domenica 25 luglio 2021

Oreste Verdone

 

FORTI NELLA VITA

EPICI SVLLE ALPI E SVL MARE

NELLA STORIA ETERNI

POZZVOLI MADRE

SVPERBA DI ESSI E MEMORE


E tra essi … il Tenente Oreste Verdone




Sui lati del nostro Monumento ai Caduti, nello slargo di Porta Napoli, notiamo due frontoni angolati quel tanto che basta a renderli visibili all’occhio del passante.

Su questi marmi sono scolpiti i nominativi, in ordine alfabetico, di tutti i nostri concittadini caduti nel corso della “Grande Guerra”.

Avvicinandoci al frontone di destra, quello che sovrasta la fonte che raffigura il “Dio Piave” nell’atto di indicare con lo sguardo ai combattenti la via della Vittoria [2],



possiamo ancora leggere, nonostante le incurie del tempo, i nomi degli ultimi cinque figli che Pozzuoli ha eternato nel marmo [1].

 

MARINAIO     VARRIALE CARMINE

TENENTE       VERDONE ORESTE

SOLDATO       VILLANO FRANCESCO

SOLDATO       VIOLA GENNARO

SOLDATO       VITOLO GIUSEPPE

 

Ultimamente vari notiziari e social, anche di livello nazionale, stanno riportando la notizia delle origini puteolane del nonno di Carlo Verdone.

La si sta facendo passare come una “scoperta” recente, una novità che avrebbe sorpreso lo stesso comico romano.

In verità fin dal 2015 la stampa ha dato risalto dell’omaggio fatto dall’attore alla memoria del nonno Oreste, in special modo a Gorizia nella cui provincia ricadeva il fronte in cui cadde nel corso della Grande Guerra. Inoltre crediamo che nella famiglia Verdone, come in tutte le altre, sempre siano state tramandate notizie, e soprattutto “fattarielli”, relativi ad avi non così lontani nel tempo.

Carlo, e particolarmente il Padre Mario, sapevano del nonno e della sua nascita a Pozzuoli; notizia rintracciabile anche in rete e addirittura in Wikipedia consultando la voce “Mario Verdone”.

 

Con la recente scoperta presso l’Archivio di Napoli, la richiesta di passaporto alla Questura partenopea da parte di Oreste Verdone, siamo di fronte ad un interessante ritrovamento che arricchisce le nostre conoscenze, ma ritengo che questo documento non sia della stessa importanza dell’atto ufficiale di nascita, pubblicato dall’amica Anna Maria Byrne, che ci fornisce molte più notizie sulla Famiglia Verdone.

Anna Maria, nata Sfarzo, è una puteolana traferita negli Stati Uniti dopo il matrimonio con mister Byrne e, dalla lontana America, continua ad amare ed interessarsi della natia Pozzuoli.

Sulla pagina Facebook di “Napoli Fanpage” del 18 giugno 2021 Anna Maria ha letto una intervista fatta a Carlo Verdone [3]:



«Ho avuto la conferma delle vere radici di mio nonno che era nato a Pozzuoli il 26 marzo del 1894. In passato non era stato facile rintracciare sue notizie. Mio padre fece un viaggio a Napoli apposta, lo narro in un capitolo dedicato a nonno Oreste. Da Napoli lo mandarono a Nola, poi a Caserta, un vero macello...

Candida Carrino, Angelica Luglio e Gianluca Bianco sono riusciti a trovare quello che cercavamo da tempo. Dopo la lettura del mio libro hanno iniziato una ricerca, anche affettuosa, per offrirmi qualche elemento in più. Ed effettivamente ci sono riusciti.»

 

Anna Maria Byrne risponde a questo post:

«Sig. Verdone, peccato non mi conosca. Come ho letto l’articolo mi son detta: “a Verdo’ mo’ to trova a compaesana tua”.

Ho trovato il certificato in meno di cinque minuti!

Adesso siamo ‘paesani’»

 

Adesso, cara Anna Maria, mettendo insieme tutte queste notizie con altre scaturite dalla mia personale ricerca, possiamo azzardare qualche notizia maggiore sul nostro “paesano”.

 

Il cognome VERDONE non è tra quelli tradizionali che fin dall’era angioina sono attestati a Pozzuoli; sappiamo che esso è radicato in tre regioni (Lazio, Molise, Campania) e in cinque provincie (Latina, Frosinone, Isernia, Caserta, Benevento).

Analizzando gli specifici paesini in cui è diffuso notiamo subito che trattasi di località in passato tutte comprese in “Terra di Lavoro”; storica provincia del Regno di Napoli che poi, dopo la sua abolizione, ha ceduto territori alle citate provincie e regioni.

Il capostipite Armando Verdone, bisnonno di Carlo, è probabilmente originario di Mignano Montelungo, o di un confinante paesino dell’attuale basso Lazio, ed emigrato a Pozzuoli.

D’altronde si ha notizie di tanti altri contadini di queste zone (ad esempio i Fortuna originari di Isola del Liri) attirati dalle possibilità lavorative offerte dalla grande fabbrica Armstrong impiantata a Pozzuoli a metà degli anni ottanta del XIX secolo.

L’atto di nascita di Oreste Verdone porta il numero 184 ed è stilato alle ore undici del 28 marzo 1894 nella Casa Comunale da Ragnisco Notaio Achille, sindaco del Comune di Pozzuoli [4].



Achille Ragnisco è tato eletto sindaco nel 1893 e lo sarà fino al 1896; stimato notaio discendente da conosciuta e nobile casata che fin dal seicento ha annoverato innumerevoli, notai, sindaci e giacobini, condannati per la partecipazione alla Napoleonica Repubblica Partenopea.

 

Ragnisco, nella sua qualità di Ufficiale dello Stato Civile scrive che innanzi a lui s’è presentato Armando Verdone di ventitré anni e di mestiere meccanico; professione all’epoca esercitabile solo in un cantiere, data la mancanza di macchinari e mezzi di locomozione privati.

Verdone dichiara di domiciliare in via Napoli, numero 15; praticamente subito dopo l’attuale via Matteotti (all’epoca via dell’Ospizio) iniziava via Napoli (ora corso Umberto I) [5].



Armando Verdone continua affermando che alla ora meridiana una (del pomeriggio) e minuti sei del giorno 26 del corrente mese di marzo, nella riferita casa di via Napoli è nato un bambino di sesso mascolino, che presenta al sindaco, ed a cui dà il nome di Oreste.

La Madre, moglie di Armando, è Giuseppina Izzo (cognome anch’esso originario della Terra di Lavoro ma oggi molto diffuso nella nostra provincia), donna di casa che lo fece con lui convivente.

A quest’atto sono presenti, quali testimoni, i signori Procolo Artiaco di anni sessantasei, di professione proprietario e Vincenzo Garbino di anni ventitré, di professione contadino; entrambi residenti nel comune di Pozzuoli.

Artiaco era probabilmente il suo padrone di casa e Garbino, anche per età, un amico coetaneo che coltivava una delle tante “parule” di ortaggi che nella zona di via Napoli si estendevano tra il terrazzo marino della Starza e il mare.

Il sindaco conclude l’atto scrivendo che lo stesso è stato letto agli intervenuti e sottoscritto da lui, dal dichiarante e da uno dei testimoni, avendo l’altro detto di non saper scrivere.

Seguono le firme di Armando Verdone, Procolo Artiaco e Achille Ragnisco.

 

Oreste cresce nella nostra Pozzuoli, a via Napoli e dal suo balcone di case vede il mare e il dirimpettaio “Grand Restaurant dei Cappuccini” fondato da Gennaro Polisano nell’antico omonimo ospizio che in seguito diventerà “Ristorante Vicienzo a ‘mmare” [6].

Qui frequenta le scuole basiche e poi si reca nella vicina Napoli, con la Cumana o con il Tram, per conseguire il diploma di chimico; ma le sue amicizie ed i suoi svaghi sono in questi luoghi che vanno sempre più incrementandosi tra immigrati, assunti dalla Armstrong, e villeggianti, ospiti dei numerosi stabilimenti termali e balneari che tra “Bella Epoque” e “Liberty” raggiungono l’apice della loro parabola ascendente [7].



Giovanissimo è assunto dalla Armstrong che in piena espansione nella produzione di artiglierie (Guerra di Libia, Grande Guerra) ha certamente necessità di giovani specializzati; la grande fabbrica ha un proprio laboratorio chimico dedito alle sperimentazioni e verifiche dei materiali da utilizzare in fonderia. Nell’allegata foto, scattata in quel periodo nel laboratorio, personale e dirigenti, tra cui il dott. Vincenzo Adinolfi, del settore chimico [8].



Proprio questo lavoro lo porta a frequenti missioni all’estero, come vedremo con la richiesta di passaporto, oppure in altre località italiane; occasione per la quale conosce la futura moglie Assunta Casini, senese.

L’avrà sposata poco dopo il suo arruolamento allo scoppio, o poco prima, della Guerra Mondiale del 1915/1918; sarebbe interessante richiedere il suo Foglio Matricolare o, essendo ufficiale, il suo Stato di Servizio.

Dal Regio Esercito è assegnato al 37° Reggimento Fanteria, della Brigata “Ravenna”, che ha sede ad Alessandria.

Non sappiamo se la nuova Famiglia ha provvisorio domicilio a Pozzuoli, Alessandria o Siena; certo è che Oreste continua ad avere ufficiale residenza anagrafica a Pozzuoli, e questo lo si deduce dal fatto che solo le amministrazioni comunali in cui i caduti risiedono, e non dove sono nati, ricevono comunicazione della loro morte al fronte.

Rispettando questo principio tutte le amministrazioni comunali italiane sono autorizzate, nel dopoguerra, a scolpire i rispettivi nominativi nei marmi dei monumenti commemorativi che prolificarono in tutta la Nazione [9].

 


Nell’agosto 1916 Oreste chiede alla Questura di residenza il passaporto per recarsi all’estero ed essendo militare in servizio effettivo necessita dell’autorizzazione da parte dei Comandi Militari. 

Dall’Archivio Generale di Napoli, sezione passaporti della locale Questura, è ora saltato fuori un documento che ci ha fornito una foto e interessanti notizie su Oreste Verdone [10].

Dal documento apprendiamo che il 21 agosto il Distretto Militare di Napoli, nel cui ambito territoriale è compresa Pozzuoli, notifica che in data 9 corrente il Ministero della Guerra ha autorizzato il tenente Verdone a recarsi all’estero e pertanto prega rilasciargli il prescritto passaporto affinché possa senz’altro effettuare il previsto viaggio a Londra. All’uopo allega il Modello 79 pervenuto dal Comando della Divisione Militare Territoriale “Alessandria” che include il 37° Reggimento Fanteria [11].

 


Ritornato in Italia Oreste è inviato col suo reggimento al fronte nelle posizioni di Vertojba – Merna (attuale Slovenia) dove il 12 maggio del 1917 inizia la X° Battaglia dell’Isonzo.

Il giorno 14 al 37° fanteria è assegnato come obiettivo la quota 86, appena oltre il torrente Vertojbizza, caposaldo di tutto il settore nemico; l’assalto risulta infruttuoso e tentativi sono ripetuti anche nei seguenti giorni 15 e 16.

Il reggimento subisce la perdita di 350 uomini e moltissimi feriti tra cui il tenente Verdone che, per le ferite riportate, è ricoverato presso l’ospedale militare di Alessandria, sede del reggimento.

Sua moglie Assunta di appena venti anni, avvertita di questo ricovero, sebbene sia nell’ultimo mese di gravidanza, prende un treno e lo raggiunge.

Il destino vuole che il 27 luglio del 1917 Assunta partorisca il piccolo Mario proprio nell’ospedale dove Oreste è convalescente; così ha la fortuna di vedere il figlioletto appena nato.

Subito dopo, ai primissimi di agosto, Oreste è guarito e deve far ritorno al fronte; tutta la famigliola prende un treno e viaggia unita fino alla stazione di smistamento di Pisa, dove con uno struggente addio, si dividono.

Assunta e il piccolo Mario prendono un treno diretto a Siena, verso i genitori di lei, e Oreste prende un treno direzione Bologna, di nuovo verso il fronte; verso la morte.

I tre non si sarebbero più rivisti e Mario Verdone da adulto scriverà e cercherà spesso di immaginare quell’addio che sarà stato struggente e triste [12].

 


Il giovane ufficiale, appena ritornato al fronte, è trasferito al 47° reggimento fanteria (con il 48° forma la brigata “Ferrara”) che il 19 agosto si lancia all’attacco raggiungendo le pendici nord ovest del Veliki - Vhr e il 25 agosto, dopo accanita lotta, raggiunge Hoje a quota 763 metri.

Nelle ultime lettere, benché sia ancora estate, Oreste scrive: 

“Il freddo mi gela le mani, mi entra nelle ossa e io ormai non sono più padrone di me stesso…”.

Poi, parlando del piccolo Mario raccomanda:

“Accada quel che accada ti prego di farlo studiare. Costi quel che costi”.

Dopo brevissimo periodo di riposo il reggimento entra in linea nel settore del Monte San Gabriele ed esegue attacchi contro aspre posizioni nemiche. Poco tempo dopo, a metà settembre del 1917, un colpo di mortaio austriaco lo uccide mentre si trova in trincea.

Il bel sito rievocativo “Il fronte del Piave” riporta il tenente Oreste Verdone tra i nominativi degli ufficiali morti il giorno 15 settembre 1917 e giustamente indica il Monte San Gabriele (e non Monte San Michele come qualcuno scrive) quale luogo della sua morte [13].



La storia di Oreste è analoga a quella di tanti ragazzi come lui, puteolani e italiani tutti, che persero la vita nel corso delle furiose battaglie della Prima Guerra Mondiale. 

Suo figlio Mario nasce a Torino per amore materno e cresce a Siena per necessità; poi si trasferirà a Roma per scelta professionale diventando un illustre critico cinematografico e docente universitario. Avrà a sua volta tre figli, fra cui il celeberrimo regista e attore Carlo Verdone.

Ma è Pozzuoli che, Madre Superba Memore di questo eroe, lo ha eternato nel marmo a perenne memoria delle future generazioni.

Chi lo desidera potrà leggere il suo nome nel monumento puteolano, esattamente là dove fiera punta la bianca freccia [14].

 


GIUSEPPE PELUSO – LUGLIO 2021


lunedì 12 luglio 2021

I Popolani Napoletani assaltano Pozzuoli

 


La Rivolta di Masaniello e l’assedio a Pozzuoli

Il borgo vicereale difeso da “chelle piezz' ‘e puzzulane”

 

Quello che leggerete è Storia vera che meriterebbe essere ogni anno commemorata; una vicenda nel corso della quale i puteolani (contadini, pescatori, artigiani, sacerdoti, anziani, invalidi, donne e bambini), tutti trasformati in combattenti, sono chiamati a difendere la loro Città, la loro Casa, la loro Dignità.

Inizialmente un accenno al contesto storico in cui questo episodio è inserito.

 

Siamo nella Pozzuoli vicereale che fin dal 1503, unitamente a tutto il Regno di Napoli, è sotto diretto dominio della Spagna che governa a mezzo di un viceré, nominato da Madrid.

C’è un pesante carico fiscale, esoso e scellerato, i tributi non sono utilizzati per le opere pubbliche ma per finanziare i fasti della corte spagnola e le spese delle guerre intraprese. Le tasse gravano particolarmente sul popolo perché la nobiltà e il clero godono di enormi privilegi e notevoli esenzioni.

La rivolta scoppia il 7 luglio del 1647 quando alcuni contadini della città di Pozzuoli, avendo la mattina di quel giorno portate alcune sporte di fichi al mercato di Napoli, sono sollecitati dagli esattori del dazio al pagamento della relativa gabella.

Uno de’ contadini, il puteolano Maso Carrese cognato di Tommaso Aniello (Masaniello) [1], non avendo denaro versa rabbiosamente, e con una imprecazione, un cesto di fichi per terra.


Accorrono molti a raccoglierli, alcuni con risa e altri con collera, e al rumoroso strepitio sopravviene Masaniello che, insieme a numerosi scugnizzi, comincia a saccheggiare il posto daziale, scacciandone le guardie e dando così inizio alla famosa insurrezione.

 Ma la ribellione non riesce a far breccia nel paese natale di Maso Carrese che con il suo gesto plateale ne ha segnato l’inizio. Pozzuoli, anche per la benefica e attiva presenza del suo vescovo Martin de Leon y Cardenas, patteggia apertamente per il governo regio ed il suo porto fornisce sicuro approdo al naviglio reale che inizia a giungere da Gaeta e dalla Spagna.

Presidi militari difendono Pozzuoli da incauti attacchi tentati dai rivoluzionari e nel contempo rifornimenti di armi e vitto partono dal nostro molo verso la truppa spagnola asserragliata nei forti della capitale.

Masaniello è assassinato il seguente 16 luglio ma la sua morte non spegne la sedizione capeggiata ora dall’armaiolo Gennaro Annese che cerca di dar vita a una repubblica.

La posizione di Annese si rafforza portando avanti un programma di aperta ribellione alla Spagna dalla quale giunge anche una armata comandata da Giovanni d’Austria [2], figlio naturale di re Filippo IV.

Gli spagnoli tentano di occupare punti nevralgici di Napoli, bloccando l’arrivo di vettovaglie dai dintorni, per costringere in tal modo i popolani alla resa.

Allora Annese chiede aiuto alla Francia, nemica storica della Spagna. L’appello è raccolto dal francese duca Enrico di Guisa [3], nominato “Capo militare” dell’appena proclamata “Real Repubblica Napoletana”, il quale riscuote subito gran successo presso i baroni dell’entroterra cui promette titoli e cariche.



In questo periodo la lotta tra regi e popolani si sviluppa particolarmente per l’approvvigionamento dei viveri da distribuire nella parte della città di Napoli rimasta fedele all’uno o all’altro schieramento.

I regi mirano a creare un blocco intorno alla città per evitare che giungano rifornimenti consistenti ai ribelli; pertanto consolidano l’occupazione di Acerra, di Nola e di altre piazze che sono sulle principali strade che provengono dagli Abruzzi, dalle Puglie e dalle Calabrie.

Intanto il duca di Guisa, consapevole che Napoli possa cedere senza approvvigionamento di viveri, raccoglie circa tremila popolani e ai primi di dicembre assale Aversa e altri luoghi tenuti dai regi per liberare le strade, aprire il transito ai viveri e proseguire alla conquista del Regno.

La strada da Aversa, attraverso Giugliano, Marano, Quarto e Pozzuoli, finisce per essere controllata dai popolani, per cui i trasporti dei generi alimentari, seppure scortati dall’esercito, spesso finiscono nelle mani dei ribelli.

Il poco vettovagliamento che giunge a Pozzuoli è opera di laboriosa contrattazione e scambi che i puteolani effettuano direttamente con i contadini dell’agro aversano-giuglianese. Prodotti del mare in cambio di prodotti della terra e questo in barba ai notabili puteolani che patteggiano apertamente per gli spagnoli e ai notabili dei Casali che patteggiano apertamente per i francesi.

Comunque quel poco che pur giunge a Pozzuoli, non potendo passare attraverso la grotta che collega Fuorigrotta con Piedigrotta controllata dai ribelli, è spedito a Napoli via mare [4a].

 

L’otto ottobre gli insorti ingiungono ai puteolani l’invito a partecipare attivamente alla ribellione con l’inviare in loro soccorso cinquecento armati e li minacciano che in caso di rifiuto sarebbero venuti ad incendiare la città.

Il 19 gennaio del 1648 i popolani napoletani, offesi che i puteolani non solo non si sono uniti a loro nella sollevazione ma continuano a fornire aiuti ai regolari spagnoli, con seimila uomini armati si muovono per assalirla e soggiogarla.

I rivoltosi partenopei, che comunque non sono riusciti a conquistare i forti della stessa città di Napoli, sono ben consci di non essere un esercito regolare e di non possedere attrezzature e tecniche per tentare un assedio alla munita roccaforte (Rione Terra) puteolana difesa anche da truppe regolari spagnole.

Si incamminano quindi verso il capoluogo flegreo con l’intento di conquistarne, devastarne e derubarne il solo indifeso borgo; con i ricchi magazzini ed il porto con il numeroso naviglio.

Sperano che quest’azione possa intimorire ed indurre a capitolare i puteolani che sicuramente si saranno rifugiati sulla rocca, all’interno del munito “castrum”.

Attraverso i colli della Solfatara si dirigono verso Pozzuoli ma sono accolti da una nutrita scarica di fucili e palle di cannoni che provocano ampi vuoti tra le loro fila.

Dopo questo ammaestramento si consultano e si accostano alle difese puteolane con maggior circospezione. Decidono di dividersi in due colonne e avvicinarsi a Pozzuoli da due differenti direzioni; lungo la strada di Santa Caterina (ora San Raffaele in via Rosini) e lungo la strada di San Francesco (ora Sant’Antonio in via Pergolesi).

Ma queste due Chiese sono state rafforzate tanto da costituire delle vigorose roccaforti e, unitamente al “Palazzo Fortezza” del Marchese di Villa (attuale Palazzo Capomazza nell’omonimo viale) e al Palazzo e Torre di Don Pedro di Toledo, costituiscono i quattro perni su cui va ad ancorarsi la principale difesa della città [4b].



Questi caposaldi sono tra loro collegati da vigorose opere di resistenza e tutta la città di Pozzuoli, con il suo campo di battaglia, è stato ben raffigurato nella mappa realizzata, poco dopo questi avvenimenti, da Alberico de Cuneo su commissione di Martin Leon y Cardenas [5a].


Gli assalitori napoletani ignorano, e proprio non immaginano, che i puteolani non hanno abbandonato il borgo alla facile conquista dei rivoltosi e che hanno realizzato possenti opere difensive esterne al Rione Terra.

La rocca ora costituisce solo il secondo anello protettivo, per quanto riguarda il fronte terrestre; solo le sue ripidi pareti, a picco sul mare, continuano a far parte della linea difensiva principale [5b].

Il nuovo e complesso fronte difensivo merita d’essere descritto per intero lungo tutto il suo perimetro.

 

-      La linea difensiva del tratto orientale, che domina sulle parule lungo la via che porta al Monte Olibano, è difeso dalle estreme alte mura del Rione Terra nonchè dai contrafforti che sostengono l’alta terrazza marina [6a, 6b]. Lungo la litoranea ci sono tre piccoli presidi, attestati in altrettante antiche fabbriche termali, idonei a rintuzzare improbabili assalti provenienti dai Bagnoli. Improbabili perché la costa è pattugliata dalla flotta vicerale e la squadra navale francese, anche se rappresentata nella citata mappa del ‘de Cuneo, ancora non osa schierarsi apertamente contro la Spagna.




-      La linea difensiva retta che corre tra la Chiesa di Santa Caterina e il Palazzo del Marchese di Villa (che nella mappa del ‘de Cuneo appare come un fortino), la più interessata ad un probabile attacco come in effetti si verificherà, presenta interessanti opere difensive [7a, 7b]. I nostri concittadini hanno scavato una trincea, lungo l’attuale viale Capomazza, con doppio fossato ed hanno eretto una palizzata lungo tutto il percorso. La strada San Giacomo (attuale via Rosini) è stata tagliata per interromperla ed impedire assalti diretti.





-      La linea difensiva che corre tra il Palazzo del Marchese di Villa e il complesso di San Francesco presenta anch’essa una trincea con doppio fossato e palizzata [8a, 8b]. Non corre in linea retta ma segue e si appoggia a innumerevoli ruderi romani, che forniscono ostruzioni e sbarramenti già pronti, nonché al fortificato palazzo e torre del Principe di Noia. Questa linea difensiva è attraversabile in un solo punto, lontano dalle due principali strade di comunicazione, e davanti a questo varco c’è una mezzaluna (ovvero una fortificazione avanzata, sporgente dal recinto) fornita di ulteriore porta. Il fossato, che qui disegna un’ampia curva attorno alla mezzaluna, può essere superato dai difensori con un provvisorio ponte levatoio che si trova davanti alla menzionata porta.




-      La linea difensiva che corre dal complesso conventuale di San Francesco fin giù a Palazzo Toledo si aggrappa sia su opere dell’uomo, costituite dai già esistenti e possenti muraglioni delle Terme di Nettuno e dal palazzo di Geronima Colonna, sia su opere della natura, costituite dalle scoscese pareti del vallone Mandra [9a, 9b].




-      La linea difensiva che corre lungo il perimetro del complesso Toledo, costituito dalla Cavallerizza, dal Palazzo e dalla Torre, è di già fortificato. Fin dall’origine questo complesso di edifici è stato concepito anche ad uso militare; naturale che ora possa contribuire alla difesa e rintuzzare eventuali attacchi provenienti dal largo della Malva (attuale villa comunale) rimasto al di fuori del perimetro fortifico del borgo [10].



-      La linea difensiva del borgo vicereale, che corre dal Palazzo Toledo al mare e confinante anch’essa con la grande piazza della Malva, è stata fortemente rafforzata con cortine, baluardi e tamponatura della maggior parte dei varchi, portoni e finestre [11]. Tutti accorgimenti necessari a respingere un assalto, ritenuto comunque improbabile, che possa provenire dalla piana della Starza e da Lucrino.

 


Tutti lavorarono ai miglioramenti difensivi, comprese le donne, i bambini, i nobiluomini ed i religiosi con a capo il vescovo Martin de Leon nominato Governatore di Pozzuoli direttamente da don Giovanni d’Austria.

Chi è rimasto fuori dai luoghi fortificati si affretta a raggiungerli; si radunano gli averi e le provviste alimentari facendo affidamento sulle cisterne del Rione Terra, e sul ripristinato acquedotto campano, per le riserve idriche.

A guardia di tutto questo perimetro difensivo si trovano cinquecento puteolani, guidati dal giovane patrizio Antonio di Costanzo, e pochi cavalieri spagnoli.

Il caposaldo di Santa Caterina è comandato dal Marchese di Fuscaldo e dal Tenente Maestro di Campo Davide Petagna [12].



L’altra estremità, il caposaldo di San Francesco, è comandato da don Ferrante di Tovara e Antonio Carafa. Cento moschettieri custodiscono palazzo e torre del Principe di Noia e trecento puteolani presidiano il complesso Toledo.

Altri puteolani, ai quali sono stati aggregati dei calabresi, li troviamo a difesa del Rione Terra. Qui, sulla rocca, ci sono poi le batterie, costituite da datati ma pur sempre validi cannoni, affidate a veterani, invalidi e vecchi cannonieri che hanno servito in marina [13].



Gli spagnoli sono appena quarantacinque per lo più dislocati nei menzionati tre piccoli presidi lungo la litoranea via per la pietraia.

Altri sessanta Valloni (mercenari provenienti dai Paesi Bassi spagnoli) sono poi inviati di rinforzo a Pozzuoli dal vicino forte di Baia.

Tutte queste opere hanno il compito, e il fine, di mantenere lontano dal Rione Terra e dal Borgo qualsiasi attaccante e di non lasciare incustodito il numeroso e prezioso naviglio (da guerra, da carico e da pesca) ormeggiato o tirato in secco.

Pochi gli storici nazionali che riportano, e ancora meno quelli che analizzano, questo assalto che presenta interessanti e strategiche soluzioni difensive.

Per la prima volta i puteolani affrontano un assalto in modo ben diverso dai numerosi precedenti subiti in circa 2500 anni di storia cittadina.

La difesa non è più arretrata e limitata al “castrum”, la rocca fortificata.

E’ una difesa avanzata, “alta” diremmo oggi in termini calcistici, con drappelli che inizialmente controllano la pietraia di Monte Olibano, le alture della Solfatara, il valico della Montagna Spaccata.

Queste punte avanzate, al sopraggiungere dei nemici, ripiegano sia verso la linea difensiva alta (Chiesa di Santa Caterina – Palazzo del Marchese di Villa - Chiesa di San Francesco) sia verso la linea difensiva bassa (Palazzo Toledo – Porto); poste entrambe a salvaguardia del borgo. 

La grossa novità, nei confronti dei vecchi assedi, è costituita proprio dalla presenza del borgo i cui numerosi residenti non possono essere accolti nel ristretto Rione Terra, come avveniva in passato.

Nei primi anni del seicento, grazie anche ad un periodo relativamente tranquillo, c’è stato un significativo impulso dell'artigianato e del piccolo commercio con la ripresa del mercato cittadino, scambi sempre più intensi coi paesi vicini ed un naturale aumento di nuovi mestieri richiesti per attività prima impensabili; di conseguenza a queste nuove esigenze ha corrisposto un incremento demografico del borgo [14].



Pertanto il ricco sobborgo andrà ora difeso a tutti i costi unitamente alle banchine tanto necessarie alla pesca ed agli scambi economici cittadini, oltre che alla strategia militare spagnola.

Per tutto questo è stata creata questa nuova linea difensiva esterna che però non è molto lontana dalla rocca le cui batterie, oltre che essere poste sulla Piazza chiamata il Castello (per la difesa lato mare), sono poste anche sui bastioni orientali nel largo della Porta Reale (attuale piazza Sedile di Porta). Sono proprio queste le batterie di cannoni che mantengono sotto tiro gli attacchi provenienti dalla direttrice Anfiteatro – Villa Cardito.

Si ha notizia di soli altri due cannoni, esterni al perimetro del Rione Terra, piazzati sulle parti alte del complesso Toledo ed in grado di battere il settore relativo al convento di San Francesco che sembra sia stato momentaneamente conquistato dai popolani rivoluzionari.

Si combatte dalle undici del mattino sino al tramonto del sole ed i napoletani ne guadagnano solo ferite e morti. I puteolani combattono con ostinato valore e con molto ardore vi partecipano pure numerosi chierici e sacerdoti che impugnano le armi seguendo l’incitamento del loro pastore.

Il vescovo De Leon corre da per tutto portando il suo valido contributo e provvedendo a ciò che abbisogna; munizioni, vettovaglie, messaggi.

Non sono assenti le donne che, con le scarse armi che han potuto procurarsi, combattono e assistono i combattenti nei punti dove la mischia è più feroce.

Tra queste donne guerriere, degne discendenti di Maria Puteolana, c’è né una che è stata eletta loro Capitana. In seguito si vanterà coraggiosamente, dinanzi al vicerè conte d’Ognatte, d’aver condotto in battaglia la “Compagnia delle pozzolane” che hanno combattuto e sempre combatteranno per la difesa del dominio del Re di Spagna.

Purtroppo resta ignoto il nome di questa “piezz' ‘e puzzulane”, anche se il suo aspetto non dovrebbe molto discostarsi dalla Giuditta, e dalla sua ancella, divinamente ritratte da Artemisia Gentileschi in quello stesso periodo [15].



Neppure ci sono stati tramandati i nomi di tantissimi fanciulli che sono costretti a combattere, come faranno gli scugnizzi della resistenza, facendo uso di fionde e sassi.

La giornata del 19 gennaio 1648, che vede combattere fianco a fianco, sulle stesse barricate, nobili, plebei, sacerdoti, commercianti, pescatori, contadini, uomini, donne e bambini, mariti e moglie, padri e figli, esalta gli animi e quadruplica le forze di questi combattenti.

I puteolani tutti condividono ora comuni ideali e l’atmosfera e la solidarietà che viene a crearsi sopperisce alle fatiche ed ai dolori.

Il pozzolano, ed è bene non dimenticarlo, si è trasformato in combattente e si è barricato dietro tutto; dietro la ricchezza e dietro la miseria, dietro le cose sacre e quelle profane; dietro cataste di carri e di legno, confessionali e botti, poi materassi, letti e cenci.

Tra le armi abbondano le fiocine dei pescatori e i forconi degli agricoltori, i coltellacci dei buccieri (macellai) e le asce dei falegnami.  

 Nel contempo c’è speranza e condivisione e il tutto per anni resterà, nell’immaginario pubblico, un evento epico da tramandare ai figli ed ai figli dei figli unitamente al ringraziamento ricevuto dal Sovrano.

A Pozzuoli resta, quale regalo dell’epoca, il detto volgare “spara Santillo” che significa: “sbrigati, fai presto”.

Raimondo Annecchino ritiene che esso tragga origine dal nome dell’artigliere Santolo, o Santillo, che in occasione di questo assedio sparò senza tregua sui napoletani.

 Il vescovo, con cristiana pietà, frena l’ardore dei puteolani e ordina loro sia di non infierire sia di stare alla difesa; ovvero di non inseguire i napoletani in campo aperto, per timore di imboscate. I popolani, che più non osano venire avanti allo scoperto, restano asserragliati nei non lontani palazzi che volutamente son rimasti abbandonati fuori dalla cerchia difensiva: Chiesa di San Giacomo, Villa Cardito, Composta, l’Anfiteatro ed altri ancora ubicati non lontani dal fossato puteolano.

Nei giorni seguenti continuano a molestare i puteolani, sempre con l’ingannevole intento di far loro abbandonare le sicure opere difensive, e di tanto in tanto avvengono scorrerie e sanguinose scaramucce con la distruzione di poderi e masserie, presi dall’una e dall’altra parte.

Poi col passare del tempo, non essendo attrezzati e abituati a un assedio e pressati dai villici di Fuorigrotta (stanchi di queste scorrerie e solidali con i puteolani e il loro stesso vescovo), i ribelli napoletani sono costretti a desistere ritornando definitivamente oltre la cripta romana che taglia la collina di Posillipo.

 Pozzuoli è salva e non sarà più oggetto di attacchi bellici, e questo grazie anche al suo Vescovo che compiendo il suo dovere di Prelato trattiene la città fedele alla Spagna, sua Patria di origine [16].



Sprezzante dei pericoli e dei disagi, dirige le battaglie; il carico delle vettovaglie dirette a Napoli; fa recapitare avvisi importati che da Roma o da Madrid gli capitano; soccorre con i suoi beni personali i poveri bisognosi della città e i soldati.

Spendendo tutto questo resta poverissimo e, una volta riconquistato definitivamente il regno, il Re Filippo IV, grato, gli invia una lettera di ringraziamenti e nel 1650, per vantaggio economico, lo crea Arcivescovo di Palermo, prelatura nobilissima di ricca rendita. Nel 1651 gli è conferito pure l’ufficio di Presidente del Regno di Sicilia, ovvero vicario del Viceré. 

Lo stesso Re Filippo IV, nel luglio del 1648, per la dimostrata lealtà alla corona di Spagna, conferisce ai puteolani il diritto di decorare lo stemma cittadino col titolo di “FIDELISSIMA”, da affiancare a quello di “CIVITAS” che fregia Pozzuoli fin dal 1296 [17].

 


 Referenze

Annecchino R. – Storia di Pozzuoli

Capecelatro F. – Diario degli anni 1647-1650

Giamminelli R.  – Articoli e opere varie

Ronga N. – La rivolta di Masaniello ad Aversa

 

 GIUSEPPE PELUSO – LUGLIO 2021


lunedì 5 luglio 2021

La Concola

 

La Concola – Q8

Un Vulcano ed una Stazione di Servizio creata nella sua bocca


Non tutti i puteolani, e tantomeno i forestieri di passaggio, sanno che un’area di servizio, cui spesso si fermano per rifornirsi di carburante o sigarette, sorge nel cratere di un’antica bocca eruttiva.

Si tratta del vulcano La Concola che è possibile raggiungere con la superstrada Pozzuoli – Castel Volturno, ovvero la variante SS7quater della Domiziana.

Questa bocca eruttiva si trova subito dopo l’ingresso Sud della superstrada ad Arco Felice, sulle pendici del Monte Russo, che si costeggia per un bel tratto.

All’interno della bocca craterica è stata realizzata la Stazione di Servizio dalla Q8 e il Complesso Turistico Agave; ma entrambi sono raggiungibili solo da chi percorre la corsia proveniente da Nord.

 

Al centro dei Campi Flegrei, tra circostanti minori vulcani, si erege un cospicuo cono craterico che, per tale sua relativa imponenza, gli antichi chiamarono “superbo” (yaurus in latino), da cui l’odierno Gauro.

Data la esiguità dei colli circostanti, esso si eleva sulla contigua regione e si scorge bene fin dall'opposta sponda del golfo, da Capri e Sorrento, come già osservò Stazio.

Tale altezza o superbia è molto relativa, perchè il suo orlo più alto (Monte Barbaro) non supera i 330 m; inoltre la sua grande mole esteriore apparente è resa vana dalla concavità del cratere interno, per cui a ragione Giovenale lo chiamò il “superbo vacuo” (Gaurus inanis).

Il gruppo del Gauro comprende l'attuale monte Barbaro, che è la parte meridionale di tutto il cono craterico; il monte Corvara, che è la parte settentrionale; la cima di Sant’Angelo alla Corvara che a riore sarebbe parte integrante di monte Corvara; il grande cratere interno, che oggi si chiama Campiglione.

Il Gauro è il maggiore e più importante cratere del periodo eruttivo del tufo giallo dei Campi Flegrei, così come il cratere di Astroni è il maggiore del seguente periodo del tufo grigio.

 

Sopra ed intorno al Gauro si trovano parecchi minori vulcani che costituiscono, sui suoi fianchi ed alle sue falde, un complesso sistema eruttivo: 


-      Il vulcano Cigliano. - Una volta conosciuto come il fondo Capomazza, dal nome del proprietario del terreno. E un vulcanetto craterico che si eleva fra gli Astroni e il versante est del Monte Gauro. Esso si è formato nell'istesso tempo cogli Astroni e appartiene a questo sistema vulcanico.

-      Il vulcano Crisci. -  Il suo nome deriva dalla vicina masseria e per la prima volta è nominato dal De Lorenzo. Trattasi di una piccola elevazione tra il vulcanetto Cigliano e quello della Montagna Spaccata.

-      Il cratere di Montagna Spaccala. - Al fianco nord-est del Gauro si è formato il cratere di Montagna Spaccata, che sta nella medesima zona coi crateri di Pisano. Il grande bacino circolare tra Montagna Spaccata ed il Monte Cigliano è conosciuto in generale come Piano di Campana e per questo esso è chiamato, da parecchi autori, il cratere di Campana. Ma sotto il nome di crateri di Campana si sono chiamati anche quelli di Fossa Lupara così che il nome “Cratere di Campana” può generare confusione. E meglio quindi adottare il nome di cratere di Montagna Spaccata, per distinguere questo bacino craterico da altri.

-      Il cratere di Fondo Riccio. — Un vulcanetto scoriaceo che si trova sul fianco occidentale del Monte Corvara. Esso era stato già indicato come un vulcanetto craterico dal De Lorenzo; ma per la prima volta C. De Stefani ne diede una descrizione più precisa.

-      Il cratere La Concola. — Questa bocca eruttiva si trova ad ovest di Fondo Riccio e fu per la prima volta descritta come una bocca eruttiva dal De Lorenzo e poi dal De Stefani. Appartiene allo stesso sistema del cratere di Fondo Riccio e si formarono nel medesimo periodo.

 

Sulla formazione cronologica di questi crateri è molto difficile concludere con precisione, solo possiamo dire con certezza le cose seguenti:

-      Monte Gauro, il più antico di tutti.

-      Montagna Spaccata, posteriore al Gauro.

-      Fondo Riccio e La Concola, forse stesso periodo di Montagna Spaccata.

-      Monte Cigliano, posteriore a Montagna Spaccata.

-      Monte Nuovo, il più recente di tutti. 



Il De Stefani descrive La Concola come una bocca esplosiva, che si trova sul fianco del Monte Rosso, ovvero dell’antico arco craterico dell’Archiaverno.

La forma del cratere è incompleta, essendo aperta ed inclinata verso est, il diametro della bocca è da nord a sud di 120 metri e la profondità massima è quasi di 50 metri, dal recinto occidentale tino al fondo.

Il pendio interno è in genere molto ripido, circondando un piano in fondo al cratere, di cui l'altezza è di 100 metri sul mare.

Nella parte occidentale sul pendio si vede il tufo giallo preesistente, che inclina verso est; invece la maggior parte del cratere, specialmente la settentrionale, è formata da strati di scorie laviche contenenti grande quantità di frammenti del tufo giallo, che inclinano verso est e arrivano fino al livello di 50 metri sul mare; ed essi sono coperti da un mantello di tufo grigio. 

Il cratere La Concola presenta soltanto una bocca nel terreno anteriore ed i suoi pochi materiali sono disposti a recinto senza formare un cono. Questo carattere è dovuto ad una sola esplosione eruttiva, come spesso in altri crateri della terra succede, ed è conosciuto come embrione di vulcano, secondo la nomenclatura del Branca.

Sulla origine di questo cratere il De Stefani manifestò l'opinione, che la bocca si sia formata dopo l'eruzione delle scorie con una esplosione ultra-vulcaniana.

Non esiste differenza importante fra i materiali di Fondo Riccio e di Concola, essi sono composti da scorie laviche porose o compatte; queste scorie trachitiche hanno un caratteristico colore, straordinariamente rosso.

Dal colore rosso delle scorie si ricava, che esse contengono molta quantità di ossido di ferro, come risulta anche dall'analisi del Manasse. Secondo lui la lava di Fondo Riccio e Concola appartiene ad una trachite augitica, da lui chiamata “ialotrachite”.

Tali scorie sarebbero anche un prodotto eruttivo del magma che si elevava quasi lino alla superficie.



Le loro dimensioni variano molto, e la massima grandezza raggiunge parecchie volte più di 2 metri di lunghezza e di 1 metro di spessore. In un luogo, sulla parete interna della Concola, tali scorie sono riunite in una massa lavica a guisa di colata. Le loro forme sono anche molto variabili, talvolta tabulari, talvolta allungate ed irregolari: ma specialmente è da notare l'esistenza di scorie, che presentano l'aspetto di un tronco di vecchio albero.

Nella parte inferiore dello strato di queste scorie sempre si trovano i blocchi di tufo giallo, di cui le dimensioni talvolta giungono fino ad un metro.

La struttura d questo cratere è diversa da quella di tutti gli altri coni vulcanici flegrei e c’è chi ha creduto possa trattarsi di un “Maar” (come si vedono nell'Kifel in Germania e sull'altipiano centrale della Francia), e che presenti soltanto la prima fase della sua storia eruttiva.

L’osservazione della planimetria altimetrica (cerchiata nella piantina estrapolata dall IV Foglio del Piani Regolatore Generale) ci aiuta a ricostruire in parte quella che doveva essere la conformazione iniziale; prima delle azioni erosive naturali e prima della devastazione apportata dall’uomo. 

Ma, non essendo un esperto, non voglio dilungarmi su questioni geologiche e vulcanologiche; ancora una volta resto meravigliato da ciò che questa Terra ha saputo donarci.

Ad ognuno il suo vulcano!


 

REFERENZE

G. De Lorenzo e H. Simotomai – Crateri del Monte Gauro nei Campi Flegrei - 1915

Arcangelo Scacchi, Memorie geologiche sulla Campania, Napoli 1849


GIUSEPPE PELUSO – LUGLIO 2021