domenica 4 settembre 2016

La città di Arco Felice



La città di Arco Felice
Fondata nel 1890 e battezzata nel 1919

Wikipedia, la famosa enciclopedia online a contenuto libero, collaborativa, multilingue e gratuita, così definisce Arco Felice:

“E’ un quartiere di Pozzuoli con circa 10.000 abitanti, confinante con il comune di Bacoli. Il suo nome deriva dal vecchio Arco Felice, un'ampia porta all'antica città di Cuma, costruita nel I secolo dall'imperatore Domiziano, seppure essa non si trovi nelle immediate vicinanze della frazione abitata.
Si distingue da altri quartieri di Pozzuoli per essere quasi autonomo. Nel suo territorio vi sono infatti un ufficio postale, una circoscrizione comunale, varie scuole elementari e medie (inferiori e superiori) oltre ad un alto numero di attività commerciali. Ampia è la presenza di luoghi di ritrovo: bar, ristoranti, pub e pizzerie che nel fine settimana richiamano un notevole afflusso di giovani da tutta la provincia. È servita dalla Ferrovia Cumana che la collega in circa 4 minuti al centro storico di Pozzuoli, oltre che da varie linee di autobus urbane ed extraurbane. Ad Arco Felice termina il percorso della Tangenziale di Napoli con l'uscita numero 14. Dopo di essa la strada prosegue come Strada Statale 7 quater Domiziana.
Il quartiere di Arco Felice è famoso poiché si trova non lontano dal Lago d’Averno, considerato nell'antichità l'ingresso agli Inferi; la cosiddetta Grotta della Sibilla; l'Oasi naturalistica del Monte Nuovo; lo Stadio "Domenico Conte". Oggi la sua notorietà è dovuta anche agli stabilimenti balneari, molto frequentati durante i mesi estivi, seppure in tono minore rispetto al passato.”

In questa definizione nessun accenno è riservato alla recente fondazione di Arco Felice [1], o meglio invenzione, da parte della Cumana; e per cumana non si intende l’omonima Sibilla, ma la ferrovia che porta questo stesso nome.

In Italia è nel mondo sono numerosi i casi in cui una stazione ferroviaria concorre a rinominare un territorio in precedenza conosciuto con altro appellativo, specie se precedentemente disabitato.
La maggior parte delle circostanze riguarda le stazioni, quasi sempre poste a valle o lungo la costa, di centri abitati che sorgono su alture non direttamente raggiungibili dalla strada ferrata.
Pertanto attorno alle relative stazioni sono sorti grossi agglomerati che hanno preso il nome di scalo, ad esempio Vairano Scalo, Orvieto Scalo, etc..

Sulla linea della Ferrovia Cumana, fin dalle origini, persistono due tipici casi.
Il primo è relativo alla stazione creata tra Bagnoli e Fuorigrotta in località "Ponte Lungo", dal nome del ponte che permetteva alla via Regia d'oltrepassare un alveo che, proveniente dalle colline che circondano la Conca di Agnano, fluiva verso il mare.
Questa fermata, per motivi turistici, è nominata “Agnano Terme” ed è realizzata nel punto in cui la strada ferrata passa vicino alle numerose terme esistenti.
Così esse possono essere facilmente raggiunte dalla sempre più numerosa clientela che, dalla seconda metà dell’ottocento, si reca a fare le “acque”.
Col tempo anche i dintorni della stazione, che comunque insiste sul quartiere urbano di Bagnoli, sono assimilati al Territorio di “Agnano”; come dimostrano cartoline e dépliant che così identificano la zona [2].

Il secondo caso, oggetto di queste righe, riguarda la stazione di Arco Felice; una fermata creata dalla cumana sin dall’inizio dell’esercizio ferroviario nel 1890. All’epoca una cattedrale nel deserto, circondata dal nulla [3].

La stazione è costruita, dove ancora oggi si trova, al termine del grande Cantiere Armstrong; in prossimità di un area che si spera poter destinare ad ulteriori insediamenti industriali.
Purtroppo per circa trent’anni non ci sono sviluppi in tal senso e solo nel 1918, grazie alle facilitazioni ottenute per investimenti bellici, la signorina De Sanna (figlia del defunto comm. Roberto, industriale, finanziere e mecenate) costruisce un grande Cantiere Navale proprio ai confini della Armstrong.
Al termine del conflitto la mancanza di commesse è fatale per questo cantiere, come per la stessa Armstrong e per l’ILVA di Bagnoli.

Per questa stazione [4] sono proposte varie denominazioni: Balipedio (perché vicinissima al poligono di prova delle artiglierie); Bambinella (perché adiacente alla omonima punta); Cuma (perché sulla strada che tutti percorrono per raggiungere la rocca euboica).

Poi si decide di battezzare Fusaro-Cuma la stazione adiacente alla casina Vanvitelliana, che giustamente è più vicina alla rocca; pertanto per la nostra stazione si fa qualche passo indietro e la si denomina, sempre per attirare flussi turistici, col nome di Arco Felice.
E’ la prima volta che questa parola compare in questa zona ed è lo stesso termine con cui è conosciuto un maestoso monumento, all’epoca cadente nel territorio di Baia [5], posto fra i monti Euboici in mezzo di una stretta valle sotto di cui passa la via Domiziana; la porta di accesso all’antica città greca.

Naturalmente per il Territorio è una denominazione del tutto nuova; in genere è riconosciuto come Punta Caruso, Villa di Cicerone o Punta Bambinella; il Dubois ancora ai primi del novecento nomina la zona come Bamminella [6].

In nessun vecchio testo riscontriamo la denominazione Arco Felice per questa zona che, in linea d’aria, dista oltre tre Km e mezzo dalla porta da cui prende nome. I Km diventano quattro percorrendo le strette cupe dell’epoca che seguono due ben distinti tracciati: quello dei Laghi e delle Mofete [7],

oppure quello di Taiano e della Schiana [8].

Entrambi attraversano due piccole comunità contadine ben riconoscibili; quella di Lucrino che si raccoglie attorno alla Cappella di San Filippo e gravita nell’orbita del Casale di Baia (ancora comune di Pozzuoli fino al 1919) e quella di Taiano che si raccoglie attorno alla cappella di S. Antonio Abate e gravita nell’orbita del Casale di Torre S. Chiara.
Praticamente la nuova Arco Felice, oltre ad essere distante dal monumento da cui prende nome, è da esso separato da altre comunità che di già hanno autonome e consolidate tradizioni.

Il Mazzella, nel suo “Antichità della Citta di Pozzuolo” del 1591, scrive che nella piana che dal Monte Barbaro va a mezzogiorno verso il mare, a tramontana va fino al Lago d’Averno, da ponente va al Sudatorio e da oriente va alle stesse falde del Barbaro, sorge un monte detto dai paesani “Nuovo”, che fù fatto in un giorno e una notte e questa stessa piana il Mazzella la chiama “Della Montagna Nuova” [9].

Il Sarnelli, nella sua “Guida dei Forestieri di Pozzuoli” del 1709, scrive che da Pozzuoli fino al Lago d’Averno non si vede altro che i luoghi ove furono la Villa di Cicerone, gli Horti di Cluvio, di Pilio e di Lentolo.

Il Palatino, nella sua “Storia di Pozzuoli” del 1826, dopo la descrizione dei resti del Tempio delle Ninfe ai piedi della Starza, dice che poco lungi dalle sopradette colonne si ammira il così detto Monte Nuovo e poi il Lago Lucrino.

Ancora nel 1909 il volume dedicato ai Campi Flegrei di “Italia Artistica” non fa alcuno accenno ad una località denominata Arco Felice e quando ne inquadra il territorio, in una famosa foto scattata dalla sommità di Monte Nuovo, cita il solo “Cantiere Armstrong” [10].

La località, nonostante le speranze riposte, continua ad essere abitata dai pochi agricoltori raccolti nelle antiche masserie, alcune ancora di proprietà dalla Mensa Vescovile di Pozzuoli e concesse in enfiteusi a vari coloni.
La stessa Ferrovia Cumana nelle sue tabelle orarie, fino agli inizi della Grande Guerra, chiarisce che in questa stazione (come pure in quelle di Agnano, Cappuccini, Cantiere, Lago Lucrino e Cuma-Fusaro) i treni fermano solo su richiesta dei viaggiatori che debbono preventivamente avvertire il capo treno.
Comunque su alcuni treni diretti, della tratta Torregaveta – Baia – Pozzuoli, la fermata non sarà possibile neppure prenotandola [11].

E questo a dimostrazione della scarsa frequentazione dei luoghi fino a tutto i primi anni dieci del novecento quando si avvertono le prime novità.

L’Armstrong si afferma come la massima fabbrica di artiglierie navali italiana, e tra le principali mondiali, e la sua produzione subisce un notevole incremento, prima per lo scoppio della guerra italo-turca e poi con la guerra mondiale.
Sempre più immigrati raggiungono Pozzuoli da altre cittadine della Campania e del basso Lazio. Non tutti trovano alloggio al vecchio centro storico e molti si adattano in casolari e ruderi abbandonati posti tra la fine della Starza e le pendici del Monte Nuovo; comunque nelle vicinanze del grande Opificio.

Sorgono piccoli laboratori, oggi diremmo l’indotto, ma anche il grande “Cantiere Navale e Officine Meccaniche di Arco Felice” che, con un capitale versato di cinque milioni di Lire, dà lavoro a 212 persone. Questo cantiere sorge in quella piccola insenatura naturale delimitata da Punta della Bambinella e da Punta Caruso [12]. 

Sono creati capannoni e ben tre scali che vanno a modificare la morfologia della costa che alla fine degli anni ’30 sarà sede del nuovo Lido Raja.
Il Cantiere Navale è una delle prime, e tra le più importanti, aziende ad iscriversi alla nascente “Unione Regionale Industriale”. Maria De Sanna ne è la presidente, Tommaso Romano l’amministratore delegato e l’ing. Della Rocca il direttore tecnico. Tra i componenti del consiglio d’amministrazione troviamo anche l’ing. Ettore De Nicola che, come l’ing. Della Rocca, risiede nella puteolana Villa Maria alla Starza dove c’è la Direzione dello stabilimento.

Intanto domenica 21 dicembre 1919 nel cantiere navale di Arco Felice è varata la prima motonave costruita in quel sito ed è interessante riportarne la cronaca della cerimonia così come descritta dal giornale “don Marzio” [13]:

“La cerimonia svoltasi ieri nella incantevole insenatura di Arco felice, a tre chilometri da Pozzuoli, segna un primo, grandioso successo dei Cantieri Navali e Officine Meccaniche “Arco Felice” sorti, or è un anno, per opera di quella eletta anima femminile che è la signorina Maria de Sanna.
Il solo nome di Maria de Sanna evoca una infinità di contributi dati al risveglio morale della nostra città: non vi è opera di beneficenza e di solidarietà sociale che non ha trovato sempre nel suo intelligente sorriso una patrocinazione bastevole e nobilissima!
Fu una festa magnifica quella che nella incantevole, meravigliosa mattinata di ieri richiamò ad Arco Felice, da ogni parte di Napoli e dintorni, la gran folla che si assiepava nei pressi del Cantiere imbandierato per assistere al varo dell’Arco Felice II che si ergeva maestosa sullo scalo accanto alle altre due navi gemella appena abbozzate.
L’Arco Felice II è di una fattura sorprendente. Misura una lunghezza di metri sessantadue e cinquanta ed una larghezza di metri dieci e trenta; ha una stazza lorda di 850 tonnellate ed una portata massima di 1350 tonnellate.
Le due macchine, le eliche, la caldaia a vapore, gli organi di manovra, le ancore di ormeggio, il timone, sono quanto di più perfetto sia stato creato nel genere.
La bella nave, che ha una velocità di nove miglia all’ora, è provvista di un impianto a vapore per la estinzione degli incendi e per lavaggio; ha quattro alberi, tre boccaporti e gli ausiliari a vapore ed a motore per l’esaurimento delle sentine.
Infine l’Arco Felice, che è stata costruita sotto la sorveglianza speciale del Registro Navale Italiano, ha quanto di meglio possa oggi desiderarsi dai più apprezzati tecnici.
Con treno speciale, diretto ad Arco Felice, alle ore 9,50 partirono dalla stazione di Montesanto le Autorità ed un imponente numero di invitati per partecipare alla simpatica cerimonia del varo.
Fra gli invitati notavansi moltissime signore e signorine della nostra aristocrazia.
Alle 12 precise ebbe inizio la funzione.
Il vescovo di Ischia mons. Ragosta, che indossava i sacri paramenti, preceduto dalla Croce astile, dal Clero e dal Capitolo di Pozzuoli, e seguito dalla signorina Maria de Sanna, dalla signorina Fanny Marincola de Petrizzi, dall’egregio R. Commissario di Pozzuoli Duca Niutta, che rappresentava anche il Prefetto Gr. Uff. Sansone, dal cav. Tommaso Romano, Presidente del Consiglio d’Amministrazione dei Cantieri e dai componenti di esso comm. Giuseppe Di Luggo [cugino di Roberto De Sanna], cav. Luigi Astarita, avv. Ettore De Nicola, cav. Biagio Borriello e cav. Millosevich, procedette alla benedizione della nave. Indi gli operai abbatterono i puntelli e si dettero ad ultimare le altre operazioni per il varo.
Alle ore 14,10 la madrina signorina Fanny Marincola di Petrizzi tirò violentemente il laccio dal quale pendeva una bottiglia di champagne Piper Heedsich che si infranse subito contro la nave, fra le acclamazioni entusiastiche dei presenti. Ed il battesimo fu un fatto compiuto.
Cominciarono, quindi, le manovre per il varo, operazioni eseguite sotto la direzione del cav. Romano e del valoroso Direttore Tecnico dei Cantieri ing. Della Rocca.
Furono momenti di emozione intensa, gli sguardi di tutti convergevano sugli operai commossi anch’essi nell’imminenza di veder felicemente coronate le loro fatiche.
In poco tempo il lavoro fu ultimato.
L’ing. Della Rocca, con voce ferma, fra il religioso silenzio dei presenti, comandò: “In nome di Dio, tagliate le trinche!” e la bella nave, prima lentamente, poi con maggiore velocità, scese nel mare spumeggiante che il sole inondava di luce.
Gli urrah de le maestranze, lo stridio delle sirene, lo sparo delle bome carte e gli incessanti battimani degli spettatori salutarono l’avvenuto varo, che segna il primo grandioso successo dei Cantieri Navali e Officine Meccaniche Arco Felice.
Dopo il varo agli invitati è offerto un buffet sontuosissimo e quindi il treno speciale riporta tutti a Napoli.
Fra gli intervenuti abbiamo notato: la signorina Maria de Sanna, la baronessa Compagna Soulier [il padre era il senatore Enrico Soulier e lei, Margherita, è ricordata per aver donato al museo di Capodimonte una interessante collezione dì ritratti],  la marchesa Serra di Gerace, la contessa Marincola di Petrizzi e la sig.na, donna Fanny e donna Maria Marincola di Petrizzi [rispettivamente zia e cugine di Maria de Sanna], Matilde Serao [non necessita di presentazioni], donna Maria Cantù Berti, la sig.na Maria Pia Pironti, la sig.na Bice Consiglio, la marchesa de Franciscis di Castelvetere, la sig.na Iappelli, la signora Maglione Bruno, la signora Dupont Fratta, la signora Caprioli Malatesta, la signorina Carafa d’Andria, la signorina Betocchi, la marchesa Porcinari, la signora Rispoli, la signora Cacci e le signorine, la signora Antonelli e le signorine, la signora Astarita e le signorine, la signorina Elena Tarsia, la signora Pintor Mameli e le signorine, la signora Rossi, la signora Maria Calabresi-Sorge, la signorina Sorge, la signorina Elena de la Field, la signora Imbert Schioppa, la signora Carpi, le signorine Aspasia ed Anna Lubrano, le signorine Sandrina ed Antonella Morabito, la signorina Maria Russo, la signora Gemma Longobardi, la signora d’Emmanuele, la signora Della Rocca, la signora de Ruggiero e le signorine, la signora Rolla, la signora Bufi, la signorina Faiella, la signora Cutolo e la signorina, la signora Bruno, le signorine Conti ed altre moltissime.
Fra gli uomini: S.E. l’ammiraglio Salazar [il suo nome era Edoardo, era il Direttore generale dell'Arsenale di Napoli e fu poi senatore del Regno] in rappresentanza anche del comandante del Dipartimento ammiraglio Del Bono, il duca Niutta per il Prefetto comm. Sansone [Don Giovanni duca di Niutta, e marchese di Marescotti, sarà il grande protagonista, con il Re Vittorio Emanuele III, dell’inaugurazione del monumento a Diaz a Napoli], il conte Pintor  Mameli vice Prefetto di Pozzuoli [Romualdo Pintor Mameli, poi prefetto di importati città italiane], il conte Pecori Giraldi [direttore dell’Armstrong di Pozzuoli e padre dell’ammiraglio Corso nato a Pozzuoli], il comm. Amendola, direttore del Banco di Napoli [Salvatore Amendola, intimo amico di Lamont Young],  il comm. Teodoro Cutolo [vecchio amico di Roberto de Sanna e socio della SAD], il comm. Alvino, il comm. Capodanno della Banca della Penisola Sorrentina, il cav. Vitale [ovvero ing Ettore, presidente del Risanamento Napoli], l’avv. Maglione, il barone Luigi Compogna, il comm. Carlo Caprioli, il comm. Betocchi, [Alessandro Betocchi, vecchio amico e socio in affari di Roberto de Sanna], il duca di Castelmola, il sub commissario comm. Iappelli [acquisterà una proprietà a Pozzuoli in via Mliscola], il marchese Pio Ferri, il maggiore Cesare Cantù [nipote dello storico, letterato e deputato omonimo], l’avv. Carlo Venditti, il conte Carafa d’Andria, il marchese Porcinari, l’ing. Dupont [Lambert Adolphe Dupont di Liegi ed amministratore della “Société Anonyme des Tramways du Nord de Naples”], il comm Spicacci [maestro di piano ed autore di brani], il colonnello d’Emmanuele, il comm. Santasilia, il barone Riccardo Ricciardi [che fu famoso editore], il capitano Filippo Criscuolo, il conte Giuseppe Calletti e numerosissimi altri.”

Il battesimo della nave, che come visto porta il nome “Arco Felice”, ci piace identificarlo con il battesimo della stessa cittadina che con la grandiosa manifestazione acquisisce notorietà e visibilità.
Nonostante la depressione post bellica la vicina Lucrino inizia ad procurarsi rinomanza per i suoi eleganti bagni marini e per le graziose villette che ora sorgono sempre più numerose. In poco più di dieci anni l’accorta imprenditoria puteolana e napoletana, approfittando della amenità dei luoghi e della meravigliosa e incantevole vasta spiaggia, creano un connesso complesso di Lidi, Campi sportivi, Piste, Club, Alberghi e Ristoranti.
Il tutto è agevolato dalla presenza della Ferrovia Cumana e col tempo arriva anche l’idea di un titolo di viaggio con un pacchetto globale che oggi diremmo “all inclusive”. Nel costo del biglietto, oltre al viaggio di andata e ritorno e l’ingresso agli stabilimenti balneari, sono previste escursioni, visite guidate e pranzo compreso.

Inizia così l’epoca d’oro del Litorale Flegreo e di questa rinascita ne giova la vicina località che giorno dopo giorno inizia sempre più ad essere identificata come Arco Felice, dal nome della stazione con cui la si raggiunge.
Nascono il Parco Caruso [14], 

il Parco De Martino [15] 

e l’elegante rione di villette artistiche moderne, con terrazze e giardino, con o senza garage, costruito e commercializzato dalla “CME Construction Co” con sede a Napoli.
Un dépliant turistico [16], 

dei primi anni ’30, definisce Arco Felice “Nuova Cittadina Giardino” e specifica che essa si trova tra Pozzuoli e Lucrino, circondata da colline amene, in una zona eminentemente storica.
Il volantino aggiunge che c’è Veduta Incantevole, Aria Salubre, Spiaggia Balneare, Tennis Club, Pattinaggio, Equitazione, Zone di Cura, Massimo Confort; il tutto a 25 minuti dal capoluogo, con auto o con ferrovia elettrica.
Qualche anno dopo, con la costruzione del grandioso Lido Raja [17] e del progettato vicino Albergo, Arco Felice raggiunge l’apice della sua celebrità.

Purtroppo il doloroso periodo bellico interrompe questa ascesa e la località è stravolta da approntamenti bellici [18]; 

alberghi ed altri edifici sono fatti saltare dai tedeschi in fuga. Il Complesso Raja, requisito, diventa base dei servizi segreti americani; il Monte Nuovo è utilizzato come campo d’addestramento dei Rangers [19] destinati allo sbarco di Anzio.

Ma il mondo gira, passa e va; sempre più strati di popolazione, favoriti dal nascente boom economico, vuole dimenticare e divertirsi; i Lidi riprendono le loro attività, Alberghi e Ristoranti riaprono i battenti. Nuovi quartieri, specialmente d’edilizia privata e cooperativa sorgono ad Arco Felice e nelle sue vicinanze.
I residenti, nonostante l’adolescenza del centro, acquisiscono una mentalità autonomista favorita anche dai numerosi punti di aggregazione e di passeggio che felicemente la differenziano dalle numerose periferie dormitorio [20].

Il culmine di questa ventata d’autonomia lo si raggiunge con l’entrata in vigore del Codice di Avviamento Postale, un Codice anomalo quello assegnato ad Arco Felice, meritevole di un trafiletto separato.

Poi la cittadina si ritrova praticamente inglobata nella stesso rione di Lucrino, e dei nuovi insediamenti popolari della Schiana, di Sotto il Monte, di Toiano; estesi quartieri abitati da veraci puteolani che qui si sentono di casa.
Sono questi, ormai maggioranza, che hanno smorzato quella spinta autonomistica che fino a tutti gli anni ’60 ha aleggiato tra gli amici di Arco Felice.

Giuseppe Peluso

martedì 5 luglio 2016

Vacanze a Ischia

Vacanze a Ischia
con scugnizzi e summuzzate puteolane

Oggi come ieri, nella realtà come nella finzione, le “Vacanze a Ischia” iniziano sempre dal porto di Pozzuoli; così come narra l’omonima e famosa pellicola, diretta da Camerini, prodotta da Angelo Rizzoli nel 1956.

Rizzoli (1889-1970) è figlio di un ciabattino analfabeta che muore prima che egli nasca. Da bambino conosce l'angoscia della povertà e della miseria e viene inviato nel Collegio dei “Martinitt”; orfanotrofio dove cresce e impara il mestiere di tipografo. A vent'anni inizia la sua carriera di Imprenditore nel campo dell'editoria, con una piccola sede, e subito dopo la “Grande Guerra” in un moderno stabilimento. Nel 1927 acquista, dalla Mondadori, il bisettimanale “Novella; poi seguono “Annabella, “Bertoldo, “Candido, “Omnibus, “Oggi” e “L'Europeo”. Dopo i periodici, Rizzoli inizia nel 1949 a pubblicare anche libri; specialmente classici a prezzi popolari. Il “cumenda”, così è chiamato, inizia, con la “CINERIZ, anche l'attività cinematografica; con tale casa di produzione sono girati anche Umberto D." di Vittorio De Sica e la popolare serie “Peppone e Don Camillo”.

Nel 1951 Angelo Rizzoli sbarca ad Ischia dal suo panfilo “Sereno” e ha proprio l'aspetto di un commendatore; giacca a righe ben tagliata che comunque non maschera la pancetta, cappello leggero e immancabile sigaretta all'angolo destro della bocca. Attraversa la banchina dispensando sorrisi e, nella mano, stringe una banconota da "diecimila" per l'ormeggiatore.
Sceso, si guarda attorno e s'invaghisce di Ischia, specialmente di Lacco Ameno. In pochi anni costruisce alberghi, terme, ospedale e cinematografo.
Fa dell'isola la capitale del cinema italiano; richiama attori, reali incoronati e decaduti, finanzieri, stilisti e altra bella gente. E’ così che Ischia diventa la periferia della dolce vita romana.

Questo ennesimo nuovo film è praticamente un enorme spot pubblicitario d’Ischia, in gran parte ambientato nell’albergo Regina Isabella di proprietà del cummenda, che illustra tutte le bellezze dell'isola, da quelle del territorio a quelle delle sue acque termali. All’interno delle inquadrature spesso si nota la scritta “Regina Isabella”; il caso più ricor­rente riguarda l’insegna che troneggia sulla facciata neoclassica della stazione termale e il medesimo logo campeggia anche sullo scafo delle motonavi, sulle magliette dei marinai, nonché sul pulmino che trasporta a più riprese i personaggi per l’isola.
Ischia con il suo sole e le sue bellezze naturali attira i visitatori più diversi, che giungono da ogni parte per godersi nell'isola un gradevole periodo di vacanze; pertanto Camerini predispone un gruppo di protagonisti quanto mai eterogeneo di caratteri, che non potrebbero essere più differenti gli uni rispetto agli altri. Diversi per età, giovani e non giovani; per stato sociale, single e accoppiati; provenienza geografica, italiani e stranieri; appartenenza di classe, proletari, piccoli borghesi e alto borghesi. Lo spettatore ne fa subito conoscenza fin dalla prima sequenza del film, ambientata sul vaporetto che da Pozzuoli si accinge a trasportarli a Ischia Porto.


La scena iniziale riprende il lungomare Cristoforo Colombo di Pozzuoli ed è visibile il retro della chiesa di Santa Maria delle Grazie, l’esatto luogo dove oggi sono cippo e lapide in ricordo dello sbarco dell’apostolo Paolo.
Alla banchina è attraccato il lussuoso ed esclusivo panfilo “Sereno”, all’epoca il più grande del Mediterraneo, simbolo del successo e della potenza economica del “cumenda”.
In precedenza il panfilo è stato un dragamine della U.S.Navy, acquistato da Rizzoli sul mercato civile dell’usato e fatto trasformare dai cantieri di Viareggio. Ha una stazza di 316 ton, lungo 43 metri, possiede otto grandi cabine per gli ospiti, tutte con bagno, oltre agli alloggi per l’equipaggio, la cucina ed altri saloni. E’ fornito, oltre a due grosse lance di salvataggio, di due bei motoscafi che l’Armatore usa nelle rade in cui non può accostare alle banchine.
Il “Sereno” trasporta solo “VIP” o comunque amici del commendatore ed a tale scopo, per i collegamenti Terraferma - Ischia si serve del porto di Pozzuoli. Qui, e nelle eleganti cabine di questo panfilo, passano i più bei nomi del “jet set”. Lo Scia di Persia in cerca di una nuova sposa, Walter Chiari e la focosa Ava Gardner, Liz Taylor e l’ammaliato Richard Burton, Paolo Stoppa impegnato a litigare con Vittorio De Sica, Christian Barnard con qualche sua amante, John Wayne, Maurizio Arena, Sofia Loren e Carlo Ponti, Catherine Spaak e Fabrizio Capucci, autentici “diciottenni al sole”.



La cinepresa si sposta ed inquadra un affiancato secondo candido battello, il “Regina Isabella” che, nella finzione, alle ore 8.25 del mattino si accinge a partire alla volta di Ischia; carico di quei turisti che saranno poi i protagonisti della trama.
Anche questo è un ex dragamine in disuso e, sempre per conto di Rizzoli, trasformato dai cantieri di Viareggio per la pesca del tonno, unitamente ad altro gemello. L’investimento non funziona e, data la carenza di un regolare servizio pubblico per Ischia, il commendatore li fa ritrasformare in motonavi atte a trasportare i turisti tra Napoli ed i suoi alberghi di Lacco Ameno. Le due motonavi vengono battezzate col nome del suo albergo, “Regina Isabella I” e “Regina Isabella II”. Questo collegamento quotidiano dura 6-7 anni e l’ischitano armatore Agostino Lauro se ne preoccupa e lo contatta. Alla fine Rizzoli, per danneggiarlo il meno possibile, fissa per il biglietto delle sue motonavi un prezzo così alto, 1500 lire, che la sua non diventa mai una reale concorrenza per Don Agostino.



La macchina da presa si sposta a poppa del vaporetto ed inquadra la passerella a mezzo della quale iniziano ad imbarcare i protagonisti del film.
Il primo è l’ingegner Occhipinti (Vittorio De Sica), in procinto di raggiungere la moglie Carla (Nadia Gray), già sull’isola da settimane per motivi di salute; ovvero per seguire delle cure termali tese a stimolare un tardivo concepimento. L'ingegnere è uomo tranquillo, capace d'apprezzare la dolcezza del soggiorno, ed affabile con tutti. Calorosi i saluti che scambia con il comandante del vaporetto che, secondo alcune fonti, potrebbe essere il reale comandante del “Regina Isabella” o forse, secondo altre, il capitano Renato Molino, un esperto marinaio comandante del “Sereno”, e del quale il commendatore ha completa fiducia.
Entrambi sono in completa tenuta bianca, completo leggero con panama, per il primo e uniforme estiva per l’altro. Occhipinti nella mano sinistra mostra (anche qui pubblicità occulta per l’impero Rizzoli) il settimanale “L’Europeo”.
Al loro incontro fa da sfondo lo storico Ristorante “Grottino a mmare da Mimì” che occupa gran parte della banchina affollata da eleganti turisti e locali.



Occhipinti avanza verso centro nave e, ancora più calorosi e confidenziali, sono i saluti e le battute che scambia con il maresciallo dei Carabinieri (Arturo Criscuolo) anche lui intento a ritornare nell’Isola Verde dopo una licenza. Questa scenetta, che si svolge alla base della scaletta che conduce al ponte superiore, permette d’ammirare l’intera ripa puteolana, dalla Malva alla Sirena, dalla Calcara a Villa Maria, e fin oltre i capannoni del Cantiere; il tutto dominato dall’alta vetta del Monte Gauro.



Poi l’ingegnere Occhipinti sale al ponte superiore ed il suo allontanamento dalla scena favorisce l’inquadratura di due salvagenti che portano inciso il nome del vaporetto. Inoltre il centro della quinta è ora occupato da due personaggi che simbolizzano i tipici e tecnologici turisti tedeschi di quegli anni; sempre pronti a mostrare le loro attrezzature e ricercare allettanti inquadrature che testimonino la partecipazione al “Grand Tour”.



La cinepresa ritorna ad inquadrare la banchina perché l’attenzione di tutti è attratta dall’arrivo di una chiassosa comitiva composta da quattro giovani e squattrinati “pappagalli” romani, tra cui qualche reduce e prestante fusto di “Poveri ma belli”.
Essi sono Antonio (Antonio Cifa­riello), Franco (Maurizio Arena), Furio (Ennio Girolami) e Benito (Gianpiero Littera), tutti interessati più alle bellezze delle turiste che alle bellezze turistiche. Tre di loro, escluso Antonio, si godono la liquidazione ottenuta quando sono stati giustamente licenziati dalla ditta di proprietà dell’ingegner Occhipinti.



Nelle vicinanze della passerella Benito lascia cadere il contenuto di una sacca in cui custodisce tutto il suo “beauty-case”; pertanto a terra, sugli ottocenteschi basoli che rivestono il nostro lungomare, possiamo notare spazzola, pettine, pennello da barba, rasoio, specchietto, etc…



Una volta a bordo i quattro “fusti” rivolgono lo sguardo verso la banchina dove notano l’arrivo della bella e sofisticata Caterina Lisotto (Isabelle Corey), che a Ischia è in realtà costretta a tornare suo malgrado, per un impiccio giudiziario.




La Corey scende da un Taxi, che poi è FIAT 1400 tipico tra quelli in servizio a Pozzuoli, lucido ed elegante con i suoi copertoni cerchiati di bianco.



La bella e sofisticata Caterina sale la scaletta, tra l’ammirazione di marinai e curiosi, permettendoci di notare, alle sue spalle, il secondario ingresso del bar “dal toscano”; quello che introduceva direttamente al bancone dei gelati.




Deve poi farsi largo tra i quattro bulli che sono ignari del piccante processo che attende la bella turista a Ischia, con l’accusa di oltraggio al pudore. Vedremo che il giudice (Giuseppe Porelli), il cancelliere (Guglielmo Inglese), l’accusatore colonnello Poletto (Hubert von Meyerinch), l’avvocato Appicciato (Paolo Stoppa) e il difensore avvocato Battistelli (Peppino De Filippo) mostrano più morbosa curiosità che sollecitudine per la giustizia. Caterina è una bella ragazza, dalle forme appetitose, ma recidiva e il suo avvocato difensore non sa che tesi assumere per la difesa.
Pertanto con il collega, avvocato Loiacono (Michele Riccardini), crea un costume color carnicino che l’accusata indosserà durante il sopralluogo notturno, disposto dal giudice. Quella notte difensori, corte, testimoni assisteranno ad uno spettacolo per loro indimenticabile. Le forme statuarie della fanciulla risaltavano al buio e gli uomini deglutivano continuamente. Anche il colonnello fu vivamente turbato e ritirò la denuncia.



Intanto a bordo sta salendo, sempre accolta dal comandante, una coppia di sposini francesi, Pierre (Bernard Dhéran) e Denise Tissot (Myriam Bru).
Essi stanno cercando di ravvivare un rapporto sentimentale fresco ma già considere­volmente logorato. La signora, a differenza del marito, ha un atteggiamento sensibile verso l’isola e gli isolani; e non resterà insensibile alle premure del giovane conducente e guida isolana Salvatore (Raf Mattioli) con il quale avvierà una, seppure platonica, relazione sentimentale.



Intanto il marito contratta animatamente, con un gruppo di scugnizzi puteolani, la tariffa per l’effettuato trasporto delle valigie; consegna ai ragazzi Lire cinquanta anziché le Lire duecento richieste. Pierre è molto attaccato al denaro ed anche in seguito contratterà con tutti su qualsiasi acquisto o spesa da effettuare.




Ora l’obiettivo si sposta in mare e sono inquadrati quattro monelli che insistentemente chiedono ai turisti imbarcati di gettare in acqua delle monetine affinché possano andare a ricercarle sul fondo, previa “summuzzata”. Attività all’epoca molto in voga tra i nostri scugnizzi, nell’adiacenze dei vaporetti in procinto di salpare e al di sotto dei ristoranti con terrazzi affacciati direttamente sul mare; come da “Vicienzo a mmare” e da “La Sirena”. In questo modo divertivano i turisti e ricavavano qualche spicciolo per i loro bisogni.




Qui entra in scena l’avvocato milanese Lucarelli (Nino Besozzi), con signora al seguito (Laura Carli), che sarà il vero protagonista di tutta la fase puteolana e filo conduttore, nel corso dell’intero film. Lucarelli, prossimo alla pensione, ha bisogno di riposo ed è desideroso di fuggire dalla routine giornaliera. In questo primo fotogramma chiede alla moglie qualche monetina da gettare in acqua ai ragazzi che la reclamano con insistenza.



Appena avviene il lancio gli scugnizzi s’immergono per recuperarla ed in questa scena ci rendiamo conto della loro bravura ed esperienza in questo genere d’operazioni. Non sono attori, a quell’età, e certamente sono veraci pozzolani avvezzi ed a proprio agio in questo nobile elemento. L'amico Michele Terrin (nato nel 1945) ricorda la sua partecipazione a questo film (tra i ricercatori di monete) e d'aver ricevuto un compenso di Lire 500 per questa comparsa.



Si ritorna ad inquadrare il ponte superiore dove Pierre e Denise Tissot sono insistentemente fatto oggetto di richiami da numerosi ragazzacci tra cui i due che hanno provveduto a portare i loro bagagli.



Appena la coppia francese nota gli scugnizzi, che li richiamo vigorosamente, da questi parte una sonoro e corale pernacchio all’indirizzo del transalpino da loro ritenuto un “taccagno”.



Alle intimidazioni di Pierre fa seguito la decisiva minaccia posta in atto dal marinaio vicino alla scaletta, che grida “guagliun’ iatevenn”; pertanto gli scugnizzi iniziano una precipitosa fuga. Tra loro, come ricorda il fratello, il compianto Gennaro Carità.



Intanto un marinaio dell’equipaggio, che al petto mostra la scritta “Regina Isabella”, invita i ragazzi in acqua ad allontanarsi poiché il vaporetto sta per partire ed è pericoloso nuotare nelle vicinanze delle eliche.



Tutti gli scugnizzi si allontanano prontamente dalla poppa dell’unità ed il marinaio invita l’avvocato Lucarelli a non lanciare ulteriori monete in acqua.



Ormai si sono allontanati sia i ragazzi che il marinaio, ma in acqua riemerge un biondino che rivolto a Lucarelli, e chiamandolo commendatore, gli fa cenno di lanciare almeno un’altra moneta da cento lire. Per rafforzare la sua richiesta grida d’essere orfano d’entrambi i genitori e di non aver altri sostentamenti. Questo biondino è il puteolano Franco Cavaliere, come molti amici ricordano.



L’avvocato, timoroso del pericolo costituito dalle eliche, lo invita ad allontanarsi ma, dietro le forti insistenze del ragazzo, gli urla che solo se promette poi di andarsene lancerà la moneta. All’affermativo giuramento dello scugnizzo Lucarelli, cercando di non esser visto dall’equipaggio, effettua il lancio.



Subito il biondino si tuffa sott’acqua alla ricerca della preziosa moneta che poi stringerà fra i denti a modo di trofeo, e questo gli permetterà anche d’avere le mani libere e dispiegate per meglio nuotare.



In quel preciso istante il vaporetto aziona l’elica provocando un vistoso vortice tra la poppa e la vicina banchina che ancora riporta bianche iscrizioni risalenti al periodo bellico durante il suo utilizzo da parte degli alleati.



L’avvocato milanese, preoccupato, guarda verso la banchina dalla murata sinistra del battello, dove ha effettuato il suo lancio, per rintracciare il biondino che è ancora in acqua e non ha visto risalire.



Poi si sposta verso la murata destra per vedere se il ragazzo sia riaffiorato da quelle parti. Nel corso di questa scena possiamo notare che la carrozzella da noleggio, dopo aver trasportato dei villeggianti, sta allontanandosi lentamente dalla banchina.



Ma l’esperto biondino, una volta recuperata la moneta dal fondale, ha nuotato per un tratto sott’acqua e poi riaffiora nei pressi della banchina. Riemerge dietro una lancia, su cui si accinge a salire, che lo nasconde alla vista di chi si trova sul vaporetto.



All’agitato avvocato s’avvicina la premurosa moglie con la consueta medicina da prendere con un bicchier d’acqua, ma l’ansia, per il timore di aver provocato la morte dello scugnizzo, non lo lascia e vedremo che passerà tutto il tempo della vacanza in preda all'inquietudine.
A Ischia telefonerà alla capitaneria di porto di Pozzuoli per sentire se c’è stato qualche annegato nelle ultime ore, e ne ottenne una risposta negativa. Ma questo non sarà sufficiente a tranquillizzarlo; sa che un cadavere di annegato può metterci anche parecchi giorni per riapparire alla superficie.



Inizia quindi la traversata e la critica moderna riferisce che significative sono le composizioni panoramiche laterali della prima sequenza del film, quella appunto ambientata sul traghetto Pozzuoli-Ischia. Ed uno dei primi esempi è la semicomica scena dei predetti due turisti tedeschi che fanno un “selfie” su di uno sfondo di grande efficacia che inquadra Nisida e Posillipo.



La navigazione continua nel Golfo di Pozzuoli e l’ingegnere Occhipinti è impegnato in nuova conversazione con il maresciallo cui riferisce del telegramma ricevuto dalla moglie che lo informa della probabile ed attesa gravidanza. Questa conversazione, con sullo sfondo l’imponente Capo Miseno, è ascoltata da Furio, uno degli scapoloni.





Furio riferisce agli altri giovinastri l’ascoltata conversazione e questi subito preparano una burla atroce insinuando, nell’animo dell’ingegnere, il sospetto che la moglie lo tradisca e che il figlio che aspetta non sia suo.



I dubbi dell’ingegnere romano che saranno dissipati solo dalla finale confessione dei ragazzi; i sensi di colpa dell’avvocato milanese, che cesseranno solo in procinto di rientrare quando rivede il biondino vivo e vegeto su di una bilancella di Pozzuoli; le avventure amorose e finanziarie dei giovani sempre a corto di denaro; le vicissitudini giudiziarie della bella Caterina che dichiarerà di non essere completamente nuda ma di indossare dei sandali; gli sguardi amorosi della signora francese e di altri personaggi; saranno il filo conduttore di questa pellicola simile a tante altre di sessant’anni fa.
Questo film non è un capolavoro, ma grazie all’ottima regia del Camerini, alla spigliata sceneggiatura e alla buona interpretazione, può ben figurare nel genere dei rodati moduli della commedia italiana che come sempre racconta le vicende di giova­notti in cerca di avventure, mariti gelosi e ragazze piacenti e nello stesso tempo regala, a noi puteolani, uno spaccato di passata elegante esistenza.



P.S- - Purtroppo i fotogrammi, non digitali, sono di pessima qualità
         L'intero film lo si può vedere al seguente Link: https://www.youtube.com/watch?v=Ke8N441Yc4I



Giuseppe Peluso