mercoledì 26 ottobre 2011

Duello al Serapeo

Duello al Serapeo
Sfida tra Impero Francese ed Impero Russo

Mercoledì 12 ottobre ho assistito, nella splendida cornice di “Villa di Livia”, alla presentazione della nuova rivista quadrimestrale “La Sibilla Cumana”, naturale erede di “Bollettino Flegreo” e di “Campi Flegrei”. In questa occasione ho acquistato, per soli 5 euro, lo speciale numero zero, uscito lo scorso luglio, e sono stato attratto dal bellissimo articolo di Francesco Lubrano: “Raimondo Annecchino in una poco conosciuta pagina di inizio novecento”.
Lubrano tratta uno di quegli argomenti, relativamente ai Campi Flegrei, solitamente diversi e da me tanto prediletti; in questo caso l’usanza tra “gentiluomini” di risolvere le dispute d’onore incrociando le lame.
Cuore dell’articolo è il duello, che il 2 agosto 1901 vede protagonisti i puteolani Raimondo Annecchino e Giovannangelo Oriani, generato da un presunto scritto dell’Annecchino, pubblicato sul giornale “1799”, ritenuto offensivo dall’Oriani. Nella sua gustosa carrellata l’autore accenna anche ad un duello, tra il Ministro di Francia ed il Ministro di Russia, che si svolse il 2 gennaio 1812 all’interno del Tempio di Serapide. Ma in questo caso lo scrittore riferisce di non conoscere la ragione della contesa fra così illustri personaggi.
Questa lettura mi ha stuzzicato facendomi sovvenire questo episodio per il quale ben ricordavo la ragione del contendere ma non altrettanto bene i particolari. Pertanto sono andato a rileggermi questa cronaca che, per la sua doppia veste tragicomica, penso sia degna d’essere divulgata.




Siamo al primo gennaio 1812 e sul trono di Napoli siede Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone. Da poco è nato, all’Imperatore e cognato, il tanto atteso erede che è chiamato “Re di Roma”.
Gioacchino per impostargli riverenza si reca a Parigi e benché si credesse che vi rimanesse fino al battesimo, per accrescerne la pompa, inatteso torna a Napoli mostrando inquietudine. Il potente cognato continua a trattarlo da “vassallo” e lui, per rivalsa, ha già in mente una parziale affrancazione del Regno di Napoli da così stretta sottomissione. Inizia con un decreto che congeda le schiere francesi e stabilisce che nessun forestiero, se non prima dichiarato cittadino napoletano, possa restare come stipendiato civile o militare al suo servizio. Questo ardito comando spiace al Bonaparte il quale sarcasticamente commenta: «Ai compagni di patria e di fortuna di Gioacchino Murat, nato francese ed asceso al trono di Napoli per opera dei francesi, non abbisogna la qualità d’essere cittadino napoletano per avere in quel reame uffizi civili e militari». Poi, per ulteriore “sgarbo”, Bonaparte ritira il suo Ministro Ambasciatore dal Regno di Napoli ed invia in sua vece un Ministro Plenipotenziario; con questo intende sottolineare la natura subalterna del reame napoletano e la sua negazione come stato indipendente e sovrano.
Giacchino, impetuoso per natura, si infuria con il cognato; pochi Napoletani, timidi e servili, biasimano l’ardire di Gioacchino; solo la regina riesce, in parte, a placare gli sdegni fidando meno nel giusto del marito e assai più nel giusto del fratello.




Come riferito siamo al 1 gennaio 1812 ed in corte stanno per iniziare le usate riverenze al re ed alla regina, seduti al trono, per l’entrante nuovo anno.
Primi ad essere introdotti, come è d’uso in tutte le corti, sono i Ministri Ambasciatori dei re stranieri. Per questa incombenza necessita chiarire le usanze del cerimoniale, stabilite in un complesso diritto internazionale, con fissate regole di precedenza in parte ancora in vigore. L’ordine di introduzione dovrebbe essere il seguente:
1) L’inviato dello Stato Pontificio, il Nunzio Apostolico, che ha il rango e le medesime prerogative degli ambasciatori di qualunque altro Paese. Negli stati cattolici gli è riconosciuta di diritto la carica di decano del corpo diplomatico, indipendentemente dall'anzianità di nomina, e può godere della precedenza protocollare.
2) Il Ministro Ambasciatore di un re appartenente alla stessa casa del locale regnante; anch’egli può godere della precedenza protocollare.
3) I Ministri Ambasciatori di tutti gli altri regni seguendo un preciso ordine stabilito in base alla data di presentazione delle loro credenziali. Quello che vanta la nomina più anziana viene dichiarati “Decano” e gode della precedenza protocollare; gli altri seguono in ordine.
4) I Ministri Plenipotenziari, che sono agenti diplomatici di rango immediatamente inferiore all'ambasciatore e non sono considerati, a differenza di quest'ultimo, rappresentanti personali del proprio capo di stato. Di conseguenza, non gli spettano l'appellativo di “sua eccellenza” e il privilegio di chiedere in ogni momento udienza al capo dello stato.




Ora, presso il murattiano regno di Napoli non è presente il Nunzio Apostolico per la scomparsa dello Stato Pontificio; occupato da Napoleone e incorporato nei domini diretti dell’Impero francese.
Non c’è neppure l’Ambasciatore di Francia, i cui sovrani sono imparentati con i sovrani di Napoli, poiché Napoleone, tenendo a fastidio Gioacchino e volendo dimostrare al mondo che non ha riguardo neppure per i congiunti, ha spedito a Napoli, come visto, il signor Durant con il semplice titolo di Plenipotenziario.




Per la qual cosa il Ministro Ambasciatore di Russia, Dolgorouky, decano di tutto il corpo diplomatico, certo delle sue prerogative e della sua precedenza, si affretta ed attraversa velocemente le varie sale per essere poi il primo dell’iniziante cerimonia.
Ma il Plenipotenziario di Francia Durant, forte dell’appartenenza ad uno stato imparentato con i sovrani di Napoli, si affretta esso pure per giungere primo nelle vicinanze della sala del trono.
Entrambi i due Ministri, intuitesi l’uno dell’altro, allungano il passo per svalutare di fatto l’intento del concorrente.
Tutto il seguito, composto dal Corpo Diplomatico, dai Ministri del Governo, dai Nobili e da tutti gli altri Cortigiani non riesce a star loro dietro e per non rinunciare, ognuno a propri privilegi e prerogative, si vede costretto a marciare come in una rapida avanzata militare.
La scena acquista una naturale comicità aggravata dalla pompa dei convenuti che, come in tutti i reami napoleonici, sembrano più cortigiani da operetta che stretti osservanti di antiche e nobili etichette.
Il russo è grande di persona e fiero d’aspetto, il francese piccolo e sparuto; l’età di entrambi è sul primo confine della vecchiaia.
Giunti sull’uscio della sala si inoltrano contemporaneamente nella stanza del trono, in riga, frettolosi, Dolgorouky e Durant.
Il Ministro russo, per il più disteso passo, è di già vicino ai sovrani da ossequiare quando il Ministro francese, resosi conto della possibile disfatta, presogli il braccio lo trattiene. Allora il russo, con occhio ed impeto barbaro, pone il pugno sull’elsa della spada. Il francese, ormai rotto ad ogni possibile conseguenza, pone in essere la stessa mossa anche se nessuna lama sporge dal suo fianco. I presenti fanno per dividerli. Il re si alza e muove loro incontro; ad entrambi dice che loda il loro zelo di giungere primi per offrirgli omaggio. Poi continua senza dare a nessuno dei due argomento di preferenza ed infine li congeda. Si susseguono altri ministri e cortigiani e, una volta che tutti sono partiti, sembra che la contesa sia finita.




Ma non è come appare. Ritenendo incolmabile l’affronto, i due Ministri si scambiano i “cartelli di sfida” ed i rispettivi padrini concordano la data ed il luogo dell’inevitabile duello. Le mie fonti non specificano la data che Francesco Lubrano, nel sopraindicato articolo, riferisce essere il giorno dopo, 2 gennaio 1812. Data, questa, probabilmente riportata dal citato inedito manoscritto di Giuseppe De Criscio che confesso di non aver mai letto.
Quale luogo viene scelto il puteolano Tempio di Serapide, esattamente l’interno del centrale cortile, che è anche seminascosto alla vista dei curiosi grazie la folta vegetazione perimetrale. La sua scelta, quale terreno di sfida, è probabilmente legata ad una sproporzionata ed errata venerazione verso il mondo classico ed i suoi reperti.
Ad assisterli, ci sono i padrini, il medico, il maresciallo di palazzo Excelmans ed il segretario di ambasciata russa Benkenendorff. Solo qualche curioso nostro concittadino si accorge della loro presenza e del loro effettivo intento; i più credono che trattasi dei soliti viandanti sia nazionali che stranieri, i quali giornalmente ed in numero non scarso recansi a diporto per visitare i vicini luoghi e tutte le antichità onde son pieni questi nostri ameni siti.
All’improvviso giungono le vigilanti autorità di Polizia che interrompono i cominciati combattimenti e pregano i duellanti, per lo impero delle leggi, a ritirarsi. Non sappiamo se gli agenti siano stati avvisati da qualche atterrito puteolano o siano stati inviati, con preghiera di palesarsi nel momento più opportuno, da qualche informata regia autorità. Sta di fatto che il Dolgorouky è stato leggermente ferito di spada all’orecchio destro dal Durant che sarà pure stato meno lesto nelle gambe ma si è ora dimostrato molto più svelto con le lame. Il russo viene prontamente curato dal medico assistente e poi i due sfidanti si stringono la mano dichiarandosi entrambi soddisfatti.
Sebbene in quel periodo covassero odi segreti tra i due imperatori di Russia e di Francia entrambi, simulando modestia e dichiarando privata la contesa, revocano dal loro incarico i due maldestri Ministri.




Naturalmente il tutto è da me tratto, con qualche licenzioso incremento, dalla “Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825” scritta dallo storico Pietro Colletta. Essa ne rappresenta la sua opera più importante ed è ancora considerata un riferimento per la storia di quel periodo. Fu pubblicata postuma da Gino Capponi, che vi aggiunse delle notizie sulla vita del Colletta, nella prima edizione originale del 1834.
Proprio da una preziosa copia di questa edizione, uno dei pochi vecchi libri che sono riuscito a salvare dalla depredata casa paterna in “Villa Maria”, ho appreso di questa farsa che poco mancò si trasformasse in dramma.









Giuseppe Peluso

lunedì 17 ottobre 2011

Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice









Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice

Nell’estate del 1943 i Campi Flegrei ospitano importanti capisaldi dei reparti di Difesa Costiera del Regio Esercito. Seguendo la piantina n. 1 notiamo, cerchiati in rosso, il caposaldo “Bologna” nella zona posta tra il Castello di Monteleone e la rotonda di Maradona, il caposaldo “Bolzano” nella zona di Grotta dell’Olmo, il caposaldo “Bari” nella zona di Licola e Monte San Severino, il caposaldo “Bergamo” nella zona posta tra la Schiana e Masseria Ferraro, il caposaldo “Brescia” che fa perno sull’Acropoli di Cuma e che da solo meriterebbe uno studio approfondito, il caposaldo “Biella” nella zona di Torregaveta ed il caposaldo “Brindisi” nella zona delle Mofete e della Sella di Baia.
Inoltre, sempre nei Campi Flegrei, troviamo alcuni Posti di Blocco Costieri (PBC) a presidio di importanti incroci o obbligati punti di passaggio. Nella stessa piantina questi PBC sono indicati con una grossa “X” in rosso. Essi sono il “Benvenuto” sulla Domiziana altezza Lago d’Averno, il “Buonanno” alla Punta Epitaffio di Baia, il “Bernardo” ad Arco Felice, il “Beato” al quadrivio dell’Annunziata, il “Bruno” alla Montagna Spaccata e così altri ancora ad Agnano ed a Nisida.





I posti di Blocco hanno nomi maschili ed i capisaldi nomi di città; entrambi iniziano con la lettera “B” e sono posti sotto il Comando Difesa Porto di Napoli el Generale Ettore Marino, con sede a Castel Sant’Elmo, responsabile del tratto di costa dalla Foce di Licola a Capo d’Orso di Vietri sul Mare.
Il tratto di costa nord da Foce di Licola al Garigliano è invece sotto la giurisdizione della XXXII Brigata Costiera del generale Carlo Fantoni con sede a Villa Literno. I suoi Capisaldi ed i suoi Posti di Blocco iniziano tutti con la lettera “A”.
La 222° Divisione Costiera, al comando del Generale Ferrante Gonzaga che sarà trucidato dai tedeschi, è a guardia della costa salernitana. Nelle zone interne della Campania c’è qualche raccogliticcia Divisione di fanteria reduce dalla Russia, in ricostituzione. Il tutto è sotto il Comando del XIX Corpo d’Armata del generale Pentimalli.





In queste poche righe ci soffermiamo solo sul Posto di Blocco Costiero “Bernardo” che domina l’importante quadrivio di Arco Felice e costituisce l’ultima barriera verso Pozzuoli, il suo porto e la sua importante zona industriale. Questo PBC nell’estate del 1943 è presidiato da poco più di una ventina di uomini del 230° Battaglione Costiero a sua volta inquadrato nel 117° Reggimento, comandato dal Colonnello De Lorenzo, la cui competenza, nell’ambito della suddetta “Difesa Porto di Napoli” va dalla Foce di Licola a Portici. Esso è armato con un fucile mitragliatore, una mitragliatrice ed uno o due cannoni contro carro; oltre l’armamento individuale dei fanti di presidio. Il principale ostacolo messo in opera, come si nota dalla foto n. 2 ripresa da nord, è uno spesso muro di cemento con incorporate due piattaforme per cannoni anticarro più qualche altra postazione per arma automatica. Un blocco di cemento dall’altro lato della strada crea una obbligata strettoia su cui insiste una barra che viene alzata solo dopo un formale riconoscimento effettuato dalle sentinelle. Dalla foto si nota pure un’altra barriera posta a tergo ad ulteriore difesa della precedente. Tra le due barriere fortificate c’è su di un lato l’ingresso a “Parco Augusto” e sull’altro l’ingresso al “Parco De Martino”.
La foto n. 3 riprende da sud la principale opera difensiva; ne mostra la particolarità costruttiva con le due piattaforme di tiro sfalsate in altezza così come pure mostra il quadrivio che va a controllare, e che sarebbe poi l’odierna Piazza “Aldo Moro” di Arco Felice. Da un attento esame della struttura si nota che la sua conformazione permette anche una difesa posteriore nel caso fosse aggirata da questo lato.
Ancora più distanziata verso sud, come mostra la foto n. 4, si trova una ulteriore postazione per cannone anticarro ben mimetizzato dietro il muro di un giardino. Proprio su questa struttura lo scrivente cerca conferma da qualche puteolano che ben ricordi lo stato dei luoghi. Gli esperti americani, e la rivista militare francese “Tank Zone” che ha ripreso l’argomento ed a cui vanno i ringraziamenti per le immagini riprodotte, riferiscono che questa postazione doveva assolutamente trovarsi nei giardini della scuola “Vittorio Emanuele III”. Il sottoscritto invece pensa di riconoscere il giardino come quello appartenente alla villa posta nella curva della provinciale Via Miliscola, di fronte alla stazione della Ferrovia Cumana.
Le tre strade che confluiscono al controllato quadrivio hanno tutta una serie di blocchi parzialmente rimovibili composti da denti di drago, reti di filo spinato e cavalli di Frisia.





Il giorno 8 settembre 1943 è dichiarato l’armistizio tra gli Alleati e l’Italia badogliana e quella stessa notte il Posto di Blocco di Arco Felice cade in possesso delle truppe tedesche che all’Albergo dei Cesari di Lucrino hanno posto il comando del 115° Reggimento della Divisione “Hermann Goring”.
Nella presta mattinata del giorno 9 da Napoli parte un Compagnia costituita presso il deposito del 1° Reggimento Bersaglieri e comandata dal Capitano Milano. Al sopraggiungere di questa unità autocarrata i tedeschi abbandonano il quadrivio e gli italiani riprendono possesso del Posto di Blocco. I Bersaglieri riorganizzano il Presidio con i primi sbandati sia dello stesso PBC che dei serventi delle Batterie da 90/53 che si trovavano nel vicinissimo Lido Augusto. Poi nel primo pomeriggio ritornano a Napoli richiamati dal quel Comando di Zona per esigenze che si preannunciano ben più gravi. Il Comando tedesco di Lucrino è costituito da ufficiali, furieri e porta ordini, e molti di loro sono abituali frequentatori della cucina casareccia che i coloni Biclungo hanno messo su a Villa Maria principalmente per i marinai che vi dimorano in quella che in precedenza era la Scuola Marittima.
Questo Comando tedesco, buon conoscitore dei luoghi, si trova nuovamente isolato tra i Posti di Blocco di Arco Felice e della Domiziana da un lato ed i Posti di Blocco e Capisaldi di Baia dall’altro lato. Quindi prende la giusta decisione di far rioccupare, dal grosso delle sue truppe che sono stanziate parte nella zona della Grotta del Sole e parte e nella zona di Via Campana, i PBC di Arco Felice e Domiziana ed avere così libere le strade di rifornimento e garantite le eventuali vie di fuga. Questa mossa alleggerisce la pressione sui Capisaldi italiani di Baia, di Cuma e di Masseria Ferraro e permette loro di resistere, raro esempio di eroismo ed abnegazione nei tragici giorni dell’armistizio, fino alle prime ore del giorno 11 settembre.
Nella zona di Baia le truppe italiane sono numerose pur se composte da una accozzaglia di reparti. In un rapido conteggio possiamo annoverare i reparti costieri che presidiano il caposaldo “Brindisi”, il Posto di Blocco “Buonanno” ed il Comando del 230° Battaglione ivi stanziato. Sempre del Regio Esercito, ma facenti parte dell’Artiglieria Contro Aerea, ci sono la 463° Batteria con pezzi da 90/53 sulla Sella di Baia; la 1058° Batteria con pezzi da 20/65 alla Punta Epitaffio; la gemella 1059° Batteria al Castello Jannon; la 342° Batteria con pezzi da 37/54 alla Sella di Baia. In zona ci sono anche Artiglieri della ex Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale e Fotoelettricisti oltre a “Posti di Osservazione Aerea” della Regia Aeronautica e della Regia Marina. Quelle della sola Baia sono, sulla carta, unità di tutto rispetto ben fortificate sul terreno e con armi, come i pezzi da 20/65 e 90/53, a doppio uso contro aerei e contro carri. Ma queste unità sono composte da stanchi reduci di micidiali battaglie combattute in Libia, nei Balcani, ed in Russia; e da classi di richiamati, anziani e territoriali, con poca esperienza ed addestramento. Per questi motivi, per lo storico vizio italiano di creare innumerevoli e diversi Enti, e per mancanza di ordini da parte di Comandi ormai scomparsi, le pur numerose truppe italiane sono in piena dissoluzione e verso la fine del giorno 11, dopo un generale “tutti a casa” i tedeschi riescono a controllare tutta la zona. Presso il comando del 230° Battaglione Costieri è presente il Padre dello scrivente, reduce da tre duri anni trascorsi in Africa Settentrionale. Allo scioglimento dei reparti si dirige verso “Villa Maria”, dove nasconde e alloggia anche tre camerati originari di altre regioni.





I Campi Flegrei e Pozzuoli restano ancora venti giorni sotto la micidiale occupazione tedesca e poi il primo ottobre sopraggiungono gli alleati. Gli americani scattano foto, prendono appunti e disegnano schizzi di tutti i bunker e posti di blocco italo-tedeschi che incontrano da Salerno a Cassino. Questo ci ha oggi permesso di mostrare le rare immagini scattate al quadrivio di Arco Felice.





Giuseppe Peluso

mercoledì 28 settembre 2011

La "Meta"











Una piccola motonave con un grande passato

Una vecchia cartolina degli anni 50 (foto 1) riprende la Motonave “Meta”, della società di navigazione “SPAN”, attraccata alla banchina del porto di Pozzuoli. Io la ricordo come fosse oggi e ricordo che mio Padre, indicandola, mi disse: 
Vedi quel vaporetto? Come tanti altri della “SPAN”, ha servito da nave ospedale durante la guerra.
Questa affermazione già allora attirò la mia curiosità e mi spinse ad informami del suo passato.
La “S.P.A.N. – Società Partenopea Anonima di Navigazione” è costituita a Napoli il 10 dicembre 1925 dai fratelli Piscitelli, in società con i fratelli Laudiero e altri. Subito sottoscrive una ventennale convenzione per l’esercizio delle linee di navigazione e dei servizi marittimi sovvenzionati con le Isole Partenopee e Pontine. La “SPAN”, all’atto della sua nascita acquisisce nove vecchi piroscafi della cessata “Società Napoletana di Navigazione a vapore”. Subito ne vende alcuni per demolizione, tra i più usurati, e ne acquista qualche altro di seconda mano ma con meno anni di navigazione. Nello stesso tempo viene varato un nuovo piano ed è ordinata la costruzione di un piroscafo da 360ton battezzato “Capri” e di quattro nuove motonavi gemelle da 243ton. Queste sono ”Meta”, “Epomeo”, “Equa” e “Sorrento”, tutte varate a Taranto ed entrate in servizio a febbraio e marzo del 1930. Segue la costruzione di altre nuove unità e la cessione di altre più vecchie; alla vigilia del conflitto mondiale la flotta sociale si presenta numerosa e moderna.
Le navi della “SPAN” svolgono per anni la loro funzione originaria finché, sorte comune a tante altre navi mercantili, vengono requisite per l’inizio della seconda guerra mondiale e quindi trasformate, armate e riadattate a svolgere compiti militari. Alcune unità prestano servizio come Posamine Ausiliari, altre come Dragamine Foranei, altre come Caccia Anti Sommergibile ed altre ancora come navi Ausiliari Sanitarie. Queste ultime sono impiegate in missioni di soccorso e ricerca sia di naufraghi che di pilota abbattuti.
In particolare, limitandoci alle quattro unità di questa classe, la “Meta” in data 24 maggio 1940 è requisita a Napoli dalla Regia Marina e trasformata in dragamine foraneo e denominata “F.55”. Il 2 ottobre 1940 è restituita alla navigazione civile per poi essere nuovamente requisita l’11 marzo 1941 ed essere inserita nel naviglio ausiliario. Questa volta con una nuova destinazione; riclassificata “S.4”, diviene una nave soccorso (foto 2). Gli inglesi non considerano le navi soccorso come navi ospedale, e dunque le attaccano spesso. Durante la battaglia di “Mezzo Giugno”, il 15 giugno 1942, la “Meta” è attaccata da aerei dopo che ha recuperato 205 marinai del cacciatorpediniere britannico “Bedouin” affondato da navi e aerei italiani nello scontro di Pantelleria. Un secondo attacco, con il mitragliamento della nave che causa un morto e sei feriti, si verifica il 22 gennaio 1943, durante le operazioni di evacuazione della Tripolitania. Il peggioramento dell’andamento bellico vede questa motonave sempre più impegnata nel suo compito di recupero e salvataggio. Il 9 settembre 1943 l’armistizio sorprende la “Meta” a Viareggio. Qui riceve l’ordine di raggiungere La Spezia dove, non potendo salpare, l'equipaggio è costretto a sabotarla prima di doverla forzatamente abbandonare. In data 1 luglio 1944 viene affondata da un attacco aereo alleato.
La gemella “Epomeo” il 13 maggio 1940 è requisita a Napoli dalla Regia Marina, ed il 1° giugno entra in servizio direttamente come nave soccorso venendo classificata con la sigla “S.2”. All'armistizio si trova ai lavori a Livorno, e lì è catturata dai tedeschi, che il 10 settembre 1943 la affondano per ostruirne l'ingresso del porto.
La “Sorrento” è pure essa requisita dalla Regia Marina ed entra direttamente in servizio come nave soccorso. Viene classificata con la sigla “S.7”. E’ l’unica unità di questa classe che non viene affondata e sarà tra le prime unità ad essere derequisita.
La quarta unità della classe, la “Equa”, il 13 maggio 1940 viene requisita a Napoli dalla Regia Marina ed entra a far parte del naviglio ausiliario per la vigilanza foranea con sigla “F.43”. Il 2 ottobre 1940 è restituita alla navigazione civile per poi essere nuovamente requisita l’11 marzo 1941 ed essere inserita nel naviglio ausiliario; questa volta con una nuova destinazione. E’ infatti trasformata in caccia antisommergibili e viene classificata con la sigla “AS.105” (foto 3). Le sue caratteristiche tecniche, lunghezza di 39,48mt, larghezza di 6,83mt, altezza di 3,05mt e pescaggio di 2,56mt, ma soprattutto grazie ai due motori diesel da 680 cavalli per asse che le garantiscono una velocità di 12 nodi, la rendono un’unità di tale maneggevolezza da essere estremamente efficace e pericolosa nella caccia ai sommergibili avversari. A queste caratteristiche contribuiscono anche l’aggiunta di un cannone da 100mm a prua, due mitragliatrici da 20mm e l’apparato antisom a poppa con la nutrita dotazione di bombe di profondità. Dopo l’8 settembre 1943 viene catturata dalla “Kriegsmarine” e poco dopo i tedeschi la cedono alla rinata “Scuola Antisommergibili” degli incursori della Marina della Repubblica Sociale Italiana. Nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1944, una nottata scura con scarsissima visibilità, viene speronata, davanti al porto di La Spezia, dall’unità “UJ.2220”, un caccia sommergibile tedesco, che si accorge della sua presenza solo quando è troppo tardi per qualsiasi manovra. La “Equa”, dopo lo speronamento, continua a navigare e si inabissa davanti a Rio Maggiore; a 1,8 miglia da Punta Montenegro. Non ci sono vittime poiché tutti gli uomini a bordo dell’Equa sono tratti in salvo da una “Marinefahrprahme”, un mezzo da sbarco tedesco, che incrocia nella zona.
Verso la fine della guerra, nel dicembre 1944, la “SPAN”, dispone solo di 5 unità tutte logore per il servizio prestato in condizioni estreme. Nel maggio 1945 è derequisita la “Sorrento” che dopo alcune riparazioni a Taranto rientra in servizio a giugno 1946. Nel gennaio 1946 vengono derequisiti il Piroscafo “Regina Elena” e la Motonave “Principessa di Piemonte” che, dopo i necessari lavori, rientrano in linea ad aprile e luglio. Dal ottobre 1946 la Società può contare anche sul piroscafo “Partenope” derequisito a fine agosto 1946. Contemporaneamente, per mancanza di naviglio, iniziano i lavori di recupero di alcune navi affondate. Il piroscafo “Capri” che giace affondato a Baia viene rimesso a nuovo e riprende servizio nel luglio 1947. Nell’ottobre dello stesso anno viene recuperata alla Spezia, dai bassi fondali su cui giace da vari anni, la motonave “Meta”. Dopo sette mesi di lavori viene rimessa in servizio nel maggio 1948 e con la “Sorrento”, unica altra superstite della classe, ritorna a svolgere il suo compito civile. Ora sono tutte dipinte di bianco, contrariamente all’anteguerra quando avevano scafo in nero e sovrastrutture in bianco.
La “Meta” è, per lunghi anni, titolare della linea Pozzuoli – Procida - Ischia e solo in caso di necessità viene sostituita dalla gemella. Su questa linea la motonave, come le precedenti e poi le successive sostitute, viene chiamata la “Cumana”, a ricordo dell’originario tragitto Torregaveta - Ischia che la “SPAN” effettuava quale naturale continuazione della “Ferrovia Cumana” Napoli - Torregaveta. Io ricordo la Motonave “Meta” attraccata all’allora stretta banchina, alle spalle della Chiesa di Santa Maria, ed ammiravo il suo equipaggio, ufficiali e marinai, che indossava una elegante uniforme; sembravano militari ed i comandi venivano dati dal nostromo con un fischietto che emetteva un suono modulato. In tutto questo si differenziava dalle altre poche motobarche in legno, che facevano servizio da Pozzuoli verso le isole flegree, i cui equipaggi erano vocianti e trasandati. Le motobarche trasportavano isolani e merce, specialmente bovini, ceste e botti; invece le bianche motonavi della “SPAN”, dette anche “Postali” trasportavano i primi eleganti e benestanti turisti. Spesso si notava la presenza di qualche personaggio che oggi potremo definire “VIP”. Ricordo che nella stagione calda, poco prima della partenza, con i passeggeri di già a bordo, c’era sempre una banda di scugnizzi che dalla banchina, oppure aggrappati a qualche altra motobarca, incitavano i viaggiatori a gettare qualche soldo in acqua. Appena la moneta si inabissava un gruppo di ragazzi si tuffava rapidamente e poi il più svelto riaffiorava con in bocca l’ambito metallo. In quelle lontane estate a cavallo del 1960 il motto della mia e di molte altre famiglie era “Vacanze in Città”; pertanto uscivo da “Villa Maria” e mi dirigevo alla “marina”. Questa motonave mi incuriosiva anche per il suo silenzioso trascorso da relitto sotto’acqua. Il mio sommo piacere era poi ritrovare affiancate, in banchina, la “Meta” e l’elegante panfilo “Sereno” di proprietà del “cummenda” Angelo Rizzoli; ma questo sarà l’oggetto di un prossimo articolo. Non ho immagini delle due unità riprese a Pozzuoli, ma la foto n. 4 mostra il “Sereno” e la “Meta” attraccate in banchina nel porto di Ischia.
Agli inizi degli anni 60 piccoli armatori privati iniziano la grande avventura del trasporto auto a mezzo di traghetti man mano sempre più attrezzati. Alla fine di quegli stessi anni, per fronteggiare la richiesta di trasporto di autoveicoli, tutte le unità più moderne della “SPAN”, vengono provviste di una rampa poppiera per l’imbarco di veicoli. La “Meta”, che nel 1972 ha quarantadue anni e la poppa non adatta a subire questo genere di trasformazioni, viene ceduta alla Società di Navigazione “Lignano Marittima”. Solo per qualche anno ancora continuerà a navigare nella laguna di Venezia.

Giuseppe Peluso

lunedì 12 settembre 2011

Accademia Aeronautica
















Scugnizzi gentiluomo a Pozzuoli




La Regia Aeronautica viene istituita il 28 Marzo 1923 conglobando in un'unica Forza Armata Autonoma le strutture ed i velivoli dell'Esercito e della Marina Militare. Subito dopo, il 5 Novembre 1923, viene decisa la istituzione dell’Accademia Aeronautica con il compito di formare i giovani Ufficiali. Viene stabilito che il corso regolare sarebbe durato tre anni e che la nomina a Sottotenente sarebbe avvenuta dopo aver superato gli esami finali ed aver conseguito il brevetto di Pilota Militare.

Inizialmente l’Accademia Aeronautica è, per il tempo necessario alla sua emancipazione, ospite dell’Accademia Navale di Livorno; e questo anche in previsione che nei primi anni il numero degli Allievi non sarebbe stato alto. Nel contempo è avviata la ricerca di una sede idonea. Prevale l’idea di ricorrere ad una costruzione nuova da creare sull’aeroporto di Napoli Capodichino e la cui prima pietra viene posta il 28 giugno del 1925. In occasione del primo anno accademico nel 1923, viene ideata una cerimonia di battesimo per il primo corso, durante la quale alla classe viene consegnato un gagliardetto e attribuito un nome. Iniziando con l'ordine alfabetico il corso viene contraddistinto con il nome “Aquila”. Da quel momento, ogni anno, al corso arruolato si continua ad assegnare un nome in ordine alfabetico e un motto, nonché un colore. L'anno successivo inizia il corso “Borea”, poi il corso “Centauro”; procedendo fino alla "Z" con il corso “Zodiaco”, saltando però la lettera “H” e la lettera “Q”. Nel 1943 dopo il corso “Zodiaco”, viene deciso di ricominciare dall'inizio nominando i nuovi corsi con lo stesso nome, ma aggiungendo un numero per simboleggiare la generazione successiva. Il corso di quell'anno viene quindi chiamato “Aquila II”.
Dopo tre anni di fattiva ospitalità presso l’Accademia Navale di Livorno, a causa dell’impossibilità di ulteriore coabitazione per l’incremento di allievi previsto per ambedue le Accademie, è giocoforza trasferire l’Accademia Aeronautica in un’altra sede prima che fosse pronto l’anzidetto edificio di Capodichino. Così viene adattata un’ala del palazzo della borbonica reggia di Caserta ove ufficialmente l’insediamento avviene il 15 ottobre del 1926 con il trasferimento della Bandiera dell’Istituto. L’inaugurazione della sede di Caserta ha luogo il 10 dicembre 1926, in concomitanza del giuramento dei Corsi “Centauro” e “Drago”, alla presenza del Sottosegretario di Stato per l’Aeronautica, Italo Balbo. Relativamente alla istruzione al volo, il poter disporre del vicino aeroporto di Capua e quindi di una propria scuola di pilotaggio permette, contrariamente che a Livorno, di licenziare gli allievi già in possesso del brevetto di pilota militare. Iniziano gli anni nei quali, per la politica colonialista e guerriera del regime fascista e gli impegni militari che da questa scaturiscono, vi è un notevole aumento delle immissioni di allievi in Accademia. Praticamente in breve tempo Caserta è costretta a far fronte alle cresciute esigenze organiche della Regia Aeronautica. A tale scopo si ottiene l’assegnazione dell’intero palazzo reale vanvitelliano, ove la cifra annua degli allievi è quadruplicata. In effetti questa sistemazione, che doveva essere transitoria in quanto funzionalmente non del tutto adeguata, si protrae fino al 1943 poiché il complesso, appositamente progettato, di Capodichino è ritenuto, in corso d’opera, inadeguato per dimensioni e spazi facendo così decadere il progetto di trasferirvi l’Accademia. Esso non garantisce gli spazi necessari mentre la reggia di Caserta si. La Reggia fa anche da scenario al film propagandista “I tre aquilotti” del 1942 che ha nel cast il giovane Alberto Sordi alle prese con le prime esperienze cinematografiche.
Nell'agosto del 1943, urgenze di carattere bellico a seguito della conquista della Sicilia da parte degli Alleati ed ai bombardamenti su Napoli e Caserta, costringono l'Istituto a trasferirsi presso il Collegio Aeronautico di Forlì dove l'Accademia resta fino al 10 settembre, data in cui ogni attività viene temporaneamente sospesa a seguito della confusione scaturita dopo la firma dell’armistizio che spacca letteralmente l’Italia in due. Gli allievi sono invitati a lasciare l’Istituto e a raggiungere le famiglie. In quel frangente alcuni allievi originari del sud Italia, al termine della licenza, confluiscono al centro di raccolta di Brindisi ove il 7 novembre 1943 l'Istituto riprende a funzionare presso il locale Collegio Navale, con notevoli difficoltà e privo degli allievi rimasti al nord. In questo stesso Collegio si è nel frattempo ricostituita anche l'Accademia Navale che ha dovuto lasciare la sede di Livorno.
A guerra finita, nel novembre 1945, l'Accademia Navale torna alla sua sede di Livorno e quella Aeronautica si stabilisce a Nisida, in quanto da ottobre 1943 nella reggia di Caserta si è installato il Quartier Generale Alleato. Dalla sistemazione improvvisata di Brindisi si passa quindi a quella precaria di Nisida ove la superficie a disposizione è ridottissima, mancano edifici e spazi per le attrezzature didattiche e sportive e per le attività di supporto logistico; di campo di volo neanche parlarne. Tutto è ridotto ai minimi termini e sacrificato; per svolgere l’attività di volo si utilizza il lontano aeroporto di Pomigliano d’Arco.
L’Accademia dovrebbe spostarsi a Firenze presso gli edifici della Scuola di Applicazione, nonostante la scomparsa del Quartier Generale Alleato, ma le forti pressioni delle autorità napoletane ne vanificano il trasferimento per ottenerne la sua sistemazione definitiva nell’area partenopea. La soluzione della reggia di Caserta è infatti abbandonata perché ritenuta più idonea per soddisfare le esigenze della Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare Italiana che, avendo un numero di frequentatori decisamente superiore a quello previsto per la ricostituita Accademia, necessita di spazi maggiori.
Nell’impossibilità di poter tornare a Caserta, si parla di utilizzare la Reggia di Capodimonte oppure la villa vesuviana della Favorita ad Ercolano; ma alla fine continua a rimanere a Nisida in quanto si decide di attendere i fondi per la realizzazione di una nuova sede. A Nisida l’Istituto rimane, contro ogni logica e fra mille difficoltà, fino al dicembre del 1961.
La scelta, dovendo rimanere nelle vicinanze di Napoli, cade su un terreno quasi a picco sul mare ubicato sul Monte Olibano vicino alla Solfatara, facente parte del Comune di Pozzuoli e per due terzi di proprietà demaniale. Esattamente in Località Cariati, dalla villa della nobile Famiglia napoletana Spinelli di Cariati che sorge sulla cima. La cartolina n. 1, dei primi anni 50, mostra il Monte Olibano ed in cima si nota l’esistente “Villa Cariati”. Sul terreno di questa villa, nel corso della “Seconda Guerra Mondiale” si installa la 186° Batteria, con pezzi pesanti da 76/40, del LXXIV Gruppo inserito nella 19° Legione della Milizia Artiglieria Contraerei. Nel periodo bellico sull’esterno di “Villa Cariati” si può leggere il motto “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE”; identico a quello che a “Villa Maria” è però trascritto all’interno della seconda scala; quella al servizio della locale “Scuola Marittima”.
La posa della prima pietra avviene il 10 dicembre 1957 e la cartolina n. 2, degli inizi anni 60, mostra l’Accademia in costruzione con varie gru in azione. Il trasferimento degli allievi in quella che sarà la sede definitiva avviene giusto cinquant’anni fa tra la fine del 1961 ed il gennaio 1962. Nella primavera del 1962 c’è il Giuramento del Corso “Zodiaco II”. Poi il 15 maggio 1963 il Presidente della Repubblica Antonio Segni vi tiene a battesimo il corso “Aquila III”; il primo che inizia il completo ciclo a Pozzuoli. L’odissea dell’Istituto è finalmente finita. La struttura è sicuramente posizionata in un invidiabile sito dal punto di vista paesaggistico in quanto domina la baia di Pozzuoli e la distesa di mare comprendente le isole di Nisida, Capri, Ischia e Procida. La cartolina n. 3 mostra l’Accademia completata con le caratteristiche soluzioni architettoniche ed ingegneristiche di avanguardia che la contraddistinguono per la quantità e razionalità degli edifici e degli spazi, costruiti per soddisfare appieno le esigenze didattiche degli allievi. Altrettanto, però, non si può dire sulla sua funzionalità se si considera che non dispone nelle vicinanze di un proprio aeroporto per poter svolgere l’attività principe del massimo istituto aeronautico; l’attività di volo. Gli allievi, per frequentare la scuola di pilotaggio, debbono sempre affrontare trasferimenti più o meno lunghi e dal dopoguerra la sede della scuola di volo subisce continui cambiamenti; Pomigliano d’Arco, Lecce, Grazzanise, Alghero, Latina, ecc. Il peregrinare da un aeroporto ad un altro alla ricerca di una sede idonea per il conseguimento dei brevetti di volo comporta continui aggiornamenti del piano degli studi.
Comunque l’Accademia è stata e resta una istituzione completamente estranea alla vita cittadina puteolana. Certamente è una notevole passerella con valenza internazione per i nostri amministratori politici ed apostolici nei rari momenti in cui sono chiamati a presenziare a qualche cerimonia ufficiale. La presenza di questa struttura non ha apportato visibili e concreti benefici alla collettività locale. Solo verso la metà degli anni 90 ci sono state varie forme di collaborazioni, di livello culturale, che poi comunque non sono state seguitate. Rigide restano le limitazioni imposte a cadetti e personale militare, alla loro libertà ed a quella di poter liberamente usufruire della città di Pozzuoli. Si dice che l’Accademia sia per tutti, ma non tutti sono per l’Accademia. Non rari i casi di abbandono, specialmente iniziali. Resta valido ciò che disse un ex cadetto; si entra scugnizzo e si esce gentiluomo. Al termine del corso il cadetto è pronto per il romantico ballo con le debuttanti ma anche per il mortale ballo nei cieli della Libia e dell’Afganistan.
Quando nel 1962 l’Accademia inizia la sua attività, in questa nuova sede, nell’Aeronautica Militare Italiana ci sono ancora ufficiali che, come allievi, hanno frequentato i corsi a Nisida, oppure a Brindisi, oppure a Caserta ed alcuni a Livorno nei tre anni iniziali. Oggi nell’Aeronautica Militare non ci sono più ufficiali, tra quelli in servizio, che siano stati cadetti in altre Accademie; tutti hanno frequentato solo Pozzuoli.





Giuseppe Peluso





Spunti e dati storici da “ L'Accademia Aeronautica e la formazione militare e culturale in A.M. tra storia ed attualità” del Generale di B.A. Euro Rossi

lunedì 22 agosto 2011

Pozzuoli 1944




U.S. Navy - Pozzuoli Naval Station - 1944


A seguito delle segnalazioni e delle richieste relative all'articolo U.S. Navy pubblicato sullo scorso numero della nostra Testata, abbiamo deciso di omaggiarvi con altre foto scattate nell'affollata zona portuale della Pozzuoli del 1944.
Foto quasi tutte inedite per la nostra zona.
Buon viaggio nella storia!





La foto n. 1, del febbraio 1944, mostra la ripa puteolana gremita di navi da sbarco. La banchina della Malva, attuale Piazza a Mare, è piena di Landing Craft Infantry (LCI), mezzi da sbarco per fanteria, che si affollano affiancate fino a tutta Via Roma. In primo piano una più grande Landing Ship Tank (LST). Tutte sono occupate a caricare rifornimenti per alimentare la testa di ponte di Anzio.






La foto n. 2, dell’agosto 1944, mostra un folto numero di LCI attraccate alla banchina Malva. In primo piano la LCI-2 che dopo lo "sciorinio" ha inserito sulle drizze le bandiere di segnalazione per farle asciugare. Fra qualche giorno salperanno tutte alla volta della Provenza.






La foto n. 3 mostra la LCI(L)-195 attraccata alla banchina di Pozzuoli nella tarda primavera 1944. Questa unità ha partecipato alle operazioni anfibie in Sicilia, a Salerno e ad Anzio. Ora ha poco lavoro da svolgere, ma poi parteciperà all’invasione della Francia meridionale con sbarchi in Provenza.







La foto n. 4 mostra la LCI(L)-523 attraccata al molo caligoliano. Si nota il Rione Terra con il cupolone di San Celso. La didascalia ufficiale riporta che si trova attraccata a Possoli (Italy), e non Pozzuoli, all’incirca nel 1944.







La foto n. 5 mostra la LCI(L)-45 ripresa dalla gemella LCI(L)-33 sulla quale sono in corso esercitazioni di tiro con una della 4 mitragliere da 20mm. La didascalia ufficiale riferisce che trattasi di luogo sconosciuto. Credo che non ci siano dubbi nel riconoscere il Golfo di Pozzuoli con sullo sfondo il Monte Nuovo.





La foto n. 6 mostra militari tedeschi che sbarcano a Pozzuoli dalla LCI(L)-517. Trattasi di prigionieri catturati sul fronte di Anzio. Si notano pure la LCI(L)-515 e nuovamente la LCI(L)-523 che in una precedente foto era attraccata al Molo di Caligola.






 
La foto n. 7 mostra una moltitudine di LCI(L), riprese il 24 luglio 1944 a Pozzuoli, (nella didascalia viene detto Pozzouli) impegnate in una esercitazione di imbarco di fanti ed armi in previsione dell’operazione “Dragon”; lo sbarco in Provenza.








La foto n. 8, scattata l’11 agosto 1944, mostra l’imbarco di soldati della 7° Armata sulle LCI della 11° Flottiglia. Non sono più esercitazioni ma diretti preparativi per lo sbarco in Provenza.







La foto n. 9, del giorno 11 agosto 1944, mostra altri imbarchi dalla banchina di Pozzuoli. Notare il degrado dei fabbricati posti lungo la banchina.







La foto n. 10 mostra gli ultimi imbarchi fatti a Pozzuoli il giorno 12 agosto 1944. In primo piano sono delle Landing Craft Tank (LCT) e sullo sfondo, fin quasi al Ristorante “La Sirena”, delle LCI. L’immensa flotta in partenza da Napoli, Pozzuoli, Nisida, Baia, si avvierà prima verso la Corsica, dove incontrerà altri convogli provenienti dall’Africa, e poi dirigerà verso la Provenza dove sbarcherà il giorno 15agosto 1944.

Peluso Giuseppe - Pozzuoli Magazine del

mercoledì 27 luglio 2011

U.S. Navy - Pozzuoli Naval Station








Joe! Joe! Si tu ruorme io m'arrobbo 'i scarpe!

Provate ad immaginare Pozzuoli ed il suo porto dall’ottobre 1943 alla primavera del 1945. Decine di navi anfibie e da carico attraccate al molo ed alle banchine. Tutte impegnate in una continua spola tra i porti del Nord Africa ed i porti del Golfo di Napoli. Nel capoluogo attraccano le unità più grandi e negli altri scali, tra cui Nisida, Pozzuoli e Baia, attraccano unità minori; in particolare quelle che i puteolani chiamano “zatteroni”, che poi altro non sono che unità da sbarco tipo LST, LCT, LCI, ed altre sigle ancora.
Quasi tutte le navi sono reduci dagli sbarchi in Marocco, dallo sbarco in Sicilia e dall’ultimo fatto a Salerno. Su tutte queste spiagge hanno rovesciato migliaia di rangers, fanti, genieri e mezzi corazzati che avanzano alla riconquista dell’Europa. Ora sulle banchine di Pozzuoli scaricano armi, munizioni, automezzi, medicinali e naturalmente la merce più ricercata in queste tragiche giornate, le scorte alimentari.
Gruppi sempre più numerosi di puteolani si aggirano nella zona portuale per essere scelti ed incaricati di trasbordare casse, sacchi, fusti….E’ un infernale ma ordinato girone dantesco cui partecipa chi sa che la polvere di piselli non doma la fame e chi sa che il pesante lavoro di trasportare strumenti di morte contiene dolenti e dolorosi inviti a riscoprire la vita.
Gli occasionali scaricatori sono attratti da questo lavoro non solo per la paga giornaliera ma anche dalla certezza di un sicuro pasto e dalla speranza di poter “sottrarre” qualche cosa di utile per la casa o da barattare in quello che Curzio Malaparte nel suo libro “La Pelle” definisce un solo, unico, enorme mercato. Un mercato dove tutto ha un valore, ancorché si tratta di cibo, di sigarette, di metalli o di corpi umani….!
Tra gli avventizi scaricatori anche mio suocero, che ha appena fatto ritorno a casa dopo lunghi anni trascorsi a bordo di unità della Regia Marina. Dalla abbandonata “Villa Maria” ho ritirato un ricordo di quei giorni tragici; una bella cassa in legno della U.S. Navy. Su detta cassa, che forse conteneva materiale marinaresco, sono ancora visibili varie sigle tra cui quella della unità di appartenenza, la Landing Ship Tank LCT(6) 827.
Tutto questo naviglio porta a Pozzuoli anche nuovi soldati destinati ad alimentare l’impantanato fronte di Cassino, e tra questi, nel novembre 1943, troviamo truppe coloniali magrebine di cui la Francia, la nostra sorella latina, ci fa dono per aiutarci a liberare dell’occupante tedesco. Prima di raggiungere il fronte queste truppe marocchine prendono alloggio nelle vuote palazzine di Via Napoli.







Nella prima foto, del febbraio 1944, vediamo la ripa puteolana gremita di navi da sbarco. La banchina della Malva, attuale Piazza a mare, è piena di Landing Craft Infantry - LCI - mezzi da sbarco per fanteria - che si affollano affiancate fino a tutta Via Roma ed altre ancora sono attraccate al pontile dell’Ansaldo. Tutte sono occupate a caricare rifornimenti per Anzio.
Poi, proseguendo verso il molo caligoliano, inizia l’attracco delle più grandi Landing Ship Tank - LST – navi da sbarco per carri armati.
Ogni punto di attracco è contrassegnato da un numero bianco, inserito in un cerchio nero, posto sulle facciate dei vicini edifici. Iniziamo a leggere il n.1, poi il n. 2, non occupato da nave, e poi la numerazione prosegue anche se non la si vede in questa foto. Sul bordo esterno della banchina si notano degli incavi scavati per favorire l’appoggio delle rampe abbattibili studiate per abbassarsi direttamente sulla sabbia. Tale soluzione sarà poi riproposta, dopo oltre un trentennio, per favorire l’attracco dei traghetti per le isole Flegree dopo l’innalzamento della costa dovuto al fenomeno bradisismico.
Vediamo la LST 197 che di li a qualche giorno verrà colpita al largo di Anzio dall'artiglieria montata su carri ferroviari della Wehrmacht. Avrà 17 morti a bordo e dovrà andare in bacino per le riparazioni.
In acqua, vicino al portellone della LST197, notiamo il battello del Commodoro comandante della “Task Force” che sta per accostare al punto di attracco n. 2.
La sua nave, generalmente un incrociatore che non imbarca marines e materiali, dovrebbe essere ormeggiata al largo, nel Golfo.
Sulla banchina si nota una “Staff Car”, vettura comando, che attende il Commodoro per condurlo presso qualche comando o reparto da visitare.
Più a destra si notano due automezzi tedeschi probabilmente abbandonati, per guasti o mancanza di carburante, in Sicilia o ad Anzio. Gli americani li hanno trasportati a Pozzuoli e messi in disparte. Trattasi di un tipico camion militare della “Opel” modello “Blitz” e, seminascosta, di una autovettura da ricognizione tipo “Kubelwagen”.







L’elemento dominante, tra le truppe alleate, è il marinaio americano. I più anziani possono riviverlo nei loro ricordi ed i più giovani lo riconoscono tramite l’immensa documentazione cinematografica.
Ma chi erano questi giovani John o Joe come il protagonista della famosa frase di Sciuscià?
Quali sono i loro pensieri, le loro preoccupazioni, le loro aspirazioni?
Oggi, a mezzo della “Rete”, possiamo leggere i loro diari, rivedere le loro foto e frugare tra i loro ricordi. Moltissimi hanno scritto del tempo trascorso a Pozzuoli e della preparazione allo sbarco di Anzio di gennaio 1944 o di quello in Provenza del susseguente agosto 1944.
Tipico è il sito dedicato dal figlio alla memoria di Stanley Galik, seconda foto. “Stan”, nato il 23 novembre 1922 a Belmont, Ohio, il 7° di 10 figli, ha 3 sorelle e 6 fratelli. (Victoria "Vic", Frank Lloyd, Mae, Anthony "Tony", Giovanni "Jay", Andrew "Andy", Dorothy, e Edward "Eddie")
Suo padre John, da Nowy Targ - Polonia, e sua madre Anna da Cervencia – Slovacchia, vennero negli Stati Uniti agli inizi del 1900. Come altri immigrati hanno fatto prima di loro i genitori di “Stan” hanno cercato un nuovo e luminoso inizio in America.
Il 29 giugno 1942, a 19 anni, “Stan” si arruola nella Marina degli Stati Uniti. Durante la licenza che fa seguito alla sua formazione di base a Newport, nel mese di agosto 1942, incontra la sua futura moglie al parco divertimenti Kennywood a West Mifflin, Pennsylvania. “Mel”, detta "Blondie" terza foto, cattura la sua attenzione e così inizia la loro storia d'amore.
Dopo la sua formazione iniziale “Stan” va a Cooks (New Orleans), presso la Scuola Panificatori e Cuochi che frequenta da Agosto a Dicembre 1942.
Dopo il corso è imbarcato come cuoco prima a bordo della Landing Craft Infantry LCI(L) 229, e poi sulla LCI(L) 35, con la quale partecipa a 3 grandi invasioni tra cui, Salerno, Anzio e Normandia, tutte in Europa.
Nel novembre 1944 torna negli Stati Uniti dove sposa la sua "Blondie" nel gennaio 1945. Termina il servizio militare a Washington nel mese di ottobre 1945. Muore nel 1987 a soli 64 anni.
La nave LCI(L) 35, sotto il comando di Imlay, è parte della Task Group 86.8. Di questa fanno parte anche le LCI(L) 12, 13, 14, 32, 214, 215, 216, 219, 229, 231, 232, tutte imbarcazioni che spesso sono presenti nel Porto di Pozzuoli; dove poi trascorrono la maggior parte del tempo, nel gennaio 1944, in preparazione dello sbarco ad Anzio.
Dopo lo sbarco c’è una continua spola di questi mezzi tra Pozzuoli ed Anzio per rifornirvi le truppe che si trovano in grosse difficoltà sulla testa di ponte.
A febbraio la flottiglia si reca a Biserta in Tunisia per caricare ulteriori rifornimenti ed in questa occasione la LCI(L) 35 viene immessa in bacino per urgenti lavori di ripristino. “Stan”, per il maggior tempo libero a disposizione, scrive un gran numero di lettere alla sorella “Mae” ed alla fidanzata “Blondie”. Buona parte delle lettere tratta questioni personali su cosa succede a casa; tuttavia alcune contengono i suoi pensieri, sentimenti e ambizioni.
Nel marzo 1944, dopo essere stata rimessa a nuovo la LCI(L) 35 viene rinviata nella zona di Pozzuoli e continua ad operare con la 2° Flottiglia del Task Group 81,1.
“Stan” riprende, nei momenti liberi, a sbarcare dalla sua nave e, come sempre, con il suo sorriso, il suono della sua voce, la sua spavalderia, il continuo pettinarsi per aggiustare il “ciuffo”, con il pacchetto di Lucky Strike arrotolato sotto le maniche della sua T-Shirt e con in tasca qualche immancabile caramella da donare a qualche nostro sfortunato fratellino, si avventura per la Pozzuoli di Paisà, di Sofia e di Maria.
Attento a non farsi "arrobba 'i scarpe”, dallo “Sciuscià” di turno, acquista innumerevoli cartoline in bianco e nero della Solfatara, dell’Anfiteatro e di qualche altro nostro monumento; tutte immagini che ora fanno la loro bella figura sul sito che lo commemora.
Sono queste piccole cose che appaiono favolose ai nostri scaricatori che, stanchi ed amareggiati perché sporchi di grasso o sorridenti perché sporchi di bianca farina, continuano a lottare ed a non arrendersi per restituire un senso individuale alla tragedia collettiva.
E sono queste stesse piccole cose che sono mancate di più ai figli di “Stan”, oltre alle tante "lezioni" che ha dato, "to do as I say and not as I do" cioè "fate come dico e non come faccio io" parole che ancora risuonano nelle loro orecchie come se fossero state appena dette ieri.
Se lo spazio non fosse tiranno potrei mostrare i nomi ed i volti di tutti i compagni con i quali “Stan”, va in franchigia a Pozzuoli. Sia quelli imbarcati sulla sua stessa LCI 35 che quelli più sfortunati imbarcati sulla gemella LCI 32 affondata il 26 gennaio 1944 vicino Anzio. Alcuni naufraghi feriti sono raccolti da piccoli LCT e trasportati all’immenso 21° Ospedale Generale, sorto nei padiglioni della Mostra d’Oltremare. Questo raggruppa moltissimi ospedali campali. Gli ufficiali medici sono acquartierati presso le vicine Terme di Agnano, dove in ogni stanza sono state rimosse le vasche per far spazio alle brande dell’Esercito, affettuosamente definite “culle”.
Dopo la liberazione di Roma, con i tedeschi in ritirata verso nord, diminuiscono i feriti ricoverati presso l’Ospedale di Napoli. Così il personale, tra cui E. T. Rulison del 51° Evacuation Hospital, ha una notevole quantità di tempo libero per visitare Napoli ed i Campi Flegrei.
Poi ad agosto 1944, al 51° è ordinato di essere il primo ospedale che sbarcherà in Provenza nella Francia meridionale. Il 51st Evacuation Hospital è diviso in 3 unità per l'invasione. E. T. Rulison è assegnato alla seconda unità, a capo di un gruppo di 33 soldati, che costituirà l'ospedale presso il sito designato per la prima operazione. Questa prima ondata viaggia su un convoglio di 50 LCI che parte da Pozzuoli e raggiunge la spiaggia di invasione a St Tropez il 15 agosto.
La quinta foto, forse una delle prime a colori scattata nella nostra cittadina, mostra un folto numero di LCI, attraccate sempre alla banchina Malva, riprese qualche giorno prima della partenza per la Provenza. In primo piano la LCI 2, su cui imbarcherà Rulison, che dopo lo "sciorinio" ha inserito sulle drizze le bandiere di segnalazione per farle asciugare.
Su queste stesse unità imbarcheranno nuovamente i “Ranger”, in addestramento a Lucrino, ed i fanti della 3th Infantry Division in addestramento nella piana di Quarto. Entrambe le unità hanno di già pagato un alto tributo di sangue sulle spiagge di Anzio ed ora vanno nuovamente a morire sotto gli occhi sorridenti dei puteolani per i quali la guerra è terminata da circa un anno; ma non c’è fine per le sue conseguenze.







Giuseppe Peluso







Ringrazio Stan Galik per la disponibilità ad attingere dal sito dedicato alla memoria del Padre: 

domenica 17 luglio 2011

Salvatore Volpe - Il pittore e lo scout






 

Salvatore Volpe - L'artista e lo scout


Il Maestro Salvatore Volpe nasce nel 1910 a Pozzuoli. Si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli e partecipa a competizioni nazionali ed internazionali, ottenendo premi e riconoscimenti. Insegna decorazione pittorica a Napoli ed effettua molti viaggi per conoscere dal vivo opere artistiche di tutti i tempi. Alcune sue opere impreziosiscono Chiese di Pozzuoli e di Napoli; bella la tela raffigurante San Giorgio nell’omonima Chiesa di Pianura. Il Professore Raffaele Giamminelli lo definisce il migliore artista del novecento puteolano, insieme a Giovanni Brancaccio, nonché l’unico, tra i pittori “pozzuolani” che nel suo percorso artistico ha sempre cercato nuove forme espressive.
Appena quindicenne è tra i fondatori del movimento scout nella cittadina flegrea e vi resta fino allo scioglimento voluto dal fascismo. Il 1° Gruppo dell’A.S.C.I. (Associazione Scout Cattolici Italiani) di Pozzuoli viene ufficialmente fondato il giorno 19 marzo 1926 con sede in un locale sito ai Gradoni Turchi Ricotti (lo Scalandrone) e prende il nome di “1° Riparto San Giuseppe”. Nel Riparto è presente anche un gruppetto di giovani “Lupetti”.
Nella prima foto che ritrae l’intera Squadriglia “Aquile”, scattata proprio il 19 marzo 1926, notiamo alcuni scout che diventeranno conosciutissimi cittadini puteolani. Giorgio Lopez e Vincenzo Volpe, seduti. Lulù De Vita, Angelo Gentile e Salvatore Volpe, nella fila centrale. Ciro Giordano, Eduardo Pizzirani e Domenico Gentile, nell’ultima fila.
Già dal 1927 il regime, per favorire l’Opera Nazionale Balilla, ordina la chiusura delle Associazioni scoutistiche laiche C.N.G.E.I (Compagnia Nazionale Giovani Esploratori Italiani) e A.R.P.I. (Associazione Ragazzi Pionieri Italiani). Resta in vita la sola cattolica A.S.C.I. la quale, dopo vari compromessi con la Santa Sede, viene sciolta solo nei centri con meno di 20.000 abitanti. In seguito, con telegramma di Mussolini del 17 aprile 1928 diretto ai prefetti, viene sciolta completamente l’A.S.C.I. anche nelle città maggiori. A Pozzuoli il Riparto si riunisce ufficialmente per l’ultima volta il giorno 13 maggio 1928. Dopo la chiusura della sede scout gli Esploratori puteolani seguono strade diverse e la maggior parte di loro, anche per la giovane età, non si rende pienamente conto della gravità del momento. Alcuni entrano con entusiasmo nell’organizzazione statale dell’Opera Nazionale Balilla pensando ingenuamente di poter proseguire in tale struttura le stesse attività di già sperimentate con il metodo scout. Solo in seguito si accorgeranno della completa diversità fra i due organismi che hanno frequentato. Molti entrano nelle Associazioni Cattoliche Giovanili che un po’ dappertutto fioriscono in Italia proprio per il bisogno di colmare un vuoto spirituale. Nelle Associazioni Cattoliche i giovani puteolani possono continuare ad appagare i loro bisogni di Cristiani alla ricerca della Fede del Servizio e della Comunità.
Già durante la guerra nel 1943, in piena occupazione tedesca, i ricordi dello scautismo tornano vivissimi al cuore e alla mente degli uomini che hanno vissuto tale esperienza. Man mano che l’Italia viene liberata è tutto un unico fervore di ripresa ed i “ragazzi del 28”, qualcuno già brizzolato, tirano fuori le vecchie uniformi, i manuali, le insegne, gelosamente conservati. Da militare Salvatore Volpe è ufficiale dei bersaglieri, spessissimo raccontava dell’utilità dell’esperienza scout che gli era servita ad attenuare la durezza della vita militare, e nell’immediato periodo post armistizio è tra gli artefici della rinascita dello scoutismo a Pozzuoli. Anche in questo periodo i primi a rinascere in Campania sono alcuni Riparti di Napoli e Portici; ma alla fine del 1944, promotori Salvatore Volpe, Magnani e Don Vincenzo Abete, appena ordinato sacerdote e vice parroco di Santa Maria delle Grazie, anche a Pozzuoli viene rifondato il Riparto Scout e le nuove Squadriglie prendono il nome di “Aquile”, “Volpi”, “Leoni” e “Scoiattoli”. Nel contempo viene rifondata la branca Lupetti, questa volta con l’ambientazione da "Il Libro della Giungla" pensata da B.P. per l'educazione dei più piccoli. Nasce così il metodo dei Lupetti che si regge sull'importanza della Fantasia e sulla "Legge del Branco dei Lupi". Infine, novità assoluta per Pozzuoli, per i ragazzi più grandi viene fondata la sezione Pionieri, cioè quelli che prima erano chiamati Senior e poi sarebbero diventati Rover; secondo i nuovi metodi internazionali. La loro Comunità si chiama "Clan". Al suo interno il Rover è l'uomo del bosco in grado di bastare a se stesso e pone le sue doti al servizio della famiglia e della società. Nasce così il metodo della terza branca che si regge sulla felice definizione del fondatore Baden Powell "Una Fraternità dell'aria aperta e del Servizio".
A Salvatore Volpe dobbiamo il disegno dello scudetto regionale “Campania Felix”, vedi seconda foto, che portano sulla camicia tutti gli scout di questa regione. I tre soggetti dello stemma, il Vesuvio, il Mare, la Bussola, riportano subito all’individuazione della regione che intendono rappresentare. Nello stesso tempo essi sono tre forti simboli, Fuoco, Acqua, Orientamento, che riportano alla semplicità ed all’essenzialità dello scautismo. Da ricordare infine che lo stesso Maestro non mancava di ripetere che questi stessi tre simboli lo riportavano ai suoi ardenti Campi Flegrei.
- Il Vulcano, misterioso e spaventoso come la sua Solfatara.
- Il Mare, principale fonte di vita della sua Puteoli.
- La Rosa dei Venti, che gli antichi avevano posto idealmente al centro della Baia della sua Pozzuoli.
Lo scudetto regionale, questa sua piccola opera, ben si riallaccia alle sue esigenze artistiche tese a realizzare stupende sintesi espressionistiche che esaltano i colori forti e violenti della Terra Flegrea.
Salvatore Volpe, oltre a seguire il gruppo scout locale, è un attento osservatore dell’evoluzione che l’associazione attraversa in campo nazionale ed internazionale. Riceve elogi e riconoscimenti, dalla sede centrale dell’A.S.C.I., per attività e contributi dati allo scoutismo Nazionale. Nell’anno 1954 gli Adulti Scout Italiani formano un loro distaccato Movimento, il M.A.S.C.I. (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani). Subito Salvatore Volpe vi aderisce ed a Pozzuoli raduna tutti i vecchi scout storici e crea una Comunità, all’epoca chiamata “Compagnia dei Cavalieri di San Giorgio”. Detta Comunità sarà, fino al 1959 quando nascerà la Comunità Napoli 1°, l’unica Comunità MASCI a sud di Roma. Eredi di questa sono le attuali due Comunità che Pozzuoli oggi vanta nello scoutismo per adulti.
Ma continua ad essere il settore giovanile quello che vede il suo maggiore impegno; nella terza foto lo vediamo in abiti borghesi presso il Seminario Vescovile di Pozzuoli presenziare alle “Promesse” durante un “San Giorgio” di metà anni 50.
Lo scrivente lo ricorda tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 dello scorso secolo quando ben cinque componenti delle Famiglie Peluso, residenti in Villa Maria a Pozzuoli, partecipano attivamente al movimento scout puteolano. In vari incontri e riunioni Salvatore Volpe, con estrema semplicità, racconta delle tre intuizioni che ebbe Baden Powell, Lord Of Gilwill, fondatore delle scoutismo.
- La Prima Intuizione di B.P. fu che al ragazzo bisogna "Dare Fiducia" per ottenere molto e fare affidamento su di esso affinché sì "Impegni sul suo Onore".
- La Seconda Intuizione di B.P. fu di fondare quest'esperienza di responsabilità nella “Cornice della Natura"; in quella che egli chiama "La Scienza dei Boschi".
- La Terza Intuizione di B.P. fu che una proposta educativa non può prescindere da un "Codice di Valori” in cui il ragazzo si riconosca; nasce così l'importanza della "Legge" e della "Promessa".
Il Maestro Salvatore Volpe intuisce l’importanza dell’ideale e del metodo educativo dello scoutismo e lo trasferisce completamente nel movimento puteolano il quale, per opera sua, è stato sempre retto da una ispirazione pedagogica totale, attiva e democratica. Destinatario di questo processo è, per Salvatore Volpe, il ragazzo, il suo spirito d’avventura e di gioco, il suo gusto della vita in mezzo alla natura, il valore del lavoro manuale e l’autogoverno nella vita associativa. Da allora lo scoutismo ha rappresentato un punto di riferimento per le giovani generazioni puteolane che, nello spirito e nello stile scout, hanno maturato una personale visione della vita aderente ai principi di Salvatore Volpe.
Con i dolorosi eventi bradisismici del 1970 a Pozzuoli cessa momentaneamente ogni attività scout. Allora il Maestro Salvatore Volpe, per non perdere i contatti con questo mondo meraviglioso, inizia a frequentare la Comunità degli Adulti Scout di Napoli.
Purtroppo raggiungerà la “Casa del Padre” prematuramente e non potrà gioire per la rinascita, nell’anno 1989, dello scoutismo giovanile nella sua Pozzuoli che al suo nome dedicherà l’intero nuovo Gruppo Scout.

Giuseppe Peluso