domenica 8 maggio 2022

Ricordando Chiarina

 



Per sempre Chiara! 

 

   Ora che non c’è più desidero ricordarla a me stesso, a coloro che hanno percorso un pezzo di strada con Lei ed a tutti quelli che, pur non avendola conosciuta, hanno una mamma volata in cielo.

 

Chiara D’Alessio nasce a Pozzuoli il 9 ottobre del 1944, con l’Italia ancora in guerra ed economicamente disastrata.

Non so nulla della sua infanzia, e poco del suo matrimonio con Nicola Arca; mi è sufficiente sapere che Chiara è stata l’amorevole Mamma di tre ragazzi.

Nicola, sofferente per varie patologie, svolge lavori saltuari e avventizi e l’unica sicurezza salariale arriverà con l’inserimento nelle liste dei Lavoratori Socialmente Utili; un mensile insufficiente ma certo.

 

Ho conosciuta Chiarina, e il suo compagno Nicola, nel 1990 quando accompagnavamo i nostri figli presso il Gruppo Scout di Pozzuoli.

Serate d’attese presso la sede; coinvolgimento in attività di autofinanziamento; giornate con, o dei, genitori in occasione di Feste, uscite o campi estivi. Tutto è stato utile a coinvolgerci in una reciproca e approfondita conoscenza confluita, unitamente a tanti altri genitori, nella creazione di una Comunità MASCI (Movimento Adulti Scout Italiani) nell’anno 1993 [2].



Inizia così una nuova “avventura” che tutti insieme affrontiamo con la stessa spensieratezza dei giovani; anche se la “malizia”, propria degli adulti, non ci abbandona del tutto.

Fare Comunità significa dedicarsi al “servizio”, verso i compagni, verso i bisognosi, verso la parrocchia; molti hanno remore o tentennamenti, ma Chiarina no!

La vedo forte e risoluta nel prestarsi verso gli altri e mettersi al servizio della Comunità; solo oggi, a distanza di anni, credo che Chiarina non abbia sofferto, come me, il diverso modo di rapportarsi verso gli altri.

Per Chiara è la normalità, lei è sempre stata al servizio della Famiglia e di chiunque abbia avuto bisogno d’aiuto o di conforto.

 

E’ tra le prime ad offrirsi volontaria per le “grandi pulizie” della Chiesa di Sant’Artema, dove il MASCI fa riferimento; inoltre mai manca all’appuntamento bisettimanale, che la vede indaffarata a cucinare e servire a tavola, presso la mensa del “Centro Ero Forestiero”.

Tutte le attività della Comunità, specialmente indirizzate all’autofinanziamento, per il raggiungimento di obiettivi sociali, la vedono impegnata, unitamente alla indimenticata Lucia, nella cucina del MASCI per preparare struffoli, limoncelli, melenzane sott’olio, o pranzi per ospiti convenuti da ogni parte d’Italia [3].

 


Chiara spesso piange, e piangere è una cosa perfettamente sana ed un segno di forza e resistenza.

L’ho vista piangere tra le montagne del Pollino quando, durante un Campo Estivo, per il suo onomastico gli facciamo omaggio di una insignificante “scafarea”. Lei non riesce a capacitarsi d’essere oggetto di fraterna attenzione; il suo pianto è di felicità [4].



L’ho vista piangere accanto al feretro di Lucia strappata alla vita da tremenda malattia. Lucia è per noi una sorella ed un’amica, per Chiara è tutto; il suo pianto è di pura tristezza.

Ma Chiara piange anche della normalità; il suo pianto è una risposta naturale alla sopraffazione.

 

All’inizio della sua avventura scout prende talmente a cuore l’impegno di cantare in coro che, ritenendosi non all’altezza (per la presenza del Vescovo come poi confessa), è preda di malori tali che ci costringono a portarla al Pronto Soccorso [5].



Lo stare “insieme”, vero motto dello scautismo, gli fa superare questa forma di timidezza e Chiara canterà “insieme” a tutti noi [6], 



pregherà con noi [7], 



gioirà con noi [8], 



viaggerà con noi [9], 



con noi sarà pellegrina nei campi di sterminio [10].

 


Non ho mai sentito Chiara lamentarsi, rifiutare qualche incarico, avere da ridire su persone o cose. Essa è partner essenziale nelle campagne sociali nazionali, come quella per la AIL [11], 



nella raccolta fondi per il Burundi, unitamente alla gemellata Comunità di Portici [12], 



sempre presente nelle attività rivolte verso i ragazzi, in special modo del quartiere di Monteruscello [13], 



con le mani sempre unte per ciò che prepara nella cucina della Comunità, o che spesso porta da casa [14], 



frugale e veloce nel consumare il suo pasto giornaliero e solo quando la frenesia delle attività lo permette [15].



Durante un altro Campo Estivo, nell’appenino Tosco Emiliano, partiamo dal nostro rifugio montano e, percorrendo un irto sentiero, scendiamo verso una sperduta abbazia dove, per la normale viabilità, dirige anche il pulmino che ci accompagna.

Otto tra i più anziani o bisognosi rientreranno col pulmino ed il resto della Comunità farà ritorno in montagna affrontando in salita lo stesso sentiero [16].



Chiara, per la sua età, dovrebbe usufruire del veicolo, ma lei, pur di lasciare un posto certo al marito, afferma di sentirsi bene e di poter risalire a piedi.

 

Innumerevoli, in tanti anni, i momenti trascorsi insieme, momenti ludici (trenino per visita Grotte) [17], 



momenti di agape fraterna nei raduni regionali o nazionali [18].

 


Ma c’è una attività in cui Chiara ha donata tutta se stessa, per oltre un quarto di secolo dal 1995 a poco prima di raggiungere la Casa del Signore.

Inizialmente ha affiancato la mitica Lucia D’Angelo e poi ha continuato volontariamente e gratuitamente a svolgere il ruolo di “Mamma Scout” durante le Vacanze di Branco estive, o invernali.

L’impegno con i Lupetti è totale, fin dalla partenza con il pullman [19].

 


Negli anni Chiara ha cucinato per centinaia e centinaia di Lupetti e Lupacchiotte appartenenti a varie generazioni; i primi lupetti degli anni novanta sono ora genitori affettuosi e professionisti affermati.

Con qualche aiuto, ma spesso anche da sola, Chiara ha giornalmente assicurato cinque pasti (fuori sede i Lupetti sono soliti fare colazione al mattino, spuntino alle 10.00, pranzo a mezzogiorno, merenda al pomeriggio,

cena di sera) a gruppi di quaranta e oltre di scout, compresi i componenti dello staff, che sempre hanno apprezzato il suo “servizio”.

Di sera, dopo cena, il Branco si riunisce per le attività serali e Chiara, dopo aver sistemato la cucina dell’accantonamento, è solita sedersi in un angolo restando incantata a guardare i piccoli esibirsi in canti, spettacoli, giochi, o apprendere con essi le fantasiose avventure della giungla.

Con loro si tuffa a Seonee, dove risiede il branco, e quì, come nella fantasia dei più piccoli, incontra il vecchio lupo Akela, l’orso Baloo, la tigre Khan, il leopardo Bagheera.

 

Ma Chiara è prima di tutto una Mamma e ad essa si ricorre per qualsiasi casualità; un dolore al pancino, piccole febbri, urgenze sartoriali, consigli pediatrici; è Lei che impartisce le prime nozioni di Economia Domestica e di Cucina [20].

  


Chiara, in latino da cui il nome deriva, significa luminosa, splendente!

E Chiara è proprio così, lucente come il suo nome!

 

Il sei maggio 2022 Chiara, la "Mamma" di tutti gli scout, la “Mamma” per antonomasia, ci lascia proprio alla vigilia della Festa dedicata alle “Mamme”; con il suo zaino ha raggiunto Nicola e "insieme" si accingono a “Fare Strada” negli Infiniti Pascoli del Cielo [21].

 


 GIUSEPPE PELUSO – MAGGIO 2022





venerdì 22 aprile 2022

Distretto di Pozzuoli

 


Evoluzione del Distretto e del Circondario di Pozzuoli

Dal Giustizierato di Terra di Lavoro alla Provincia di Napoli

 

Nel 1221, Federico II di Svevia, che già da tempo cerca di contenere il potere feudale a favore di quello regio, istituisce i “Giustizierati” [1].

Essi sono distretti di giustizia imperiale affidati ad un rappresentante del potere regio, il Gran Maestro Giustiziere, attraverso il quale l'autorità del re si sovrappone a quella dei feudi medioevali.

E’ il primo esempio di suddivisione dei Territori del Regno che cerca, se non di eliminare, almeno di diminuire l’influenza dei feudatari. Questo processo, che porterà alla creazione di Regioni e Provincie amministrate dal potere centrale, avrà il suo culmine con le “Costituzioni di Melfi”.

 

Uno dei primi distretti amministrativi ad essere creato è il “Justitiaratus Molisii et Terre Laboris”, che vede uniti, sotto unica amministrazione, territori che attualmente appartengono al Lazio meridionale, alla Campania settentrionale ed a gran parte del Molise.

Nasce così il toponimo “Terra di Lavoro” che diventa la denominazione ufficiale di un distretto amministrativo plurisecolare che sarà soppresso, dopo oltre settecento anni, dal fascismo nel XX secolo.

L'amministrazione della “Terra di Lavoro” è congiunta a quella del “Contado del Molise” e i due territori condividono il medesimo giustiziere fino al XVI secolo. Solo nel 1538, in epoca aragonese, il “Contado del Molise” è separato dalla “Terra di Lavoro”, venendo aggregato alla “Capitanata”; così i confini di entrambi i distretti, che fino ad allora sono stati piuttosto variabili, subiscono una prima precisa definizione [2].

 


Sotto occupazione napoleonica, con la legge 132 del 1806 “Sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno” varata l'8 agosto di quell'anno, Giuseppe Bonaparte riforma la ripartizione territoriale del Regno di Napoli suddividendolo in Provincie, sulla base del modello francese, e sopprime il sistema dei Giustizierati. Negli anni successivi, tra il 1806 ed il 1811, una serie di regi decreti completa il percorso d'istituzione delle Province con la specifica dei Comuni, in precedenza detti Università, che in esse rientrano.

Inoltre ogni Provincia è suddivisa in Distretti ed ogni Distretto in Circondari, definendo così le loro denominazioni e limiti territoriali [3].

 


Dal 1° gennaio 1817, con il ritorno dei Borboni, l'organizzazione amministrativa napoleonica è confermata e regolamentata con la “Legge riguardante la circoscrizione amministrativa delle Provincie dei Reali Domini di qua del Faro” del 1° maggio 1816.

Il Regno, ora nominato “Delle Due Sicilie”, amministrativamente è suddiviso su quattro livelli.

 

Il primo livello è costituito da 22 Provincie ognuna delle quali organizza una circoscrizione amministrativa del territorio dello Stato e raggruppa una pluralità di comuni limitrofi, il più importante dei quali ne diventa il capoluogo.

 

Il secondo livello è costituito da 76 Distretti distribuiti all’interno delle 22 Provincie di cui costituiscono una suddivisione del territoriale.

 

Il terzo livello è costituito dai Circondari, una articolazione territoriale sempre introdotta dai Francesi, con funzioni amministrative-giudiziarie e gerarchicamente dipendente dal Distretto.

 

Il quarto livello dell’articolazione territoriale è costituita dai Comuni, unità di base della struttura politico-amministrativa dello Stato moderno.

 

Quest’ultimi, a loro volta, comprendono rioni (nella Calabria Citeriore), ville (negli Abruzzi), villaggi, borghi, subborghi o casali (nella Provincia di Napoli e nel Principato Citeriore).

Tutti questi non godono di autonomia amministrativa ed i casali, in particolare molto diffusi nella provincia napoletana, sono centri a carattere agricolo e la popolazione residente nell’area dei casali, oltre che per relazioni di tipo economico, intrattiene legami con il vicino Comune anche per assolvere le proprie pratiche amministrative.

 

In genere le Provincie preunitarie sono territorialmente poco più piccole delle attuali Regioni italiane ma leggermente più vaste delle attuali Provincie. La primaria autorità di ogni Provincia è l’Intendente obbligato a tutelare i Comuni ed i pubblici stabilimenti e di provvedere all’arruolamento per l’esercito. L’Intendente è coadiuvato da un “Segretario Generale” che ne fa le veci in caso di assenza o di impedimento. E’ poi assistito da un Consiglio d'Intendenza, composto da cinque o quattro o tre individui per cui l’Intendenza è di prima o seconda o terza classe, preseduto dall’intendente stesso o dal consigliere più anziano. Ogni Provincia è poi rappresentata da un Consiglio Provinciale che ne regola gli interessi e si riunisce una volta l’anno dopo la chiusura dei Consigli Distrettuali.

Questo consiglio è composto da 20 o 15 membri proposti dai Comuni della Provincia e nominati dal sovrano; è un organo deliberativo ed ha un proprio bilancio. Nel regno borbonico ci sono 15 Provincie continentali, al di qua del Faro, e 7 Provincie insulari, al di là del Faro.

 

Ogni provincia è suddivisa in Distretti, e nel regno ci sono 53 Distretti continentali e 24 Distretti insulari. In ciascuno dei Distretti di cui si compongono le Provincie, escluso quelli in cui risiede l’Intendente, vi è un Sottintendente, coadiuvato da una Segreteria di Sottintendenza, e un Consiglio Distrettuale composta da dieci consiglieri e un Presidente.

Esso rappresenta il Distretto e ne propone i bisogni ed i mezzi di miglioramento al Consiglio Provinciale.

 

Ogni Distretto è suddiviso in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente che sono definiti Circondari. Il Circondario rappresenta una istituzione intermedia fra i Distretti e i Comuni, ma non è un vero e proprio ente amministrativo; costituisce l'ambito territoriale di gravitazione di una città o di competenza di un ufficio che può essere giudiziario, scolastico o finanziario.

 

A loro volta i Circondari sono costituiti dai Comuni, l'unità di base della struttura politico-amministrativa del Regno delle Due Sicilie.

A questi ultimi possono far capo i casali, centri a carattere prevalentemente rurale.

I Comuni si distinguono in tre classi a seconda della diversa rendita o popolazione che vi risiede. La loro economia è regolata da un Decurionato, un Sindaco e due Eletti. Il Decurionato è preseduto dal Sindaco e rappresenta i Comuni componendosi di un individuo ogni tremila abitanti, nei Comuni di prima e seconda classe, ma il numero dei Decurioni non può eccedere i trenta; gli altri Comuni hanno tra otto o dieci Decurioni.

Il Sindaco è la principale autorità ed il solo amministratore del suo Comune; opera col consiglio del Decurionato e degli Eletti. Esercita anche funzioni di Ufficiale di Stato Civile e di Polizia Giudiziaria ove non esiste il Giudice di Circondario.

Dei due Eletti il primo attende alla polizia urbana e rurale ed ambedue assistono il Sindaco come farebbero oggi i moderni assessori. Diversa amministrazione hanno invece le grandi città del Regno come Napoli, Palermo, Messina e Catania.

 

La riforma napoleonica comporta per la Provincia di Terra di Lavoro un ridimensionamento territoriale rispetto al precedente Giustizierato. Viene, infatti, sancita l'istituzione della Provincia di Napoli, voluta per dare alla capitale del Regno un proprio territorio di riferimento [4].





Diversi comuni attraversati dai Regi Lagni, i Campi Flegrei, la città di Napoli, l'area vesuviana e la penisola Sorrentina sono staccati dalla Terra di Lavoro per essere inclusi nella nuova unità amministrativa, unitamente ai Comuni di Gragnano, Lettere, Pimonte, e Casole, distaccati dalla Provincia di Principato Citra.

Questa nuova Provincia comprende, fin dall’istituzione del 1806, i distretti di Napoli, di Pozzuoli e di Castellammare. In seguito Gioacchino Murat, con il Decreto n. 271 del 28 gennaio 1809, istituisce anche il Distretto di Casoria.

Nell’ambito della suddetta divisione amministrativa la città di Pozzuoli è dunque capoluogo del Distretto che praticamente comprende tutti i Campi Flegrei e le adiacenti isole [5].

 


I Circondari del Distretto di Pozzuoli sono inizialmente cinque, per diventare poi sei nel 1853 con il distacco di Ventotene da Ischia e, subordinatamente, Pozzuoli è anche capoluogo di Circondario.

Nel dettaglio sussistono:

 

-      Circondario di Pozzuoli: esso comprende il Comune di Pozzuoli con il Casale di Bacoli e l’Isola di Nisida; il Comune di Pianura, dal 1926 quartiere di Napoli; il Comune di Soccavo, dal 1926 quartiere di Napoli.

 

-      Circondario di Marano: esso comprende il Comune di Marano con il casale di Quarto, che con decreto legislativo del 5 febbraio 1948 diventa Comune autonomo per scorporo dal Comune di Marano; il Comune di Chiaiano con i Casali di Santa Croce, Polvica e Nazaret, dal 1926 tutti quartieri di Napoli. Significativa una vecchia lapide esistente in località Nazzaret che spiegava che la zona era una frazione del Comune di Chiaiano, Circondario di Marano, Collegio Elettorale di Chiaia, Distretto di Pozzuoli. Provincia di Napoli [6]. 

 


-      Circondario di Procida: esso comprende il Comune di Procida ed il Casale di Monte di Procida, dal 27 gennaio 1907 Comune autonomo per distacco amministrativo da Procida.

 

-      Circondario di Ischia: che comprende il Comune di Ischia con i Casali di Campagnano, Chiomano, Vatoliere e Villa de’ Bagni; il Comune di Barano con i Casali di Moropano e Pieio; il Comune di Serrara con il Casale di Fontana; il Comune di Testaccio. Testaccio, oggi frazione del Comune di Barano, ha avuto in passato una diversa caratterizzazione amministrativa, prima come Casale aggiunto nell’Università del Terzo (1795) e poi dal 1806 al 1879 come Comune autonomo [7].

 


-      Circondario di Forio: che comprende il Comune di Forio con il Casale di Panza; il Comune di Casamicciola; il Comune di Lacco.

 

-      Circondario di Ventotene: che comprende il Comune di Ventotene e l’Isola di Santo Stefano. Questo Circondario è istituito con decreto del 21 settembre 1853 quando Ventotene è distaccata dal Circondario di Ischia ed elevata al rango di capoluogo di Circondario.

 

A differenza di Pozzuoli, che di già gode piena autonomia amministrativa per la esistente libera Università, le altre località del Distretto Flegreo per la prima volta acquisiscono autonomia affrancandosi dal millenario infeudamento.

Così pure l’intera isola d’Ischia si emancipa dalla tutela dei nobili patrizi ed eletti della Fedelissima Regia Città d’Ischia; spariscono le università del Terzo, le Città, i Casali, le Terre.

Fin dal 1806 è divisa in sette Comuni ed i centri principali capi luoghi di Circondario, poi di Mandamento, sono Ischia e Forio. Al primo Comune vengono aggregati quelli di Barano, Testaccio, e Serrara-Fontana; all’altro di Forio quelli di Casamicciola e Lacco Ameno.

Ogni comune isolano diventa indipendente, sottoposto al Sotto-Prefetto di Pozzuoli per il ramo interno amministrativo e di polizia, quindi aggregati alla Provincia di Napoli.

 

Con l'occupazione garibaldina, e l'annessione al Regno di Sardegna, nel gennaio 1861 si introduce l’ordinamento amministrativo del Piemonte, promulgato il 23 Ottobre 1859 e poi modificato da quello Italiano pubblicato il 20 Marzo 1866.

Con decreto luogotenenziale, subito dopo l’impresa dei Mille, sono nominati i nuovi sindaci di tutti i comuni del Distretto di Pozzuoli [8].



Con questo ordinamento restano in vita le Provincie, che subiscono varie modifiche territoriali; i Distretti sono rinominati Circondari ed i vecchi Circondari sono rinominati Mandamenti che però hanno principalmente una funzione giudiziaria.

Pertanto il vecchio Distretto di Pozzuoli, ora rinominato Circondario, viene ad essere costituito da sei mandamenti che comprendono i seguenti comuni:

-      Mandamento di Pozzuoli: Pozzuoli, Soccavo, Pianura:

-      Mandamento di Ischia: Ischia, Barano, Testaccio (fino al 1879), Serrara Fontana;

-      Mandamento di Ventotene: Ventotene;

-      Mandamento di Forio: Forio, Casamicciola, Lacco Ameno;

-      Mandamento di Procida: Procida;

-      Mandamento di Marano: Marano, Chiaiano.

 

A fine ottocento su 81.000 abitanti del Circondario di Pozzuoli ben 44.000 abitano in otto comuni isolani, compresa Ventotene, e 37.000 abitano in cinque comuni del continente. Questi dati ben evidenziano la prevalente economia marittima dell’intera circoscrizione amministrativa.

 Questo ordinamento dura fino al 1926 quando, nell’ambito della riorganizzazione della struttura statale voluta dal regime fascista, tutti i Circondari italiani sono aboliti con contestuale aumento del numero delle Province.

Pertanto nel 1927 il territorio di Pozzuoli è assorbito dalla provincia di Napoli di cui ancora oggi è parte integrante come ordinamento statale [9].



Sono però scomparsi gli organi politici elettivi e le vecchie province, almeno le maggiori, sono ora indicate come “Città Metropolitane”.

  

P.S. - Notizie e illustrazioni tratte da Wikipedia

GIUSEPPE PELUSO – APRILE 2022


domenica 14 novembre 2021

Don Ambrogio, organista della Cattedrale

LA LEGGENDA DELL’ORGANISTA SULLA TERRA

Don Ambrogio nella Cattedrale di Pozzuoli, tra Santità e Soavità

 

Sul sito “Organi & Organisti” Giosuè Berbenni traccia le regole professionali e spirituali per l’organista di chiesa e riporta quanto affermato nel 1608 dal grande organaro Costanzo Antegnati:

«L’organista, avendo a che fare con la santità del luogo e trattando cose sante, deve essere una persona di costumi santi»

 

….e don Ambrogio era così! … Si!.... era proprio così!

Lo commemoriamo con gratitudine e, per amor suo facciamo un passo indietro.

Il vescovo Pietro Cavalcanti, che resse la Diocesi di Pozzuoli tra il 1713 e il 1723, è ricordato per essere stato, dopo Martin de Leon y Cardenas, uno dei pastori più impegnati nell’apportare miglioramenti alla Cattedrale dedicata al martire Procolo.

Proprio Pietro dota la basilica di un nuovo organo inizialmente collocato al di sopra della Cappella della Beata Vergine; dove poi nel 1781 il vescovo Girolamo Dandolfi depone lo scrigno con le reliquie, del Santo Martire, appena rientrate dalla badia sul lago di Costanza.

Sarà Nicola De Rosa, vescovo dal 1733 al 1774, a realizzare la Cantoria sull’ingresso principale ed a collocarvi l’organo con tutti i suoi componenti:

-      le canne che ne costituiscono la parte più scenografica;

-      la cassa di legno, contenente l’aria, su cui poggiano le canne;

-      i mantici che producono l’aria utile alle canne;

-      la manovella che girando aziona il meccanismo dei mantici;

-      la tastiera, posta vicinissima alla cassa;

-      i registri che servono a scegliere le canne in cui inviare l’aria;

-      la pedaliera che serve a riprodurre i suoni più gravi.

La Cantoria, realizzata tutta in legno intagliato, poggia su due colonne che ne sorreggono l’arrotondata parte centrale più sporgente. L’alta balaustra, che delimita la balconata verso la navata della chiesa, è decorata e laccata in oro zecchino.

Il complesso si presenta stilisticamente armonico e ben inserito nella seicentesca Cattedrale barocca. Ed è in questo aspetto che, i più anziani tra noi, hanno potuto ammirarla prima del tragico incendio della notte tra il 16 e il 17 maggio 1964 [1].

 La Cantoria sembra sospesa al cielo; per accedervi bisogna raggiungere un piccolo vano adiacente alla sacrestia; dove attualmente c’è il passaggio tra la Cattedrale e la Cappella del Santissimo Corpo di Cristo (detta Coretto). Da questo vano si sale a mezzo di una scala di legno e poi, attraverso una porticina, si accede all’organo.

Lo storico Raffaele Giamminelli, ricordando la sua fanciullezza, racconta:

«Durante le grandi Celebrazioni, quelle presiedute dal vescovo, non mancava la dolce armonia dell’antico organo suonato dal canonico Ambrogio D’Ambrosio, curato della Chiesa del SS. Rosario e S. Vincenzo Ferrer [2].


Don Ambrogio prendeva posto alla grande tastiera e noi scugnizzi pronti a girare il grande mantice ad aria per alimentare le canne dell’organo. Sembrava un gioco far muovere il volano, ma ci stancavamo subito; per fortuna eravamo organizzati in piccole squadre che si avvicendavano.

Qualche volta capitava che il suono affievoliva, e allora si dava più forza per aumentare la pressione dell’aria; spesso ci scappava lo “scappellotto” del sacrestano Bastianiello.

Nei rari momenti di riposo, ma spesso ero io che mi sottraevo alla fatica, mi affacciavo dall’alto parapetto, aiutandomi con uno scanno, per ammirare, rimanendo incantato, l’intera cattedrale illuminata da numerosi lampadari di cristallo delle cappelle laterali e dell’arco trionfale tra la navata e il coro. Ricca di marmi colorati, con drappi rossi e bianchi che scendevano dai cornicioni.» [3]

Luigi Iacuaniello, che in quegli stessi anni fu seminarista, ricorda:

domenica 25 luglio 2021

Oreste Verdone

 

FORTI NELLA VITA

EPICI SVLLE ALPI E SVL MARE

NELLA STORIA ETERNI

POZZVOLI MADRE

SVPERBA DI ESSI E MEMORE


E tra essi … il Tenente Oreste Verdone




Sui lati del nostro Monumento ai Caduti, nello slargo di Porta Napoli, notiamo due frontoni angolati quel tanto che basta a renderli visibili all’occhio del passante.

Su questi marmi sono scolpiti i nominativi, in ordine alfabetico, di tutti i nostri concittadini caduti nel corso della “Grande Guerra”.

Avvicinandoci al frontone di destra, quello che sovrasta la fonte che raffigura il “Dio Piave” nell’atto di indicare con lo sguardo ai combattenti la via della Vittoria [2],



possiamo ancora leggere, nonostante le incurie del tempo, i nomi degli ultimi cinque figli che Pozzuoli ha eternato nel marmo [1].

 

MARINAIO     VARRIALE CARMINE

TENENTE       VERDONE ORESTE

SOLDATO       VILLANO FRANCESCO

SOLDATO       VIOLA GENNARO

SOLDATO       VITOLO GIUSEPPE

 

Ultimamente vari notiziari e social, anche di livello nazionale, stanno riportando la notizia delle origini puteolane del nonno di Carlo Verdone.

La si sta facendo passare come una “scoperta” recente, una novità che avrebbe sorpreso lo stesso comico romano.

In verità fin dal 2015 la stampa ha dato risalto dell’omaggio fatto dall’attore alla memoria del nonno Oreste, in special modo a Gorizia nella cui provincia ricadeva il fronte in cui cadde nel corso della Grande Guerra. Inoltre crediamo che nella famiglia Verdone, come in tutte le altre, sempre siano state tramandate notizie, e soprattutto “fattarielli”, relativi ad avi non così lontani nel tempo.

Carlo, e particolarmente il Padre Mario, sapevano del nonno e della sua nascita a Pozzuoli; notizia rintracciabile anche in rete e addirittura in Wikipedia consultando la voce “Mario Verdone”.

 

Con la recente scoperta presso l’Archivio di Napoli, la richiesta di passaporto alla Questura partenopea da parte di Oreste Verdone, siamo di fronte ad un interessante ritrovamento che arricchisce le nostre conoscenze, ma ritengo che questo documento non sia della stessa importanza dell’atto ufficiale di nascita, pubblicato dall’amica Anna Maria Byrne, che ci fornisce molte più notizie sulla Famiglia Verdone.

Anna Maria, nata Sfarzo, è una puteolana traferita negli Stati Uniti dopo il matrimonio con mister Byrne e, dalla lontana America, continua ad amare ed interessarsi della natia Pozzuoli.

Sulla pagina Facebook di “Napoli Fanpage” del 18 giugno 2021 Anna Maria ha letto una intervista fatta a Carlo Verdone [3]:



«Ho avuto la conferma delle vere radici di mio nonno che era nato a Pozzuoli il 26 marzo del 1894. In passato non era stato facile rintracciare sue notizie. Mio padre fece un viaggio a Napoli apposta, lo narro in un capitolo dedicato a nonno Oreste. Da Napoli lo mandarono a Nola, poi a Caserta, un vero macello...

Candida Carrino, Angelica Luglio e Gianluca Bianco sono riusciti a trovare quello che cercavamo da tempo. Dopo la lettura del mio libro hanno iniziato una ricerca, anche affettuosa, per offrirmi qualche elemento in più. Ed effettivamente ci sono riusciti.»

 

Anna Maria Byrne risponde a questo post:

«Sig. Verdone, peccato non mi conosca. Come ho letto l’articolo mi son detta: “a Verdo’ mo’ to trova a compaesana tua”.

Ho trovato il certificato in meno di cinque minuti!

Adesso siamo ‘paesani’»

 

Adesso, cara Anna Maria, mettendo insieme tutte queste notizie con altre scaturite dalla mia personale ricerca, possiamo azzardare qualche notizia maggiore sul nostro “paesano”.

 

Il cognome VERDONE non è tra quelli tradizionali che fin dall’era angioina sono attestati a Pozzuoli; sappiamo che esso è radicato in tre regioni (Lazio, Molise, Campania) e in cinque provincie (Latina, Frosinone, Isernia, Caserta, Benevento).

Analizzando gli specifici paesini in cui è diffuso notiamo subito che trattasi di località in passato tutte comprese in “Terra di Lavoro”; storica provincia del Regno di Napoli che poi, dopo la sua abolizione, ha ceduto territori alle citate provincie e regioni.

Il capostipite Armando Verdone, bisnonno di Carlo, è probabilmente originario di Mignano Montelungo, o di un confinante paesino dell’attuale basso Lazio, ed emigrato a Pozzuoli.

D’altronde si ha notizie di tanti altri contadini di queste zone (ad esempio i Fortuna originari di Isola del Liri) attirati dalle possibilità lavorative offerte dalla grande fabbrica Armstrong impiantata a Pozzuoli a metà degli anni ottanta del XIX secolo.

L’atto di nascita di Oreste Verdone porta il numero 184 ed è stilato alle ore undici del 28 marzo 1894 nella Casa Comunale da Ragnisco Notaio Achille, sindaco del Comune di Pozzuoli [4].



Achille Ragnisco è tato eletto sindaco nel 1893 e lo sarà fino al 1896; stimato notaio discendente da conosciuta e nobile casata che fin dal seicento ha annoverato innumerevoli, notai, sindaci e giacobini, condannati per la partecipazione alla Napoleonica Repubblica Partenopea.

 

Ragnisco, nella sua qualità di Ufficiale dello Stato Civile scrive che innanzi a lui s’è presentato Armando Verdone di ventitré anni e di mestiere meccanico; professione all’epoca esercitabile solo in un cantiere, data la mancanza di macchinari e mezzi di locomozione privati.

Verdone dichiara di domiciliare in via Napoli, numero 15; praticamente subito dopo l’attuale via Matteotti (all’epoca via dell’Ospizio) iniziava via Napoli (ora corso Umberto I) [5].



Armando Verdone continua affermando che alla ora meridiana una (del pomeriggio) e minuti sei del giorno 26 del corrente mese di marzo, nella riferita casa di via Napoli è nato un bambino di sesso mascolino, che presenta al sindaco, ed a cui dà il nome di Oreste.

La Madre, moglie di Armando, è Giuseppina Izzo (cognome anch’esso originario della Terra di Lavoro ma oggi molto diffuso nella nostra provincia), donna di casa che lo fece con lui convivente.

A quest’atto sono presenti, quali testimoni, i signori Procolo Artiaco di anni sessantasei, di professione proprietario e Vincenzo Garbino di anni ventitré, di professione contadino; entrambi residenti nel comune di Pozzuoli.

Artiaco era probabilmente il suo padrone di casa e Garbino, anche per età, un amico coetaneo che coltivava una delle tante “parule” di ortaggi che nella zona di via Napoli si estendevano tra il terrazzo marino della Starza e il mare.

Il sindaco conclude l’atto scrivendo che lo stesso è stato letto agli intervenuti e sottoscritto da lui, dal dichiarante e da uno dei testimoni, avendo l’altro detto di non saper scrivere.

Seguono le firme di Armando Verdone, Procolo Artiaco e Achille Ragnisco.

 

Oreste cresce nella nostra Pozzuoli, a via Napoli e dal suo balcone di case vede il mare e il dirimpettaio “Grand Restaurant dei Cappuccini” fondato da Gennaro Polisano nell’antico omonimo ospizio che in seguito diventerà “Ristorante Vicienzo a ‘mmare” [6].

Qui frequenta le scuole basiche e poi si reca nella vicina Napoli, con la Cumana o con il Tram, per conseguire il diploma di chimico; ma le sue amicizie ed i suoi svaghi sono in questi luoghi che vanno sempre più incrementandosi tra immigrati, assunti dalla Armstrong, e villeggianti, ospiti dei numerosi stabilimenti termali e balneari che tra “Bella Epoque” e “Liberty” raggiungono l’apice della loro parabola ascendente [7].



Giovanissimo è assunto dalla Armstrong che in piena espansione nella produzione di artiglierie (Guerra di Libia, Grande Guerra) ha certamente necessità di giovani specializzati; la grande fabbrica ha un proprio laboratorio chimico dedito alle sperimentazioni e verifiche dei materiali da utilizzare in fonderia. Nell’allegata foto, scattata in quel periodo nel laboratorio, personale e dirigenti, tra cui il dott. Vincenzo Adinolfi, del settore chimico [8].



Proprio questo lavoro lo porta a frequenti missioni all’estero, come vedremo con la richiesta di passaporto, oppure in altre località italiane; occasione per la quale conosce la futura moglie Assunta Casini, senese.

L’avrà sposata poco dopo il suo arruolamento allo scoppio, o poco prima, della Guerra Mondiale del 1915/1918; sarebbe interessante richiedere il suo Foglio Matricolare o, essendo ufficiale, il suo Stato di Servizio.

Dal Regio Esercito è assegnato al 37° Reggimento Fanteria, della Brigata “Ravenna”, che ha sede ad Alessandria.

Non sappiamo se la nuova Famiglia ha provvisorio domicilio a Pozzuoli, Alessandria o Siena; certo è che Oreste continua ad avere ufficiale residenza anagrafica a Pozzuoli, e questo lo si deduce dal fatto che solo le amministrazioni comunali in cui i caduti risiedono, e non dove sono nati, ricevono comunicazione della loro morte al fronte.

Rispettando questo principio tutte le amministrazioni comunali italiane sono autorizzate, nel dopoguerra, a scolpire i rispettivi nominativi nei marmi dei monumenti commemorativi che prolificarono in tutta la Nazione [9].

 


Nell’agosto 1916 Oreste chiede alla Questura di residenza il passaporto per recarsi all’estero ed essendo militare in servizio effettivo necessita dell’autorizzazione da parte dei Comandi Militari. 

Dall’Archivio Generale di Napoli, sezione passaporti della locale Questura, è ora saltato fuori un documento che ci ha fornito una foto e interessanti notizie su Oreste Verdone [10].

Dal documento apprendiamo che il 21 agosto il Distretto Militare di Napoli, nel cui ambito territoriale è compresa Pozzuoli, notifica che in data 9 corrente il Ministero della Guerra ha autorizzato il tenente Verdone a recarsi all’estero e pertanto prega rilasciargli il prescritto passaporto affinché possa senz’altro effettuare il previsto viaggio a Londra. All’uopo allega il Modello 79 pervenuto dal Comando della Divisione Militare Territoriale “Alessandria” che include il 37° Reggimento Fanteria [11].

 


Ritornato in Italia Oreste è inviato col suo reggimento al fronte nelle posizioni di Vertojba – Merna (attuale Slovenia) dove il 12 maggio del 1917 inizia la X° Battaglia dell’Isonzo.

Il giorno 14 al 37° fanteria è assegnato come obiettivo la quota 86, appena oltre il torrente Vertojbizza, caposaldo di tutto il settore nemico; l’assalto risulta infruttuoso e tentativi sono ripetuti anche nei seguenti giorni 15 e 16.

Il reggimento subisce la perdita di 350 uomini e moltissimi feriti tra cui il tenente Verdone che, per le ferite riportate, è ricoverato presso l’ospedale militare di Alessandria, sede del reggimento.

Sua moglie Assunta di appena venti anni, avvertita di questo ricovero, sebbene sia nell’ultimo mese di gravidanza, prende un treno e lo raggiunge.

Il destino vuole che il 27 luglio del 1917 Assunta partorisca il piccolo Mario proprio nell’ospedale dove Oreste è convalescente; così ha la fortuna di vedere il figlioletto appena nato.

Subito dopo, ai primissimi di agosto, Oreste è guarito e deve far ritorno al fronte; tutta la famigliola prende un treno e viaggia unita fino alla stazione di smistamento di Pisa, dove con uno struggente addio, si dividono.

Assunta e il piccolo Mario prendono un treno diretto a Siena, verso i genitori di lei, e Oreste prende un treno direzione Bologna, di nuovo verso il fronte; verso la morte.

I tre non si sarebbero più rivisti e Mario Verdone da adulto scriverà e cercherà spesso di immaginare quell’addio che sarà stato struggente e triste [12].

 


Il giovane ufficiale, appena ritornato al fronte, è trasferito al 47° reggimento fanteria (con il 48° forma la brigata “Ferrara”) che il 19 agosto si lancia all’attacco raggiungendo le pendici nord ovest del Veliki - Vhr e il 25 agosto, dopo accanita lotta, raggiunge Hoje a quota 763 metri.

Nelle ultime lettere, benché sia ancora estate, Oreste scrive: 

“Il freddo mi gela le mani, mi entra nelle ossa e io ormai non sono più padrone di me stesso…”.

Poi, parlando del piccolo Mario raccomanda:

“Accada quel che accada ti prego di farlo studiare. Costi quel che costi”.

Dopo brevissimo periodo di riposo il reggimento entra in linea nel settore del Monte San Gabriele ed esegue attacchi contro aspre posizioni nemiche. Poco tempo dopo, a metà settembre del 1917, un colpo di mortaio austriaco lo uccide mentre si trova in trincea.

Il bel sito rievocativo “Il fronte del Piave” riporta il tenente Oreste Verdone tra i nominativi degli ufficiali morti il giorno 15 settembre 1917 e giustamente indica il Monte San Gabriele (e non Monte San Michele come qualcuno scrive) quale luogo della sua morte [13].



La storia di Oreste è analoga a quella di tanti ragazzi come lui, puteolani e italiani tutti, che persero la vita nel corso delle furiose battaglie della Prima Guerra Mondiale. 

Suo figlio Mario nasce a Torino per amore materno e cresce a Siena per necessità; poi si trasferirà a Roma per scelta professionale diventando un illustre critico cinematografico e docente universitario. Avrà a sua volta tre figli, fra cui il celeberrimo regista e attore Carlo Verdone.

Ma è Pozzuoli che, Madre Superba Memore di questo eroe, lo ha eternato nel marmo a perenne memoria delle future generazioni.

Chi lo desidera potrà leggere il suo nome nel monumento puteolano, esattamente là dove fiera punta la bianca freccia [14].

 


GIUSEPPE PELUSO – LUGLIO 2021