle feste ed usciva per strada.
Io e gli altri Esploratori ci mettevamo ai fianchi dell’altare durante la cerimonia. Lo fate ancora?”
“Beh a dire il vero ci mettiamo dove capita, sai la chiesa è piccola e ci si sta un poco stretti….”  qualche volta anche per terra, sto per aggiungere, quando un topo di notevoli dimensioni mi schizza davanti per infilarsi in una crepa del muro di rimpetto; dietro di lui, altrettanto veloce, un gatto dal manto chiazzato.
La scena mi ha divertito ma mio padre sembra non averla notata, continua a guardare su, verso il Rione Terra.
“Papà dobbiamo restare ancora a lungo?”  chiedo spiazentita.
“Ti sto annoiando, vero?”   fa mio padre tranquillo e sorridente.
“Significa che non hai ancora imparato ad osservare le cose con gli occhi della Storia.”
“Cosa vuoi dire?”
“Quando ti trovi in un luogo non devi limitarti ad osservare quello che è, nel momento in cui lo stai guardando. Prova a chiederti invece quale è la sua storia. Solo se riuscirai a conoscere le vicende del suo passato, i fatti e le persone che lo hanno plasmato e modificato, solo allora, potrai osservare con gli occhi della Storia.”
“Mi dispiace dovertelo dire papà, ma non ho ancora capito esattamente come conoscere la storia mi possa far piacere un gruppo di case diroccate.”
“Una prova pratica forse riuscirà a chiarirti il concetto. Chiudi gli occhi.”
L’ha detto seriamente ma io non posso fare a meno di chiedermi se stia scherzando.
“Guardare ad occhi chiusi?”
“Si, si, chiudi gli occhi! Meno domande e fai quello che ti dico.”
E questa volta per essere sicuro provvede personalmente a bendarmi con un fazzoletto.
“Papà, si può sapere cosa stai combinando? Forse non lo hai notato, ma la cosa è abbastanza imbarazzante.”
Ma lui non mi ascolta nemmeno mentre finisce di stringere il nodo dietro di me.
Sento il motore di una macchina che si sta avvicinando, chissà cosa penserà il guidatore a vedermi così combinata.
Inutile domandarselo. Non sento più papà vicino a me. Se ne è andato?
No, è ancora qui, mi ha preso le mani, mi sta conducendo da qualche parte.

“Dove andiamo?”
“Riesci a ricordare i luoghi che stavamo osservando insieme pochi momenti fa?” domanda per tutta risposta.
“Di cosa stai parlando, del Rione Terra?  E’ li che mi stai portando?”
L’idea mi sconcerta e incuriosisce a un tempo.
“Conosci un accesso che non è stato ancora sbarrato?  Credevo che fosse diventato impossibile mettere piede sul Rione. Qualche settimana fa, infatti, con i miei amici…….”
“Adesso fai silenzio!”  interrompe mio padre “un bel respiro e poi ascolta attentamente quello che ti dirò.”
Io lo assecondo immediatamente e aspetto che continui.
Intorno a me tutto sembra essersi fermato, non sento macchine ne persone, solo il profumo del mare. Sono tutta in fremente attesa.

“Proviamo a tornare indietro di qualche decennio.  E’ la Vigilia di Natale, tra non molto scoccherà la mezzanotte.  L’aria è fredda e tagliente quando ti sfiora il viso.  Nei vicoli, di solito deserti a quest’ora, c’è uno strano movimento.  Si sente l’argentino vociare dei bambini accompagnato dai rimbrotti profondi dei loro genitori.
In lontananza un coro canta inni natalizi.
All’incrocio del vicolo, sulla destra, un mendicante è seduto per terra e tende la mano nella nostra direzione, ma la nostra attenzione è rivolta altrove, verso un improvviso chiarore che è apparso un poco più avanti verso la fine del vicolo.  E’ da lì che proviene il canto di poco prima, a fianco a te passanti frettolosi ti superano velocemente come se fossero, per qualche motivo, in ritardo. Tu acceleri il passo incuriosita e d’improvviso uno spiazzetto si apre davanti a te, al centro un grande fuoco le cui fiamme sembrano spingersi in alto fino a toccare le stelle.  Raccolta dal calore, tutta la popolazione del rione, si è data convegno qui questa sera per celebrare insieme la nascita del Salvatore….”

D’improvviso la voce di mio padre sembra perdersi nel vociare delle altre persone presenti.
Un gruppetto di uomini chiacchierano giovialmente sulla mia sinistra; una vecchietta mestamente si avvicina al fuoco con il rosario tra le mani; dietro di lei un ragazzino dall’aria preoccupata sembra aver perso qualcosa.
Scruta attentamente il selciato della strada contorcendo per nervosismo i lembi della semplice giacchetta di velluto verde.
In testa un buffo copricapo di lana che stona per la sua tinta celestina.
Come sembra tutto reale! 
Sembra incredibile.
Forse se mi concentro riesco anche a percepire il calore delle fiamme sulla pelle.
Si, lo sento!
Ma forse mi sto sbagliando, è soltanto il calore del sole di agosto che brucia al di là di questa benda che mi ha allontanata dal presente.
Cos’è questo suono? 
Sono campane, si le campane del Duomo che annunciano la nascita del Bambino.
Tutta la gente in festa, bambini agghindati da angioletti cominciano a cantare   “…… tu scendi dalle stelle…..”
Il più grande avrà sette anni e fanno una grande tenerezza a guardarsi, con i loro riccioli ribelli che ricoprono i visi paffuti colorati di rosa.
Come sembrano veri!  Scorgo perfino le loro ginocchiette scalfite da infinite cadute che spuntano fuori dalle vesti troppo corte.
Anche gli edifici e questa piazzetta appaiano inspiegabilmente reali e non il semplice frutto della mia fantasia.
E’ difficile spiegare la sensazione che sto provando in questo momento perché significherebbe  in qualche modo dare valore a ciò che non è.
Oh Signore, eppure è così!
Sento ancora le voci che cantano; il calore del fuoco sul viso e sento il freddo della notte sulle spalle; la pietra del selciato sotto i piedi.

“Signurì,  scusate signurì, permettete?”
Non è possibile.
Il ragazzo dalla giacchetta verde di poco prima si è avvicinato e adesso mi sta parlando.
Non so cosa pensare.
Eppure e qui davanti a me, potrei giurarlo.
“Signurì  mi scusi, forse l’ho spaventata?  E’ diventata tutta ianca comma na lenzola.”
“Io…. ecco….no… sto bene.   Desiderate qualche cosa?”
Non posso crederci, gli ho risposto.
“Solo una cortesia.  Nun è c’ha’ avit’ vist p’terra na cullanella cu na crucella e legn?”
Sembra davvero preoccupato.
La voce è calma, ma trattenuta.
“Mi dispiace, ma non l’ho vista.”
Poverino!  Che faccia ha fatto.  Vorrei poterlo aiutare.
Già si sta allontanando, meglio corrergli dietro.
“Eh! Ragazzo!”
Non mi ha sentito.  Meglio avvicinarsi un altro poco.
“Ehi, ragazzino mi sentite?”
Ecco si è fermato.
Deve aver capito che lo chiamavo; già sta tornando indietro.
“Signurì, chiamavate me?  Avit truvat’ a cullanella?”  mi chiede ansioso.
“No, è che volevo sapere perché per voi era così importante.”
Già mi sono pentita di avergli fatto questa domanda.
In fondo non sono fatti miei e poi tutto questo è frutto della mia fantasia e perciò già dovrei conoscere la sua risposta.
Invece non è così!
“Scusat’, ma a voi che ve ne frega?”  mi risponde impertinente.
Questa proprio non me l’aspettavo.
“Era per curiosità. E poi se mi date qualche altra informazione potrei aiutarvi a cercarla.”   gli dico insistente.
“Antonio, che fai?”  chiama una ragazza da una finestra.
Il ragazzo si rizza su come un pennone facendo finta di non aver sentito.
“Adesso devo andare. Mi chiama mia sorella Annunziata. Sarà per un'altra volta.” 
Mi dice frettoloso e scatta via veloce come un lampo tra la folla.
Cosa gli sarà preso? 
Vallo a sapere.
Intanto mi trovo ancora qua e non so cosa fare.
C’è ancora molta gente ma comunque mi sento sola.
Tanti visi ma nessuno amico.
Aspetta un attimo! 
Ma quello è papà, ne sono sicura.
Mi volta le spalle ma lo riconoscerei ovunque.
“Papà sono qui!   Papà, papà.”
“Calma Anna sono qua.  Non ti preoccupare.”
Il fuoco, la piazza, la gente, tutti scomparsi.
E’ tornata la luce del giorno ed il rumore delle automobili.
Mi gira leggermente la testa.
Sono seduta su una panchina nei giardinetti di Piazza della Repubblica.
Il fazzoletto che mi bendava gli occhi è scivolato intorno al collo.
Papà al mio fianco, sorride sornione.
“Posso sapere che diavolo è successo?”
“Cosa intendi dire? Mi sembri un poco sconcertata.”   risponde papà disarmante.
Questo è il colmo.
“E’ normale che sia sconcertata, non ho capito nulla di quello che è successo negli ultimi dieci minuti!”
“Non lo hai capito?  Invece è tutto molto semplice. Ti ho bendato gli occhi ed ho cominciato a raccontarti della vita di un tempo sul Rione Terra.  Volevo aiutarti ad entrare nella Storia.  Dimmi, ci sono riuscito?”
“Beh, credo di si. Forse pure troppo, è questo il problema. Era, come dire, tutto eccessivamente reale.  E poi….”
“Sono contento che la mia storia ti sia piaciuta tanto.  Dimmi, ora apprezzi un po’ di più quelle case trasandate?”
“Sicuramente!  E ti prometto che d’ora in poi non sarò più irriverente nei loro confronti.   Ma non è questo che adesso mi preme discutere.  Ritorniamo a tutto quello che è successo.  Vedi papà, il fuoco, l’ambiente e poi quel ragazzo, era tutto così….Papà.  Papà!  Si può sapere dove te ne stai andando?”
Come al solito non mi prestava la minima attenzione.
Ci mancava solo il traffico per completare la giornata!
La macchina sembra un forno ed io ho una fame da lupi.
“Papà si può sapere perché non hai preso la strada per il Cantiere?  Lo sai che questa per Sant’Antonio è sempre trafficata!”
“Pensavo di cavarmela invece è andata male.”
Ti pareva! 
Eppure è strano.
Normalmente è abilissimo ad evitare il traffico e poi è sempre contento di ripassare davanti Villa Maria.
Deve avere qualche strano tarlo che gli passa per la mente.
Potrei approfittare di questa occasione per farmi finalmente spiegare cosa mi è successo veramente.
Lui dice che ad un certo punto ho perso i sensi, forse a causa del caldo, ma io non ricordo nulla del genere.
Eppure questa è la spiegazione più sensata che si possa dare a tutta la faccenda.
Un sogno sembra sempre profondamente realistico finché non ti svegli.
Poi apri gli occhi e capisci che stavi solamente sognando.
Io ho semplicemente impiegato un po’ di tempo in più per rendermi conto di quello che era successo.
Finalmente a casa!
Non ce la facevo più!
“Anna, tu inizia a salire che io devo andare un attimo a fare un servizio.  Dici a mamma che torno presto.”
“Va bene papà.”
“Ah!  A proposito!  Dimenticavo quasi di ridarti il tuo ninnolo.”   mi dice affacciandosi al finestrino della macchina.
Mi lancia qualche cosa al volo e parte velocemente mentre mi grida:
“Era vicino a te quando sei svenuta!”
Non credo ai miei occhi!
Il ninnolo di cui parlava mio padre è una collanina con una graziosa croce intagliata in legno.

Anna Peluso - Pozzuoli Magazine del 17 dicembre 2011







martedì 13 novembre 2012

Il Monumento ai Caduti di Pozzuoli











Il Monumento ai Caduti di Pozzuoli
L’altare cerimoniale cittadino

In Italia la prima “ondata monumentale” sorge spontanea subito dopo la vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto; poi dal 1919, l’anno immediatamente successivo alla fine della “Grande Guerra”, dappertutto dilaga la necessità di costruire monumenti ai caduti.
Nel 1920, sulla scorta di analoghe iniziative già attuate in Francia ed in altri Paesi coinvolti nella "Prima Guerra Mondiale", si propone  di onorare i caduti italiani, le cui salme non sono identificate, con la creazione di un monumento al milite ignoto. Viene deciso di creare questo mausoleo nel complesso monumentale del Vittoriano in Roma dove, sotto la statua della dea Roma, sarà tumulata la salma di un soldato italiano, selezionata tra quelle dei caduti ignoti. La scelta della salma viene affidata a Maria Bergamas, madre del volontario irredento Antonio Bergamas che è caduto in combattimento senza che il suo corpo sia stato più ritrovato. Il 26 ottobre 1921, nella Basilica di Aquileia, mamma Maria sceglie il corpo di un soldato tra undici altre salme di caduti non identificabili, raccolti in diverse aree del fronte. Maria viene posta di fronte a undici bare allineate, e dopo essere passata davanti alle prime, non riesce a proseguire nella ricognizione e gridando il nome del figlio si accascia al suolo davanti a una bara, che così diviene la prescelta. Il feretro è collocato sull'affusto di un cannone e, accompagnato da reduci feriti e decorati con la Medaglia d'oro al Valore Militare, viene deposto in un carro ferroviario appositamente disegnato. Il viaggio si compie da Aquileia a Roma a velocità moderata in modo che presso ciascuna stazione la popolazione abbia modo di rendere onore al milite. La cerimonia ha il suo epilogo nella capitale; tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con il Re Vittorio Emanuele III in testa, e le bandiere di tutti i reggimenti muovono incontro al Milite, che da un gruppo di decorati di medaglia d'oro è portato prima nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e poi, il 4 novembre 1921, è posto nel monumento creato nel 1911 per celebrare il cinquantenario dell’Unità Italiana. Da allora, per le numerose cerimonie che vi si svolgono, il mausoleo viene anche chiamato “Altare della Patria”.
Da quel momento ogni cittadina italiana anela ad avere il suo monumento ai caduti. Dinnanzi a centinaia di migliaia di morti, tra soldati e civili, alla distruzione di intere città, i lutti che hanno colpito praticamente ogni famiglia di ogni paese, accadde qualcosa mai successo per i conflitti del passato; inizia il processo di glorificazione della guerra, che presto si trasforma in Mito. Prima del 1914 i mausolei non riportano i nomi dei singoli caduti; i monumenti celebrano il coraggio ed il valore di un battaglione o di un reggimento, o talvolta dell’intero esercito di una nazione, senza che sia presente un elenco con i nomi di tutti i caduti. Con la Prima Guerra Mondiale i monumenti ai caduti cessano di essere anonimi e su di essi iniziano a comparire i nomi dei singoli soldati; il mito della guerra diventa anche un mito democratico. Il singolo non viene onorato per le sue gesta individuali, non come persona in quanto tale, ma come parte di un progetto superiore, di una guerra condotta per glorificare e potenziare la patria. Il valore simbolico di ciò che rappresentano rende unici i monumenti dedicati ai caduti di Guerra e l’ideologia che sta alla base di essi. Essi fanno molto di più che ricordare dei morti; i caduti sono identificati prima come eroi, poi come garanti della fede e del dovere, infine, come guardiani della patria, dell’umanità e della giustizia. Essi non sono mai evocati in quanto semplici morti.
Negli anni 1922-23, con l’avvento del fascismo, questo costume riceve una vera e propria regolamentazione quando il sottosegretario Dario Lupi promuove una campagna di attuazione di parchi e viali della “rimembranza”. La circolare prevede che in ogni località, d’intesa con autorità e scuole, gli alunni debbano essere mobilitati e coinvolti nella cura del parco e delle piante. Particolare non secondario, ogni pianta dovrà essere munita di una targhetta con il nome di un deceduto in guerra. Spesso però si preferisce costruire al centro del parco un monumento sulle cui pareti sono scolpiti i nomi dei caduti.
Anche Pozzuoli, come tante altre città italiane, sente la necessità di erigere un mausoleo dove si possano eternare i nomi dei caduti puteolani.
Il concorso viene lanciato tra il 1928 ed 1929 ed il premio viene assegnato allo scultore Santo D’Amico mentre il secondo posto viene assegnato agli scultori Sanarica e Meconio. Ma una commissione (composta dal podestà di Pozzuoli Giovanni de Fraya, dal professore Vincenzo Volpe e dall'architetto Angelo Crippa) per la realizzazione sceglie un altro progetto; quello dello scultore Enzo Puchetti. La commissione, riunita nella sede della Real Accademia di Belle Arti di Napoli, nel motivare la scelta del progetto fa riferimento anche alle tradizioni della terra puteolana dove "l'arte seppe nelle epoche migliori imprimere il suo segno divino anche nelle più semplici e modeste manifestazioni".
Quale luogo per l’erezione del monumento viene scelto lo slargo, esistente presso Porta Napoli, che nella seconda metà dell’ottocento è usato come terminale dell’Omnibus a cavalli proveniente da Napoli. In questo stesso slargo sostano le vetture da nolo che qui attendono i numerosi visitatori attratti dalle antichità flegree e che dal 1883, in sostituzione dell’omnibus, arrivano con la linea tranviaria a vapore che termina la sua corsa poco distante, nell’attuale via Matteotti, nei pressi della chiesa di San Vincenzo. 
Per visitare le antichità c’è un’organizzazione di "ciceroni", sistemata in una baracca di legno nei pressi della Porta; poi, nel 1920, l’ingegnere puteolano Federico Sabino progetta un "casotto" per le guide addossato al muraglione di sostegno della Pretura. Ora, agli inizi degli anni ’30, il tram ha visto spostata la sua stazione in via Cavour; le vetture da piazza sostano nella piazza principale di Pozzuoli; i “ciceroni” son quasi scomparsi perché rari sono i visitatori cui dovrebbero far da guida. Pertanto si decide di demolire il loro casotto, seppur ancor recente, ed utilizzare l’intero spazio a disposizione per la costruzione del monumento ai Caduti della Grande Guerra. Oggi possiamo affermare che scelta migliore non poteva essere effettuata.
Il monumento [fot.1] viene solennemente inaugurato il 28 giugno 1931. Esso si presenta imponente con la parte anteriore distribuita in tre spazi di cui quello centrale, più largo degli altri due, sorregge incastonata una grande lapide di marmo che su cinque righe riporta la scritta:
FORTI NELLA VITA
EPICI SVLLE ALPI E SVL MARE
NELLA STORIA ETERNI
POZZVOLI MADRE
SVPERBA DI ESSI E MEMORE
Vi sono poi altri due frontoni laterali, angolati quel tanto che basti a renderli visibili all’occhio del passante, su cui sono riportati i nominativi di tutti i nostri concittadini caduti nel corso della “Grande Guerra” dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918. Al di sotto di ogni elenco è scolpita una daga sovrastata da uno scudo stilizzato; sullo scudo di sinistra è riportato, in numeri romani, l’anno di inizio della guerra, il MCMXV; su quello di destra e riportato l’anno di fine guerra, il MCMXVIII. Ognuna delle cinque parti, in cui si scompone la fronte del monumento, è divisa dalle altre da una fascio littorio; notoriamente un fascio di dodici verghe di betulla legate assieme da nastri di cuoio (in latino “fasces”) su cui è infissa un’ascia, originariamente in bronzo. Ai sei angoli esterni del monumento (due sono sul retro e quindi visibili solo aggirando l’opera) l’ascia è scolpita in rilievo e quindi sporgente dalla struttura; viceversa le asce situate sui fasci posti ai due angoli convessi anteriori sono scolpite in bassorilievo.
Sulla sommità si elevano due aquile, con ali spiegate, reggente ognuna uno scudo. L’aquila di sinistra sorregge uno scudo che riporta le sette teste di gallo, simbolo della città di Pozzuoli; l’aquila di destra sorregge uno scudo che riporta un fascio littorio, simbolo temporaneo dello Stato Italiano.
Il monumento, con grande effetto scenografico, sembra ergersi dalle acque che lo circondano e che sgorgano da due fonti poste alle estremità dove altrettante divinità fluviali sono scolpite sdraiate e protese a proteggere amorevolmente le loro falde. Esse rappresentano i due fiumi sacri alla Patria; a sinistra l’Isonzo [fot.2], dolorosamente assopito per il troppo sangue versato in tante cruenti battaglie combattute lungo sue rive; a destra il Piave che, fiero della eroica resistenza, con lo sguardo indica ai combattenti la via della Vittoria [fot.3 di Salvatore Brontolone]. Con queste fonti il nostro monumento ripropone una similitudine con il Vittoriano di Roma alle cui estremità sono poste due fontane che rappresentano il mare Adriatico a sinistra, il mare Tirreno a destra.
Intenso è l’utilizzo di questo monumento nei suoi primi dodici anni di vita; essi coincidono con il periodo di massimo consenso al fascismo e naturalmente non mancano gli anniversari da celebrare; come la Fondazione di Roma; la Fondazione dell’Impero; quello della entrata in guerra; quello della Marcia su Roma; l’anniversario della Vittoria, ed altri ancora. Il monumento diventa il vero Altare cittadino e si carica di significati simbolici impensabili in passato. Nella prima foto, scattata il 4 novembre 1936, notiamo la guardia d’onore composta da marinai e “giovani fascisti”, tra cui mio Padre, primo a sinistra. Il regime ha il pieno possesso di questi luoghi e li trasforma a suo uso e costume, con l’aggiunta di cerimonie e iscrizioni tipiche dell’epoca. Nella foto n. 4, del 24 maggio 1937, sul muraglione di sostegno del Rione Terra si nota una lunga scritta che riporta una frase tratta dal discorso fatto dal Duce il 30 agosto 1936 alle Forze armate e al popolo dell'Irpinia in Avellino, al termine delle grandi manovre [fot.5]. Questa serie di operazioni militari sono guidate dall’erede al trono, S.A.R il Principe Umberto, che dal marzo 1936 comanda il X Corpo d’Armata con sede a Napoli e reparti dislocati in tutta la Campania. Con la caduta del fascismo al monumento vengono troncate le sei scuri sporgenti dai fasci, lasciando inalterate quelle in bassorilievo ed il fascio raffigurato nello scudo retto da un’aquila. Comunque il monumento resta, a Pozzuoli come in ogni altro luogo, un segno tangibile dei massacri della Grande Guerra e spiega almeno in parte come mai essa si sia fissata indelebilmente nella memoria popolare e collettiva di tutte le comunità.
Il Monumento ai  Caduti  di Pozzuoli, ancorché ce ne ricordiamo per poche annuali cerimonie, avrebbe bisogno di urgente restauro; la struttura presenta varie screpolature e le statue raffiguranti l’Isonzo e il Piave si presentano molte degradate. Le due antenne alza bandiera, se pur encomiabili, andrebbero risistemate alquanto defilate per non imbarazzare la prospettiva [fot.6] e poi, cosa più importante, le lapidi laterali, riportanti i nomi dei caduti, non sono più leggibili. Fra qualche anno ricorre il centenario di quella Vittoria che pose fine ad una immensa carneficina e sarà doveroso ricordare e leggere uno ad uno i nomi di quei nostri giovani cittadini che fecero dono della loro vita.
E’ bene ricordare che non sono i grandi generali ad essere “eternati” nel marmo, ma la grande massa che ha subito le privazioni, gli stenti e la tragica morte sotto i colpi del mortaio o delle mitragliatrici.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 21 luglio 2012