lunedì 26 ottobre 2015

La Solfatara e i Diavoli che la infestano


La Solfatara, i diavoli che la infestano
e la Commemorazione dei Defunti

Giulio Cesare Capaccio [1] con la famosa guida seicentesca riferisce che nella

Solfatara i Venerabili Padri Cappuccini, che abitano nella vicina Chiesa di S. Gennaro, spesso sono travagliati dai Diavoli.
I fraticelli vanno attestando che più volte nel loro convento sono apparsi demoni e fantasmi e ancora più spesso sono rimasti terrorizzati sentendo ululati che provocano grandissimo spavento.
Anni addietro, continua il Capaccio, il Vescovo di Pozzuoli Leonardo Vairo [2]

gli ha raccontato che ad un giovine pugliese, che studiava in Napoli, essendogli stato rubato ciò che aveva e fattosi tentare dal Diavolo gli promise che se gli avesse fatto ricuperare la roba perduta gli avrebbe fatta “promissione di darglisi in potestà”. Praticamente gli aveva fatto promessa di concedergli l’anima, e di ciò era pronto a farne testimonianza in un contratto scritto col filo del proprio sangue.
Per eseguire quella diabolica volontà se ne venne in questo luogo della Solfatara ove, invocato il Diavolo e cavatosi sangue dal braccio, scrisse la sua promessa. Appena fatto questo nel vedere visioni orribili, con tanti diavoli attorno, cadde in tanta confusione che, fattosi il segno della croce, si ritirò al Convento dei Padri Cappuccini e narrò il tutto al Padre Guardiano.
Questo buon frate volle farne partecipe il Vescovo che aveva avuto incarico da Roma di riconoscere tutti i patti religiosi. Il Vescovo volle avvisarne sua Santità il quale comandò che si cercasse il detto giovane e che fosse condannato nelle galere; cosa che fu fatta e il giovane fu effettivamente castigato con penitenza adeguata al delitto.
Il Capaccio aggiunge che il detto Vescovo gli disse ancora che nel suo bagno Ortodonico aveva avuto relazione da molti che si sentivano pianti e gemiti. Perciò egli faceva quel luogo simile a quello dove fu ritrovata, e liberata, l’anima
del diacono Pascasio dal Vescovo di Capua, San Germano; questo luogo, dove il Santo veniva a curarsi un artrite e chiamava Purgatorio, altro non era che una stufa termale della vicina Agnano [3].

Anche Sigisberto nelle sue “Cronache” chiama questi, ed altri simili luoghi, Purgatori e dice che in Sicilia sono chiamati “Olla Vulcani” (pentole vulcaniche) dagli abitatori. Sigisberto [4] dice che era stato riferito da un Cittadino ad un

 Religioso (che da Gerusalemme era venuto in Sicilia e da lui ricevuto come ospite) che le anime dei morti in quei fuochi pagavano la pena secondo i meriti. Aggiunge poi che in questi luoghi si ascoltavano voci di Demoni e che per mezzo delle elemosine, e delle orazioni dei fedeli, quelle anime erano liberate dalle fiamme.
Sigisberto continua col dire che l’Abate Odilo Cluniacense [5], avendo udito

questo racconto da un certo Peregrino, istituì per tutti i suoi Monasteri che “…siccome nel primo di Novembre si celebra la festività di Tutti i Santi, così nel giorno seguente si facesse memoria di tutti i defunti, il quale rito è fatto solenne in tutta la Chiesa”.
Il Tritemio [6] aggiunge che questo racconto fu riferito da un Eremita ad Ansfrido Monaco.

Pietro Damiano [7] Vescovo Ostiense e Cardinale riferisce aver udito da Umberto Arcivescovo che ritornava dalla Puglia che

“.. in un luogo vicino Pozzuoli era eminente un promontorio tra acque nere e fetide, dalle quali bruttissimi uccelli sorgeano, che dall’ora vespertina del Sabato, fino all’oriente della seconda sera era solito di lasciarli vedere con aspetti umani, andar vagando per il monte, stendere le ali, e col rostro mirarsi le penne, li quali ne mangiar si vedevano, ne potevano essere presi in qualsivoglia maniera, e che veniva dietro a quelli un corvo il quale, essendo udito crocitare, quelli si immergevano nelle acque…”.
Riferisce anche che alcuni solevano dire che quelli erano anime destinate ai supplizi le quali in tutta la settimana erano cruciate e afflitte, ma nel giorno della Domenica, per gloria della Resurrezione del Signore, sentivano refrigerio.
Dice oltre a ciò l’istesso Damiano, che essendo questa opinione ributtata da Desiderio Abbate Cassinese [8],

avendo letto gli scritti suoi e avendo Umberto detto di volerlo dire a quelli che in quel paese abitano, non volle ne affermarlo ne negarlo.
Lo stesso Pier Damiano nell’epitaffio a Damiano Loricato [9],

dice d’aver udito dal medesimo Desiderio, che poi fu papa Vittore III, che
“…un servo di Dio, abitando in luogo solitario su di una rupe scoscesa lungo la Campagna che va a Pozzuoli, una notte recitando i suoi consueti salmi apre la finestra e vede passare per quella via molti uomini neri che sembrano etiopi. Questi portavano grandi sarcine di fieno e chiese loro chi fossero ed in grazia di chi portassero gran provvigioni; per giumenti forse?
Siamo, risposero essi, Spiriti Infernali e non portiamo queste cose in cibo a pecore ma bensì per alimentare i fuochi che bruciano gli uomini poiché aspettiamo Pandolfo il Principe di Capua che è già morto e Giovanni Duca di Napoli che ancora vive…”
E questo testo è anche citato dall’illustre Cardinale Baronio [10] per dimostrare che i due pubblici personaggi erano stati condannati all’inferno.


 NOTE E FOTO

[1] Giulio Cesare Capaccio, nato a Campagna nel 1550 e morto a Napoli nel 1634, teologo, storico e poeta del Regno di Napoli.

[2] Leonardo Vairo, Magliano Vetere 1543 – Pozzuoli 1603, dell’Ordine di San Benedetto, vescovo di Pozzuoli dal 1587. Si adopera moltissimo nella scrupolosa applicazione delle nuove norme emanate dal Concilio di Trento.

[3] San Germano, morto nel 540, è stato vescovo di Capua ed è ricordato per l'episodio della liberazione dal purgatorio del diacono Pascasio. Questo gli si era presentato come il custode della sorgente delle acque termali di Agnano dove Germano era andato a curarsi.

[4] Sigebert di Gembloux, 1030 circa – 1112, monaco benedettino, autore del Chronicon; opera storica che abbraccia il periodo compreso tra il 381 e il 1111. Nel 998, secondo la sua Cronaca, I'abate di Cluny, Sant'Odilone, dispose che in tutti i conventi cluniacensi il 2 novembre, dopo i vespri di Ognissanti, si celebrasse la memoria dei defunti e si pregasse per loro.

[5] Odilone di Cluny (961-1019) fu il quinto abate di Cluny dal 994 sino al 1048. La riforma cluniacense fu un movimento di riforma ecclesiale dell'alto medioevo che ebbe la sua origine nell'abbazia benedettina di Cluny, in Borgogna, e poi s’estese a tutta la Chiesa cattolica.

[6] Giovanni Tritemio, dal latino Johannes Trithemius, pseudonimo di Johann Heidenberg (1462-1516) è stato un esoterista, storico, scrittore, astrologo, umanista e crittografo tedesco.

[7] San Pier Damiani, Ravenna 1007 – Faenza 1072, è stato un teologo, vescovo e cardinale italiano venerato come Santo. Fu grande riformatore e moralizzatore della Chiesa e diceva di considerarsi Petrus ultimus monachorum servus (Pietro, ultimo servo dei monaci).

[8] Desiderio, 1027 – 1087, Abate di Montecassino (1058-1086) all'epoca dell'apogeo del monastero benedettino e poi papa con il nome di Vittore III. Fu tra coloro che in età romanica incarnarono più pienamente la figura dell'abate costruttore e patrono delle arti.

[9] San Domenico Loricato (X sec.), monaco camaldolese originario del Cagliese, fu chiamato dal suo amico e maestro S. Pier Damiani a reggere una nuova comunità eremitica, fondata alle falde del San Vicino. Fu l'eroe della penitenza, una penitenza inaudita, tutta tesa a mortificare il proprio corpo, al


punto da indossare, senza mai toglierla, una specie di camicia di ferro a maglie concatenate, la "lorica", da cui prese il nome.


[10] Cesare Baronio, Sora 1538 – Roma 1607, è stato uno storico, religioso e cardinale. Il suo nome è legato alla redazione dei primi volumi degli “Annales ecclesiastici”.

lunedì 12 ottobre 2015

EXPO MILANO 1906



Esposizione Universale di Milano del 1906

La partecipazione dell’Armstrong di Pozzuoli

Milano, sede della EXPO 2015, non è nuova ad un evento del genere. La città infatti già nel 1906 ospita una grande mostra, riconosciuta come una delle prime Esposizioni Universali [1].

Esposizione, quella del 1906, che vede l’indiretta presenza di Pozzuoli, delle sue maestranze e della sua laboriosità attraverso la partecipazione dell’Armstrong.

Dalla seconda metà dell’ottocento le grandi città sono protagoniste e palcoscenico di esposizioni organizzate con l’intento di far conoscere, al grande pubblico, prodotti e tecnologie della nascente e moderna era industriale.
La prima è Londra che nel 1851 organizza una “Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations” in Hide Park dove è costruita una struttura in ferro denominata Crystal Palace. Seguono altre tra cui Parigi nel  1889  con la sua “Exposition Universelle” e la Torre Eiffel che è ancora là a suo ricordo.
Milano già precedentemente è protagonista di attività fieristica; nel 1881 con “L’Esposizione Nazionale”, un evento importante per la storia di Milano e d’Italia, a soli nove anni dall’unità, e nel 1894 con “Le Esposizioni Riunite” che, seppure con risultati leggermente minori rispetto alla manifestazione del 1881, serve a ravvivare le energie in un momento di crisi per le industrie nazionali.

Promotori e fautori dell’organizzazione dell’Esposizione Internazionale di Milano 1906 sono, nel 1901, la Lega Navale e l’Associazione Lombarda dei Giornalisti, che propongono una grande Mostra sui mezzi di trasporto per acqua. In seguito viene l’idea di associare la realizzazione dell’Esposizione alla data memorabile del completamento del traforo alpino del Sempione. Questo porta ad un ripensamento dell’Expo, che assume un carattere di universalità nel campo del lavoro e un’estensione mondiale nelle partecipazioni.
L'esposizione diventa subito un evento di grande portata e finisce per ospitare anche grandi rappresentanti dell'agricoltura, delle scienze, del sociale, tanto da passare alla storia come la prima Esposizione Universale Italiana. Essa si snoda tra circa 200 padiglioni su una superficie espositiva, compresa tra il Parco del Sempione e la nuova piazza d'Armi, di un milione di mq e vede la presenza di circa 10 milioni di visitatori giunti da ogni parte del mondo. Come quelle di Londra e di Parigi anche questa Esposizione lascia una traccia del suo passaggio con la costruzione dell'Acquario Civico, ancora oggi una delle costruzioni più rappresentative.
L'esposizione di Milano sancisce la rinascita sociale ed economica della città, consacrandola a capitale industriale italiana. 

L’Esposizione è inaugurata a Milano il 28 aprile del 1906 [2] e dura fino all’11 novembre dello stesso anno. Il tema dell’Esposizione è “La scienza, la città e la vita”. Questo titolo è emblematico del fatto che a differenza di tutte le precedenti Esposizioni Universali ottocentesche, che si erano limitate a esibire macchinari e prodotti, ora si mettono, per la prima volta al centro gli uomini, la società, il lavoro, con tutte le possibili evoluzioni non solo tecniche ma anche sociali.
Centinaia gli edifici che ospitano l’Esposizione e che sono stati progettati dai migliori architetti dell’epoca in uno stile moderno; un liberty in una versione non molto rigorosa, e neppure raffinata.
Per l’Esposizione sono costruiti più di 120 tra caffè, buvette e ristoranti. Un esempio di innovazione portata dall’Esposizione è rappresentata dalla presentazione di una nuova tipologia di ristoranti, i self service che nascono grazie ad una intuizione dell’epoca.

Questa esposizione vede la partecipazione della italo inglese Armstrong che nel 1886 ha impiantato a Pozzuoli proprie officine per la costruzione di artiglierie navali.
Nel 1903 questa fabbrica, ancora filiale della casa madre “WG Armstrong Mitchell & Co. Elswick Works”, per combattere e risolvere la concorrenza del gruppo siderurgico guidato dalla “Terni”, fa un accordo con la ditta Ansaldo di Genova. Nasce così la Gio. Ansaldo-Armstrong Whitworth & C. Ltd.  che diventa la più grande industria meccanica italiana specializzata nella produzione bellica; con una capacità di impiego di 16 mila operai.
Con questa ragione sociale la grande fabbrica partecipa all’expo milanese andando ad occupare un bellissimo edificio a lei dedicato; esattamente il 17° padiglione in Piazza d’Armi, progettato dall’architetto Brongi [3-4-5].




Due sono le bocche da fuoco che questo stabilimento espone al naturale; un cannone da 102 mm su affusto navale ed un cannone da 76 mm da campagna, su affusto a deformazione. Presenta, inoltre, una interessante serie di modelli e di disegni, comprendenti un tubo di lancio subacqueo, diversi impianti corazzati, un affusto a scomparsa ed un meccanismo di chiusura per cannone a tiro rapido da 76 mm.
Nel padiglione sono esposte foto, progetti e modelli di tutte le artiglierie in produzione che poi sono riportate nell’opuscolo “Lo Stabilimento Armstrong di Pozzuoli all’Esposizione di Milano – 1906” [6] che il personale di servizio, tra cui molti operai puteolani, distribuisce ai numerosi visitatori e delegazioni internazionali.

Una dettagliata descrizione dei pezzi d’artiglieria esposti la si trova ugualmente nella dispensa “I Materiali d’Artiglieria all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906”, che riporta anche le bocche da fuoco esposte da altri fabbricanti, italiani e stranieri.
La stessa Armstrong stampa e distribuisce una cartolina commemorativa dell’avvenimento riportando, sulla stessa, la foto del pezzo da campagna da 76/84 con tutte le sue caratteristiche [7].


I prodotti della Armstrong sono comunque presenti anche nei padiglioni in cui espone la Regia Marina Italiana alla quale è riservato un posto d’onore nella sezione “Trasporti Marittimi e Fluviali”.
L’interessante opuscolo “La Regia Marina Italiana all'Esposizione di Milano 1906” riporta che affinché nessun servizio sfugga all' attenzione del visitatore, il materiale esposto dalla Marina è ordinato nelle seguenti classi:

Cartografia — Costruzioni di terra ferma — Progetti di navi e studi — Costruzione dello scafo ed annessi — Motrici e macchinari — Armi e difese — Impianti elettrici — Segnalazioni — Igiene e servizi sanitari — Istituti, materiale scientifico, pubblicazioni — Mostra retrospettiva.

In particolare nella sezione Armi e Difese  sono descritti e raffigurati i cannoni a retrocarica in servizio e qui si nota che quasi tutti i modelli sono prodotti dall’Armstrong di Pozzuoli.

Partendo dal calibro più basso l’opuscolo riferisce che sulle navi più moderne il cannone da 76 mm. sostituisce i calibri da 37, 47, 57 che non verranno più riprodotti. Aggiunge che parte di questi cannoni da 76 mm. sono forniti dalla Armstrong di Pozzuoli, e parte dalle Officine di S. Vito.
Passa poi a descrivere il cannone da 120 mm. che è l’unico non costruito a Pozzuoli ma aggiunge che queste bocche da fuoco sulle navi moderne non si useranno più..
Viene poi il cannone da 152 mm. e riferisce che questi pezzi, forniti alla Marina in gran parte da Armstrong, costituiscono l'armamento secondario delle nostre navi.
Si passa al cannone da 203 mm. che costituisce l'armamento principale delle ultime nostre navi e sono tutti torniti dalla Ditta Armstrong.
Il cannone da 305 mm. costituisce l'armamento di grosso calibro di tutte le ultime nostre navi e sono stati forniti alla Marina dalla Ditta Armstrong [8].    


Vicino al padiglione Ansaldo-Armstrong troviamo quello della città di San Pier d’Arena, uno dei pochi che non sia in Liberty. Esso ha riferimenti talmente espliciti alla propria attività, ovvero la cantieristica navale principale attività di questa cittadina che nel 1926 sarà annessa dalla vicina Genova, da assumere un effetto terribilmente “kitsch”.

Fa piacere ricordare che questa cittadina in quegli anni è particolarmente legata alla Lega Navale che, come riferito, è tra le prime promotrici della Esposizione Internazionale. Tra l’altro a Sanpierdarena ancora esiste una bella palazzina in stile Liberty/Marine già sede della locale Lega Navale

Giuseppe Peluso - Notiziario CSTN - Lega Navale - Giugno 2015

lunedì 28 settembre 2015

Dal Siluro al Paperino




 I.M.N. - Industria Meccanica Napoletana
Dal siluro al Paperino

Sui relitti del glorioso Silurificio Italiano nel 1948 nasce a Baia una moderna fabbrica che con coraggio affronta lo studio e la produzione di un veicolo popolare a basso prezzo.

Per la storia di questa industria si rimanda al seguente link: http://giuseppe-peluso.blogspot.it/search/label/03%20La%20IMN%20di%20Baia

Qui di seguito una panoramica su depliant, broscure e pagine pubblicitarie dei primi anni cinquanta; tutti disegni rigorosamente in bianco e nero.

Sarebbe opportuno ampliare questa raccolta con materiale e ricordi che certamente sarà gradito a tutti coloro che vorranno mantenere viva la memoria di un passato industriale. 






















sabato 19 settembre 2015

Regia Nave Benedetto Brin



Benedetto Brin [1] nasce a Torino il 17 maggio 1833 da Giovanni, che muore prima della nascita del figlio, e da Vittoria Binda. 

Si iscrive ai corsi di ingegneria nell'università di Torino e si laurea non ancora ventenne. Segnalato a Camillo Benso conte di Cavour, per i suoi meriti, nel 1853 entra col grado di allievo ingegnere navale nella marina sarda ed è destinato a Genova, alle dipendenze del direttore delle costruzioni navali nel Regio cantiere della Foce. Sempre per interessamento di Cavour, che ne apprezza le doti di ingegno e di preparazione, è inviato per un biennio a Parigi presso l'“Ecole d'application du géniemarittime” e questo periodo di studio resta una componente importante della sua formazione scientifica. Nel 1863 è chiamato dal ministro della Marina come consulente per le costruzioni navali e poi, nel 1868 dall'ammiraglio Augusto Riboty nuovo ministro della Marina, a far parte del Consiglio superiore di marina.

Dopo la disastrosa guerra del 1866 il ministro Riboty incarica il Brin di progettare i piani di una nuova classe di nave di linea potentemente armata ma poco vulnerabile; saranno queste le corazzate tipo "Duilio".
Intanto il 10 luglio 1873 diventa nuovo ministro l'ammiraglio Simone Antonio Pacoret de Saint-Bon. Le eccezionali capacità dimostrate dal Brin con i progetti navali ne fanno l’uomo di punta del nuovo programma di rinnovamento della marina che il Saint-Bon propugna; pertanto è nominato direttore generale delle costruzioni e segretario generale del ministero.
Nel 1875 prepara i piani delle navi "Italia" e "Lepanto" che, rispetto alle "Duilio", hanno maggiore potenza offensiva.
Nel marzo 1876, col primo ministero Depretis, il Brin è nominato Ministro della marina e continua l'orientamento del Saint-Bon favorevole alle grandi navi. Il suo incarico va dal 1º marzo 1876 al 24 marzo 1878, durante i primi due ministeri Depretis, e dal 24 ottobre al 18 dicembre 1878 durante il primo ministero Cairoli.
Da ricordare che il Brin, col disegno di legge presentato nel marzo 1878, unifica le due scuole di marina esistenti a Genova e a Napoli, fondando l'accademia navale di Livorno, che è inaugurata il 1º ottobre 1881.

Il 30 marzo 1884 è nominato ministro nel nuovo gabinetto Depretis, carica che egli ricopre ininterrottamente fino al 31 gennaio 1891, fino cioè alla caduta del ministero Crispi.
L'attività di Brin si svolge in una fase di importanti modificazioni dell'assetto economico italiano ed egli si schiera fra i principali sostenitori della necessità della creazione di una industria pesante nazionale;
E’ dunque naturale che, mirando a una supremazia navale dell'Italia nel Mediterraneo, il programma di costruzioni navali persegui anche l'obiettivo della formazione di una moderna industria bellica, tramite l'impianto di una grande acciaieria cui sarebbe spettato il compito di produrre le corazze per la marina. Alla grande acciaieria che è realizzata a Temi segue, d'accordo con l’inglese Armstrong, la fabbrica di Pozzuoli per la costruzione di cannoni [2].

Numerose le visite che Benedetto Brin effettua a Pozzuoli ed al nuovo grande opificio; perciò il 23 agosto 1886 il Consiglio Comunale, riconoscente delibera: «Riunito legalmente in sessione straordinaria e udita la proposta del Presidente e considerando che Sua Eccellenza il Commendatore Benedetto Brin, Ministro della Marina del Regno d’Italia e Deputato al Parlamento si è reso altamente benemerito della Marina Italiana.
Riconoscendo il sommo zelo da lui spiegato perché a Pozzuoli venisse fondato il Cantiere e l’Opificio Armstrong.
In solenne e pubblico attestato di stima al Suo merito eminente e di gratitudine per tanto beneficio procurato alla Città di Pozzuoli ad unanimità lo proclama cittadino di Pozzuoli.» [3]


Nel settennio di ininterrotta permanenza al ministero, il Brin persegue fino in fondo la sua linea politica e si adopera all'espansione dell'industria siderurgica e meccanica risollevando con forniture governative la critica situazione della Ansaldo, favorendo i cantieri Odero di Sestri Ponente, S. Rocco di Livorno e Tirreno, lo stabilimento Armstrong di Pozzuoli per le artiglierie, il silurificio Schwartzkopf di Venezia, patrocinando accordi tra gli stabilimenti Ansaldo di Sampierdarena e Guppy di Napoli con i più noti costruttori inglesi di macchine marine.
Va ricordato inoltre che veramente ammirevole è il talento inventivo e la capacità di realizzatore del Brin. Le navi tipo "Tripoli" e "Folgore", che egli studia, anticipano di dieci anni i criteri applicati sui cacciatorpediniere.
Le navi tipo "Re Umberto", da lui progettate, applicano per la prima volta dispositivi contro gli scoppi subacquei, oltre a segnare il passaggio dalle navi a ridotto centrale a quelle con artiglierie di grosso calibro unite a numerose batterie di cannoni di medio calibro protette dai proietti esplodenti.

Caduto il ministero Crispi, il Brin torna al governo, nel 1892, nel primo ministero Giolitti come ministro degli Esteri, dopo che è sfumata la sua candidatura alla presidenza del Consiglio. Egli tiene, dal 25 novembre all'8 dicembre l'interim della Marina, finché non è sostituito dall'ammiraglio Carlo Alberto Racchia.
Divenuto il Di Rudinì presidente del Consiglio, dopo la caduta di Crispi in seguito al fallimento della guerra d'Africa, il Brin entra a far parte del governo come ministro della Marina, l'11 marzo 1896. Carica che mantiene fino alla data della sua morte avvenuta a Roma il 24 maggio 1898.

Le ultime unità progettate da Brin sono le corazzate classe “Regina Margherita” che alla sua morte sono rielaborate dal Generale del Genio Navale A. Micheli. Nello stesso anno 1898 inizia la costruzione della capoclasse e nel 1899 è impostata, a Castellammare di Stabia, la seconda unità alla quale viene assegnato il nome di “Benedetto Brin” [4].


Questa unità, varata nel 1901 e completata nel 1905, entra in servizio il 1 aprile 1906 e presenta un dislocamento a pieno carico di 14.574 tonnellate, una lunghezza di 138,8 metri, una larghezza di 23,8 metri, e 8,9 metri di immersione.
Lo scafo è in acciaio, ponte continuo e sperone a prua; al centro ha una sovrastruttura, larga quanto lo scafo, che va dalla torre di prua a quella di poppa.  E’ caratterizzata da tre fumaioli, due più a prora affiancati ed uno più a poppa. Gli alberi sono due con picco di carico e coffe alla estremità del tronco maggiore, sopra questo ci sono gli alberetti per le antenne degli apparati radiotelegrafici.

Il suo apparato motore, composto da 28 caldaie alimentate a carbone, fornisce vapore a 2 motrici alternative a triplice espansione che, con una potenza di 20.000 hp alle due eliche, imprimono una velocità di 20 nodi.
Motrici e caldaie sono costruite dalla Hawthor-Guppy di Napoli.
L’equipaggio è formato da 797 uomini, ma spesso supera le 900 unità quando ospita comandi complessi o quando è impiegata in determinate situazioni di guerra.

L’armamento principale è composto da 4 cannoni da 305/40 mm, modello 1901, distribuiti in due torri binate poste una in caccia e l’altra in ritirata. Si tratta del cannone navale Armstrong Whitworth 12 in/40 Mark IX progettato dalla Elswick Works, ramo inglese della Armstrong. I primi cannoni prodotti sono forniti al Giappone dove, denominati Type 41, diventano l'armamento principale di diverse pre-dreadnought costruite per quella Marina Imperiale.
In seguito il pezzo entra in servizio nella Royal Navy venendo installato su tre classi di pre-dreadnought e poi è acquistato anche dalla Regia Marina Italiana, che lo fa costruire su licenza a Pozzuoli presso i Cantieri Armstrong, per installarlo sulle due navi da battaglia classe “Regina Margherita” e sulle quattro classe “Regina Elena”. Memorabile il sollevamento delle torri a Pozzuoli [5].

L’armamento secondario è composto da 4 cannoni da 203/45 mm, modello 1897, posti in coperta ed alloggiati in casematte corazzate.
Questo cannone navale, prodotto dalla Armstrong di Pozzuoli, è impiegato da diverse marine. Quella italiana lo installa sulle due navi da battaglia classe “Regina Margherita” e sulle quattro “Regina Elena”, ognuna con quattro cannoni in torri singole disposte ai quattro angoli del ridotto centrale.  
In seguito alla dismissione delle navi questo cannone verrà impiegato come artiglieria costiera e, durante la prima guerra mondiale, come artiglieria pesante d'assedio su affusto terrestre De Stefano, con la denominazione 203/45 D.S.

Come ulteriore armamento secondario sono presenti 12 cannoni da 152/40 mm, modello 1892, disposti nel ridotto, sei per fiancata.
E’ il famoso QF 6 in/40, un cannone navale progettato e realizzato nel Regno Unito dalla Armstrong Whitworth , imbarcato sulle unità navali di molti paesi.
Il pezzo è progettato e costruito, oltre che dalla casa madre, dalla Royal Gun Factory e su licenza dalla Armstrong-Pozzuoli. Esso è imbarcato sulle corazzate pre-dreadnought della Royal Navy e sugli incrociatori corazzati della Marina Imperiale Giapponese. Nella Regia Marina arma, oltre le corazzate classe “Regina Margherita” e classe “Emanuele Filiberto”, anche gli incrociatori corazzati tipo “Vettor Pisani” e “Garibaldi” e l’ariete torpediniere “Piemonte” [6].

Dopo la dismissione di queste unità, i cannoni sono reimpiegati, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dai treni armati della Regia Marina e dalle batterie costiere.

Sempre di costruzione Armstrong ci sono, in funzione antisiluranti, 20 pezzi da 76/40 mm. Questi pezzi sono presenti sia all’interno del ridotto che in postazioni scoperte [7].

Questo pezzo deriva dal cannone QF12 pounder 12cwt, Armstrong 76/40 Mod. 1897 secondo la nomenclatura italiana, prodotto su licenza dalla Armstrong di Pozzuoli e dalla Ansaldo di Genova. E’ impiegato dalla Regia Marina come pezzo antinave imbarcato sulla maggior parte del suo naviglio sottile fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Sono presenti 2 pezzi Hotchkiss da 47/40 mm, per contrastare piccole unità veloci, Questo cannone a tiro rapido è un pezzo leggero di artiglieria navale francese, sviluppato nel 1885 e rimasto in servizio fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Infine ci sono e 2 pezzi da 37 mm, il famoso QF 1 pounder inglese, nonché 2 mitragliere.

Completano l’armamento 4 tubi lancia siluri da 450 mm, sistemati 2 sopra la linea di galleggiamento e 2, di costruzione Armstrong-Pozzuoli, posti sotto il galleggiamento.

La nave è assegnata alle Forze Navali di Manovra del Mediterraneo e nel 1911-1912 prende parte alla guerra italo-turca, quale ammiraglia della 2° Squadra Navale. Partecipa al bombardamento dei forti di Tripoli [8], degli Stretti dei Dardanelli e, con un suo contingente di marinai, contribuisce ad occupare l’isola di Rodi.

Partecipa poi al bombardamento di Tobruch ed alla sua occupazione, nonché alle operazioni contro Bengasi e la Cirenaica.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’unità, comandata dal capitano di Vascello Gino Fara Forni, si trova nel porto di Brindisi, sede del Comando del Basso Adriatico, ed a bordo si trova l’Ammiraglio di Divisione Ernesto Rubin de Cervin con tutto il suo Stato Maggiore [9].
 

Sulla nave sono imbarcati anche sei marinai puteolani:

Sottocapo Cannoniere Salvatore Chiocca nato a Pozzuoli il 15 maggio 1891
Cannoniere Scelto  Silverio  della  Volpe  nato a Pozzuoli il 30 marzo 1897
Fuochista Scelto Carmine De Sio nato a Pozzuoli il 3 giugno 1889
Fuochista Antonio Maiorana nato a Pozzuoli il 13 gennaio 1893
Fuochista Arturo Di Pasquale nato a Pozzuoli il 14 marzo 1892
Marinaio Ruggiero Cioffi nato a Pozzuoli il 7 agosto 1893

Praticamente la corazzata, come tutte le maggiori unità italiane, esce solo per esercitazioni poiché la flotta nemica non lascia i sicuri ancoraggi della costa adriatica orientale. La vita di bordo, come da foto scattata il giorno 8 settembre 1915, non lascia presagire l’imminente tragedia [10].
 
Lunedì 27 settembre1915 ad appena quattro mesi dall’inizio delle ostilità, la città di Brindisi si sveglia scaldata da un sole luminoso e si appresta a vivere una quotidianità come tante altre. Sulla banchina del lungomare si sono radunate un buon numero di persone, per assistere al suggestivo rito dell’alzabandiera. Esso è considerato un appuntamento da non perdere, per l’emozione che lo spettacolo è in grado di suscitare; nel porto ci sono navi francesi, inglesi ed italiane.
Alle ore 8,00, proprio mentre si attaccano le note degli inni, si sente un violentissimo boato; uno spettacolo spaventoso di presenta agli occhi dei presenti. La torre poppiera è scagliata in aria, mentre il fumaiolo e l’albero di poppa, frantumati in piccoli pezzi, ricadono attorno; poi la nave, ormeggiata nel porto, si inabissa lentamente [11].
 
La tremenda onda d’urto, provocata dallo scoppio della santa barbara ha proiettato in alto, per molti metri, poveri corpi straziati di innocenti marinai.
In considerazione dell’ora della tragedia tutto l’equipaggio si trova a bordo e dei 943 uomini che in quel momento sono imbarcati ne muoiono 456 dilaniati dagli scoppi, schiacciati dai crolli dei ponti e delle paratie, inabissati con la nave.
Tra questi i sei ragazzi puteolani nonché l’Ammiraglio Rubin de Cevin ed il Comandante della nave.

Fausto Leva, un testimone oculare così descrive la catastrofe, come riportato nel volume scritto da Teodoro G. Andriani:
«…nel fumo denso si distinse per un momento la massa d’acciaio della torre poppiera dei cannoni da 305 mm che, lanciata in aria dalla forza dell’esplosione fino a metà della colonna, ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro. Pochi momenti dopo, dissipato il nembo del fumo, lo scafo della Benedetto Brin fu veduto appoggiarsi senza sbandamento sul fondo di dieci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Mentre la prora poco danneggiata si nascondeva sotto l’acqua che arrivava a lambire i cannoni da 152 della batteria, la parte poppiera completamente sommersa appariva sconvolta e ridotta ad un ammasso di rottami. Caduto il fumaiolo e l’albero di poppa, si erge ancora dritto e verticale l’albero di trinchetto.»

E’ tempo di guerra e non appena ha luogo la deflagrazione il vice ammiraglio Ettore Presbitero, comandante in capo della piazzaforte marittima di Brindisi, fa uscire subito alcuni mezzi antisommergibili, per dare la caccia ad eventuali sottomarini in agguato; si pensa subito al compimento di un’incursione nemica. La caccia risulta vana, perché ogni varco sottomarino di accesso al porto brindisino è completamente ostruito da una rete metallica tenuta tesa da galleggianti. Rete accuratamente ispezionata da due espertissimi palombari che ne accertano l’assoluta integrità.
Ad imbrogliare ancor di più le carte ci sono poi tante illazioni, anche suggestive, ma difficilmente credibili e praticabili, su una nave da guerra che per la sua natura è sempre minuziosamente controllata. Comunque si ventila la paternità dell’attentato perpetrato dagli odiati nemici austriaci e tedeschi, forti di un attiva organizzazione di spie.
Si cercano, ma inutilmente, eventuali intrusi o sabotatori che possano aver preparato l’atto terroristico e, dopo tale controllo, gli stati maggiori della Marina cominciano a capire che l’ipotesi “attentato” inizia a vacillare; al contrario, prende corpo la non remota possibilità di un’autocombustione avvenuta nella grande stiva adibita a deposito di munizioni.
Tuttavia al governo italiano, in quel particolare periodo storico, fa comodo diffondere la notizia che la corazzata “Brin” sia stata distrutta a tradimento da un siluro nemico che ha centrato la ‘santabarbara’.
Ma non sono in pochi coloro, che di cose di mare se ne intendono, che sussurrano che la nave è saltata per aria perché il calore della sala motori, troppo vicina al locale della ‘santabarbara’, ha procurato la combustione della ‘balistite’. Un composto micidiale di nitroglicerina e nitrocellulosa altamente infiammabile che, con una tremenda reazione a catena, ha innescato l’incendio e fatto scoppiare tutti gli altri esplosivi depositati nel locale della sala munizioni. Del contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin si trovano solo alcune parti del corpo che sono pietosamente composte, ma i resti della maggior parte dei marinai caduti sono resi irriconoscibili dall'esplosione.
I feriti sono sistemati nel Grande Albergo Internazionale che, per l’occasione, funge da ospedale militare. Le vittime sono trasportate al cimitero di Brindisi, nella zona riservata ai caduti militari, dove, in un mausoleo a loculi, sono tumulati, compresi ufficiali e comandanti [12].

A Brindisi affluiscono i parenti dei militari protagonisti della tragedia; la disperazione per la perdita improvvisa dei loro congiunti è immensa, specialmente quando la maggior parte delle famiglie si rende conto che mai avrebbero potuto piangere e pregare sulla tomba dei loro cari.
Tra questi i genitori del sottocapo Salvatore Chiocca [13]; a Pozzuoli, nella casetta al Borgo Pescatori, resta la giovane moglie, Amalia Carnevale, con il figlioletto che conta solo un anno di vita. 

Questa tragedia, di cui oggi ricorre il centenario, resta una pagina di gloria della nostra Marina e di diritto appartiene alla sua Storia; quella Storia che nessuno vuole dimenticare, specialmente quando è drammatica, tragica e luttuosa.







BIBLIOGRAFIA
A. Cimmino – La nave da battaglia Benedetto brin
C. Pace – Benedetto Brin cittadino onorario
G. Chiocca – Ricordi di Famiglia
G. Galuppini – Guida alle Navi d’Italia
G.T. Andriani - La base navale di Brindisi durante la Grande Guerra
www.brindisiweb.it/storia/corazzata_benedettobrin.asp/