domenica 22 gennaio 2017

Strage di Garibaldini


Strage di Garibaldini a Pozzuoli
Il non facile inizio della unità nazionale

Siamo a Pozzuoli [1] nel novembre del 1860; dal giorno cinque Francesco II e i superstiti soldati napoletani si sono rinchiusi in Gaeta che inizia ad essere assediata dall’esercito piemontese.
Poco prima, il 21 ottobre, si è svolto il plebiscito che ha sancito l’unione dell’ex regno borbonico al resto dell’Italia.
Nelle province napoletane è stato posto il seguente quesito:
Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?”
Il popolo nulla deve scrivere, la sua possibilità di scelta si limita a poter inserire la scheda, che riporta il laconico quesito, in un’urna contrassegnata dal “SI” oppure in un'altra contrassegnata dalla scritta “NO”.
Nella nostra Pozzuoli la votazione si svolge presso la Chiesa della Purificazione, dove nel 1870 sarà apposta una lapide ricordo [2].

Gli ammessi al voto sono 5403, ed altrettanti appaiono i votanti; i “Si” raggiungono quasi l'unanimità, vi sono solo quattro “No”.
Nessuno vuole andare controcorrente e nessuno quasi osa contraddire i “garibaldini” che, ben armati, e con gesta esplicite invitano ad inserire la scheda nella giusta urna.

Un mese dopo a Pozzuoli ancora bivaccano truppe d’occupazione di questa armata di volontari, ora appellata “Esercito Meridionale” che, dagli iniziali mille dello sbarco a Marsala, son diventati migliaia di migliaia [3].

La popolazione continua a chiamarli “garibaldini” poiché indossano la rossa camicia che sempre più spesso si tinge con le tonalità dei loro frequenti delitti consumati in questi mesi di transazione e confusione.
Tra loro ci sono sbandati, delinquenti ed avventurieri saliti sul carro del vincitore e, come fan sempre gli occupanti di ogni era storica, si comportano da provocatori, rissaioli, assassini.

Di già nel settembre avviene a Pozzuoli una deplorevole rissa tra popolani e garibaldini inviati dal vicino capoluogo. Queste truppe sono giunte perché ci sono preoccupazioni circa la condotta del castello di Baia, presidiato da una guarnigione di veterani borbonici; soprattutto per la notevole quantità di polvere pirica che vi è depositata.
Il castello resta l'ultimo presidio del napoletano del detronizzato Re [4].

Il 18 settembre, vigilia della festa di San Gennaro e nella quale suole concorrere molta gente al Santuario di Pozzuoli, suscita allarme la voce diffusa che Giacomo Livrea, il comandante del castello, vuole dar fuoco alle polveri.
A Pozzuoli è mandato il maggiore Giuseppe Mangili, con un distaccamento di garibaldini che si accampano nella pubblica piazza della Malva, con la decisione di non attaccare il forte ma di bloccarlo. 
Come tutte le truppe occupanti anche i garibaldini di Mangili hanno necessità di vettovaglie, per il loro sostentamento, pertanto procedono a requisizioni forzate di viveri. Commercianti, contadini e pescatori ben sanno che i beni requisiti mai verranno risarciti, pertanto aizzano il popolino del borgo contro queste truppe che comunque, per evitare ulteriori disordini, sono prontamente richiamate e sostituite da altro distaccamento comandato dal capitano Viggiano, ufficiale che non proviene dai garibaldini.

Queste nuove truppe s’avvicinano al forte di Baia il giorno 26 settembre ma una sortita di quella guarnigione mette in fuga tutti coloro che hanno osato accostarsi troppo alla roccaforte.
Però, mancando i viveri e vedendo sempre più ingrossarsi le file del nemico assediante, Livrea invia a Gaeta, per mare, tutta la polvere che ha superflua e tratta la resa con il capitano Viggiano. Fra i patti della capitolazione c’è quella di pagare gli arretrati alla guarnigione borbonica, per l'ammontare di circa 600 ducati, e consentire di raggiungere il Re a Gaeta ai moltissimi che esprimono tale desiderio.
Si conclude così l'attività bellica di quel Castello che per vari secoli è stato uno dei più importanti baluardi della difesa costiera del regno.
Il primo ad entrare in quel forte è Marino Caracciolo, disertore della marina militare borbonica che come molti ufficiali, incoraggiati e ben pagati dall’ammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano, ha violato il giuramento reso alla real marina napoletana.
Nasce da questi moltissimi episodi di tradimento l’esclamazione tipica "mannaggia ‘a Marina", che si dice sia stata per la prima volta pronunciata da “Franceschiello”, ancora oggi diffusissima.

Ma ora il giorno 22 novembre, per motivo d’interesse, avviene un più grave incidente tra il beccaio puteolano Antonio Gaudino e alcuni garibaldini che, come al solito, vorrebbero “requisire” parte della merce in vendita.
Il macellaio, che probabilmente avrà di già subito simili attenzioni, chiede aiuto e giustizia al concittadino Gennaro Barletta che fa parte della Guardia Nazionale; una specie di polizia locale creata dai nuovi governanti al posto della Gendarmeria borbonica [5].

Il Barletta non riesce a domare gli animi dei “valorosi” garibaldini; pertanto ne nasce una furiosa rissa che provoca la morte dello stesso don Gennaro.
Subito la notizia si sparge per tutta Pozzuoli ed i suoi abitanti, stanchi di soprusi e promesse non mantenute, in preda al furore fa strage di undici garibaldini.
I sopravvissuti, del piccolo presidio militare di Pozzuoli, scappano verso Napoli ed i corpi degli uccisi sono frettolosamente sepolti dalla plebaglia, come riferiscono le fonti filogovernative, sotto la sabbia che forma la spiaggia antistante il Tempio di Serapide [6].

Giunta la notizia a Napoli, così come riportata dai superstiti garibaldini i quali giurano d’aver udito grida di “Viva ‘o Re”, si crede che a Pozzuoli sia in atto una sommossa borbonica.
Per questo motivo subito sono inviate truppe per sedarla, ma ben presto si chiarisce l’equivoco e tutto ritorna alla calma.
Probabilmente non vengono rintracciati i veri colpevoli sia tra la “plebaglia” sia tra i “garibaldini” che ormai, malvisti anche dai “piemontesi”, sono in procinto d’essere congedati e definitivamente allontanati dall’Italia meridionale.
Garibaldi ha donato il regno a Vittorio Emanuele e subito e ritornato a Caprera; Bixio, ora generale italiano, non può mettere in atto rappresaglie come fatto a Bronte; il nascente Regno d’Italia ha bisogno d’esperta gente di mare che Pozzuoli può fornire in abbondanza.

Giuseppe Peluso 


P.S.
Nello scrivere queste note, con il programma “Word” di Microsoft, ho evidenziato la parola “borbonica”, per cercarne un sinonimo, e con sommo dispiacere mi sono stati restituiti i seguenti termini: reazionaria; conservatrice; retrograda, retriva.


BIBLIOGRAFIA
www.brigantaggio.net – Pozzuoli: Vicende storiche che portarono al plebiscito
Raimondo Annecchino – Storia di Pozzuoli


Giuseppe Peluso

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