lunedì 14 dicembre 2015

Lucrino Beach


Lucrino Beach
Sbarchi saraceni, borbonici, italiani, americani

Le morbide, azzurre e calde acque che vanno da punta Bambinella ad Arco Felice fino alle Stufe di Nerone di Lucrino sono state testimoni di famosi insediamenti balneari ospitati sulle altrettante mitiche spiagge.
Basti ricordare gli storici Lidi Raja, Punzo, Virgilio, Fortuna, Favorita, Vittoria, Ideale, Napoli Centrale, Napoli Stufe; trasformati e poi riuniti nei grandiosi Lido Augusto e Lido Napoli.

Queste stesse spiagge [1] sono state oggetto di sbarchi effettuati da saraceni che si spingono fin qui per saccheggiare le vicine località flegree e per approvvigionarsi d’acqua presso un vecchio acquedotto campano. I pirati vi giungono seguendo una particolare rotta che sfrutta esistenti coni d’ombra nel raggio di tiro dei cannoni piazzati ai castelli di Baia e di Pozzuoli.
Queste stesse spiagge sono poi spettatrici di storiche esercitazioni anfibie effettuate nel tempo da borboni, da italiani, da americani.
  
Ferdinando II di Borbone sale al trono in giovane età, appena 20 anni, ma, consapevole dei problemi politici del regno, compie numerose scelte strategiche sia in campo civile che militare. Dotato di notevoli competenze stabilisce nuovi organici per i corpi di fanteria e cavalleria, ne riordina i comandi ed approva un regolamento che fissa i ruoli di ufficiali e sottufficiali e loro criteri di promozione. Questa e altre riforme fanno, in meno di un decennio, dell'Esercito uno strumento adeguatamente efficiente e moderno, adatto alle esigenze nazionali e internazionali.

Nel 1847 Re Ferdinando pensa di fare un simulacro di guerra, per istruzione delle sue truppe, e sceglie Pozzuoli per campo di battaglia. Il piano è quello di sbarcare nei pressi di questa cittadina, prenderla d’assedio, e marciare poi verso Napoli.
Partecipano alle operazioni circa ventimila soldati, di cui una metà è disposta lungo la costa, da Napoli a Pozzuoli, e l'altra metà imbarcata su battelli a vapore. L'armata di terra è comandata dal generale Filangieri, quella di mare dal Re e dal fratello il conte d'Aquila.

Cominciato l'attacco Ferdinando II tenta di sbarcare a Bagnoli ma accortosi delle forze nemiche, colà pronte ad attenderlo, prende a cannoneggiarle per tutto il litorale e fa dirigere i piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riesce vano perché Filangieri, in previsione di tale movimento, ha fortificato e munito di artiglierie le alture da Montedolce a Pozzuoli, impedendone lo sbarco.
Allora il Re, fingendo di voler concentrare a Baia il suo corpo d'armata, scende a terra con le truppe sulla spiaggia ai piedi di Montenuovo. Però, invece di muovere per Baia, prende la via litoranea per Pozzuoli, vecchia via Erculea ora denominata Miliscola. Nel contempo il conte d'Aquila prende la via della collina superiore, vecchia via Domitiana ora denominata Luciano, con l’intento di stringere Pozzuoli da ambo i lati [2].

Il generale Filangieri, avvedutosi a tempo della diversione delle truppe regie e dell'imminente pericolo di un assalto alla città, con una strategia bene immaginata, comanda alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico con finto fuoco di ritirata. Dopo di aver permesso al Re ed alla sua soldatesca, già sicuri della vittoria, di giungere all'abitato fin verso il palazzo Pollio, piomba loro addosso con la truppa nascosta in tre postazioni strategiche. Ovvero nei pressi del tempio di Serapide, luogo che gli permette di arrestare sulla fronte le truppe guidate dal Re; nella Masseria alla Starza, da poco acquistata dal nobile Francesco Ferraro, luogo che gli permette di aggirare il nemico dal retro; sulla collina di San Francesco, cosa che gli permette di separare le truppe guidate dal conte d’Aquila; praticamente li circonda da ogni parte e li fa tutti prigionieri.

Sull’imbrunire Ferdinando II, circondato dal suo Stato maggiore, fa riunire tutte le fanfare in piazza della Malva, quella che oggi costituisce un giardino pubblico, ed ivi, al tocco dell’Ave Maria e scoprendosi il capo, ordina che al suono delle musiche tutte le truppe rendano in ginocchio ringraziamento a Dio della giornata trascorsa.
In tal modo finisce la così detta “Guerra finta”, di cui rimane viva la memoria a Pozzuoli; la sconfitta del Re, per molti giorni, sarà oggetto di commenti ironici.
  
Per assistere ad altre operazioni anfibie su questa spiaggia bisogna attendere il 1904, lo stesso anno in cui il giovane avvocato Guido Ferraro, nipote del citato Francesco e papà dell’ammiraglio Renato, veleggia per questi lidi sulla sua “Zizià” [3].

Nel settembre iniziano le grandiosi “Manovre Combinate fra Esercito e Marina”.
L’esigenza di questa esercitazione nasce dalle possibili conseguenze derivanti dall’adesione italiana alla Triplice Alleanza.

Con questa coalizione, firmata nel 1882, si materializza il pericolo di una aggressione da parte della Francia; non tanto dal confine alpino sul quale è previsto un comportamento difensivo sia italiano che francese, ma da un probabile grande sbarco nell’Italia meridionale che possa rendere il nemico padrone di Napoli. Ipotesi suffragata dal nostro addetto militare a Parigi che nel giugno del 1883 informa che gli ufficiali francesi della Scuola di guerra studiano il tema di un’offensiva anfibia contro l’Italia meridionale; in particolare nella zona di Napoli.
Su tale presupposto Esercito e Marina conducono, negli anni immediatamente successivi, le loro manovre a partiti contrapposti. La Marina suppone che la squadra sia bloccata nella base di Spezia dalla più potente flotta nemica, ma che una divisione, dislocata a Gaeta, riesca a intervenire contro la scorta al convoglio francese impegnandola all’altezza di Fiumicino; entrambe le forze navali subiscono gravi danni, però gli attaccanti raggiungono egualmente il golfo di Pozzuoli sbarcandovi due corpi d’armata, più una divisione sulla spiaggia del Lago Patria.

In seguito, per sopperire alle deficienze dimostrate nel corso di dette esercitazioni e migliorare le azioni difensive da mettere in atto, si arriva alle manovre combinate tra Esercito e Marina del 1904.
Queste iniziano il 1 settembre con un piano elaborato dal Capo di Stato Maggiore generale Saletta. Si presuppone che la flotta avversaria abbia ridotto all’impotenza la flotta nazionale e stia programmando uno sbarco sulla costa tra i Gaeta e Punta Licosa con naturale obiettivo la citta di Napoli. Il X Corpo d’Armata, preposto alla difesa della Campania, rafforzato da una brigata di milizia territoriale, tenterà di opporsi allo sbarco attendendo rinforzi e il ritorno della Regia Marina.

I difensori, ovvero il partito azzurro comandato dal tenente generale Tarditi già comandante della divisione di Napoli, dispongono di tre brigate di fanteria (Abruzzi, Casale, Reggio), una brigata di milizia territoriale con tre reggimenti, il 6° reggimento di cavalleria Aosta, tre batterie da 87mm del 1° reggimento di artiglieria, una compagnia telegrafisti del 3° genio, una congrua aliquota di servizi di sanità e commissariato, oltre a reparti di Carabinieri e Guardia di Finanza in servizio locale e costiero. La difesa del litorale, al comando del capitano di fregata Bollati di Saint-Pierre, è affidata ai due incrociatori torpedinieri Agordat e Coatit con due squadriglie di sei torpediniere ciascuna.
Gli attaccanti, ovvero il partito rosso comandato dal tenente generale Radicati già comandante la divisione di Salerno, dispongono della brigata di fanteria Salerno, un battaglione dell’8° reggimento bersaglieri, tre squadroni del 11° reggimento di cavalleria Foggia, due batterie da 75mm del 24° reggimento artiglieria, una compagnia zappatori del 1° reggimento genio, congrue aliquote di servizi di sanità e sussistenza.
Per il trasporto delle truppe sono utilizzati dieci piroscafi noleggiati dalla Navigazione Generale, tre corazzate, due incrociatori, due squadriglie di cacciatorpediniere una di torpediniere; il tutto al comando dell’ammiraglio Carlo Leone Reynaudi.
Direttore delle manovre è il generale Tommaso Valles, già comandante del X corpo dell’esercito; capo dei giudici di campo è il generale Allasom. Dalle colline che circondano Pozzuoli, e tutti muniti di binocolo, assistono alle manovre il ministro della guerra Ettore Pedotti, il tenente generale Gallina, l’ammiraglio Augusto Aubry e tantissimi alti ufficiali. Tra gli osservatori stranieri si notano il generale Stoessel, il generale Smirnow, l’ammiraglio Witheffe il principe ereditario Guglielmo di Germania con la sua fidanzata.
L’imbarco delle truppe è eseguito a Napoli nella mattinata del 1 settembre sotto un cielo minaccioso [4-5]. 


Alle 16.00 è dato l’ordine di partenza, in direzione Ponza, dall’incrociatore Carlo Alberto ed i priroscafi mettono il segnale “Q” (che vuol dire pronto) all’albero di trinchetto. I priroscafi si dispongono su due linee; a destra l’Orione, il Manila, il Marco Minghetti, il Po e l’Entella. A sinistra il Montebello, il Vincenzo Florio, lo Scrivia, il Solferino e il Singapore. Alla testa l’ammiraglia incrociatore Carlo Alberto, preceduta da tre torpediniere e seguita dalle corazzate Emanuele Filiberto e Saint-Bon; su ognuno dei due lati del convoglio una squadriglia di quattro cacciatorpediniere; in retroguardia gli incrociatori Varese e Garibaldi [6] con, ad estrema retroguardia, altre tre torpediniere della stessa squadriglia di testa.

Per tutto il giorno 2 il convoglio naviga attorno alle isole ponziane e gli invasori fingono anche di tentare uno sbarco nei pressi di Gaeta, per deviare l’attenzione dei difensori. Poi a tutto vapore si dirigono su Napoli quando nelle prime ore del giorno 3, all’altezza dell’isola di Capri, contro i piroscafi trasportanti la truppa [7] si lancaino gli incrociatori Coatit e Agordat con le torpediniere di difesa. Ma le navi della squadra di offesa, dopo vivo ed audace cannoggiamento le mettono fuori combattimento. Solo una torpediniera della difesa, girando velocemente da Ischia, riesce a silurare la Montebello che si trova più indietro. In suo aiuto accorre nave Garibaldi, ma la torpediniera riesce a sottrarsi ai suoi tiri.

Alle 6.30 le torpediniere battute dalla squadra che protegge le navi da sbarco vanno a rifugiarsi nel porto di Pozzuoli nel mentre verso Capo Miseno si ode un forte cannonnegiamento. Sono le torpediniere del corpo attaccante che avanzano in avanscoperta seguite dalla squadra in ordine di battaglia; corazzate, incrociatori e caccia torpediniere circondano i piroscafi carichi di truppa.
A 1500 metri dalla costa le navi bombardano le colline ove sono apparse le milizie territoriali addette alla difesa della costa e dislocate a Pozzuoli la sera del 2 settembre.
I piroscafi entrano nel magnifico specchio d’acqua di Baia, circondato dalle ridenti colline di Montenuovo, Barbaro, Campiglione e dai poggi che coronano la punta dell’Epitaffio. Il sito è incantevole e la giornata è splendida. Le torpediniere fanno evoluzioni intorno alle navi e bombardano la costa per tenerla sgombra. I dieci priroscafi con le truppe si dispongono lungo la costa, che dai ruderi del tempio di Venere va fino alle vicinanze di Pozzuoli, di fronte al Lago Lucrino.
I piroscafi al largo sono protetti dalle navi da guerra che restano oltre la linea delle boe di verifica bussole; queste boe, unitamente ad una torretta segnaletica (conosciuta come “Torre di Pulcinella”) costruita su ruderi romani sommersi, da tempo sono utilizzate da navi della Regia Marina per la verifica e rettifica delle bussole di bordo.
Una corazzata, la Emanuele Filiberto, è all’altezza di Bagnoli, per sorvegliare i movimenti della squadra nemica. Intanto la milizia territoriale del corpo di difesa si avvicina a Montenuovo. Dalle torpediniere si procede ad un vivo cannonneggiamento che costringe il nemico a ritirarsi.

Alle 7,15 incominciano le operazioni di sbarco, dalle navi e dai piroscafi sono calate in mare tutte le imbarcazioni disponibili dentro le quali prendono posto le truppe. Le imbarcazioni, a due, a tre alla volta, sono rimorchiate da lance a vapore.
La prima a scendere a terra è la compagnia di sbarco della nave Saint-Bon [8], 

agli ordini del tenente di vascello Durazzo, con tre ufficiali in completa tenuta di guerra. In tale momento il cielo si oscura lasciando cadere una pioggia che dura oltre un quarto d’ora. Le imbarcazioni, sotto la pioggia, si accostano alla riva sotto Montenuovo; i marinai per fare più presto a scendere entrano nell’acqua fino alle ginocchia.
A misura che le compagnie di sbarco giungono a terra, parte dei marinai sono mandati in perlustrazione verso Baia e verso Pozzuoli; un’altra compagnia va in perlustrazione su Monte Barbaro e Campiglione.
Il resto si affretta a costruire un piccolo pontile per facilitare lo sbarco delle truppe [9], 

ed a piantare bandiere rosse e gialle per indicare il punto di sbarco alle rispettive navi.
Dopo i marinai scendono a terra i reparti del genio col materiale dei pontili di sbarco, subito costruiti, e alle 8,45 iniziano a scendere quattro compagnie di bersaglieri trasportate da 13 baleniere rimorchiate [10].

Frattanto il tempo si rasserena e dal colle di Montenuovo un piccolo distaccamento della milizia territoriale, che si è tenuto nascosto in una piccola frangia naturale di sassi, inizia un vivissimo fuoco di fucileria contro i bersaglieri.
Subito la corazzata Saint-Bon lancia contro Montenuovo tre cannonate e il piccolo distaccamento si ritira di corsa. Poco dopo i bersaglieri ed i marinai occupano la collina.
Alle 10.30 sbarcano i soldati del 89° e 90° reggimento fanteria, brigata Salerno [11]; i marinai ed i genieri sgomberano subito per facilitare lo sbarco.

Alle 11.00 dalle navi da guerra cominciano a scendere piccoli cannoni da sbarco belli e montati a mezzo dei zatteroni che trasportano quattro pezzi alla volta. Poi i cavalli anch’essi trasportati a riva dai zatteroni sui quali si trovano due marinai; questi coi remi dirigono la rotta ed in prossimità della spiaggia ricevono da terra un ponte cha facilità l’approdo.
Sulla spiaggia funziona un semaforo improvvisato dall’equipaggio dall’ammiraglia Carlo Alberto [12] 

ed intanto altri marinai seminano delle mine che scoppiano con fragore.
Tutte le truppe, a misura che sbarcano, dopo essersi ricomposte per compagnie, si dirigono sulle colline ad est del Lago Lucrino. Le compagnie di sbarco dei bersaglieri e della fanteria occupano Monte Russo e Monte Ruscello; la cavalleria i dintorni del Lago Averno [13]; 

l’obiettivo della fanteria è di raggiungere la Montagna Spaccata, dove gli avamposti sono quasi a contatto, e poi Napoli.
Le operazioni di sbarco continuano; alle 17.30 sbarca l’artiglieria [14], 

alle 19.30 i carriaggi [15] 

ed a mezzanotte la sussistenza [16]; molti soldati custodiscono le vie principali con l’ordine di non lasciar passare nessuno.

Intanto il partito azzurro, che ha le sue forze dislocate tra Qualiano e Giugliano, suppone di dover avanzare verso Torregaveta perché una finta notturna lo ha persuaso che lo sbarco sarebbe avvenuto là.
In realtà lo sbarco sarebbe avvenuto laggiù se all’alba del giorno 2 le cattivissime condizioni del mare, molto mosso, non lo avessero reso arduo.
Solo alle 7.30 del giorno 3, un telegramma ricevuto da Pozzuoli, rivela che lo sbarco sta avvenendo fra Baia e Pozzuoli. Allora il partito azzurro dispone il concentramento a Qualiano e, verso le 8.30, invia l’intero reggimento di cavalleria Aosta verso la Montagna Spaccata sparpagliandolo in varie direzioni per rassicurare la brigata Casale che pure avanza verso il mare.
Gli attaccanti marciano in senso inverso sulla stessa linea e i contendenti vengono a contatto proprio nei pressi della Montagna Spaccata [17]; 

qui due compagnie di difesa respingono un battaglione di bersaglieri assalitori.
In un altro breve combattimento agli Astroni gli sbarcati, che non hanno cavalleria e artiglieria da mettere avanti, sono respinti. Nel pomeriggio la manovra cessa mantenendo ognuno le proprie posizioni; ovvero i difensori il Piano di Quarto e gli assalitori le alture già indicate e precedentemente occupate [18].

Il giorno 4 i difensori si trovano ad avere la brigata Abruzzi, formata dai reggimenti 57° e 58°, schierata tra Monteruscello e Montagna Spaccata; la brigata Casale, formata dai reggimenti 11° e 12°, tra Montagna Spaccata e Camaldoli; e la brigata Reggio, formata dai reggimenti 45° e 46°, di riserva nella zona di Marano; oltre a bersaglieri e milizie territoriali sparse nelle zone limitrofe ai Campi Flegrei.
Il lunedì 5 il direttore generale delle manovre prende nota del seguente dispositivo dei due contendenti che cercano di trincerare le posizioni già occupate e di rafforzarsi portando in prima linea truppe ed artiglierie [19]:

Gli attaccanti, con la tattica precedente, si sono assicurati il possesso dell’importante linea delle alture di Monte Barbaro, Monte Cigliano e Astroni. Da informazioni che hanno assunto risulta che Napoli, salvo pochi reparti costieri, sia sguarnita di truppe; pertanto spingono in quella direzione.
I difensori sono interessati a trattenere il più a lungo possibile il nemico in attesa di rinforzi. Il loro comandante ritiene che se saranno costretti a ritirarsi le sue truppe dirigeranno verso il Volturno e cercheranno di raggiungere la cittadella fortificata di Capua.

Gli attaccanti ottengono rinforzi tali da pareggiare nel numero le forze avversarie ed iniziano ad esercitare una pressione offensiva anche sulla loro sinistra, dove fronteggiano la brigata Abruzzi, ed il giorno 6 riescono ad avanzare fino ad occupare Giugliano e Marano. Si spingono fino a Pantano e Casal di Principe e fanno retrocedere il nemico oltre il Volturno in direzione di Aversa e Caserta.
Il giorno 8 settembre, Festa di Piedigrotta, i combattimenti osservano la consolidata pausa [20] e riprendono il giorno dopo per poi terminare la sera del giorno 10 quando i giudici impongono la cessazione delle esercitazioni.

Passano circa quarant’anni e nella prima metà di dicembre 1943 arrivano a Pozzuoli i Rangers americani del 1°, 3° e 4° battaglione. Hanno duramente combattuto nel fango sul fronte di Cassino, nella zona di San Pietro Infine, subendo perdite pari al quaranta per cento degli effettivi. I soldati piantano le loro tende a Lucrino [21] 

e gli ufficiali si insediano nell’albergo “Sibilla” che viene ribattezzato “Hotel Washington”. Nonostante sia già pieno inverno i soldati americani così ricordano questa località. “Lucrino con le sue morbide acque azzurre e sole caldo, in netto contrasto con la fredda e triste umidità di Monte Corno.
Per il Natale è con loro anche Padre Albert Edward Basil, leggendaria figura di cappellano militare cattolico. I rangers organizzano balli, serate cinematografiche e spettacoli durante i quali ricevono la visita della cantante scozzese “Ella Logan” che diventa la loro mascotte.
I Rangers, comandati dal colonnello William Darby, sono destinati a costituire la “punta di diamante” del previsto sbarco ad Anzio; pertanto si addestrano su queste spiagge [22-23] 


e su quelle di Cuma molto simili a quelle sulle quali, partendo da Pozzuoli, sbarcheranno il 22 gennaio.
Proprio a Pozzuoli, e mentre si imbarcano sulla Princess Beatrix, la Winchester Castle, la Royal Ulstream e tre LST con destinazione le spiagge di Anzio, cantano:

I'm a good infantryman
With the rifle on his shoulder
I eat for breakfast crauto
Come give me my ammunition
Keep me in the third division
I'm a good infantryman

Sono un bravo fantaccino
Col fucile sulla spalla
Mangio crauto a colazione
Orsù datemi la mia munizione
Tenetemi nella terza divisione
Sono un bravo fantaccino

La canzone piace molto a Lucian Truscott, comandante la 3° divisione di cui i rangers fanno parte; molto meno al colonnello Darby che commenta “sono convinti che saranno rose e fiori, ma io credo di no.”
Purtroppo ha ragione, per il 1° ed il 3° battaglione sarà un brutto incontro quello con i carri Tigre tedeschi a Cisterna; solo sei rangers su 761 tornano indietro, gli altri cadono o sono catturati.


BIBLIOGRAFIA
Simon Pocock – Campania 1943 - 2009
Raffaele de Cesare- La fine di un Regno (Napoli e Sicilia) – 1900
Mariano Gabriele – Il fantasma dello sbarco – SISM
AA.VV – L’Illustrazione Italiana n. 37 – 1904
Ian Westwell – US Rangers – 2003
F.Cappellano P.Formiconi – Esercitazioni anfibie R.E. del 1904 – S.M. 2015 

giovedì 19 novembre 2015

Campi Flegrei del Mar di Sicilia


I Campi Flegrei non sono unici
Ci sono anche quelli di Calcidica e quelli del Mar di Sicilia

Nel mentre gli autori antichi chiamano Flegri tutti i luoghi che buttano fuoco, quelli medioevali concordano nel dire che la vera Flegra sia situata in Terra di Lavoro. Ovvero in un luogo posto tra Campana e Quarto, con intorno dei Monti chiamati Leucogei per la loro bianchezza cagionata dal fuoco e dallo zolfo [1].

Tra i classici Diodoro Siculo [2], storico greco-siciliota che chiama Flegra anche il Vesuvio, racconta che Ercole partì dal Tevere e, percorrendo le regioni costiere del paese che per noi ora è l’Italia, raggiunse la piana di Cuma.

Il mito narra che qui esistevano uomini di forza superiore chiamati Giganti; famigerati perché non rispettavano alcuna legge. Tale piana era detta Flegrea, ossia “Ardente”, a causa di un monte che in tempi remoti aveva eruttato un fuoco immane; oggi codesto monte, continua Diodoro, è noto col nome di Vesuvio.
Quando i Giganti seppero dell’arrivo di Ercole si raccolsero tutti assieme e si disposero a battaglia contro di lui; ne nacque uno scontro poderoso per la forza e l’ardire dei Giganti, in cui si dice che Ercole, aiutato dagli Dei, alla fine trionfasse eliminandoli quasi tutti.

Polibio, (storico greco antico), continua a menzionare Timeo di Tauromenio, (storico greco-siciliano) [3], pur avendogli in precedenza dato dell’ignorante, riportandone una affermazione con la quale asserisce che tutta la pianura intorno a Capua e Nola si chiamava un tempo Flegrea. Che essa era stata occupata dagli Etruschi e godeva di grande reputazione per la sua fertilità.

Ribadisce poi che era chiamata, come altre, Flegrea con riferimento a Flegra-Pallene in Calcidica [4] dove la mitologia localizza la lotta tra Zeus e i Giganti.


In questo caso è fuori di dubbio che si debba connettere la battaglia dei Giganti e lo stesso toponimo Flegra al punto da indurre a ritenere che i Campi Flegrei siano una sorta di antica menzione di un'unica leggenda.
Infatti Eudossio (vescovo ariano e Patriarca di Antiochia) e Teagene (tiranno di Megara in Grecia) chiamano Flegra pure il Pallene di Tracia; ovvero la penisola dove sorge l’odierna Cassandra, la più occidentale delle tre penisole della Calcidica nel mare Egeo, che fu coinvolta nella lotta fra gli Dei e i Giganti.
Pertanto gli Antichi appellano con il nome Campi Flegrei tutti i luoghi che con tal nome esprimono sia la natura morfologica dei medesimi, per i fenomeni sulfurei e vulcanici, sia la natura mitologica degli stessi, quando riportano leggende di guerre di giganti.

Giacomo Martorelli, docente di greco e studioso delle antichità nel settecento, riconosce di origine Fenicia l’etmologia del nome Flegra: “mira contentio”, ovvero “meravigliosa contesa” e per lui la base è simile all’etimo della voce “Pallene”, “pale mirabilis”, ovvero “portentosa” [5].
Tutto questo rivoluzionerebbe le nostre certezze circa la derivazione greca di “terre ardenti” e confermerebbe quanto affermato da Diodoro in merito alle guerre, sia nella Pallene di Tracia che nei nostri Campi Flegrei, degli Dei contro i giganti invasori di tali fertili luoghi.
Ma la parola “flegrea”, quale derivazione di ardente, ha preso il sopravvento ed in tempi più recenti altre zone vulcaniche hanno di diritto preso possesso di questo appellativo.

I più famosi tra questi sono i “Campi Flegrei del Mar di Sicilia”, noti anche come “Campi Flegrei del Canale di Sicilia” [6].

Una regione vulcanica sottomarina situata nel canale di Sicilia tra la costa italiana, da cui dista 20 miglia nautiche in direzione nord-est, e l'isola di Pantelleria, in direzione sud-ovest; compresa quindi nelle acque territoriali italiane.
Questa regione vulcanica include una depressione a 1000 metri composta da dodici vulcani, tra cui il più famoso è l'Empedocle.
Gli altri vulcani che compongono i “Campi Flegrei del Mar di Sicilia” sono: “Anfitrite”; “Cimotoe”; “Galatea”; “Madrepore”; “Banco Nerita”; “Banco di Pantelleria”; “Pinne”; “Banco Smyt I”; “Banco Smyt II”; “Banco Terribile”; “Tetide”.

La prima eruzione conosciuta dei “Campi Flegrei del Mar di Sicilia” risale alla prima guerra punica verso il 253 a.C. quando i vulcani “Empedocle” e “Pinne” diventano attivi. Bisogna poi attendere il 1632 quando una seconda eruzione è riconosciuta come attività subacquea attribuita ad “Empedocle”.
Dopo un'attività discutibile del 1701 un'altra eruzione di questo vulcano va dal 28 giugno al 11 agosto 1831 quando dà vita all’isola “Ferdinandea”.

Già dal 22 giugno 1831 sono percepite scosse lievi a Sciacca, ma poi il 28 si sente un forte sussulto, accompagnato da cupo boato, e nello stesso giorno due battelli inglesi, navigando tra Sciacca e Pantelleria, subiscono dei colpi allo scafo, come se avessero urtato qualche cosa.

Il 2 luglio, sempre a Sciacca, si comincia a sentire un odore fetido e i pescatori riferiscono d’aver visto, al largo, il mare ribollire.
Due giorni dopo è raccolta, nello stesso braccio di mare, una grande quantità di pesci morti o tramortiti.
Il primo a osservare fumo e vapori è il capitano siciliano Trefiletti che, attirato da una nube e dai rumori, si avvicina con il suo battello "Gustavo" e vede: «l'acqua del mare sollevarsi per una forza meravigliosa e formare una colonna sormontata da fumo, per una altezza di circa 18 metri e un diametro di almeno 30».

I giorni 10 e 11 luglio il principe Pignatelli, avvicinandosi alla zona con una piccola barca, assiste all'eruzione di ceneri e pietre, accompagnata da lampi e fuochi di diversa forma e colore, ma non vede alcuna terra emersa.
La vede invece il 16 luglio Corrao, il comandante del bastimento napoletano "Teresina", che la valuta alta circa 12 piedi (3,6 metri) sul livello del mare.
E’ questa la nuova isola appena emersa che oggi si usa chiamare “Giulia Ferdinandea” unendo i nomi che le hanno dato il vulcanologo francese Constant Prevost e il vulcanologo napoletano Carlo Gemmellaro [7].


Ma l'isola è battezzata in vari modi dai suoi scopritori e "pretendenti" poiché si ritrova al centro di una travagliata disputa territoriale tra la Gran Bretagna, la Francia ed il Regno delle Due Sicilie.

Il 12 agosto corre sul posto il vulcanologo Gemmellaro, suddito del re delle Due Sicilie, che non riesce a sbarcare a causa delle eruzioni in atto. Comunque fornisce una descrizione dettagliata ed i primi disegni dell’isola che ha raggiunto tre miglia di perimetro ed una altezza di circa 60 metri.

Inizialmente l’isola è chiamata “Graham” dal capitano Jenhouse che vi giunge il 2 agosto 1831 e il 24 ne prende formalmente possesso in nome di Sua Maestà Britannica, piantandovi la bandiera inglese [8].


Il 26 settembre, per contrastare l’azione inglese, arriva in vista della nuova isola il geologo Constant Prevost, inviato dalla Francia a bordo della "Flèche", che la chiama “Giulia” (Juillet) perché nata nel mese di luglio.
Come gli inglesi, anche i francesi approdano sull'isola senza chiedere alcun permesso a re Ferdinando II di Borbone nonostante l'isola sia sorta entro acque prossime alle coste siciliane. Anzi i francesi pongono una targa con la seguente iscrizione: "Isola Iulia – i sigg. Constant Prévost, professore di geologia all'Università di Parigi – Edmond Joinville, pittore - 27, 28, 29 settembre 1831".
In segno di possesso viene innalzata sul punto più alto la bandiera francese.

Praticamente l'isola avrebbe goduto, all'epoca, dello stato di “insula in mari nata”; cioè, in quanto emersa dal mare, la prima nazione o persona a mettervi piede avrebbe potuto rivendicarla legittimamente, in questo caso gli Inglesi.
Il fatto che fosse in acque territoriali siciliane però complica la situazione e questi avvenimenti fanno montare una protesta degli abitanti del Regno delle Due Sicilie che, assieme a quelle del capitano Corrao, arrivano anche alla casa borbonica. Si propone di nominare l'isola con nome italiano e si chiedono al re provvedimenti contro il sopruso inglese.

Il re Ferdinando II, constatato l'interesse internazionale che l'isoletta ha suscitato, invia sul posto la corvetta “Etna” al comando dello stesso capitano Corrao il quale, sceso sull'isola, pianta la bandiera borbonica battezzando l'isola "Ferdinandea" in onore del suo sovrano.

Dalla fine dell'eruzione l'isola è soggetta a crolli ed sprofondamenti. Il 7 novembre si nota solo una grande e bassa spiaggia sulla quale si erge una collina alta 20 metri; a dicembre non si vede altro che il frangere delle onde su un basso fondale ed a gennaio 1832 si notano dei picchi solo a due metri di profondità.
A questo punto la storia dell’isola è conclusa; essa, formata da scorie e lapilli, è stata demolita dal moto ondoso e probabilmente anche abbassata da un collasso della camera magmatica. Resta una estesa secca, nota come ”Banco di Graham” (nome adottato dalla Royal Geographical Society di Londra riprendendo quello scelto dal capitano Denhouse), il cui punto più alto si trova ad otto metri dalla superficie [9].
 
Nel 1846, il 12 agosto 1863, nel 1867 e forse anche il 30 settembre 1911, l'isoletta riappare ancora in superficie, per poi scomparire nuovamente dopo pochi giorni. Di essa restano solo i molti nomi avuti in seguito alla disputa internazionale: “Julie”, “Nerita”, “Corrao”, “Hotham”, “Graham”, “Sciacca”, “Ferdinandea”; troppi per una piccola isola spuntata di colpo dal mare e rimasta visibile appena quattro mesi.

Ciò che avvenne in quella lontana estate altro non era che un fenomeno legato al diffuso vulcanesimo di questo tratto di mare. Oltre alle due isole completamente vulcaniche di Pantelleria e Linosa, in questo settore del Mediterraneo, ci sono infatti altri diversi apparati vulcanici sommersi che sono stati attivi in tempi geologici recenti. Per questi motivi questo tratto di mare è stato addirittura chiamato "Campi Flegrei del Mar di Sicilia", a indicarne l'intensa attività vulcanica e post-vulcanica con frequenti emissioni fumaroliche e termali; così come avviene nei nostri Campi Flegrei.

A scanso di equivoci, e visto probabili segnali premonitori di una riemersione dell’isola, i siciliani hanno posto sulla superficie del banco sottomarino una targa in pietra, sulla quale si legge:
«Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano.»

BIBLIOGRAFIA
AA.VV - Memorie Di Matematica E Fisica – 1799
AA.VV – Isola Ferdinandea – Wikipedia -
Paolo Colantoni –C’era una volta un’isola – luglio 1982

Paolo Colantoni – Rischio vulcanico - ENI – settembre 2011

lunedì 26 ottobre 2015

La Solfatara e i Diavoli che la infestano


La Solfatara, i diavoli che la infestano
e la Commemorazione dei Defunti

Giulio Cesare Capaccio [1] con la famosa guida seicentesca riferisce che nella

Solfatara i Venerabili Padri Cappuccini, che abitano nella vicina Chiesa di S. Gennaro, spesso sono travagliati dai Diavoli.
I fraticelli vanno attestando che più volte nel loro convento sono apparsi demoni e fantasmi e ancora più spesso sono rimasti terrorizzati sentendo ululati che provocano grandissimo spavento.
Anni addietro, continua il Capaccio, il Vescovo di Pozzuoli Leonardo Vairo [2]

gli ha raccontato che ad un giovine pugliese, che studiava in Napoli, essendogli stato rubato ciò che aveva e fattosi tentare dal Diavolo gli promise che se gli avesse fatto ricuperare la roba perduta gli avrebbe fatta “promissione di darglisi in potestà”. Praticamente gli aveva fatto promessa di concedergli l’anima, e di ciò era pronto a farne testimonianza in un contratto scritto col filo del proprio sangue.
Per eseguire quella diabolica volontà se ne venne in questo luogo della Solfatara ove, invocato il Diavolo e cavatosi sangue dal braccio, scrisse la sua promessa. Appena fatto questo nel vedere visioni orribili, con tanti diavoli attorno, cadde in tanta confusione che, fattosi il segno della croce, si ritirò al Convento dei Padri Cappuccini e narrò il tutto al Padre Guardiano.
Questo buon frate volle farne partecipe il Vescovo che aveva avuto incarico da Roma di riconoscere tutti i patti religiosi. Il Vescovo volle avvisarne sua Santità il quale comandò che si cercasse il detto giovane e che fosse condannato nelle galere; cosa che fu fatta e il giovane fu effettivamente castigato con penitenza adeguata al delitto.
Il Capaccio aggiunge che il detto Vescovo gli disse ancora che nel suo bagno Ortodonico aveva avuto relazione da molti che si sentivano pianti e gemiti. Perciò egli faceva quel luogo simile a quello dove fu ritrovata, e liberata, l’anima
del diacono Pascasio dal Vescovo di Capua, San Germano; questo luogo, dove il Santo veniva a curarsi un artrite e chiamava Purgatorio, altro non era che una stufa termale della vicina Agnano [3].

Anche Sigisberto nelle sue “Cronache” chiama questi, ed altri simili luoghi, Purgatori e dice che in Sicilia sono chiamati “Olla Vulcani” (pentole vulcaniche) dagli abitatori. Sigisberto [4] dice che era stato riferito da un Cittadino ad un

 Religioso (che da Gerusalemme era venuto in Sicilia e da lui ricevuto come ospite) che le anime dei morti in quei fuochi pagavano la pena secondo i meriti. Aggiunge poi che in questi luoghi si ascoltavano voci di Demoni e che per mezzo delle elemosine, e delle orazioni dei fedeli, quelle anime erano liberate dalle fiamme.
Sigisberto continua col dire che l’Abate Odilo Cluniacense [5], avendo udito

questo racconto da un certo Peregrino, istituì per tutti i suoi Monasteri che “…siccome nel primo di Novembre si celebra la festività di Tutti i Santi, così nel giorno seguente si facesse memoria di tutti i defunti, il quale rito è fatto solenne in tutta la Chiesa”.
Il Tritemio [6] aggiunge che questo racconto fu riferito da un Eremita ad Ansfrido Monaco.

Pietro Damiano [7] Vescovo Ostiense e Cardinale riferisce aver udito da Umberto Arcivescovo che ritornava dalla Puglia che

“.. in un luogo vicino Pozzuoli era eminente un promontorio tra acque nere e fetide, dalle quali bruttissimi uccelli sorgeano, che dall’ora vespertina del Sabato, fino all’oriente della seconda sera era solito di lasciarli vedere con aspetti umani, andar vagando per il monte, stendere le ali, e col rostro mirarsi le penne, li quali ne mangiar si vedevano, ne potevano essere presi in qualsivoglia maniera, e che veniva dietro a quelli un corvo il quale, essendo udito crocitare, quelli si immergevano nelle acque…”.
Riferisce anche che alcuni solevano dire che quelli erano anime destinate ai supplizi le quali in tutta la settimana erano cruciate e afflitte, ma nel giorno della Domenica, per gloria della Resurrezione del Signore, sentivano refrigerio.
Dice oltre a ciò l’istesso Damiano, che essendo questa opinione ributtata da Desiderio Abbate Cassinese [8],

avendo letto gli scritti suoi e avendo Umberto detto di volerlo dire a quelli che in quel paese abitano, non volle ne affermarlo ne negarlo.
Lo stesso Pier Damiano nell’epitaffio a Damiano Loricato [9],

dice d’aver udito dal medesimo Desiderio, che poi fu papa Vittore III, che
“…un servo di Dio, abitando in luogo solitario su di una rupe scoscesa lungo la Campagna che va a Pozzuoli, una notte recitando i suoi consueti salmi apre la finestra e vede passare per quella via molti uomini neri che sembrano etiopi. Questi portavano grandi sarcine di fieno e chiese loro chi fossero ed in grazia di chi portassero gran provvigioni; per giumenti forse?
Siamo, risposero essi, Spiriti Infernali e non portiamo queste cose in cibo a pecore ma bensì per alimentare i fuochi che bruciano gli uomini poiché aspettiamo Pandolfo il Principe di Capua che è già morto e Giovanni Duca di Napoli che ancora vive…”
E questo testo è anche citato dall’illustre Cardinale Baronio [10] per dimostrare che i due pubblici personaggi erano stati condannati all’inferno.


 NOTE E FOTO

[1] Giulio Cesare Capaccio, nato a Campagna nel 1550 e morto a Napoli nel 1634, teologo, storico e poeta del Regno di Napoli.

[2] Leonardo Vairo, Magliano Vetere 1543 – Pozzuoli 1603, dell’Ordine di San Benedetto, vescovo di Pozzuoli dal 1587. Si adopera moltissimo nella scrupolosa applicazione delle nuove norme emanate dal Concilio di Trento.

[3] San Germano, morto nel 540, è stato vescovo di Capua ed è ricordato per l'episodio della liberazione dal purgatorio del diacono Pascasio. Questo gli si era presentato come il custode della sorgente delle acque termali di Agnano dove Germano era andato a curarsi.

[4] Sigebert di Gembloux, 1030 circa – 1112, monaco benedettino, autore del Chronicon; opera storica che abbraccia il periodo compreso tra il 381 e il 1111. Nel 998, secondo la sua Cronaca, I'abate di Cluny, Sant'Odilone, dispose che in tutti i conventi cluniacensi il 2 novembre, dopo i vespri di Ognissanti, si celebrasse la memoria dei defunti e si pregasse per loro.

[5] Odilone di Cluny (961-1019) fu il quinto abate di Cluny dal 994 sino al 1048. La riforma cluniacense fu un movimento di riforma ecclesiale dell'alto medioevo che ebbe la sua origine nell'abbazia benedettina di Cluny, in Borgogna, e poi s’estese a tutta la Chiesa cattolica.

[6] Giovanni Tritemio, dal latino Johannes Trithemius, pseudonimo di Johann Heidenberg (1462-1516) è stato un esoterista, storico, scrittore, astrologo, umanista e crittografo tedesco.

[7] San Pier Damiani, Ravenna 1007 – Faenza 1072, è stato un teologo, vescovo e cardinale italiano venerato come Santo. Fu grande riformatore e moralizzatore della Chiesa e diceva di considerarsi Petrus ultimus monachorum servus (Pietro, ultimo servo dei monaci).

[8] Desiderio, 1027 – 1087, Abate di Montecassino (1058-1086) all'epoca dell'apogeo del monastero benedettino e poi papa con il nome di Vittore III. Fu tra coloro che in età romanica incarnarono più pienamente la figura dell'abate costruttore e patrono delle arti.

[9] San Domenico Loricato (X sec.), monaco camaldolese originario del Cagliese, fu chiamato dal suo amico e maestro S. Pier Damiani a reggere una nuova comunità eremitica, fondata alle falde del San Vicino. Fu l'eroe della penitenza, una penitenza inaudita, tutta tesa a mortificare il proprio corpo, al


punto da indossare, senza mai toglierla, una specie di camicia di ferro a maglie concatenate, la "lorica", da cui prese il nome.


[10] Cesare Baronio, Sora 1538 – Roma 1607, è stato uno storico, religioso e cardinale. Il suo nome è legato alla redazione dei primi volumi degli “Annales ecclesiastici”.