martedì 28 marzo 2017

Giambattista Vecchioni

Giambattista Vecchioni
Un illustre puteolano al servizio dei Borbone

Dal nono volume “Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura”, edito a Modena nel 1826 dai “Tipografi Reali eredi Soltani”, estrapoliamo il necrologio di un illustre cittadino puteolano.

La notizia, scritta dal cronista cav. Francesco de Angelis, riporta che il giorno 13 febbraio 1826 cessa di vivere in Napoli il Signor Don Giambattista Vecchioni, Gran Croce dell’ordine Costantiniano, e già Direttore delle reali Segreterie di Stato [1].

L’abate Giuseppe De Criscio, in un suo volume, riferisce che la nobile Famiglia Vecchioni, originaria di Nola dove è documentata fin dal ‘500, si trasferisce a Pozzuoli nel seicento.
Non si conosce la causa di questo trasferimento e la loro prima data certa a Pozzuoli è relativa all’anno 1700 con Andrea Vecchioni, nominato vicario generale.
Questa Famiglia solo nel 1744 è aggregata al Sedile dei Nobili di Pozzuoli quando, unitamente alla Famiglia Migliaresi, è ammessa al patriziato cittadino anche se non si distingue per alcun particolar merito [2].

Il redattore del necrologio scrive che Giovan Battista Romualdo Valentino Francesco Ignazio Benedetto Maria Giuliano Aniello Rafaele Vecchioni nasce in Pozzuoli, città antichissima del Regno, nel di 14 gennaio 1757 alle ore 18 ed un quarto ed è battezzato il 27 dello stesso mese nella cattedrale dedicata a San Procolo Martire.
I suoi Genitori, che furono Don Nicola e Donna Lucrezia Migliarese Patrizi di detta città, nulla omisero onde il prediletto loro figlio ricevesse un’ottima educazione mercé la quale potesse divenire un giorno utile alla società ed alla patria. Egli infatti dimostrò sin da suoi primi anni un gran talento, ed una singolare memoria. Ben presto terminò in Napoli il corso dei studi, rendendosi versatissimo nelle lettere, nella filosofia, nella politica, e nella giurisprudenza alla quale instancabilmente si applica diventando un eccellente avvocato.
Un così degno soggetto non può sfuggire alla vista del Governo che nel 1798 lo promuove alla carica di Giudice della Gran Corte della Vicaria.
Passa poi alla carica di Consigliere del Tribunale del Commercio; Delegato della Giunta dei Veleni; Prefetto dell’Annona; ecc.. ecc..
In mezzo a così delicate e difficili cariche il Vecchioni si muove sempre con fedeltà, con moderazione, saggezza, senza far pompa dei suoi alti talenti e senza ombra di incompatibilità.

La sua fame non sfugge neppure agli occhi dei francesi che, giunti a Napoli nel 1799, nel corso del mese di aprile lo arrestano rinchiudendolo nel Monastero di San Francesco delle Monache, trasformato in carcere.
Per il cronista è arrestato solo perché conosciuto come suddito fedele, della migliore dottrina, avverso ai venti rivoluzionari e grato ai vecchi sovrani che lo hanno meritatamente innalzato e promosso, ma non riferisce quanto storicamente accertato. Il Vecchioni ha avuto parte attiva nella nota “Congiura dei Baccher”. Complotto filoborbonico, svelato da Luisa Sanfelice, avversa alla Repubblica Partenopea.

Con la prima restaurazione borbonica, e la tragica fine della repubblica filo francese, Vecchioni ritorna libero e S.M. Ferdinando IV (Dio Guardi) lo nomina Presidente dell’Ammiragliato; Caporuota del Magistrato del Commercio; ed in seguito Consultore della Curia del Cappellano Maggiore e Delegato Ordinario della Pubblica Istruzione.

Poi alla fine del 1805 c’è il ritorno dei francesi e sul trono del napoleonico Regno di Napoli ascende Giuseppe Bonaparte. Dati i suoi talenti di bravo magistrato Vecchioni viene da questi nominato membro del Consiglio di Stato. Il cronista, palesemente filo borbonico, aggiunge che questa nomina è elargita affinché possa rendere legale la usurpazione dei transalpini e faccia decidere per la causa francese molti di coloro che nel 1799 sono rimasti spaventati dai rigori della repubblica ed ora si tengono nascosti ed indecisi.
Il Vecchioni però, che ha succhiato il latte puro dalla fonte della vera morale e che ha spiegato per la legittima dinastia dei Borbone una fedeltà sorprendente ed una viva riconoscenza, rifiuta e si ritira a vita privata nel suo palazzo di Pozzuoli per coltivare la virtù e nutrirsi della lettura dei migliori autori [3].

Indispettito il Capo del Governo Militare, per non aver potuto tirare al suo partito un sì degno soggetto, lo fa arrestare sotto effimeri pretesti e lo fa rinchiudere nel forte di S. Elmo.
Praticamente è accusato di intrattenere una corrispondenza segreta con i Reali in esilio a Palermo mentre lui afferma che le missive, che affida a barche che attraccano nel porto di Pozzuoli, sono dirette ad un amico residente a Capri.
Il Vecchione, come egli stesso riporterà, teme una condanna a morte per decapitazione, pertanto, nel marzo 1807, stila le sue disposizioni testamentarie.
Anche il suo cronista parla di condanna a morte ma, continua, l’onnipotente mano divina salva l’innocente suo seguace che viene semplicemente esiliato dal Regno. Sempre per il cronista egli deve la sua vita alle lagrime della sua desolata e virtuosa consorte, Donna Maria Rosa, la quale, unitamente al tenero suo figlio Don Nicola, dopo aver sparsa gran copia di aureo filosofico metallo, muove da Pozzuoli e si presenta al re Giuseppe Bonaparte per implorar grazia.
Grazie che ottiene poiché la pena capitale è prima tramutata in detenzione, da scontarsi alla tristemente famosa fortezza di Fenestrelle, e poi tramutata in condanna all’esilio.
Egli parte per Torino ove resta per due anni e quattro mesi. Passa in seguito a Clermont Ferrand, capitale dell’Alvergna e antica provincia della Francia, e vi si trattiene per altri 18 mesi.
Ivi, riconosciuto come uomo grande che ingiustamente ha sofferto, nel 1810 gli è accordata la grazia di poter rimpatriare. Il 29 gennaio 1811 ritorna a Napoli, dove dal 1808 regna Gioacchino Murat dopo che il trono si è reso vacante per la nomina di Giuseppe a re di Spagna, e si ritira nuovamente a Pozzuoli nel suo antico palazzo.

Al definitivo ritorno nel regno di S.M. Ferdinando IV (Dio Guardi) di gloriosissima memoria, il Vecchioni il 29 giugno 1815 è promosso alla carica di Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Giustizia ed il 16 marzo 1816 passa alla piazza di Presidente della Gran Corte dei Conti [4].

La sua attività presso il Tribunale rappresenta una pietra miliare per i moderni dibattiti processuali e per il diritto di procedura penale. Vecchioni non si limita ad assistere, accusare o giudicare; egli è un vero attore e come tale “fa spettacolo”. Quando c’è lui popolo e legali corrono in tribunale; i primi per gustare una esibizione unica e irripetibile, i secondi per apprendere quell’arte che darà un primato al foro napoletano e che sarà poi ben rappresentata dalle interpretazioni cinematografiche di Vittorio De Sica.

Nella ribellione del 1820, e in tutto il tempo della ridicola Costituzione, così come ancora scrive il cronista, il Vecchioni tiene quel contegno che conveniva a si grande uomo. Il Re Ferdinando da Firenze, nel 1821, lo nomina di “motu proprio”, non senza qualche contraddizione, uno dei membri del Governo Provvisorio, assegnandogli il Dipartimento dell’Interno.
In seguito gli è dato il portafoglio anche del Ministero di Grazia e Giustizia, dell’Ecclesiastico, ed in fine quello del Ministero della Polizia.
Tutte questa cariche ministeriali sono da quest’insigne personaggio sostenute con zelo, e con piena soddisfazione del Sovrano, e della Nazione.
Egli non si dimentica mai, nell’esercizio di tali cariche, di essere stato solo un particolare; sempre si rende accessibile, moderato, e giusto con tutti.
Attributi, tutti quelli elencati, certamente degni di un vero uomo di stato.

Vecchioni, che tra l’altro è autore di trattati giuridici e politici, promuove e rianima le belle arti; è attento a far risplendere l’istruzione pubblica e ad installar nuovamente i Corpi di religiosi che sono stati soppressi dal Governo Militare.
Si deve all’attività di questo grand’uomo, di cui ora si deplora la perdita, il ritorno in Napoli della Compagnia di Gesù che, scacciata dai rivoluzionari nel decennio francese, ritorna a Napoli mercé le cure e l’inarrivabile attività del nostro puteolano concittadino.
Vecchioni si occupa moltissimo per dar regolamento alle scuole elementari, per istituir utili riforme nei professori e nei studenti dell’università della capitale e del regno, incaricandosi moltissimo dell’istruzione, non che della pratiche religiose e dei costumi della gioventù tanto trascurata e tradita.
Quantunque il Vecchioni sia instancabile, sostenendo con zelo, ed esattezza i suddetti quattro Ministeri, pure il suo fisico patisce da gran tempo per aver menata una vita spinosa in mezzo a tante fatiche letterarie, non che alle pene di suo lungo esilio, ed infine per aver perduta la prudente, fedele e virtuosa sua Consorte.
Pertanto nel 1823 Sua Maestà il Re gli accorda benignamente l’implorato ritiro; lo decora della Gran Croce dell’Ordine Costantiniano e gli concede un’annua pensione di ducati 5.400.

Tutti sanno però che l’ottimo attuale monarca del Regno delle due Sicilie Francesco I (Dio Guardi), così continua il cronista, segretamente e di continuo lo consulti, e si serva dei lumi di tant’uomo, tutto dedicato alla Borbonica dinastia, per quei lavori che medita per la futura felicità dei suoi sudditi.
Il Vecchioni, carico di tanti onori Sovrani, cerca nel suo gabinetto di formare dei scritti eruditi per le Accademie del Regno e straniere, delle quali fa parte, e di continuare a conversare coi suoi antichi e virtuosi amici, tra i quali il celebre fu Cavaliere Poli, col fu Duca di Lupiano, Don Gaspare Mello, con Monsignor Giunti, con Monsignor Porta, con Monsignor Olivieri, e con altri rispettabili Personaggi.

Poi è improvvisamente rapito ai viventi, il 13 febbraio 1826, mentre si trova in carrozza a Napoli, e chiude la gloriosa carriera della sua vita invocando soccorso da Gesù Cristo. Egli con ragione vien pianto dall’unico suo figlio, da tutti i letterati e da tutti gli amici, per essere stato un suddito fedele, il Mecenate delle lettere, ed il sostegno dei compagni oppressi, come appare dallo stesso suo olografo testamento nel 1822, che è l’esempio della Cristiana Religione, lo specchio dei Padri di Famiglia, ed il modello della vera amicizia.

S.M. Francesco I (Dio Guardi), all’annuncio infausto della morte di così degno soggetto, ordina che gli siano resi tutti gli onori dovuti al suo rango da tutta la Magistratura, e da tutti i Direttori delle Reali Segreterie di Stato.

Giuseppe Peluso

venerdì 10 febbraio 2017

Paolino Puteolano


Fra Paolino da Venezia
Vescovo della Pozzuoli angioina

La vittoria del 1266 di Carlo I d’Angiò su Manfredi, nella battaglia di Benevento, pone fine alla sovranità sveva nell’Italia meridionale e segna l’inizio di quella angioina.
Con la nuova monarchia Pozzuoli [1], “Castrum” e non ancora “Civitas”, è concessa a vari signori che, dalla natia Francia, hanno seguito i nuovi regnanti.
I puteolani si mostrano particolarmente legati a questa Famiglia regale cui giurano la loro fedeltà tanto da ottenerne, nel maggio 1296 da re Carlo II, un reale privilegio con il quale si sancisce che Pozzuoli sia dichiarata “Città Demaniale”.

Il re ne affida l’amministrazione a due “capitani” con mandato semestrale, come nei comuni del nord Italia e, come ancora oggi, nella repubblica di San Marino.
Questa acquisita autonomia amministrativa favorisce lo sviluppo delle attività e dei rapporti commerciali e la vicinanza alla capitale crea presupposti di progresso anche politico; spesso le due città di Napoli e Pozzuoli, seppure in periodi diversi, sono rette dagli stessi capitani reggenti sotto le stesse armi angioine, che all’uopo furono scolpite nel muro di Palazzo Damiani al Rione Terra [2].

Anche l’apostolica diocesi puteolana rinasce a nuova vita ed i vescovi di Pozzuoli sono molto presenti nella vita della corte napoletana; come confessori e come consiglieri.
La sede vescovile di Pozzuoli diventa una ambita carica di comodo, o di transito, per prelati destinati a incarichi più prestigiosi.
Il Concilio Lateranense del 1215 ha stabilito che i vescovi debbano essere eletti dal Capitolo dei Canonici entro tre mesi dalla morte, o dalle dimissioni del predecessore. A Pozzuoli questo diritto quasi mai è esercitato dal Capitolo poiché sia il Papa che i Sovrani Angioini si riservano tale prassi. Solo la nobile e potente Famiglia locale dei di Costanzo riesce ad imporre con la violenza due vescovi, naturalmente loro congiunti e membri del Capitolo Puteolano.
Nella maggior parte dei casi la sede vescovile è assegnata per gratificazione a frati dotti oppure, quale primo avanzamento, a dignitari della Chiesa di Napoli o ad esponenti di Famiglie Nobili, generalmente francesi.
Spesso la sede, godendo di rendite proprie, è assegnata anche per remunerazione; ovvero per coprire le retribuzioni dovute ad abili consiglieri o negoziatori impiegati in missioni diplomatiche.

Come tipico esempio di questa prassi si possono citare due casi: Guglielmo di Salon ed il suo successore Paolino da Venezia, uno dei più importanti vescovi che Pozzuoli abbia mai avuto, protagonista di questo saggio.
Importante non per quanto abbia fatto a beneficio della diocesi di cui è a capo ma per essere stato un abile uomo politico e scrittore, ben considerato dai suoi potenti contemporanei.

Di Paolino Minorita [3]

conosciuto anche come Paolino da Venezia o Paolino Puteolano, nato nel 1270 circa, non si conoscono le sue origini, non si sa nulla della sua Famiglia e anche il luogo di nascita non è noto, anche se sicuramente veneto. L'appellativo "da Venezia" potrebbe indicare che si fece francescano nel Convento Lagunare dei Frari, in Venezia.
Paolino si forma nelle scuole della provincia religiosa del Triveneto; il primo documento che lo nomina lo vede il 12 dicembre 1293 nel Convento di Padova come studente. Poi l'11 ottobre 1295 non si trova più in questa città perché deve inviarvi un rappresentante per la riscossione di un lascito testamentario.
La sua iniziale carriera di insegnamento come lettore si svolge probabilmente ancora all’interno del Triveneto dove ricopre anche incarichi come guardiano, custode, inquisitore. Il 30 novembre 1301, in qualità di lettore del convento di Venezia, è presente alle trattative tra l’inquisitore fra Antonio da Padova e il doge di Venezia Pietro Gradenigo riguardo all’introduzione delle costituzioni antiereticali negli statuti della città.
Tra il 1305 e il 1307 ricopre l’incarico di inquisitore per le diocesi di Treviso e Ceneda. Durante l’ulteriore inchiesta del 1308, condotta da Giovanni da Bologna e Guglielmo di Balait per ordine di papa Clemente V sull’operato dell’inquisizione nella Marca trevigiana e nella Lombardia, Paolino è accusato da fra Ainardo da Ceneda di aver ricavato molto denaro durante la sua attività inquisitoriale. Con le somme raccolte egli si sarebbe dato a spese eccessive, tra cui l’accumulo di pergamene di ottima qualità e l’acquisto e la realizzazione di numerosi libri.
Nel 1308 Paolino torna a rivestire il ruolo di docente poi, tra la fine del 1315 e il 1316 è nominato ambasciatore della Repubblica di Venezia presso la corte di re Roberto d’Angiò [4]. 

Questa sua prima missione a Napoli riguarda la richiesta di danni subiti dai veneziani a causa dell’interdetto contro Venezia inflitto dalla Santa Sede nella guerra di Ferrara (1309). La missione, che in precedenza ha incontrato parecchie difficoltà con una lunga fase di stallo, si conclude con il successo di Paolino nell’opera di mediazione e la firma di una convenzione vantaggiosa per Venezia.
Mancano sue notizie per gli anni successivi ma, verso la fine del 1320, Paolino è impegnato in una seconda missione diplomatica, questa volta in Provenza presso la Curia Pontificia in Avignone. La questione, relativa a una nave veneziana depredata da mercanti genovesi presso Corfù, si risolve anche in questo caso a favore di Venezia.

Paolino è ormai un personaggio molto in vista, è tenuto in grande stima da papa Giovanni XXII [5] 

dal quale riceve l’incarico di penitenziere apostolico. Sul papa egli scrive una “Vita” giudicata adulatrice, tacendo verità e formulando menzogne tese ad ottenerne, si dice, la “berretta rossa” cardinalizia.
Nel settembre del 1321 ad Avignone, su mandato dello stesso papa, esamina il “Liber Secretorum Fidelium Cruci”, del veneziano Marin Sanudo il Vecchio (detto Torsello), scritto per invitare i cristiani, e in particolare il papa, alla crociata.
Inoltre diventa nunzio del pontefice presso la Repubblica di Venezia e nel 1322 è impegnato in varie missioni diplomatiche per conto della Santa Sede; in particolare riguardo ai rapporti con i Visconti di Milano, gli Estensi di Ferrara e la città di Fano, che è stata presa sotto la protezione di Venezia pur essendo stata colpita dall’interdetto papale.

Il 20 giugno 1324 Paolino, su desiderio di re Roberto, è nominato vescovo di Pozzuoli da Giovanni XXII che incarica il celebre cardinale francescano Bertrand de la Tour di consacrarlo nell’episcopato [6].

Il 12 luglio versa i 130 fiorini della tassa cui sono soggetti i nuovi vescovi ma è sempre lontano da Pozzuoli perché impegnato a Venezia in una missione diplomatica per la Santa Sede. L’arcivescovo di Napoli, cui il vescovo puteolano è sottoposto, si lamenta di tale lontananza ma lo stesso pontefice gli scrive per giustificarlo e concede a Paolino la dispensa dall’obbligo della residenza.
Il Minorita inizia a svolgere il suo incarico a Pozzuoli solo due anni dopo, nel 1326, e scarse sono le notizie sulla sua attività come vescovo; comunque, pur risiedendo saltuariamente in sede, gestisce la diocesi in modo energico.
Tra l’altro si interessa della divisione ed attribuzione di alcuni fondi enfiteutici, di proprietà del Capitolo, che stanno deteriorandosi per mancanza di buona amministrazione.

Nei primi anni di episcopato fra Paolino deve affrontare le ribalderie di alcuni chierici malfattori che lo costringono, il 18 giugno 1330, a chiedere l’autorevole intervento del re.
Si sa che tra i redditi del vescovo sono inclusi quelli che scaturiscono dalla bagliva (tassazione) dovuta all’estrazione di allume e zolfo dalla Solfatara che per gli anni 1339/1342 fruttano 44 once e 15 tareni a fra Paolino e, come da resoconto presentato alla regina Giovanna (nipote ed erede di Roberto) il 25 agosto 1343, ben 360 once vanno a priori e procuratori dell’ospedale di Tripergole.

Nel 1328 assume la carica di consigliere di re Roberto d'Angiò, per il quale già funge da intermediario; Roberto, da colto e generoso mecenate, l’accoglie soprattutto tra i dotti ed i letterati della sua raffinata corte.
Nel periodo in cui Paolino inizia a frequentare la reggia è presente a Napoli il giovane Giovanni Boccaccio [7] 

che, nelle “Genealogia”, ricorda alcuni discorsi del frate che pubblicamente giudica “massimo investigatore storico”, ma che privatamente insulta anche per il suo noto antivenezianismo.
Boccaccio, nonostante per il suo Zibaldone ne tragga ampi riassunti, considera il “Compendium” del Paolino poco scientifico e molto superstizioso ed afferma: “come tutti i veneziani anche il nostro Paolino è chiacchierone, leggero, con poco sale in zucca, e quindi inattendibile e debole sul piano critico”.

Il sovrano angioino, nel ricevere gli ambasciatori stranieri e per ostentare le sue conoscenze geografiche, si serve di una mappa del mondo preparata da fra Paolino che coltiva lo studio della geografia e della sua rappresentazione grafica. Famose e preziose sono le sue piante delle città di Roma e di Venezia. Gran parte della produzione cartografica di quel periodo è rappresentata dai mappamondi, carte di forma generalmente circolare che rappresentano il mondo abitato e conosciuto come una superficie piana, cinta dall’Oceano.
Essi sono eseguiti da monaci o da letterati che li arricchiscono spesso con particolari non esattamente cartografici, come figure umane, paesaggi e personaggi mitologici
Con il “mappae mundi” [8] 

di fra Paolino Minorita la rappresentazione circolare acquista un’ampia diffusione e si arricchisce di elementi moderni, arrivati alla cartografia attraverso le testimonianze dei pellegrini e dei naviganti. 

Paolino, con il prestigio e l’influenza che gode alla corte angioina, ottiene che re Roberto ceda la proprietà di Monte S. Angelo (tranne il castello posto sulla vetta) e dei campi limitrofi (Torre Santa Chiara) alla moglie, regina Sancia d’Aragona, perché ne faccia dono al monastero di Santa Chiara.
Tale monastero ha amministrato questi territori (concessi in enfiteusi a nostri contadini) tramite la sua badessa e li ha posseduti fino alla napoleonica occupazione francese.

Alla fine del 1340 l’agostiniano padre Dionigi fa conoscere, alla corte di re Roberto, il nome di Francesco Petrarca [9] 

il quale pensa, in virtù della erudizione di questo sovrano, di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria mediante la sua incoronazione poetica. 
Nel febbraio del 1341 il vate, accogliendo l'invito di re Roberto che si propone d’esaminarlo prima di andare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione in Campidoglio, si mette in viaggio per Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino all'incoronazione.
Giunto nella città partenopea è esaminato per tre giorni da re Roberto che per questa occasione ha sicuramente invitato, come uditori e come assistenti, i numerosi dotti e letterati che gravitano alla sua corte; tra questi di certo non può mancare il preparato vescovo di Pozzuoli.

Protagonista del suo tempo fra Paolino non può non conoscere una sua concittadina, la “famosissima virago, detta poi Maria Puteolana”, le cui vigorose prodezze iniziano a scavalcare le ristrette mura della rocca in cui risiede [10].

Re Roberto ne sarà sicuramente già al corrente ed ora, entrambi, ne segnalano il coraggio al Petrarca che nello stesso 1341, spinto dalla curiosità, si reca appositamente a Pozzuoli.  
Il poeta, che in questa prima visita si trova in compagnia del sovrano angioino e probabilmente del vescovo puteolano, la incontra disarmata e in abiti civili.

Ma Petrarca non desiste e durante la sua seconda venuta a Napoli, nel novembre del 1343 per eseguire una missione diplomatica,
visita Pozzuoli assieme a Barbato da Sulmona ed il vescovo di Cavaillon, Philippe de Cabassolle.
Manca Re Roberto deceduto nel gennaio dello stesso anno, però incontra nuovamente la ragazza sulla rocca dove, sul selciato della cattedrale, può apprezzarne il coraggio e la forza durante una sua esibizione.
Parlerà di lei nella lettera, datata 23 novembre 1343, a Giovanni Colonna tramandandone ai posteri il nome e le gesta che, grazie alla sua leggendaria forza, gli hanno permesso d’uscire vincitrice nei numerosi scontri avuti con briganti e saraceni.
Maria, come una giunonica amazzone, è perfetta anche sul destriero sul quale spesso si batte con spavaldi cavalieri che apposta vengono a sfidarla [11].

Il 25 novembre del 1343 Pozzuoli, come tutta la costa napoletana, è investita da un apocalittico maremoto (anche questo ben descritto dal Petrarca nel corso del suo secondo soggiorno napoletano) e la corte deve intervenire per riparare innumerevoli danni al porto, all’acquedotto, alle chiese, alle abitazioni, ai fondi agricoli.
Questo maremoto è causa di una susseguente carestia per cui parte degli abitanti, costretti dalla necessità, si unisce ai malfattori che infestano le campagne e con questi si dedica a devastare le terre ed i pascoli appartenenti al vescovo di Pozzuoli. Paolino è nuovamente costretto a richiedere l’aiuto della giustizia per mitigare queste violenze e la regina Giovanna, succeduta al nonno Roberto, provvede a risarcire i danni all’ormai vecchio prelato. Nel contempo esenta la città di Pozzuoli dai tributi, dovuti per quell’anno, affinchè questa civitas possa impiegarli nel riparare i danni causati dal maremoto.

Paolino muore a Pozzuoli prima del 22 giugno 1344, data in cui è redatto l’inventario dei suoi beni a opera del collettore pontificio. Alcuni dei suoi libri di carattere storico ed enciclopedico vanno ad arricchire la biblioteca dei papi di Avignone e sono ora conservate alla “Bibliotheque Nationale de France”.
Al periodo dell’episcopato puteolano può essere ascritta la redazione definitiva di molte opere del frate veneziano.
Le citazioni che autori molto noti traggono dalle sue cronache universali attestano la notevole fortuna degli scritti storici di Paolino ed essenzialmente delle sue tre cronache universali, che dalla creazione del mondo e dell’uomo giungono fino ai primi decenni del XIV secolo.
In primo luogo la “Notabilium ystoriarum epithoma”, che narra gli eventi dalle origini [12] 

fino al 1313;  in secondo il “Compendium”, giunto anche in una traduzione in provenzale e che Boccaccio, pur non stimando molto Paolino riservandogli epiteti poco lusinghieri, utilizza ampiamente nel suo zibaldone magliabechiano; in terzo luogo la “Satirica ystoria”, ultima cronaca in ordine di redazione, utilizzata dal doge Andrea Dandolo, contemporaneo del frate, nella sua “Chronica per extensum descripta”.
Complementari alla “Satirica ystoria” sono altri quattro scritti; un trattato noto come “De mapa mundi”, corredato di notevoli carte geografiche; un trattato sul gioco degli scacchi, noto come “De ludo scacorum”, presentato in chiave metaforica; un trattato sugli dei dell’antichità, noto come “De diis gentium et fabulis poetarum”; un breve scritto sulla provvidenza, noto come “De providentia et fortuna”.
In ognuno di questi libri si notano numerose immagini che accompagnano e descrivono il testo. Queste costituiscono una tappa importante nella storia della decorazione libraria e della rappresentazione cartografica e notiamo che Pozzuoli è la sua rocca spesso sono state fonte d’ispirazione per i suoi disegni [13].

Tra i suoi scritti ci è pervenuto anche il "Liber de regimine rectoris", un trattato in volgare veneziano che riporta suggerimenti di carattere morale per coloro che governano; anticipando di due secoli il “Principe”, il trattato di dottrina politica scritto nel cinquecento dal Macchiavelli.
A Paolino sono attribuiti inoltre il “Provinciale Romanae Curiae”, ossia la serie delle province ecclesiastiche e delle rispettive diocesi, e il “Provinciale Ordinis Fratrum Minorum”, compilato intorno al 1334 e contenente l’elenco delle province minoritiche con l’organizzazione delle custodie e degli insediamenti.
Infine sarebbe da ascrivere al suo operato il “Liber privilegiorum ordinis Minorum” scritto intorno al 1323 e contenente documenti papali riguardanti l’Ordine dei minori.
Paolino continua a essere citato anche nel Quattrocento, come dimostrano gli epistolari di Poggio Bracciolini e Coluccio Salutati, nonché le cronache dello storico polacco Jan Dlugosz.
Isabelle Heullant-Donat, nel suo “Paolino da Venezia et les prologues de ses chroniques universelle” definisce il nostro vescovo il più prolisso compilatore tra i francescani del trecento.
Delle sue innumerevoli opere spesso ci è giunto l'esemplare curato da lui stesso.

Con un pizzico d’orgoglio non possiamo dimenticare che Paolino ha scritto e disegnato tutto questo nel chiuso della sua sede vescovile, là sul Rione Terra, sull’estrema vetta della rocca puteolana [14].


P.S.
Ringrazio l’amico Carmine Esposito, che cura la meravigliosa pagina: 

dei disegni e dell’aiuto fornito.
Peluso Giuseppe


BIBLIOGRAFIA
Ambrasi D. e D’Ambrosio A. – La Diocesi e i Vescovi di Pozzuoli (1990)
Cecchini F. – Paolino Veneto – Treccani (1998)
Dondi Dall’Orologio S. - Venezia vista da Fra’ Paolino (2015)
Esposito C. – www.facebook.com/MariaPuteolana/
Fontana E. – Paolino da Venezia, vescovo di Pozzuoli – Dizion.Biogr. Italiani (2014)
Heullant Donat I. – Paolino da Venezia et les prologues de ses chroniques universelles
Mussafia A. – Fra Paolino Minorita (1868)

domenica 22 gennaio 2017

Strage di Garibaldini


Strage di Garibaldini a Pozzuoli
Il non facile inizio della unità nazionale

Siamo a Pozzuoli [1] nel novembre del 1860; dal giorno cinque Francesco II e i superstiti soldati napoletani si sono rinchiusi in Gaeta che inizia ad essere assediata dall’esercito piemontese.
Poco prima, il 21 ottobre, si è svolto il plebiscito che ha sancito l’unione dell’ex regno borbonico al resto dell’Italia.
Nelle province napoletane è stato posto il seguente quesito:
Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?”
Il popolo nulla deve scrivere, la sua possibilità di scelta si limita a poter inserire la scheda, che riporta il laconico quesito, in un’urna contrassegnata dal “SI” oppure in un'altra contrassegnata dalla scritta “NO”.
Nella nostra Pozzuoli la votazione si svolge presso la Chiesa della Purificazione, dove nel 1870 sarà apposta una lapide ricordo [2].

Gli ammessi al voto sono 5403, ed altrettanti appaiono i votanti; i “Si” raggiungono quasi l'unanimità, vi sono solo quattro “No”.
Nessuno vuole andare controcorrente e nessuno quasi osa contraddire i “garibaldini” che, ben armati, e con gesta esplicite invitano ad inserire la scheda nella giusta urna.

Un mese dopo a Pozzuoli ancora bivaccano truppe d’occupazione di questa armata di volontari, ora appellata “Esercito Meridionale” che, dagli iniziali mille dello sbarco a Marsala, son diventati migliaia di migliaia [3].

La popolazione continua a chiamarli “garibaldini” poiché indossano la rossa camicia che sempre più spesso si tinge con le tonalità dei loro frequenti delitti consumati in questi mesi di transazione e confusione.
Tra loro ci sono sbandati, delinquenti ed avventurieri saliti sul carro del vincitore e, come fan sempre gli occupanti di ogni era storica, si comportano da provocatori, rissaioli, assassini.

Di già nel settembre avviene a Pozzuoli una deplorevole rissa tra popolani e garibaldini inviati dal vicino capoluogo. Queste truppe sono giunte perché ci sono preoccupazioni circa la condotta del castello di Baia, presidiato da una guarnigione di veterani borbonici; soprattutto per la notevole quantità di polvere pirica che vi è depositata.
Il castello resta l'ultimo presidio del napoletano del detronizzato Re [4].

Il 18 settembre, vigilia della festa di San Gennaro e nella quale suole concorrere molta gente al Santuario di Pozzuoli, suscita allarme la voce diffusa che Giacomo Livrea, il comandante del castello, vuole dar fuoco alle polveri.
A Pozzuoli è mandato il maggiore Giuseppe Mangili, con un distaccamento di garibaldini che si accampano nella pubblica piazza della Malva, con la decisione di non attaccare il forte ma di bloccarlo. 
Come tutte le truppe occupanti anche i garibaldini di Mangili hanno necessità di vettovaglie, per il loro sostentamento, pertanto procedono a requisizioni forzate di viveri. Commercianti, contadini e pescatori ben sanno che i beni requisiti mai verranno risarciti, pertanto aizzano il popolino del borgo contro queste truppe che comunque, per evitare ulteriori disordini, sono prontamente richiamate e sostituite da altro distaccamento comandato dal capitano Viggiano, ufficiale che non proviene dai garibaldini.

Queste nuove truppe s’avvicinano al forte di Baia il giorno 26 settembre ma una sortita di quella guarnigione mette in fuga tutti coloro che hanno osato accostarsi troppo alla roccaforte.
Però, mancando i viveri e vedendo sempre più ingrossarsi le file del nemico assediante, Livrea invia a Gaeta, per mare, tutta la polvere che ha superflua e tratta la resa con il capitano Viggiano. Fra i patti della capitolazione c’è quella di pagare gli arretrati alla guarnigione borbonica, per l'ammontare di circa 600 ducati, e consentire di raggiungere il Re a Gaeta ai moltissimi che esprimono tale desiderio.
Si conclude così l'attività bellica di quel Castello che per vari secoli è stato uno dei più importanti baluardi della difesa costiera del regno.
Il primo ad entrare in quel forte è Marino Caracciolo, disertore della marina militare borbonica che come molti ufficiali, incoraggiati e ben pagati dall’ammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano, ha violato il giuramento reso alla real marina napoletana.
Nasce da questi moltissimi episodi di tradimento l’esclamazione tipica "mannaggia ‘a Marina", che si dice sia stata per la prima volta pronunciata da “Franceschiello”, ancora oggi diffusissima.

Ma ora il giorno 22 novembre, per motivo d’interesse, avviene un più grave incidente tra il beccaio puteolano Antonio Gaudino e alcuni garibaldini che, come al solito, vorrebbero “requisire” parte della merce in vendita.
Il macellaio, che probabilmente avrà di già subito simili attenzioni, chiede aiuto e giustizia al concittadino Gennaro Barletta che fa parte della Guardia Nazionale; una specie di polizia locale creata dai nuovi governanti al posto della Gendarmeria borbonica [5].

Il Barletta non riesce a domare gli animi dei “valorosi” garibaldini; pertanto ne nasce una furiosa rissa che provoca la morte dello stesso don Gennaro.
Subito la notizia si sparge per tutta Pozzuoli ed i suoi abitanti, stanchi di soprusi e promesse non mantenute, in preda al furore fa strage di undici garibaldini.
I sopravvissuti, del piccolo presidio militare di Pozzuoli, scappano verso Napoli ed i corpi degli uccisi sono frettolosamente sepolti dalla plebaglia, come riferiscono le fonti filogovernative, sotto la sabbia che forma la spiaggia antistante il Tempio di Serapide [6].

Giunta la notizia a Napoli, così come riportata dai superstiti garibaldini i quali giurano d’aver udito grida di “Viva ‘o Re”, si crede che a Pozzuoli sia in atto una sommossa borbonica.
Per questo motivo subito sono inviate truppe per sedarla, ma ben presto si chiarisce l’equivoco e tutto ritorna alla calma.
Probabilmente non vengono rintracciati i veri colpevoli sia tra la “plebaglia” sia tra i “garibaldini” che ormai, malvisti anche dai “piemontesi”, sono in procinto d’essere congedati e definitivamente allontanati dall’Italia meridionale.
Garibaldi ha donato il regno a Vittorio Emanuele e subito e ritornato a Caprera; Bixio, ora generale italiano, non può mettere in atto rappresaglie come fatto a Bronte; il nascente Regno d’Italia ha bisogno d’esperta gente di mare che Pozzuoli può fornire in abbondanza.

Giuseppe Peluso 


P.S.
Nello scrivere queste note, con il programma “Word” di Microsoft, ho evidenziato la parola “borbonica”, per cercarne un sinonimo, e con sommo dispiacere mi sono stati restituiti i seguenti termini: reazionaria; conservatrice; retrograda, retriva.


BIBLIOGRAFIA
www.brigantaggio.net – Pozzuoli: Vicende storiche che portarono al plebiscito
Raimondo Annecchino – Storia di Pozzuoli


Giuseppe Peluso

mercoledì 11 gennaio 2017

Guglielmo Giannini


Guglielmo Giannini
Dall’Uomo Puteolano all’Uomo Qualunque

Guglielmo Giannini [1] nasce a Pozzuoli il 14 ottobre 1891 da Federico, eccentrico giornalista d'origine pugliese, e dall'inglese Mary Jackson.
E’ piacevole ricordare che durante il ventennio a Papà Federico, ormai anziano e senza sostegni, il regime fascista propone un impiego, a sua scelta, e lui si offre al Duce come assistente quotidiano, con l’incarico di ripetergli ogni mattina: «Benì, nun te scurdà ca si fesso».
Una funzione simile a quella dello schiavo che ammoniva i duci romani durante i trionfi; purtroppo il regime non apprezza l’ironia e il pover’uomo resta senza sussidio.
Della Madre Mary sappiamo che nasce a Glasgow da Giovanni Guglielmo e da Elisabetta Kennedy, decana delle giornaliste irlandesi.
Mary è sorella di Giovanni Giorgio Jackson che fu dirigente del cantiere Armstrong di Pozzuoli, raffinato traduttore [2] e,

unitamente alla moglie Assunta D’Oriano, acquirente del secondo e poi del terzo piano dell’edificio, ubicato nella principale piazza di Pozzuoli, che da allora è comunemente riconosciuto come “Palazzo Jackson”.
Dalla Madre il nostro Guglielmo eredita probabilmente una certa dose di “empirismo” che nel futuro gli tornerà comoda.

Fondamentale, nella formazione di Guglielmo, è la figura del padre il quale, coerente con la propria fede anarchica, limita la frequenza scolastica del figlio alla quinta elementare provvedendo personalmente alla sua ulteriore istruzione che basa su ideali libertari.
Il comunismo è la passione giovanile del Giannini che nel 1946 ricorda:
"È orribile pensare che, da ragazzi, c'entusiasmava il comunismo di cui avevamo un'idea idilliaca. Poi, un po' più avanti negli anni, leggemmo il “Capitale” di quel fregnone di Carlo Marx, e ne rimanemmo affascinati per anni; fino a che la ragione, soccorrendo la naturale intelligenza, non ci provò che la biblica fesseria di Marx era la biblica fesseria che è".

Da bambino Guglielmo gioca “abbascio ‘o mare”, in quei vicoli che gli forniranno idee per le sue commedie dialettali, spunti per i suoi discorsi politici, esempi per le sue scaramanzie.
Si diverte tra nasse, reti, gozzi, mare e sole; tanto che il suo volto di rosea aragosta, scrive Gianni Race, sembrava quello di un qualunque marinaio puteolano.
Dopo svariati mestieri, da muratore a commesso in un negozio di tessuti, svolti tra la sua Pozzuoli e Napoli, dove la Famiglia s’è trasferita e dove nasce la sorella Olga che sarà deputata eletta nel fronte creato dal fratello [3].

Giovanissimo Guglielmo intraprende, forse per contrasti con la Famiglia, vari viaggi per l’Europa e al rientro in Italia inizia a farsi strada nel mondo del giornalismo introdotto dal Padre, al quale si è riavvicinato, che gli trasmette la passione per la scrittura.
Nel 1910, a soli diciannove anni, collabora al “Giornale del Mattino” diretto da papà Federico; passa poi al giornale umoristico “Monsignor Perrelli” e nel contempo si occupa con successo della rubrica mondana "Le Vespe" su “Il Domani”. Scrive con una prosa vivace che rapidamente gli porta popolarità.

Combattente di leva nella guerra di Libia (1911-12), e da volontario nella prima guerra mondiale (1915-18), dopo nove anni tra servizio militare e prigionia, va a vivere a Roma e torna al giornalismo come redattore capo del “Contropelo”. E’ poi direttore del “Monocolo”, infine fondatore e direttore della rivista cinematografica “Kines”.
Nel frattempo si sposa ed ha tre figli; la bellissima Gloria [4],

Yyvonne che diventerà una brava giornalista (dopo una parentesi da attrice in qualche film diretto dal Padre) e direttrice del settimanale “La Donna Qualunque”, e poi Mario, l’amatissimo figlio maschio.

Guglielmo diventa piuttosto famoso anche perché ha un fisico massiccio, alto e biondo e con portamento da gentiluomo va in giro avvolto in un doppiopetto di vistosa eleganza [5]. 

Ha sempre una sigaretta tra le labbra e una catenella che gli attraversa il panciotto per infilarsi in un taschino nel quale è nascosto un ciondolo a forma di pitale. Il tutto, assieme all’inseparabile monocolo, gli dà decisamente un’aria d’altri tempi.

E’ un napoletano verace e stravagante, amabile e irruente, divertente e sopra le righe, anticonformista, pirotecnico e contestatore. Ama circondarsi di amuleti, sfoggia un portachiavi che ha un fallo d’oro, munito di ali, che getta con noncuranza sotto il naso delle signore della Roma bene; come a dire:
“a buon intenditore, poche parole”.
Si racconta che gli venne presentato un giovanissimo Giovanni Spadolini già noto per la sua immensa erudizione. Spadolini gli snocciola un buon quarto d’ora di sapienza storica. Giannini gli tocca la guancia paffuta e gli dice:
«Ne’ giuvinò! Chiavamm’!»
Un invito esplicito ad occuparsi meno dei fatti della storia e più della carne, come fa lui che ama le belle donne, la bella vita, la buona cucina.

Nonostante sia in possesso della sola “Licenza Elementare” è un uomo amabile e geniale; scrive benissimo e parla quattro lingue; suona il piano, il mandolino e la chitarra [6].

Del suo essere partenopeo così riferisce:
«Essere napoletano dà un senso di sventura; io che non posso dimenticare di esserlo ogni tanto mi umilio e mi faccio piccino. Poi, come accade in questi speciali momenti, mi credo di nuovo superiore a tutti e proclamo che solo la mia terra partorisce gente degna. Tutto il resto dell’umanità mi appare allora composta di stomachevoli burattini; noi almeno abbiamo il pernacchio.»

Col passare degli anni viene fuori la sua estrosa personalità e tutto il suo talento; con lo pseudonimo di “Zorro” è autore di moltissime canzoni di successo che sono diventate dei classici ed è l’autore della “Canzone dei Sommergibili” che ancora oggi è l’inno ufficiale dei sommergibilisti italiani [7].

E’ attratto dalla nascente arte cinematografica per la quale si definisce uno esperimentatore e da solo costruisce una moviola che poi durante la guerra sarà costretto a vendere per acquistare alimenti alla borsa nera. Per il cinema scrive decine di soggetti ed è apprezzato regista di molti film, in alcuni dei quali recita la figlia Yvonne [8].

Ma Giannini è attratto soprattutto dal teatro che lo riporta agli anni della sua giovinezza, ai personaggi della strada.
Le sue commedie, in totale ne scriverà 54 spesso rappresentate da proprie compagnie teatrali e da attori famosissimi, gli procurano, negli anni trenta, un certo successo e benessere.
Queste, appartenenti al genere giallo-comico e rosa, sono attaccate dalla critica fascista perché non esprimono il "tipico teatro del tempo". In effetti titoli come “La bambola parlante” (1932), “Mimosa” (1934), “La casa stregata” (1934), “Mani in alto” (1935), “Supergiallo” (1936), “Maschio e femmina” (1937), “Eva in vetrina” (1939) esprimono, per i seguaci del regime, soltanto il "tipico teatro borghese, il tipico teatro da cucina”.

Come molti italiani, Giannini accetta passivamente, anche se benevolmente, il fascismo durante il quale la sua vita è caratterizzata da un sostanziale disimpegno politico; "fu una vita (ricorda sempre nel 1946) che mi piaceva trascorrere giocondamente, poco curandomi delle sciocchezze che udivo o leggevo”.
Ammise poi di aver scritto due commedie fasciste, “L'angelo nero” (1935) e “Il miliardo” (1942), e qualche articolo, come “Il granello di pepe”, contro il monopolio inglese di tale spezia, apparso sul “Corriere di Napoli” il 21 luglio 1940. Nel procedimento d'epurazione avviato contro di lui nel 1945, inoltre, viene fuori una sua lettera del 10 agosto 1940 al ministro Pavolini nella quale paragona il fascismo a un nuovo rinascimento e Mussolini a Lorenzo il Magnifico.
Comunque i compromessi col fascismo non vanno oltre questi episodi; non costituiscono certo gravi colpe l'aver ottenuto dal ministero della Cultura Popolare, come altri autori, contributi per le proprie compagnie teatrali, né l'iscrizione al Partito Nazionale Fascista nel 1941, indispensabile, evidentemente, per poter proseguire in tranquillità l'attività professionale.

Ma la seconda guerra mondiale muta radicalmente l’atteggiamento del commediografo puteolano che è profondamento segnato dalla perdita dell'unico figlio maschio, Mario morto in un incidente aereo mentre si trova sotto le armi. Così Giannini lo ricorda:
"Una meravigliosa creatura d'amore, che cessò di vivere all'età di ventuno anni, undici mesi, ventisette giorni, nel pieno della salute e della bellezza, il 24 aprile 1942. Una versione ufficiale dice che egli cadde nell'adempimento del proprio dovere verso la patria, ma in realtà fu assassinato insieme a milioni di altri innocenti esseri umani da alcuni pazzi criminali che scatenarono la guerra".

Giunge il 25 luglio 1943 e Giannini, con 25 anni di più e lo strazio dei suoi lutti nel cuore (nel 1943 perde anche il Padre morto quasi di stenti per una polmonite buscata in un rifugio durante gli allarmi aerei) matura avversione per il fascismo e un impellente desiderio di impegno politico.
Si rende conto che con quella sua assenza dalla politica, durata un quarto di secolo, ha contribuito a rovinare la sua Patria, poiché solo a causa dell'assenza sua e d'altri milioni d'italiani che, come lui, hanno egoisticamente badato solo ai propri affari, Mussolini è divenuto padrone d'Italia.
Diventa urgente, nell'animo semplice del Giannini, tentare di realizzare una grande riforma del potere, capace di impedire l'eterno susseguirsi, nella storia, di guerre, lutti e distruzioni.
Propone, come soluzione all'eterno dramma dell'umanità, il passaggio dallo "Stato etico" allo "Stato amministrativo", che significa il trasferimento dell'effettivo governo dai politici alla burocrazia, composta "di persone che sanno governare, illuminandoci le strade di notte, provvedendo a che le fognature funzionino, e che le derrate arrivino sui mercati e a tutti gli altri bisogni pubblici".

Giannini decide di riparare al suo errore e d'entrare in un partito politico; tenta di farsi accogliere, con le sue idee rivoluzionarie in qualcuno dei ricostituiti partiti, ma è respinto da tutti. Vani risultano anche i suoi contatti per entrare nella redazione di un giornale; così decide di presentare alle occupanti autorità alleate domanda per poterne stampare uno proprio.
Nel 1944 fonda a Roma il settimanale “L'Uomo Qualunque” [9], dal quale prenderà il nome il movimento d'opinione detto appunto “Qualunquismo”.

Il successo del nuovo settimanale, 80.000 copie vendute in due giorni, è accresciuto dal procedimento d'epurazione conclusosi il 16 maggio 1945 con una sentenza che si limita a infliggergli, quale giornalista, la "sospensione di un mese, col significato di censura solenne".
L'episodio conferma l'inconsistenza dei trascorsi fascisti di Giannini che abilmente lo sfrutta per porsi come simbolo degli italiani "oppressi" dalle ingiustizie dell'epurazione, dal comportamento dittatoriale dei Comitati di Liberazione e dai presunti progetti rivoluzionari delle sinistre.
Nell’autunno del 1945 la diffusione di “L'Uomo qualunque” tocca le 850.000 copie e Giannini, nella sua martellante polemica, fa sfoggio di tutto il suo stile che oscilla tra ironia, sberleffi e insulti volgari. Al fondo delle sue ingiuste generalizzazioni esiste una verità di cui sono consapevoli anche gli esponenti dei partiti antifascisti; l’epurazione, lungi dal punire i veri responsabili e complici della dittatura, sta colpendo soltanto i "pesci piccoli", in una generale situazione di trasformismo che vede il pieno reinserimento della classe dirigente del periodo fascista nella nuova realtà politica.
In giro si dice: «Solo da noi i fascisti diventano antifascisti» e celebre diventa la sigla “UPP” (Uomini Politici di Professione), coniata dallo stesso Giannini.

Nel luglio 1945 pubblica anche il volume "La folla" [10],

dedicato al figlio Mario e, in fondo, anche al padre; il libro parla delle dittature, della storia, delle guerre, dei governi, dei partiti, dei popoli. In questo trattato esprime le sue idee e "Capi" e "Folla" sono, in questo testo, gli elementi antagonisti della storia dell'umanità. I primi si identificano negli "uomini politici professionali" in eterna lotta tra di loro per la conquista dei vantaggi personali conferiti dal potere; la “folla” è invece costituita dai "galantuomini", cioè dalla gente di "buon senso, buon cuore e buona fede, onesta laboriosa e pacifica che forma l'enorme maggioranza della popolazione in tutti i paesi del mondo".
In fondo sono le stesse affermazioni di Totò nel film “Siamo uomini o caporali?”, quando parla degli “uomini qualunque” che nella loro semplicità si contrappongono agli odiosi caporali avendo puntualmente la peggio.

In questo periodo Parri è il leader della coalizione alla guida del Paese e grande è, specie nel Meridione che non ha vissuto la stagione della Resistenza, la diffidenza nei confronti di questo governo che si è presentato dopo la Liberazione come espressione del "vento del nord" e che Giannini ribattezza "rutto del nord". Nel dicembre 1945 questo governo è costretto alle dimissioni, per iniziativa del Partito liberale italiano, e questa caduta è considerata conseguenza dell’enorme successo scaturito delle battaglie di dura opposizione a mezzo stampa del Giannini che convince i liberali a rendersi anch'essi interpreti del malumore dei moderati.
Impressionato dall'impetuosa crescita dei consensi attorno alla sua azione giornalistica, Giannini scrive con enfasi di non poter rimanere insensibile di fronte al "grido di dolore" che si leva verso di lui da ogni parte d'Italia.
Pertanto intensifica gli sforzi per convincere il partito liberale ad accettare la confluenza in esso del suo movimento d'opinione. Il secco rifiuto dei dirigenti liberali e dello stesso Benedetto Croce induce Giannini a scendere in prima persona nell'agone politico, con la pubblicazione, nel novembre 1945, del programma politico dell'uomoqualunque.
Cerca finanziatori per il suo progetto e li trova nei Fratelli Scalera, industriali del cinema proprietari di una importante villa a Bacoli, con cui ha già lavorato e che accettano di servire da prestanome. Nasce così il “Fronte dell'Uomo Qualunque” e a Roma, nel febbraio 1946, si celebra il suo primo congresso nazionale [11].

Il Movimento partecipa, seppure non in tutte le circoscrizioni, alle elezioni per l'Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 che, come è noto, si svolgono in simultanea con il quesito referendario sulla scelta istituzionale, tra Monarchia o Repubblica.
Giannini, nel corso dell’animata campagna elettorale, percorre l’intera Italia e tiene un comizio [12] anche nella piazza principale di Pozzuoli dove tra gli oltre duemila ascoltatori ci sono studenti repubblicani che fischiano, comunisti che gridano, socialisti che protestano.

Insomma, come già successo in altre “piazze calde” tentano di boicottarlo e di non farlo parlare; ma quando la gazzarra si fa alta Guglielmo grida:
«Ma come, mi fanno parlare dovunque… Vengo in piazza per parlare ai miei concittadini e questi mi prendono a fischi.»
C’è un momento di smarrimento tra la gente che poi si accalca curiosa.
«Vi meravigliate? Sono puteolano come voi e vi chiedo di ascoltarmi!»

Giannini ottiene un significativo successo nelle elezioni rivelandosi, con oltre 1.200.000 voti, il 5,3% di percentuale e 30 seggi, il quinto partito a livello nazionale.
La sua affermazione è destinata a rivelarsi ancora più strepitosa nei mesi successivi quando Alcide De Gasperi, con la sua Democrazia Cristiana, conferma la sua strategia politica varando un governo fondato essenzialmente sulla collaborazione con comunisti e socialisti. Questa scelta diventa l'obiettivo polemico centrale dell'opposizione qualunquista; Giannini presenta il suo partito come il "vero" partito dei cattolici in contrapposizione alla DC accusata, in quanto alleata dei comunisti, di tradimento della religione e di "bolscevismo nero"; in un suo discorso proclama:
"C'è un partito che dovrebbe essere un partito di ordine e che invece è il partito del disordine e dell'equivoco, il quale ha monopolizzato quella che è la Cattolicità; questo partito non ha fatto altro che compromessi, trattative, mancando all’obbligo contratto con otto milioni di italiani.”

Questa politica porta ad ulteriori forti consensi e i risultati delle elezioni amministrative del novembre 1946 rivoluzionano il quadro politico italiano. Il Fronte dell'Uomo Qualunque si rivela, a Roma e nell'Italia meridionale, il partito più votato, e la maggior parte del suo incremento elettorale avviene ai danni della D.C. che esce da queste elezioni letteralmente sconfitta.
Lo strepitoso successo qualunquista assume l'evidente significato di una protesta di massa della piccola e media borghesia moderata contro la continuazione della collaborazione con comunisti e socialisti perseguita dal governo De Gasperi.
Ma nel 1947 il partito "qualunquista" assume un atteggiamento più conciliante verso la DC che, dopo ampia riflessione critica, ha estromesso i comunisti dalla compagine governativa; questo rappresenta l’inizio della fine del successo popolare del Fronte che poi subisce un netto ridimensionamento con le politiche del 1948. Il clima di estrema contrapposizione ideologica fa rifluire da destra verso la DC le masse dei ceti medi moderati, convinte che il partito di De Gasperi rappresenti l'unica diga sicura contro il comunismo.
Giannini definisce “false e bugiarde" le ideologie che si affrontano e semplici "fesserie la sinistra e la destra, il fascismo, l'antifascismo, il comunismo, l'anticomunismo" [13].

L'Italia, a suo avviso, non dovrebbe aderire a nessuno dei due blocchi, ma impegnarsi nella costruzione degli Stati Uniti d'Europa, i quali dovrebbero dire all'Oriente e all'Occidente: “fate i vostri affari all'infuori di noi e tenetevi lontani dai nostri territori e dai nostri interessi".
Interessante un suo discorso, con cui lancia segnali in codice che non lasciano insensibile Togliatti, che fornisce un saggio della sua arte oratoria:
"Se il comunismo è elevazione degli umili, abolizione della povertà, benessere per tutti, Cristo era comunista, San Francesco era comunista, io sono comunista. Disgraziatamente il partito comunista italiano si rivela sempre più come movimento nazionalista straniero.
Trovi modo di liberarsi dalle catene che lo avvincono a mentalità e poteri che sono fuori dai confini d'Italia e troverà in noi dei fratelli che lo aiuteranno a compiere la sua nobile missione sociale ".

Ufficialmente si crede che la mancanza di ideologia e l’inesperienza abbiano contribuito al fallimento dell’avventura politica del movimento che inizia così la sua parabola discendente. Prima delle elezioni politiche del 1953, abbandonato dalla maggior parte dei suoi collaboratori, Giannini scoglie il partito da lui stesso fondato.
Ma Achille Lauro, nelle pagine della sua autobiografia, ci svela i retroscena di quella che lui stesso definisce una “sporca operazione”.

Il segretario della DC Piccioni, con la benedizione di Costa, si reca da Lauro e lo prega di intercedere da concittadino con Giannini; “Bisogna fermarlo” gli dice, e questa è la grande occasione del Comandante.
Lauro si reca a casa del battagliero giornalista-politico, degente a letto per una fistola anale che gli produce dolori intensissimi tali da renderlo irrequieto. Giannini è poco incline al dialogo e non fa che ripetere in maniera ossessiva:
"Debbo dare un colpo in testa alla Democrazia Cristiana e lo darò!"
Non c'è spazio per alcuna trattativa, non resta che convincere singolarmente i deputati del partito a tradire. A tale scopo Lauro li convoca tutti ad una riunione segreta in una sala dell'Albergo Moderno di Roma e lì, con lusinghe mielose e velate minacce, riesce a convincerli in massa, assicurando loro la rielezione alle prossime consultazioni in un nuovo partito, che egli s'impegna solennemente a fondare e a finanziare.
Il 5 ottobre 1947 la mozione di sfiducia al governo De Gasperi è respinta con 270 voti contro 236, grazie unicamente ai 33 voti dei qualunquisti. E' il trionfo di Lauro e il tracollo di Giannini, che infuriato è messo in disparte a tacere.
I suoi giornali cessano le pubblicazioni dopo pochi giorni, perché vengono tagliati i fondi e, inquietante, cala il silenzio.
Lauro eredita il suo elettorato, quasi tutto meridionale, e sposta a destra anche notevoli frange di sottoproletariato, che sono così sottratte alle ammalianti sirene della sinistra. Una massa di voti per appoggiare il governo a Roma in cambio del “Nulla Osta” nell'amministrazione della città di Napoli.
Giannini, il nemico dei partiti che ha fondato un partito, il nemico degli uomini politici di professione che finisce soffocato dai politici di professione, assiste incredulo alla veloce fuga di questi professionisti che con altrettanta velocità erano saliti sul suo carro vittorioso.

Nel frattempo Giannini è tornato al suo grande amore, il Teatro, per il quale scrive ancora “Il sole a scacchi” (1950), “Il pretore De Minimis” (1951), “L’abito nero” (1951), “L’attesa dell’Angelo” (1952).
Comunque non rinunzia all'idea di un personale rilancio politico; nelle elezioni politiche del giugno 1953, rifiutato l'invito di Togliatti a candidarsi con il PCI, si presenta come indipendente nelle liste della DC e nelle successive, del maggio 1958, in quelle del Partito Nazionale Monarchico; in entrambe le occasioni, anche se eletto per un ricorso, subisce una cocente delusione.

Egli è tra i primi a intuire le potenzialità dell'immagine; memorabile la sua performance canora al "Musichiere", con il conduttore Mario Riva entusiasta che un politico, per la prima volta, mostri il suo lato ironico [14].

Giannini muore a Roma il 10 ottobre 1960 e sarà ricordato, più che per le sue indubbie doti artistiche ed oratorie, per il termine “qualunquismo” che nel tempo ha acquisito una valenza dispregiativa.
Da aggiungere che nipote prediletta di Guglielmo è la nota valletta e showgirl Sabina Ciuffini, nata dalla figlia Yvonne, lanciata da Mike Buongiorno nel programma televisivo “Rischiatutto” [15].

Indubbiamente Giannini ha sofferto di ingenuità e di dilettantismo, ma di sicuro ha avuto qualche giusta intuizione.
Come suoi concittadini possiamo ben dire che nella sua vita è stato di tutto, tranne che un uomo qualunque.


BIBLIOGRAFIA
Piero Melograni – L’Uomo Qualunque non ama la folla – 2002
Gianni Race – Pozzuoli – 1984
Sandro Setta – Guglielmo Giannini - Dizionario Biografico degli Italiani
Piero Vassallo - L’Uomo Qualunque, Geniale movimento in un vicolo cieco.
Generoso Picone – I napoletani – Ed. Laterza
Simona Capodanno – Guglielmo Giannini – Radio 24

Giuseppe Peluso