venerdì 11 novembre 2016

Andalù, portalo via


“Andalù, portalo via”
Dalla Mostra d’Oltremare alla Televisione

Nel maggio del 1940 è inaugurata la Mostra d’Oltremare [1], pensata per propagandare ed esaltare l'opera del governo fascista nelle nostre colonie. Per questa manifestazione sono condotti a Napoli qualche centinaio di Ascari e graduati di colore, in rappresentanza di tutti i vari corpi armati coloniali operanti nell'Africa Settentrionale e nell’Africa Orientale Italiana.
Questi ascari sono scelti specificamente tra tutte le etnie e religioni sia della Libia che del corno d'Africa e tra loro ci sono anche qualche yemenita e sudanese volontario nel RCTC (Regio Corpo Truppe Coloniali). I soldati sono accompagnati dalle rispettive famiglie, oltre che da sacerdoti indigeni di religione cattolica, copta e islamica, che celebrano i culti in una apposita cappella-moschea all' interno della Mostra. Questa piccola comunità, del tutto autonoma (compresi anche le loro donne, vecchi e bambini) può essere calcolata all'incirca tra i 600 ed i 700 elementi.

I militari prestano a turno servizio d'ordine nei locali della mostra e compongono il picchetto d'onore per le autorità in visita [2]. 

Quelli liberi dal servizio vestono abiti tradizionali ed insieme ai familiari animano un grande diorama a grandezza naturale composto di tre villaggi di tukul, eretti in una "foresta africana" ricostruita trapiantando a Napoli centinaia di alberi provenienti dall'Africa.
Ogni giorno i "cacciatori indigeni" simulano una battuta di caccia al leopardo fino a spingerlo in una trappola, appositamente costruita, sotto gli occhi degli ammirati visitatori. Naturalmente il leopardo, addomesticato e ipernutrito non viene ucciso perché deve "recitare" anche il giorno dopo.

La scelta di ascari "possibilmente sposati e con prole" è fatta per evitare quanto accaduto in occasione della grande parata dell'Impero nel 1937, quando gli africani in libera uscita a Roma, disinteressati ai monumenti, chiedevano ai passanti dove fosse il bordello più vicino, per fare "Niki Niki" con la donna bianca. In questo intervallo di tempo sono state emanate le leggi razziali ed è essenziale evitare problemi di questo genere.
La mostra viene inaugurata dal ministro dell'Africa Italiana Teruzzi, accolto dal picchetto degli agenti nazionali e dagli ascari della PAI (Polizia Africa Italiana), alla presenza di alcune decine di capi tribali e religiosi in abiti variopinti. Questi ultimi sono giunti, in piroscafo ed in I° classe, appositamente per solennizzare l'avvenimento.

Nel frattempo, il 10 giugno dello stesso 1940, è dichiarata la guerra e la rapida caduta dell'Impero fa sfumare la prospettiva di un rimpatrio per la maggior parte di questa gente; le autorità devono decidere cosa fare di loro.
Praticamente restano tutti a Napoli, sede del Deposito Centrale Truppe Coloniali, limitandosi a svolgere servizi di guardia e d'istituto presso i locali comandi dei rispettivi corpi d'appartenenza. Solo la PAI, per sua stessa natura, tenta un impiego più operativo dei "suoi africani”, aggregando gli eritrei islamici ad un reparto autoblindo che opera in Africa Settentrionale nel 1942 (giudicandoli compatibili per lingua, cultura e religione con gli ascari PAI libici e la popolazione locale). Costoro continuano a combattere fin quando le truppe italiane in ritirata verso la Tunisia congedano i militari libici prima di varcare la frontiera.
Quelli rimasti a Napoli sono inevitabilmente coinvolti dalla vita quotidiana degli italiani e si integrano sotto vari aspetti [3]. 

Bambini e ragazzi fanno studi regolari (avviamento professionale) ed entrano nelle varie organizzazioni dell'ONB/GIL Opera Nazionale Balilla/Gioventù Italiana del Littorio); le donne iniziano a lavorare come domestiche, le infermiere della CRI tengono un corso di istruzione sanitaria per le ragazze finalizzato al lavoro negli ospedali.
Intanto già dal 1940 Cinecittà ha messo gli occhi su di loro, pertanto in molti partecipano come generici e comparse negli studi di Cinecittà in numerosissimi film, non solo di guerra o di propaganda, ma anche comici e di avventura, alcuni oggi poco conosciuti.

Certo è che gli ascari non sono congedati prima della fine delle ostilità e molti di essi partecipano alla guerra di liberazione come attendenti di qualche ufficiale, o in qualche reparto di servizi del Regno del Sud.
All'inizio degli anni '50 il Ministero dell’Africa Italiana (in via di smantellamento) ha un proprio "Reparto Militari Coloniali Nativi dell’Africa Italiana", con in organico militari definiti come "Soldati Eritrei", o altro a seconda della nazionalità d'origine; nel 1948 è ancora in servizio anche il 1° Capitano Libico Khalifa Khaled.

L’ascaro eritreo Andalù Ghezzali, nel corso della guerra di liberazione, si ritrova a svolgere il compito di attendente di un maggiore del CIL (Comitato Italiano Liberazione).
Al termine delle ostilità resta in Italia al seguito dell'ufficiale e nei primi anni 50 il suo destino va ad incrociarsi con quello di Angelo Lombardi [4] ed insieme diventano famosi personaggi della nascente televisione italiana.

Angelo Lombardi, nato a Genova nel 1910, nell’anno 1933 si sposta in Somalia, dove a Merca un fratello ha un’azienda per la coltivazione delle banane. Lui dovrebbe piantare cocchi ma è troppo impaziente per attendere i cinque anni della loro crescita, così inizia a lavorare al censimento della fauna nel deserto della Dancalia ed è qui che inizia l’attività di cacciatore di belve al seguito dello zoologo tedesco Karl Hagenbeck.
Ben presto la sua curiosità e sensibilità nei confronti degli animali esotici lo spinge a smettere di cacciarli per ucciderli e a dedicarsi piuttosto alla conoscenza delle loro abitudini e della loro vita. In breve Lombardi diventa uno dei maggiori fornitori di animali per i parchi zoologici d'Europa ed apre un suo giardino zoologico privato a Salsomaggiore.
La sua familiarità con gli animali gli procura le prime collaborazioni con l'industria cinematografica come consulente di scena o come scenografo in parti dove necessitano presenze di animali. Nel film “La corona di ferro”, diretto da Alessandro Blasetti nel 1941, esordisce come controfigura di Massimo Girotti per girare la scena in cui il protagonista si trova nella fossa dei leoni.
Dopo la guerra viene incaricato di ricostruire lo zoo di Napoli, devastato dai bombardamenti alleati e dalle razzie che non hanno risparmiato gli animali. Intanto continua a lavorare nel cinema, dapprima come collaboratore di Blasetti ed in seguito prestando la sua opera di consulente anche per produzioni statunitensi, tra le quali si ricordano “Ben Hur”, “Cleopatra” e “La Bibbia”. In quest'ultimo film Lombardi riesce a coordinare sul set la presenza di oltre milleottocento animali appartenenti a diverse specie.

Nel 1954 Sergio Pugliese, storico direttore dei programmi della neonata Rai, convoca Lombardi per un provino. L'emozione di trovarsi di fronte a una telecamera lo blocca; la situazione si risolve quando il figlio Guido gli passa una iguana, ora si ritrova a suo agio.
Il 7 febbraio del 1956 appare per la prima volta in televisione, in una propria trasmissione, “L’amico degli animali”, andata in onda per circa ottanta puntate, non continuative, fino al 1964.
Lombardi, sempre con un animale in braccio, è accanto a Bianca Maria Piccinino; al suo inseparabile collaboratore, l’ormai ex ascaro Andalù Ghezzali; ed alla scimmia Cita [5].

Agli amici dei miei amici, come solennizza Lombardi, vengono ogni sera svelate le infinite presenze di vita sulla terra, arricchite da aneddoti, filmati e curiosità.
La trasmissione ha subito un grandissimo successo fra tutti i telespettatori e Lombardi diventa una delle più popolari figure della televisione, uno dei primi divi del piccolo schermo, un divulgatore ante litteram, l'uomo che porta l'etologia agli stessi livelli di popolarità dei quiz.  
Celebre diventa la frase con cui apre il programma: «Amici dei miei amici, buonasera...», e poi l'altra: «Non mi vedrete, ma sentirete la mia voce!»
La sua figura massiccia, racchiusa in una classica sahariana, denuncia il suo passato da esploratore e da colonizzatore [6].

Questo legame coloniale è rafforzato dalla presenza dell'ascaro Andalù, un eritreo che gli fa da assistente e che contribuisce al successo della trasmissione [7].

Andalu' appare tranquillo nel ruolo che la televisione in bianco e nero gli affida. E’ un valletto, certamente non raccomandato, che aiuta il nostro etologo a portare e sostituire gli animali sul proscenio. Il professor Lombardi esibisce un animale poi, terminata la presentazione, o prima quando si accorge che l’animale sta diventando aggressivo perché innervosito dalle luci e dalle telecamere, dice al fido assistente:
"Andalu', portalo via".
Il valletto, con calma lo porta via ed introduce via via altri animali.

Questa frase, ancor più della celebre precedente, diventa subito proverbiale; diventa un popolarissimo tormentone che finisce coll’acquistare un significato più ampio.
Sulla bocca di tutti diventa un modo per liberarsi delle persone moleste e petulanti; ancora oggi, per far smettere chi ci sta vicino dal suo personale sproloquio, usiamo dire:

«Andalù, portalo via»

Giuseppe Peluso

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