martedì 28 giugno 2016

Viaggio sulla vecchia cara Cumana



Viaggio sulla vecchia cara Cumana
Tra emozioni e ricordi

La Ferrovia Cumana, fin dalla sua inaugurazione nel 1889, ha la stazione iniziale a Napoli in piazzetta Montesanto e, causa il ristretto piazzale, una porzione di binari si ritrova già in tunnel [1].
Il treno, appena parte, s’inoltra nella galleria Sant’Elmo e, oltrepassata questa collina, sbuca al Corso Vittorio Emanuele dove incontra la prima fermata.

Lo scrittore e giornalista napoletano Antonio Scotto di Uccio così descrive le sensazioni provate nei suoi viaggi su questa vecchia ferrovia:
«Il trenino della Cumana era un nostro amico dell’estate. Quando, alla fermata del Corso, lo vedevamo sbucare sbuffando proveniente da Montesanto di sotto ad un tunnel che sembrava, a noi giovanissimi, come un tremendo Moloch, era una corsa allegra [2].

Scattavamo come saette per conquistare il posto (e si andava in prima!) che cedevamo alla mamma ed alle sue amiche; noi preferivamo, poi, andarcene sul terrazzino; il vecchio belvedere.
Per goderci la passeggiata, il tran tran sulle ruote non molto veloce, a far finta di nulla ma notare qualche coppia appena più adulta, furtivamente pronta ad intrecciare le mani nelle mani.
Paragonarle a quelle odierne dei trenini elettrici; il capostazione dal berretto rosso, il cancelletto dipinto di verde per l’uscita, le siepi di fiori profumati.
Fiori semplici di stagione con certe ortensie multicolori che davano il capogiro, l’immancabile seriosa coppia di carabinieri.
Non era veloce il nostro amico trenino. Ma ci concedeva il lusso del chiaroscuro; un tunnel breve; uno spicchio di sole; un tunnel più lungo; una panoramica di azzurro fatta di mare e cielo a contatto.
Tecnicolor della più pura luce. Un regista, un fotografo, uno scenografo di quelli moderni non avrebbero potuto far meglio. Aveva pensato a tutto l’alchimista dell’Universo. . .
La fermata delle Terme Puteolane, ad esempio. Ecco una cartolina che abbiamo nell’album dei ricordi. Una specie di sogno. Giù si sentiva Pozzuoli, alveare di odori di pesce fresco e fritto, ma, durante la sosta, osservavamo come affascinati; piante esotiche, scalinatelle che si intrecciavano, ombrelloni su spiazzi ampi di terrazze fatte a balconate, lumi colorati. Predominava il rosso mattone. Un rosso di lusso; come un pugno nell’occhio, ma dato con stile.
C’era ancora un tratto di ferrovia, se ben ricordiamo lungo la Pietra, con altri tunnel che si intrecciavano, ed il fischio della locomotiva accompagnava l’uscita mentre si scorgeva, d’improvviso, un tratto di strada che sfiorava il mare [3].


Esisteva un intermezzo di verde costituito da canne di bambù o di viti, di frasche rilucenti e di erbe selvagge; quale contrasto. E poi l’incantesimo della visione; la barca a vela ondeggiante pigramente, una specie di paranza che si dondolava. C’erano anche spruzzi di fichi d’india invidiati. Li avremmo voluti cogliere al volo. Ci avvicinavamo, così, alla meta; alla parte, a quel tempo dell’anteguerra, più bella della nostra Napoli.
Quando il treno si fermava a Lucrino, era fatta. E bisognava attendere le prime ore della sera per rifare il cammino a ritroso ed a volte con la luce diffusa di una luna inviolata piena di sospiri, di occhiate amichevoli, di strizzatine, di quelle che sembravano occhi per una carezza fugace.»

Il 9 giugno 1898 escursione classica per gli alunni del convitto Vittorio Emanuele II di Napoli.
«Alle 6 del mattino gli studenti, accompagnati anche dal distinto prof. Giuseppe Mercalli, escono dall’edificio di Piazza Dante avviandosi alla stazione della Cumana [4].

Il treno partì e circa un’ora dopo, alla stazione del Lucrino, la comitiva scendeva per incominciare l’escursione a piedi. La prima visita fu alle Stufe di Nerone, con spiegazione del fenomeno da parte del Mercalli che fece notare le analogie, e le opportune differenze, con le stufe di San Germano, la Grotta del Cane e la Solfatara.
Poi ci si prese a camminare verso Pozzuoli: si visitò il Serapeo, dove il prof. Mercalli mostrò le perforazioni subite dalle tre colonne, si proseguì quindi per la Solfatara, il cui proprietario cav. Eugenio De Luca concesse l’ingresso gratuito, e si eseguirono vari esperimenti chiaramente spiegati sempre dal professor Mercalli.
Tutti, lasciando il luogo, vollero portare con se un pezzettino qualunque di materiale che fu oggetto di lunghi dibattiti nelle carrozze della Cumana durante il ritorno a Napoli.»

Edoardo Salzano, ingegnere ed urbanista nipote di Armando Diaz, così scrive nel suo libro “La lunga infanzia”:
«A volte, d’estate, quando stavamo in città ci portavano al mare. Ricordo il viaggio verso Lucrino, una grande spiaggia pulitissima e deserta. Percorrevamo a piedi un pezzo del Corso, fermandoci dalla drogheria Stinca a comprare le caramelle, e raggiungevamo, subito dopo la casa di Luigi Massaro, la stazione della ferrovia Cumana. Era divertente guardare dal finestrino il paesaggio prima urbano poi, dopo Pozzuoli, aperto sulla Baia. Come tutti i bambini, raccoglievamo conchiglie, facevamo i castelli di sabbia, prendevamo il bagno nelle ore stabilite e ci facevamo asciugare dai grandi lenzuoli a spugna.»

Nel 1932 la stampa enfatizza sul buon cuore fascista che non trascura i bisognosi. Così riporta:
«Alla presenza delle autorità cittadine, dalla stazione della Cumana di Napoli è partito il primo treno delle vacanze per la colonia estiva di Arco Felice [5].

Spettacolo indimenticabile; sventolava il tricolore, la banda suonava gli inni della Patria, i babbi e le mamme agitavano i fazzoletti per salutare i loro piccini.
Intervistato, un povero bimbo, figlio di un falegname, ha suscitato la commozione degli astanti dicendo:
“Oh, quanto son grato a Sua Eccellenza Mussolini! Io non ero mai stato in treno, e nemmeno in funicolare!»
Ancora fino a tutti gli anni ’30 erano in voga le “ottobrate”, una sorta di scampagnata fuori porta organizzate, spesso, dal Dopolavoro Provinciale del Partito Nazionale Fascista. Tutti insieme si partiva dalla stazione Cumana di Montesanto e si raggiungeva quella del Fusaro, vicinissima al lago ed alle sue peschiere, a rinomati o meno ristoranti, a estesi prati [6].


Antonio Buonomo, nel suo libro “L’arte della fuga in tempo di guerra”, così parla del nonno e della Cumana:
«Di lui ho un ricordo stupendo!
Amava molto il suo lavoro di capotreno della Ferrovia Cumana e spesso mi portava con sé sul treno.
Durante quei viaggi avevo avuto modo di vedere come mio nonno fosse stimato e amato da tutti quelli che lo conoscevano. Sui treni della Ferrovia Cumana viaggiavano vaste categorie di commercianti che trasportavano derrate alimentari; pescatori, ortolani, salumieri, ecc.
Lui cercava sempre di facilitare il loro lavoro, facendo il suo senza essere mai eccessivamente fiscale.»

Sia i pescatori (generalmente di sciabica i quali dividevano tra loro il pescato che vendono in proprio casa per casa) che i pescivendoli erano quasi tutti puteolani.
Ancora ricordo il loro coreografico assalto mattutino ai treni della Cumana presso la stazione di Pozzuoli; le urla, gli spintoni, le precedenze mai rispettate e... il coro finale quando il convoglio partiva lasciando a terra qualche tinozza o delle cassette col rispettivo proprietario.

Il citato Buonomo così continua i suoi ricordi, in piena guerra:
«Dopo aver dormito qualche notte sui marciapiedi del tunnel della metropolitana, per ragioni di vicinanza, ci trasferimmo sotto al tunnel della Cumana; una ferrovia suburbana che collega la città di Napoli con la costa Flegrea. Il tunnel era da preferire perché aveva due uscite; mentre i rifugi sotterranei, durante i cosiddetti “bombardamenti a tappeto”, potevano essere bloccati dalle macerie dei palazzi soprastanti.
Conoscevo molto bene la Ferrovia Cumana, perché me ne servivo spesso, sia per andare a trovare i miei nonni sia per andare al mare d’estate.
Quello che colpiva la nostra fantasia di bambini erano i due treni diretti per Lucrino (detto anche Lido di Napoli); uno tutto bianco e l’altro azzurro [7].»

Questa idea innovativa della cumana non deluderà, rivelandosi utile sia per i cittadini sia per i turisti, tanto da incentivare l’idea di un biglietto che non solo garantisca il viaggio ma anche l’ingresso agli stabilimenti balneari posti a pochi metri dalla stazione di arrivo. Col tempo arriva anche l’idea di un titolo di viaggio con un pacchetto più vasto; nel costo del biglietto, oltre al viaggio di andata e ritorno e l’ingresso agli stabilimenti balneari, sono previste escursioni, visite guidate e pranzo compreso.
I napoletani possono definirsi quindi i precursori di un’epoca moderna, quella delle offerte vantaggiose oggi definite “all inclusive” [8].

I miei primi ricordi di questa ferrovia risalgono agli anni cinquanta; d'estate si andava con la Cumana a fare i bagni a Torregaveta, al Lido Fusaro in cabine concesse a prezzi modici ai dipendenti del Silurificio di Baia, come lo era mio Padre.
Più spesso, con tutta la Famiglia, s’andava a Napoli per gli acquisti importanti, per la Piedigrotta, per i Presepi.
Ci sono due odori che mi ricorderanno sempre quel tempo; la frittata di maccheroni, il piatto classico da spiaggia del napoletano e l'odore misto di treno e panzarotti che ancora adesso, se si cammina per Montesanto e si passa vicino alla Cumana, ti riporta a quei tempi.
E m’è rimasto impresso anche il fumo passivo che, nelle umide giornate con i finestrini ben serrati, invadeva l’intero treno quando non esisteva il divieto.

Lucio Musto, in un blog napoletano, così racconta:
«Da Fuorigrotta prendevamo la Cumana che ci portava a Lucrino o ad Arco Felice o ancora a Torregaveta. Salivamo sulla Cumana carichi di vettovagliamenti, ruoti di maccheroni, insalate di pomodoro; c’era di tutto. In quegli anni il periodo più lungo lo trascorremmo al ”Lido Fusaro” [9].

Era uno stabilimento balneare molto bello che si trovava sul tratto iniziale de “la spiaggia romana”, partendo da Torregaveta. L’ingresso era formato da un edificio circolare che comprendeva gli uffici, il bar ed una grande sala in cui c’era il bigliardino e soprattutto il juke-box che spesso faceva da sottofondo ad alcuni ballerini che accennavano qualche ballo di coppia o di gruppo. All’epoca non c’era bisogno di fare scuola di danza, chi aveva voglia di ballare, o cercava nel ballo la possibilità di fare “acchiappanza”, si buttava senza vergogna, per la gioia di noi ragazzi che ci divertivamo a guardare quei Fred Astair e Ginger Roger nelle loro coreografie valorizzate dai costumi da bagno. Sono trascorsi solo cinquantacinque anni ma sono tanti.»
  
Sul blog del puteolano Giuseppe Caso, troviamo:
«Arrivavo a Bagnoli ogni mattina con la Cumana, che aveva ancora i vecchi convogli con motrice e carrozze di colore rosso e crema, e ne ripartivo con la stessa all'uscita da scuola. Sulla stazione iniziai a notare, in quello stesso autunno del 1960, una ragazza che mi colpì particolarmente per il suo aspetto. Questa bambina, perché tale era avendo solo 12 anni, frequentava la mia stessa scuola e utilizzava anche lei la Cumana, ma in direzione opposta alla mia. In seguito scoprii che proveniva da Fuorigrotta e lei poteva usufruire, diversamente da me, anche di una navetta, una specie di “littorina”, che ogni dieci minuti intercalava le corse con i normali convogli come quelli diretti verso Pozzuoli. Questa “littorina” acquisterà poi grande rilievo nel prosieguo dei miei ricordi [10].»


Salvatore Savino, nel suo “Il ragazzo di via Enrico Alvino”, così scrive:
«Scoprii così nuove spiagge, anche lontane dalla città. Come Arco Felice, e le pulitissime acque del Lido Napoli di Lucrino, che raggiungevamo con il treno della Cumana.
Durante il non breve viaggio parlavamo di scuola, dei libri di lettura, dei nuovi film visti o da vedere e dei nuovi attori americani. Poi giunti al Lido, giù in acqua con lunghe nuotate a raggiungere la Torre di Pulcinella, forse un antico faro allora non più attivo, situata in mezzo a quell’arco di mare e utilizzata da noi come trampolino per i tuffi.»

Sul Forum “Napolifans” c’è questo interessante intervento di Carlo Orso:
«La mattina mi svegliava una lama di luce dalle persiane. E subito avvertivo quel languore, la sottile leggerezza del vivere una vita unica e irripetibile tra le braccia di una donna. Con lei andavo spedito alla stazioncina della Cumana al Corso Vittorio Emanuele e (tra una folla fragrante di mare, una giovane ciurma allegra e gentile, munita di pinne, tamburelli, palloni e sacchi da spiaggia odoranti colazioni a base di mortadella, cotolette o cozzetti riempiti di cianfotte) in compagnia di tale piccola umanità del Paradiso, andavo a fare il bagno al Lido Napoli di Lucrino.
Quel vagone (me lo ricordo bene, proprio oggi che qui nevica a fiocchi ampi e leggeri) risuonava di voci, risate e chiacchierine, e pur essendo ciascuno sull'altro, aggrappati a ganci o a corrimano, nessuno si permetteva di sbuffare al vicino; di felicità per la vita, per quella vita, ce n'era in abbondanza per tutti. Ricordo ancora, io sì che mi ricordo, una signora occhialuta, alta e magra, che indossava un vestitino celeste con i fiori arancione. Saliva sul treno in compagnia di una bimba ciotta ciotta e di un ragazzetto pasciuto e cretino che piangiucchiava senza una ragione. La signora portava una gran sacca a tracolla e sotto il braccio una di quelle sedioline pieghevoli in legno che, fattosi un po' di spazio tra la gente, apriva di scatto per sedercisi sopra. Dalla nuova altezza canticchiava coi suoi bambinetti "perchè perchè, la domenica mi lasci sempre sola".
Man mano che la meta si avvicinava il chiacchiericcio si infittiva, sentivi nell'aria l'eccitazione di quando il mare si approssima. Nell'ultimo tratto la botta al cuore, dopo un tratto in galleria, lungo il quale risate e chiacchierine accusavano il picco, improvviso il silenzio. Lasciata la stazione di Arco Felice la Cumana sfrecciava all'aperto e sotto i nostri occhi incantati scorreva il lido di Lucrino [11].

Erano attimi di gioia cristallina; il mare! il mare! e il mare ci accoglieva paterno con le note di “Azzurro”, la canzone di Celentano che impazzava quell'estate.
Addio Napoli, e forse addio vita vera. Addio per sempre.»

Amalia Galante, nel suo “La signora dagli occhi di viola”, così scrive:
«L’estate era arrivata con molto anticipo quell’anno. Messi da parte piumoni e poullovers s’indossavano abiti chiari, allegri camicioni.
Martina accettò l’invito di Rosetta di recarsi con lei al mare e verificò che nel borsone vi fosse tutto l’occorrente. Mancavano le creme solari, ma sapeva che Rosetta ne aveva una scorta.
“Andiamo a Lucrino?”
“Per me va bene, senza macchina però, prendiamo la Cumana a Montesanto.”
Da molti anni mancava dal Lido Napoli. Era uno stabilimento di pietra. Un lungo nastro di cemento separava le cabine per famiglia, grandi spaziose, con una terrazzina coperta, dagli spogliatoi in muratura.
Il proprietario del bagno aveva predisposto ad una certa distanza dall’arenile una zattera dalla quale ragazzi e ragazze si tuffavano con le più inverosimili esibizioni.
Martina nuotava bene allora, arrivava senza sforzo alla tomba (sic) di Pulcinella, il bianco tempietto che si ergeva come un faro.
Chiassoso il treno dei bagnanti stipato quasi esclusivamente di giovani.
La piccola comitiva di allora non sostava nella carrozze, era fuori, nel breve abitacolo che le precedeva a godere del vento che scompigliava i capelli, dei baci furtivi nelle lunghe gallerie, di strette rapide che i sobbalzi della carrozze in fila rendevano sempre audaci…[12].

Non erano molti i viaggiatori quella mattina. L’estate non aveva ancora sfoderato l’irresistibile desiderio di denudarsi, di sentirsi finalmente liberi da moralistiche sovrastrutture imposte dall’inclemenza della stagione invernale.
Ancora pochi i bagnanti al lido.
Martina si provò il costume, avrebbe dovuto pensarci! Le andava stretto, erano più di tre anni che non andava al mare, lo tirò verso l’alto, poi verso il basso, lo strapazzò, lo tese, non cedeva di un millimetro.
Lo avrebbe indossato ugualmente, non poteva consentire che un lembo di stoffa condizionasse la giornata che si era guadagnata con caparbia volontà.»

 Salvatore Fiore in un Forum, dedicato ai trasporti, narra una sua avventura curiosa mentre era in viaggio con la Cumana:
«In quegli anni ero più legato alla Ferrovia Cumana perché spesso la domenica la prendevamo per andare a Fuorigrotta da parenti.
Inoltre la utilizzavamo in estate per andare al mare a Lucrino al Lido Napoli; allora luogo frequentatissimo di napoletani, oggi non più.
La Cumana ha segnato anche la mia autonomia, la mia libertà. La prendevo da solo già a 12 anni; andavo di mattina prestissimo al Lido Napoli per prenotare la cabina, altrimenti non avremmo trovato più un buco...
Non posso mai dimenticare la graffa che mangiavo appena sceso dal treno prima di scendere in spiaggia.
Ma ancor più ricordo un episodio dell'estate del 1978.
Una mattina divenni rosso paonazzo dalla vergogna, perché il treno fermandosi bruscamente al Lido Augusto mi fece perdere l'equilibrio, mandandomi letteralmente ad abbracciare una bella vacanziera sui 30 anni. Questa molto turbata mi fece un "rimbrotto isterico" che ricordo ancora adesso a distanza di anni, con molta tenerezza.
Fu inutile giustificarmi, la donna non volle sapere scuse!
Tutti i viaggiatori della cumana poi mi presero a guardare in maniera sospetta..., come un "molestatore ferroviario".
Si, perché nei luoghi pubblici, allora come oggi, basta uno che fa una sceneggiata ad alta voce e la gente sta sempre dalla parte di chi accusa, senza sapere se l'altro ha ragione o no.
Insomma avrei voluto disintegrarmi..., avevo appena 14 anni!
Adesso nei treni succede di ben altro..., altro che queste ingenuità della fine degli anni '70.
Quando da adulto ho finalmente raccontato la cosa gli amici mi dissero:
“Salvatò... t'è piaciuta 'a signora, eh?”
Veramente era molto carina, e anche molto scollata, era in tenuta balneare con prendisole, ma allora a 14 anni si incominciava appena a uscir col naso fuori l'uscio di casa.
Adesso tiferei per una bella frenata in un treno affollato, ma mannaggia non capita mai!
Possibile che i macchinisti sono diventati tutti bravi?» [13]


Salvatore Casaburi, nel suo “Quei ragazzi sul treno chiassosi e soli”, così scrive e, debbo ammetterlo, mi riconoscono nelle sue riflessioni:
«Quando nei lunghi giorni d'estate prendo la Cumana per andare a Montesanto, non posso fare a meno di cedere, indifeso, all'invasiva e struggente malinconia che mi riporta agli anni della lontana giovinezza.
La malinconia deve essere assunta a dosi giuste. Come i farmaci, bisogna rispettarne la posologia, altrimenti fa male, può dare assuefazione, fino a determinare stravolgimenti per cui il passato, anche il più doloroso, ci appare come il migliore dei mondi possibili. Per chi racconta la sua e la vita degli altri, poi, questo rischio è ancora più forte.
La Cumana è il mio luogo dell'anima, è, come per un "flâneur" parigino dell'Ottocento, un "passage" da riscoprire a ogni transito.
La Cumana è il mio "luogo della verifica" per capire cosa è cambiato nella città. O cosa è rimasto immutato. Perciò, in questa complicata estate, non posso fare a meno di andarci, come se l'abitudinario e breve viaggio potesse rivelarmi ciò che mi sfugge nella ricognizione urbana.
I ragazzi seduti davanti a me nel vagone comunicano per "selfie", si bombardano di "selfie", si vantano dei "selfie" ricevuti. Non fanno altro per tutto il tempo del viaggio. Sono chiassosi e soli. Accumulano pixel. Perderanno presto le loro "memorie" quando non riusciranno più a governarle. Ora siamo come i giapponesi che venivano a Napoli nei primi anni Sessanta. Vediamo ma non osserviamo. Per osservare occorre lo sguardo di Ulisse, occorrono la fatica e la voglia di vivere.
La Cumana è il mio percorso d'Ulisse e anch'io, ogni volta, ho come meta rassicurante la mia Itaca.
A Montesanto, mentre il mio treno entra in stazione, la folla dei viaggiatori in attesa ha ormai invaso la banchina, impedisce a noi passeggeri in senso contrario di defluire. Spintoni, imprecazioni, qualche avvio di rissa. Altro che trascinato. La folla, presa da un'assurda frenesia, ora mi blocca [14].

Bisogna tenere integro il sottile filo che unisce il passato al presente. Cerco di capire. Mi chiedo quale oscura ragione abbia impedito ai progettisti di istallare, anche nella nuova stazione di Montesanto, le porte automatiche che, nella vicina funicolare, rendono ordinato il flusso degli utenti. Condividiamo i "selfie", non il senso civico.

a cura di Giuseppe Peluso

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