mercoledì 27 giugno 2012

Il “Brusa” a Pozzuoli - Un pescecane della finanza











Il “Brusa” a Pozzuoli
Un pescecane della finanza

Banchina di Pozzuoli, calda mattinata di sabato 5 settembre 1931. Sulla ripa affollata di marinai, pescivendoli e popolane avanza una vettura da nolo proveniente dalla vicina Napoli. Procede lenta, il molo è affollato e il cavallo risente del tratto San Pasquale a Chiaia Pozzuoli percorso velocemente. Giunta all’altezza della vecchia cantina il cocchiere ferma la carrozza, smonta e corre ad aprire la porta per farne discendere i quattro passeggeri. Ne escono in ordine un uomo di circa 35 anni, un bambino di 6, una giovanetta di 7 anni ed una slanciata donna dall’apparente età inferiore a 30. La carrozza è separata dal mare solo da discontinue fila di botti e dietro queste sbuca un uomo, di bassa statura, con la pelle bruciata dal sole e con un abbigliamento che subito lo annovera come marinaio. Va incontro ai discesi passeggeri e stringe la mano al capofamiglia; senza scambio di parole. Il marinaio è capobarca ed armatore del motoveliero ormeggiato dietro le botti. Subito dopo i convenevoli volge lo sguardo verso il barcone e fa un cenno ad alcuni uomini seduti su casse già caricate in coperta. Sono quattro i marinai, parte dell’equipaggio, che subito dirigono verso il retro della carrozza ed iniziano a prelevare valigie, bauli e pacchi abbastanza numerosi per una famigliola che si reca a Ponza per il solo fine settimana. Gli ufficiali daziari, alle dipendenze del direttore Pasquale Flandin, controllano la sola merce in arrivo; non creano problemi per quelle in partenza. Tutto procede naturale, forse come fatto altre volte in precedenza. Marinai ed ospiti prendono posto a bordo e subito si parte a motore; ma si prepara anche la vela. L’ospite è Luigi Scotti, ancor giovane rappresentante tessile, purtroppo vedovo da due anni. Ha con se la figlia Jole, il figlioletto Aldo, e lo accompagna la sorella Maria che con amore segue i due nipotini. Sono diretti a Ponza dove alloggeranno in casa di Assunta Scotti, che nonostante il cognome non è loro congiunta; Assunta è originaria di Pozzuoli ed è lontana parente di Biagio, il capobarca. Giunti all’isola, nelle prime ore pomeridiane, i marinai trasferiscono i bagagli nella bianca casetta di via Banchina. I bimbi e la zia dirigono subito per la vicina spiaggia e Luigi Scotti li segue ma non certo con l’intenzione di godere del mare. Deve incontrare Giulio Brusadelli, condannato dal regime fascista al confino su quest’isola, come tanti altri. A lui sono diretti la maggior parte dei beni alimentari, di vestiario e di svago letterario contenuti nei numerosi bagagli che la disponibile Assunta gli recapiterà poi con calma.
Intanto sorge spontanea la domanda: “Chi è costui? Chi è Giulio Brusadelli?” Nato da famiglia poverissima, nel 1878 a Cassano Magnago, resta orfano di padre a dieci anni. Questo ragazzo riesce a mantenere la madre e i tre fratelli più piccoli tenendo, nelle ore libere dalla scuola, la contabilità dei negozi locali. A quindici anni trova lavoro, come operaio tessile, in un linificio della vicina Gallarate. La sua carriera è rapida, i dirigenti lo promuovono impiegato, a vent’anni è già rappresentante di numerosi cotonifici di cui diffonde i prodotti soprattutto all’estero. A trentaquattro anni riesce a fondare una’azienda commerciale propria, cui dedica diciotto ore di lavoro al giorno. Il “Brusa”, come viene chiamato, nel 1919 diventa il fornitore, quasi monopolista, delle camice nere, grazie all’amicizia personale con Mussolini, e questo gli procura la possibilità di condurre una prima scalata alle azioni del Cotonificio Dell’Acqua di Legnano. Cosa che manda su tutte le furie il Capo della Banca Commerciale Giuseppe Toepliz, ma questo assalto procura per molti anni al Brusadelli la fama di arbitro incontrastato dei titoli tessili, nella Piazza Affari di Milano, nonché l’amicizia del celebre Giulio Riva. Nel 1925 riesce ad acquistare per intero il Cotonificio F.lli Dell’Acqua e in pochi anni porta gli operai occupati da 1.200 a 8.000.
Nel 1931 viene condannato dal governo fascista al confino a Ponza e qui riceve, come visto, aiuti e visite del suo rappresentante per la Campania Luigi Scotti che lo aggiorna sull’andamento produttivo e di mercato del suo importante cotonificio costituito da filatura, tessitura e tintoria. Voci comuni riferiscono che Brusadelli sta dando la scalata alla stessa Banca Commerciale Italiana e solo per questo motivo Benito Mussolini lo manda al confino. Poi si inserisce la leggenda riferendo che il Duce, informato dal suo braccio destro Farinacci che il cotonificio comincia a traballare e per evitarne il collasso, dichiara che se Brusadelli avesse tenuto un discorso in camicia nera alle sue maestranze lo avrebbe reintegrato nelle sue funzioni direttive. E così è; nonostante le sue idee politiche, Brusadelli accetta il compromesso perché estremamente legato alla sua azienda.
Qualunque siano effettivamente state le motivazioni dopo solo 10 mesi ritorna dal confino con rinnovata volontà di lavorare. Riprende i contatti con Giulio Riva, uomo di pochi scrupoli, sposato con la figlia del Senatore del Regno Felice Gaio Lampugnani; un “cesso” terrificante, la definisce lui, ma dalla dote ricchissima. Il Riva fa incetta di commesse per la Guerra di Etiopia e di Spagna, senza mai essere però integrato nel giro esclusivo della finanza milanese. Nonostante riesca a scalare consistenti pacchetti della SNIA Viscosa di Franco Marinotti, della Chatillon e della Edison, la Finanza con la “effe” maiuscola, quella dei “salotti buoni” gli chiuderà sempre le porte; Mattioli rifiuterà senza fine di ricevere “quello stradino ignorante”. Nel periodo bellico Riva acquista a prezzi stracciati terreni e stabili devastati dai bombardamenti, oltre ad accaparrarsi le forniture di cotone, filati, semilavorati, tessuti. Si muove in tempo il Riva fin dal 1940, grazie alle confidenze di Roberto Farinacci, quando nessun industriale ritiene la guerra lunga, riuscendo così a spuntare un rilevante vantaggio competitivo.
Negli anni difficili che seguono la conclusione della seconda guerra mondiale il “Brusa”, dal 1941 cavaliere, è tra i primi industriali a riavviare la produzione negli stabilimenti appena ricostruiti, meritandosi la simpatia dei suoi stessi dipendenti, anche se diventa, insieme al socio Giulio Riva, un tipico “pescecane” di quelli che sanno muoversi in questo periodo turbolento del dopoguerra. Del 1946 il ventenne Aldo Scotti, che abbiamo visto bimbo imbarcarsi a Pozzuoli nel 1931, nelle sue memorie riferisce: “Ricordo ancora, e lo conservo gelosamente, il quadro di Casciaro padre che Giulio Brusadelli e la moglie Ida regalarono a mio padre in occasione di una loro visita nella nostra abitazione; con questo gesto vollero dimostrare il loro riconoscimento per quanto fatto da mio padre durante il periodo dell’esilio. Era un uomo di elevata intelligenza, legato alla sua attività imprenditoriale in maniera veramente non comune.”
In occasione di questa visita Giulio Brusadelli si reca al porto di Pozzuoli; visita i luoghi dove mossero i suoi sollievi e conosce chi come patrón Biagio materialmente gli fu d’aiuto; con questi “sentimentalismi” circonda la sua figura di un alone leggendario. Nella sua visita si innamora della Terra Flegrea e tratta per l’acquisto di una villa sulla litoranea Bagnoli Pozzuoli; trattative interrotte per la morte della moglie Ida.
Ben presto si risposa con Anna Andreoli, molto più giovane di lui e molto più sofisticata. Frequentano i salotti del bel mondo e spesso sono a Capri in una villa che il “Brusa” acquista dal suo rappresentante di Roma. Ancora una volta ci aiutano le memorie di Aldo Scotti che così racconta: “In quell’occasione mi misi a disposizione di Giulio Brusadelli per circa due mesi, e lo attendevo al Molo Beverello con la mia Lancia Ardea per accompagnarlo non solo presso gli Istituti bancari, ma anche presso i più importanti industriali del settore conserviero, settore nel quale intendeva introdursi e che in quell’epoca era tenuto in grande considerazione, e anche negli incontri con il comandante Achille Lauro. Questi incontri erano necessari per avere la collaborazione e l’interessamento a questa sua nuova iniziativa. La moglie lo dissuase dal portare avanti questa nuova attività, data l’età avanzata.”
Presto tra Giulio Brusadelli e Giulio Riva scoppia la rivalità, per motivi strategici e personali. Il Brusa ritiene che il tessile sia un settore destinato al declino e disapprova la tendenza del socio a non diversificare gli investimenti. Brusadelli è un gran sostenitore della “DC”, tant'è che alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile '48 è tra gli industriali che costituiscono un fondo per sostenere la campagna elettorale democristiana. Subito dopo l’attentato all’onorevole Togliatti, del 14 luglio 1948, vende il pacchetto azionario del “Cotonificio Dell’Acqua” al Riva temendo una rivoluzione catastrofica per il nostro Paese. Pochi mesi dopo cambia idea. Il 18 ottobre 1948 il “commenda” Giulio Brusadelli, ormai settantenne, si rivolge al Tribunale di Milano chiedendo di rientrare in possesso della maggioranza del pacchetto azionario ceduto. Pietra dello scandalo il Cotonificio Dell’Acqua, per un valore di tre miliardi di lire, che è alla base di una controversa giudiziaria che si trascinerà per anni, arricchendo le cronache mondane e rosa del secondo dopoguerra, per il piccante e torbido triangolo tra il “Brusa”, sua moglie Anna e il Riva. In pratica il Brusadelli dice che il Cotonificio Dell' Acqua, gli è stato estorto dalla moglie, Anna Andreoli, con "circonvenzione sessuale e indebolimento psichico”, a vantaggio del suo amante, Giulio Riva, anch'egli industriale tessile. La donna, scrive il legale di Brusadelli nell'esposto al giudice, è una "raffinata distributrice di piaceri sessuali, rivolti a turbare lo spirito del vecchio e a farlo cadere vittima del raggiro..". La signora Anna affida la sua difesa ad un valente avvocato il quale porta davanti al giudice alcuni volumi per dimostrare che si tratta di libri acquistati senza malizia ribattendo così l’accusa che fra l’altro parla di letture oscene cui lo avrebbe costretto per motivi afrodisiaci. Poco dopo Brusadelli si avvede che l’avvocato Candian, cui si è affidato, lo ha condotto fuori strada impostando il ricorso su basi assurde; pertanto tenta di riappacificarsi con la moglie che però non ne vuol sapere. Ben presto il lato piccante della vicenda rimane nell'ombra; gli accertamenti giudiziari pongono in chiaro un vasto giro di evasioni fiscali. Brusadelli ha un patrimonio di 50 miliardi ma paga al fisco 400 mila lire, corrispondenti a un imponibile fiscale di solo 2 milioni e mezzo l'anno, invece di pagare 230 milioni di complementare e 3 miliardi di patrimoniale. A questo punto le indagini fiscali si allargano a Giulio Riva e ad altri industriali tessili. Si scopre così che Riva, residente nel comune di Saronno amministrato dalla DC, con un patrimonio di 65 miliardi paga su un imponibile di solo 3 milioni l'anno. Franco Marinotti, ancora più potente di Brusadelli e di Riva, patrimonio 120 miliardi, paga al comune di Milano su un reddito di solo 11 milioni. Grosse evasioni anche dalla Cucirini Cantoni, dal Cotonificio Olcese, dalle Manifatture Rossari, dal Cotonificio De Angeli, al quale è legato il ministro socialdemocratico dell'Industria e commercio, Ivan Matteo Lombardo. Il Governo, nel quale oltre al Lombardo siede come ministro del Tesoro Giuseppe Fella, esponente dell'industria tessile del biellese, tenta di arginare le conseguenze dello scandalo, anche perché, come visto, Brusadelli e gli altri evasori sono in gran parte sostenitori della Democrazia Cristiana.
Nonostante l’insabbiamento questa nuova disavventura mina Brusadelli nella salute provocandogli un infarto e la paura di una condanna lo decide a rifugiarsi a Lugano da dove rientrerà saltuariamente solo alla fine degli anni ’50 dopo aver risolto la sua situazione giudiziaria. Nel 1960 il suo vecchio socio Giulio Riva muore per sopraggiunte complicazioni dopo un'operazione di appendicite; allora prende la guida delle sue numerose società industriali, commerciali e finanziarie il figlio Felice Riva che sarà accusato ed arrestato per bancarotta fraudolenta. Nel 1969 Felice Riva, per sfuggire alla condanna definitiva, si rifugia in Libano, prima della guerra civile che sconvolge la regione, conducendo una vita lussuosa e la sua vicenda riempirà per anni le cronache mondane e giudiziarie italiane.
Gli ultimi anni di vita del “Brusa” sono fortemente sofferenti ma è amorevolmente assistito dalla riappacificata moglie Anna con la quale conduce ora vita ritirata. Muore a Lugano il 1 novembre del 1962 dove risiede; uno dei tanti ospiti di qualche rinomanza che sono riusciti a trovare in questa cittadina rispetto per la loro vita privata.

Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 12 maggio 2012 

mercoledì 6 giugno 2012

Naufragio Flegreo


  

Naufragio Flegreo
In un precedente numero di “Pozzuoli Magazine”, del novembre 2011, ho accennato del panfilo “Sereno” e del suo proprietario, il “cummenda” Angelo Rizzoli. Ricordando importanti ospiti del “Sereno”, tra cui lo Scià di Persia, avevo riportato il seguente tragico episodio:
Dopo il pranzo l’imperatore s'imbarca verso mezzanotte sul “Sereno”, il panfilo di Rizzoli, che l’avrebbe portato a Pozzuoli da dove avrebbe poi proseguito per Roma. All'uscita del porto è speronato da uno di quei barconi senza luce che vengono da Baia. La piccola imbarcazione cola a picco, ma anche il “Sereno” ha danni alla prua, tanto da dover essere scortato da un altra nave di Rizzoli, la Regina Isabella I°. La cosa è messa a tacere, per ovvii motivi, comprando il natante andato a fondo e facendo poi la pratica per la distruzione dello stesso.’
Questa semisconosciuta vicenda ha riacceso vivaci ricordi in uno degli ultimi superstiti di quel naufragio, il capitano Antonio Mazzella [1] allora giovane mozzo sul barcone coinvolto, che ha messo per iscritto queste sue memorie che ci riportano alla marineria di una volta, ai sacrifici, ai pericoli di chi va per mare. Nei colloqui che ho avuto con lui ho avvertito la passione e la nostalgia che questo marinaio flegreo nutre per la sua terra e per il suo mare; da qui il titolo di un suo libro nel quale raccoglierà le sue numerose avventure e sventure vissute in giro per il mondo. Mi ha parlato di tradizioni e dei soprannomi che davano alle imbarcazioni; il suo motoveliero, tipo bilancella, aveva il nome “Sentinella” ma era conosciuto come “bidone”; un'altra bilancella era conosciuta come “baccalajolo”. La bilancella [2], battello da pesca o da carico è originaria di Napoli ma si trova lungo tutta la costa dell’Italia occidentale, nella Francia meridionale e in Spagna, in diverse versioni e dislocamenti. In Spagna si chiama “Balancela”, in Francia “Bilancelle”. La bilancella italiana ha ruota di prua e dritto di poppa dritti in cascata. Lo scafo è slanciato a prua e a poppa, ha modesta insellatura ed è completamente pontato. L’alberatura è costituita da un albero verticale con vele latine semplici o a sciabecco. Un fiocco di straglio è fissato con una estremità a bompresso. La bilancella da pesca è lunga 9-12 m, mentre quella da carico può avere una lunghezza fino a 20 metri. La bilancella viene spesso utilizzata in coppia, per la pesca alla “gaetana”, con barche che procedono al “paro”, da cui la parola paranza, con una rete a strascico trainata da ambedue le barche.
Ma cedo la penna direttamente al capitano Mazzella per seguire il suo racconto.

§ Nel 1958 avevo 16 anni ed ero imbarcato in qualità di mozzo sul motoveliero “Sentinella” [3 quadro]. Il “Sentinella” era uno dei tipici velieri con motore ausiliario del golfo di Napoli che trasportavano materiali da costruzione, carbone e generi alimentari. In genere si trattava di bilancelle, magari convertite prima in cutter e poi motorizzate. La bilancella, per chi non lo sapesse, era la tipica imbarcazione a vela del golfo di Napoli, armata con un albero a vela latina. Era la versione minore della tartana. Siccome la vela latina era faticosa da manovrare col tempo fu sostituita da vele auriche, ecco quindi l’armo a cutter, e, quando il progresso fu evidente, fu installato anche un motore diesel, spesso di tipo primitivo, a testa calda.
Il 15 luglio 1958 caricammo del brecciolino a Marina di Puolo, presso Massa Lubrense, nella penisola sorrentina. Alle 20,00 salpammo per Ischia, dove il carico era destinato. Il 30% del carico lo mettevamo in coperta, la stiva non si chiudeva mai. In coperta, tra la mastra del boccaporto e la murata, venivano sistemati dei pannelli altrimenti il mare si prendeva il carico. Era normale per queste barche, caricate in maniera inverosimile, navigare con il trincarino immerso nell’acqua; quindi si navigava sempre con 30 centimetri di acqua in coperta. Questo carico era molto scorrevole e, se si navigava con mare al traverso, si rischiava uno sbandamento, o peggio…
Come se non bastasse navigavamo con i fanali spenti. Un marinaio anziano con una torcia faceva luce per segnalare almeno la nostra presenza. A bordo eravamo in sette a far parte dell’equipaggio, ma solo il comandante ed un mozzo stavano imbarcati a ruolo. Noi rimanenti stavamo “in nero”. Oltre alle mansioni di mozzo mi prestavo anche alla mansione di allievo motorista e quindi, durante la partenza e l’arrivo, la manovra giù al motore la facevo io. Anche se sono passati tanti anni ricordo ancora oggi il tipo di motore che era installato a bordo, era un Deutz da 36 cavalli vapore.
Alle 22,30 fui svegliato per prepararmi alla manovra di ormeggio, perché eravamo quasi arrivati a Ischia. Scesi nel piccolo locale dove era sistemato il motore e cominciai i preparativi. Per invertire i giri dell’elica il nostro motore portava una leva lunga circa un metro innestata sulla frizione. Sulla frizione c’era una fascia metallica che in navigazione andava allentata altrimenti si surriscaldava. Quindi per prepararci alla manovra e ad invertire la marcia avanti o indietro iniziai a stringere la fascia. Verso le 23,00 ci trovavamo già nell’avamporto di Ischia quando dal porto vedemmo uscire il “Sereno” [4]. Il “Sereno” era il grosso yacht dell’editore Angelo Rizzoli, un dragamine americano trasformato in nave da diporto dai cantieri Baglietto. In seguito sapemmo che a bordo del “Sereno” si trovava ospite lo Scià di Persia, assieme allo stesso armatore Rizzoli. Il “Sereno” uscendo si manteneva sulla sinistra perché sul lato destro dell’uscita c’è basso fondale; chi è pratico del porto d’Ischia ne è a conoscenza. A Ischia, per questo motivo, vige la regola che le navi in entrata devono dare la precedenza a quelle in uscita. Ma il distratto nostro comandante, pur sapendolo, andò ad infilarsi sotto la prua del “Sereno”! Il capitano Renato Molino, comandante del “Sereno”, visto il pericolo, mise macchina indietro tutta, ma non fu possibile evitare la collisione. In pochissimi minuti il “Sentinella” si adagiò sul fondo.
Sono passati tanti anni da allora ed ancora non riesco a capire come feci a sbucare fuori dal vano motore. Appena trovatomi in acqua mi aggrappai addosso al primo marinaio che mi capitò, ma egli subito mi rimproverò di staccarmi da lui, che così rischiavamo di annegare entrambi. Me lo dovette ricordare lui che sapevo nuotare, immaginate in che stato di choc mi trovavo! Avevamo con noi un battello di servizio, una piccola lancia che portavamo sempre a rimorchio. Un marinaio più anziano, si chiamava Biagio Lubrano, che aveva con se sempre un coltello, tagliò la barbetta e liberò il battello dal “Sentinella”. Eravamo tutti salvi così, una volta imbarcatici sul battello, entrammo in porto a remi.
Rizzoli fu molto scosso dall’incidente e volle fare una regalia per compensare almeno lo spavento dei naufraghi del “Sentinella”; cacciò dal portafogli centomila lire, una cifra considerevole per quei tempi, e li diede al nostro comandante, chiedendogli di distribuirle equamente tra i membri dell’equipaggio. Anche se eravamo in sette ci vedemmo distribuire solo diecimila lire ciascuno…
Quella notte ad Ischia ci arrangiammo come meglio possibile. In porto c’erano alcuni motovelieri, mi recai a bordo di uno di essi, svegliai un mio amico e mi feci dare una camicia e un paio di pantaloni. Poi pernottai su una nave cisterna della marina militare. L’indomani mattina dovevo tornare a casa, a Monte di Procida, così mi imbarcai sul “Salvatore Marino”, una piccola motonave passeggeri che faceva servizio tra Ischia e Pozzuoli. All’arrivo a Pozzuoli mi recai alla stazione della ferrovia cumana, dove scoprii che era in sciopero. L’unica possibilità che avevo di tornare a casa fu di farmela a piedi da Pozzuoli fino a Monte di Procida, una quindicina di chilometri! Così oltre il danno dell’affondamento dovetti subire la beffa di un ritorno a casa quanto mai faticoso. All’arrivo a Monte di Procida mi rimase un’ultima incombenza da sbrigare; fui io a dover avvertire l’armatore della disgrazia avvenuta.
Il relitto del “Sentinella” rimase tanti anni abbandonato all’entrata del porto d’Ischia. Capitano Antonio Mazzella. §

Cosa posso aggiungere a questo emozionante ricordo? Dirò solo che il menzionato “Salvatore Marino” [5], costruito nel 1955 dal cantiere Ciro Massa di Torre del Greco con scafo in legno di 41 tonnellate di stazza, resta, per noi “di una certa età”, la mitica motonave legata alle giovanili escursioni isolane.
Allo stesso armatore di Procida apparteneva la quasi gemella “Margherita Marino” che negli anni ’60 cambia società e con il nuovo nome di “Raffaele Savarese” presta servizio sulla linea Castellammare / Sorrento / Capri. Successivamente è ceduta ad armatori siciliani ed impiegata sulla linea Milazzo / Isole Eolie; poi fa ritorno nel golfo flegreo assicurando nuovamente collegamenti tra Procida e Pozzuoli.
Purtroppo il “Salvatore Marino” in data 29 marzo 1985, ben ventisette anni dopo i fatti narrati dal Capitano Mazzella, viene speronato e affondato dal traghetto “Ischia Express” nel canale di Procida. A bordo dovrebbero esserci oltre trenta studenti che il “Salvatore Marino” si accinge a prelevare al Monte di Procida per riportarli all'Istituto Navale di Procida. I nove marittimi procidani imbarcati sul natante sono ripescati da alcuni pescatori che stanno tirando su le reti nei dintorni. La collisione ha un lungo strascico polemico tra procidani ed ischitani e il comandante del "Marino" riferisce: “I salvagente dalla nave ischitana ci sono stati lanciati in ritardo, male e lontano". Per il regolamento della Convenzione di Londra una nave che raggiunge un'altra deve lasciare libera la rotta al natante raggiunto. Invece, secondo la versione fornita dall'equipaggio del "Marino", l'“Ischia Express” non se ne cura tagliandogli la rotta e spezzandolo in due.
A sua volta il traghetto “Ischia Express”, 997 tonnellate di stazza, pochi mesi dopo ed esattamente la sera di domenica 17 settembre 1985 si scontra, sempre nel canale di Procida mentre è in servizio tra Ischia e Pozzuoli, con il rimorchiatore militare "Prometeo" che rientra a Napoli dopo l'annuale gita a Ventotene che l'amministrazione militare offre ai suoi dipendenti civili. Il mare è piatto come una tavola, forza zero, la visibilità ottima nonostante l'ora, le segnalazioni luminose in ordine. La prua del traghetto deforma l'intera paratia sinistra del natante militare e apre uno squarcio di oltre due metri nel settore poppiero. E’ quasi tragedia, la collisione è violentissima e provoca, oltre ad alcuni feriti leggeri, l’amputazione di entrambi i piedi e la frattura delle costole, con conseguente perforazione dei polmoni, di due anziani coniugi. Anche per questa collisione si accusa il comandante dell'Ischia Express poiché il rimorchiatore è speronato sul lato sinistro e per il codice di navigazione chi proviene da dritta deve avere la precedenza.
Tutto quanto narrato, reso attuale dalla cronaca recente, dimostra ancora una volta quanto sia pericoloso distrarsi andando per mare, seppur sottocosta.

Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 28 aprile 2012


lunedì 14 maggio 2012

Uno Zeppelin su Napoli

                                       











Uno Zeppelin su Napoli

Il Dirigibile L.59 bombarda i Campi Flegrei

 

In un precedente articolo ho accennato al primo e unico bombardamento subito da Napoli durante la Grande Guerra ad opera di un dirigibile tedesco. Qualche incuriosito lettore ha chiesto maggiori informazioni pertanto, anche in considerazione del sorvolo di Territorio Flegreo,  ritengo opportuno riportare una pagina di storia molto interessante ma poco conosciuta.
Nel corso del 1917 l’Alto Comando tedesco matura l’idea di portare soccorsi al lontano Tanganika dove ancora resiste, benché circondato da truppe dell’Intesa, l’esercito coloniale del generale Paul von Lettow - Vorbeck. Si ritiene che il mezzo idoneo non possa essere né un sommergibile né una nave dato che von Lettow è già stato costretto ad abbandonare l'ultimo lembo dell'Africa orientale tedesca e a ripiegare oltre il fiume Rovuma all'interno della colonia portoghese del Mozambico e non si sa se le coste della colonia germanica siano ancora libere o conquistate dalle forze britanniche. Quindi si punta sul mezzo aereo e precisamente sul “più pesante dell'aria”, capace di un'autonomia molto maggiore di quella degli aeroplani; per non parlare del problema relativo al trasporto dei materiali che solo un grande dirigibile può risolvere in maniera adeguata.
In Germania fin dal 1908 la ditta Luftschiffbau Zeppelin GmbH, del conte Ferdinand von Zeppelin, sta sviluppando un tipo di dirigibile rigido che entro il 1938 sarà prodotto in un totale di 119 aeronavi. La scelta cade sul dirigibile LZ.104 [1], che ha appena effettuato il volo di prova il giorno 10 ottobre 1917, designato L.59  dalla Imperiale Marina Tedesca cui appartiene. La società Zeppelin numera i suoi dirigibili LZ 1/2/..., dove LZ sta per "Luftschiff (aeronave) Zeppelin"; la Marina Tedesca li numera semplicemente L 1/2/....; e l'esercito tedesco li chiama Z I/II/.../XI/XII.
Si tratta di una grande aeronave, lunga 196 metri, che in vista del lunghissimo volo sui cieli africani viene sottoposta ad imponenti lavori di ingrandimento. Gli sono aggiunti ben 30 metri di lunghezza, portandola a 225 metri, con un diametro di 24 metri, di modo che il suo volume interno si accresce a 68.500 metri cubi. Diviene così il più grande dirigibile che si sia mai visto al mondo, sino a quel momento. Viene studiata la maniera di ottimizzare il trasporto del materiale destinato alle truppe di von Lettow. Una parte dell'involucro avrebbe potuto essere impiegata, una volta giunto il dirigibile a destinazione, come telo da tenda e per la confezione di abiti; mentre persino i palloni contenenti il gas potranno trasformarsi in sacchi impermeabili per dormire. I motori sarebbero stati impiegati per alimentare la dinamo della stazione radio che lo stesso dirigibile trasporta; il telaio di alluminio, smontato, avrebbe fornito la struttura per le barelle da campo, per l'impalcatura delle baracche, e perfino per costruire una antenna radio.
Il peso complessivo dell'aeronave è di 79.500 kg dei quali 27.600 sono dati dal peso della struttura e i restanti 52.000 dal materiale trasportato. Essa è azionata da cinque motori di 240 cavalli ciascuno, che le permettono di raggiungere una velocità massima di circa 100 km all'ora, anche se praticamente la velocità media non supera i 70 km all'ora. Infine, vi è a bordo una stazione radio Telefunken della potenza di 800 watt. Il carico comprende, fra l'altro, 312.000 cartucce per fucile, 30 mitragliatrici con 9 canne di ricambio, 230 nastri e 54 casse di cartucce, 4 fucili automatici con 5.000 cartucce, 61 sacchi di medicinali e materiale di medicazione, posta, utensili, pezzi di ricambio per la radiotelegrafia, vestiario, viveri.  Il peso della benzina è di 22.000 kg, quello dell'olio di 1.500 kg; altri 9.200 kg sono il carico d'acqua, più 400 kg di acqua potabile. L'equipaggio è formato da 22 persone; lo comanda un ufficiale di grande esperienza, Ludwig Bockholt, affiancato dal tenente Grussendorf.
In vista della missione si trasferisce a Jambol, in Bulgaria alleata degli Imperi Centrali, che è anche la base aerea più meridionale d'Europa. Il viaggio di trasferimento  del L.59 dal cantiere di Staaken, presso Spandau, inizia il mattino del 3 novembre 1917 e raggiunge Jambol, dopo un volo di 28 ore, a mezzogiorno del 4 novembre. La partenza per l’Africa deve essere rimandata più volte a causa delle sfavorevoli condizioni del tempo. Dopo un primo tentativo fallito, il 13 novembre, il dirigibile si leva per la seconda volta il giorno 16; ma, incappato in un violento temporale e fatto oggetto al fuoco della fanteria turca, loro alleata ma ignara della sua nazionalità, decide di rientrare alla base dopo 32 ore di volo e quasi 1.500 km complessivi.
Finalmente, il 21 novembre alle cinque del mattino, ha luogo la partenza definitiva. La località di atterraggio prefissata avrebbe dovuto essere l'altipiano del Makonda, ove si trovano le truppe di von Lettow; una distanza di oltre 6.700 km, che fa apparire l'impresa come qualche cosa di sbalorditivo, se non addirittura di temerario. Dopo aver sorvolato le coste occidentali dell'Asia Minore, Rodi e le altre isole del Dodecaneso, la grande aeronave taglia il Mediterraneo orientale e all'altezza di Sollum, in Cirenaica, si inoltra nel deserto del Sahara. Il dirigibile si dirige verso la valle del Nilo, tenendosi a una quota fra i 700 e i 1.000 metri, e prosegue al di sopra del Sudan, fin quando l'equipaggio può vedere la biforcazione del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, all'altezza di Khartoum.
Il più è fatto, e l'impresa finora compiuta può già ritenersi assolutamente eccezionale, per i mezzi dell'epoca. Ma la leggenda racconta che in campo avversario funziona una specie di telegrafia senza fili, e cioè il tamburo africano; tutti coloro che combattono in Africa sanno per bocca dei neri che un grande uccello europeo è in viaggio per aiutare Lettow. Certamente questa notizia misteriosa viene accolta con dubbio da una parte e dall'altra, da nemici ed amici; ma poi i britannici fanno circolare la falsa notizia che von Lettow è stato definitivamente sconfitto. Giunge allora un radiotelegramma dal Comando di Berlino che, sulla base della errata informazione, ordina al dirigibile di sospendere l'operazione e di rientrare. E’ una decisione affrettata; proprio in quelle ore von Lettow, attraversato il fiume Rovuma, sta per riportare una delle sue più belle vittorie, sconfiggendo le truppe portoghesi e impadronendosi di molto materiale bellico.
Invertita così la rotta, il dirigibile L.59 risale la valle del Nilo, riattraversa i cieli del Sahara, del Mediterraneo e dell'Asia Minore e, in perfetta efficienza anche se con l'equipaggio stanco e infreddolito, atterra a Jambol, donde è partito, alle otto del mattino del 25 novembre. Ha volato ininterrottamente, senza scalo, per 95 ore coprendo una distanza complessiva di 6.757 km alla velocità media di 71 km orari. Al momento dell'atterraggio l'aeronave ha a bordo ancora carburante per altre 64 ore di volo. La grande impresa dello Zeppelin resta avvolta in una cortina di riserbo, tanto che solo dopo la guerra il pubblico tedesco e mondiale viene portato a conoscenza del suo volo sopra la valle del Nilo e del tentativo di inviare il dirigibile in soccorso dell'esercito coloniale del generale Paul von Lettow-Vorbeck.
Il 10 marzo 1918 questo stesso dirigibile parte, sempre da Jambol, con l’intento di bombardare la città di Napoli. Dopo aver attraversato la Serbia e l’Albania, con un volo ad alta quota e sfruttando il buio, raggiunge prima l’Adriatico, poi la costa pugliese ed infine si dirige sulla città partenopea riducendo al minimo i motori e mantenendosi a una quota di 4.800 metri. L’alto potenziale bellico, trasporta un carico di 6.400 kg di bombe, dovrebbe colpire il porto di Napoli e le installazioni industriali della zona flegrea a nord della città; sia le acciaierie di Bagnoli che l’Armstrong di Pozzuoli. Ma le bombe sono frettolosamente sganciate prima sulla zona di S. Erasmo ai Granili, dove si contano 5 morti e 40 feriti e successivamente sulla zona di Posillipo dove provocano 11 morti e 35 feriti. Solo in ultimo, prima di riprendere indisturbato la via del ritorno, sono colpiti e lievemente danneggiati gli stabilimenti di Bagnoli [2]. Nonostante Napoli disponga di una postazione contraerea permanente installata a difesa del Porto e della zona industriale non c’è nessuna reazione, sia per l’attacco inaspettato e sia perché l’operazione è svolta nel buio totale. La città' è talmente colta di sorpresa dall'attacco che il Prefetto manda le Guardie e l'Esercito a presidiare i quartieri pensando che siano attentati, frutto di una rivolta popolare. Dopo si pensa all’azione di bombardamento di una squadriglia di aerei e solo più tardi cittadini e comandi militari vengono a sapere la verità. Vero è che il dirigibile è stato avvistato a Termoli dalla contraerea ma, per un guasto alle linee telefoniche, è impossibile dare l'allarme alla caccia, e poi nessuno si aspetta una impresa del genere, così lontana dal fronte, e nessuno ha sentore di un possibile attacco da una base situata in Bulgaria lontana oltre 1.000 km.
Per questo motivo i comandanti della difesa aerea di Foggia, Termoli e Napoli sono rimossi e, quale conseguenza del bombardamento, a protezione di Napoli viene schierata a Pozzuoli una squadriglia di caccia idrovolanti, tipo F.B.A., con sede nel lago di Lucrino dove è la locale “Industrie Aviatorie Meridionale” ad interessarsi della loro manutenzione.
Questa rappresaglia ha notevole eco nei Paesi dell’Impero centrale ed i loro giornali osannano l’impresa del dirigibile che ha colpito, ferendola, la più grande e più popolosa città italiana. Secondo fonte tedesca, il dirigibile ha bombardato con successo il porto militare e la centrale del gas come pure l'acciaieria e il porto di Bagnoli. Non riferisce dei colpiti quartieri civili e del mancato attacco all’Armstrong di Pozzuoli; continua riferendo che è stato un attacco ad alta quota, rimanendo ben al di sopra dei 10.000 piedi. Il quotidiano di Napoli, “Il Mattino”, il giorno dopo dedica più della metà della prima pagina al raid [3]. Il giornale dice che il bombardamento ha avuto inizio alle ore uno del mattino ed è durato circa 40 minuti; in tutto sono state sganciate circa 20 bombe e nessuna ha colpito un obiettivo militare. Tutte sono cadute a nord del porto, nel centro della città, uccidendo 16 civili e ferendone più di 40; non fa menzione della puntata contro l'acciaieria di Bagnoli. La maggior parte della copertina poi è retorica sulla barbarie dei nemici dell’Italia, Germania e Austria, ed aggiunge Napoli all’elenco delle eroiche città martiri come Londra, Parigi e Venezia, ognuna delle quali ha dovuto sopportare le crudeltà teutoniche.
Le bombe sganciate feriscono Napoli ma non la prostrano né mettono in ginocchio l’Italia. Immediate e veementi sono le reazioni e tra queste quella del sommo poeta d’Annunzio che da simile avvenimento trae spunto per realizzare il suo sogno; sorvolare Vienna con una squadra aerea. Egli non sgancia bombe ma lancia milioni di volantini tricolori su tutte le principali vie della città. Su ognuno vi è scritto “Viennesi. Imparate a conoscere gli Italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori, i tre colori della libertà.”
Poco tempo dopo la Croce Rossa Italiana emette un chiudilettera commemorativo “Pro Napoli” a ricordo dell’onta barbarica contro la città partenopea ed il cui valore da 5 centesimi va a beneficio delle vittime di quella tragica notte [4].
La carriera del L.59 si conclude bruscamente, e nel modo più tragico, meno di un mese dopo  quell'impresa, il 7 aprile 1918. Nel corso di una progettata incursione sull'isola di Malta esso esplode in volo sullo stretto di Otranto nell'Adriatico, per ragioni sconosciute. Si dice che, avendolo scambiato per un dirigibile britannico, sia stato colpito dal "fuoco amico" di un U-boat tedesco, o che sia stato abbattuto dal fuoco nemico. Probabilmente è solo un incidente tecnico che incendia il gas altamente infiammabile contenuto nei sacchi. Ad ogni modo, precipita in fiamme, con l'intero equipaggio, nelle acque del Mediterraneo, che divengono la sua tomba.

Giuseppe Peluso – Pozzuoli Magazine del 14 aprile 2012

martedì 8 maggio 2012

Che festa la mia Pasqua











Che festa la mia Pasqua
Tradizioni alla Starza

Da sempre il mondo contadino festeggia la fine dell’inverno ed il risveglio primaverile della natura; così nel Territorio di Villa Maria alla Starza dove la Pasqua degli anni ’50 esalta questo passaggio. Pasqua si annuncia con fioritura, profumi, sensazioni, opportunità; tutto ha inizio la domenica prima, quella delle palme, l’ultima di quaresima.
Per questa particolare festa aiuto i nipoti dei coloni a preparare semplici croci, fatte intrecciando foglie di palme, che poi portiamo in Chiesa. Don Michele le benedice durante la Santa Messa quando ritiriamo anche i ramoscelli di ulivo, una delle poche piante non presenti nel giardino. La palma benedetta è usata quale buon auspicio ed abitualmente viene posizionata dietro le porte del “casone”, del “cellajo”, delle stalle e di altri ambienti.
Pasqua è anche purificazione e, per una comunità semplice e rurale come la nostra, significa candore. Si comandano grandi pulizie casalinghe e questo ci da l’opportunità di eliminare oggetti superflui portati all’interno nel corso del lungo inverno. Praticamente si provvede ad effettuare una vera e propria raccolta differenziata ed ecologica. Il legname viene riposto sotto una tettoia nelle vicinanze del forno; il ferro addossato ad un vialetto dove barre e “buatte” restano preda di erba e ruggine, dando forma a strane figure, in attesa di un eventuale riutilizzo [1]; la carta viene portata nel “cellajo” dove può servire da imballaggio sotto le “spaselle”; i residui alimentari, oggi definiti umido, vengono portati in una apposta buca incavata nel giardino, lontano dal fabbricato; infine quel poco che resta viene deposto nel secchio dell'immondizia che di sera è portato sul pianerottolo fuori della porta di casa. Questa immondizia, che di mattina è ritirata dal netturbino che si fa tutte le scale con un sacco sporco sulle spalle, mancante dell’organico non puzza ed il nostro androne non ne risente, diversamente da tutti gli altri che ho occasione di frequentare. Di solito sono io che porto alla buca l’immondizia da riciclare quale fertilizzante. Per raggiungere questa cavità percorro degli stretti sentieri che attraversano delle piane, coltivate a patate, passando vicino ad un'altra fossa, quella dei conigli. Ogni volta non rinuncio a sporgermi sul suo orlo per osservare, e “sfrocoliare” con bastoni occasionali, i timidi quadrupedi che l’abitano. Abbandonerò questa abitudine un giorno che, con più ardore, mi sporgo eccessivamente cadendo nella fossa; gli spaventati conigli si rifugiano nelle buche che solitamente scavano sul fondo della cavità ma io ancora più spaventato inizio a gridare e sono recuperato, per me dopo una eternità, dai coloni accorsi alle grida.
Le grandi pulizie effettuate nel “casone” dei coltivatori sono sbrigative e dopo una rapida ramazzata si bagna “u‘ ntrassuolo” con poca acqua, raccolta dalla cisterna del cortile, e lasciata cadere dolcemente da un bacile. Tra le loro poche suppellettili ricordo sul comò due campane di vetro che coprono altrettanti ignoti santi, realizzati con la stessa tecnica dei pastori drappeggiati, e poi una grande cornice che, dietro un vetro, custodisce la foto delle Loro Altezze Reali il Principe Umberto e la Principessa Maria Josè il giorno delle nozze. Sono belli e imponenti i principi e Umberto sembra quello azzurro sullo scenario di una favola.
Esco dal Territorio solo per andare a scuola e lungo il percorso incontro carrette e carri, carichi di botti, “sporte” o “spaselle”, tirati da cavalli e somari che sporcano pesantemente le strade. Gli spazzini sono armati di apposite palette atte a staccare e raccogliere così intensa necessità. Per vederli all’opera sbircio fuori dal massiccio cancello e lungo la strada non di rado riconosco avanzare e lanciare richiami una donna che porta, ben in vista, un grosso uovo di cioccolata. Non lo vende, o meglio non lo vende direttamente; vende novanta numeri tra cui il fortunato primo estratto che Sabato Santo uscirà sulla ruota di Napoli. La donna grossa e vociante è ben conosciuta e le sue lotterie sono settimanali, abbinate ad avvenimenti sacri e profani del calendario. Parla molto, alcuni dicono essere una maliarda, i più la conoscono come la “giucessa”.
Il giovedì sera si recuperano i vassoi in cui si è seminato e fatto germogliare il grano e aggravati del loro peso si esce per raggiungere l’altare della Chiesa che per la celebrazione viene con essi addobbato. Così esposti diventano motivo di competizione per avere il merito del vaso più bello. Poi si torna a Villa Maria allungando l’andirivieni per partecipare allo “struscio”.
Altra occasione d’uscita è recarsi alla bottega di “donna Emilia a’ quartaiola”, gran bazar alimentare. La proprietaria è sempre dietro il grosso bancone ed il nipote, Santino, in giro per il negozio a prendere, staccare, misurare, pesare. Ha un fisico atletico associato ad un distinto portamento da vero “gentlman” e, sicuro della sua prestanza, fa la corte a tutte le signorine ed è galante con tutte le signore. Nel contempo è attento a tutto ciò che la zia gli ordina ed è altrettanto attento al marciapiede dove sono allineati in bella vista i sacchi pieni di legumi tra cui ceci abbrustoliti e “sciuscelle” molto ricercati da bande di scugnizzi divenuti improvvisati predoni. La “puteka” ha pane, pasta, farina e zucchero che sono venduti sfusi; legumi, formaggi e salumi venduti a peso così come pure tonno ed acciughe; poi l’olio per il cui acquisto è necessario portare un contenitore in cui viene versato solo dopo essere stato misurato in recipienti di giusta capacità.
Donna Emilia, in anticipo su tempi, ha di già inventato un unico certificato che funziona da Carta di Credito e da Carta Fedeltà. Trattasi di un libricino, con copertina nera, che racchiude piccoli foglietti sui quali la bottegaia, analfabeta ma da “nobel” in aritmetica, annota la somma della spesa giornaliera che poi viene saldata ogni settimana, quindicina o mese adattandosi elasticamente alla instabile retribuzione del debitore. Lei con dolcezza e risolutezza ricorda a tutti le scadenze e spesso, senza malizia, pronuncia: “Chi magna a Natale e pava a Pasca, fa 'nu buono Natale e 'na mala Pasca”.
Frutta e verdura li si raccoglie nel giardino dove si allevano anche i polli che, con l’allungarsi delle giornate, già tardano a ritirarsi nell’apposito recinto creato per loro in un sottoscala. Il latte lo si compra  direttamente nel fondo da Vittorio “o vaccaro”, ed il vino che si consuma giornalmente è un ottimo “aglianico” produzione “Starza”. Per Pasqua poi i coloni concedono, come da clausola contrattuale insieme a polli ed uova, il secondo e ultimo barile del Per' e Palumme”; rosso come la passione che ci si appresta a celebrare. Mio Padre, come a Natale, si concede il lusso di acquistare le bottigliette con le “essenze” per preparare i liquori da fare in casa; per la Pasqua si limita al solo rosolio. Ma la settimana di Pasqua è un supplizio per i golosi; si fanno pizze piene, pastiere, casatelli; arrivano uova di Pasqua e altro, ma non si può assaggiare nulla di ciò; assolutamente nulla fino alla mezzanotte del sabato. Nella spaziosa e calda cucina, accanto al focolare in muratura, le mani impastano e ammassano farina con la partecipazione di noi bambini; attenti ad ogni passaggio e con me impegnato, allora come oggi, nel tagliare e posizionare le strisce della pastiera.
Prodotto tipico è il “casatiello” il cui nome deriva da “cacio”; il formaggio di pecora che simboleggia l’agnello pasquale, la vittima sacrificale. Le uova crude che affondiamo sul “casatiello” rappresentano il simbolo del seme, della vita, e le due strisce che le coprono ricordano la croce di Cristo. Infine i casatielli sono a ciambella, vuoti al centro, a forma della corona di spine di Gesù. In casa se ne fanno più di uno ed ogni bimbo ha il suo fatto apposta più piccolo, ma con egual numero delle ricercate uova che nel forno prendono il caratteristico buon sapore. Fatto bene è un prodotto costoso e pesante; non per niente si dice “che casatiello” di una persona pedante e indigesta. Altro dolciume pasquale è il “casatiello dolce” per la cui preparazione c’è bisogno del “criscito”, una pasta fermentata acida, e di una particolare preparazione per permetterne la crescita al caldo, generalmente sotto coperte o materassi. Naturalmente suscita curiosità ed è forte la tentazione di misurarne la crescita; di nascosto lo si va a scoprire attirandosi “allucche’” e “strille” da parte dei genitori.
Finalmente arriva il venerdì, giorno in cui la “Rosina” solitamente accende il forno; questa volta per più lungo tempo, non solo per il pane settimanale. Tutti noi bambini portiamo giù pastiere, pizze, casatielli, e li poniamo allineati sul muretto, non molto alto, che separa il forno dal casotto dei maiali [2]. Quest’ultimo è costituito da una bassa e coperta costruzione, dove i due maiali riposano di notte, ed un anteriore piccolo spazio pieno di melma, escrementi ed avanzi di ogni genere da cui esala un odore particolarmente penetrante. I ruoti, nel pieno rispetto della natura, sono scoperti e tenuti d’occhio da noi piccoli che ce li indichiamo l’un l’altro per ricordarne la proprietà ed esaltarne la bontà. E’ bello vedere Rosina impegnata con i lunghi attrezzi che servono di volta in volta ad immettere legna, a rivoltare la brace, a posizionare i ruoti; e quando dalla ardente bocca del forno ne tira fuori alcuni, con la lunga pala di legno, si diffonde nell'aria un messaggio di calore e benessere che crea tragici languori di fame. Ma bisogna digiunare, Gesù è a terra e necessita affrettarsi per partecipare alla “Via Crucis”.
Finalmente giunge il Sabato Santo, dopo la penna bianca viene tirato a terra anche il fantoccio della Quaresima ed il tutto viene bruciato così come nelle Chiese brucia il Sacro Fuoco, preludio allo scioglimento della Gloria.
Il giorno di Pasqua, dopo la Santa Messa, riprendiamo i salami dalla cantina dove sono stati riposti l’ultimo di carnevale e, insieme ai dolci, li disponiamo sul tavolo imbandito attorno al quale è raccolta tutta la Famiglia. Allora la persona più anziana benedice tutto e tutti attingendo l’acqua santa con un ramoscello d’ulivo. Solo allora grandi e bambini possono mangiare, lo fanno con gioia ed appetito tenendo d’occhio papà che solo dopo aver terminato il primo piatto si accorge delle letterine da noi riposte sotto di esso. Le letterine, fatte preparare a scuola dalla maestra e scritte da noi ragazzi con paroline buone, vengono lette orgogliosamente dal papà e ascoltate con emozione da tutti i familiari. Il momento più bello è quando papà ci ricompensa con dei soldini; che festa la mia Pasqua!
Il giorno dopo, Lunedì di Pasquetta, tutti noi piccoli di Villa Maria siamo pronti a trascorrere una giornata all’aria aperta in parziale autonomia. Con cesti pieni di ogni ben di Dio percorriamo il lungo viale che, fiancheggiato da aranci e mandarini con i tronchi spruzzati di bianca calce, sembra condurre verso il meraviglioso mondo del Mago di Oz [3]. Nel passeggiare anche noi incontriamo spaventapasseri e figure di latta, ma in fondo non c’è la Città di Smeraldo, c’è un’area che su tre lati è circondata da panchine rivestite di bianco marmo. Al centro troviamo un tondo e marmoreo tavolo e dai quattro angoli partono delle strutture metalliche che vanno a congiungersi in alto, all’epicentro dell’ambiente. A copertura del groviglio non ci sono fiori ma intrecciati rami di viti; di quell’uva della qualità che chiamiamo “a cornicella”. Pomposamente definiamo “Hermitage” questo ambiente, ma esso altro non è che un neoclassico gazebo, coetaneo dell’ottocentesco casino di campagna, smantellato per la realizzazione del mercato ortofrutticolo all’ingrosso e la sua area trasformata in luogo di decenza [4]. In questo spazio ci fermiamo a giocare, a pranzare, a riposare e ci spostiamo per due soli motivi. Raggiungere un vicino “fussatiello” in cui sono piantate le fave ormai pronte e raggiungere, ogni venti minuti, il muro della confinante ferrovia cumana. E’ immensa la gioia quando sentiamo il treno arrivare, il vociare e cantare dei suoi allegri passeggeri diretti alla scampagnata; poi la meraviglia di quelli che, troppo esposti ai finestrini, perdono, con il nostro aiuto, i loro caratteristi berrettini tanto simili a quelli di Coppi e Bartali.
Che gioia riattraversare il giardino della Starza con in testa questi trofei.

Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 31 marzo 2012

lunedì 16 aprile 2012

Passeggiata Ottocentesca














SETTIMA PASSEGGIATA

L’attuale empio progetto di una discarica in zona “castagnaro” contrasta vivamente con la bellezza di questi luoghi che sempre sono stati meritevoli di venerazione. A tal proposito mi pregio riportare la sconosciuta pagina del diario di una ottocentesca escursione in questi siti.
Nel 1888 il Ministro della Pubblica Istruzione ingiunse che gli alunni dei Regi Licei dovessero, nei giorni di vacanza, esercitarsi in passeggiate ginnastiche per le quali è riconosciuta l’utilità e per lo sviluppo delle forze fisiche e per le cognizioni che acquistano i giovani specialmente di Archeologia e di Scienze Naturali. In omaggio a tale provvida disposizione del Ministro, durante l'anno scolastico 1888-89, gli alunni del Regio Liceo Antonio Genovesi di Napoli ebbero a compiere parecchie gite sempre guidati dal Preside o da altri Professori. Di tutte queste escursioni furono fatte minute relazioni dagli alunni medesimi, per cura del Prof. Vincenzo Campanile.
Oggi trascrivo la loro settima passeggiata, interessante per la descrizione che se ne fa sia del Gruppo del Gauro sia della Piana di Quarto, non senza aggiungere che per il Preside, Dott. Angelo Ferrari, l’ordine e la disciplina, anche in questa passeggiata, furono pienamente mantenuti, e non ebbe a deplorarsi inconveniente alcuno.



Settima Passeggiata - Domenica 10 Febbraio 1889.“La gita, che troverete da me descritta, o colleghi, sono sicuro, che vi riuscirà poco dilettevole, e perché avete innanzi letto descrizioni fatte da giovani bravi, e perché il cattivo tempo non ci permise di ammirare quei quadri, che ci aspettavamo. Pur tuttavia, facendo a fidanza con la vostra indulgenza, mi accingo a scrivere, nella speranza di gettare un po' di luce negli animi di coloro, che non hanno ancora compreso l'importanza dell'alpinismo, ed i vantaggi fisici e morali, che la nobile passione arreca.
Alle 6 e 3/4 del mattino era stabilita la nostra posta in Piazza del Plebiscito, per prendere il tram a vapore in partenza alle 7 e 10 minuti per Pozzuoli. La sera precedente il tempo cominciò a mostrarsi brutto, quasi in segno di minaccia, per farci desistere dalla risoluzione presa. Andai a letto, con la speranza di trovare all'indomani tempo migliore. La notte piovve dirottamente. Alle 5 e 3/4 il mio orologio a sveglia mi avvisava ch'era tempo di alzarmi. Il mio primo pensiero fu di correre al balcone, ma il tempo era pessimo, la pioggia veniva giù a catinelle. Mi vestii in fretta, mi armai del mio “alpenstok” e corsi alla Piazza Plebiscito. Trovai il Prof. Campanile, che dirigeva la gita, i due figli di lui Adolfo ed Arturo, Giuseppe Giordano e Francesco Cirillo. Il cattivo tempo aveva fatto disertare gli altri. La pioggia era cessata; ed il largo S. Ferdinando, a quell’ora così mattutina, era deserto. Solo di tratto in tratto si vedeva correre qualche vettura da nolo, ma spariva subito, come il lampo. Alle 7 e 10 il tramway si mise in moto, e la pioggia ricominciò con più costanza di prima. Pareva, che il fato congiurasse contro la nostra passeggiata. Alle 8, giungemmo a Pozzuoli e, provvedutici della colazione, c’incamminammo subito per la via Campana, la quale, traversando il piano di Quarto, conduce a Qualiano e poscia a Giugliano. Appena usciti dalla città, come se non fosse bastata la pioggia, si aggiunse anche la neve, ed un penetrante venticello di tramontana si faceva sentire fin nelle ossa. Tutte queste difficoltà non ci sgomentarono, e seguimmo allegri la nostra via. Lo spettacolo della neve è raro tra noi, e quando ci è dato di ammirarlo, ci riesce sempre piacevolissimo. In campagna poi desta entusiasmo. Dopo ½ d'ora di cammino, lasciammo la via carrozzabile, e c'inoltrammo in un viottolo fangoso, ove appena si poteva camminare per uno. In mezz'ora, seguitando sempre la nevicata, giungemmo al cratere di un vulcano spento, denominato il Campiglione. Le terre di Pozzuoli sono quasi tutte vulcaniche, ed anche oggi ne abbiamo prove abbastanza valide per dimostrarlo. Noi ci trovavamo appunto nel cratere di un antico vulcano, come ho detto di sopra. Esso ha la forma di un tronco di cono; la circonferenza superiore più grande della inferiore è divisa in due archi da una sella dirimpetto alla porta d'entrata per mezzo della quale vien distinta la parete destra col nome di Monte Corbara (m.315) e l'altra a sinistra con quello di Monte Barbaro (m.320). La pioggia intanto era finita, e solo rimaneva qualche bianca nube sull'orizzonte e un poco di nebbia, che copriva le pianure. Ci avviammo per un ripido sentiero a destra, che si svolge nella parte interna del cratere, ma, non potendo vedere il panorama esterno, deviammo dopo 15 minuti per una gola, e guadagnammo un bellissimo viottolo, dal quale, ci diceva il Prof. Campanile, con tempo sereno si scorge una veduta estesissima. Il cattivo tempo cessato un pochino, ci permise di ammirare poche montagne, tutte coperte di neve e le colline, che si alternavano a larghi tratti di pianure, coperte da nebbie. Il piano di Quarto, estesissimo, si spiegava ai nostri piedi. Indi continuammo il cammino, e man mano che salivamo , allargandosi la visuale, il panorama si faceva sempre più bello. Un fremito di gioia e d‘impazienza, un desiderio vivissimo di visitare quelle contrade, alle quali la natura era stata prodiga di tante bellezze occupava tutti noi; ed avremmo preferito le mille volte di ascendere su quelle montuose cime, anziché fare quella piccola passeggiata. E noi ci beammo di questa veduta, finché entrati in un boschetto la perdemmo, ed in cambio dovemmo pensare ad afferrarci a qualche tronco di albero per non sdrucciolare, a saltare siepi per rintracciare un sentiero. Dopo tre quarti d'ora di questa bellissima ginnastica, senza che ce ne fossimo accorti, fummo sull'altura. Un altro breve tratto ci separava dalla vetta più alta, la quale fu raggiunta di corsa da tutti. Quivi trovammo una vecchia casa disabitata. Sebbene ci fossimo pervenuti ad un' altezza abbastanza modesta, pure il panorama era bellissimo. I nostri polmoni respiravano aria più pura, i nostri occhi spaziavano in un vasto orizzonte, noi ci sentivamo beati. Di fronte avevamo il mare ampio, mugghiante, le isole di Procida e d'Ischia col suo Epomeo, a destra il golfo di Gaeta, le cui acque lambivano il bosco di Licola; a settentrione le catene delle Mainarde e del Matese furono per un momento osservate; ad oriente il Vesuvio, S. Angelo a tre pizzi e la collina dei Camaldoli. A poca distanza da noi erano i laghi del Fusaro, di Licola e di Patria ed il Mare Morto; e poi il Monte di Procida, la collina di Cuma e quella di Capo Miseno. Assisi dietro un muro di quella vecchia casa, ammirammo per circa un'ora il bellissimo orizzonte. Alle 12 e ½ cominciammo la discesa pel versante settentrionale. Per comodo sentiero, il quale scende dolcemente fra belle campagne, in poco più di mezz'ora, ci trovammo nella via Campana, sul piano di Quarto, e poscia alla Montagna Spaccata, il punto più alto della strada. Questo luogo è cosi denominato per essere una gola, fra due colline. All'uscita, anziché seguire la strada, che conduce a Pozzuoli, volgemmo a sinistra per un'altra via che sale dolcemente attraverso basse colline, coperte di scarsa vegetazione. Costeggiando gli Astroni, dopo un'ora e quarto toccammo Soccavo; poi, saliti ad Antignano, alle 15 fummo di ritorno in Napoli.” - Michele Taglienti - Alunno della 3° liceale



Giuseppe Peluso - Quarto Magazine del Marzo 2012