sabato 19 settembre 2015

Regia Nave Benedetto Brin



Benedetto Brin [1] nasce a Torino il 17 maggio 1833 da Giovanni, che muore prima della nascita del figlio, e da Vittoria Binda. 

Si iscrive ai corsi di ingegneria nell'università di Torino e si laurea non ancora ventenne. Segnalato a Camillo Benso conte di Cavour, per i suoi meriti, nel 1853 entra col grado di allievo ingegnere navale nella marina sarda ed è destinato a Genova, alle dipendenze del direttore delle costruzioni navali nel Regio cantiere della Foce. Sempre per interessamento di Cavour, che ne apprezza le doti di ingegno e di preparazione, è inviato per un biennio a Parigi presso l'“Ecole d'application du géniemarittime” e questo periodo di studio resta una componente importante della sua formazione scientifica. Nel 1863 è chiamato dal ministro della Marina come consulente per le costruzioni navali e poi, nel 1868 dall'ammiraglio Augusto Riboty nuovo ministro della Marina, a far parte del Consiglio superiore di marina.

Dopo la disastrosa guerra del 1866 il ministro Riboty incarica il Brin di progettare i piani di una nuova classe di nave di linea potentemente armata ma poco vulnerabile; saranno queste le corazzate tipo "Duilio".
Intanto il 10 luglio 1873 diventa nuovo ministro l'ammiraglio Simone Antonio Pacoret de Saint-Bon. Le eccezionali capacità dimostrate dal Brin con i progetti navali ne fanno l’uomo di punta del nuovo programma di rinnovamento della marina che il Saint-Bon propugna; pertanto è nominato direttore generale delle costruzioni e segretario generale del ministero.
Nel 1875 prepara i piani delle navi "Italia" e "Lepanto" che, rispetto alle "Duilio", hanno maggiore potenza offensiva.
Nel marzo 1876, col primo ministero Depretis, il Brin è nominato Ministro della marina e continua l'orientamento del Saint-Bon favorevole alle grandi navi. Il suo incarico va dal 1º marzo 1876 al 24 marzo 1878, durante i primi due ministeri Depretis, e dal 24 ottobre al 18 dicembre 1878 durante il primo ministero Cairoli.
Da ricordare che il Brin, col disegno di legge presentato nel marzo 1878, unifica le due scuole di marina esistenti a Genova e a Napoli, fondando l'accademia navale di Livorno, che è inaugurata il 1º ottobre 1881.

Il 30 marzo 1884 è nominato ministro nel nuovo gabinetto Depretis, carica che egli ricopre ininterrottamente fino al 31 gennaio 1891, fino cioè alla caduta del ministero Crispi.
L'attività di Brin si svolge in una fase di importanti modificazioni dell'assetto economico italiano ed egli si schiera fra i principali sostenitori della necessità della creazione di una industria pesante nazionale;
E’ dunque naturale che, mirando a una supremazia navale dell'Italia nel Mediterraneo, il programma di costruzioni navali persegui anche l'obiettivo della formazione di una moderna industria bellica, tramite l'impianto di una grande acciaieria cui sarebbe spettato il compito di produrre le corazze per la marina. Alla grande acciaieria che è realizzata a Temi segue, d'accordo con l’inglese Armstrong, la fabbrica di Pozzuoli per la costruzione di cannoni [2].

Numerose le visite che Benedetto Brin effettua a Pozzuoli ed al nuovo grande opificio; perciò il 23 agosto 1886 il Consiglio Comunale, riconoscente delibera: «Riunito legalmente in sessione straordinaria e udita la proposta del Presidente e considerando che Sua Eccellenza il Commendatore Benedetto Brin, Ministro della Marina del Regno d’Italia e Deputato al Parlamento si è reso altamente benemerito della Marina Italiana.
Riconoscendo il sommo zelo da lui spiegato perché a Pozzuoli venisse fondato il Cantiere e l’Opificio Armstrong.
In solenne e pubblico attestato di stima al Suo merito eminente e di gratitudine per tanto beneficio procurato alla Città di Pozzuoli ad unanimità lo proclama cittadino di Pozzuoli.» [3]


Nel settennio di ininterrotta permanenza al ministero, il Brin persegue fino in fondo la sua linea politica e si adopera all'espansione dell'industria siderurgica e meccanica risollevando con forniture governative la critica situazione della Ansaldo, favorendo i cantieri Odero di Sestri Ponente, S. Rocco di Livorno e Tirreno, lo stabilimento Armstrong di Pozzuoli per le artiglierie, il silurificio Schwartzkopf di Venezia, patrocinando accordi tra gli stabilimenti Ansaldo di Sampierdarena e Guppy di Napoli con i più noti costruttori inglesi di macchine marine.
Va ricordato inoltre che veramente ammirevole è il talento inventivo e la capacità di realizzatore del Brin. Le navi tipo "Tripoli" e "Folgore", che egli studia, anticipano di dieci anni i criteri applicati sui cacciatorpediniere.
Le navi tipo "Re Umberto", da lui progettate, applicano per la prima volta dispositivi contro gli scoppi subacquei, oltre a segnare il passaggio dalle navi a ridotto centrale a quelle con artiglierie di grosso calibro unite a numerose batterie di cannoni di medio calibro protette dai proietti esplodenti.

Caduto il ministero Crispi, il Brin torna al governo, nel 1892, nel primo ministero Giolitti come ministro degli Esteri, dopo che è sfumata la sua candidatura alla presidenza del Consiglio. Egli tiene, dal 25 novembre all'8 dicembre l'interim della Marina, finché non è sostituito dall'ammiraglio Carlo Alberto Racchia.
Divenuto il Di Rudinì presidente del Consiglio, dopo la caduta di Crispi in seguito al fallimento della guerra d'Africa, il Brin entra a far parte del governo come ministro della Marina, l'11 marzo 1896. Carica che mantiene fino alla data della sua morte avvenuta a Roma il 24 maggio 1898.

Le ultime unità progettate da Brin sono le corazzate classe “Regina Margherita” che alla sua morte sono rielaborate dal Generale del Genio Navale A. Micheli. Nello stesso anno 1898 inizia la costruzione della capoclasse e nel 1899 è impostata, a Castellammare di Stabia, la seconda unità alla quale viene assegnato il nome di “Benedetto Brin” [4].


Questa unità, varata nel 1901 e completata nel 1905, entra in servizio il 1 aprile 1906 e presenta un dislocamento a pieno carico di 14.574 tonnellate, una lunghezza di 138,8 metri, una larghezza di 23,8 metri, e 8,9 metri di immersione.
Lo scafo è in acciaio, ponte continuo e sperone a prua; al centro ha una sovrastruttura, larga quanto lo scafo, che va dalla torre di prua a quella di poppa.  E’ caratterizzata da tre fumaioli, due più a prora affiancati ed uno più a poppa. Gli alberi sono due con picco di carico e coffe alla estremità del tronco maggiore, sopra questo ci sono gli alberetti per le antenne degli apparati radiotelegrafici.

Il suo apparato motore, composto da 28 caldaie alimentate a carbone, fornisce vapore a 2 motrici alternative a triplice espansione che, con una potenza di 20.000 hp alle due eliche, imprimono una velocità di 20 nodi.
Motrici e caldaie sono costruite dalla Hawthor-Guppy di Napoli.
L’equipaggio è formato da 797 uomini, ma spesso supera le 900 unità quando ospita comandi complessi o quando è impiegata in determinate situazioni di guerra.

L’armamento principale è composto da 4 cannoni da 305/40 mm, modello 1901, distribuiti in due torri binate poste una in caccia e l’altra in ritirata. Si tratta del cannone navale Armstrong Whitworth 12 in/40 Mark IX progettato dalla Elswick Works, ramo inglese della Armstrong. I primi cannoni prodotti sono forniti al Giappone dove, denominati Type 41, diventano l'armamento principale di diverse pre-dreadnought costruite per quella Marina Imperiale.
In seguito il pezzo entra in servizio nella Royal Navy venendo installato su tre classi di pre-dreadnought e poi è acquistato anche dalla Regia Marina Italiana, che lo fa costruire su licenza a Pozzuoli presso i Cantieri Armstrong, per installarlo sulle due navi da battaglia classe “Regina Margherita” e sulle quattro classe “Regina Elena”. Memorabile il sollevamento delle torri a Pozzuoli [5].

L’armamento secondario è composto da 4 cannoni da 203/45 mm, modello 1897, posti in coperta ed alloggiati in casematte corazzate.
Questo cannone navale, prodotto dalla Armstrong di Pozzuoli, è impiegato da diverse marine. Quella italiana lo installa sulle due navi da battaglia classe “Regina Margherita” e sulle quattro “Regina Elena”, ognuna con quattro cannoni in torri singole disposte ai quattro angoli del ridotto centrale.  
In seguito alla dismissione delle navi questo cannone verrà impiegato come artiglieria costiera e, durante la prima guerra mondiale, come artiglieria pesante d'assedio su affusto terrestre De Stefano, con la denominazione 203/45 D.S.

Come ulteriore armamento secondario sono presenti 12 cannoni da 152/40 mm, modello 1892, disposti nel ridotto, sei per fiancata.
E’ il famoso QF 6 in/40, un cannone navale progettato e realizzato nel Regno Unito dalla Armstrong Whitworth , imbarcato sulle unità navali di molti paesi.
Il pezzo è progettato e costruito, oltre che dalla casa madre, dalla Royal Gun Factory e su licenza dalla Armstrong-Pozzuoli. Esso è imbarcato sulle corazzate pre-dreadnought della Royal Navy e sugli incrociatori corazzati della Marina Imperiale Giapponese. Nella Regia Marina arma, oltre le corazzate classe “Regina Margherita” e classe “Emanuele Filiberto”, anche gli incrociatori corazzati tipo “Vettor Pisani” e “Garibaldi” e l’ariete torpediniere “Piemonte” [6].

Dopo la dismissione di queste unità, i cannoni sono reimpiegati, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dai treni armati della Regia Marina e dalle batterie costiere.

Sempre di costruzione Armstrong ci sono, in funzione antisiluranti, 20 pezzi da 76/40 mm. Questi pezzi sono presenti sia all’interno del ridotto che in postazioni scoperte [7].

Questo pezzo deriva dal cannone QF12 pounder 12cwt, Armstrong 76/40 Mod. 1897 secondo la nomenclatura italiana, prodotto su licenza dalla Armstrong di Pozzuoli e dalla Ansaldo di Genova. E’ impiegato dalla Regia Marina come pezzo antinave imbarcato sulla maggior parte del suo naviglio sottile fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Sono presenti 2 pezzi Hotchkiss da 47/40 mm, per contrastare piccole unità veloci, Questo cannone a tiro rapido è un pezzo leggero di artiglieria navale francese, sviluppato nel 1885 e rimasto in servizio fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Infine ci sono e 2 pezzi da 37 mm, il famoso QF 1 pounder inglese, nonché 2 mitragliere.

Completano l’armamento 4 tubi lancia siluri da 450 mm, sistemati 2 sopra la linea di galleggiamento e 2, di costruzione Armstrong-Pozzuoli, posti sotto il galleggiamento.

La nave è assegnata alle Forze Navali di Manovra del Mediterraneo e nel 1911-1912 prende parte alla guerra italo-turca, quale ammiraglia della 2° Squadra Navale. Partecipa al bombardamento dei forti di Tripoli [8], degli Stretti dei Dardanelli e, con un suo contingente di marinai, contribuisce ad occupare l’isola di Rodi.

Partecipa poi al bombardamento di Tobruch ed alla sua occupazione, nonché alle operazioni contro Bengasi e la Cirenaica.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’unità, comandata dal capitano di Vascello Gino Fara Forni, si trova nel porto di Brindisi, sede del Comando del Basso Adriatico, ed a bordo si trova l’Ammiraglio di Divisione Ernesto Rubin de Cervin con tutto il suo Stato Maggiore [9].
 

Sulla nave sono imbarcati anche sei marinai puteolani:

Sottocapo Cannoniere Salvatore Chiocca nato a Pozzuoli il 15 maggio 1891
Cannoniere Scelto  Silverio  della  Volpe  nato a Pozzuoli il 30 marzo 1897
Fuochista Scelto Carmine De Sio nato a Pozzuoli il 3 giugno 1889
Fuochista Antonio Maiorana nato a Pozzuoli il 13 gennaio 1893
Fuochista Arturo Di Pasquale nato a Pozzuoli il 14 marzo 1892
Marinaio Ruggiero Cioffi nato a Pozzuoli il 7 agosto 1893

Praticamente la corazzata, come tutte le maggiori unità italiane, esce solo per esercitazioni poiché la flotta nemica non lascia i sicuri ancoraggi della costa adriatica orientale. La vita di bordo, come da foto scattata il giorno 8 settembre 1915, non lascia presagire l’imminente tragedia [10].
 
Lunedì 27 settembre1915 ad appena quattro mesi dall’inizio delle ostilità, la città di Brindisi si sveglia scaldata da un sole luminoso e si appresta a vivere una quotidianità come tante altre. Sulla banchina del lungomare si sono radunate un buon numero di persone, per assistere al suggestivo rito dell’alzabandiera. Esso è considerato un appuntamento da non perdere, per l’emozione che lo spettacolo è in grado di suscitare; nel porto ci sono navi francesi, inglesi ed italiane.
Alle ore 8,00, proprio mentre si attaccano le note degli inni, si sente un violentissimo boato; uno spettacolo spaventoso di presenta agli occhi dei presenti. La torre poppiera è scagliata in aria, mentre il fumaiolo e l’albero di poppa, frantumati in piccoli pezzi, ricadono attorno; poi la nave, ormeggiata nel porto, si inabissa lentamente [11].
 
La tremenda onda d’urto, provocata dallo scoppio della santa barbara ha proiettato in alto, per molti metri, poveri corpi straziati di innocenti marinai.
In considerazione dell’ora della tragedia tutto l’equipaggio si trova a bordo e dei 943 uomini che in quel momento sono imbarcati ne muoiono 456 dilaniati dagli scoppi, schiacciati dai crolli dei ponti e delle paratie, inabissati con la nave.
Tra questi i sei ragazzi puteolani nonché l’Ammiraglio Rubin de Cevin ed il Comandante della nave.

Fausto Leva, un testimone oculare così descrive la catastrofe, come riportato nel volume scritto da Teodoro G. Andriani:
«…nel fumo denso si distinse per un momento la massa d’acciaio della torre poppiera dei cannoni da 305 mm che, lanciata in aria dalla forza dell’esplosione fino a metà della colonna, ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro. Pochi momenti dopo, dissipato il nembo del fumo, lo scafo della Benedetto Brin fu veduto appoggiarsi senza sbandamento sul fondo di dieci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel fango molle. Mentre la prora poco danneggiata si nascondeva sotto l’acqua che arrivava a lambire i cannoni da 152 della batteria, la parte poppiera completamente sommersa appariva sconvolta e ridotta ad un ammasso di rottami. Caduto il fumaiolo e l’albero di poppa, si erge ancora dritto e verticale l’albero di trinchetto.»

E’ tempo di guerra e non appena ha luogo la deflagrazione il vice ammiraglio Ettore Presbitero, comandante in capo della piazzaforte marittima di Brindisi, fa uscire subito alcuni mezzi antisommergibili, per dare la caccia ad eventuali sottomarini in agguato; si pensa subito al compimento di un’incursione nemica. La caccia risulta vana, perché ogni varco sottomarino di accesso al porto brindisino è completamente ostruito da una rete metallica tenuta tesa da galleggianti. Rete accuratamente ispezionata da due espertissimi palombari che ne accertano l’assoluta integrità.
Ad imbrogliare ancor di più le carte ci sono poi tante illazioni, anche suggestive, ma difficilmente credibili e praticabili, su una nave da guerra che per la sua natura è sempre minuziosamente controllata. Comunque si ventila la paternità dell’attentato perpetrato dagli odiati nemici austriaci e tedeschi, forti di un attiva organizzazione di spie.
Si cercano, ma inutilmente, eventuali intrusi o sabotatori che possano aver preparato l’atto terroristico e, dopo tale controllo, gli stati maggiori della Marina cominciano a capire che l’ipotesi “attentato” inizia a vacillare; al contrario, prende corpo la non remota possibilità di un’autocombustione avvenuta nella grande stiva adibita a deposito di munizioni.
Tuttavia al governo italiano, in quel particolare periodo storico, fa comodo diffondere la notizia che la corazzata “Brin” sia stata distrutta a tradimento da un siluro nemico che ha centrato la ‘santabarbara’.
Ma non sono in pochi coloro, che di cose di mare se ne intendono, che sussurrano che la nave è saltata per aria perché il calore della sala motori, troppo vicina al locale della ‘santabarbara’, ha procurato la combustione della ‘balistite’. Un composto micidiale di nitroglicerina e nitrocellulosa altamente infiammabile che, con una tremenda reazione a catena, ha innescato l’incendio e fatto scoppiare tutti gli altri esplosivi depositati nel locale della sala munizioni. Del contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin si trovano solo alcune parti del corpo che sono pietosamente composte, ma i resti della maggior parte dei marinai caduti sono resi irriconoscibili dall'esplosione.
I feriti sono sistemati nel Grande Albergo Internazionale che, per l’occasione, funge da ospedale militare. Le vittime sono trasportate al cimitero di Brindisi, nella zona riservata ai caduti militari, dove, in un mausoleo a loculi, sono tumulati, compresi ufficiali e comandanti [12].

A Brindisi affluiscono i parenti dei militari protagonisti della tragedia; la disperazione per la perdita improvvisa dei loro congiunti è immensa, specialmente quando la maggior parte delle famiglie si rende conto che mai avrebbero potuto piangere e pregare sulla tomba dei loro cari.
Tra questi i genitori del sottocapo Salvatore Chiocca [13]; a Pozzuoli, nella casetta al Borgo Pescatori, resta la giovane moglie, Amalia Carnevale, con il figlioletto che conta solo un anno di vita. 

Questa tragedia, di cui oggi ricorre il centenario, resta una pagina di gloria della nostra Marina e di diritto appartiene alla sua Storia; quella Storia che nessuno vuole dimenticare, specialmente quando è drammatica, tragica e luttuosa.







BIBLIOGRAFIA
A. Cimmino – La nave da battaglia Benedetto brin
C. Pace – Benedetto Brin cittadino onorario
G. Chiocca – Ricordi di Famiglia
G. Galuppini – Guida alle Navi d’Italia
G.T. Andriani - La base navale di Brindisi durante la Grande Guerra
www.brindisiweb.it/storia/corazzata_benedettobrin.asp/

sabato 1 agosto 2015

Don Aldo Moretti e Francesco De Gregori



Il perché di un nome
Mio Padre, don Aldo Moretti e Francesco De Gregori

Fra qualche giorno a Bacoli si esibisce il noto cantautore Francesco De Gregori; scavando tra i ricordi di mio Padre, e della sua amicizia con don Aldo Moretti, riscopriamo il perché Francesco ebbe questo nome.

Aldo Moretti nasce a Tarcento (Diocesi di Udine) il 20 novembre dell’anno 1909; ed è il più giovane di ben 12 fratelli di una grande Famiglia patriarcale “i Mios”.
Nel 1931 si laurea in filosofia e nel 1932 prende l'ordinazione sacerdotale e la laurea in teologia presso l'Università Gregoriana di Roma. Per lunghi anni è docente di ebraico e di sacre scritture al Seminario arcivescovile di Udine [1].

La Seconda guerra mondiale lo vede cappellano militare in Africa, con il grado di Tenente, presso il 40° Reggimento della 25° Divisione Fanteria “Bologna”.
Bella è la sua amicizia con mio Padre, Caporal Maggiore Carmine Peluso; entrambi appartengono alla Compagnia Comando del quarantesimo fanteria. Don Aldo appare di già in una foto scattata a Tarhuna nel Novembre del 1939, pochi mesi dopo l’arrivo della “Bologna” in Libia. Lo si vede officiare una Messa alla presenza di tutto il reggimento schierato ed ancora più dietro si notano le tende dell’accampamento [2].

Lo rivediamo in una foto di gruppo scattata nel Luglio 1940, ad el Azizia (lui è sulla scala in basso e mio Padre sulla scala in alto) [3], 

e poi in altra del 20 settembre 1940, sempre insieme, al comando di compagnia [4]. 

Comunque, essendo don Aldo l’assistente spirituale del reggimento, è naturale vederlo in numerose foto scattate in occasione di Celebrazioni Religiose officiate alla presenza di tutta la truppa schierata nei cortili e nelle varie Piazze d’Armi frequentate [5].

In un’altra foto, sempre scattata da mio Padre, lo vediamo ad Homs nel febbraio del 1941, dopo la disfatta di Graziani [6-7].
  

Con l’arrivo di Rommel segue il reggimento nella sua avanzata verso la Cirenaica, e partecipare al massiccio assedio di Tobruch.
Nel corso dell’accerchiamento della città occupata dai britannici, la Divisione “Bologna” è spezzettata in tanti piccoli capisaldi sparpagliati sul duro e desertico terreno Marmarico.
Don Aldo non può officiare con il reggimento schierato al gran completo, tra l’altro ora risiede presso il comando divisionale, pertanto ogni domenica, con una moto che da solo guida sulle impervie e pericolose piste desertiche, si dirige nei vari capisaldi dove i fanti sono rintanati nelle innumerevoli buche che hanno scavato.

Mio Padre così lo ricorda in una pagina del suo Diario:
“…Domenica 5/10 – 941 – XIX
E’ l’alba. Di rado il caposaldo 19, come stamane, è in movimento; alcuni portano una cassa, altri coperte, pezzi di tavole, ecc.
I fanti domandano come va tanto movimento ed uno chiede a quelli che trasportano le casse il perché. Il compagno appaga la curiosità dicendo che si sta erigendo l’Altare per la Santa Messa, che sarà celebrata fra poco.
La nuova si sparge in un baleno per il caposaldo e tutti ormai cercano di accudire alla pulizia personale al più presto per essere presenti al rito.
Man mano che si avvicina l’ora convenuta si vedono giungere dai capisaldi vicini gruppetti di fanti che accorrono al richiamo.
L’Altare è ormai ultimato quando si sente da lontano il rumore di una motocicletta. E’ il Cappellano del nostro Reggimento che arriva.
Giunto al caposaldo il Comandante gli va incontro per riceverlo, ed entrambi si stringono la mano.
Il Cappellano, mentre si accinge ad indossare i paramenti, rivolge ai soldati, che gli fanno cerchio, affettuose parole.
Incomincia il Sacro Rito ed ogni tramestio cessa come per incanto.
Tutti sono allineati lungo il camminamento.
Si giunge alla consacrazione dell’Ostia Santa. Ognuno a fior di labbra, sommessamente, chiede al nostro Salvatore Celeste, una grazia:
“far giungere il proprio pensiero ai cari lontani, pensando che anch’essi, nella chiesa del paese, in quella stessa ora rivolgono con fervore la preghiera, affinché il Signore faccia ritornare sano e vittorioso il caro lontano, al servizio della nobile causa per la grandezza della Patria.”
Il rito è finito, il Cappellano incomincia la preghiera per il Re Imperatore e tutti scattano come molle sull’attenti.
Al termine si formano alcuni gruppetti di amici che, per l’occasione, si ritrovano e si scambiano i saluti.
Ora il sole sfolgora come in un quadro magistralmente pennellato.
Il Cappellano, tolti i paramenti sacri, saluta il Comandante, rimonta sulla moto e si allontana.
Tutti guardano come se si fosse allontanato qualche cosa di loro…”

Il 18 novembre 1941, quando l'8^ Armata britannica inizia l'Operazione Crusader, don Aldo si trova con il I° Battaglione del 39° Reggimento in località Belhamed. All'alba del 20 questa unità, insieme alla 73° Compagnia Bersaglieri contro carri è schierata presso l'aeroporto di Sidi Rezegh.
Nella notte sul 21 i bersaglieri, mentre gli inglesi escono da Tobruch nel tentativo di sfondare l'accerchiamento e ricongiungersi con le forze della 7^ Brigata provenienti dall’Egitto, aiutano il Cappellano a recuperare i numerosi feriti della “Bologna”.
Il 21 novembre, un più massiccio assalto dei Topi del Deserto, distrugge il caposaldo italiano e, insieme a 18 bersaglieri e molti fanti, viene catturato anche don Aldo; ferito ed ormai privo di sensi.
Nel dopoguerra, per quest’azione e per altre susseguenti, è insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:

Cappellano militare presso un reggimento di Fanteria impegnato in aspri combattimenti, si prodigava al di là di ogni umana possibilità, a capo di squadre portaferiti, per raccogliere ed assistere numerosi feriti sotto violento Fuoco avversario. Mentre assolveva la sua pietosa missione riportava gravissime ferite ad una mano e ad una gamba. Pur stremato di forze rifiutava ogni soccorso fino a quando non si era assicurato che non vi fossero accanto a lui altri feriti da raccogliere. Catturato quasi privo di sensi e trasportato in ospedaletto da campo, appena in grado di farlo riprendeva la sua missione a conforto dei compagni connazionali.
Rimpatriato come mutilato, appena iniziata la lotta di liberazione contro i germanici in Friuli si prodigava con grave pericolo nell'organizzare, guidare ed assistere le formazioni partigiane del gruppo divisioni d'assalto Osoppo - Friuli. Magnifico esempio di ardente patriottismo e di sublime carità cristiana". Africa Settentrionale, novembre 1941; Fronte della resistenza, 1943-1945.

Don Aldo Moretti resta sei mesi prigioniero degli inglesi in Egitto, vicino al canale di Suez. Poiché mutilato a maggio del 1942 è scambiato con altri prigionieri a Smirne, nel corso dell’unica trattativa di questo genere tra italiani ed inglesi. Così egli racconta:
“Ritornai in Italia, sbarcai a Napoli e poi giunsi a casa. Accettai un invito a Siena, dove pregai perché i nostri soldati potessero vincere. E lì accadde qualcosa. Al termine del discorso mi avvicinò un ometto. Disse poche parole: "Cambierà tutto, sa... cambierà". Era Giorgio La Pira».

Dopo l’armistizio del 1943 è in Friuli dove entra nelle file della Resistenza con il nome di battaglia “Lino”.
E’ tra i fondatori della Brigata Osoppo composta da partigiani cattolici, ai confini orientali del Friuli. Le formazioni Osoppo, i “fazzoletti verdi”, nascono ufficialmente il 24 dicembre 1943 presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine per iniziativa di volontari (repubblicani e monarchici) di ispirazione laica, liberale, socialista e cattolica [8]. 

Questi sono già operativi in alcune zone per contribuire alla fine del conflitto con dignità e salvare ciò che dell'Italia può ancora essere salvato.
Le brigate Osoppo sono ricordate in modo particolare per la tragedia della malga di Porzûs, del 7 febbraio 1945, dove un reparto dei GAP uccide i comandanti, depreda carteggio e riserve e porta altrove i gregari, che vengono in parte fucilati successivamente; con l'accusa di intesa con il nemico.
Alle malghe di Porzus [9] ha sede il comando del Gruppo delle Brigate Est della Divisione Osoppo. 

Loro comandante è il capitano degli alpini Francesco De Gregori, nome di battaglia "Bolla", zio del famoso cantautore che, primo nato in Famiglia dopo l’eccidio, riceve questo nome a suo ricordo [10].

I trucidatori sono “partigiani rossi filo sloveni”; che li accusano d’essere riluttanti all’idea di mettersi sotto il comando delle formazioni titine. Alcune testimonianze di monsignor Moretti forniscono un po' di luce su questo tragico fatto ed in un'intervista rilasciata nel 1997, a proposito dell’Eccidio, Don Aldo dichiara:

"... La Grande Slovenia, volevano i partigiani comunisti. Noi volevamo solo combattere per la libertà, non per il comunismo, ed eravamo favorevoli a lasciare ad un referendum dopo la liberazione la scelta sui confini...
Bolla, il comandante, alzava la bandiera, bandiera italiana, bandiera con lo stemma sabaudo. Io lo mettevo in guardia: attento, gli dicevo, la vedono i comunisti e i partigiani sloveni, quello stemma a loro ricorda il fascismo, toglila.
E lui no, cocciuto, perché credeva sopra ogni cosa all'Italia, senza compromessi, senza tante prudenze politiche...
Avevamo sempre operato insieme, anche se noi cattolici ci preoccupavamo, oltre che della onestà dei fini, anche della onestà dei mezzi. Ci furono discussioni assai accese con i comandanti comunisti sulla necessità di azioni che comportavano sacrifici di vite umane".

E’ stato lui, Francesco De Gregrori, il 5 ottobre 1944, a dare la risposta negativa ai capi delle brigate garibaldine che volevano anche i partigiani cattolici sotto comando comunista alle dipendenze del IX Corpus jugoslavo. L’incontro è avvenuto al cimitero di Oborza di Prepotto. L’idea di Tito è quella di annettersi il Friuli orientale. Tito strappa a Togliatti il consenso e stabilisce che tutte le formazioni partigiane friulane passino sotto il suo comando.
«Noi non avevamo mai avuto dubbi nel rifiutare», ricorda don Moretti.

Al Comandante Francesco De Gregori è concessa la Medaglia d’Oro al valor Militare con la seguente motivazione:
«Soldato fedele e deciso, animato da vivo amor di Patria, dopo lo armistizio prodigava ogni sua attività alla lotta di liberazione organizzando, animando e guidando da posti di responsabilità e di comando il movimento partigiano nella Carnia e nella zona montana ad est del Tagliamento. Comandante capace e soldato valoroso, dopo essersi ripetutamente affermato in numerosi combattimenti, si distingueva particolarmente durante la dura offensiva condotta da preponderanti forze tedesche alla fine di settembre 1944 nella zona montana del Torre Natisone. In condizioni particolarmente difficili di tempo e di ambiente, fermo, deciso e coraggioso riaffermava l’italianità della regione e la intangibilità dei confini della Patria. Cadeva vittima della tragica situazione creata dal fascismo ed alimentata dall’oppressore tedesco in quel martoriato lembo d’Italia dove il comune spirito patriottico non sempre riusciva a fondere in un sol blocco le forze della Resistenza.»
Friuli, settembre 1943 - 7 febbraio 1945.

Altro trucidato da parte di partigiani “Rossi” filo sloveni, nel cosiddetto “Eccidio di Malghe Porzus”, è Guido Pasolini, fratello minore dello scrittore e regista Pier Paolo [11].

Guido fa parte, con il nome di battaglia “Ermes”, delle Brigate Osoppo dell'Est nelle quali entra alla fine del 1944, subito dopo aver raggiunto la maturità scientifica a Pordenone.
La sua fine è alquanto drammatica.
La mattina del 12 febbraio dopo un sommario processo, unitamente ad altri tre partigiani osovani catturati e fatti prigionieri nelle malghe di Porzus, è condotto sotto scorta sul luogo destinato all'esecuzione.
Qui sono costretti a scavarsi la fossa ed in questo frangente Guido, in circostanze poco chiare, riesce a fuggire. Nella fuga è ferito dai suoi aguzzini alla spalla e al braccio destro e, a fatica, raggiunge la vicina frazione di Sant'Andrat dello Judrio in comune di Corno di Rosazzo (UD). Si fa medicare presso la locale farmacia di Quattroventi e da qui prosegue a piedi verso il vicino paese di Dolegnano ove ottiene ospitalità da una famiglia locale.
In questa abitazione si presentano due partigiani del luogo, probabilmente allertati dalla farmacista, che lo conducono in un'altra casa dove fa irruzione il partigiano Mario Tulissi che, dopo aver preso ordini, preleva il ferito con la scusa di condurlo al vicino ospedale di Cormons per garantirgli le cure del caso.
Pare che alla vista di Mario Tulissi, Guidalberto Pasolini abbia detto: "adesso sono perduto". Infatti è consegnato a due gappisti, dai quali era riuscito a sfuggire la mattina. Questi riconducono il poveretto quasi esanime sul luogo già destinato alla sua esecuzione, lo distendono nella fossa e lo finiscono con un colpo di piccone.
I suoi resti vengono riesumati a guerra finita tra il 10 e il 20 giugno 1945 assieme a quelli degli altri caduti nell'eccidio. Dopo il solenne funerale celebrato a Cividale del Friuli il 21 giugno 1945, i resti di Guidalberto Pasolini sono traslati a Casarsa della Delizia, ove tuttora riposa in una tomba vicino l'ingresso del cimitero che l'amministrazione locale ha riservato ai suoi Caduti per la Libertà.

Nel dopoguerra Don Aldo Moretti è delegato arcivescovile dell’Azione cattolica e delle Opere cattoliche (1946-1954). In seguito è direttore della Scuola cattolica di cultura (1954 - 1962) e socio fondatore del ISR di Udine.
Tra l'altro è autore di un saggio su La grafia della lingua friulana pubblicato nel 1985 ed è coadiutore presso la parrocchia San Pio X di Udine.
Don Moretti, insieme al Prof. Ciro Nigris, è anche cofondatore dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione.
Don Aldo Moretti è, negli ultimi anni di vita, assistente delle suore del Carmelo di Montegnacco; un Monastero, quello di Montegnacco, voluto e pianificato da un comitato presieduto proprio da Monsignor Moretti.
Inaugurato il 7 novembre 1965 la sua Comunità vive con semplicità nello spirito della Casa di Nazareth; sempre aperto ai fratelli che si recano numerosi al Carmelo per unirsi alla preghiera delle monache. 

“Pre Aldo di Mio” per i vecchi tarcentini, “Lino” per i compagni del movimento di liberazione, “Don Aldo” per mio Padre e per quelli che gli erano più vicino, .. torna alla Casa del Signore il giorno 26 luglio 2002 a Udine.

La Medaglia d’oro ricevuta si trova incastonata là dove l’ha donata, nella porticina del tabernacolo del Carmelo di Montegnacco [12].

giovedì 16 luglio 2015

Giuseppe Di Feo



Giuseppe Di Feo
Un puteolano tra i primi caduti

Nel maggio del 1915 inizia la prima delle due grande tragedie che sconvolgeranno l’umanità; in questi giorni se ne commemora il centenario con manifestazioni, trasmissioni e pubblicazioni.
Anche Pozzuoli ebbe a soffrirne ed è giusto ricordare il primo puteolano caduto nella Grande Guerra, un ventiduenne che immola la giovinezza nell’adempimento del suo dovere.
Il nostro eroe, Giuseppe Di Feo, nasce a Pozzuoli il giorno 11 novembre 1892. Famiglia benestante, sani principi, studi classici e primi amori nella nostra cittadina.
Nella primavera del 1915, in previsione della imminente entrata in guerra, Giuseppe è chiamato a svolgere il servizio militare. Dopo l’addestramento basico è inviato a frequentare un corso finalizzato alla formazione di ufficiali di complemento.


Intanto la guerra è dichiarata e Giuseppe Di Feo, ancora allievo ufficiale, è subito inviato in zona di guerra presso il 28° reggimento fanteria.
Questo reggimento, al comando del colonnello Forneris Luigi, con il gemello 27° fa parte della Brigata Pavia, comandata dal maggior generale Arena Alfredo; questa brigata unitamente alla brigata Casale appartiene alla 12° divisione. Tutte queste unità allo scoppio delle guerra si trovano di già sulla linea del confine, presso Udine.





Dal 23 giugno al 7 luglio 1915 partecipano alla prima battaglia dell’Isonzo; la prima di tante altre sanguinose finalizzate alla conquista di Gorizia. Tutte queste battaglie si svolgono contro le salde e ben munite trincee nemiche del Podgora, senza riuscire a vincerne le forti difese.
Il giorno 30 giugno, a battaglia iniziata, Giuseppe Di Feo giunge al fronte, direttamente dal centro addestramento ed appena nominato caporale; in tempo per assistere e partecipare a quei massacri che caratterizzano l’intera guerra.



Le truppe arrivano a contatto dei reticolati intatti ma sono falciate dalle mitragliatrici austriache, subendo perdite altissime. Vengono prese alcune linee di trincee attorno alla quota 240 del Podgora, ma il nemico mantiene salda la sua presenza sulla cima. Giuseppe resta profondamente scosso da questi combattimenti ed il giorno 4 dedica questi versi alla sua adorata mamma:


Io mi ricordo o mamma
Il dì che ti lasciai,
Mille volte baciai
Il tuo bel volto e dissi:
   Oh! Mamma ritornerò.

La vite in guerra è rude,
Dell’uom ne fa un guerriero
Che s’avvia per il sentiero
E il pensiero gli dice:
    Di qui ritornerò.

Quando d’italian anch’io abbia
Già fatto il mio dover,
Anch’io per quel sentier
Felice e vittorioso:
 Oh! Mamma ritornerò.

Tu mi amerai più forte,
Il petto avrò fregiato,
Il volto mio bruciato.
Allor contento ti ribacierò.
  Oh! Mamma ritornerò.



In fondo alla lettera aggiunge:
“prega mamma mia per noi tutti, prega per la vittoria delle nostre armi e fa pregare tanto anche le mie care sorelle….”



Il 18 luglio inizia la seconda battaglia dell’Isonzo e si rinnovano i sanguinosi attacchi alle pendici sud orientali del Podgora, degradanti su Lucinico. Il giorno 20 il 28° reggimento fanteria attacca violentemente e cattura al nemico 200 uomini ed una mitragliatrice. La compagnia del nostro eroe si spinge arditamente fin sulla cresta, ma non può cogliere per intero il successo perché un violento ritorno offensivo avversario la obbliga a ripiegare.
Giuseppe è gravemente ferito nel corso di questo contro attacco, ma resta al suo posto di combattimento per permettere il regolare deflusso dei suoi compagni d’armi che così possono rientrare alle loro trincee. Ma forte è l’impeto dei fanti nemici e Giuseppe, nuovamente colpito, cade mortalmente sulla linea di fuoco tenacemente difesa.

Questo eroico gesto, compiuto dopo solo venti giorni di permanenza al fronte, gli procura l’assegnazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Lo stesso giorno, 20 luglio 1915, sullo stesso Podgora muore anche Renato Serra, famoso scrittore italiano e critico letterario.
Allo scoppio del conflitto mondiale chiede di partire volontario e in piena guerra Serra scrive uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento, “Esame di coscienza di un letterato”.
Egli giunge al fronte il 5 luglio, ancora sofferente per i postumi di un grave incidente automobilistico occorsogli il 16 maggio. Inquadrato, col grado di tenente, nell’11° reggimento fanteria della brigata Casale, combatte nel settore del Podgora partecipando, come l’eroe puteolano, alla prima ed alla seconda battaglia dell’Isonzo.




Nel corso di quest'ultima, il 20 luglio 1915, resta ucciso in combattimento sul monte Podgora a soli 31 anni.



Nel luglio 1926 a Pozzuoli, i genitori, le sorelle e il fratello di Giuseppe Di Feo, nel loro immenso dolore ricordano a coloro che ne piansero la perdita il decimo anniversario della sua gloriosa morte con una commossa cerimonia e con le seguenti parole:

Milite dell’ Idea prima che soldato in guerra
la vita intese come amore e dovere
e molto amò e su tutto amò l’ Italia
nel vergine fervore del cuore gagliardo.
Sul Podgora sacro all’ Italica redenzione
già gravemente ferito
ma non pago dell’ offerta di sangue
che non bastava al suo amore
volle di Se l’ olocausto supremo
e attese, combattendo, la morte gloriosa.

1915 - 20 luglio - 2015

mercoledì 24 giugno 2015

Zizula

Zizula

Una puteolana da non dimenticare

Molti cibi, nel tempo, sono stati abbandonati anche se in passato comunemente usati ogni giorno e facili da trovare sulle tavole dei contadini. Sono così scomparsi anche molti frutti per lasciare spazio a prodotti più facili e meno costosi da riprodurre durante tutto l'anno. Di questa famiglia di dimenticati fanno parte le giuggiole. 
Zizula, o Zizzola, è il frutto del giuggiolo che è della forma e grossezza di un oliva, di colore rossastro, di sapore dolce e di umore alquanto viscoso.
In Italia il giuggiolo, secondo Plinio il Vecchio, è introdotto durante gli ultimi anni di Cesare Augusto con il nome di “Zyzyphum”. E’ portato dalla Siria dal Console Sesto Pampinio e la sua coltivazione inizia proprio nell’agro puteolano; ben presto diventa simbolo arboreo del silenzio ed è scelto per adornare i templi della dea Prudenza.  

Durante il medioevo ogni casa colonica ha i suoi giuggioli adiacenti alla masseria, nella zona più riparata e meglio esposta al sole, per realizzare ad uso familiare ottime confetture, sciroppi e il famoso, antico liquore “brodo di giuggiole”.
Il suo sapore è così dolce e buono da dare vita al modo di dire "essere in un brodo di giuggiole" che vuol assentire essere felice e appagato. Questa espressione è riportata già nel 1612 nel Vocabolario degli Accademici della Crusca. 


                                                Giuggiola frutto del Giuggiolo 

Le giuggiole, o zizule, sono le caramelle dell’epoca e per la donna, essere appellata in tal modo, è sinonimo di andare in estasi, essere felice, essere appagata. Sebbene significhi pure essere goffa, anche se non in modo dispregiativo, è comunque un complimento al pari d’essere considerate come delle eterne e tenere bambine.

Appellativo, dunque, molto utilizzato nel corso dei secoli ed affibbiato a tantissime fanciulle di cui solo una balza, se non alla storia, alle cronache locali.
Quest’unica donna è puteolana come noi e ancor prima di noi; a sua memoria una tardiva testimonianza che la ricolloca nel suo naturale paesaggio purtroppo funestato da sinistri bagliori. Questo testimone la ricorda cavalcare nella più tremenda notte che Pozzuoli abbia vissuto; notte devastatrice ed elargitrice di cattivi presagi per tutti i Campi Flegrei.
Con la famosa eruzione del 29 settembre 1538, che porta alla formazione del Monte Nuovo, scompare l'intero villaggio di Tripergole sconvolgendo la fisionomia dei luoghi. I segni premonitori dell'eruzione, già avvertiti con terremoti e sollevamento del suolo, diventano sempre più intensi e frequenti e causano lo spopolamento del villaggio che pertanto non registra vittime.
La nuova bocca vulcanica copre il castello di “tre pergule e tutti quelli edifici et la maggior parte dei bagni che erano intorno".
Dalla dichiarazione di Antonio Castaldo apprendiamo che verso le ore due di notte si sente un forte terremoto al quale segue un gran tuono, come di molte bombarde sparate insieme. Non sapendo da cosa fosse provocato questo rumore i puteolani escono nelle strade e nelle piazze domandandosi l’un con l’altro che cosa sia. Appena apprendono che in località “Tre Pergule” è emersa una voragine non ardiscono alzare gli occhi al cielo temendo prossima la rovina e l’eccidio. Un gran numero di sacerdoti, di uomini, di donne e di verginelle scalze e scapillate in processione e con le lagrime agli occhi visitano ora questo ora quel tempio piangendo e pregando il signore Iddio.
Ma non restano molto nei loro dubbi e subito, con le loro donne e figlioli, fuggono per la maggiore verso Napoli e, come riferisce anche il cronista Marco Antonio Delli Falconi, "fuggendo la morte col volto però depinto dei suoi colori".

Mezzo secolo dopo, ovvero nel luglio 1587 in occasione di una ricerca aperta dalla Università Puteolana (autorità comunale) sull’Ospedale di Tripergole, rileviamo l’interessante testimonianza del signor Antonio Russo che al tempo dell’eruzione abitava in quella sfortunata località.
Esso testimonio, ormai ultra ottantenne, ricorda al tempo che era figliuolo, che andava alla festa di S. Spirito e questa chiesa stava dentro il castello nominato Tri Pergola. In detta festa si acquistavano cibi e prodotti artigianali, si ballava e tutta la città di Pozzuoli correva a detta festa.
Nella parte bassa di detto castello vi era un ospedale, comunque al di sopra dei bagni termali, ed esso testimonio, entrato spesso in detto ospedale, vi vedeva circa 30 letti nei quali dimoravano molti infermi forestieri e cittadini; tutti bisognosi di bagni sudatori.


Petrus de Ebulo - Balneum Tripergulae

L'anno 1538 nel giorno di San Geronimo (28 settembre all’una di notte) si sentì un gran terremoto, il quale allo spesso pigliava e lasciava, e tutta la città si mise in rivolta e quasi tutta si svuotò andando chi a Napoli e chi per le campagne. Chi fuggiva in un luogo, e chi in un altro e pareva che il mondo volesse subissare, e la gente fuggiva persino nuda non avendo avuto il tempo di rivestirsi.
Antonio Russo aggiunge che fuggendo anche lui, insieme coi suoi figli e sua moglie, ritrova alla porta di Pozzuoli una donna di cui non conosce il vero nome ma da tutti detta Zizula, moglie di mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia da notte in groppa ad un somiero cavalcando alla maniera mascolina. Zizula era scapellata, ovvero con i capelli sciolti, ma avanzava maestosa mentre attorno a lei tutti piangevano e gridavano misericordia.

                                                      Eruzione Montenuovo 

E’ indubbio che l’ottuagenario testimone in questa sua deposizione, fatta sotto giuramento, rievoca un giovanile dolce ricordo che poca appassiona gli scriventi azzeccagarbugli attirati solo da quanto possa essere attinente al vecchio ospedale.
Probabile che Antonio Russo abbia conosciuta Zizula ben prima della notte dei fuochi, forse proprio in occasione di qualche festa presso il castello di Tripergola oppure presso la bottega del marito Geronimo il cui cognome, Barbiero, lascia libera supposizione al mestiere che potesse esercitare.
Certo è che Zizula con la dolcezza del suo carattere, e con la sua probabile bellezza, avrà ammaliato l’allora fanciullo e poi, rincontrata anni dopo alla porta di Pozzuoli, avrà nuovamente turbato i pensieri dell’uomo ormai sposo e padre.
La fugace e sensuale visione di Zizula resta impressa nella sua mente e mai più sarà dimenticata nel corso della sua lunga vita. Ora, davanti all’assise riunita, si sente autorizzato a farla uscire dalla sua venerazione e consegnarla per sempre ai posteri ed alla leggenda.

Una leggenda di gustosa sensualità medioevale, un erotismo dolce e ambiguo, in armonia con i tempi, che lascia spazio a una garbata fantasia.
Tutto ci riporta al racconto di Lady Godiva che, per contestare l’azione vessatoria del marito verso i contadini di Canterbury, esce nuda a cavallo ma pretende che nessuno veda. Nel contempo ci riporta pure a vecchi riti pagani che, per garantire fertilità alla terra ed alle popolazioni, esigono che in primavera una fanciulla giri per il villaggio nuda su di un asinello.
Sia l’una che l’altra leggenda permettono al popolino povero e sfortunato, grazie ad un gesto generoso a sfondo sociale, di poter fruire per una volta di una visione sorprendente e proibita.


Per gentile concessione del Maestro Antonio Isabettini

Il nostro testimone fotografa Zizula che avanza risoluta con l’asino verso provvisorie ma sicure mete; con il capo chino ed i capelli sparsi, in una nudità composta, ella indica ai puteolani i luoghi dove ricominciare e questo gesto resta simbolo perenne della diaspora che questo popolo ha troppo spesso dovuto affrontare.
L’immaginaria foto della sua fuga è paragonabile a quella dei bimbi vietnamiti che scappano dal terrore del napalm ma anche ad una splendida donna colma di luce benedetta che non deluderà chi saprà accoglierla. Lei cavalca un asino che nello stesso tempo rappresenta sia l’animale degli umili sia una divinità Mediterranea. Anche Cristo entra a Gerusalemme trionfalmente cavalcando un'asina per simboleggiare la sua vittoria sulle forze maligne.

Zizula è una sorta di eroina da strada e, qualunque sia la verità o l’interpretazione che vogliamo dargli, resta il fatto che nessuna meglio di lei potrà essere presa a simbolo delle donne puteolane.


                                     Per gentile concessione del Maestro Antonio Isabettini

Die 30. Mensis Julii 1587. Puteolis.
Magnificus Dominus Antonius Russus de Puteolis aetatis annorum octuaginta et plus in circa testis summarie productus, et medio suo juramento interragatus, et examinatus super tenore Memorialis magnificae Universitatis Puteolanae, dicit:
Ch’esso testimonio si ricorda a tempo, ch’era figliuolo, che andava alla festa di Santo Spirito, la quale chiesa stava dentro il castello nominato Tripergola, ed in detta festa se ci spendevano per il Mastri le cerase, e se ci abballava, dove concorreva tutta la Città in detta festa, ed in detto Castello vi era un Ospedale dalla parte di basso sopra li bagni terranei, ed esso testimonio entrava dentro detto Ospedale, e vi vedeva da circa trenta letti più, e meno, nelli quali dimoravano molti infermi forestieri, e cittadini, li quali aveano di bisogno de’ bagni sudatori, per tutte infermità, ed anco vi stava la strada, la quale da passo in passo era situata, ed abitata da più persone, delle quali esso testimonio se ne ricorda circa tre osterie, le quali servivano per li Cavalieri, che andavano alli bagni, e persone faccoltose, che avevano denari da spendere; e giontamente in detta strada con dette Osterie vi stava una Speziaria, la quale crede esso testimonio, che stasse là per beneficio di detto Ospedale, e dopo essendo venuto in età più perfetta, vedeva esso testimonio, che detto Ospedale di Tripergole si esercitava per li Mastri, delli quali si ricorda molto bene, che un’anno vi fu Mastro il quondam magnifico Parise Adamiano di Pozzuoli, il quale poi continuamente ne teneva protezione, e dopo di là a certi anni, e proprio l’anno 1538, nel giorno di San Geronimo si sentì per detta Città un gran terremoto, lo quale allo stesso pigliava, e lasciava, e tutta la Città si mise in rivolta, e quasi tutta disabitò, ed andò in Napoli, e per le campagne, chi fuggiva in un luogo, e chi in un’altro, e pareva, che il mondo volesse subissare; e le genti fuggivano etiam alla nuda, ed uscendo esso testimonio co’ suoi figliuoli, e sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di Mastro Geronimo Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo ad uno somiero alla mascolina scapillata: e tutti piangevano, e gridavano: Misericordia! E come fu verso un’ora in due di notte, uscì una bocca di fuoco, vicino al detto Ospedale, nel luogo nominato la Fumosa da dentro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici, e di arena, e si sentivano gran tuoni, e lampi; ed in cambio di acqua pioveva arena, e venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al Castello, ed Ospedale di Tripergole, e tutto lo sconquassò, e rovinò, e poi lo empì di arena, e di pietre, e vi fece una montagna nuova in ventiquattro ore, dove infino ad oggi si vede.