lunedì 9 aprile 2018

La Via Regia


Al mondo non vedrai cosa più bella
La Via Regia, il miglio d’oro Puteolano

Nel percorrere la nostra litoranea che dai Cappuccini, attraverso Gerolomini e La Pietra, mena a Bagnoli, vivo una rara sensazione di tranquillità e incanto, e credo questo capiti anche a tutti voi.
Una ininterrotta emozione tra terra, cielo e mare che il territorio trasmette con uno spettacolo unico per paesaggi e bellezza.

E’ questo l’ultimo tratto di quel che fu la “Via Regia”; il lungomare che tra ottocento e novecento diventa la “promenade” dei forestieri che numerosi son venuti a fare i bagni nelle “acque” delle nostre Terme e dei nostri Lidi [1].

Per gran parte del sedicesimo secolo, in pieno vicereame spagnolo, questa strada ancora non esiste e per raggiungere Napoli da Pozzuoli si percorre la “VIA PVTEOLIS – NEAPOLIM”, per “colles”, con la quale, attraverso le colline, si raggiunge la capitale. Ma questa antica strada romana è ridotta talmente disagiata e insicura che è giudicato improponibile valicarla senza esporsi a incredibili ruberie.
In molti casi i viandanti sono assassinati e trucidati dagli scherani che occupano ogni dintorno boscoso, tra i dirupi del Monte Olibano e delle rigogliose vicine colline
Inoltre la strada, non ricevendo alcuna manutenzione, mostra tutti i segni dovuti a secoli e secoli di piogge e smottamenti; alcuni tratti, come l’antico ponte romano detto “Cerciello”, sono completamente scomparsi rendendo impossibile il passaggio di carri [2].

Ridotta in questo stato è poco utilizzata da coloro che sarebbero interessati a trafficarla per commerci e comunicazioni; essa è percorsa solo dagli agricoltori del seno de’ Bagnoli dediti alle loro faccende con ben poco da temere dai locali briganti.

Nel 1568 regnando Filippo II, Re di Spagna e di Napoli, il viceré Pedro Afán Enríquez de Ribera y Portocarrero, Duca d'Alcalà (detto don Perafan) [3], pensa di mettere fine a tanti disordini col costruire una nuova via da Fuorigrotta fino al lido de’ Bagnoli per poi prolungarla fino a Pozzuoli.

Questi sono gli apparenti e plausibili motivi che spingono il de Ribera a fondare la nuova via, ma i suoi denigratori storici argomentano diversamente. Dicono che il Viceré in luogo di ordinare il rifacimento della via romana più breve, e farvi rispettare la Giustizia, l’ha abbandonata alla rovina ed agli assassini per farvi continuare i delitti e così dar luogo all'amor proprio di eternare il suo nome con la costruzione di una nuova via e porla in confronto con l’antica romana.

Del progetto e della direzione dei lavori della nuova via Regia si interessano gli ingegneri Ambrogio Attendolo, Mario Galeota e suo figlio Gian Berardino; in tutto sono spesi circa 35.000 ducati.
La realizzazione del primo tratto, da Fuorigrotta a Bagnoli, non presenta grandi difficoltà tecniche essendo la zona perfettamente pianeggiante; tutt'al più si rendono necessarie opere di bonifica di limitate aree paludose [4].

Dove questa strada inizia il Vicerè fa collocare su marmo la seguente iscrizione:

PHILIPPO II REGNANTE
PARAFANVS RIBERA ALCALAE DVX
PROREGE
QVI VIAS FECIT AB NEAPOLI AD BRVTIOS
AMPLISSIMAS
HANC QVOQVE VIAM CLIVIS ANTEA DIFFICILEM
ARCTAM INTERRVPTAM CVM ITER EIVS AD MARE
DIREXISSET
VASTAQVE SCOPVLORVM IMMANITATE CONSTRATA
NOVAM APERVlSSET PVTEOLOS MVLTO BREVIOREM
PERPETVAM ILLVSTREM ATQVE LATAM
PERDVXIT
MDLXVIII.

Tre anni dopo l’inizio dei lavori del predetto primo tratto, nel 1571, si principia al continuamento di essa da' Bagnuoli fino a Pozzuoli e questo secondo percorso, poiché lo si vuole costruire colmeggiando il mare intorno a due promontori inaccessibili, incontra enormi difficoltà nella natura delle cose.
Per questo motivo in soccorso dell'impresa è chiamata l'arte e l’industria umana e, solo con forti spese, si rende la strada tollerabile all’uso dei viandanti.
Molti sono i luoghi difficili come il Monte Dolce sulle mappe riportato come “Promontorium Puteolum”, termine non più in uso e sconosciuto ai più [5]. 

Non potendo smussare l’intero alto costone, si fondano mura nel Mare rubando ad esso gli spazi occorrenti [6].

In altri luoghi, accessibile alle sole capre, si debbono togliere ammassi di pietre quasi incredibili e riempire voragini altrimenti invalicabili [7].

In altri ancora, come il Monte Olibano, è necessario sballare le alture delle antichissime lave bituminose, da secoli raffreddate, e sebbene la strada si eleva dal livello del mare, è possibile superare quest’altro promontorio ridiscendendo mediante una serie di arcate, dette ponti, verso la chiana e le fabbriche delle antiche terme Subveni Homini [8].

Qui la strada percorre un lungo rettilineo parallelo alla spiaggia (Chiaja) e giunge alle porte di Pozzuoli ai piedi del Rione Terra [9].

L’opera, pur mostrando manchevolezze nelle leggi architettoniche e idrauliche che la renderanno poco durevole nel tempo (già verso la metà del settecento la strada inizia a denunziare segni di fatiscenza, provocati sia dal mare che dal bradisismo discendente), è infine terminata e lastricata con la stessa trachite di cui è costituito il monte Olibano.
Proprio nel punto dove sono state incontrate le maggiori difficoltà, quasi alla fine della via ed esattamente sul lato mare del descritto ponte, nella curva immediatamente prima delle attuali "Terme Puteolane", la vanità del de Ribera, sempre secondo alcuni suoi denigratori, non contenta della prima iscrizione determina apporvi la seconda, storica ed enfatica iscrizione posta su di una edicola appositamente eretta [10].

Da siffatta Iscrizione, ora scomparsa, si legge che prima di costruirvi la via il luogo era tutto orrore e solitario, impraticabile all’uomo e si vedevano solo uccelli marini, e per ogni dove c’erano balzi, sassi e rovine naturali [11]:

Appena terminata l’intera arteria è nominata in vari modi;
-      la “via Nuova” in rapporto con l’antica e ancora valicata strada romana;
-      la “via Rivera” come è volgarizzato e conosciuto il cognome del vicerè;
-      la “via Regia” come riportato sulle mappe che iniziano a diffondersi.

La vecchia via romana inizia dalla “Crypta Neapolitana” (o Grotta di Pozzuoli) e continua fin quasi al lago di Agnano e i luoghi bassi degli Astroni da dove, ascendendo il salto del Monte Olibano, si dirige a Pozzuoli. Da questa città va a Baia e al Garigliano dove, innestandosi sulla via Appia, arriva a Roma [12].

La via nuova è dal de Ribera incominciata in prossimità della predetta grotta sulla sinistra della Via romana e, attraverso l'acquitrinosa piana di Fuorigrotta arriva, dopo un lungo e perfetto rettilineo alberato che a mezzo del costruito “Ponte Lungo” supera anche un largo alveo proveniente dalla retrostanti colline, alla spiaggia de' Bagnoli [13].

Nel luogo dell'afforcamento delle due vie l’accorto Viceré vi ha fatto porre due lapidi indicative dell'uso di esse, a seconda del verso; onde si avverte che per la via vecchia si va a Roma e che per la via nuova si va a Pozzuoli [14-15]:


Questa nuova strada, oltre a migliorare i collegamenti evitando il più lungo ed acclive percorso collinare, permette un agevole accesso alle sorgenti termali che, per l’attività dei fuochi sotterranei, si trovano ai piedi di questi monti.
Di tutte queste fonti, anche per gli eventi vulcanici che portano all’eruzione di Montenuovo, se ne sono perse le tracce ma la via Regia crea le premesse per poterle riportare in auge dopo essere state per lungo tempo abbandonate.

Il viceré don Pedro Antonio d'Aragona, in carica tra il 1666 e il 1671, nel 1668 affida al medico Sebastiano Bartolo l'incombenza di rintracciare e restaurare le antiche sorgenti che si incontrano nei Campi Flegrei e che si rivelano molto utili a sconfiggere i morbi del corpo umano.
Bartolo divide la sua ricerca in tre settori geografici ciascuno corrispondente a un tratto della strada che va da Fuorigrotta a Miseno; quindi fa apporre tre diverse lapidi (epitaffi) nei punti di maggior passaggio.
Ciascuna lapide indica il nome delle sorgenti termali, e le qualità terapeutiche delle loro acque, che si incontrano fino alla successiva lapide.
Il primo epitaffio è posto a Piedigrotta all’ingresso della “Grotta di Pozzuoli” e su di esso sono elencate dodici sorgenti ritrovate nella zona compresa tra Fuorigrotta, gli Astroni, Bagnoli e Pozzuoli [16].

Il secondo epitaffio è sistemato sulla Piazza della Malva a Pozzuoli, ora risistemato sotto l’arco di Porta Napoli, e su di esso sono elencate diciannove fonti termali che si incontrano dal centro di Pozzuoli all’inizio di Baia.
Il terzo epitaffio è sistemato sulla via Aragonese tra Lucrino e Baia, località che per questa presenza è da allora chiamato Punta Epitaffio; su di esso sono elencate le otto sorgenti presenti da Baia a Miseno.
Ogni epitaffio è diviso in due parti con quella sovrastante che consiglia il viaggiatore di leggere con attenzione l’epigrafe inferiore in cui sono decantati i Campi Flegrei e le tante e pregevoli sorgenti termali esistenti.

Sulla prima epigrafe, tralasciando le prime quattro fonti che non si trovano direttamente sulla nuova via litoranea, è interessante notare le numerose sorgenti che per un miglio si susseguono dall’attuale piazza di Bagnoli al moderno lungomare di Pozzuoli:

QUINTUM BALNEUM EST IUCARAE, QUOD INVENIES, DUM REGIA VIA, QUA ITUR PUTEOLOS, AD MARIS LITTUS PERTINGIS

Il quinto bagno lo trovi quando, prendendo la “via Regia” per la quale si va a Pozzuoli, giungi sulla sponda del mare; è il bagno della “Giuncara” così chiamato dai giunchi che copiosi si ritrovano attorno. E’ una fonte d’acqua che rende lieta la mente, favorisce Ia gioia, toglie gli affanni, provoca piacere e ti predispone ad esso, fa bene ai reni e a quelli malati, giova allo stomaco, ripara le forze del fegato, fa ingrassare, distrugge Ie febbri saltuarie e fa in modo che la pelle non sia tesa.
Siamo, praticamente, nella Piazza Bagnoli e questa fonte termale sarà nel tempo sfruttata dagli Stabilimenti: "Terme Tricarico", “Terme La Sirena”, “Terme Bocco”, "Terme Cotroneo" (ex Masullo), "Stabilimento Termale del Balneolo" e "Antiche Terme Manganella" [17].

Quattrocento passi dopo la “Giuncara”, sulla destra della stessa via Regia, troviamo il sesto bagno detto “Bagno di Piaga” o “Bagno del Balneolo”, così nominato per la sua piccola forma. La sua acqua ricrea il capo, lo stomaco, i reni e Ie altre membra, elimina l’annebbiamento della vista, rimette in forza i consunti e i deboli, distrugge la causa della febbre quartana, continua e quotidiana, libera dai dolori derivanti da qualsiasi malattia o da febbre. I NapoIetani trovavano quest’acqua così salubre che pensavano lì ci fosse un dio; le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Rocco", “Terme Patamia” [18].

Sulla stessa strada Regia, dopo pochi passi, trovi il settimo bagno; il “Bagno della Petra” così chiamato perché le sue acque rompono la pietra che si trova nelle vesciche. Il bagno con quest’acqua toglie la scabbia, frantuma i calcoli, fa urinare, purifica i reni, fa eliminare la renella, libera il capo dai dolori, toglie Ie macchie dagli occhi, ridà l’udito alle orecchie e le libera dai ronzii, fa bene al cuore ed al torace. Un sorso caldo di quest’acqua purifica il ventre ed evita l’insorgere della renella.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Dott. Alberto Pepere", "Terme Minerali Di Leo" e “Terme La Pietra” [19].

Oltre il Bagno di La Pietra, dopo 20 passi a destra, troviamo l’ottavo bagno, il “Bagno di Calatura”, così chiamato dall’antico nome di Monte Dolce. L’acqua dl questo deterge il viso ed elimina le brutte macchie, rallegra il cuore, rafforza la mente, corrobora lo stomaco, fa digerire le precedenti crapule, stuzzica l’appetito, elimina la tosse, dà sollievo al polmone, fa che dalla tosse non scaturisca la tisi.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: “Terme Vitolo” e "Terme Charlotte - Calatura" [20].

Il nono bagno che si trova oltre la strada Regia, passando sotto il ponte costruito alle falde della rupe Olibano, è il “Bagno Subveni Homini”, così chiamato in epoca romana col significato “Soccorrere gli Uomini”. Già nel cinquecento i napoletani ne trasformano il nome in “Zuppa d’uomini” giocando sul fatto che l’acqua sgorga in un'unica grande vasca dove tutti si bagnano insieme dando l’idea di una enorme pentola.
Per lungo periodo è l’unica sorgente puteolana che continua a offrire le sue acque dopo l’eruzione del Monte Nuovo ed ancora oggi è l’unica in funzione nel miglio preso in considerazione. La sua acqua porta via la tristezza dell’animo ed il mal di stomaco, stimola l’appetito, allevia il dolore dei polmoni, del fegato, della milza e del ventre gonfio, rende chiara la voce, dà sollievo alla podagra invecchiata e toglie ogni specie di dolore; il potere suo più eccezionale è il ristabilimento dei deboli.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Antiche Terme Subveni Homini dei Padri Girolamini", “Stabilimento Termo Minerale Gerolomini”, “Terme Sociali” e “Terme D’Alicandro”, ex “Terme Le Migliori Acque" poi "Terme Puteolane" [21].

Decimo, distante dal precedente 50 passi, è chiamato sia “Bagno dell’Arena” perché l’acqua sorge sulla spiaggia vicino al mare, sia “Bagno di Sant'Anastasia” perché vicino alla chiesa dedicata a questa Santa.
Esso dà sollievo ai bruciori del corpo e ne rinnova Ie forze, toglie i sintomi della stanchezza o la debolezza se si sopporta il calore dell’acqua sorgente.
Le sue acque saranno nel tempo utilizzate dagli Stabilimenti: "Terme Terracciano" e "Terme La Salute concessionario Dott. Michele Rocco", ex “Terme Barone” [22].

Lungo tutta la litoranea sorgono innumerevoli stabilimenti balneari, alberghi, pensioni, ristoranti, cinematografi, circoli nautici e ville private [23].

Nel contempo la strada diventa l’asse portante di una nuova mobilità e sarà percorsa dai primi “omnibus a cavalli” sostituiti inizialmente dai “tram a vapore” e poi dai “tram elettrici”; ben presto si affianca la linea della “Ferrovia Cumana” [24].

Questo miglio dell’antica via Regia sarà frequentato da numerosa e scelta clientela che saprà usufruire della economicità dei prezzi senza rinunciare alla eleganza offerta dagli Stabilimenti e dai luoghi [25].

Già nel 1865 l’idrologo A. Dardel, medico dello stabilimento termale d’Aix in Savoia, esalta la molteplicità degli effetti terapeutici delle acque, la bellezza del paesaggio, la salubrità e la dolcezza del clima.
La strada regale, gli stabilimenti termali e i villini che costeggiano questo litorale sono immuni dalla umidità e avendo a ridosso, come solida barriera, il Monte Dolce il Monte Olibano e il Terrazzo della Starza sono anche preservati dai freddi venti del Nord.
Un assiduo e affezionato cliente della “Bella Epoque”, discorrendo della nostra strada sulla quale amava passeggiare, scrisse:

“Possis nihil urbe visere maius”
“Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggiore”

Oggi questa strada è ancora più bella, cerchiamo di preservarla [26].


PELUSO GIUSEPPE

P.S.
Interessante un'altra Lapide del 1717 conservata a Fuorigrotta.
In essa si legge:
IN QUESTO UNICO POSTO STANNO UNITI I SOLDATI TUTTI
DI QUALSIVOGLIA ARRENDAMENTO, ED ATTENDE CIASCUNO
A FAR LE DILIGENZE CHE GLI APPARTENGONO,
SE ALTROVE NELLA STRADA REGALE  ALCUN DI LORO
ARDIRA' DI MOLESTARE I VIANDANTI SARA' PUNITO
COME UN PRIVATO CHE COMMETTA  VIOLENZA IN STRADA
PUBBLICA SECONDO LO STABILITO DALLA R. PRAMMATICA
DEL .............




lunedì 12 marzo 2018

Uccisione del Maiale


L’UCCISIONE DEL MAIALE
Nella tradizione delle campagne flegree

Nei giorni scorsi ho inviato ai figli di Franco Di Bonito, un carissimo amico recentemente scomparso, la richiesta di eventuali vecchie foto della Masseria che la loro Famiglia possedeva in località Sciarrera, tra l’Averno e Cuma.
Franco, fratello scout [1] ed amico di una gioventù ormai lontana, appena laureato e sposato si trasferisce a Somma Lombardo. 

Qui nascono i suoi figli e, al termine di una prestigiosa carriera culminata con la presidenza di un importante plesso scolastico, ha goduto pochissimo della meritata pensione.
Da ragazzo sono stato numerose volte nella sua antica Masseria ma allora ignoravo che essa sorgesse sui ruderi di una imponente villa romana trasformata poi, nel corso del medioevo, in “ricietto fortificato” munito di torre circolare con base scarpata. Incuriosito dalle rilevanze archeologiche, ho richiesto agli eredi eventuali foto di Famiglia scattate in questo luogo.
Il figlio Renato mi ha gentilmente inviato alcune istantanee, conservate tra i ricordi di famiglia, che, pur mostrando ben poco dei ruderi cui sono interessato, si sono svelate oltremodo intriganti nel testimoniare un rito contadino altrettanto antico: l’uccisione del maiale.

Queste foto mi riportano dietro nel tempo quando, fino ai primi anni sessanta dello scorso secolo, lo stesso rito, considerato allora una festa gioiosa, si celebrava pure nella natia Villa Maria alla Starza [2].

Fino a quell’epoca il maiale (‘o puorco) è allevato in modo artigianale in tutte le campagne flegree e non può mancare nell’altrettanto antica Masseria alla Starza dove viene custodito in un locale che dista poche decine di metri da dove sono nato.

Il porcile, che nei vecchi “istrumenti” che conservo è definito “locale ad uso neri” (perché custodiva la razza suina di colore nero ora quasi scomparsa) in passato si trovava direttamente sul retro del cellaio e della casa colonica dove era pure addossato il “locale ad uso cavallini”.
Poi dalla metà dell’ottocento entrambi i locali sono spostati, unitamente al forno, nella zona delle stalle, al confine con l’antico mulino ad acqua; praticamente dove io lo ricordo e dove tutti lo chiamavamo “casariello”; per distinguerlo dal casone che costituisce la dimora dei contadini.
Si tratta, come ben definito dal suo stesso nome, di un piccolissimo locale angusto e basso in cui l’animale si ripara per le notti e per le intemperie.
Questo “casariello” è dotato di una scalcinata porticina a vento che, mossa dalla stessa forza d’inerzia dell’animale, immette in un ridotto recinto esterno delimitato da bassa muratura e munito di una piccola vasca di fabbrica in cui si versano i pasti [3].

Qui il maiale trascorre gran parte del giorno e qui si trova una ulteriore porta, anch’essa scalcinata, che funge da ingresso all’intero porcile.
Allevatori del maiale sono i coloni ai quali i proprietari del fondo hanno nel tempo affidato la conduzione della Masseria dietro pagamento di uno “staglio” annuale. Nel Territorio alla Starza si sono avvicendate, dalla metà del settecento ai primi anni sessanta del novecento la Famiglia Daniele con sei generazioni, la Famiglia Monaco con tre generazioni ed infine la Famiglia Biclungo anch’essa con tre generazioni.

Proprio i Biclungo nel corso dell’ultima guerra, spinti dalle “necessità” hanno “inciarmato” una cucina casareccia principalmente per i marinai dei sommergibili, fermi per riparazioni presso il molo della vicina Ansaldo, che dormono nelle aule di quella che è stata la “Scuola Marittima” collocata nella stessa Villa Maria.
Gli avventori siedono su sgabelli attorno ad un paio di traballanti tavolini dispiegati nel cortile, nei mesi caldi, o nel cellaio, nei mesi più freddi.
Ai marinai, cui ben presto si aggiungono quelli di guardia al nuovo oleodotto che collega, attraversando anche lo stesso Territorio della Starza, le zone portuali (Molo Caligoliano e Molo Armstrong) con i Depositi di Nafta (Via Campana, Via Celle e Via Vigna), è offerto un pasto frugale ma genuino con vino e prodotti derivati dalla coltivazione e dall’allevamento proprio.
All’inizio del 1943 ai marinai italiani si aggiungono militari tedeschi che sempre più numerosi sono dislocati nei Campi Flegrei; all’accantonamento del Fusaro, all’Albergo dei Cesari di Lucrino, nella dirimpettaia “Ansaldo Artiglierie” [4].

A loro, con una cordiale fraternità d’armi incoraggiata dal regime, i Biclungo mostrano orgogliosi il loro cellaio con le botti contenenti “Per’e Palummo” e “Aglianico”; mostrano gli insaccati e il lardo appeso, e con autocompiacimento ancora maggiore mostrano il “casariello” con il maiale che sta venendo su molto bene; li invitano alla festa che gli faranno il prossimo inverno.
Dopo l’otto settembre gli amici diventano nemici e gli stessi vecchi avventori tedeschi si ripresentano a Villa Maria; con la violenza portano via tutto quanto custodito nel cellaio e lo stesso maiale.
I coloni, forti della loro amicizia che hanno creduto inossidabile come il “patto” che unisce le loro due Nazioni, non hanno voluto nasconderlo, come loro suggerito, al di là della recinzione che divide il fondo con il confinante terreno dei Mirabella; un giardino interno occultato alla strada e ad occhi indiscreti.

Ma tutto passa, la vita riprende, e nel dopoguerra per noi ragazzi il maiale, ritornato ad essere allevato, costituisce una attrattiva irresistibile nonostante il deterrente costituito dal suo tremendo fetore che appesta gli immediati dintorni.
Quando è possibile raggiungerlo, dopo aver evaso la vigilanza di genitori e coloni, ci arrampichiamo ai bassi muretti del recinto per meglio guardarlo e, se per caso è all’interno del “casariello”, lo attiriamo fuori con qualche foglia o qualsiasi altra cosa che possa apparire per lui appetibile.
Una volta uscito nel cortiletto il porco è sempre fatto oggetto di lancio di pietre, legna e altro che sia a nostra portata di mano fino a che le nostre grida ed i suoi grugniti non richiamino l’attenzione degli adulti.
Ricordo la fetida poltiglia, di fango ed escrementi, che copriva sia il recinto esterno che l’interno del casotto; intruglio in cui il maiale sguazzava e poi, cosa strana che attirava la mia curiosità, la presenza di una stretta striscia non dico pulita, ma quasi senza fango, dove l’animale dormiva.
Il porco è nutrito con un pastone di crusca e grano turco e lo si abbevera con l’acqua sporca con cui si lavano piatti e recipienti agricoli; comunque mangia di tutto e gli si porta qualsiasi avanzo organico della cucina.
Fino all’avvento dei frigoriferi casalinghi d’estate, almeno nell’Italia meridionale, non si mangiava carne del maiale che pertanto era macellato solo nei mesi freddi. La sua uccisione seguiva un antico rito della cultura contadina flegrea ed era festa gioiosa e occasione di socializzazione con la partecipazione dell’intera famiglia patriarcale, di compari, di amici e di vicini.

Ricordo che fin dall’alba tutto il complesso colonico è messo in agitazione e la povera bestia è prelevata dai coloni maschi con l’aiuto di parenti. E’ di già spaventata perché vede molte figure sconosciute e non vede arrivare il solito pastone fumante. Legata con una corda è trascinata di forza fuori dal porcile dove inizia una lunga processione con in testa il patriarca Domenico Biclungo (detto “Menechiello”) ed in fondo noi bambini. Si attraversa il breve viale occidentale che conduce alla stalle, l’intero cortile che fu l’aia dell’antica masseria e l’animale è condotto all’inizio del lungo viale orientale dove già bolle un enorme pentolone d’acqua [5].

Al centro del viale si trova, capovolto, il più grosso tino del cellaio, il suo fondo originario va a formare un largo ma basso tavolo che ora sembra una “ara cerimoniale” su cui sacrificare il nostro maiale.
Con sforzo sovrumano tutti gli uomini presenti, escluso “Menechiello” che li guida, cercano di sollevare il porco sul tino; la fatica è enorme e le voci diventano concitate. I maschi iniziano a imprecare, più bestemmiano e più il porco emette acuti grugniti; questo spettacolo genera, nei bambini tenuti a debita distanza, curiosità e timore.
Quando il porco è finalmente sul tino inizia la parte più cruente, tutti gli uomini tentano di bloccarlo; quattro ne trattengono le zampe che si agitano, altri due il dorso per evitare che dia spallate, uno la testa e l’ultimo lo sgozza recidendo la giugulare. A questo punto si sentono ancora più irriferibili imprecazioni degli uomini e tremendi lamenti del maiale che sta morendo [6].

Poi, col passare dei minuti, sia i latrati dell’animale che le imprecazioni degli uomini diventano sempre più deboli fino a cessare del tutto, a questo punto sopraggiunge, per qualche istante, un rispettoso assoluto silenzio; solo allora noi bambini riadattiamo le orecchie a riascoltare e gli occhi a rivedere.
Davanti a noi la Rosina, l’anziana moglie del patriarca, avanza verso il tino sorreggendo un ampio recipiente e questo, tenuto basso sotto la gola dell’animale morente, ne raccoglie il sangue; a tutti sembra rivedere la Santa Donna che ai piedi della croce, in un calice, raccoglie il sangue che sgorga dal costato.

Il sangue raccolto è poi filtrato e versato in apposita pentola, andando così a costituire un essenziale componente per un dolce tradizionale: il sanguinaccio; la prima utilizzatrice di questo fluido è la mia stessa mamma che, rimestandolo con cacao e spezie, ne fa una delizia oggi vietatissima.

Dopo averlo sgozzato e dissanguato un giovane nipote del Biclungo, non ricordo se “Mimì” o “Gennarino”, inizia a bagnare ripetutamente la pelle del maiale con l’acqua bollente, prelevata dal fumante grosso pentolone. Quindi si procede alla spelatura con grossi coltelli che, unitamente a quelli che poi serviranno per il taglio delle pezzature, sono stati preventivamente fatti affilare dal “molaforbice” ambulante che nella precedente settimana si è soffermato a lungo nel cortile di Villa Maria.
Questa raschiatura, operata dalle mani rugose ed esperte degli uomini, attira la curiosità di noi bambini che ora ci avviciniamo e osserviamo senza più timore il “depilè” che l’inerme suino sta subendo.

Dopo si praticano precisi tagli sugli arti posteriori per infilare tra i tendini un resistente asse di legno di quercia leggermente arcuato ed intagliato alle estremità. Tale attrezzo gelosamente conservato allo scopo per tutto il resto dell’anno, e che significativamente è chiamato “croce” dai nostri coloni, permette di agganciare le zampe e appendere il maiale al primo albero sulla sinistra del viale; ultima operazione questa che richieda la forza congiunta di più persone.
L’albero è un vecchio arancio che, a differenza degli altri ben potati, presenta una non alta diramazione a forcone comoda per l’uso che ora gli è richiesto; probabile che l’arancio serva a questo scopo fin dall’ottocento quando il porcile era situato nelle sue vicinanze e questo chiarisce il motivo dell’ultimo lungo percorso che si è costretti a far compiere all’animale. 

Inizia quindi la lavorazione, si incide lentamente il maiale sulla pancia iniziando in alto dall’attaccatura delle zampe, giù allo sterno per arrivare giù fino alla testa. Vescica, fegato, polmoni, cuore e tutte le parti interne sono subito estratte e adagiate in delle tinozze.
Asportate le interiore si procede con la pulitura a mezzo lo strofinamento di sale e limone; segue una seconda raschiatura con un grosso coltello e infine si sciacqua con acqua corrente e si asciuga con strofinacci da cucina.
Poi con una grossa “accetta”, e sempre sotto la guida del patriarca, si incide la spina dorsale del maiale, sempre dall’alto in basso, in modo da divederlo in due parti.
I rumorosi colpi della mannaia sono, per noi bambini, gli ultimi della lunga sequenza “horror” cui assistiamo.
Dopo poco il maiale è diviso in esatte due metà che si differenziano solo perché una delle due conserva la coda.

Intanto le donne, tra queste “Brigidina” la figlia nubile che ancora abita nel grande casone paterno, puliscono e sciacquano gli intestini e la vescica che sono raccolti in altra tinozza; i primi serviranno per confezionare salumi e salsicce, la seconda per contenere i grassi che diventeranno “n’zogna” [7].

Successivamente le mani esperte, questa volta di “Menechiello” entrato direttamente in azione, sezionano le parti che costituiscono i vari tagli in cui il suino è scomposto: guanciale, coppa, spalla, arista, pancetta, filetto, coscia, zampe, lardo e… altro ancora: del porco nulla è sprecato.
Negli immediati giorni successivi si consumano, dopo averle divise con parenti e compari con i quali si è prestabilito il comune calendario delle uccisioni, le parti non suscettibili d’essere a lungo conservate.
Il grosso della carcassa sarà invece accuratamente trasformato in insaccati di cui una parte servirà a fornire calorie alla Famiglia ed una parte, tra cui i pregiati prosciutti, saranno venduti per permettere l’acquisto di altri beni.

Nella stessa giornata dell’uccisione segue una grande festa ed una lunga tavolata, non molto ricca ma significativa, dove la Famiglia, i Parenti e i Compari consumano frattaglie bollite e sangue fritto, unitamente al pane cotto il giorno prima nel forno e all’immancabile fiasco di vino appena spillato dalla botte “buona” [8].

Non ho foto che possano testimoniare tale festa presso la Masseria di Villa Maria alla Starza ma i figli di Franco ne hanno inviato una che riprende la loro grande Famiglia con al centro il bisnonno, vecchio patriarca dei Di Bonito, lo stesso Franco ancora bambino e poi il Padre, per gli eredi nonno Renato, che alza al cielo un fiasco di “falanghina”.
Avrei voluto chiedere, a chi non c’è più, come si svolgeva questo rito nelle campagne di Cuma; l’amico fraterno non potrà più rispondermi ma son sicuro che da bambini abbiamo assistito alle stesse tradizioni e vissuto le stesse emozioni.


REFERENZE
Famiglia Di Bonito - Ricordi
Famiglia Peluso – Ricordi
Antonio De Minco – L’uccisione tradizionale del maiale
Sergio Strafece – Un antico rito della tradizione contadina


Giuseppe Peluso

venerdì 23 febbraio 2018

Damiano Assanti


Maggior Generale Damiano Assanti
Un calabrese eletto deputato nel Collegio Uninominale di Pozzuoli

Il sistema elettorale a mezzo collegi uninominali ha avuto ed ancora ha i suoi estimatori; è ritornato in auge in Italia ed è proficuamente utilizzato nelle grandi democrazie mondiali [1].
Questo sistema, che personalmente non prediligo, permette di eleggere un solo candidato in ogni collegio con il vantaggio di legare l’eletto al suo elettorato; verità sacrosanta, quest’ultima, se i candidati fossero scelti tra i residenti del collegio o fossero ad esso legati da motivi di lavoro o di studio.
Ma questo si verifica raramente e sappiamo che fin dalle prime elezioni politiche susseguenti all’unità italiana i responsabili dei partiti hanno scelto, per rappresentare Pozzuoli in parlamento, “notabili” che per logiche di “alleanze” debbono essere candidati in collegi “sicuri” come il nostro.

Il collegio uninominale di Pozzuoli è istituito con regio decreto del 17 dicembre 1860, subito dopo l’impresa garibaldina, e corrisponde all’incirca al suo Circondario dell’epoca. E’ soppresso nel 1882, in seguito ad una riforma; è poi ricostituito come collegio uninominale tramite regio decreto del 14 giugno 1891; è poi di nuovo soppresso nel 1919.
Dal 1861 al 1880, ovvero dalla VIII alla XIV legislatura (che nonostante l’Unità d’Italia seguitano la numerazione del Parlamento Sardo), sono eletti otto deputati; dal 1892 al 1913, ovvero dalla XVIII alla XXIV legislatura, sono eletti altri sette deputati.

Bisogna attendere la seconda repubblica ed il sistema “Mattarellum” per rivedere (anche se con sistema misto) il ritorno dei collegi uninominali che vedono a Pozzuoli tre eletti rispettivamente nelle tornate politiche del 1994, del 1996 e del 2001 [2].

Così alle politiche del 1994 a Pozzuoli è proiettato Giuseppe Scotto di Luzio (Rifondazione Comunista) nato a Grumo Nevano.
Alle politiche del 1996 nel nostro collegio è eletto Tullio Grimaldi (Rifondazione Comunista) nato ed attivo a Napoli.
Alle politiche del 2001 è eletto Giuseppe Gambale (Margherita) nato a Napoli ed operante nel capoluogo, a Castellammare di Stabia ed in tanti altri luoghi (forse troppi); tranne che a Pozzuoli.

Questa prassi è stata spesso adottata anche in passato come ad esempio nel 1867 quando la Destra Storica candida Damiano Assanti nel Collegio Uninominale di Pozzuoli. Parliamo della terza legislatura parlamentare del Regno d’Italia; la prima con capitale appena trasferita da Torino a Firenze.

Damiano Felice Gaetano Assanti nasce il 9 luglio 1809 da Francesco e Maddalena Rodio a Catanzaro, dove la famiglia, originaria di Squillace, si è rifugiata per sfuggire alle persecuzioni delle bande del cardinale Ruffo [3].

Da Squillace, dove la famiglia è ritornata, Damiano col fratello maggiore Cosmo si reca a Napoli, presso gli zii Florestano e Guglielmo Pepe (la loro madre si chiama Irene Assanti) per completare gli studi.

Florestano Pepe, nato pure lui a Squillace nel 1778, viene a Napoli per frequentare il collegio militare della Nunziatella ma poi è tra i difensori della Repubblica Partenopea [4].

Catturato sarà esiliato in Francia dove entra nell’esercito napoleonico con il quale ritorna a Napoli al servizio prima di re Giuseppe Bonaparte e poi di re Gioacchino Murat.
Del periodo sotto Napoleone si ricorda l'episodio del 5 dicembre 1813, quando la cavalleria napoletana (detta "I Diavoli Bianchi" dallo stesso Bonaparte) scorta Napoleone da Ochmiana Vilno. Vestiti dell'uniforme da parata, senza mantelli nel gelo russo, i cavalleggeri napoletani si impegnano in furiosi combattimenti contro i cosacchi giungendo a destinazione in soli trenta su trecento partiti. Lo stesso generale Pepe riporta il congelamento degli arti.
Dopo la fine del periodo napoleonico, Florestano Pepe prende parte ai moti napoletano del 1820, dove è ferito, e in seguito si ritira a vita privata.

Del suo famoso fratello minore Guglielmo Pepe diremo solo che anch’egli nasce a Squillace e viene a frequentare la Nunziatella a Napoli [5].

Stesso iter di Florestano fino ai moti napoletani del 1820; poi comandante dell’esercito napoletano sollevatosi e la seguente sconfitta subita il 7 marzo 1821 a Rieti, da molti ricordata come la prima battaglia del Risorgimento Italiano, ad opera dell’esercito austriaco.
In seguito partecipa ai moti del 1848 e alla difesa di Venezia venendo, dopo la sua caduta, esiliato in Francia.

Ritornando a Damiano Felice Assante sappiamo che durante il suo soggiorno napoletano ha occasione di legare amicizia con i cugini Carlo e Alessandro Poerio, altre due nobili figure di patrioti, politici e scrittori napoletani.
Nel 1835 Damiano, pur essendo avverso al regime borbonico, diventa guardia d'onore di Ferdinando II re delle Due Sicilie, ma è coinvolto dalla polizia nella cosiddetta "congiura del monaco" (così denominata perché a capo c’è un certo frate Angelo Peluso, laico dei Minori Riformati) e dopo l’arresto è rilasciato solo per mancanza di prove.
Dopo il moto di Cosenza del 17 marzo 1844, scoppiato sognando una Italia unita, è arrestato col fratello Cosmo, Carlo Poerio e altri, e imprigionato in Castel S. Elmo a Napoli fino al 15 settembre 1845.
Successivamente alla rivolta di Reggio Calabria del 3 settembre 1847, iniziata sempre per amor di Patria, riesce a sfuggire alla polizia raggiungendo a Parigi lo zio Guglielmo Pepe.
Nel 1848, concessa da Ferdinando Il la costituzione, Damiano rimpatria ed il 12 aprile è nominato capitano dei volontari napoletani durante il governo di Carlo Troya.
Poco dopo è nominato commissario civile della spedizione che comanda appunto Guglielmo Pepe e con questo partecipa alla campagna di Lombardia. Lo segue nella difesa di Venezia, segnalandosi e ricevendo la promozione a Tenente Colonnello. Caduta la città, si imbarca sul piroscafo francese "Pluton " e, con lo zio, passando per Corfù, Malta e Genova, raggiunge Torino. In questa città si svolge il più celebre dei suoi tanti duelli, quello con l’avvocato e giornalista Giuseppe Soler che ha stampato ed espresso offensive villanie denigrando il comportamento dei volontari napoletani e dello stesso Daniele Manin nella difesa di Venezia.
Damiano gli spacca la testa con un colpo di pistola, il Soler sopravvive, ma in malo modo e l’Assanti è comunque rinviato a giudizio.
Celebre anche l’altro duello che segue ai due solenni schiaffi da lui dati a Giovanni Nicotera, in Firenze. Questo duello termina con queste parole del generale Angelini al Nicotera: ”Stia almeno otto giorni in casa”.
Si vocifera che il monumento nella sua cittadina natia sia più frutto dei suoi duelli che delle sue opere [6].

Damiano emigra a Parigi e più tardi, nel 1852, si stabilisce a Nizza.
In questi anni sposa Emilia Tarchiani e dal matrimonio nasce Roberto, unico loro figlio.
Nel 1860 prende parte alla spedizione dei Mille come colonnello nella 16° divisione dell’Esercito Meridionale. Si segnala a Milazzo diventando comandante di Brigata; poi ai primi di ottobre sotto Capua, nella battaglia del Volturno, si merita la croce dell'ordine militare di Savoia.

Il 18 febbraio 1861 è eletto deputato per la Destra Storica nel collegio di Chiaravalle (Ancona); lo sarà per due legislature fino all’anno 1867.
Dal 2 agosto al 28 ottobre 1861 ricopre la carica di Ispettore della Guardia Nazionale delle Provincie Calabresi ed il suo nome, le sue aderenze, la popolarità di cui gode operano efficacemente nel dare ordine alla milizia e pace alle popolazioni.
Entra poi nell'esercito regolare italiano nel 1862, ricoprendo vari incarichi, e a domanda è collocato a riposo come maggior generale nel 1872 [7].

Il 17 agosto 1862 è nominato prefetto di Bari, mansione che esercita fino all’11 gennaio 1863, e diventa poi comandante in seconda della Guardia Nazionale di Napoli dal 10 luglio 1864 al 28 aprile 1865.
Anche qui il suo supremo intento è (come scritto nel discorso funebre che fu letto al senato dopo la sua morte) quello di procacciare contentezza e benessere alle provincie che egli ha tanto contribuito a fare libere.
Invano spera di partecipare alla terza guerra d’indipendenza del 1866 a capo dell’ottantaduesimo Reggimenti di Fanteria di cui ha il comando.

Il 10 marzo 1867 è presente, quale candidato per la X legislatura, nel collegio elettorale di Pozzuoli superando il ballottaggio il seguente 17 marzo.
E’ ripresentato nel collegio puteolano anche per XI legislatura in data 20 novembre 1870 e supera il ballottaggio il seguente giorno 27.
Nel corso di queste due legislature per mantenere i contatti con il suo elettorato prende residenza a Napoli in via Costantinopoli 19.
Il 6 novembre del 1873, con Regio Decreto, è nominato senatore prestando giuramento il 1° giugno 1874; risulta essere tra i più assidui, tra i più stimati, tra i più amati nell’aula di Palazzo Madama.
Tra le innumerevoli decorazioni ricordiamo:
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - 12 giugno 1861
Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - 9 novembre 1862
Ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - 25 gennaio 1863
Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - 7 settembre 1864
Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - 22 aprile 1868
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - 12 febbraio 1871

Muore a Roma, nella sua abitazione in via dell’Esquilino, il 27 febbraio 1894, e riposa nella cappella di Famiglia sede di ancor numerose commemorazioni garibaldine [8].

Il Senato ed il Parlamento tutto, addolorato, ne commemora la figura e manda l’estremo addio così ricordandolo:
“Qui egli rammenta più d'una epica pagina del nostro risorgimento; la sua maschia figura, la sua robusta vecchiaia, il suo animo nobilissimo, ammoniscono, confortano. E’ un grande esempio per l'Italia e per la sua unità, per la quale ha sfidato la bieca tirannide, le orrende prigioni, il piombo micidiale.”

Molti i suoi interventi a favore degli ex militari e del popolo calabrese ma non si ricordano sue interrogazioni o proposte per Pozzuoli e il collegio che lo ha eletto in Parlamento per ben due legislature.
Speriamo che i prossimi eletti siano nativi del collegio o che almeno si ricordino del loro elettorato.
Con l’imminente tornata elettorale sono tornati anche i collegi uninominali e quello di Pozzuoli è di nuovo identificabile con il suo vecchio Circondario; esclusi il Comune di Chiaiano con i Casali di Santa Croce, Polvica e Nazaret (dal 1926 tutti quartieri di Napoli) e il Comune di Ventotene e l’Isola di Santo Stefano che dal 1934 sono passati alla provincia di Latina e nella Regione Lazio.

Giuseppe Peluso