mercoledì 4 marzo 2020

Laura D'Oriano


Da Bordeaux a Napoli spiava i movimenti navali italiani
LAURA D’ORIANO
Origini puteolane per la spia fucilata a Roma nel 1943


La vicenda inizia a Pozzuoli, a metà dell’ottocento, e va ad intrecciarsi con la storia dei nostri emigrati e con quella della nostra Nazione in guerra.
Tutto principia quando il pescatore puteolano Vincenzo D’Oriano, figlio di Tommaso e Teresa Ramata, dotato di una bella voce lascia Pozzuoli per esibirsi sulle navi passeggeri che solcano il Mediterraneo.
A Smirne, la turca Izmir, si innamora di Teresa Capponi, figlia di Alberico e di Lisa Capellani, da tempo componenti della locale numerosa comunità italiana.
Vincenzo decide di stabilirsi in questa amena località levantina, florida e cosmopolita nei cui rispettivi fondachi ancora vi abitano turchi, greci, russi, arabi, francesi, italiani; ultima eredità della Venezia Serenissima.
Il 29 gennaio 1877 sposa Teresa, nella locale cattedrale cattolica, e assieme generano ben otto figli:
Angelo Alfredo D’Oriano; nato nello stesso 1877 e morto nel 1878
Rosa D’Oriano; nata nel 1879, a Smirne sposa Pietro Finale nel 1903.
Antonio D’Oriano; nato e morto nell’ anno 1881.
Enrico D’Oriano; nato nel 1982, a Smirne sposa Fanny Tarabocchia nel 1908.
Margherita D’Oriano; nata nel 1884, non si conosce altro.
Policarpo Francesco D’Oriano; nato nel 1886 (approfondiremo la sua vita).
Tommaso Giovanni D’Oriano; nato nel 1892, a Smirne sposa Teresa Teodora Zalloni nel 1919.
Maria Lucia D’Oriano; nata e morta nell’anno 1901.

Il sesto figlio Policarpo, registrato il 4 marzo del 1886 presso il consolato italiano di Smirne ancora come cittadino puteolano, studia musica e diventa un grande artista del pianoforte.
Nella stessa città si innamora di Aida Caruana, nata a Malta nel 1890, che canta nei cabaret dove anche lui si esibisce.
Policarpo la sposa nel maggio del 1910 e, poiché il lavoro li porta a viaggiare di continuo, i loro cinque bambini nascono durante le numerose tournée.
La prima è Laura che nasce a Costantinopoli, odierna Istanbul, e poi arrivano Umberto, Vittoria, Marina e Maria Teresa.

Laura, nata il 27 settembre del 1911, dell’infanzia ricorda gli alberghi di lusso in cui i genitori si esibiscono davanti ad un pubblico distratto, che beve e chiacchiera. Ricorda una madre autoritaria, rigida e severa ma molto colta; istruzione che trapassa ai figli che, non potendo frequentare scuole regolari, non conseguiranno licenze o diploma scolastici.
Aida chiede ai figli di parlare perfettamente l’italiano, sua lingua anche a Malta, nonostante in Italia ci si recano solo saltuariamente; vuole che vestano elegantemente e che abbiano modi gentili.

Alla fine degli anni venti, stanco di girovagare, il padre Policarpo rileva da un lontano cugino un’azienda che commercia strumenti musicali nel cosmopolita porto di Marsiglia.
L’ormai diciassettenne Laura l’aiuta nel commercio e spesso la sua presenza è indispensabile per la conoscenza che ha di ben cinque lingue (italiano, greco, russo, francese, inglese) [1].

Ma Laura ancora ha negli occhi vestiti luccicanti e camerini dove la madre cambia gli abiti che lei indossa di nascosto quando resta sola; ricorda le storie di matrimoni fra principi che la bambinaia gli raccontava e ricorda le tante città che ha frequentato: Costantinopoli, Mosul, Baghdad, Teheran, Alessandria, Il Cairo, e tante altre.
Non è contenta di questa vita e, seppure contrastata dai genitori, si reca a Parigi per tentare la carriera di cantante. Ha diciannove anni e dagli sguardi degli uomini nel locale in cui canta si rende conto d’essere attraente; ma non sfonda nel campo artistico, pertanto ritorna senza ottenere il successo sperato.
La ritroviamo nel negozio di Famiglia dove conosce Emil Fraunholz, un cittadino svizzero allontanatosi dalla sua nazione, a suo dire, per evadere il servizio militare.
I due si sposano a Marsiglia il 18 agosto del 1931 e, così facendo, Laura acquisisce automaticamente la cittadinanza svizzera [2].

Fraunholz è una figura enigmatica che fa affari, con legionari francesi, con metodi al limite del legale; poi, per sopraggiunte difficoltà economiche, la coppia si trasferisce a Grasse, nella Alpi Marittime.
Qui rilevano una drogheria, presa in fitto da legionario conosciuto da Emil, e in questa località generano due figlie, la prima Renée e un anno dopo Anna.
In seguito, per mancanza di clientela e d’esperienza, le condizioni di lavoro diventano precarie e Laura, per arrotondare, riprende a cantare nei caffè.
Emil, che non può fare a meno di notare gli sguardi degli avventori verso sua moglie, si rivela troppo geloso e possessivo; il clima familiare diventa via via sempre più pesante e, per il sopraggiunto fallimento della drogheria, ad ottobre 1933 sono costretti a trasferirsi a Bottighofen, in Svizzera, suo paese natale.
Qui, su di una collina isolata da tutto e da tutti, tra freddo e neve, e nonostante le attenzioni dei suoceri, Laura mostra sempre più insofferenza verso questo modo di vivere. Tra l’altro, non conoscendo il tedesco, non riesce a comunicare con i genitori di Emil e con gli abitanti del posto.
Una sera, siamo nella primavera del 1935, mette le bimbe a letto ed esce a fumare una sigaretta; improvvisa prende una grave decisione, col tempo si è convinta di non sopportare il proprio ruolo di casalinga, di madre e di tutti i compiti che ciò comporta.
Rientra in casa, prende la sua valigia e si avvia verso il paese dove si infila nell’ultima corriera per Zurigo; poi prende il treno per Ginevra e da qui quello per Nizza, dove si sono trasferiti i suoi genitori.

A Nizza sopravvive grazie all’aiuto dei suoi, anch’essi in difficolta dopo la forzata chiusura della loro attività a Marsiglia; padre e madre proprio non sanno come comportarsi con questa figlia.
Nel 1938 si reca nuovamente a Parigi in cerca di lavoro e poter così continuare le lezioni di canto, ma nel settembre del 1939 la situazione generale precipita per lo scoppio della guerra. Più non può contare sulla sua Famiglia che, per non essere internata essendo di nazionalità italiana (anzi ancora cittadini puteolani), si è trasferita in Italia, a Roma.
Dopo cinque anni di vita sbandata, col permesso di soggiorno scaduto e con il rischio d’essere arrestata, nell’agosto del 1940 ritorna a Nizza lasciando la Parigi ormai occupata dai tedeschi.
Qui conosce un certo Daniel Pétard che l’assume come dattilografa nella sua coltelleria, e il nuovo datore di lavoro ne apprezza la bellezza e le capacità.
Petard è in pratica un agente al servizio dello spionaggio britannico; alla fine del 1940 la presenta a Simon Cotoni, poliziotto francese della “Défense du Territoire” ma in segreto agente della “Inteligence Britannica”, e insieme la sottopongono ad una sorte d’interrogatorio.
S’accertano della spiccata intelligenza di Laura, si compiacciono che parli ben cinque lingue rammaricandosi solo che non parli tedesco, e gli propongono di lavorare per lo spionaggio alleato; in caso contrario possono farla arrestare per la irregolarità del suo permesso di soggiorno.

Laura, anche per i solidi offerti, acconsente e nel gennaio 1941 è inviata a Parigi in missione di prova per cercare, sfruttando la sua avvenenza, di carpire informazioni tra gli ufficiali tedeschi di stanza o di passaggio nella capitale.
Superata questa prova nella primavera del 1941 la D'Oriano è inviata a Bordeaux, la sua prima vera missione, con l'incarico di monitorare i movimenti dei sommergibili italiani ospitati nella base atlantica sull’estuario della Gironda, nota come “BETASOM” [3].

Laura riceve nuovi documenti che la identificano come Louise Fremont, cantante e ballerina detta “Loulou”, e con questi va ad alloggiare in una pensione in rue du Quai Bourgeois, tenuta da Madame Blanc non lontana dal porto che pullula di sommergibilisti italiani.
Nei giorni successivi riesce ad avvicinare diversi marinai italiani che, ben disposti a parlare con una bella ragazza, inconsciamente l’informano sulla presenza in porto e sulle uscite in mare dei sommergibili della Flottiglia Oceanica. Conversando, tra una passeggiata al porto e un caffè, ottiene informazioni importanti che la sera riporta in codice su cartoline che invia al Little Hotel di Tolosa.
Frequentando la piscina comunale conosce anche ufficiali italiani e un giovane meccanico al quale racconta d’aver perso marito e figlio in un incidente; l’uomo si offre di tenergli compagnia nel tempo libero e nei giorni successivi riesce a carpirgli molti utili dettagli sui sommergibili sui quali lavora.
Ancora oggi, non è del tutto noto quanto abbiano influito le informazioni passate da Bordeaux, dall’affascinante spia, in relazione alla perdita di alcuni battelli italiani.
Portato a termine questo incarico nel settembre 1941 Laura è di nuovo a Nizza dove incontra per la seconda volta Cotoni che si dichiara soddisfatto del lavoro e la ricompensa con altri 4000 franchi.

Ai primi di ottobre lo stesso Cotoni gli propone una missione più vasta in Italia ed a tal proposito è condotta a Marsiglia dove è presentata ad un certo Cosik.
E’ questo il falso nome di un agente segreto legato alla rete “Ajax” della resistenza francese e all’intelligence britannica; uno che manovra gli agenti, dà loro le istruzioni, i compensi e gli incarichi.
Per la nuova missione gli si chiede di recarsi prima qualche giorno a Genova e poi sei settimane a Napoli per segnalare la presenza di navi in quei porti e descrivere i danni arrecati dai bombardamenti alleati sulle due città italiane.
L’agente le fa studiare le sigle ottiche di navi e sommergibili italiani, così da poterle identificare a colpo d’occhio, e le spiega come inoltrare queste notizie.
Deve scrivere normali missive, dal contenuto non sospetto, in lingua italiana ma con le notizie riservate scritte in lingua francese; queste ultime con “inchiostro simpatico” interpolate tra una riga e l’altra.  Le lettere vanno chiuse in una busta che a sua volta dovrà essere inserita in altra busta indirizzata a Emilio Brayda, titolare di una agenzia di viaggi a Torino.
Laura non lo sa ma Brayda farà pervenire la missiva ad Aldo Rossetti, agente di cambio naturalizzato francese a Modane, che a sua volta provvederà a fa arrivare i messaggi al nucleo spionaggio di Marsiglia, guidato da Cosik.
La D’Oriano accetta senza esitazioni, anche perché da mesi sta tentando di entrare in Italia dove vivono i genitori e i fratelli, e con un intermediario, fingendosi turisti, raggiunge Briancon alla frontiera alpina.
Prima gli sono fornite Carta di Identità, Patente, Tessera della Federazione Nazionale Fascista e Tessera Annonaria; tutti documenti italiani che riportano una falsa identità, quella di Laura Fantini [4].

Riceve una busta con novemila lire, con la raccomandazione di non fare grandi spese per non essere sospettata, e infine viene ancora istruita su come osservare, identificare e comunicare.
Soggiorna a Briançon fino all’11 dicembre 1941 e quella notte, con una guida alpina e indossando racchette da neve, attraversa a piedi la frontiera nei pressi del passo del Monginevro.
Prende poi un pullman per Torino ed infine raggiunge Genova in treno dove va ad alloggiare presso una casa privata; ha una lettera di presentazione da consegnare alla proprietaria.

Ma Laura D’Oriano, a sua insaputa, è già “bruciata”.
Il capitano Ettore Saraco, del centro di controspionaggio di Torino e vero personaggio chiave dei servizi informativi verso la Francia, ha l’astuzia di non arrestare gli agenti nemici individuati e di limitarsi a seguirne le tracce per spiarne il comportamento e ottenere maggiori informazioni. Poi, al momento opportuno, il malcapitato sarà catturato e gli verranno prospettate due opzioni: o si fa reclutare nel controspionaggio italiano come “doppiogiochista” oppure sarà arrestato e condannato a morte.
Il capitano due mesi prima ha arrestato un agente nemico e questo, dinanzi all’alternativa fra collaborazione o plotone di esecuzione, ammette di lavorare per conto di Brayda e Rossetti; entrambi messi subito sotto controllo.
L’informatore, che ora fa il doppio gioco, è ritornato in Francia presso la rete “Ajax” e poco dopo invia a Saraco il seguente messaggio:
«Cosik tra qualche giorno invierà a Genova una donna che si presenterà a tal Ragusa Maria, via San Donato 2, perché le dia ospitalità. La donna che dovrà entrare in Italia sarebbe molto attiva nell’organizzazione spionistica di cui fa parte Cosik. Si sarebbe più volte recata nella zona della Francia occupata ed in Germania e godrebbe di particolare considerazione da parte del capo del centro di spionaggio inglese di Marsiglia.»

Così il 12 dicembre 1941, quando Laura arriva a Genova, Saraco è già informato; i suoi uomini mettono sotto sorveglianza la misteriosa viaggiatrice che si reca all’indirizzo comunicato, anche se ancora non sanno chi esattamente sia e lo scopo della sua missione.
Sistemata la valigia Laura si reca al porto dove sosta in un bar dalla cui vetrata c’è una perfetta visione dei moli e dei bacini. Il giorno dopo passeggia vicino alle banchine e scorge la corazzata “Littorio”, la presenza di quattro MAS e l’incrociatore “Bolzano” in riparazione nel “Bacino delle Grazie” [5].

Gli agenti si limitano a seguire la D’Oriano che soggiorna a Genova due soli giorni; la stessa sera di domenica 14 dicembre lascia la pensione e si dirige alla stazione di Piazza Principe dove acquista un biglietto di seconda classe per Napoli.
Prima di partire infila nella buca delle lettere una busta che è subito ritirata da uno degli agenti.
La parte scritta in chiaro è la seguente:
«Mio caro,
attendo con impazienza tue notizie.
Ti prego di scrivermi al più presto.
Conoscendomi sai che altrimenti sarò molto infelice, temendo il peggio.
Se tu sapessi quanto sono apprensiva!
Per favore scrivimi e dimmi che va tutto bene e che non mi hai dimenticata.
Prego ogni giorno la Santa Madre di Dio sperando che ascolti le mie preghiere.
Ti bacio e ti bacio e ti bacio.
Tua Antonia.»
La lettera è fatta pervenire al centro controspionaggio diretto da Saraco dove è subito decifrata, risalendo così allo scopo della missione della misteriosa spia, poi alterata e rispedita all’Agenzia di Viaggio di Brayda.
Un altro agente prende posto nello stesso scompartimento di Laura che la mattina del 15 dicembre raggiunge Napoli; qui la giovane prende un taxi e si fa accompagnare alla “Pensione Lombardi”, in via Angiporto, dove paga un mese in via anticipata.
Poco dopo scende a passeggiare cercando di raggiungere il porto; si dirige verso il “Molo Luigi Razza” (ora “Molo Angioino”) onde annotare le navi presenti sia su questo pontile che sul vicino “Molo San Vincenzo”, dove attraccano le unità militari.
Ben presto si rende conto che ci sono rigide restrizioni d’accesso e, per non insospettire, percorre via Marina che per lunghissimo tratto costeggia la recinzione portuale.
Lungo questo percorso, come annotano gli agenti che la seguono, avvicina un giovane della Milizia Ferroviaria con il quale s’accompagna per circa mezz’ora.
Viene a sapere, o ha possibilità di vedere direttamente, la presenza in porto della torpediniera “Cosenz” (distintivo ottico “CS”) e di due navi ospedale [6].

Verso sera va al cinema dove conosce un sottoufficiale della Regia Marina con il quale si congeda promettendo di rivedersi (in seguito, una volta interrogato, il sottoufficiale dirà di non conoscere la ragazza e comunque di non aver parlato con lei di argomenti navali).
L'indomani Laura all'alba parte in treno per Roma, sempre ignara di avere il controspionaggio alle calcagna, e imbuca un'altra lettera (regolarmente intercettata) in cui scrive [7]:

«Caro cugino, solo poche righe per farti sapere che mia moglie sta meglio.
La sua malattia ci ha preoccupati moltissimo ma ora. Grazie a Dio, tutto è passato.
Mamma è felice che la paura sia passata.
Speriamo di vederti presto, così potrò raccontarti tutto nei dettagli.
Come stai? Spero bene.
Scrivici, siamo sempre felici di ricevere tue notizie,
Un abbraccio da papà e saluti a tutta la famiglia e una cordiale stretta di mano da me.
A presto! Bartoly.»

Con le frasi scritte in codice, in questa lettera, Laura spiega le difficoltà di scoprire qualche cosa nel porto di Napoli, dove è impossibile entrare, e annuncia che andrà a trovare la madre a Roma.
Scende alla Stazione Termini e, senza rendersi conto d’essere seguita, fa un errore imperdonabile per una spia; si reca all'abitazione dei genitori al Largo Brancaccio 83.
Con questa mossa maldestra il controspionaggio non ha più dubbi sulla vera identità della spia che sta pedinando.
Laura dirà che questa azione s’era resa necessaria in quanto rimasta senza i soldi occorrenti per i biglietti ferroviari (con questo tende a dimostrare che la sua non è una attività continuativa e retribuita) ma probabilmente è lei che vuole consegnare alla madre parte della somma di cui è in possesso.
La madre, che non la vede da circa due anni, quasi si sente male e la trova di molto dimagrita; ma Laura chiede del padre, che è in Albania per lavoro, dei fratelli che aderendo al fascismo sono militari in Africa, e delle sorelle.

Il 19 dicembre spedisce la solita busta indirizzata a Brayda, con la lettera per Rossetti. I carabinieri intercettano anche questa e scoprono che, oltre alle informazioni su Napoli, la spia completa le notizie relative a Genova, specificando che il piroscafo “Roma” è sottoposto a lavori per essere trasformato in portaerei.
[E’ però difficile credere che a dicembre del 1941, con i lavori di trasformazione appena iniziati, Laura sia in grado di riconoscere questa conversione da cui sarebbe nata la portaerei “Aquila”]
Laura sta dalla madre fino a Santo Stefano passando con lei un periodo talmente sereno che quasi si convince a lasciar perdere tutto e restare definitivamente con la sua famiglia originaria.

Il 26 dicembre riparte in treno per Napoli, città che non raggiungerà poiché è arrestata, senza opporre resistenza, e fatta scendere alla stazione di Littoria (l'odierna Latina).
L'indomani, nel carcere femminile Mantellate di Roma, è perquisita e trovata in possesso dei vari documenti falsi a nome di Laura Fantini, di soldi e appunti; quindi è trasferita a Torino per essere interrogata.
Laura smette di mentire quando le mostrano le lettere da lei scritte con evidenziate le frasi visibili sotto le comunicazioni banali.
Dichiara la sua vera identità e la sua attività spionistica espletata non per motivazioni politiche ma solo per necessità di denaro.
Dice che sia a Bordeaux che in Italia ha fornito solo poche notizie se confrontate con tutte quelle di cui era venuta a conoscenza, e aggiunge:
«tengo solo a dichiarare che se ho agito male non l’ho fatto per odio, ma solo perché trascinata dalla vita stessa che conducevo.»

Sono arrestati anche Brayda, il suo fiduciario Eugenio Rey (suo sostituto nella ricezione delle missive segrete) e in seguito Rossetti (inizialmente datosi alla latitanza); tutti restano in custodia cautelare per circa un anno [8].

Il padre Policarpo, ritornato dall’Albania, cerca di farla liberare scrivendo al marito Emil e perfino al governo svizzero di cui Laura è tuttora cittadina. Nessuno gli risponde e non riesce neppure a vedere la figlia; anzi per le cattive condizioni economiche, aggravate dalla separazione con la moglie, Policarpo non può permettersi di pagare un avvocato e a Laura ne viene assegnato uno d'ufficio.

Il processo ha luogo a Roma il 15 gennaio 1943 presso il “Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato” e il presidente dei giudici è Antonino Tringali Casanuova che, per questa carica, ha diritto a far parte del “Gran Consiglio del Fascismo”.
E’ un tribunale politico le cui udienze non sono pubbliche, tutti i giudici sono fascisti in camicia nera, e agisce secondo le leggi di guerra.
Sono considerate gravi e strategiche le notizie che la D’Oriano ha trasmesso al nemico. Un perito appositamente convocato valuta attentamente le informazioni che è riuscita a procacciarsi: e tra l’altro dichiara:
«… quelle relative alla base di Bordeaux rientrano tra quelle di carattere segreto, in quanto esse riguardano la consistenza numerica, nonché i movimenti di nostre unità subacquee […].
…. quelle che la D’Oriano si procacciò durante la sua sosta a Genova e a Napoli rientrano ugualmente tra quelle di carattere segreto […].
… non è possibile stabilire quale riflesso diretto o indiretto abbia avuto l’azione della D’Oriano sulla perdita di nostre unità subacquee di guerra dislocate a Bordeaux.»

La sentenza è emessa nella stessa giornata:
«Considerato che le notizie che la D’Oriano si procacciò durante la sua dimora a Genova e a Napoli, nonché quelle dalla stessa rivelate al nemico durante la sua permanenza a Bordeaux, erano esatte e di natura particolarmente segreta, il Collegio ravvisa nei fatti commessi dalla D’Oriano gli elementi costitutivi dei delitti alla stessa ascritti, per i quali il Tribunale, in mancanza di elementi che possano comunque autorizzare la concessione di circostanze attenuanti, deve infliggere la pena capitale con le conseguenze di legge.»

Laura D’Oriano è condannata a morte mediante fucilazione da eseguirsi la mattina seguente presso il “Forte Bravetta” di Roma.
Emilio Brayda e Eugenio Rey, accettando il reclutamento nel controspionaggio italiano per prestarsi ad azioni doppiogiochiste, sono assolti con formula dubitativa; Rossetti è condannato a soli quindici anni di carcere grazie all'avvocato Bruno Cassinelli, membro influente de Partito Fascista.

Alle ore 6.15 del 16 gennaio 1943 Laura incontra un sacerdote che, in luogo appartato e senza la presenza di altre persone, la confessa.
Alle ore 6.45 è portata nel cortile del forte davanti al plotone di esecuzione formato da un reparto della M.V.S.N. (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) e il Capo Manipolo, Mario De Mari, legge ad alta voce la sentenza.
Alle ore 7.00 è posta a sedere davanti al reparto con la schiena rivolta al reparto.
Alle ore 7.07 la fucilazione è eseguita.
Così è descritta l’esecuzione di Laura, nella relazione del 17 gennaio 1943 tipica della burocrazia mortuaria, a firma di Augusto Ferrazzoli, Cancelliere Capo Dirigente del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.

La figlia Anna, in una intervista su questo caso, narra che la Madre chiese di non essere messa di spalle ma di voler guardare negli occhi i militi che stanno per fucilarla, come nell’immaginario delle esecuzioni cinematografiche; ma sicuramente Laura non ha richiesto tale modalità che comunque non sarebbe stata concessa. Poi aggiunge:
«Per tutto il periodo dell’adolescenza, ho sempre considerato mio padre come una persona severa e dura. Un giorno, ancora oggi faccio fatica a raccontarlo, eravamo usciti al largo su una barca a remi. Era estate, dissi qualcosa riguardo alla mamma, lui mi prese e mi scaraventò giù dalla barca, spingendomi sott’acqua con un remo.
La sua seconda moglie gridò “Guarda che annega!” e lui disse ‘Meglio così'”.»

Quando le sue condizioni economiche peggiorarono, Laura D’Oriano avrebbe potuto tornare dal marito e dalle figlie, che si erano trasferiti nella neutrale Svizzera. Ma il suo orgoglio, e la minaccia di arresto, la spinsero a diventare una spia; non fu certo solo questione di soldi.
Unica donna condannata a morte per spionaggio e fucilata in Italia; non era mai accaduto prima e non sarebbe più accaduto dopo.
La grazia sovrana era intervenuta in tempo, commutando in ergastolo la pena capitale anche per le peggiori criminali. Ma per Laura D’Oriano, spia al servizio degli inglesi in piena guerra, Sua Maestà Vittorio Emanuele III non intervenne.

Il corpo di Laura, come tutti gli altri fucilati di Forte Bravetta, è subito trasportato, prima dell’apertura al pubblico, presso il “Cimitero del Verano” dove è sepolto in una fossa comune.
Solo nel 1958 il padre Policarpo la ritrova e la fa tumulare nello stesso cimitero dove, nel 1962, egli stesso sarà sepolto accanto alla figlia [9].



BIBLIOGRAFIA
Cinzia Tani – Donne Pericolose – Rizzoli 2016
Grazie Teresella Berva - Chi era Laura D'Oriano – 2017
Alain Charbonnier – Laura D’Oriano, La Spia Analfabeta - 2014
Ciro Biondi – Laura D’Oriano, Storia della spia originaria di Pozzuoli – 2020

SITI WEB
https://www.robadadonne.it/galleria/chi-era-laura-doriano


GIUSEPPE PELUSO – MARZO 2020

martedì 18 febbraio 2020

Spara Forte


SPARA FORTE, PIU’ FORTE… NON CAPISCO!
La vendetta pirotecnica di un gelosissimo marito puteolano

Il titolo è lo stesso di un film, tratto dalla commedia di Eduardo “Le voci di dentro”, dove Alberto è un venditore di fuochi artificiali e di attrezzature per le feste di piazza.
Egli vive insieme allo zio Nicola, un uomo che da 50 anni ha smesso di parlare per protesta contro l'umanità; Nicola comunica solo con Alberto e lo fa attraverso i botti.
Il filo conduttore del film e della commedia è l'incomunicabilità simboleggiata dall’l'enigmatico zi' Nicola che, per disillusione delle cose umane, ha rinunciato a parlare preferendo esprimersi con una sorta di “Codice” dove le parole sono sostituite dallo scoppio di petardi.
Zì Nicola morirà nel mezzo della commedia, tornando a parlare poco prima di spirare, solo per esclamare: «Per favore, un poco di pace!».

Questa stessa incomunicabilità deve essere stata la causa dei tesi rapporti familiari in una Famiglia puteolana di metà anni sessanta.

Pasquale B., un ex marinaio di Pozzuoli, ha da tempo iniziato a protestare ed a rivolgere rimproveri verso moglie e figlia che hanno preso l’abitudine di uscire di sera.
Entrambe rientrano tardi, per innocue visite presso amiche e parenti, lasciando Pasquale solo in casa.
Esasperato Pasquale mette in atto una vendetta che sembra ispirata alla commedia di Eduardo; dissemina la casa di fuochi e, quando le due donne rientrano, accende la miccia.
Lampi, tuoni, sparatorie; sembra la fine del mondo e, in mezzo ai bagliori di questi scoppi, l’ex marinaio punisce moglie e figlia con furibondo colpi di scopa.
Le due donne, dopo l’iniziale sorpresa, tentano una disperata fuga ma, letteralmente prese tra due fuochi, si ritrovano vittime di botti e di botte. Fortunatamente le loro grida, e le fiamme che si notano fuoriuscire dall’appartamento, allertano i vicini che prontamente avvisano carabinieri e pompieri.
Questi ultimi arrivano subito e, penetrando in casa da una finestra, sottraggono le due donne alla furia del forsennato.

Questo è tutto quanto ci tramanda la copertina della Domenica del Corriere, edizione del 2 agosto 1964, disegnata da Mario Uggeri, subentrato al mitico Walter Molino.

GIUSEPPE PELUSO

lunedì 10 febbraio 2020

La Spada nella... Paranza

LA SPADA NELLA “PARANZA”
Lotta furibonda tra pescatori e pescespada
Antiche leggende britanniche narrano di una spada chiamata Excalibur; parola molto controversa che si può far risalire a due ceppi linguistici ben differenti, quello latino e quello sassone.
Oltre l’ablativo “ex” (da) c’è la parola Caliburn, arcaico nome della leggendaria spada che, riconducendoci allo stesso etimo latino, significava "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile", seppure storpiato da una cadenza sassone.

Più recenti leggende puteolane ci narrano di una spada chiamata Exheloppa; parola meno controversa che si può far risalire a due ceppi linguistici tra loro non tanto differenti, quello latino e quello puteolano.
Oltre il solito ablativo “ex” (da) c’è la parola Helops, che nella vecchia lingua di Puteoli significava pescespada.

Ma cosa accomuna le due parole? Presto lo rileggeremo dal “La Domenica del Corriere” del 27 ottobre del 1957 la quale riporta notizia, in prima pagina e illustrata con un bellissimo disegno del famoso Walter Molino, di un incidente avvenuto qualche giorno prima nel Golfo di Napoli.
C’è stata una lotta furibonda tra i pescatori, costituenti l’equipaggio di un peschereccio, e un inferocito pesce spada.
Un enorme pescespada, di oltre tre quintali, si è scagliato violentemente contro la paranza “Santissima Vergine” iscritta al Circondariale Marittimo di Pozzuoli.
Il grosso Perciforme ha eseguito vari “assalti” durante i quali ha rovesciato il battello su di un fianco.
I nove marinai puteolani, ovvero l’intero equipaggio, hanno ingaggiato una accanita lotta a colpi di remi ma il pescespada, incurante e non spaventato dai colpi, ha infilzato la sua lunga arma nel bordo della paranza; solo per poco non ha colpito un pescatore, presente in coperta oltre la murata.
Il grosso pesce ha poi tentato, con colpi furibondi, di disarcionare ciò che aveva speronato ma, per i continui colpi di remi che i coraggiosi marinai continuavano ad infliggergli, non è riuscito nell’intento.
Pertanto ha finito per perdere il rostro che è rimasto infisso nel fianco della paranza e, così disarmato, si è inabissato.


L’equipaggio, rimesso in sesto il natante, abbandona la campagna di pesca e fa rapido ritorno al porto di Pozzuoli, per eseguire gli addobbi necessari.
Giunti in rada l’equipaggio scende presso la banchina della Malva e racconta ad amici e conoscenti la capitata avventura che, solo per la benevolenza accordata dalla Santissima Vergine cui la paranza è dedicata, non si è tramutata in tragedia.
La spada lasciata nella murata va tolta e l’equipaggio desidera recuperarla integra per poterla offrire, come ex voto, alla Madonna.
Uno alla volta ci provano tutti, i nove dell’equipaggio, compreso l’ancor giovane comandante, però non è cosa facile; sarà la stanchezza, l’adrenalina, l’agitazione per il pericolo corso, ma la spada non esce dalla murata in cui è conficcata.
Dal folto gruppo di curiosi, accorsi sulla banchina appena venuti a conoscenza dell’insolito episodio, qualcuno consiglia si segare la spada in più parti per facilitarne l’estrazione. Ma i pescatori non sono d’’accordo, vogliono estrarla intatta per ricordo e per devozione.
Si prova ancora con l’aiuto di volontari, ma niente da fare; la spada resiste nella murata e proprio non vuol saperne di lasciare questo insolito fodero.

Dalla folla, sempre più rumorosa, echeggiano ora proposte impossibili; si consiglia di far ricorso alla energumena amazzone Maria Puteolana, che con la spada sapeva farci; oppure portare la paranza in Inghilterra per avvalersi dell’opera di un loro Re che già seppe estrarre una spada da rocce altrettanto tenaci.
Si ride, si scherza, e nel mentre dall’adiacente Borgo del Rosso s’avvicina un giovinetto, non più ragazzo ma non ancora uomo.
Nel momentaneo silenzio chiede al comandante di provare ad estrarre la spada; la folla schiamazza nuovamente e, sghignata, indica l’esile corporatura del nuovo venuto.
Questo avuto l’assenso del capitano, che lo concede con semplice movimento del capo, afferra l’estremità della spada e, dopo un attimo di suspense, la tira verso di se facendola fuoriuscire da quel legno in cui si ritrovava conficcata.

Svaniscono gli stramazzi, le risate, le battute, e parte un lungo applauso che accompagna il breve tragitto che il giovanetto subitaneamente intraprende per fa ritorno verso il suo borgo.
Non si volta indietro nel mentre il comandante della paranza vorrebbe chiedergli il nome; nessuno è certo di conoscerlo, una voce accenna che il suo nome è Arturo.

GIUSEPPE PELUSO - FEBBRAIO 2020

domenica 9 febbraio 2020

I Tre Santi Fratelli

Vita, Legenda, Passione e Miracoli dei Martiri
ONESIMO – ERASMO - ALFIO - FILADELFO – CIRINO e COMPAGNI
Un articolato Martirologio che nel III secolo coinvolge anche Pozzuoli

Fin dal seicento nel Duomo di Pozzuoli è presente una tela attribuita alla scuola del Lanfranco, probabilmente al suo allievo Giacinto Brandi [1].
Il quadro è da sempre collocato, come risulta da una delle prime relazioni, nel Coro, sul lato destro guardando l’altare. Questo lato è detto “Cornu Epistolae” [dove si leggevano le lettere, gli Atti. degli Apostoli] per distinguerlo dal lato sinistro detto “Cornu Evangelii” [dove avviene la lettura del Vangelo].
Il Vescovo Martin De León così descrive il dipinto nella relazione del 1640:
“ac S(anctorum) Onesimi, Erasmi, Philadelphi, Cyrini, et sociorum, qui in hac eadem Civitate martyrio coronati fuerunt”
[ci sono i Santi Onesimo, Erasmo, Filadelfio, Cirino e loro compagni che in questa stessa città sono stati incoronati con il martirio].

La rappresentazione è basata sulla leggenda dei “Santi Fratelli” nati a Vaste nel III secolo; Alfio, Filadelfo e Cirino che, insieme al loro cugino Erasmo, sono convertiti dal catechista Onesimo. Dopo essere stati perseguitati sono mandati a Roma e poi a Pozzuoli; qui Onesimo e Erasmo trovano la morte mentre i Tre Fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino sono inviati in Sicilia e lì trucidati; assurgendo a Gloria e Popolarità.
Dopo il martirio Alfio, Filadelfo e Cirino sono ben presto nominati patroni di molte città che videro il loro passaggio, i loro miracoli o che accolsero loro reliquie.
Nella tela del nostro Duomo è ritratto il momento in cui l’imperatore Valeriano ordina di mandarli a Pozzuoli ma, spesso, anche tra i nostri storici c’è molta confusione sui raffigurati, sui loro primi compagni di martirio, sul loro numero e sul ruolo avuto nella vicenda dalla Puteoli romana.
Qui sono martorizzati ben quindici degli iniziali diciotto arrestati a Vaste e, quello che ci accingiamo a ripercorrere, è un complesso e articolato martirologio che vede coinvolte gli attuali centri di Vaste, Roma, Ostia, Pozzuoli, Messina. Taormina, Sant’Alfio, Trecastagni, Catania e Lentini.
In seguito devozione, reliquie e santuari sono presenti anche presso Frazzanò, San Fratello, Adrano, Carlentini, Forza d’Agrò e, tramite gli emigrati, molte città di America e Australia.
Elevato anche il numero di Martiri e Beatificati coinvolti (Benedetta, Vitale, Alfio, Filadelfo, Cirino, Erasmo, Onesimo, Mercurio, Tecla, Giustina, Alessandro Neofita, Epifana, Clonico, Stratonico, Eutropia, Eutalia, Isidora, Neofita, Agatone, Virgantino, Samuele oltre i tredici discepoli trucidati a Pozzuoli e i venti soldati uccisi a Lentini) che rendono questo martirologio più unico che raro.

Tutte questa notizie sono fatte risalire ad un documento scritto, nell’anno 960 circa, da un monaco basiliano che, per la conoscenza dei luoghi, è probabilmente originario di Lentini.
In tutto quanto racconta non possiamo fare a meno di notare somiglianze con altre “passioni” di Santi e Martiri, già note nel X secolo, delle prime persecuzioni cristiane. Somiglianze e spunti si ritrovano nella leggenda di Sant’Onesimo, vescovo di Efeso che fu lapidato; dell’omonomo schiavo greco Onesimo, convertito Paolo; di Sant’Agata e del taglio delle mammelle; ma soprattutto con i nostri Santi Sette Martiri, decollati a Pozzuoli.
Ma vediamo come il tutto ha inizio [2].


PARTE PRIMA – DA VASTE A POZZUOLI
Nell’estrema Puglia, giù nel Salento a circa 40 km da Lecce e 6 km dal mare, c’è il piccolo villaggio di Vaste che con le sue case attornia la Chiesa Madre dei “Tre Santi Fratelli”.
Nella prima metà del III secolo Vaste, che ora costituisce una frazione del Comune di Poggiardo, è una grande città chiamata Basta (Bastanon); essa è sede di una prefettura romana ed è conosciuta come la "Città dei Prefetti". Distrutta nel 1160 dal Re di Sicilia “Guglielmo il Malo”, dopo le insurrezioni nelle Puglie fomentate dell’Impero Bizantino, il nome della città da Bastanon è storpiato in Vastanon, da cui il moderno Vaste.

E’ in questa città che nascono i “Tre Fratelli Martiri”, Alfio (nel 230 d.C.), Filadelfo (un anno e otto mesi dopo), Cirino (dopo sedici mesi dal secondo). Tutti e tre sono preceduti da una primogenita che darà alla luce Erasmo, altra vittima del vasto Martirologio che andiamo a ripercorrere.
I tre fratelli sono figli di un principe, Vitale, venerato nella citata chiesa come “Santi Vitalio”, e di Benedetta di Locuste, pure venerata nella stessa Chiesa Madre ora intitolata a Santa Maria delle Grazie.                                                              
Benedetta ha indirizzato al cristianesimo i suoi figli già dalla tenera età e, per la sua Fede in Cristo, è arrestata a Vaste al tempo dell’imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio. E’ condannata alla decapitazione e prima di morire, dinanzi al popolo accorso da tutte le Puglie, dice: 
"Sta scritto nel Vangelo che chi perderà la vita per Cristo in questo mondo, acquisterà la vita eterna nell'altro".

Nell’anno 253 d.C., durante l’impero di Publio Licinio Valeriano che, pur essendo figlio di Decio, è salito al trono solo dopo la breve esperienza di Gaio Treboniano Gallo succeduto a Decio nel 251 d.C., riprende la persecuzione pagana contro i Cristiani che con Gallo s’è bloccata. Intanto a Baste è mandato il Proconsole Nigellione.
Qui, nella casa del principe Vitale, esiste un ritrovo di cristiani, un Cenacolo, che sotto la guida del sacerdote Onesimo annovera numerosi discepoli [3].

Onesimo (Evodio), cittadino greco nato a Costantinopoli, è sfuggito alla persecuzione contro i cristiani e, giunto a Baste, è accolto in casa di Vitale.  Il maestro conosce il greco e il latino, così i giovanetti possono meditare le sacre Scritture ed imitarle con la loro vita.
I vicini denunciano tali riunioni e i soldati entrano in questa casa arrestando il Magister Onesimo, i Tre Fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino, il loro nipote Erasmo e altri 13 Discepoli. Tirati per i capelli sono portati davanti al prefetto Nigellione e, interrogati, tutti affermano di essere Cristiani e di aborrire le divinità pagane.
Il tiranno, sdegnato, ordina di rompere le mascelle ad Onesimo e di appendere i tre giovani per i capelli per un giorno intero e di rinchiuderli poi in un’oscura prigione.
Queste torture non sono sufficienti a piegare la fede in Dio dei prigionieri e Nigellione decide di mandarli sotto scorta, attraverso la via Appia, a Roma.
Nella capitale sono rinchiusi, per sette lunghi giorni, nel Carcere Mamertino con pesanti catene che impediscono loro di muoversi.
Durante la prima notte appaiono loro gli apostoli Pietro e Paolo, si narra che in questo stesso luogo sono stati anche loro prigionieri, che li confortano e li preparano alle torture che ancora li attendono.
Sono condotti davanti all’imperatore Publio Licinio Valeriano e, da lui interrogati, confermano la loro fede in Cristo ribadendo:
"Venghiamo dalla regione dei Bastani, dalla città che dicesi dei Prefetti".
Sono fatti flagellare ma non muoiono, allora Valeriano, non volendo infierire sui tre giovani fratelli, espressione di una delle più ragguardevoli famiglie dell'Impero, ma pretendendo la loro sottomissione, li manda da Diomede, a Pozzuoli (Puteoli), con l’ordine di convincerli ad abiurare e di far morire gli altri quindici con tremendi tormenti.

Dopo cinque giorni di viaggio, per terra fino ad Ostia e poi per mare, arrivano a Pozzuoli dove sono presentati a Diomede che gioisce dell’incombenza avuta per iscritto; egli è bramoso di entrare sempre più nelle grazie dell’imperatore.
Anzitutto muove i più aspri rimproveri ad Onesimo che si è fatto maestro di insane dottrine, riuscendo a sedurre così nobili giovani.
Ma il vecchio maestro risponde:
“La seduzione e l’inganno sono stati sempre aborriti dai Confessori di Colui che non può ingannare, né essere ingannato“.
Accortosi Diomede che né lusinghe né minacce valgono a distogliere quei cristiani dalla loro dottrina, ordina che venga ucciso Onesimo affinché, tolto lui di mezzo, più facilmente gli altri possano indursi a rinnegare la loro Fede.
Disteso Onesimo per terra, i carnefici gli fanno cadere dall’alto un enorme masso, che gli stritola le carni e le ossa facendo spirare la sua anima.
I discepoli di Onesimo anziché scoraggiarsi per la morte del maestro, si animano ancora a soffrire del desiderio di unirsi eternamente con Dio. Modi persuasivi e minacce sono tentati da Diomede per indurli a bruciare l’incenso alle divinità dell’impero, ma tutto torna inutile.
Perduta quindi ogni speranza di riuscita, il perfido tiranno proferisce, con tono infernale, la sentenza di pena capitale per Erasmo e gli altri tredici discepoli, ma non per Alfio, Filadelfo e Cirino; secondo gli ordini ricevuti da Valeriano.
La sentenza pertanto è eseguita in un’ampia pianura presso la città [Piana Campana?] alla presenza di numeroso popolo.
I tredici discepoli si mostrano degni del maestro Onesimo, morendo con la lode di Dio sulle labbra. Erasmo è riservato per ultimo con la speranza che, intimorito, inizi ad adorare gli dei pagani, ma, resistendo fermo nella Fede, anche lui ha infine il capo mozzo.

Dei diciotto cristiani restano solo i figli di Vitale e Diomede tenta ogni mezzo per guadagnarli all’idolatria. Li fa condurre nuovamente alla sua presenza e usa i modi più gentili che l’astuzia gli suggerisce per farli apostatare. La nobiltà della stirpe, la bellezza, l’ingegno, gli onori di corte e l’amicizia dello stesso Imperatore sono gli argomenti adoperati con insistenza e insinuazione affinché possano cedere.
Ma Alfio, Filadelfo e Cirino sanno che tutte le gioie e le grandezze del mondo si dileguano presto e sono un nulla al confronto del gaudio celeste. Il Preside allora, con atteggiamenti di tenerezza si mette a descrivere gli atroci tormenti a cui vanno incontro in Sicilia, dove saranno inviati per ordine di Valeriano, ma i tre sanno che è necessario bere il calice amaro di Gesù Cristo per entrare a far parte del suo regno.

I Tre Fratelli, risparmiati dalla morte, sono comunque torturati poiché Diomede ordina che a colpi di sasso siano straziate quelle bocche da dove sono uscite parole ingiuriose verso i Numi dell’impero.
Spietati carnefici danno subito esecuzione alla sentenza e quelle labbra adorne di grazia, quelle tenere gengive e quei denti di candido avorio sono subito laceri e rotti. Pesti in volto e grondanti sangue sono buttati in un’orrenda prigione, così stretta e scura da somigliare ad un sepolcro, con i piedi serrati nei fori stretti di pesantissimi ceppi.
In tale tormentosa posizione restano a Pozzuoli otto giorni dopo di che Diomede li manda da Tertullo, in Sicilia, con una nave e sotto la scorta di 50 soldati capitanati da Silvano [4].


PARTE SECONDA – DA POZZUOLI A LENTINI
Il 25 agosto del 252 d.C. sbarcano a Messina e dopo due ore, scalzi e incatenati, sono avviati a Taormina, nella quale città in quei giorni si trova Tertullo. Esso è un generale, patrizio romano e preside dell'isola, che ha acquistato fama di funzionario integerrimo ed autoritario. Ha diverse dimore in Sicilia, quella preferita è nel grandioso palazzo in Lentini (Leontini) che si eleva su delle grotte. Inizialmente Tertullo si mostra gentile e premuroso, fa togliere le catene e poi chiede loro chi sono e quale religione professano.
I Tre Fratelli rispondono:
”Alfio, Filadelfo e Cirino noi ci chiamiamo e adoriamo il Dio dei cristiani”.
A questa risposta Tertullo, furibondo, ordina che gli siano rasi i capelli, siano legati per le spalle ad una grossa trave, e sia versato sui loro capi pece bollente. Poi li affida a quaranta soldati a cavallo capitanati da Mercurio e così, con i volti deturpati sotto il sole cocente, per suo ordine dovendosi assentare, sono spinti verso Lentini. 

Il 28 agosto del 252 arrivano sulle alture di Mascali e nei pressi di un abitato, oggi chiamato Sant’Alfio in ricordo del più grande di loro, Filadelfo sviene e sta per morire. I fratelli si mettono a pregare e allora avviene un miracolo; a ridosso di una roccia vedono apparire un vecchio, si dice sia l’apostolo Andrea, che li libera dalle travi e li guarisce dalle bruciature.
Così, tra la meraviglia dei soldati, riprendono il viaggio seguendo la via della montagna poiché la strada del mare è stata interrotta da una colata lavica dell’Etna [5].

Passano per Trecastagni dove si fermano e riposano; lo stesso nome della cittadina ha probabilmente origine dalla cattiva pronuncia dell'espressione "tre casti agni", cioè “tre casti agnelli”, nome con cui i Tre Fratelli sarebbero stati originariamente indicati.
A loro memoria, e sul luogo dove riposarono, in questo paese è eretto il “Santuario dei Santi Martiri”. Alfio, Filadelfo e Cirino sono oggi i Santi Patroni anche di questa località [6].

La comitiva riparte e alla fine di agosto, di sera, giunge a Catania dove appena un anno prima Sant’Agata ha subito il Martirio sotto il Preside Quinziano, cui Tertullo è succeduto.
I Tre Fratelli passano la notte rinchiusi in un Carcere dove oggi sorge la Chiesa “Immacolata ai Minoritelli”. Una lapide marmorea ricorda il loro passaggio, come pure un quadro e tre statue che li raffigurano.

All'alba riprendono la marcia per Lentini e lungo il percorso debbono attraversare il fiume Simeto che però è in piena; vi sono spinti dentro da otto soldati fanatici pagani. Per miracolo il fiume abbassa il suo livello ed essi possono facilmente raggiungere l’altra riva; subito dopo riprende forte la piena e gli otto soldati, che li hanno spinti e poi seguiti, annegano tra le correnti fluviali.
Gli altri soldati restano sulla prima sponda e debbono aspettare ben quattro giorni per poter passare [7].

Il 2 settembre dell’anno 252, di Mercoledì, i Tre Fratelli, scortati dai superstiti trentadue soldati, giungono a Lentini nel luogo detto il Palmiere.
Qui un giovinetto ebreo, impossessato dal demonio che lo trafigge con feroci dolori, viene da loro guarito; dopo aver assistito a quest’ultimo miracolo venti Soldati, fra cui lo stesso comandante Mercurio, si convertono alla fede e si spogliano delle armi.
I Tre fratelli, e i soldati convertiti, riprendono la marcia verso il centro della città di Lentini dove vive una nobilissima matrona, di nome Tecla, educata alla fede cristiana. Essa si trova a letto per una misteriosa malattia che la paralizza ma, quando sa della presenza in città dei Tre Fratelli, li fa venire nella sua casa e, per loro intercessione, ne ottiene la guarigione.
A Lentini vive anche Giustina, cugina di Tecla, cieca in un occhio; pure Giustina è prontamente guarita da Alfio.
Ma Alessandro, il Vicario di Tertullo, fa trascinare i Santi e i venti Soldati nelle grotte sottostanti il Palazzo che è Sede Pretoriale della Sicilia. In seguito una di queste grotte, ritenuta adibita a prigione dei Tre Martiri, sarà detta la "Grotta dei Santi".

Nel dicembre del 252 Tertullo rientra a Lentini e si meraviglia di trovare i Tre Fratelli tuttora vivi; tenta ancora di persuaderli ma, visto che la loro fede non cede, ordina di praticargli le più atroci torture. Però ogni volta ritrova i fratelli miracolati e in buona salute, e questo anche grazie all’aiuto di Tecla e di Giustina, che nottetempo, corrompendo le guardie, prodigano loro cure e conforto.
Furibondo Tertullo fa decollare, nel luogo dove oggi sorge la Chiesa della Madonna della Catena, i venti soldati convertiti; inoltre presso Palagonia fa tagliare la testa a molti Ebrei convertiti e a sette fanciulli che inneggiano alla fede di Cristo.
Il tiranno ordina che i Tre Fratelli siano rinchiusi in una stanza, con guardie fidate questa volta, e lasciati morire di fame; qui dopo tre giorni sono stremati ma poi, quando si addormentano, hanno in sogno una apparizione che li guarisce.
Proprio Alessandro, il Vicario di Tertullo, una notte vede nel Carcere una gran luce soprannaturale; dal buco della serratura scorge Sant'Andrea Apostolo, sceso dal cielo, confortare i Tre Santi e poi vede Tecla e Giustina entrare con riserve di viveri mentre le porte si aprono da sole [8].

Alessandro si converte alla fede dei Cristiani e fugge allo Sperone; Tertullo fa arrestare sua moglie Epifana per conoscere il luogo del nascondiglio.
Invano, Epifania tace e non cede alle losche brame del tiranno che la fa uccidere tagliandole le mammelle, come a Sant'Agata.
Il corpo di questa Santa Martire, Epifana, è raccolto da Tecla e riposto nello stesso Sepolcro dove saranno accolti i Tre Fratelli.
Intanto Tertullo, invaso da autentico furore, li fa spogliare e, legati mani e piedi, li fa trascinare per le vie della città. Alla fine visto che la loro fede non barcolla, anzi si rafforza di tortura in tortura, decide di ucciderli.
All’alba del 10 maggio 253 il tiranno fa girare i Tre Fratelli nudi e a piedi scalzi i colli e le vie della città e poi li fa portare al Foro, la cui piazza è gremita di folla.
Tertullo, ammantato di Porpora e attorniato da Consiglieri e da numerosi soldati, fa tradurre i Tre Fratelli e tenta per l’ultima volta di persuaderli:
"0 vi piegate agli dei di Roma o presto sarete uccisi: Decidete!"
Alfio risponde per tutti:
"Noi siamo Cristiani! Fa su di noi quello che tu vuoi, inventa strumenti di tortura; noi saremo sempre fedeli a Gesù Cristo, Figlio di Dio vivente".
Filadelfo e Cirino confermano:
"Nostra madre ci ha dato l'esempio; essa è beata in Cielo; il maestro Onesimo, il nostro nipote Erasmo e altri 13 Compagni sono stati sacrificati a Pozzuoli; Mercurio e i suoi soldati decapitati da te o Tertullo; altri nelle contrade di Lentini; e noi dovremmo piegarci a te?"
Tertullo furente, si alza agitato, si consiglia coi suoi ed esclama:
"Nel nome dell'Imperatore di Roma, ordino di strappare la lingua ad Alfio e buttarla in quel pozzo aperto [dove sorgerà la Chiesa della Fontana]; Filadelfo sia steso su quella graticola ardente; Cirino sia tuffato nella caldaia di pece bollente."
Mentre i Tre Fratelli spirano tutti vedono Angeli che dal cielo portano corone che posano sulle teste dei Tre Santi Martiri.
E così che i “Tre Santi Fratelli” salgono in cielo nel regno di Dio. Nella notte i loro corpi sono depositati da Tecla e Giustina allo Strobili dove ancora oggi si venerano i loro iniziali Sepolcri [9].

Quel giorno Cleonico e Stratonico, due giovani Leontinesi presenti al sacrificio, gridano contro il tiranno accusandolo di crudeltà.
Tertullo subito li fa arrestare e fa strappare anche le loro lingue, buttandole in altri pozzi ancora oggi meta di pellegrinaggi.


EPILOGO
Qualche anno dopo, il 14 luglio del 257 d.C., le spie avvertono il Tiranno che Alessandro, dopo aver incontrato Agatone, Vescovo di Lipari anch’esso in fuga da Tertullo che vuole ucciderlo, si nasconde nel Monte Pancali (un antico vulcano spento).
Tertullo esce a cavallo insieme ai suoi Consiglieri per arrestarlo; giunti nella contrada detta Cillepi scorgono una belva che appare loro improvvisamente, fanno per inseguirla ma tutti insieme cadono in una vallata dove sono divorati dai lupi, numerosi in questi territori. Tuttora questo luogo è conosciuto come la "Valle di Tertullo".
Così salvo, Alessandro ex Vicario di Tertullo, diventa il primo Vescovo di Lentini e sarà ricordato come San Neofito.

Alla notizia della morte di Tertullo prende il comando della Città il Capo dei Sacerdoti di Cerere, Serviliano che odia la madre Eutropia e la sorella Eutalia per la loro fede in Cristo.
Nella piazza di sua mano taglia la testa alla sorella Eutalia ma diventa cieco e muore subito dopo. Anche il corpo di Santa Eutalia è portato nella Cripta dei Santi dalla madre Eutropia, dal fidanzato di lei, da Tecla e da Giustina.

Santa Tecla in un clima di distensione religiosa costruisce tre Chiese a Lentini; una sul Sepolcro dei Martiri ove oggi vi è la Chiesa ex Cattedrale; una a San Giuliano dove seppellisce la madre, Santa Isidora, la zia Santa Neofita e i 20 soldati martiri; una terza chiesa nella contrada di Santa Maria la Cava.

Ancora qualche anno dopo il Rabbino ebreo di Lentini, Samuele, giace abbandonato ed è soccorso solo dalla moglie e dai sette figli perché affetto dalla lebbra.
Santa Eutropia lo presenta dinanzi al Sepolcro dei Santi e il Rabbino subito guarisce; convertitosi alla Fede Cristiana diventa il secondo Vescovo di Lentini.

 La Diocesi di Lentini dura sino alla conquista araba e cessa per la fuga dell'ultimo Vescovo, di nome Costantino. Questo Vescovo si rifugia a Fragalà Etneo, in un convento di Basiliani di cui è anche abate, portando con se le Reliquie dei Martiri per salvarle dalla imminente invasione dei Saraceni.
In seguito, con l’avanzare dei Musulmani, le trasferisce nelle grotte sotto il convento di Alunzio; qui se ne perdono le tracce dopo la distruzione avvenuta da parte dei Saraceni. Dopo l’anno 1000, con la liberazione della Sicilia per opera dei Normanni, le Reliquie sono ritrovate durante la costruzione di S. Filadelfo (oggi S. Fratello) ad opera di soldati e coloni Lombardi al servizio dei Normanni. Sono ritrovate racchiuse in casse ferrate, con gli atti del martirio manoscritti in greco, e subito portate ai Basiliani di Fragalà.
I monaci danno una porzione delle ossa di S. Filadelfo alla nuova città che perciò è così chiamata in suo onore.
Il resto delle Reliquie è murato sotto il parco di una chiesa accanto al Convento e in seguito se ne perdono le tracce per la successiva rovina di questa comunità.
Nel 1387 sono ritrovate, durante i restauri di detta chiesa, e di nuovo murate sotto un altare e nuovamente se ne perde la memoria.
Il 22 Settembre 1516 le Reliquie sono di nuovo ritrovate ed esposte solennemente alla venerazione dei fedeli; nel contempo le tre calotte craniche sono donate al Monastero del S. Salvatore di Messina, dove risiede l’Archimandrita dei Basiliani, che ancora le custodisce.
Il 31 agosto del 1517 i Leontinesi, saputo del rinvenimento, assaltano con una poderosa e ardita squadra di cavalieri il convento di Fragalà e si impadroniscono con la forza delle reliquie colà custodite riportandole, con solennità, definitivamente a Lentini [10].


GIUSEPPE PELUSO

REFERENZE
C. Randello – Sant’Alfio Martire – 2001
Lame – Vita, Martirio e….. – Adrano - 2016
S. Troianini e L. La Mela – Turismo religioso sui passi dei Santi
A. Bonfiglio – Il paese nativo dei Santi Alfio, Filadelfo e Cirino - 1976
Makiko Kawai – Un ipotesi per la ricostruzione iconografica del Coro del Duomo di Pozzuoli - 2014