lunedì 6 maggio 2024

La Trione Ferroleghe di Pozzuoli

 

Dal fumo dell’acciaieria alla “nziria” del monsignore



Nel corso del 1954 la “S.p.A. Trione Ferroleghe”, con sede a Torino, impianta a Pozzuoli uno stabilimento dove produrre “acciai speciali” il cui consumo segna il grado di evoluzione industriale di una nazione.

Gli acciai speciali sono essenziali per creare autoveicoli, treni, navi e macchine utensili per l'industria tessile, dolciaria, farmaceutica, ecc.     

In precedenza il consumo di questi acciai è quasi del tutto limitato all’Italia settentrionale ed inizialmente anche quanto prodotto nello stabilimento di Pozzuoli è diretto verso i grandi complessi industriali del Nord, quali la Fiat, la Dalmine, la Breda, La Falck, la Terni, ecc.

Ma, con l’industrializzazione dell’Italia meridionale, si avverte sempre più la necessità di un analogo consumo in quelle regioni dove la “Cassa del Mezzogiorno” incentiva nuove iniziative imprenditoriali.

Questo Ente, attraverso la “ISVEIMER”; ha finanziato la stessa Ferroleghe che nello stabilimento di Pozzuoli fonda la sua attività su tre grandi reparti:

1 - Produzione di “ferroleghe pregiate” col metodo dell’alluminotermia.

2 - Produzione di “ferroleghe super affinate”, fra cui il ferro-cromo.

3 – Produzione di “acciai speciali inossidabili”, fucinati al maglio.

In definitiva le ferroleghe pregiate prodotta a Pozzuoli sono:

“ferrotungsteno, ferromolibdeno, ferrotitanio, ferrovanadio, ferrozirconio, ferroboro, manganese metallo, cromo metallo, ecc”.

Tutte queste leghe servono per dare agli acciai peculiari caratteristiche di durezza, di elasticità, di resistenza al calore, all'usura e alla corrosione; il loro consumo aumenta col progredire della scienza, della tecnica e dall'indice di industrializzazione.

Questa nuova fabbrica va ad insediarsi nell’area meridionale lasciata libera dagli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli, oggi sede dei “Sud Cantieri Maglietta”, e nasce contemporanea alla Sunbeam che, con personale quasi tutto femminile, produce rasoi e piccoli elettrodomestici.



Purtroppo le assunzioni effettuate dalla Ferroleghe non passano attraverso l’Ufficio del Collocamento e gli operai, assunti direttamente, per forzata riconoscenza rinunciano alle normali garanzie di salario e di sicurezza.

Nello stabilimento non vi è mensa aziendale e non è riconosciuta alcuna indennità sostitutiva; inoltre, in conseguenza dell’ossessionante ritmo dei turni di lavoro, già nel settembre del 1954 muore folgorato l’operaio Alfonso Colonna.

In seguito numerosi altri saranno i morti e i mutilati per scoppi di residuati bellici, provenienti dai campi di battaglia, che giornalmente su camion varcano il cancello della fabbrica per essere gettati nei forni elettrici.

Ricordo, con terrore, gli scoppi improvvisi e gli sguardi di tutti dirigersi verso quei capannoni fonte di sostentamento ma anche di dolori.

Numerose le interpellanze parlamenti che denunciano i rischi e le vessazioni cui sono sottoposti i dipendenti di questa fabbrica.

Il crescente boom economico, che sta conducendo l’Italia verso il benessere, oltre a mietere vittime umane provoca anche danni all’ambiente.

I capannoni per la produzione di acciai sono in pieno centro urbano e il fumo nero che da loro fuoriesce oscura il cielo, depositandosi  sui muri delle case circostanti e nei polmoni  di chi le abita.

A differenza di Bagnoli e delle sue ciminiere, la Ferroleghe di Pozzuoli non possiede camini; il fumo fuoriesce da tutte te aperture presenti nei capannoni di produzione, in modo costante e continuativo.

Le ciminiere aiuterebbero il fumo a risalire e, con venti favorevoli, dirigerlo verso alte quote; niente, lo smog irrora con costanza le limitrofi zone, specialmente quelle poste ai piedi ed alla sommità del costone della Starza.

I residenti non ne possono più, non si respira, e dopo le prime e singole rimostranze decidono d’organizzarsi in comitato per contrastare il malessere a mezzo vie legali.

Promotore del comitato è sua Eccellenza Luigi Punzolo, nato a Pozzuoli nel 1905, arcivescovo dal 1954, quasi sempre inviato dal Vaticano, quale Nunzio Apostolico, in nazioni “difficili”.

Mons. Punzolo risiede in una villa, donata poi alle suore della “Congregazione delle Missionarie dell’Immacolata”, posta alla sommità della Starza; dirimpettaia di “Villa Cordiglia” e con affaccio sulla Ferroleghe.

Luigi Punzolo, nei primi anni sessanta, riunisce presso la propria residenza i proprietari, o rappresentanti, degli immobili che subiscono il comune e grave inconveniente in modo che firmino un legale atto costitutivo del comitato.

A questa assemblea partecipano, ne ricordo alcuni, i Caracciolo, i Costigliola, i Mirabella, i Iappelli, i Delli Paoli, i Zaarauolo, i Gentile, i Ferrigno, i rappresentanti del Villaggio del Fanciullo, e tanti altri tra cui mio Padre quale amministratore della sottostante Villa Maria.

E’ così costituito il Comitato che incarica un legale di intraprendere regolare azione a salvaguardia della pubblica incolumità e contemporanea richiesta risarcitoria per i danni subiti dagli edifici.

Spesso sua Eccellenza Punzolo riunisce i proprietari per aggiornarli sull’andamento della vicenda e intanto, nel gennaio del 1962, è nominato internunzio apostolico in Siria; incarico che lo terrà molto impegnato e lontano da Pozzuoli.

Nel maggio del 1962 il legale, dovendo fornire importati comunicazioni, invita i proprietari  nel salone di Villa Punzolo ed io vi partecipo su delega di mio Padre, assente per lavoro.

Una volta riuniti si nota la mancanza dell’arcivescovo e la signora Maria D.P., nota proprietaria di un fabbricato dell’allora via Miliscola, chiede:

 Ma non c’è Monsignore Punzolo?

Una suora, che ha fatto gli onori di casa, risponde:

 No! Sua Eccellenza è in Siria!

Con volto rammaricato la signora Maria ribatte:

 Hoo, ma’ dispiace! Ma chi l’ha fatto i’ ‘nziria?


PELUSO GIUSEPPE - Segni dei Tempi - MAGGIO 2024


sabato 6 aprile 2024

Eugenio Scalfari

 

Eugenio Scalfari, Civitavecchia e Pozzolani.

 


Cento anni fa, il 6 aprile del 1924, a Civitavecchia nasceva Eugenio Scalfari; scrittore, politico e giornalista fondatore di “La Repubblica”, che ci ha poi lasciati nel luglio del 2022.

In un suo libro autobiografico ha raccontato gli inizi della sua vita dove troviamo intrecci con Pozzuoli e le isole flegree.

Il suo bisnonno materno si chiamava Domenico Scotti, nato e vissuto per lungo tempo a Procida.

 Gli Scotti sono armatori e Domenico possiede tre navi a vela che trasportano grano, carbone, tessuti e altre mercanzie tra Tunisi e Pozzuoli; su quelle navi suo nonno Francesco fa le sue prove da mozzo e poi da marinaio.

Verso la metà dell’Ottocento Domenico Scotti decide di trasferire la Famiglia e i suoi velieri da Procida a Civitavecchia e nel frattempo il figlio Francesco acquisisce la patente di capitano di lungo corso per cui è lui a guidare per i mari la flottiglia dei tre velieri.

Poi anche questa fase finisce, perché i vapori prendono il posto delle navi a vela; ma gli Scotti restano nel porto laziale dove acquistano un grande appartamento in un palazzo costruito, nei primi anni dell’ottocento, nella piazza centrale della città.

In quell’alloggio resta Francesco che, con sua moglie e la numerosa Famiglia, occupa tutto l’ultimo piano del palazzo.

Francesco Scotti ha cinque figli, la Madre di Scalfari è la seconda e gli altri sono due femmine e due maschi.

Nonno Francesco muore nel 1923, zia Maria si sposa e va a vivere in un’altra casa, zia Lidia si sposa anch’essa e si trasferisce a Roma dove vanno a vivere anche la nonna e i restanti suoi due figli maschi; nella casa restano solo Eugenio e i suoi genitori.

 E’ in quella casa che la sua memoria comincia ad accumulare sensazioni e ricordi; alcune finestre affacciano sulla piazza il cui lato opposto si apre sulle banchine dove attraccano le navi chiamate “postali” perché portano la posta, i passeggeri e le merci nei porti sardi di Olbia, Golfo degli Aranci e Cagliari.

Proprio sotto casa c’è una costruzione di grande interesse, risalente all’epoca romana, che alloggia fondachi, pescherie, botteghe di attrezzi e reti da pesca, protetti da una fila di portici, dove sono allestiti i banchi del pesce che le paranze sbarcano la mattina e il pomeriggio.

Spigole, orate, ricci di mare, aragoste, cefali, merluzzi luccicano su quei banchi; le donne, quasi tutte “pozzolane”, ne illustrano il pregio e richiamano l’attenzione dei compratori mentre i “postali” puntano la prua verso la bocca del porto a sirene spiegate.

Le sere della bella stagione il piccolo Eugenio si affaccia sul balcone insieme a sua madre che in quella casa c’è nata ventitre anni prima di lui.

Sul mare aperto si vedono le luci delle lampare, le barche da pesca che stendono le reti al largo e pescano a strascico, suonano le sirene dei postali e le luci delle cabine brillano in alto mare.

La mattina, prima dell’alba, partono le paranze e tornano la sera con il loro carico di saraghi, triglie, merluzzi, cefali e calamari.

La sera partono le lampare e restano fuori tutta la notte attirando nelle reti stese a pelo dell’acqua banchi di sarde e di alici.

Le famiglie dei pescatori provengono quasi tutte da Pozzuoli e da Procida e conservano di quei loro paesi di origine una parlata che col tempo si è corrotta e mischiata con le inflessioni del luogo, dando vita ad una cadenza spuria e sguaiata.

Ma le donne sono belle, con gli occhi di un blu profondo e capelli morbidi e scuri; aspettano al tramonto le barche dei loro uomini e sono loro a sistemare i pesci nelle ceste, a preparare i banchi sopra i quali esporre le spigole argentee, le triglie color di rosa e gli scorfani rossi.

 Un giorno, su quel balcone, la Madre gli dice:

 “… dobbiamo andar via, lasceremo questa casa, è troppo grande per noi, ne avremo un’altra, ti piacerà….”

Lui, piangendo disperato, gli risponde:

“Quando sarò grande te la ricomprerò e torneremo qui…”

Forse quella promessa l’avrebbe mantenuta, ma, quando fu grande e tornò in quel luogo dell’infanzia, la casa non c’era più, sprofondata in un cratere di bombe.

La guerra era passata furiosamente distruggendo le banchine del porto, il muraglione dell’Arsenale, le pescherie, la Torre della Rocca, la chiesa di Santa Firmina e i palazzi di piazza della Vittoria.

Al posto della casa dove era nato vent’anni prima c’era solo quel cratere.

 Era lì che era cominciata la sua vita, la sua memoria, la sua malinconia; quel pianto disperato in braccio alla Madre era il suo primo ricordo, insieme alla finestra sul mare, il cesso sul balcone e la ringhiera di ferro, le navi del porto che partivano e arrivavano, il suono della sirena del postale che salpava per la Sardegna e i gabbiani che volavano maestosi e all’improvviso cadevano a picco sui pesci del mare.

Era sempre lì che era cominciato anche il suo risentimento e la voglia di compensare un torto subito.

 


Bibliografia:

Eugenio Scalfari - Incontro con io, Rizzoli, Milano 1994

www.poetidelparco.it – Civitavecchia

Don Filo Puteolano – Abbàscio o’ mare

Giuseppe Peluso – I Pescatori di Pozzuoli lungo le coste Laziali – Pozzuoli Magazine


GIUSEPPE PELUSO – APRILE 2024

lunedì 4 marzo 2024

Quando a Pozzuoli si costruivano treni

 



Nella Rotonda alla Starza

IL MONUMENTO ALL’INDUSTRIA PUTEOLANA

La “Sala Montata” della “28” puteolana

 

In occasione della inaugurazione del tunnel Tangenziale – Porto, a Pozzuoli, al centro della rotonda stradale di via Nicola Fasano, è stata eretta a monumento una “sala montata” [foto 1].





L’ingegneria ferroviaria definisce “sala” l’insieme costituto da due ruote e dall’asse corrispondente di un veicolo ferroviario; nello specifico è definita “sala motrice” quando essa è utilizzata per trasmettere (a mezzo di bielle e ingranaggi) il moto rotatorio del motore alla ruota, oppure “sala accoppiata” quando è utilizzata per collegare insieme (a mezzo di sole bielle) un gruppo di ruote rendendole tutte motrici [foto 2].



I Cantieri di Pozzuoli, sotto varie denominazioni sociali, hanno costruito migliaia di locomotive elettriche e vagoni ferroviari ma, nella loro lunga esistenza, mai hanno realizzato locomotive a vapore di cui le “sale” sono componente essenziale.

La “sala” esposta non è di costruzione italiana ma americana; nondimeno la monumentazione realizzata in questo piazzale ben rappresenta la storia della industrializzazione puteolana; sia per il luogo scelto, sia per l’oggetto esposto, sia per la vicinanza al commemorativo affresco realizzato dal Maestro Isabettini.

 

Questa “sala” appartiene alle locotender americane tipo S100 ordinate, nel 1942 in 382 esemplari, dal Corpo dei Trasporti dell’Esercito Americano (USATAC).

Le S100 sono piccole motrici da 45 tonnellate con 2 cilindri esterni a semplice espansione, e rodiggio composto da tre assi accoppiati; esse sono particolarmente adatte al ruolo per le quali sono state progettate: la manovra.

Le locotender sono locomotive utilizzate negli scali ferroviari o per piccoli tratti locali, ragion per cui non necessitano di grandi scorte di carbone ed acqua che in genere vediamo trasportate dal caratteristico rimorchietto detto Tender.

Sulle locotender il carbone è posto dietro la cabina di guida in un cassone metallico aperto in alto per un agevole carico e con un'apertura calibrata in basso all'interno della cabina per l'asportazione, mentre la scorta d’acqua è posta in serbatori a fianco della caldaia.

Fin dal 1943 le americane S100 sono destinate sui teatri di guerra in Africa Settentrionale e in Europa; cinque di queste locomotive, numerate dal 1927 al 1931, giungono in Italia nel 1944 e alla fine delle ostilità restano nel Bel Paese.

Nel 1946 le locotender numero 1927, 1929, 1930 e 1931 sono immatricolate dalle Ferrovie dello Stato dove vanno a costituire il Gruppo 831.001/004; invece la numero 1928 è acquisita dagli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli (S.M.P.) che la lasciano marcata con l’originale numero 28 ben visibile sulle fiancate dei serbatoi d’acqua [foto 3].



Piccola e manovriera ben si adatta sulla fitta rete di binari che percorre l’intero Stabilimento i cui confini andavano dalla Calcare del Rione Torre alla stazione della Ferrovia Cumana ad Arco Felice, non disdegnando d’avventurarsi sul lungo pontile che fu dell’Armstrong.

Le sue brillanti prestazioni sono poi molto apprezzate all’interno dei capannoni e le sue ridotte dimensioni si rendono utili sui carri trasbordatori dove riesce ad imbarcarsi unitamente ai veicoli che traina.

La “28”, come familiarmente da tutti riconosciuta, e inizialmente collaborata da una vecchia vaporiera residuata dall’Armstrong; essa resta attiva fino ai primi anni sessanta quando è sostituita con un più moderno locomotore diesel che ha il pregio di non saturare di fumo l’interno delle officine che attraversa.

Non si hanno date precise ma la “28” risulta accantonata alla fine degli anni cinquanta e poi demolita negli anni sessanta, direttamente all’interno del grande complesso industriale.

Fortunatamente, e curiosamente per una motrice così poco rilevante nella storia ferroviaria italiana, questa locomotiva la troviamo riprodotta nella scala “HO” dalla Rivarossi; una importante casa fermodellista a livello mondiale [foto 4].



Essa è catalogata come modello HR2641 e, dopo la descrizione della sua storia nel blog “SCALAENNE” dell’amico Marco Nattan, è ormai conosciuta come “la puteolana” da tutti gli appassionati di Storia Ferroviaria.




PELUSO GIUSEPPE  - FEBBRAIO 2024

Pubblicato sul numero di Marzo del mensile diocesano "Segni dei Tempi"

martedì 16 gennaio 2024

Il Posto di Blocco Costiero di Varcaturo

 Il Posto di Blocco Costiero “Alfredo”
A difesa del quadrivio di Varcaturo

 

Coloro che provenienti da Licola percorrono via Madonna del Pantano noteranno alla loro destra, poco dopo la vicinale Torre degli Incurabili e pima dell’incrocio con via Ripuaria, uno stano manufatto listato con bande trasversali in bianco e nero.

Si trova proprio sul ciglio stradale che in quel tratto manca di marciapiede ma in compenso risulta delimitato a nord da metallico guard rail ed a sud da tufaceo muretto.

E’ composto da un blocco cementizio alto poco più di un metro e mezzo, lungo più di due metri e largo circa un metro; è fornito di fondamenta sotterranee ed al centro, solo lato strada, presenta uno scasso che dall’alto scende fino a poco meno di mezzo metro dal livello stradale [1].

 


Questo manufatto è quanto resta di un Posto di Blocco Costiero approntato nel corso della Seconda Guerra Mondiale dalle truppe italiane impegnate nella difesa della fascia litoranea.

 

Dalla fine dell’anno 1941 lungo tutte le coste italiane si inizia a costruire tutta una serie di strutture utili a respingere o contenere un eventuale sbarco di truppe nemiche.

Queste strutture comprendono:

 

Posti di Osservazione Costiera (P.O.C.), composti da strutture singole spesso di "riciclo", come antiche torri, che vengono riutilizzate per l'avvistamento delle forze nemiche provenienti dal mare. I P.O.C. sono generalmente presidiati da un piccolo gruppo di soldati dotati di armi leggere e dei mezzi necessari per trasmettere l'allarme ai comandi superiori.

 

Caposaldi di Contenimento Costiero (C.C.C.), costruiti direttamente sulla costa, composti da più strutture, in cemento armato, unite tra loro in modo da formare un unico campo trincerato e fortificato che hanno il compito di impedire lo sbarco del nemico. Sono dotati di una grande varietà di armi che comprendono artiglierie antinavi a lunga gittata; artiglierie di medio calibro da utilizzare contro mezzi da sbarco o corazzati; armi automatiche atte a spazzare la spiaggia dopo un eventuale sbarco.

 

Caposaldi di Sbarramento Costiero (C.S.C.), composti da più strutture e postazioni vicine ma non sempre tra loro collegate, che hanno il compito di impedire la penetrazione del nemico verso l'interno del territorio dopo lo sbarco. Spesso sono camuffate come civili abitazioni; sono dotate di armi controcarro e generalmente si trovano lungo importanti snodi stradali e ferroviari.

 

Posti di Blocco Costiero (P.B.C.), composti da semplici ostacoli e strutture che hanno la funzione di rallentare l'eventuale penetrazione del nemico. Sono posti lungo le vie di comunicazione, che dalle coste portano verso l'interno, e dispongono di poche postazioni e centri di fuoco [2].   

 


La struttura di Varcaturo è ciò che resta di un P.B.C. che, come tante suoe similari, è stata realizzata nel punto più importante di una rotabile adiacente e parallela alla costa. Per punti «più importanti» delle rotabili suddette si intendono i punti in cui dalle arterie costiere si staccano quelle che penetrano nell’interno del territorio.

I posti di blocco costieri hanno il compito di sbarrare il passo a nuclei avversari che, essendo per avventura riusciti a sbarcare, tendessero a località, stabilimenti e caserme, o semplicemente a penetrare all’interno del territorio.

Questo di Varcaturo, realizzato all’importante quadrivio dove via Ripuaria, proveniente dall’Agro di Giugliano, incontra via Madonna del Pantano, proveniente dall’Area Flegrea, serve a bloccare chiunque tenti di raggiungere il capoluogo campano e le sue importanti zone industriali. 

I P.B.C. hanno altresì il compito di riconoscere tutti coloro che vi transitano e per questo sono presidiati da nuclei muniti di armi automatiche ed attrezzati con manufatti che obblighino materialmente i veicoli ad arrestarsi.

Principalmente sono costituiti da un grosso manufatto in cemento armato, realizzato per gran parte sulla strada, con la finalità di restringerne la carreggiata; esso possiede muri sfasati a baionetta muniti di feritoie attraverso le quali possano far fuoco mitragliatrici e cannoni anticarro.

Questo sbarramento termina, verso centro strada, con un grosso blocco cementizio munito di scasso su cui poggiare, in caso di necessità, grossi travi in legno, o spezzoni di binario, per sbarrare la strada. Queste travi dall’altro lato poggiano su di un similare blocco di cemento posto nella carreggiata opposta.

Davanti al caposaldo sono piazzati sbarramenti in filo spinato (cavalli di frisia), denti di drago (per bloccare i mezzi corazzati) o perlomeno grossi massi aventi la stessa funzione [3].

 


Di giorno e per il traffico ordinario il varco stradale lasciato a lato del manufatto è chiuso con una barra a braccio mobile [4].

 


Le grosse sbarre antisfondamento sono montate dal tramonto all’alba; di giorno solo in caso di nebbia e di allarme.

Grosse bande in bianco e nero, dipinte sul muro esterno con una inclinazione di 45°, hanno la funzione di rendere visibile l’ostacolo per la normale circolazione stradale.

 

Il personale vigila non solo sulla rotabile, ma in un certo raggio a lato di essa ed esercita le sue funzioni con decisione ed energia; come da disposizioni impartite niente dimestichezza con la popolazione, ma intimazione a distanza, grinta dura e intonazione di comando.

Salvo che non abbia palesemente a che fare con il nemico, il personale dei posti di blocco non apre il fuoco se non dopo le intimazioni regolamentari [5].

 


La “XXXII Brigata Costiera” con sede a Villa Literno ha il compito di vigilare sul tratto di costa che va dalla foce del Garigliano alla foce dell’Alveo di Licola, pertanto ha competenza anche su questo Posto di Blocco che ha denominato “Alfredo” (i posti di blocco dipendenti da questa grande unità hanno nomi di uomini ed iniziano con la lettera “A”).

Nella classificazione dell’epoca risulta costruito lungo l’Alveo dei Camaldoli all’altezza del Ponte di Varcaturo ed il comando vi ha destinato trenta uomini, appartenenti al LXXIX Battaglione a sua volta parte del 16° Reggimento Costiero, che dispongono di due cannoni controcarro e di un mitragliatore, oltre alle armi individuali. Probabilmente questi uomini presidiano pure qualche Casamatta in calcestruzzo (bunker) e postazione circolare infossata (tobruk) delle immediate vicinanze, ad oggi non più visibili.

Poco più a nord, presso il ponte sulla foce del Lago Patria, è stato realizzato un altro Posto di Blocco Costiero denominato “Adriano” [6].

 


Sulla litoranea di Ischitella è quasi completato il Caposaldo di Sbarramento Costiero denominato “Agrigento” (i caposaldi dipendenti dalla “XXXII Brigata Costiera” hanno nomi di città che iniziano con la lettera “A”).

Lungo la costa, verso sud, sono stati realizzati il grande Caposaldo di Sbarramento di Cuma denominato “Brescia” e quello di Torregaveta denominato “Biella”.

All’interno, verso la piana campana, si trovano i Caposaldi di Contenimento di Licola Borgo, Grotta dell’Olmo, Rotonda di Maradona e Qualiano denominati, rispettivamente, “Bari”, “Bolzano”, “Bologna” e “Benevento”; sempre nomi di città ma con iniziale la lettera “B” perché dipendenti dal “Comando Difesa Costiera Porto di Napoli”.

Al quadrivio di Arco Felice troviamo poi il similare grande Posto di Blocco Costiero denominato “Bernardo” [7].

 


Fino a settembre 1943 tutte queste postazioni non sono interessate da operazioni belliche e le truppe italiane dipendenti dal Comando Difesa Costiera sono impegnate solo in continue esercitazioni, come quelle eseguite in provvisorie trincee, scavate nella sabbia del litorale Domizio cui fa da sfondo l’Acropoli di Cuma [8].

 



Il temuto sbarco alleato sarà effettuato a Salerno e questa postazione, come tutte le altre, sarà abbandonata dai reparti italiani in seguito allo sbandamento susseguente all’armistizio dell’otto settembre.

I tedeschi, che stanno ritirandosi dal fronte di Salerno e dall’auto liberatasi città di Napoli, proprio in questa zona allestiscono la loro linea difensiva “Anni” che si stende dalla foce del Lago Patria fin verso la grande pianura campana passando per Qualiano, Marano, Calvizzano, Giugliano, Melito, Grumo, Cardito e Acerra.

La Wehmacht su questa linea, oltre ad appoggiarsi a barriere naturali quali il Lago Patria, il Canale dei Camaldoli, i Regi Lagni, etc, si installa in tutti i caposaldi e le postazioni difensive abbandonate dagli italiani [9].

 


Il quattro ottobre, presso questo Posto di Blocco, è ucciso Giovanni Bovenzi di Cancello Arnone; un soldato tedesco lo spara alla fronte mentre sta recandosi a casa della sorella in Contrada Campanariello.

Il sei sono uccisi a colpi di mitra i fratelli Francesco e Domenico Grasso di Giugliano incappati in una pattuglia tedesca nel mentre cercano di procurarsi dei cavalli per trasportare delle mele da Varcaturo a Qualiano.

E’ intenzione tedesca difendere questo fronte fino al quattro di ottobre per poi ripiegare verso la linea “Viktor” che inizia alla foce del fiume Volturno, raggiunge gli appennini e il corso del fiume Biferno, per arrivare all’Adriatico nei presso di Termoli.

Questa ulteriore linea è da difendere a sua volta almeno fino al 15 ottobre per consentire al grosso delle truppe di attestarsi lungo la più fortificata linea “Gustav” che, partendo dalla foce del Garigliano, attraverso Cassino e gli Appennini, arriva all’Adriatico [10].

 




Partiti i tedeschi arrivano gli alleati che nello stesso autunno, in previsione dell’assalto anfibio ad Anzio, utilizzano questi luoghi per l’addestramento di diverse loro unità in quanto geograficamente simili alle zone di sbarco; per di più vi si trovano anche bunker e postazioni difensive costiere simili a quelle che incontreranno nell’agro pontino.

Inoltre gli alleati, per migliorare la catena dei trasporti diretta al fronte fermo a Cassino, sulla linea Gustav, provvedono ad ampliare e migliorare una stradina che dal bivio sud di Ischitella porta a Parete; ancora oggi questa strada è chiamata “Via degli Americani”.

 

A guerra terminata le strutture in calcestruzzo di tutti i Posti di Blocco sono smantellate in quanto, essendo state realizzate sulla carreggiata delle arterie con l’intento di restringerle, costituiscono un grosso problema per la ripresa della circolazione stradale.

Pertanto in giro si ritrovano, in gran parte ancora integri, molti bunker appartenuti ai vari Caposaldi di Sbarramento ma è raro trovare qualche resto di quelli che furono i Posti di Blocco.

Quello di Varcaturo, anche perché ricadente lateralmente oltre la carreggiata, è ancora al suo posto; muto testimone di una tragedia che ha sconvolto questa pacifica località della “Campania Felix” [11].

 


 

  

REFERENZE

S. Pocock – Campania 1943 – 2009

N. Ronga – I Comuni a Nord di Napoli - 2020

G. Peluso – Il Posto di Blocco Costiero di Arco Felice - 2011

I. Insolvibile – Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia

 

GIUSEPPE PELUSO – GENNAIO 2024