martedì 23 giugno 2020

Galeone o Violone?


Galeone o Violone? Questo è il problema!
Ragionamenti attorno l’appellativo della nostra darsena

E’ una notte buia e tempestosa; sono a letto, ascolto l’ululato del vento e avverto lo scroscio della pioggia.
Per assaporare e non addormentarmi inizio a fantasticare e subito la mente mi trasporta nella darsena di Pozzuoli.
Probabile che l’accostamento derivi dal gran parlare che s’è fatto del luogo, del suo stravolgimento, della fine che farà la baracca dei vecchi maestri d’ascia, del ritrovato verricello che s’intende salvaguardare.

Certo il “Valione” ne ha date di emozioni e si spera che possa rinnovarle in futuro, sebbene tutto possa cambiare.
La vita continua e non aspetta nessuno; il mondo può fare a meno di tutti, figuriamoci del Valione!
La vecchia Darsena, con il suo profilo dipinto nei nostri cuori, più non mostrerà questa familiare immagine ai nostri nipoti [1].

In verità non mostrava queste sembianze neppure ai nostri bisnonni.
Per i nostri avi ottocenteschi era qualche cosa di diverso.  Era solo una piccola insenatura racchiusa tra i resti dei Ponti di Caligola e la sporgente Chiesa dell’Assunta.
I fondali erano bassi fin sotto le due piccole rive sabbiose accostabili solo da piccole imbarcazioni [2].

La moderna darsena, intesa come bacino chiuso artificialmente, proprio non esisteva ed è stata realizzata occupando parte delle romane vasche di pescicoltura che si estendono intorno alla rocca puteolana giungendo fin oltre l’Ospizio dei Cappuccini.
Fu completata tra fine ottocento ed inizio novecento; nell’ambito dei più estesi lavori di imbanchinamento e ricostruzione del molo si decide di creare, per la locale piccola marineria, un riparato bacino artificiale.
Per la completa chiusura di questa darsena, di forma che spinge al triangolare, è stato sufficiente realizzare, sui bassissimi fondali, una breve scogliera che congiunge il predetto molo con il sottile e sporgente sperone di tufo su cui fu innalzata la chiesa dedicata alla Madonna dell’Assunta a Mare, Conosciuta pure come della “Purificata”; “Mprefecata”, in dialetto.
L’ingresso alla darsena è intelligentemente ottenuto non colmando la luce esistente tra la prima e la seconda pila, creando di fatto un piccolo canale sovrastato da un ardito ponte in ferro (per l’epoca) che permette il passaggio terrestre tra il borgo marinaro e il molo caligoliano ricostruito inglobando le altre antiche “pilae”.
La graziosa ringhiera che orna il ponticello, i due scivoli immersi nella vulcanica trachite locale, la gialla rocca tufacea sulla sinistra, la caratteristica chiesetta dell’Assunta sullo sfondo del proscenio, la bianca scogliera sulla destra, l’azzurro mare sul fondale; tutto rende questo borgo unico, affascinante, inimitabile [3].

Proprio nel periodo della realizzazione la zona principia ad essere appellata come “rint ‘u valione”, denominazione che inizialmente s’accompagna all’esistente toponimo “abbascio ‘u mare” che poi, col tempo, quasi riesce a soppiantare.
Certo è che questo nome fino a metà ottocento non compare o comunque non è riportato da nessun storico locale o viaggiatore tra i tanti che ebbero la fortuna d’inoltrarsi sui nostri lidi.
L’ipotesi più ricorrente è che esso derivi da “galeone”, un poderoso veliero da guerra progettato per affrontare la navigazione oceanica tra il cinquecento e il seicento.
Già ai primi del settecento più non ci sono galeoni e tantomeno poteva essercene uno a Pozzuoli come la credenza popolare possa far credere.
Inoltre l’attuale darsena, ovvero la zona dove doveva trovarsi questo ipotetico galeone, all’epoca come ancor più oggi, aveva bassi fondali. Una particolarità che mai e poi mai avrebbe permesso l’attracco di una nave pesante e con forte pescaggio. Anche in caso di naufragio, come qualcuno racconta; lo scafo di un galeone si sarebbe incagliato sui resti delle lontane vasche e comunque ben oltre lo sperone della Purificata [4].

Nell’Accademia Navale di Livorno c’è un piazzale che prende il nome “brigantino” in quanto al centro si ritrovano issati alberi e attrezzature veliche ad uso didattico; così pure in una scuola nautica ritroviamo un similare luogo detto “nave”, anch’esso dedicato a lezioni pratiche di navigazione.
Ma a Pozzuoli non ci sono e mai ci sono state simili attrezzature.

Dunque il toponimo è moderno come moderni sono altri nomi di luoghi quali: “arete i blocchi”, “fore ‘o topo giggio”, “ncopp ‘u preventorio”, e tanti altri.
Tutti questi toponimi come i più antichi “rint ‘a carcara”, “ncopp ‘a annunziata”, “arete ‘a croce”, e tanti altri ancora indicano sempre un consistente riferimento, individuabile da tutti o comunque visibile in passato, che funge da richiamo, percettibile in tutta la località.
Certo è che ne Raimondo Annecchino, ne Raffaele Giamminelli, ne tanti altri storici o appassionati hanno mai potuto avallare una origine certa e inconfutabile di questo toponimo che comunque ha nel titolo tutta una sua originalità e bellezza.
Allora ritorna spontanea la domanda! Da dove deriva questo nome?
Io avrei un’idea, o meglio una ipotesi; un ragionamento che possiamo insieme sviluppare.

Sappiamo che a Pozzuoli ci sono stati due distinti centri per la costruzione di barche, in maggioranza per la pesca professionale.
-     Il primo, dislocato nella zona della “calcara”, era dedito alla realizzazione di grossi battelli tipo feluche, bilancelle e martegane. Le barche venivano impostate su uno dei due scali, di cui disponeva, dal quale poi venivano direttamente varate in acqua. Il piccolo cantiere era fornito anche di qualche pontile su palafitte [5].

-     Il secondo centro di costruzione, costituito da più squeri produttivi, era dislocato proprio nella località della futura darsena. Da esso discende l’attività dei Fratelli Vallozzi, eredi di tutti i Maestri d’Ascia Puteolani. Qui, “abbascio u’ mare” si son sempre costruite piccole imbarcazioni; lance, cianciole e gozzi [6].

Ora soffermiamoci sui gozzi ed in particolare su quelli costruiti a Pozzuoli. Trattasi del tipico gozzo napoletano, molto utilizzato in tutto il golfo partenopeo, che però si differenzia da quello sorrentino e molto più dal gozzo ligure e adriatico.
Grosso modo il gozzo napoletano è simile in tutto il golfo ma ogni località usa rifinirlo con sue caratteristica dovute alle particolari pesche cui sarà adibito.
A Pozzuoli è molto richiesto il “gozzo violone”, una barca dalla linea filante e slanciata, con la prua “amaltigana” caratterizzata da una curvatura a rientrare, detta appunto a “violone” [7].

Questo nome è affibbiato a queste prue per la loro somiglianza con il “violone”, antico strumento musicale ad arco molto in auge tra seicento e primi dell’ottocento. In seguito quasi dimenticato perché compositori e musicisti gli hanno preferito il contrabasso.  Lo strumento ha ricevuto questo nome perché in pratica è una grande “viola”, così come il “violoncello” è un piccolo “violone” [8]

Ritornando al nostro gozzo esso richiama, pur nelle piccole dimensioni di 5 o 6 metri, le caratteristiche strutturali sia della feluca, che è una barca a vela da carico tradizionalmente in uso nel Mar Tirreno, sia della Martegana, classica barca da pesca d’altura (almeno per l’epoca) [9].

Dunque i gozzi puteolani si differenziano da tutti gli altri per questo dritto di prua, detto comunemente “a Violone”; oltre che per il timone, sporgente dalla chiglia, che funge anche da deriva.
Possiamo dunque dire che i due centri produttivi puteolani, pur costruendo barche completamente diverse per uso e tipologia, uniformano le loro prue in base ad una comune esperienza di costruzione e di navigazione.
Coloro che praticano la pesca d’altura preferiscono questa prua all’altra “diritta”, detta a “tagliamare”, come le barche dei pescatori di “rint ‘a Torr” che praticano una particolare pesca costiera [10].

Il fatto che la zona della darsena fosse strapiena di “gozzi violone” [11] 

ha probabilmente inciso sulla denominazione della località e poi la cadenza dialettale, specie nella difficoltà di pronunciare i dittonghi, ha sicuramente “perfezionato” lo “storpiamento” della parola.
Il passo da “violone” a “valione” è stato breve e scorrevole.

Cronache storiche, risalenti alla presa di possesso sarda da parte del Regno Sabaudo-Piemontese, dicono che nel settecento in Sardegna si crea una nuova situazione che garantisce ai pescatori una certa sicurezza. Tranquillità dovuta alla presenza di navi armate impiegate contro i barbareschi favorendo così l’immigrazione di pescatori dal Sud Italia.
I vari ceppi provenienti dalla Campania portano con loro tre tipi di barche; la “feluca” di Ponza, la “spagnoletta” di Torre che diventa tipica di Alghero e il “gozzo violone” di Pozzuoli che diventa la barca tipica pure a La Maddalena.


                     
Due “gozzi violone” di La Maddalena di proprietà di pescatori maddalenini ma di origine puteolana [12-13]

                       
                                                 
                                                                             
GIUSEPPE PELUSO – GIUGNO 2020

lunedì 15 giugno 2020

229 Banco di Napoli



 Una Tragedia Puteolana
Il crollo del Banco di Napoli a Pozzuoli

Il 1° novembre del 1940, alle ore 4 e 20 minuti della notte, Pozzuoli subisce il primo bombardamento ad opera dell’aviazione inglese.
Esso è quasi innocuo, nonostante la completa impreparazione della Difesa Antiaerea; mancanza di apparati di scoperta, di armi idonee, di appropriati ricoveri per la popolazione civile.
Per tutto l’anno 1941 si susseguono solo sporadici sorvoli di bombardieri notturni e di ricognitori diurni, sempre britannici, che scherzosamente la popolazione chiama: 
“u’ fotograf; vene a c’è fa u’ ritratt”.

La Royal Air Force ritorna a fare danni dopo un anno, il 9 novembre 1941, e questa volta per errore sono colpiti anche obiettivi civili.
Una bomba, che però non esplode, cade sullo scivolo della banchina di largo del Rosso e, per la prima volta, entrano in funzione in modo massiccio i pezzi antiaerei e i dispositivi fumogeni che oscurano la vista dall’alto.
Ma un'altra bomba, pur cadendo in Piazza Vittorio Emanuele (attuale Piazza della Repubblica) senza colpire direttamente edifici, provoca il crollo di una palazzina dove ha sede la filiale del Banco di Napoli.
Sarà questo il movente delle prime tre vittime civili puteolane.
Questa palazzina, innalzata negli anni venti e tra l’altro mai più ricostruita, si trovava addossata alla Farmacia Azan; tra i famosi portici di “sott ‘a neve” e la vecchia stazione tranviaria oggi sede della Associazione ex Reduci, Combattenti e Marinai [1].

Tutti gli storici locali accennano a questo bombardamento, alle prime vittime, alla Banca distrutta.
Ma solo poche parole, non si va oltre; c’è assoluto silenzio e non ci sono altri riscontri pur essendo stato colpito un centralissimo edificio di “miezz a piazz”.
Probabilmente l’avvenimento, dato il particolare momento storico, è messo a tacere ed incanalato nel dimenticatoio per non propagandare eventi sfavorevoli al regime e alla guerra in corso.
Le stesse macerie sono subito rimosse, a differenza di quanto avverrà con il più tragici bombardamenti del 1943, e l’edificio non più ricostruito proprio per non dar adito a ragionamenti e ricordi. Occhio non vede, dente non duole [2].

Queste considerazioni le ho di già narrate sul mio blog in un precedente scritto che affrontava le problematiche dei bombardamenti e della difesa antiaerea nei Campi Flegrei [https://giuseppe-peluso.blogspot.com/2018/05/bombardamenti-pozzuoli.html]. [3]

Poi un giorno ricevo il seguente messaggio:

Caro Peppe. Sono Domenico Aniello e facendo delle ricerche su Pozzuoli, e su mio nonno Domenico Aniello, mi sono imbattuto nel tuo blog.
Mio nonno, che come me si chiamava Domenico, già da prima della guerra era il cassiere della filiale di Pozzuoli del Banco di Napoli.
Il palazzo del banco era attaccato al palazzo dove ci sono i portici con la farmacia; al piano terra c’era l’ingresso e la sala per i clienti, al primo piano l’ufficio ed al secondo piano la casa di servizio dove mio nonno abitava.
Nonno Domenico occupava questa casa con la moglie, mia nonna, e ben dieci figli, tra cui mio Padre.
Mio nonno, pur abitando nello stesso edificio, tutte le notti restava all'interno della filiale del Banco di Napoli, ovvero al primo piano dove era ubicata la cassaforte; aveva paura che potessero venire a rubare.
Durante gli allarmi aerei mandava la moglie con tutti i figli a ripararsi sotto il vicino tunnel del tram ma lui restava nella filiale della Banca.
Questa sua testardaggine verso il dovere a lui costerà la vita ed a mia nonna costerà tutto [4].

Durante l’incursione del 9 novembre 1941 nonno Domenico si trova in banca con il collega Rocco, preposto della filiale di Bacoli, e Antonio Testa, un facoltoso commerciante di Pozzuoli; moriranno tutti e tre e non perché l’edificio sia stato colpito direttamente.
Lo spostamento d’aria, prodotto da una bomba caduta nelle vicinanze, provoca il movimento della pesante cassaforte che con il suo peso sfonda un muro portante trainando nel baratro pareti e pavimenti.
Con la sua morte Domenico lascia sola mia nonna Maria con dieci figli; inoltre Maria è incinta dell’undicesimo che nascerà un mese dopo la tragedia.

Mio padre, rimasto orfano a nove anni, ora di anni ne ha 88 ma è perfettamente lucido; mi racconta tantissime cose di Pozzuoli e della storia di Pozzuoli.
Mi sembra di vedere un film con i suoi racconti ed i ricordi della nonna; mio Padre rammenta sempre quel giorno e le grida della mamma e di tutti i fratellini quando, uscendo dal tunnel, videro il crollato edificio che seppelliva il loro Papà [5].


GIUSEPPE PELUSO – GIUGNO 2020


giovedì 4 giugno 2020

228 Incredibile Caso Pensionato di Pozzuoli


 Va ogni anno all'ufficio postale a ritirare la pensione di 10 lire

Incredibile caso di un vecchio lavoratore a Pozzuoli

Il 21 ottobre del 1957 il senatore Maurizio Valenzi, eletto nelle liste del Partito Comunista Italiano per tre legislature dal 1953 al 1968, rivolge una interrogazione diretta al Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale sul caso dell'operaio Domenico Vellucci di Pozzuoli.
Il Vellucci, ex-tornitore dei Cantieri Armostrong, va una volta all’anno all'ufficio postale a ritirare la pensione di 10 lire; in realtà la somma sarebbe di 12 lire ma, risultando introvabili le monetine da 1 o 2 lire e non potendo innalzarla alle superiori 15 lire, l'amministrazione postale l’arrotonda alla disponibile moneta inferiore.
L'interrogazione su questo pensionato, classificata “urgente”, fa saltar fuori numerose altre situazioni del genere; molti altri superano di poco le 1Ó0 lire all'anno.
Centoventi lire annue; questo è quanto viene inviato dall'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale a un altro ex-operaio metallurgico, Leone DI Lorenzo anch’esso di Pozzuoli.
Ma il caso più curioso e più triste consiste nella scoperta di quello che è il record del minimo di pensione, ovvero le riferite dodici lire annue, pari ad una lira al mese, percepite dal Vellucci.
Immediatamente la redazione di “La Stampa” di Torino invia un suo corrispondente a Pozzuoli per intervistare i nostri due pensionati.
L’articolo, a firma di un giornalista di cui purtroppo si conoscono le sole iniziali, “c. g.”, esce a pagina 7 del numero 251 di questo quotidiano:

«Abbiamo incontrato il Di Lorenzo ed il Vellucci — entrambi privi di figli — nell'abitazione del secondo, una catapecchia d'un solo vano poco discosta da un gruppo di squallide casupole ove si ammassa una folla di povera gente che strappa la vita con i più vari mezzi.
L'interno è di una miseria che raggela. Le gambe del letto sono tenute ritte con spaghi. Il pavimento a mattoni di terracotta è ridotto in ciottoli.
Qui Vellucci vive con la moglie Erminia. Il vecchio operaio dice che l'attuale è la sua seconda moglie.
Anche il Di Lorenzo, venuto in questa casa per l'occasione, è sposato; la sua compagna, Adele, si adatta in umili faccende, come lui che fa quello che trova. A volte dà una mano come scaricatore al mercato ortofrutticolo.
Il Vellucci invece lavora da scalpellino.
Chiediamo ai due come mai essi percepiscano una pensione di quel genere. E il Vellucci chiarisce che quando, con l'aiuto di un vescovo oggi defunto, Michele Sezza, [ndr Michele Zezza] riuscirono ad essere assunti ai Cantieri Armostrong, le paghe erano sufficienti a vivere, ma non esisteva allora, come oggi, l'obbligo di versamenti da parte del datore di lavoro e dell'operaio, versamenti da servire, fra l'altro, per l'invalidità e la vecchiaia.
V'era però una legge, quella registrata con la data 17 luglio 1898, che ha fatto ottenere a lui un libretto di pensione segnato con la matricola n. 003219, serie 230, in base a un contributo volontario mensile di due soldi che allora rappresentavano 250 lire di adesso. Naturalmente la pensione variava in rapporto ai contributi versati.
Ecco perché lui, Domenico Vellucci percepisce oggi una pensione annua di 120 lire, mentre il suo compagno Leone Di Lorenzo, sempre in un anno, ne riceve dodici, per il periodo trascorso presso i cantieri Armostrong, che poi nel '27 vennero assorbiti da altre ditte.
E chiarisce ancora che entrambi, oggi settantenni, lavorarono parecchi anni in quei cantieri, passando poi ad altre occupazioni.
Ma - chiediamo - come è possibile che voi oggi percepiate la stessa pensione di un quarantennio fa?
E' semplice; si tratta di un tipo di pensione che non ha mai subito adeguamenti in rapporto alle svalutazioni della moneta avvenute dal 1898 quando a legge la istituì. Nel 1952 fu fatta, si, una rivalutazione, ma da essa questo tipo di previdenza fu escluso.
Il problema nostro, dunque, non è di chiedere una somma mensile che ci dia da vivere, ma di sapere perché, indipendentemente dai contributi versati in sessant'anni, quel tipo di pensione non abbia mai subito aumenti in rapporto alla costante crescente svalutazione della lira. Tutto qui.
Chiediamo ad entrambi, specie al Di Lorenzo, se quando una volta l'anno ricevono 120 lire l'uno e 10 lire l'altro (perché in base all'arrotondamento delle tariffe postali, le lire 12 diventano 10) essi facciano veramente il lungo percorso a piedi che divide la loro casa dall'ufficio dove devono riscuotere.
Rispondono di sì, perché temono che la mancata riscossione, dopo un certo numero d'anni, possa fare estinguere il loro diritto, in quanto essi sperano che un giorno “la Repubblica fondata sul lavoro” (la citazione costituzionale è del Vellucci) si ricordi anche di loro.
Nel congedarci vediamo che su di una parete coperta di immagini, vicino a quella di San Gennaro, che fu decapitato appunto nell'anfiteatro di Pozzuoli [sic], v'è anche un ritratto di Sofia Loren.
E il padron di casa, constatando il nostro stupore, chiarisce che Sofia, venuta bambina da Roma a Pozzuoli con la madre Romilda Scicolone presso i nonni Domenico Villani e Luisa Zotti, è oggi la più illustre concittadina.
Anche a lei, a nome di tutti i pensionati che si trovano in queste condizioni, noi abbiamo scritto. Oggi Sofia è diventata una celebrità.
Chissà che una sua parola in nostro favore non potrebbe esserci utile!»



GIUSEPPE PELUSO - GIUGNO 2020

domenica 24 maggio 2020

Antonio di Borbone Conte di Lecce



Un don Rodrigo Borbone e una Lucia Taglialatela
Galanti e tragiche avventure del Principe Antonio, Conte di Lecce

Nella fredda giornata del 12 gennaio del 1843 una triste notizia si sparge nella Napoli borbonica; Antonio Pasquale, principe delle Due Sicilie, è trovato morto, con la testa fracassata, a Pozzuoli nella sua casina da caccia.

Antonio è figlio del defunto re Francesco I delle due Sicilie [1]

e della sua seconda consorte l’infante Maria Isabella di Borbone-Spagna; nasce a Palermo nel 1816, quindi è fratello minore del re che dal 1830 siede sul trono di Napoli come Ferdinando II ‘Re delle Due Sicilie’ [2].

Antonio Pasquale, poco dopo la nascita, riceve il titolo dinastico di ‘Conte di Lecce’ e si narra che fin da ragazzo gode a Napoli della reputazione di "satiro in boccio". 
Ovvero un piccolo satiro inteso come simbolo di lussuria e sfrenatezza, seppure non ancora completamente sbocciato [3].

Lo pseudo storico Giovanni La Cecilia scrive che il palazzo reale di Napoli è un ronzante alveare di giovani principi e di principesse che meritano molte definizioni, tranne quella di modesti e innocenti. 
Ma questa descrizione sembra esagerata, e non credibile, perché inclusa nella campagna diffamatoria che i Savoia hanno intrapreso contro i Borbone. 
Questo e altro lo troviamo scritto dal La Cecilia in uno dei corposi volumi sulle “Storie segrete delle famiglie reali o Misteri della vita intima dei Borboni di Francia, di Spagna, di Parma, di Napoli, e della famiglia Absburgo-Lorena d'Austria e di Toscana” stampato a Genova nel 1859 [4],

Il prezzolato autore definisce i maschi, di questa vivacissima e prolifica stirpe borbonica, perversi tutti sin dall'infanzia.
Le femmine nulle, infingarde, sensuali, superstiziose e bigotte. 
Continua affermando che su di loro influirono gli svergognati esempi dei genitori.
Inizia poi a narrare quelli che secondo lui sono i fatti più tristi della malvagia vita dei principi, elencandoli per ordine di età.

-      Carlo Ferdinando, Principe di Capua, apertamente geloso del Re che ha soltanto un anno più di lui, è già un precoce donnaiolo. Di lui l’autore dice che fin dall’infanzia è dominato dall’ira col fratello con il quale ha continui dissidi. Manesco e ardito più volte lo percuote; poi racconta altri dettagli raccapriccianti. Comunque Giovanni La Cecilia fa confusione e confonde le storie di Carlo e del fratello Leopoldo.
-      Leopoldo, Conte di Siracusa, come i fratelli è dominato da istinti crudeli. Giovine in Sicilia si dilettava di gettare monete d'oro e d'argento in vasche d'acqua bollente e d'invitare i più poveri fanciulli di Palermo a pescarle nel fondo con le nude braccia. Anche lui un libertino e l’autore narra di una sua illecita tresca che ebbe con una dama di nobile lignaggio. Poi un mattino il di lei marito fu trovato impiccato nella propria stanza mentre la casta sposa aveva in quella notte riscaldato il talamo di sua altezza il Conte di Siracusa.
-      Antonio Pasquale, Conte di Lecce, oggetto di queste righe e di cui si racconterà.
-      Luigi, Conte di Aquila, superstizioso e infingardo; in appresso tenterà di farsi nominare reggente al posto di suo nipote Fraceschiello, ovvero l’ultimo Re di Napoli Francesco II.
-      Francesco di Paola, Conte di Trapani, superstizioso e avverso ai liberi ordini come il fratello Luigi.

Di questi due ultimi giovani fratelli del re, conti dell'Aquila e di Trapani, null’altro può l’autore dire poiché sulla loro educazione veglia Re Ferdinando II, che ispira ad essi la propria concupiscenza, e non li fa libertini e carnefici come gli altri germani. 
Il narratore non inasprisce la figura di Ferdinando II solo perché in prime nozze ha sposato una Savoia, Maria Cristina che sarà "beatizzata".

Le principesse ancora nubili che vivono a corte, Maria Carolina e Teresa Cristina, sono modeste, seppure frivole; ben diverse dalle loro energiche sorelle sposate:
-    Luisa Carlotta, passata alla storia per due sonori schiaffi dati ad un ministro spagnolo che stava cercando di recuperare un documento da lei preso con l’inganno e volutamente buttato nel caminetto;
- Maria Cristina che, rimasta vedova di Ferdinando VII morto nel 1833, sposa segretamente un ex-sergente della guardia reale che così passa dalle scuderie all’augusto talamo;
-  Maria Amalia che in questo periodo spesso è a Napoli per il perdurare in Spagna della lotta di successione che la vede coinvolta in intrighi dinastici e politici. 

Ma quella che più lascia a desidera è la loro genitrice, la Regina Madre Maria Isabella [5]

vedova di Francesco I che tiene una condotta tutt’altro che edificante. Nei primi anni di vedovanza ha un debole per i bei funzionari più giovani di lei ed è circondata da ammiratori e, secondo voci di corte, amanti.
Nel 1835, Maria Isabella inizia una turbolenta relazione con il barone Peter von Schmuckher, un ufficiale austriaco sposato. Alla morte della moglie di Schmuckher Maria Isabella, che probabilmente ha generato dei figli con lui oltre gli undici legali avuti con il defunto marito, ha intenzione di sposarlo ma l'ambizioso barone rivendica il titolo e i privilegi di un amante reale come condizione per convolare a nozze. Per evitare ulteriori minacciati scandali Re Ferdinando II sarà costretto ad espellere l’amante della madre dal Regno.
Siccome Maria Isabella è determinata a risposarsi, suo figlio, il re Ferdinando II, le consegna un elenco con i nomi dei giovani nobili del regno tra cui scegliere. Alla fine la regina madre sceglie il conte Francesco del Balzo che ha sedici anni meno di lei. Ora, quella che il popolo definisce la casta Isabella, si è ritirata a Capodimonte con il giovane e intraprendente sposino; naturalmente non ha né la forza né la volontà di seguire l’ancor giovane prole.

Tra questi il principe Antonio che, sempre secondo lo scritto di Giovanni La Cecilia, è un personaggio lascivo che ama circondarsi di schiere di individui abietti. Tanto è violenta e vile la sua conduzione di vita da ricordare un antico feudatario con i suoi “bravi” di manzoniana memoria.
Antonio utilizza la Casina Vanvitelliana del Fusaro quale luogo d’incontri clandestini con le sue numerose amanti altolocate, ma vive in una casa acquistata in campagna nei dintorni di Giugliano.
Seguito da sgherri e da feroci mastini, gira per mercati e fiere comprando al prezzo che impone tutte le bestie bovine o vendendo come vuole le sue mandrie. Non rispetta nulla ed a chi si oppone alle sue prepotenze riserva le intimidazioni dei suoi sgherri o l’attacco dei suoi cani mastini.
Spesso di notte invia i suoi uomini a trafugare le bestie dei vicini e le fa condurre nelle sue proprietà. Al mattino chiede somme di danaro per i presunti danni provocati dalle bestie alle sue colture; danni che valuta in centinaia di scudi che pretende dai disgraziati contadini pena la sottrazione di ogni bene.

A questo unisce la sua sfrenata voglia sessuale; non vi è donna sposata o nubile, vecchia o giovane che si sottragga ai suoi oltraggi e quando adocchia una femmina dà ordine ai suoi scherani di portarla a lui.
Fra tante vittime è capitata pure l'unica figlia di agiati ed onesti coniugi; il genitore riconosce nei rapitori della ragazza gli uomini di don Antonio e pensando che avessero compiuto il ratto senza che il nobile avesse sentore dell’accaduto, piangente ed affannato, corre alla casa di costui. Si prostra ai suoi piedi, piange ed invoca il suo intervento per la restituzione della fanciulla. La reazione del nobile è atroce; dopo averlo schernito dà ordine ai i suoi cani di attaccarlo. Il pover’uomo è sbranato. Pochi giorni dopo due feretri sono portati alla sepoltura; quello del genitore e quello della figliuola, l'uno morto sbranato dai mastini, l'altra per le violenze patite [6].

La notizia dell’accaduto giunge fino al palazzo reale e desta sdegno nei ministri del re. Don Antonio è richiamato nella reggia e rinchiuso per molti giorni nelle sue stanze; fa seguito la cattura dei suoi sgherri e il loro confinamento in lontane isole della Sicilia. Scontata la leggera pena, e rimesso nella libertà di muoversi, torna a vivere a Giugliano; non tardando a compiere altre bravate.
Una mattina mentre si avvia verso la reggia incontra una lunga e numerosa fila di penitenti bianchi lungo la discesa di Capodichino. Questi accompagnano alla sepoltura il cadavere d'un defunto confratello. Subito nella mente di don Antonio scatta la molla della violenza; frustando il cavallo della sua carrozza, tenta di far paura agli uomini che seguono il feretro, ma gli va male. Quelli, fingendo di non conoscerlo e usando come armi le grosse candele di cera lo riempiono di botte, tra le risa ed i fischi della gente del posto che, in aggiunta, prende a bersagliarlo con i sassi. Don Antonio riesce a scappare sparando sulla folla, raggiungendo la reggia, chiedendo, al Re, la punizione per gli autori del pestaggio nel quale è incappato.

Pur di porre un freno alle bravate del fratello Re Ferdinando II pensa di farlo sposare con la loro famosa ma discussa sorellastra, Carolina Ferdinanda Luisa, Duchessa di Berry [7].

Carolina è rimasta vedova del marito, che è stato assassinato nel 1820; nel 1830 una rivoluzione rovescia il suocero Carlo X ed espella tutti i Borbone dalla Francia; due anni dopo lei rientra clandestinamente in Francia per tentare di restaurare sul trono suo figlio Enrico di Borbone.
E’ arrestata e nel corso della prigionia le nasce una figlia, Anna Maria presto morta; evidentemente non dal defunto marito ma, come accertato in seguito, generata con un capo della rivolta.

La tentata sortita controrivoluzionarie ed il parto clandestino provocano molto rumore nelle corti europee; la questione è molto delicata in quanto la duchessa ha agito come vedova del figlio di Carlo X e madre dell'erede al trono.
Proprio per coprire tutto questo si progetta il matrimonio con il Conte di Lecce che comunque non si farà, e chissà se per volontà del principe Antonio o per volontà di Carolina che sposa un nobile siciliano, il duca Ettore Lucchesi Palli che, per salvarla, dichiara essere stata sua la bambina partorita in clandestinità.
Giovanni La Cecilia, malvagiamente e facendo nuovamente confusione, adombra che Carolina abbia avuto anche un figlio dall’ebreo convertito Simone Deutz che in effetti fu il delatore che la fece arrestare.

Qui si innesca però altra diceria, questa volta non dovuta al La Cecilia, ma riportata e nello stesso tempo negata dallo storico puteolano Angelo D’Ambrosio.
Nel narrare la vita di Pietro Ignazio Marolda [8],

che fu Vescovo di Pozzuoli dal 1837 al 1842, D’Ambrosio parla della sua improvvisa morte provocata da un infarto e non da altre cause come alcuni sospettarono e come scrisse Luigi Martuscelli.
“Sulla di lui morte che parve a molti strana e misteriosa corsero mille voci, tra le quali la più accreditata fu che fosse avvenuta per un calcio che gli tirò sull’inguine il Principe Antonio, fratello di Re Ferdinando II per rabbuffi che n’ebbe poiché seppe delle tante capestrie e dissolutezze da lui commesse in Pozzuoli, nella supposizione che il re ne fosse stato informato dal povero vecchio, contro di cui infellonì villanamente e barbaramente a quel modo.”

Infine arriviamo al fatto che ci interessa e che mette fine alla tumultuosa vita del conte; così come narrato da Giovanni La Cecilia e ben descritto da Antonio Pio Iannone in un suo articolo.

In Giugliano abita la potente e numerosa famiglia Taglialatela e che robusti e maneschi sono gli uomini quanto leggiadre le donne. La giovane moglie di un Taglialatela piace al conte che, come suo solito senza riguardo ne contegno alcuno, invia pubblici messaggi alla donna. Prende abitudine di gironzolare attorno la casa di questa senza disdegnare atteggiamenti lascivi e sconci posti in essere nella pubblica via.
Ovviamente la cosa giunge all’orecchio del marito, del padre e dei fratelli che, non potendo sopportare l’offesa, escogitano un piano per porvi fine. Decidono di attirare in casa il conte ed insegnargli a comportarsi meglio mediante una bella lezione.
La donna, opportunamente addestrata, fa finta di accondiscendere alle richieste del conte e, affacciata alla finestra della casa, risponde con gesti affettuosi alle avance sconce di questo.
Quando si rende conto di averlo fatto cuocere a puntino lo avvicina e gli dice di raggiungerla quella notte stessa. Una donna di servizio, opportunamente addestrata, lo avrebbe condotto in una stanza segreta dove, lontano da ogni sguardo, avrebbero potuto consumare ogni passione d’amore.

Il conte non sta nella pelle sin quando, a notte fonda, non raggiunge il cancello del giardino di casa Taglialatela dove un piccolo lume fa intravedere una mano che fa segno di entrare. Scorge la serva che, dopo averlo omaggiato con un inchino, fa segno di seguirla. Un lungo cammino ed una ripida scala conducono il Borbone in quello che agognava divenisse il suo nido di sfrenatezze sessuali per quella notte. Ma la sorpresa non è quella lieta di un comodo letto ed una fanciulla consenziente bensì quella di trovarsi di fronte a quattro uomini armati di grossi e nodosi bastoni [9].

Questi nel buio fingono di non riconoscerlo e lui, preso in trappola, non ha il coraggio di rivelarsi; prima lo percuotono a morte e poi lo scaraventano fuori dalla finestra.
Ha appena la forza di rampare e chiedere l’aiuto di alcuni contadini, che si recano nei campi; avvertite le autorità è trasportato nella Casina del Fusaro, lontano dal luogo del misfatto. Vivrà solo pochi giorni.

Il delitto è messo a tacere per evitare scandali ed ufficialmente si dice che il principe ha versato per qualche tempo in precarie condizioni di salute, causa ripetuti attacchi di paralisi, dall’ultimo dei quali era ancora convalescente quando è stato colpito da febbre tifoide. In realtà tutti a corte e nella città sanno che è stato ucciso dalle sonore e meritate percosse.
Molti appartenenti alla famiglia Taglialatela sono costretti ad andare in esilio altri vengono imprigionati e condannati; tutti sono stati vittime della depravata indole del conte di Lecce.


Il nostro autore anti Borbonico conclude asserendo che: "Napoli ricordò sempre che la mano di rustici sudditi fece sentire il suo peso ad uno dei divini; la gente del popolo spense almeno uno della scellerata prosapia dei Borboni venuta al mondo quale un tremendo flagello, una terribile bufera schiantatrice di città e di regni."


BIBLIOGRAFIA
AA.VV – I Borboni di Spagna e Napoli – Mondadori (1972)
Ambrasi D. e D’Ambrosio A. – La Diocesi e i Vescovi di Pozzuoli (1990)
Guccione Monroy M. - La campagna di Vandea e la duchessa di Berry (1955)
La Cecilia G. – Storie segrete delle Famiglie Reali (1859)
Iannone A. Pio – Quando i Taglialatela uccisero a bastonate il figlio del Re di Napoli (2016)



GIUSEPPE PELUSO – MAGGIO 2020

martedì 17 marzo 2020

Giovanni, Beniamino, la Multipla e il Vitello



GIOVANNI, BENIAMINO,

LA MULTIPLA E IL VITELLO



Pozzuoli, 10 marzo 2019



Ieri, nel tardo pomeriggio, sono tornato a far visita ad un caro amico caduto da uno scaletto; imprudente nel raccogliere arance della natia campagna.
Abita, l’amico, nella seconda scala del mio stesso isolato a Monterusciello; le nostre figlie, quando giovanissime, erano unite dalla passione per lo scoutismo; spesso siamo stati insieme in gita ed anche in vacanza all’estero. Inoltre la moglie, Rita P., è assidua frequentatrice del pomeridiano salotto culturale - culinario condotto dalla mia consorte.
Lui, nato nel 1948 in un fondo agricolo sulla Domiziana al confine tra Pozzuoli e Napoli, da adulto è stato dipendente delle Ferrovie dello Stato. Ente per il quale ha guidato, per molti anni, i convogli della Metropolitana Villa Literno – Pozzuoli – Gianturco.
Una volta in pensione s’è molto impegnato sia nella cogestione di un localino, ovvero una osteria che possiamo definire veramente DOC nell’affollata tavola calda di Via Napoli, sia nella conduzione della familiare campagna rimasta semiabbandonata; in pratica un ritorno alle origini.
Per motivi di “privacy” non declamo le sue complete generalità; pertanto lo chiamerò Giovanni M.

Ha trascorso a letto, per modo di dire in quanto mal sopporta l’inattività, undici dei quaranta giorni previsti ed è disposto, stufo di troppa televisione, a qualsiasi discussione o confessione.
«Basta che non parli di malattie o di guai», gli faccio intendere, e lui parte dando libero sfogo ai suoi ricordi che, come succede anche a me, non sempre può permettersi di narrare nel consesso familiare.
Abbiamo avuto una infanzia, per certi aspetti, similare: ricordi agricoli, stalle, mucche, la conoscenza di una Santa ancora in vita, le scuole a Bagnoli.
Proprio da questa località parte il suo narrare, di quando frequentava le elementari presso le suore Piccole Missionarie Eucaristiche create a Bagnoli da quella Santa Donna che fu Madre Ilia Corsaro.
Entrambi abbiamo conosciuto Madre Ilia che Papa Francesco ha dichiarato Venerabile il 26 aprile 2016; lui la ricorda molto bene, io appena appena.
Ma ascoltiamo cosa racconta Giovanni:

«Nella primavera del 1959 sto per terminare la scuola elementare e le suore convocano mia Madre comunicandogli che non posso lasciare il loro Istituto senza aver fatto Prima Comunione e Cresima. Mia Madre, che il precedente dicembre è rimasta vedova, fa capire che non possiede risorse materiali e temporali dovendo provvedere a cose molto più urgenti e necessarie per i tre figli rimasti orfani di Padre.
Ma le suore insistono e la stessa Madre Ilia riferisce che la Famiglia d’origine non deve preoccuparsi, sarà la Famiglia delle Piccole Missionarie Eucaristiche a provvedere per tutto quanto necessiti.
La seguente Domenica mattina ci convocano per presentarci il prescelto mio Padrino di Cresima e, con somma meraviglia, notiamo che le suore hanno eletto a tale compito don Beniamino M., che di già ben conosciamo.
Beniamino è un popolare commerciante, nativo di Monte di Procida, proprietario a Bagnoli di una macelleria e di due salumerie, ovvero due grossi empori alimentari. Don Beniamino è un fornitore del Refettorio dell’Istituto Corsaro nonché delle mense aziendali degli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli e della Montecatini di Coroglio gestite dalle stesse suore di Bagnoli. Inoltre rifornisce di mangimi e di paglia i piccoli allevatori flegrei e innumerevoli sono tutte le altre piccole attività che tuttavia, pur tenendolo seriamente impegnato, non gli impediscono di svolgere i suoi doveri di buon cristiano.
Io e mammà oltre a don Beniamino, che ci procaccia il mangime per il bestiame, conosciamo sua moglie, originaria di Casal di Principe, ed i suoi figli, più piccoli di noi, che qualche volta porta nel nostro giardino in modo che possano giocare all’aria aperta.
Naturalmente questi contatti si intensificano dopo la mia Prima Comunione e, specialmente durante le vacanze estive, don Beniamino spesso viene a chiedere a mammà il permesso affinché possa accompagnarlo e fornirgli un piccolo aiuto nelle sue consegne che, in pieno boom economico, sono sempre più numerose.

Una sera d’estate sale su alla nostra masseria e annuncia che l’indomani verrà presto a prelevarmi per compiere un lungo giro; questa volta deve procurare rifornimenti ai suoi negozi.
Di buon mattino arriva con la sua Fiat Seicento Multipla e noto che accanto, sul sedile anteriore, siede un altro suo conoscente, un certo Alfonso N., anch’esso convocato per non rendere noioso un viaggio di lavoro.
Partiamo verso Napoli dove imbocchiamo la Nazionale delle Puglie alla volta di Mugnano del Cardinale. All’ingresso del paese svoltiamo in una traversa e ci fermiamo davanti a quello che sembra un grande cellajo; don Beniamino scende, saluta alcuni del luogo e con loro s’inoltra nel fabbricato. Poco dopo torna e con l’aiuto di Alfonso porta dentro alcuni dei vuoti ma ingombranti valigioni che avevamo con noi, sia in auto che sull’alto bagagliaio esterno.
Saprò poi che sono stati riempiti di Salami, Soppressate, Pancetta e Salsicce Piccanti che qui, ai piedi del Partenio, trovano favorevole stagionatura. Il vento che soffia in direzione sud-sud-ovest, così spiega il mio compare, porta con sé gli aromi di faggi, querce e castagni che insaporiscono la maturazione.

Ripartiamo e con un tragitto più lungo attraverso l’Appia e la Casilina giungiamo in un paese della Ciociaria; ora più non ricordo se sia stato Cassino, Ceprano, Ceccano o la periferia della stessa Frosinone. Ricordo solo che l’intero circondario è impregnato dal denso odore emanato dalle pecore; nel capannone, dove pure io entro, su dei fuochi sono posti enormi e neri calderoni ricolmi di latte. Intorno ai calderoni, e alle forme di formaggio riposte su molti ripiani, svolazzano sciami di mosche. Familiari e aiutanti del massaro girano lentamente il latte con grandi pale di legno ma il loro maggior impegno è rivolto verso quelle mosche che li tormentano rallentando la produzione.
E’ in questo ambiente che consumiamo una rapida colazione a base di pane, formaggi e vino e poi, dopo aver riempito altre valigie con caciotte e formaggi, riprendiamo il nostro girovagare.

Questa volta dirigiamo verso il mare percorrendo una strada che si incunea tra monti e strette valli. Ci fermiamo presso una masseria già nota a don Beniamino per la produzione delle famose cipolle delle colline ciociare.
Il mio compare chiede d’acquistare dei cipollotti che subito vengono appositamente raccolti e rinchiusi in due sacchi forniti dagli stessi contadini. Questa volta non c’è pagamento ed i cipollotti sono prelevati contro lo scambio di qualche salame stagionato a Mugnano.

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo la campagna dell’Agro Pontino dove don Beniamino fa spesso capolino e, se c’è l’occasione, acquista qualche vitello da far crescere; l’opportunità c’è e così la Multipla s’arricchisce di un altro passeggero.
Don Beniamino gli fa legare le quattro zampe, trasferisce parte del carico sul portapacchi della Multipla, abbassa i sediolini posteriori e crea quell’ampio vano di carico che trasforma questa straordinaria auto in piccolo furgone.
Su questo piano, realizzato nella versatile Multipla, il compare poggia sia il resto dei bagagli che l’impaurito vitello, insieme al titubante cumpariello.
Riprendiamo il viaggio, con don Beniamino sempre più allegro, nel mentre io e il vitello ci guardiamo negli occhi confessandoci reciproco rancore, ma anche mutua richiesta di aiuto.
Ultima tappa, almeno così assicura don Beniamino, è Gaeta dove si reca in un grosso capannone uscendone con due bidoncini pieni di olive che, proclama, sono molto ricercate dai buongustai flegrei.

Finalmente, è quasi buio, attraverso la Domiziana riprendiamo la via di casa ma durante il percorso la sopraggiunta oscurità aumenta i timori del vitello che non si fa scrupolo dal trattenersi dalle sue necessità.
Io, che alloggio in una pendenza sottoposta al bovino, mi ritrovo bagnato e sconvolto.
Don Beniamino non si perde d’animo, con calma e pazienza si ferma in vicinanza di una fontanina; porta tutto fuori e risciacqua, sposta sul portapacchi i due sacchi di cipollotti, nei quali infila qualche caciotta e salame, e mi fornisce stracci asciutti su cui sedermi.
Fortunatamente i bidoncini caricati a Gaeta sono chiusi ermeticamente e non c’è necessità di cambiare l’acqua alle olive.

E’ notte quando iniziamo la tortuosa salita che porta da mammà che ci attende sveglia. Ripariamo il vitello, ormai più morto che vivo, nella stalluccia dove sarà allevato per conto di don Beniamino. Un domani, una volta cresciuto, sarà rivenduto a pezzi nella sua macelleria e a noi sarà data una giusta ricompensa per averlo curato.
Ripartiti il compare e Alfonso c’è tempo solo per cenare rimandando al domani le preghiere e tutte le altre cose che pur sarebbero necessarie.

Qualche mattina dopo sono di nuovo in Multipla con don Beniamino; si va a Monte di Procida a caricare il pane prodotto nel forno di suo fratello.
Al ritorno la macchina, che ancora ostenta i ricordi del vitello, è invasa dal particolare profumo che emana il pane appena sfornato. Don Beniamino, mentre guida e senza voltarsi, allunga la mano sul ripiano posteriore colmo di pane e afferrando qualche pagnotta grida:

“piglia guagliò, mangia, sient che profumo”.
Io il profumo lo sentivo, ma ne sentivo pure un altro e nonostante sentissi pure fame risposi:
“no cumpa’, non posso, ho fatto un fioretto, una promessa a Madre Ilia”.»

Così mi è stato raccontato e così riporto, con qualche piccola licenza scaturita dalla mia fantasia. Ma veri sono i personaggi come Madre Ilia, come don Beniamino, come Giovanni, come sua Madre, come la Multipla, come il Vitello.
Sono questi gli uomini e le donne che tutti insieme, con macchine, animali, lavoro e preghiere, hanno contribuito a trasformare la nostra Italia, uscita distrutta dalla guerra, rilanciandola verso un futuro di benessere e di pace che nessuna quarantena e nessun virus potrà sottrarci.