mercoledì 10 maggio 2017

Ferraro Luigi

Dai personaggi di Villa Maria alla Starza
Luigi Ferraro e qualche curiosità storica di Via Miliscola

Il 6 marzo del 1872 inizia una lunga vertenza tra gli allora proprietari della “Casina alla Starza” di via Miliscola, attuale “Villa Maria” in via Nicola Fasano 34, ed il Municipio di Pozzuoli.
A dar inizio alla disputa è Antimo Maria Luigi Ferraro, noto come “Luigi”, secondogenito dell’avvocato e nobiluomo Francesco di Paola Ferraro.

Francesco Ferraro [1], nato a Napoli il 2 settembre 1816, nel gennaio dell’anno 1845 acquista il Territorio alla Starza con annessa Masseria (il tutto riportato in catasto con un'estensione di moggia 5, quarti 4, none 7 e quinte 3) ad asta giudiziaria e qualche anno dopo provvede ad edificare un grazioso villino al di sopra del fondo rustico; ovvero della antica casa colonica ancora abitata dalla Famiglia Daniele, ex enfiteuta [2].

Dopo l’avventura “garibaldese” [così è riportato nelle memorie della Famiglia Ferraro] Francesco, che non nasconde le sue simpatie per “Franceschiello” di cui è procuratore, viene arrestato perché sospettato di aver partecipato alla congiura legittimista del Barone Cosenza, tendente a reinsediare la casa borbonica.
Praticamente in questa Storia si ritrova dalla parte di chi ha perso, anche dei briganti, pertanto subisce l’umiliazione della cella (sarà detenuto nelle allora carceri di San Francesco fuori Porta Capuana, edificio poi adibito a Pretura) ma ne esce a seguito di una amnistia pacificatrice.
Dopo l’unità d’Italia, con le nuove leggi nazionali antifeudali, provvede al riscatto dell’antico diritto reale di enfiteusi che grava sul fondo alla Starza a favore del Ritiro di Santa Maria della Consolazione, a sua volta subentrato alla Mensa Vescovile (Diocesi di Pozzuoli).
Francesco muore il 30 marzo 1870 e la sua imponente eredità è suddivisa tra i suoi quattro figli; Enrico, Luigi, Eugenio e Clotilde.
Luigi Ferraro [3], 

indubbiamente figlio prediletto, eredita l’appartamento “nobile” della “casa palazzata” di Salita Stella 27 a Napoli (interamente di proprietà del genitore), qualche locale terraneo, e inoltre biblioteca, studio e archivio paterno.
Eredita poi una masseria in località La Schiana (ancora oggi conosciuta come masseria Ferraro), di fronte alla collina di Cuma; da sempre in affitto alla Famiglia Pisano detta "Nasachiatta".
Infine, sempre nel comune di Pozzuoli, eredita il surriferito fondo conosciuto come Territorio alla Starza.

Luigi, nato a Napoli il 19 dicembre 1845, è avvocato, ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, Croce dell’Ordine degli Avvocati di San Pietro (Santa Sede).
Il 28 settembre del 1874 sposa Matilde Caterini [4], 

nata a Napoli nel 1849, figlia dell’Avvocato e deputato Raffaele Caterini; la sorella Cleonice Caterini sposa Eugenio Ferraro, terzogenito di Francesco e la sorella più grande, detta “Zizià”, sposerà lo stesso Francesco (che così diventa anche cognato delle sue due nuore) quando resterà vedovo della moglie Maria Giuseppa Pierro.
Nella seconda metà dell’ottocento Luigi è eletto Consigliere, Assessore, Vicesindaco e Sub Regio Commissario della città di Napoli; lo si ricorda in particolare perché istituisce, per il Comune di Napoli sempre in cerca di fondi, una tassa sui cani.
Ad immortalare questa sua iniziativa esiste una splendida caricatura di Mario Buonsollazzi, noto come “Solatium”, grande disegnatore dell'epoca; questa caricatura fa parte di una collezione di ritratti umoristici degli uomini politici napoletani del tempo [5].

Nella disputa contro il Comune di Pozzuoli inizialmente Luigi, in attesa della suddivisione ereditaria, rappresenta anche i fratelli coeredi del defunto genitore Francesco, ma nel prosieguo rappresenterà solo se stesso
Oggetto della disputa è un confinante spiazzo comunale in precedenza asservito ad un antico mulino ad acqua di cui restano pochissime tracce [6].

Su questo spiazzo il Municipio intende edificare il Macello Comunale e l’avvocato Luigi Ferraro, quale rappresentante l’eredità paterna, inizia con lo scrivere alla Prefettura di Napoli la seguente lettera di protesta:

“Luigi Ferraro, tanto nel nome proprio, che quale rappresentante l’eredità di Francesco Ferraro, espone alla S.V. possedere una casina con analogia di Villa in Pozzuoli luogo detto Starza.
Accosto a detta proprietà, che è in mezzo alla strada pubblica, il Municipio di Pozzuoli sta facendo delle fabbriche per metterci un pubblico macello e vasche per depositi di baccalà.
Queste cose porterebbero danno non solo alla proprietà dello esponente, ma alla igiene pubblica, essendo il luogo suddetto nel sito più bello del paese, ed essendo detta strada frequentata sia dai paesani che dai forestieri che si portano a vedere le antichità ivi esistenti.
Quindi il sottoscritto prega la S.V. dare quei provvedimenti che crederà opportuno nello interesse della giustizia, perocchè depositi e traffici di simil genere debbono stare in luoghi appartati, acciocchè non disturbino gli abitanti col puzzo e non insozzino la strada col sangue…. Luigi Ferraro”

Tre giorni dopo, in data 9 marzo 1872, Luigi Ferraro scrive simile, ma più intensa lettera, alla Sottoprefettura di Pozzuoli:

“Il sottoscritto sia nel proprio nome, che qual Vicario degli altri interessati sulla paterna eredità, con sentita fiducia nel senno e nella giustizia di V.S. Ill.ma, i cui benevoli effetti ha già sperimentato altra volta, ricorre più circostanziatamente alla prelodata S.V. come alla Prima Autorità Locale che è la sola e meglio informata dei siti, delle cose, e delle persone sottoposte alla sua giurisdizione, e ciò dopo aver presentato analogo e più breve ricorso alla Prefettura di Napoli in data 6 corrente.
La eredità che il sottoscritto rappresenta possiede, tra gli altri fondi in Pozzuoli, un Territorio tutto murato sulla strada consolare, con cancello in ferro, su cui Villa Ferraro e ridente casina a pochi passi da detto cancello e strada, nel luogo detto Starza.
Dal lato più breve del fondo in parola, che è l’occidentale, confina lo stesso con uno spiazzetto comunale, alle cui spalle è una proprietà del signor Francesco Gioia, ed all’opposto lato un casamento pur comunale, che era ad uso di molino, uso evidentemente non molesto ai vicini, ne ingrato al pubblico, ed ai viandanti si nazionali che stranieri, i quali giornalmente ed in numero non iscarso recansi a diporto per visitare i vicini luoghi e tutte le antichità onde son pieni questi ameni siti.
Non vi è Signore, Principe, Famiglia Reale, Sovrano ancora, che spesso non transiti, e non frequenti questi siti, anche per le Reali Cacce di Licola, Patria, e simili Delizie.
Or pare proprio che il Municipio presente abbia colto di mira la proprietà Ferraro per perseguitarla e danneggiarla in tutti i versi e per tutte le vie, non senza molestia degli altri vicini, né sfregio e disdecoro della cosa pubblica. Con istrano e deturpante divisamento fu dapprima costituito lo spiazzetto anzidetto come deposito di letame ed altre pubbliche immondizie produttive di esalazioni ed insetti molesti alla contigua proprietà, per modo che a furia di ricorsi, e non poche pratiche influenti, si giunse ad ottenere lo sgombero diffinitivo.
Fu poscia, con pericoloso intento, determinato elevarsi il muro del lato orientale e formarsene bersaglio di tiro a segno; donde il danno degli alberi flagellati e la possibilità di ferimenti ed uccisioni di persone; ad ovviare i quali fu necessità di adire l’autorità giudiziaria che ne vietò l’attuazione.
Più tardi si divisò ed eseguì il turpe progetto di destinare il contiguo fabbricato comunale a casa di tolleranza, troppo indecente e scandalosa fino al pubblico passaggio, e ci volle tutto il senno e la morale della S.V. Ill.ma, interessata da vivi reclami, per vedere libera la proprietà da si molesta e degradante vicinanza.
Ora si è fitto in mente questo strano Municipio di por mano al riempimento dello spiazzetto col formare di esso, a quanto si è detto, un macello di carni, ed un deposito di baccalà, i cui malefici miasmi e relativi insetti, nell’atto stesso che ammorberebbero la proprietà del sottoscritto rendendola inabitabile affatto, deturperebbero lo stesso pubblico passaggio, non meno per puzzo che per le tracce, che sono inseparabili conseguenze.
Il sottoscritto si è già diretto all’autorità giudiziaria per la sospensione dell’opera nuova iniziata sul muro di sua proprietà, e non potrà certamente acchetarsi alla vicinanza di sì malefico stabilimento, come quello che vuol collocarglisi a fianco.
Quindi il sottoscritto prega la S.V. dare quei provvedimenti che crederà opportuno nello interesse della giustizia, perocchè depositi e traffici di simil genere debbono stare in luoghi appartati, acciocchè non disturbino gli abitanti col puzzo e non insozzino la strada col sangue.
Lo sperimentato senno e la provata giustizia della S.V. Ill.ma sapranno emettere le provvidenze meglio adatte a quest’altra presente bisogna……Luigi Ferraro...”

Interessanti ed inedite le notizie che riportano l’utilizzo di questo spiazzo come deposito di letame; poi l’intento di impiantarvi un tiro a bersaglio e infine il progetto di destinare l’attiguo fabbricato comunale, ex mulino ad acqua, a casa di tolleranza.

Nonostante la lunga azione legale, anche perché nella costruzione del macello il Comune di Pozzuoli si appoggia al muro di cinta che erroneamente considera in comproprietà, il Municipio, previo pagamento di una indennità al Ferraro, riesce nell’impresa di edificare il macello. Questo è costruito dalla ditta del partitario Procolo Muse, la stessa impresa che inizierà la ricostruzione del Molo Caligoliano, su progetto dell’architetto Ernesto Villani.
Luigi con la sua numerosa Famiglia, avrà ben otto figli di cui due morti infanti, continua ad utilizzare la casina alla Starza, conosciuta anche come “Villa Ferraro”, quale luogo di delizie per trascorrevi lunghi e piacevoli soggiorni.

Nella foto di inizi novecento [7], 

scattata nel giardino di Villa Maria alla Starza, riconosciamo Luigi con la moglie e la loro ultima figlia, Maria. Hanno tutti un'aria sobria; l’impressione è di un sereno momento in campagna.
Luigi Ferraro sfoggia un'aria intelligente e sorniona; sorride sotto i baffi e gli occhi ridono.
La moglie Matilde Caterini è molto tenera mentre tiene sulle gambe la figlia; comunque ha nel fondo un'aria triste e malinconica.
Maria, la loro ultima figlia, è proprio carina vestita di bianco. Per tutti sarà zia Mimme e la ricorderanno nubile e anziana, piccola piccola. Le piaceva far divertire i bambini con un gioco davanti allo specchio, nessuno ricorda bene come funzionasse, ma dava l'idea che muovendo una gamba se ne muovessero due restando sostanzialmente sospesi.

Nell’altro scatto [8], 

all’ingresso del portone che immette al primo piano, ovvero all’appartamento padronale, notiamo Luigi Ferraro, con la paglietta; al suo fianco la moglie Matilde e, seduto a terra, il figlio Guido con vicino il fido cane da compagnia, anche lui inquilino di Villa Ferraro alla Starza.
Le tre romantiche ragazze sono le figlie Valentina, Immacolata e Maria. Solo la prima convoglierà a nozze come il fratello Guido. Invece Immacolata e Maria, come pure gli altri due germani Riccardo e Mario (non ripresi in foto) restano “single”.
C’è poi, in alto, il marinaio della barca “Zizià”, donata a Guido, in occasione della laurea in giurisprudenza, dalla zia nonchè seconda moglie di suo nonno Ciccio.
Infine, ancora seduti a terra scalzi e con aria dimessa, due ragazzi nipoti del patriarca dei coloni Monaco, detto “zi' 'Ntonio” [9].

Il 20 gennaio del 1913 muore Luigi Ferraro e, nella suddivisione ereditaria, l’appartamento “nobile” di Salita Stella a Napoli va al figlio Guido e la Villa alla Starza di Pozzuoli, con tutto il suo Territorio, è ereditata in comune dalle figlie Immacolata e Maria.
Nel 1918 le due sorelle, ritenendo molto più affidabile un investimento in Titoli di Stato (sic!), vendono l’intero fondo alla signorina Maria De Sanna che subito dopo inizia la costruzione del secondo piano e di altri corpi di fabbrica; in questa occasione [p1] è abbattuta la cappelluccia che si nota sullo sfondo della foto di gruppo.
Era essa dedicata a San Francesco da Paola, raffigurato con un pregevole maiolicato, e fatta edificare da Francesco Ferraro alla fine del 1868 per un voto espresso. Di questa cappella si conservano documenti e ricevuta di costruzione; della figura del Santo resta il solo volto [10].

Ritornando al macello comunale c’è da riferire che sarà abbattuto solo negli anni ’80, dopo i disastrosi eventi sismici e bradisismici, sostituito da un nuovo simile impianto in via Fascione, poi anch’esso abbandonato.
L’area che occupava nella provinciale via Miliscola, nel frattempo intitolata alla memoria di Nicola Fasano, ridiventa nuovamente un libero spiazzo che ultimamente vede ergersi un imponente impianto creato dalla “Copin S.p.a.” per analizzare, così si dice, le acque di vicine fonti sorgive [11].


CREDITI
Giuseppe Peluso – Cronistoria di Villa Maria alla Starza
Renato Ferraro – Memorie della Famiglia Ferraro

lunedì 24 aprile 2017

Caposaldo "Brindisi"


Il “Brindisi” di Baia.
Dai cespugli spunta un caposaldo costiero

Fin dal 1941, in piena guerra, i Campi Flegrei iniziano ad ospitare importanti capisaldi dei reparti di Difesa Costiera del Regio Esercito e tale spiegamento raggiunge la massima espansione nell’estate del 1943.
Per far fronte ad un probabile sbarco nemico si realizzano vari campi trincerati sia del tipo detto Caposaldo di Contenimento Costiero (C.C.C.) che del tipo detto Caposaldo di Sbarramento Costiero (C.S.C.). Ognuno di questi capisaldi è fornito di torrette di avvistamento, avamposti, trincee, casematte ed i caratteristici bunker che dagli americani sono chiamati “pillbox”, letteralmente “portapillole. Tutte opere che oggi potrebbero rappresentare un bene da tutelare e valorizzare nel contesto ambientale in cui si trovano.

I Capisaldi di Contenimento sono previsti nelle zone adiacenti al mare, dove dovrebbero contrastare eventuali sbarchi nemici in forze e contenerli in attesa dell’arrivo di rinforzi.
Sono composti da più strutture in cemento armato, molte volte scavate in caverna, unite tra loro in modo da formare un unico campo trincerato e fortificato. Sono dotati di una grande varietà di armi che comprendono artiglierie antinave a lunga gittata, artiglierie di medio calibro da utilizzare contro mezzi da sbarco o corazzati, armi automatiche atte a spazzare la spiaggia quando, durante le delicate operazioni di sbarco, l’invasore non può fare uso di tutti i suoi mezzi.
Nei Campi Flegrei a questa tipologia appartengono il caposaldo “Biella” nella zona di Torregaveta e il caposaldo “Brescia” che fa perno sull’Acropoli di Cuma (Bunker di Cuma) [1].

I Capisaldi di Sbarramento sono composti da più strutture e postazioni vicine, ma non sempre tra loro collegate; hanno il compito di impedire la penetrazione del nemico verso l'interno del territorio dopo lo sbarco. Spesso sono camuffate come civili costruzioni; sono dotate di armi controcarro e generalmente si trovano lungo importanti snodi ferroviari e stradali essenzialmente a cavallo delle rotabili di accesso. Il loro scopo è l’arresto di colonne motomeccanizzate in fase di penetrazione; pertanto sono appoggiati a terreno laterale forte per se stesso.
Quelli costruiti nel Campi Flegrei, il caposaldo “Bari” nella zona di Licola e Monte San Severino, il caposaldo “Bolzano” nella zona di Grotta dell’Olmo, il caposaldo “Bologna” nella zona posta tra il Castello di Monteleone e la rotonda di Maradona, il caposaldo “Bergamo” nella zona posta tra la Schiana e Masseria Ferraro, ed il caposaldo “Brindisi” nella zona delle Mofete e della Sella di Baia, sono in posizione arretrata rispetto alla linea di costa e dovrebbero contrastare avanzate verso Napoli a nemici che abbiano eventualmente superato o aggirato i capisaldi di contenimento [2- Monteleone].



Sempre nel Campi Flegrei tra un caposaldo e l’altro, o in prossimità di importanti obbligati punti di passaggio, troviamo alcuni Posti di Blocco Costieri (PBC). Essi sono il “Benvenuto” sulla Domiziana altezza Lago d’Averno, il “Buonanno” alla Punta Epitaffio di Baia, il “Bernardo” ad Arco Felice (Posto di Blocco di Arco Felice), il “Beato” al quadrivio dell’Annunziata, il “Bruno” alla Montagna Spaccata e così altri ancora ad Agnano ed a Nisida.
I posti di Blocco hanno nomi maschili ed i capisaldi nomi di città; entrambi iniziano con la lettera “B” e sono posti sotto il Comando Difesa Porto di Napoli del Generale Ettore Marino, con sede a Castel Sant’Elmo, responsabile del tratto di costa dalla Foce di Licola a Capo d’Orso di Vietri sul Mare.
Il tratto di costa nord da Foce di Licola al Garigliano è invece sotto la giurisdizione della XXXII Brigata Costiera del generale Carlo Fantoni con sede a Villa Literno. I suoi Capisaldi ed i suoi Posti di Blocco iniziano tutti con la lettera “A”.
A sud, aguardia della costa salernitana, c’è la 222° Divisione Costiera al comando del Generale Ferrante Gonzaga che sarà trucidato dai tedeschi, è i nomi dei suoi capisaldi iniziano tutti con la lettera “C”.
Nelle zone interne della Campania c’è qualche raccogliticcia Divisione di fanteria, in ricostituzione perché reduce dalla Russia; i nomi dei capisaldi dell’interno iniziano tutti con la lettera “D”.
Il tutto è sotto il Comando del XIX Corpo d’Armata del generale Pentimalli [3].


Il caposaldo “Brindisi” di Baia svolge, ufficialmente, un doppio ruolo; quello di Caposaldo di Contenimento perché dovrebbe contenere un improbabile sbarco che possa avvenire sulla vicina frastagliata costa e quello di Caposaldo di Sbarramento perché dovrebbe sbarrare la strada ad eventuali colonne nemiche, sbarcate sulla cosiddetta spiaggia romana, e dirette verso Napoli.
Oltre questa doppia funzione il “Brindisi” presenta anche altre particolarità perché dispone di quasi tutte le tipologie di manufatti difensivi e di tutti gli accorgimenti capaci d’ingannare la ricognizione nemica.
Nell’estate del 1943 sono presenti circa 18 postazioni, variamente disposte e ricavate, atte a contenere fucili mitragliatori, mitragliatrici pesanti e pezzi anticarro. Praticamente questo caposaldo protegge due possibili valichi attraversabili da eventuali nemici; il primo valico è costituito dalla provinciale Cuma-Fusaro-Sella di Baia che è protetta da postazioni armate con pezzi anticarro; il secondo valico è costituito dai rilievi di Monte Ginestra-Mofete che, non essendo valicabili da automezzi, possono essere protetti da postazioni armate di sole mitragliatrici.

Sul primo percorso, provenendo da Cuma, incontriamo un bunker, che controlla la strada del lago Fusaro, con ampie feritoie onde permettere il tiro a una mitragliatrice pesante oppure ad un pezzo anticarro. Le aperture sono protette in alto da cornicioni, poichè il bunker funge anche da punto d’osservazione, e sul suo tetto ci sono erbe, fiori ed altre piante selvatiche che forniscono un camuffamento naturale [4].


Poco avanti incontriamo il più caratteristico bunker di questo caposaldo, posto sempre nei paraggi del lago Fusaro, all’incrocio tra la stessa via Fusaro e via Virgilio [5a].

E’ una casamatta, adiacente al ristorante “Antichi Romani”, costruita in modo che assomigli ad un ampliamento del ristorante del quale riprende anche la verniciatura in bianco e rosa. La casamatta, che comunque desta qualche sospetto per il modo in cui sporge sulla strada, dispone di quattro feritoie in prossimità del suolo in cui trovano riparo e possono far fuoco cannoni anticarro [5b]. 

In una delle foto, scattate dagli alleati subito dopo la ritirata tedesca, si nota che una porzione della parete esterna è stata rimossa per mostrare la reale camera corazzata [5c].

In un’altra foto panoramica notiamo al centro questa speciale casamatta e sullo sfondo il retrostante rilievo che sale alle Mofete cosparso di altri bunker che poi descriveremo [5d].

Inoltrandoci nella stretta via Virgilio, a poco meno di cento metri dal descritto ristorante, incontriamo un bunker monoarma, sopraelevato su di un terrapieno. Ci sono due feritoie basse da cui possono far fuoco uno o due fucili mitragliatori che controllano la strada non praticabile da grossi mezzi corazzati [6].

Verso la fine di via Virgilio, sul lato destro, incontriamo una caserma campale costituita da molteplici baracche mimetizzate. Il campo, progettato inizialmente per poter ospitare le guarnigioni di fanteria costiera in servizio nei vari capisaldi dei Campi Flegrei, al suo completamento nel corso del 1942 è ceduto all’esercito dell’alleato tedesco che sempre più numeroso presenzia le nostre coste [7a-b].


Più avanti, nei paraggi del grande incrocio tra via Terme Romane, via Bellavista, via Ottaviano Augusto e via Vanvitelli troviamo, di fronte all’ancora esistente bunker [8a], 

una casamatta camuffata da casa colonica fornita di varie aperture a livello stradale atte ad ospitare dei cannoni anticarro in grado di tenere sotto tiro le varie diramazioni che confluiscono al quadrivio [8b].

Il citato adiacente bunker posto in alto sulla strada, non mimetizzato, ha una particolare conformazione ad angolo ed ospita una mitragliatrice pesante. Ha un'unica feritoia con estesa strombatura onde permettere un’ampia sventagliata verso il vasto incrocio [8c-d].



Nel piazzale posto poco più avanti, al culmine della Sella di Baia, è stata costruita una baracca che funge da posto comando e fureria per il capitano comandante di questo caposaldo [9a].   

Di fronte alle scale, che conducono alle case operaie [9b], 

è stata ricavata una cucina da un rustico appartenente ad una vicina casa colonica [9c].

In questa casa colonica abita la signorina Anna Scotto di Vetta nata a Bacoli il 25 dicembre 1926 che vediamo in una foto scattata dal caporal maggiore Carmine Peluso nei primi mesi del 1943 [9d] e in una foto recente [9e].



Superata la Sella e procedendo verso Baia, in via Terme Romane altezza del sottostante Tempio di Diana, troviamo un’altra casamatta rivestita con blocchi di pietra di tufo che la confondono con le pareti del vicino edificio.
La feritoia centrale ospita un pezzo anticarro e le due laterali possono essere utilizzate da armi automatiche. [10a (b - come sarebbe oggi)].



Questo fortino è stato costruito per coprire una curva della strada e colpire eventuali avanzanti colonne motorizzate nemiche. Una foto scattata dall’alto, per riprendere l’ardita cupola del tempio, ci mostra anche la cupola corazzata del bunker racchiuso all’interno della casamatta [10c].

Ci troviamo in un panoramico punto della collina e questa strada, fino a Villa Sabella che ospita altro comando militare, è molto ricercata per le rituali foto ricordo da militari italiani e tedeschi [10d-e].



Lo stesso piacevole diversivo se lo procura, sulle vicine scale Sella di Baia che scavalcano la sottostante Ferrovia Cumana, il cappellano del 117° reggimento di fanteria costiera con l’imponente cupola romana che fa da sfondo [10f].

Sempre in via Terme Romane, incrocio con via Petronio, troviamo un bunker che, come quasi tutti quelli che insistono su arterie importanti, ospita un pezzo anticarro che può sparare in varie direzioni [11a].

Le sue feritoie sono senza strombatura ma larghe e alte quanto basta per consentire al pezzo d’artiglieria di regolare l’alzo e di sparare. Si intravede lo spessore, della interna circolare camera di combattimento, sicuramente superiore ai 60cm che gli permette di resistere a colpi di carri o semoventi leggeri nemici [11b].

Risalendo quasi tutta via Petronio, in cima alla collina, andiamo incontro al primo bunker della zona alte delle Mofete. Si trova di fronte all’edificio dell’acquedotto e attualmente è tutto dipinto di bianco perché così combinato identifica un bar relax che offre i suoi confort lontano dal caos cittadino [12a].

Data la natura del terreno circostante presenta alte feritoie, senza strombature, che lasciano intravedere il poco spessore cementizio. Da questo bunker gli occupanti possono sparare in piedi con fucili o mitragliatori [12b-e].





A non molta distanza dal precedente, dietro l’edificio dell’acquedotto, troviamo un altro bunker; siamo sul ciglio della collina da dove si ha un’ampia panoramica fino al lago Fusaro [13a].


Questo bunker pluriarma, nascosto tra recinti, erbacce e “spalandroni”, risulta affossato e le sue feritoie sono a livello del terreno; quelle posteriori, rivolte verso la più lontana via Petronio sono del tipo stretto per permettere il tiro solo con mitragliatore. Quelle anteriori, che dominano la sottostante via Marco Aurelio, sono del tipo più ampio onde permettere il tiro con mitragliatrice contro eventuali invasori risalenti dal territorio del Fusaro [13b-c].



Poco più avanti, in cima al Monte Ginestra, da cui si domina sia il versante ricadenti sul golfo di Napoli sia quello ricadente sul golfo di Gaeta, c’è una alta torre tipo traliccio in ferro. E’ un particolare Posto di Avvistamento Lontano alle dipendenze della 19° Legione Contro Aerea di Napoli; utilizzato sia dagli osservatori di allarme aereo sia dalle vedette del caposaldo “Brindisi” [14].

Iniziando a scendere verso il lago Fusaro sulla sinistra incontriamo un altro bunker, che gode di un ottimo settore di tiro; anch’esso del tipo infossato [15a].

Ha feritoie basse, poco più elevate del terreno su cui è inserito, con ampie strombature attraverso le quali è possibile apprezzare il notevole spessore di cemento. Deve poter resistere a colpi di artiglieria, seppure leggera, ed è fornito di mitragliatrice pesante [15b-e].






Sempre alla stessa quota, spostandoci però verso destra fino a giungere sul ciglio del vallone Mofete, incontriamo un altro bunker che gode del medesimo ampio settore di tiro [16a].

Non possiamo non apprezzarne la strategica posizione in cui è inserito con possibilità di dominare ampi settori precludendoli all’avanzata nemica [16b-c].



Si presenta perfetto nel suo aspetto, che tra l’altro incute timore, il tutto accentuato dalla perfetta e caratteristica cupola paraschegge [16d-e]



E’ fornito di feritoie, fornite di sfasatura ed a livello alto, che permettono il tiro a fucili mitragliatori e moschetti per difesa ravvicinata; il suo spessore non è molto elevato perché, data la sua posizione, difficilmente potrebbe essere colpito da pezzi di artiglieria nemica [16f-g].



Scendendo lungo il vallone, sulla stessa direttrice, poco più giù incontriamo l’ultimo bunker di questo caposaldo [17a].

E’ del tipo infossato coni varie feritoie munite di strombatura, basse quasi a livello del terreno, da cui possono sparare sia mitragliatrici pesanti che, eventualmente, un pezzo contro carro. Data la sua vicinanza alla sottostante via Fusaro è fortemente corazzato possedendo il previsto massimo spessore di cemento [17b-e].






Certamente tutte queste fortificazioni progettate dagli ingegneri del genio militare italiano, seppure costruite in modo affrettato, quasi sempre sono state oggetto di lavorazione accurata ben sfruttando i vantaggi offerti dal terreno e dall’ambiente per assicurarne la massima efficacia. Inoltre la fantasia ha giocato un grosso ruolo nelle opere di mascheramento risultate in grado di nascondere questi manufatti prima alla ricognizione aerea nemica e poi a quella esplorante terrestre.
Naturalmente oltre queste opere il caposaldo è cosparso di infiniti altri ostacoli artificiali come filo spinato, cavalli di Frisia, fossati e barriere anticarro, nonché mine pronte per essere interrate negli obbligati punti di passaggio.
Oltre le strutture ed i fanti del caposaldo “Brindisi” la zona di Baia ospita molti altre postazioni dipendenti da altri comandi militari.
Su alle Mofete, con comando nel Castello Jannon, ci sono due batterie contro aeree leggere da 37/54mm ed una batteria di riflettori, tutte appartenenti al Regio Esercito.
In via Bellavista, nei pressi della Sella di Baia, c’è una batteria contro aerea pesante con cannoni da 90/53, dipendente dal Regio Esercito.
Una batteria contro aerea leggera da 40/39, della Regia Marina, si trova schierata in alto sul castello di Baia.
Una batteria contro aerea leggera da 20mm, del Regio Esercito, si trova piazzata a Punta Epitaffio.
Da notare che a Punta Epitaffio, naturale confine tra Baia e Lucrino, si trova pure il Posto di Blocco Costiero “Buonanno” munito di un mitragliatore, una mitragliatrice, un cannone contro carro e 20 uomini che, pur non rientrando nella giurisdizione del Caposaldo “Brindisi”, è presidiato da soldati appartenenti al medesimo 230° Battaglione Costiero [18 - tipico esempio di Posto di Blocco].

Il 230° battaglione di fanteria costiera è stato formato a Reggio Calabria presso il deposito del 208° Reggimento di Fanteria “Taro”. Così, mentre il reggimento originale combatte nella penisola balcanica, il suo battaglione di “complementi” è inviato a presidiare i Campi Flegrei. Dalla seconda metà del ’42 anziani e reduci del 40° Reggimento di Fanteria, in maggioranza nativi del napoletano, che man mano rientrano dopo tre anni di permanenza in Africa, ottengono di prestare servizio nei battaglioni costieri dislocati nelle vicinanze dei luoghi natii. Pertanto non sono più inviati ad Agropoli presso il loro 162° battaglione di “sedentari e complementi” ma assegnati al 230° battaglione costiero schierato nei Campi Flegrei [19 - notare i numerosi fanti con le croci distribuite in Africa dalla divisione Bologna].

Il 230° passa, insieme ai battaglioni 318° e 319°, alle dipendenze del 117° reggimento di fanteria che, nell’ambito del Comando Difesa Porto di Napoli, ha giurisdizione sul tratto di costa compreso tra Foce Licola e Portici, e pone il suo comando a Baia, tra reperti archeologici e bellezze paesaggistiche [20a-b]



Inizialmente il 230° battaglione ha l’incarico di presidiare il tratto litoraneo che dalla Foce di Licola arriva a Nisida; praticamente tutta la costa flegrea. Poi nel corso del 1942, con le accresciute postazioni difensive e nuove esigenze, riduce il suo campo operativo da Foce di Licola alla vicina Torre Fumo posta nel comune di Monte di Procida. Nello stesso tempo il battaglione porta da quattro a sei le compagnie che lo compongono; intanto anche il 117° reggimento sposta il suo comando da Bagnoli a Pozzuoli.
Ora, nell’estate del 1943, il 230° battaglione con oltre sei compagnie ha enormemente dilatato il suo organico impegnato presso tutti i capisaldi e posti di blocco della zona e si prevede, per il solo caposaldo “Brindisi” di raggiungere un organico di 2 compagnie fucilieri, 1 compagnia mitraglieri ed una compagnia cannoni contro carri, oltre ad autonome squadre mitraglieri e controcarri.

Non potendo usufruire degli alloggi costruiti al Fusaro il grosso del battaglione è accasermato in baracche realizzate ai Fondi di Baia, vasto pianoro dove si svolgono anche manifestazioni ufficiali e religiose [21a-d].





Le squadre fucilieri svolgono poi vaste esercitazioni di addestramento sia presso i Fondi che nelle campagne delle Mofete; tutti territori che in caso di sbarco nemico effettivamente potrebbero vederli impegnati [22a-b].



Ormai la guerra è giunta a un tale livello di devastazione che ha impoverito e amareggiato la popolazione che è al culmine della sopportazione; pertanto i militari svolgono anche “servizio d’ordine pubblico”; negli stabilimenti del “Silurificio Italiano” a guardia dei punti strategici e dei tunnel in cui sono custoditi i siluri; nelle gallerie della Ferrovia Cumana che ospitano la popolazione civile nel corso dei bombardamenti aerei; presso gli Uffici di Poste e Telegrafi presi d’assalto da vedove, moglie e mamme che hanno necessità di riscuotere il misero sussidio dei loro cari che tutto hanno dato alla Patria [23a-b].



In questo generale abbrutire vien fuori la bontà del soldato italiano, i fanti “adottano” molti bambini che, quando è l’ora del rancio, insieme a molti adulti indigenti si mettono in fila con i soldati; tutti ricevono la loro razione [24a-b].



La guarnigione di questo caposaldo non sarà mai chiamata a contrastare sbarchi nemici, contro tutte le aspettative gli alleati l’otto settembre 1943 scelgono il golfo di Salerno e, con il contemporaneo annuncio dell’armistizio firmato dall’Italia, s’incrinano i rapporti con le numerose forze tedesche sempre più presenti in zona [25 – schizzo fatto da un soldato tedesco accasermato al Fusaro].

I comandi militari periferici apprendono dell’armistizio, come i comuni cittadini, dal messaggio del Maresciallo Badoglio diffuso dalle stazioni radio alle 19:45 dell’8 settembre 1943; nella stessa notte i tedeschi prendono possesso del Posto di Blocco e delle batterie di Arco Felice che sono vicinissime alla sede del loro comando che si trova all’Albergo dei Cesari di Lucrino.
Non sono del tutto chiare le sorti degli altri capisaldi flegrei, troppo frammisti con le forze tedesche che, ricordiamolo, sono presenti anche al Fusaro, a Miseno e nella zona di Cuma. Si consuma lo stesso scenario che si svolge a Roma, in tutta Italia e nei Balcani, con identico finale.
Lo Stato Maggiore Italiano riporta che ancora il 10 settembre questo caposaldo, e quello sulla Domiziana che ruota attorno alla Masseria Ferraro, sono interessati da attacchi da parte tedesca che però falliscono. Questa inaspettata resistenza da parte italiana potrebbe essere stata attuata dai validi componenti del 230° battaglione composto, per la maggior parte, da reduci della 25° Divisione Bologna che ha dure esperienze di battaglia nei deserti cirenaico e marmarico. Sembra che solo dopo il giorno 11 i tedeschi riescano a controllare tutta la zona e questo porterebbe a credere che i due caposaldi siano tra gli ultimi in Italia a cedere le armi.
Il giorno 12 i soldati italiani, abbandonati al loro destino, sbandano e fanno ritorno a casa; i tedeschi finalmente possono occupare le varie postazioni limitandosi a controllare le strade.

Verso fine settembre, prima di andar via, i guastatori tedeschi provvedono, nel baiano, a minare la fabbrica di siluri, gli impianti portuali e fanno saltare delle mine nella stretta gola di Sella di Baia provocando lo smottamento di terreno e la conseguente ostruzione della strada [26].


Tutti i magazzini, cellai, pollai e porcili sono depredati dai tedeschi in fuga che caricano i loro camion con un enorme bottino; un malloppo che, seppure a malincuore, è strabenedetto dalla popolazione che ora assapora la libertà.



RINGRAZIAMENTI
-       Particolare ringraziamento all’amico Elio Samuele Guardascione che ha raccolto testimonianze sui luoghi e sulle persone fotografate da mio Padre Carmine Peluso negli anni di guerra.
-       Non minore ringraziamento all’amico Antonio Alescio che con passione, e con rischio personale, ha fotografato le superstiti testimonianze di questo caposaldo.

BIBLIOGRAFIA
-       Carmine Peluso – Diario fotografico di guerra 1939-1943
-       Simon Pocock – Campania 1943 – Provincia di Napoli - Parte II – Zona Ovest
-       Simon Pocock – Campania 1943 – Paesaggi Perduti
-       Lo Piccolo, Lo Sardo – Il sistema di difesa durante il Secondo Conflitto Mondiale


Giuseppe Peluso