venerdì 7 aprile 2017

E la sirena suonò



E la Sirena suonò
Tragedie e comiche bradisismiche

Pozzuoli, Terra di Fuoco e Terra di Sirene; da quelle omeriche, melodiche e ammaliatrici, a quelle dei cantieri, stridule e persistenti, senza tralasciare quelle appetibili di famosi ristoranti.
Quelle mitologiche stregano Ulisse e permettono ad Omero di svelare al mondo le bellezze di questi luoghi incantati.
Quelle cantieristiche stregano gli operai e permettono a migliaia di Famiglie di apprezzare il benessere apportato dalla Armstrong.
Quelle ristoratrici stregano gli avventori e permettono a frotte di turisti di godere della gastronomia flegrea.
Angosciose testimonianze e ricordi familiari descrivono gli allarmi lanciati dalle sirene, durante la guerra, per avvertire di incursioni e bombardamenti.

Tutte queste sirene sono oggi scomparse, il nostro udito percepisce solo quelle dei mezzi di pronto intervento e quelle, sempre più numerose, che suonano giorno e notte allarmandoci per i frequenti furti.
Non possiamo però non menzionare altre sirene puteolane non meno famose, anche queste legate a ricordi inquietanti, che fecero sentire la loro pungente voce nel corso della crisi bradisismica del 1970.

Il percorso dei ricordi inizia il 22 febbraio 1970 quando L’Unità, nell’articolo scritto da Eleonora Puntillo corrispondente dei Campi Flegrei, titola:
“Brucia la terra sotto Pozzuoli?”.
Si tratta della prima testata nazionale ad occuparsi dell’anomala situazione di Pozzuoli, riportando in maniera cauta le avvisaglie dei movimenti della terra, percepite da pescatori e cittadini del luogo.
Il 2 marzo 1970 c’è poi la totale evacuazione del Rione Terra che segna una rottura tra la Pozzuoli di una volta e quella che verrà [1].

A questa forzata evacuazione fa seguito quella volontaria degli altri quartieri i cui abitanti, in preda al panico per una temuta improvvisa eruzione o di una forte scossa tellurica, scappano via dalla città cercando autonoma sistemazione.

Il sindaco prof. Nino Gentile inutilmente tenta di fermare l’improvviso provvedimento di sgombero e la lunga autocolonna di camion militari, bus dell’ATAN e altri mezzi civili che, per ordine del prefetto, s’è messa in viaggio verso Pozzuoli [2].

Gentile, e l’assessore Causa, tentano di impedire questo provvedimento perché intuiscono le gravi conseguenze che comporta; le autorità non hanno previsto l’ondata di paura e il susseguente esodo di massa che mette in atto meccanismi economici, politici, sociali troppo grandi e complessi che quelle stesse autorità non possono fronteggiare.
Ben presto ci si rende conto che nulla succede di catastrofico e le divergenze fra studiosi Italiani, francesi e giapponesi, diventano vere e proprie risse scientifiche. Coloro che dovrebbero impostare correttamente uno studio qualificato da trasmettere alle autorità hanno pareri diversi sull’origine e sugli sviluppi futuri del fenomeno. A loro volta i poteri dello Stato, pur tra loro litigando, cercano di trovare una soluzione che favorisca il rientro della popolazione; almeno di tutti coloro che occupano stabili perfettamente agibili.

Già il 20 marzo è resa pubblica la notizia che cinque sirene, l’una dopo l’altra, taglieranno l’aria di Pozzuoli; e questa sarà la prova dell’allarme che dovrebbe in futuro scattare per avvertire la cittadinanza di allontanarsi [3].

Naturalmente non si sa bene in quale caso di preciso fenomeno, (terremoto, eruzione?) e per iniziativa di chi dovrebbero poi suonare per avvisare dell’imminente pericolo.
Le cinque sirene saranno montate sui tetti dei seguenti edifici:
-      Caserma dei Carabinieri
-      Caserma della Guardia di Finanza
-      Ospedale dell’Ordine dei Cavalieri di Malta
-      Scuola Monte Nuovo ad Arco Felice
-      Stabilimento termale sul lungomare

In assenza di altri chiarimenti l’ipotesi più logica sembra che questi dispositivi possano entrare in funzione in caso di scosse sismiche ed i puteolani si augurano che i sismografi, alla cui sensibilità è affidata la loro sorte, non siano di quelli che han bisogno di essere sorvegliati e magari smentiti da altri strumenti ed altri osservatori esteri; come pubblicamente sta succedendo.

La sfiducia dell’opinione pubblica, nei confronti di coloro che possedendo un potere accademico godono ora anche di potere politico, è confermata anche dai risultati cui è pervenuta la Commissione Speciale su Pozzuoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Ad un mese dal giorno in cui il problema è stato reso noto in tutta la sua gravità il presidente del CNR dichiara che si parte praticamente da zero con lo studio e che si è stabilito di intensificare i rilevamenti per acquisire ulteriori dati [4].

Non si tratta della solita calamità, come per il terremoto, che una volta avvenuto preoccupa solo per eventuali ripetizioni e quasi sempre a distanza di anni, bensì di fenomeni che si sviluppano giorno per giorno e che occorre prevenire e consentire ai residenti di rimanere nella zona.
Il fenomeno sta provocando un notevole sollevamento del suolo che, in alcune zone, nel marzo del 1970 ha di già raggiunto il metro e si fa notare che un simile sollevamento non può essere considerato cosa da nulla per velocità e proporzioni; l’unico notevole sollevamento verificatosi nelle Haway, prima di quello di Pozzuoli, è stato di appena 50 centimetri ed è stato seguito da una eruzione.
I puteolani non vogliono spostarsi ne' allontanarsi, dicono no alla logica delle deportazioni, perciò occorre creare delle vie di evacuazione [5], 

che restino sgombre, e nello stesso tempo le sirene, come in tempo di guerra, dovrebbero dare tranquillità alla popolazione. Forse non serve a molto, perché quando suona la sirena il disastro è già avvenuto, ma sono importanti dal punto di vista psicologico e pertanto sono installate e, per accertarsi del loro buon funzionamento, alle ore 12.00 d’ogni domenica sono fatte squillare per circa un minuto.
Nelle prime domeniche piazze e strade del centro s’affollano di curiosi che giusto a mezzogiorno bloccano ogni loro movimento; chi passeggia si ferma, che guida ferma l’auto, chi lavora sospende momentaneamente l’attività, i commercianti escono dai negozi e chi è in casa s’affaccia ai balconi.
Durante il latrare delle sirene ci si guarda tutti sorridenti e fiduciosi; il puteolano acquisisce fiducia e tranquillità, ama credere che lassù c’è qualcuno che veglia su dl lui.
Come previsto le sirene raggiungono il loro scopo, la loro semplice presenza incute sicurezza, molto più che le parole e gli incitamenti di politici e scienziati.
C’è il ritorno delle Famiglie e man mano la città riprende a vivere; alle sirene non si presta più tanta attenzione, per i puteolani, come il cannone del Gianicolo per i romani, è l’occasione di controllare gli orologi.

Poi improvvisamente, alle 21.50 di mercoledì 5 ottobre 1971, uno degli ordigni si mette ad urlare da solo senza che entrino in funzione gli altri quattro.
La Sirena “antibradisisma” piazzata sul tetto della caserma dei Carabinieri in via Carlo Rosini suona per diciotto lunghissimi minuti resistendo al violento strappo dei fili ed alle manganellate dei volenterosi militi [6].

Nella città si scatena il caos e decine di migliaia di persone, che ben conoscono il particolare tono di questa sirena, si precipitano per le strade fuggendo dalle abitazione e raggruppandosi in luoghi aperti; s’aspettano una imminente catastrofe.
Chi ha l’auto si dirige verso la statale “Domiziana”, unica via di uscita da Pozzuoli; ma dopo pochi minuti resta imbottigliato dando inizio ad un disperato ed assordante concerto di clacson.
La maggior parte della popolazione si riversa sul lungomare di via Napoli e in Piazza della Repubblica, dove c’è spazio e ci si può salvare nel caso crollino i palazzi; anche qui, nel giro di cinque minuti, è un assordante coro di grida, di pianti, di richiesta di aiuto [7].

Molti iniziano a correre qua e là come forsennati e storditi per effetto della paura; quando il terrore è generale  il popolo è schiacciato, la terra è scossa, e non c’è da meravigliarsi che gli animi, abbandonati e in preda al dolore, siano smarriti.
Una gran folla di precipita alla “residenza” dei Vigili Urbani, dove si sa che almeno due dovrebbero essere di guardia; si sfonda la porta ma dentro non c’è nessuno cui chiedere spiegazioni. Altra folla assedia il Commissariato di Polizia nella villa comunale e la Caserma dei Carabinieri dalla quale subito parte la notizia che deve trattarsi di un guasto o di un corto circuito, e spiegano che non si riusciva a farla stare zitta finché, dopo averne tirati via molti altri, non si è strappato via il filo buono.
Numerosi i piccoli incidenti come quello capitato al quindicenne Franco D’Isanto che, uscendo di corsa dal cinema in cui si trova, è travolto dalla furibonda ressa e cade a terra dove resta con un piede fratturato.
Arrivano i Vigili del Fuoco, le Volanti della Polizia e le Gazzella dei Carabinieri, che non sanno cosa fare; pertanto, mediante le autoradio, si mettono in contatto con il Prefetto di Napoli che è l’unico posto dal quale possono venire comandate le sirene di allarme. Dalla prefettura riferiscono che, non essendoci stato nessun preavviso d’allarme, non è stato schiacciato nessun bottone e non sanno come possa essere accaduto questo accidente.
Ancora non esiste la moderna Protezione Civile e ci si rende conto che manca quello che suona la campana, che dà l'allarme, che suona la sirena per avvertire del pericolo, Prefettura, Questura, Comune. Ufficio Tecnico, troppi a remare e a dare ordini. Ognuno si tiene il suo pezzetto di competenze e informazioni e dialoga troppo tardi con gli altri livelli di gestione.

Cittadini, politici e forze dell’ordine, onde evitare il peggio, insistono affinché possa trovarsi il mezzo di rassicurare la popolazione che ancora è per le strade; tutti fanno quello che possono urlando a gran voce senza però riuscirci causa la gran confusione. Allora compagni sindacalisti corrono in moto, in bicicletta ed a piedi presso lo stabilimento SOFER dove nella locale sezione della Camera del Lavoro ritirano dei megafoni.
Tutti i telefoni di Pozzuoli risultano, tra le ore 22.00 e le ore 24.00, privi di linea perché la cittadinanza si attacca al telefono chiamando parenti, amici, comune, prefettura, polizia, carabinieri; il sovraccarico ha annullato del tutto questo mezzo di comunicazione, aggravando ancor di più il panico e l’angoscia.

L’urlo della sirena coincide poi con una serie di altri episodi che, messi insieme, concorrono a creare il panico. Il giorno prima Pozzuoli è stata invasa da militari che eseguono rilievi e misurazioni e non si tratta delle ordinarie “campagne di rilevamento” che sono eseguite periodicamente [8].

Un elicottero militare è stato poi visto sorvolare a bassa quota la città mentre ancora urla la sirena, e questo avvalora la tesi di un allarme programmato.
La folla non sa, ne può sapere, dove andare; l’allarme non vale assolutamente nulla se serve soltanto a buttare giù la gente dal letto e a farla radunare in piazza. Il tutto crea solo panico e caos anche in considerazione che gran parte della popolazione ancora non è motorizzata e comunque esiste un’unica strada di uscita intasatissima e costellata di palazzi pericolanti.

Questo episodio conferma che le condizioni di sicurezza di una città sono nulle se non esistono idonee via di fuga che si innestino agevolmente nella grande viabilità nazionale senza dover passare attraverso blocchi e strozzature.
I dissesti provocati dal movimento del suolo, che nel 1971 ancora continua ad innalzarsi, hanno bloccato numerose strade interne della città dove gli abitanti in buona parte, tranne quelli del Rione Terra, sono rientrati pur sentendosi come in una trappola.
Il giorno dopo il popolo di Pozzuoli, terrorizzato, si chiede come mai non sia accaduto di peggio; solo la fortuna ha voluto che non ci siano state vittime ed i soggetti nervosi ed ansiosi (parecchi tra anziani, donne e bambini) restano a letto e prendono calmanti per cercare di mandar via l’angoscia.
E’ importante parlare di “effetti psicologici” durante i rischi sismici; storicamente tra i primi a mettere in relazione i due elementi è Seneca che con grande intuizione pone in luce alcuni aspetti chiave del rapporto, inversamente proporzionale, tra la mancanza di conoscenza di un fenomeno “naturale” e l‘amplificazione della paura. Non è facile restare in sé in mezzo a grandi catastrofi e quasi sempre le menti più deboli sono prese dal panico rendendole simili a un pazzo, pur senza pregiudicare la loro sanità mentale.
Molti, che hanno parenti o comunque punti di appoggio lontani da Pozzuoli, ancora una volta mettono le loro masserizie sui furgoncini e abbandonano le loro case come fatto il 2 marzo del 1970 [9].


CREDITI
Eleonora Puntillo – L’Unità Articoli vari
Federica La Longa – Effetti psicologici del terremoto
Lux in Fabula – Bradisismo flegreo
Senato della Repubblica – Resoconti Stenografici




P.S.
Con enorme piacere posto alcuni commenti ricevuti da comuni amici.

Mimmo Fattore E chi se la dimentica quella sera. In meno di 5 minuti eravamo in macchina con le strade che già erano intasate. Si fecero molte ipotesi riguardo a quell' errore, ma la verità non si seppe mai.

Gennaro Lubrano Grazie per avermi ricordato questo episodio più volte raccontatomi dai miei.


Lucia D'Isanto Lo ricordo quel giorno... Tragicomico, avevo 14 anni! E ricordo anche il grosso spavento, tremavo come una foglia. Un ingorgo e una fila di auto a Via Napoli.

Pinarosa Cerasuolo Rocco Lo ricordo benissimo.

Crescenzo Minotta Ricordo perfettamente quella sera.

Carmela Ortone Ricordo benissimo quella sera.

Antonio Antonello Di Fraia Ricordo perfettamente quella notte eravamo sul lungomare esattamente vicino al ristorante Vincenzo a mare. Ricordo che arrivò un carabiniere mezzo vestito a bordo di una motocicletta e cercava di tranquillizzare la gente spiegando che era un guasto ma la paura era tanta.

Pinarosa Cerasuolo Rocco Quella sera eravamo al distributore di benzina, la sirena non si era sentita forte. Arriva una coppia che stava al cinema e ci racconta che ad un tratto tutti a scappare, loro non sapevano nulla, ed esclamarono: ma questo è un paese di pazzi!

Letizia Terrin Io all'epoca abitavo ad Arco Felice. C'era la psicosi della sirena. Una notte la sirena di un'auto parcheggiata improvvisamente cominciò a suonare. Scoppiò il panico!!!

Gennaro Abbate ricordo perfettamente, mio padre mi telefono' per infornarmi dell'accaduto e che fu un errore a far suonare la sirena.

Elvira Capone Sai che ricordo questo episodio .... mi fu raccontato dai miei zii che all'epoca abitavano a Pozzuoli .... incredibile ....

Anna Peluso E finì che durante la crisi bradisismica degli anni 83 e 84 non fu installata nessuna sirena d'allarme a Pozzuoli.

AnnaMaria D'isanto Papa' a letto ed io a vedere la TV! E poi fuori al balcone a godermi lo spettacolo. Gente che scappava a piedi e una fila di auto che non finiva mai. E Angela e Patrizia fecero la valigia: volevano andare a Torino. Papa' ed io tranquilli! Solo verso mezzanotte passo' un'auto dei carabinieri che, con l'altoparlante, avvisava la popolazione di mantenere la calma. C'era stato un falso contatto che aveva fatto suonare il famoso allarme!
Tutti spaventati tanto che anche i carabinieri andarono a prendere le proprie famiglie per metterle in salvo!




martedì 28 marzo 2017

Giambattista Vecchioni

Giambattista Vecchioni
Un illustre puteolano al servizio dei Borbone

Dal nono volume “Memorie di Religione, di Morale e di Letteratura”, edito a Modena nel 1826 dai “Tipografi Reali eredi Soltani”, estrapoliamo il necrologio di un illustre cittadino puteolano.

La notizia, scritta dal cronista cav. Francesco de Angelis, riporta che il giorno 13 febbraio 1826 cessa di vivere in Napoli il Signor Don Giambattista Vecchioni, Gran Croce dell’ordine Costantiniano, e già Direttore delle reali Segreterie di Stato [1].

L’abate Giuseppe De Criscio, in un suo volume, riferisce che la nobile Famiglia Vecchioni, originaria di Nola dove è documentata fin dal ‘500, si trasferisce a Pozzuoli nel seicento.
Non si conosce la causa di questo trasferimento e la loro prima data certa a Pozzuoli è relativa all’anno 1700 con Andrea Vecchioni, nominato vicario generale.
Questa Famiglia solo nel 1744 è aggregata al Sedile dei Nobili di Pozzuoli quando, unitamente alla Famiglia Migliaresi, è ammessa al patriziato cittadino anche se non si distingue per alcun particolar merito [2].

Il redattore del necrologio scrive che Giovan Battista Romualdo Valentino Francesco Ignazio Benedetto Maria Giuliano Aniello Rafaele Vecchioni nasce in Pozzuoli, città antichissima del Regno, nel di 14 gennaio 1757 alle ore 18 ed un quarto ed è battezzato il 27 dello stesso mese nella cattedrale dedicata a San Procolo Martire.
I suoi Genitori, che furono Don Nicola e Donna Lucrezia Migliarese Patrizi di detta città, nulla omisero onde il prediletto loro figlio ricevesse un’ottima educazione mercé la quale potesse divenire un giorno utile alla società ed alla patria. Egli infatti dimostrò sin da suoi primi anni un gran talento, ed una singolare memoria. Ben presto terminò in Napoli il corso dei studi, rendendosi versatissimo nelle lettere, nella filosofia, nella politica, e nella giurisprudenza alla quale instancabilmente si applica diventando un eccellente avvocato.
Un così degno soggetto non può sfuggire alla vista del Governo che nel 1798 lo promuove alla carica di Giudice della Gran Corte della Vicaria.
Passa poi alla carica di Consigliere del Tribunale del Commercio; Delegato della Giunta dei Veleni; Prefetto dell’Annona; ecc.. ecc..
In mezzo a così delicate e difficili cariche il Vecchioni si muove sempre con fedeltà, con moderazione, saggezza, senza far pompa dei suoi alti talenti e senza ombra di incompatibilità.

La sua fame non sfugge neppure agli occhi dei francesi che, giunti a Napoli nel 1799, nel corso del mese di aprile lo arrestano rinchiudendolo nel Monastero di San Francesco delle Monache, trasformato in carcere.
Per il cronista è arrestato solo perché conosciuto come suddito fedele, della migliore dottrina, avverso ai venti rivoluzionari e grato ai vecchi sovrani che lo hanno meritatamente innalzato e promosso, ma non riferisce quanto storicamente accertato. Il Vecchioni ha avuto parte attiva nella nota “Congiura dei Baccher”. Complotto filoborbonico, svelato da Luisa Sanfelice, avversa alla Repubblica Partenopea.

Con la prima restaurazione borbonica, e la tragica fine della repubblica filo francese, Vecchioni ritorna libero e S.M. Ferdinando IV (Dio Guardi) lo nomina Presidente dell’Ammiragliato; Caporuota del Magistrato del Commercio; ed in seguito Consultore della Curia del Cappellano Maggiore e Delegato Ordinario della Pubblica Istruzione.

Poi alla fine del 1805 c’è il ritorno dei francesi e sul trono del napoleonico Regno di Napoli ascende Giuseppe Bonaparte. Dati i suoi talenti di bravo magistrato Vecchioni viene da questi nominato membro del Consiglio di Stato. Il cronista, palesemente filo borbonico, aggiunge che questa nomina è elargita affinché possa rendere legale la usurpazione dei transalpini e faccia decidere per la causa francese molti di coloro che nel 1799 sono rimasti spaventati dai rigori della repubblica ed ora si tengono nascosti ed indecisi.
Il Vecchioni però, che ha succhiato il latte puro dalla fonte della vera morale e che ha spiegato per la legittima dinastia dei Borbone una fedeltà sorprendente ed una viva riconoscenza, rifiuta e si ritira a vita privata nel suo palazzo di Pozzuoli per coltivare la virtù e nutrirsi della lettura dei migliori autori [3].

Indispettito il Capo del Governo Militare, per non aver potuto tirare al suo partito un sì degno soggetto, lo fa arrestare sotto effimeri pretesti e lo fa rinchiudere nel forte di S. Elmo.
Praticamente è accusato di intrattenere una corrispondenza segreta con i Reali in esilio a Palermo mentre lui afferma che le missive, che affida a barche che attraccano nel porto di Pozzuoli, sono dirette ad un amico residente a Capri.
Il Vecchione, come egli stesso riporterà, teme una condanna a morte per decapitazione, pertanto, nel marzo 1807, stila le sue disposizioni testamentarie.
Anche il suo cronista parla di condanna a morte ma, continua, l’onnipotente mano divina salva l’innocente suo seguace che viene semplicemente esiliato dal Regno. Sempre per il cronista egli deve la sua vita alle lagrime della sua desolata e virtuosa consorte, Donna Maria Rosa, la quale, unitamente al tenero suo figlio Don Nicola, dopo aver sparsa gran copia di aureo filosofico metallo, muove da Pozzuoli e si presenta al re Giuseppe Bonaparte per implorar grazia.
Grazie che ottiene poiché la pena capitale è prima tramutata in detenzione, da scontarsi alla tristemente famosa fortezza di Fenestrelle, e poi tramutata in condanna all’esilio.
Egli parte per Torino ove resta per due anni e quattro mesi. Passa in seguito a Clermont Ferrand, capitale dell’Alvergna e antica provincia della Francia, e vi si trattiene per altri 18 mesi.
Ivi, riconosciuto come uomo grande che ingiustamente ha sofferto, nel 1810 gli è accordata la grazia di poter rimpatriare. Il 29 gennaio 1811 ritorna a Napoli, dove dal 1808 regna Gioacchino Murat dopo che il trono si è reso vacante per la nomina di Giuseppe a re di Spagna, e si ritira nuovamente a Pozzuoli nel suo antico palazzo.

Al definitivo ritorno nel regno di S.M. Ferdinando IV (Dio Guardi) di gloriosissima memoria, il Vecchioni il 29 giugno 1815 è promosso alla carica di Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Giustizia ed il 16 marzo 1816 passa alla piazza di Presidente della Gran Corte dei Conti [4].

La sua attività presso il Tribunale rappresenta una pietra miliare per i moderni dibattiti processuali e per il diritto di procedura penale. Vecchioni non si limita ad assistere, accusare o giudicare; egli è un vero attore e come tale “fa spettacolo”. Quando c’è lui popolo e legali corrono in tribunale; i primi per gustare una esibizione unica e irripetibile, i secondi per apprendere quell’arte che darà un primato al foro napoletano e che sarà poi ben rappresentata dalle interpretazioni cinematografiche di Vittorio De Sica.

Nella ribellione del 1820, e in tutto il tempo della ridicola Costituzione, così come ancora scrive il cronista, il Vecchioni tiene quel contegno che conveniva a si grande uomo. Il Re Ferdinando da Firenze, nel 1821, lo nomina di “motu proprio”, non senza qualche contraddizione, uno dei membri del Governo Provvisorio, assegnandogli il Dipartimento dell’Interno.
In seguito gli è dato il portafoglio anche del Ministero di Grazia e Giustizia, dell’Ecclesiastico, ed in fine quello del Ministero della Polizia.
Tutte questa cariche ministeriali sono da quest’insigne personaggio sostenute con zelo, e con piena soddisfazione del Sovrano, e della Nazione.
Egli non si dimentica mai, nell’esercizio di tali cariche, di essere stato solo un particolare; sempre si rende accessibile, moderato, e giusto con tutti.
Attributi, tutti quelli elencati, certamente degni di un vero uomo di stato.

Vecchioni, che tra l’altro è autore di trattati giuridici e politici, promuove e rianima le belle arti; è attento a far risplendere l’istruzione pubblica e ad installar nuovamente i Corpi di religiosi che sono stati soppressi dal Governo Militare.
Si deve all’attività di questo grand’uomo, di cui ora si deplora la perdita, il ritorno in Napoli della Compagnia di Gesù che, scacciata dai rivoluzionari nel decennio francese, ritorna a Napoli mercé le cure e l’inarrivabile attività del nostro puteolano concittadino.
Vecchioni si occupa moltissimo per dar regolamento alle scuole elementari, per istituir utili riforme nei professori e nei studenti dell’università della capitale e del regno, incaricandosi moltissimo dell’istruzione, non che della pratiche religiose e dei costumi della gioventù tanto trascurata e tradita.
Quantunque il Vecchioni sia instancabile, sostenendo con zelo, ed esattezza i suddetti quattro Ministeri, pure il suo fisico patisce da gran tempo per aver menata una vita spinosa in mezzo a tante fatiche letterarie, non che alle pene di suo lungo esilio, ed infine per aver perduta la prudente, fedele e virtuosa sua Consorte.
Pertanto nel 1823 Sua Maestà il Re gli accorda benignamente l’implorato ritiro; lo decora della Gran Croce dell’Ordine Costantiniano e gli concede un’annua pensione di ducati 5.400.

Tutti sanno però che l’ottimo attuale monarca del Regno delle due Sicilie Francesco I (Dio Guardi), così continua il cronista, segretamente e di continuo lo consulti, e si serva dei lumi di tant’uomo, tutto dedicato alla Borbonica dinastia, per quei lavori che medita per la futura felicità dei suoi sudditi.
Il Vecchioni, carico di tanti onori Sovrani, cerca nel suo gabinetto di formare dei scritti eruditi per le Accademie del Regno e straniere, delle quali fa parte, e di continuare a conversare coi suoi antichi e virtuosi amici, tra i quali il celebre fu Cavaliere Poli, col fu Duca di Lupiano, Don Gaspare Mello, con Monsignor Giunti, con Monsignor Porta, con Monsignor Olivieri, e con altri rispettabili Personaggi.

Poi è improvvisamente rapito ai viventi, il 13 febbraio 1826, mentre si trova in carrozza a Napoli, e chiude la gloriosa carriera della sua vita invocando soccorso da Gesù Cristo. Egli con ragione vien pianto dall’unico suo figlio, da tutti i letterati e da tutti gli amici, per essere stato un suddito fedele, il Mecenate delle lettere, ed il sostegno dei compagni oppressi, come appare dallo stesso suo olografo testamento nel 1822, che è l’esempio della Cristiana Religione, lo specchio dei Padri di Famiglia, ed il modello della vera amicizia.

S.M. Francesco I (Dio Guardi), all’annuncio infausto della morte di così degno soggetto, ordina che gli siano resi tutti gli onori dovuti al suo rango da tutta la Magistratura, e da tutti i Direttori delle Reali Segreterie di Stato.

Giuseppe Peluso

venerdì 10 febbraio 2017

Paolino Puteolano


Fra Paolino da Venezia
Vescovo della Pozzuoli angioina

La vittoria del 1266 di Carlo I d’Angiò su Manfredi, nella battaglia di Benevento, pone fine alla sovranità sveva nell’Italia meridionale e segna l’inizio di quella angioina.
Con la nuova monarchia Pozzuoli [1], “Castrum” e non ancora “Civitas”, è concessa a vari signori che, dalla natia Francia, hanno seguito i nuovi regnanti.
I puteolani si mostrano particolarmente legati a questa Famiglia regale cui giurano la loro fedeltà tanto da ottenerne, nel maggio 1296 da re Carlo II, un reale privilegio con il quale si sancisce che Pozzuoli sia dichiarata “Città Demaniale”.

Il re ne affida l’amministrazione a due “capitani” con mandato semestrale, come nei comuni del nord Italia e, come ancora oggi, nella repubblica di San Marino.
Questa acquisita autonomia amministrativa favorisce lo sviluppo delle attività e dei rapporti commerciali e la vicinanza alla capitale crea presupposti di progresso anche politico; spesso le due città di Napoli e Pozzuoli, seppure in periodi diversi, sono rette dagli stessi capitani reggenti sotto le stesse armi angioine, che all’uopo furono scolpite nel muro di Palazzo Damiani al Rione Terra [2].

Anche l’apostolica diocesi puteolana rinasce a nuova vita ed i vescovi di Pozzuoli sono molto presenti nella vita della corte napoletana; come confessori e come consiglieri.
La sede vescovile di Pozzuoli diventa una ambita carica di comodo, o di transito, per prelati destinati a incarichi più prestigiosi.
Il Concilio Lateranense del 1215 ha stabilito che i vescovi debbano essere eletti dal Capitolo dei Canonici entro tre mesi dalla morte, o dalle dimissioni del predecessore. A Pozzuoli questo diritto quasi mai è esercitato dal Capitolo poiché sia il Papa che i Sovrani Angioini si riservano tale prassi. Solo la nobile e potente Famiglia locale dei di Costanzo riesce ad imporre con la violenza due vescovi, naturalmente loro congiunti e membri del Capitolo Puteolano.
Nella maggior parte dei casi la sede vescovile è assegnata per gratificazione a frati dotti oppure, quale primo avanzamento, a dignitari della Chiesa di Napoli o ad esponenti di Famiglie Nobili, generalmente francesi.
Spesso la sede, godendo di rendite proprie, è assegnata anche per remunerazione; ovvero per coprire le retribuzioni dovute ad abili consiglieri o negoziatori impiegati in missioni diplomatiche.

Come tipico esempio di questa prassi si possono citare due casi: Guglielmo di Salon ed il suo successore Paolino da Venezia, uno dei più importanti vescovi che Pozzuoli abbia mai avuto, protagonista di questo saggio.
Importante non per quanto abbia fatto a beneficio della diocesi di cui è a capo ma per essere stato un abile uomo politico e scrittore, ben considerato dai suoi potenti contemporanei.

Di Paolino Minorita [3]

conosciuto anche come Paolino da Venezia o Paolino Puteolano, nato nel 1270 circa, non si conoscono le sue origini, non si sa nulla della sua Famiglia e anche il luogo di nascita non è noto, anche se sicuramente veneto. L'appellativo "da Venezia" potrebbe indicare che si fece francescano nel Convento Lagunare dei Frari, in Venezia.
Paolino si forma nelle scuole della provincia religiosa del Triveneto; il primo documento che lo nomina lo vede il 12 dicembre 1293 nel Convento di Padova come studente. Poi l'11 ottobre 1295 non si trova più in questa città perché deve inviarvi un rappresentante per la riscossione di un lascito testamentario.
La sua iniziale carriera di insegnamento come lettore si svolge probabilmente ancora all’interno del Triveneto dove ricopre anche incarichi come guardiano, custode, inquisitore. Il 30 novembre 1301, in qualità di lettore del convento di Venezia, è presente alle trattative tra l’inquisitore fra Antonio da Padova e il doge di Venezia Pietro Gradenigo riguardo all’introduzione delle costituzioni antiereticali negli statuti della città.
Tra il 1305 e il 1307 ricopre l’incarico di inquisitore per le diocesi di Treviso e Ceneda. Durante l’ulteriore inchiesta del 1308, condotta da Giovanni da Bologna e Guglielmo di Balait per ordine di papa Clemente V sull’operato dell’inquisizione nella Marca trevigiana e nella Lombardia, Paolino è accusato da fra Ainardo da Ceneda di aver ricavato molto denaro durante la sua attività inquisitoriale. Con le somme raccolte egli si sarebbe dato a spese eccessive, tra cui l’accumulo di pergamene di ottima qualità e l’acquisto e la realizzazione di numerosi libri.
Nel 1308 Paolino torna a rivestire il ruolo di docente poi, tra la fine del 1315 e il 1316 è nominato ambasciatore della Repubblica di Venezia presso la corte di re Roberto d’Angiò [4]. 

Questa sua prima missione a Napoli riguarda la richiesta di danni subiti dai veneziani a causa dell’interdetto contro Venezia inflitto dalla Santa Sede nella guerra di Ferrara (1309). La missione, che in precedenza ha incontrato parecchie difficoltà con una lunga fase di stallo, si conclude con il successo di Paolino nell’opera di mediazione e la firma di una convenzione vantaggiosa per Venezia.
Mancano sue notizie per gli anni successivi ma, verso la fine del 1320, Paolino è impegnato in una seconda missione diplomatica, questa volta in Provenza presso la Curia Pontificia in Avignone. La questione, relativa a una nave veneziana depredata da mercanti genovesi presso Corfù, si risolve anche in questo caso a favore di Venezia.

Paolino è ormai un personaggio molto in vista, è tenuto in grande stima da papa Giovanni XXII [5] 

dal quale riceve l’incarico di penitenziere apostolico. Sul papa egli scrive una “Vita” giudicata adulatrice, tacendo verità e formulando menzogne tese ad ottenerne, si dice, la “berretta rossa” cardinalizia.
Nel settembre del 1321 ad Avignone, su mandato dello stesso papa, esamina il “Liber Secretorum Fidelium Cruci”, del veneziano Marin Sanudo il Vecchio (detto Torsello), scritto per invitare i cristiani, e in particolare il papa, alla crociata.
Inoltre diventa nunzio del pontefice presso la Repubblica di Venezia e nel 1322 è impegnato in varie missioni diplomatiche per conto della Santa Sede; in particolare riguardo ai rapporti con i Visconti di Milano, gli Estensi di Ferrara e la città di Fano, che è stata presa sotto la protezione di Venezia pur essendo stata colpita dall’interdetto papale.

Il 20 giugno 1324 Paolino, su desiderio di re Roberto, è nominato vescovo di Pozzuoli da Giovanni XXII che incarica il celebre cardinale francescano Bertrand de la Tour di consacrarlo nell’episcopato [6].

Il 12 luglio versa i 130 fiorini della tassa cui sono soggetti i nuovi vescovi ma è sempre lontano da Pozzuoli perché impegnato a Venezia in una missione diplomatica per la Santa Sede. L’arcivescovo di Napoli, cui il vescovo puteolano è sottoposto, si lamenta di tale lontananza ma lo stesso pontefice gli scrive per giustificarlo e concede a Paolino la dispensa dall’obbligo della residenza.
Il Minorita inizia a svolgere il suo incarico a Pozzuoli solo due anni dopo, nel 1326, e scarse sono le notizie sulla sua attività come vescovo; comunque, pur risiedendo saltuariamente in sede, gestisce la diocesi in modo energico.
Tra l’altro si interessa della divisione ed attribuzione di alcuni fondi enfiteutici, di proprietà del Capitolo, che stanno deteriorandosi per mancanza di buona amministrazione.

Nei primi anni di episcopato fra Paolino deve affrontare le ribalderie di alcuni chierici malfattori che lo costringono, il 18 giugno 1330, a chiedere l’autorevole intervento del re.
Si sa che tra i redditi del vescovo sono inclusi quelli che scaturiscono dalla bagliva (tassazione) dovuta all’estrazione di allume e zolfo dalla Solfatara che per gli anni 1339/1342 fruttano 44 once e 15 tareni a fra Paolino e, come da resoconto presentato alla regina Giovanna (nipote ed erede di Roberto) il 25 agosto 1343, ben 360 once vanno a priori e procuratori dell’ospedale di Tripergole.

Nel 1328 assume la carica di consigliere di re Roberto d'Angiò, per il quale già funge da intermediario; Roberto, da colto e generoso mecenate, l’accoglie soprattutto tra i dotti ed i letterati della sua raffinata corte.
Nel periodo in cui Paolino inizia a frequentare la reggia è presente a Napoli il giovane Giovanni Boccaccio [7] 

che, nelle “Genealogia”, ricorda alcuni discorsi del frate che pubblicamente giudica “massimo investigatore storico”, ma che privatamente insulta anche per il suo noto antivenezianismo.
Boccaccio, nonostante per il suo Zibaldone ne tragga ampi riassunti, considera il “Compendium” del Paolino poco scientifico e molto superstizioso ed afferma: “come tutti i veneziani anche il nostro Paolino è chiacchierone, leggero, con poco sale in zucca, e quindi inattendibile e debole sul piano critico”.

Il sovrano angioino, nel ricevere gli ambasciatori stranieri e per ostentare le sue conoscenze geografiche, si serve di una mappa del mondo preparata da fra Paolino che coltiva lo studio della geografia e della sua rappresentazione grafica. Famose e preziose sono le sue piante delle città di Roma e di Venezia. Gran parte della produzione cartografica di quel periodo è rappresentata dai mappamondi, carte di forma generalmente circolare che rappresentano il mondo abitato e conosciuto come una superficie piana, cinta dall’Oceano.
Essi sono eseguiti da monaci o da letterati che li arricchiscono spesso con particolari non esattamente cartografici, come figure umane, paesaggi e personaggi mitologici
Con il “mappae mundi” [8] 

di fra Paolino Minorita la rappresentazione circolare acquista un’ampia diffusione e si arricchisce di elementi moderni, arrivati alla cartografia attraverso le testimonianze dei pellegrini e dei naviganti. 

Paolino, con il prestigio e l’influenza che gode alla corte angioina, ottiene che re Roberto ceda la proprietà di Monte S. Angelo (tranne il castello posto sulla vetta) e dei campi limitrofi (Torre Santa Chiara) alla moglie, regina Sancia d’Aragona, perché ne faccia dono al monastero di Santa Chiara.
Tale monastero ha amministrato questi territori (concessi in enfiteusi a nostri contadini) tramite la sua badessa e li ha posseduti fino alla napoleonica occupazione francese.

Alla fine del 1340 l’agostiniano padre Dionigi fa conoscere, alla corte di re Roberto, il nome di Francesco Petrarca [9] 

il quale pensa, in virtù della erudizione di questo sovrano, di ottenere un riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria mediante la sua incoronazione poetica. 
Nel febbraio del 1341 il vate, accogliendo l'invito di re Roberto che si propone d’esaminarlo prima di andare a Roma per ottenere la sospirata incoronazione in Campidoglio, si mette in viaggio per Napoli col fine di ottenere l'approvazione del colto sovrano angioino all'incoronazione.
Giunto nella città partenopea è esaminato per tre giorni da re Roberto che per questa occasione ha sicuramente invitato, come uditori e come assistenti, i numerosi dotti e letterati che gravitano alla sua corte; tra questi di certo non può mancare il preparato vescovo di Pozzuoli.

Protagonista del suo tempo fra Paolino non può non conoscere una sua concittadina, la “famosissima virago, detta poi Maria Puteolana”, le cui vigorose prodezze iniziano a scavalcare le ristrette mura della rocca in cui risiede [10].

Re Roberto ne sarà sicuramente già al corrente ed ora, entrambi, ne segnalano il coraggio al Petrarca che nello stesso 1341, spinto dalla curiosità, si reca appositamente a Pozzuoli.  
Il poeta, che in questa prima visita si trova in compagnia del sovrano angioino e probabilmente del vescovo puteolano, la incontra disarmata e in abiti civili.

Ma Petrarca non desiste e durante la sua seconda venuta a Napoli, nel novembre del 1343 per eseguire una missione diplomatica,
visita Pozzuoli assieme a Barbato da Sulmona ed il vescovo di Cavaillon, Philippe de Cabassolle.
Manca Re Roberto deceduto nel gennaio dello stesso anno, però incontra nuovamente la ragazza sulla rocca dove, sul selciato della cattedrale, può apprezzarne il coraggio e la forza durante una sua esibizione.
Parlerà di lei nella lettera, datata 23 novembre 1343, a Giovanni Colonna tramandandone ai posteri il nome e le gesta che, grazie alla sua leggendaria forza, gli hanno permesso d’uscire vincitrice nei numerosi scontri avuti con briganti e saraceni.
Maria, come una giunonica amazzone, è perfetta anche sul destriero sul quale spesso si batte con spavaldi cavalieri che apposta vengono a sfidarla [11].

Il 25 novembre del 1343 Pozzuoli, come tutta la costa napoletana, è investita da un apocalittico maremoto (anche questo ben descritto dal Petrarca nel corso del suo secondo soggiorno napoletano) e la corte deve intervenire per riparare innumerevoli danni al porto, all’acquedotto, alle chiese, alle abitazioni, ai fondi agricoli.
Questo maremoto è causa di una susseguente carestia per cui parte degli abitanti, costretti dalla necessità, si unisce ai malfattori che infestano le campagne e con questi si dedica a devastare le terre ed i pascoli appartenenti al vescovo di Pozzuoli. Paolino è nuovamente costretto a richiedere l’aiuto della giustizia per mitigare queste violenze e la regina Giovanna, succeduta al nonno Roberto, provvede a risarcire i danni all’ormai vecchio prelato. Nel contempo esenta la città di Pozzuoli dai tributi, dovuti per quell’anno, affinchè questa civitas possa impiegarli nel riparare i danni causati dal maremoto.

Paolino muore a Pozzuoli prima del 22 giugno 1344, data in cui è redatto l’inventario dei suoi beni a opera del collettore pontificio. Alcuni dei suoi libri di carattere storico ed enciclopedico vanno ad arricchire la biblioteca dei papi di Avignone e sono ora conservate alla “Bibliotheque Nationale de France”.
Al periodo dell’episcopato puteolano può essere ascritta la redazione definitiva di molte opere del frate veneziano.
Le citazioni che autori molto noti traggono dalle sue cronache universali attestano la notevole fortuna degli scritti storici di Paolino ed essenzialmente delle sue tre cronache universali, che dalla creazione del mondo e dell’uomo giungono fino ai primi decenni del XIV secolo.
In primo luogo la “Notabilium ystoriarum epithoma”, che narra gli eventi dalle origini [12] 

fino al 1313;  in secondo il “Compendium”, giunto anche in una traduzione in provenzale e che Boccaccio, pur non stimando molto Paolino riservandogli epiteti poco lusinghieri, utilizza ampiamente nel suo zibaldone magliabechiano; in terzo luogo la “Satirica ystoria”, ultima cronaca in ordine di redazione, utilizzata dal doge Andrea Dandolo, contemporaneo del frate, nella sua “Chronica per extensum descripta”.
Complementari alla “Satirica ystoria” sono altri quattro scritti; un trattato noto come “De mapa mundi”, corredato di notevoli carte geografiche; un trattato sul gioco degli scacchi, noto come “De ludo scacorum”, presentato in chiave metaforica; un trattato sugli dei dell’antichità, noto come “De diis gentium et fabulis poetarum”; un breve scritto sulla provvidenza, noto come “De providentia et fortuna”.
In ognuno di questi libri si notano numerose immagini che accompagnano e descrivono il testo. Queste costituiscono una tappa importante nella storia della decorazione libraria e della rappresentazione cartografica e notiamo che Pozzuoli è la sua rocca spesso sono state fonte d’ispirazione per i suoi disegni [13].

Tra i suoi scritti ci è pervenuto anche il "Liber de regimine rectoris", un trattato in volgare veneziano che riporta suggerimenti di carattere morale per coloro che governano; anticipando di due secoli il “Principe”, il trattato di dottrina politica scritto nel cinquecento dal Macchiavelli.
A Paolino sono attribuiti inoltre il “Provinciale Romanae Curiae”, ossia la serie delle province ecclesiastiche e delle rispettive diocesi, e il “Provinciale Ordinis Fratrum Minorum”, compilato intorno al 1334 e contenente l’elenco delle province minoritiche con l’organizzazione delle custodie e degli insediamenti.
Infine sarebbe da ascrivere al suo operato il “Liber privilegiorum ordinis Minorum” scritto intorno al 1323 e contenente documenti papali riguardanti l’Ordine dei minori.
Paolino continua a essere citato anche nel Quattrocento, come dimostrano gli epistolari di Poggio Bracciolini e Coluccio Salutati, nonché le cronache dello storico polacco Jan Dlugosz.
Isabelle Heullant-Donat, nel suo “Paolino da Venezia et les prologues de ses chroniques universelle” definisce il nostro vescovo il più prolisso compilatore tra i francescani del trecento.
Delle sue innumerevoli opere spesso ci è giunto l'esemplare curato da lui stesso.

Con un pizzico d’orgoglio non possiamo dimenticare che Paolino ha scritto e disegnato tutto questo nel chiuso della sua sede vescovile, là sul Rione Terra, sull’estrema vetta della rocca puteolana [14].


P.S.
Ringrazio l’amico Carmine Esposito, che cura la meravigliosa pagina: 

dei disegni e dell’aiuto fornito.
Peluso Giuseppe


BIBLIOGRAFIA
Ambrasi D. e D’Ambrosio A. – La Diocesi e i Vescovi di Pozzuoli (1990)
Cecchini F. – Paolino Veneto – Treccani (1998)
Dondi Dall’Orologio S. - Venezia vista da Fra’ Paolino (2015)
Esposito C. – www.facebook.com/MariaPuteolana/
Fontana E. – Paolino da Venezia, vescovo di Pozzuoli – Dizion.Biogr. Italiani (2014)
Heullant Donat I. – Paolino da Venezia et les prologues de ses chroniques universelles
Mussafia A. – Fra Paolino Minorita (1868)