martedì 5 febbraio 2019

I Serbatoi di Nafta di Pozzuoli



L’ing. Pier Luigi Nervi ed i serbatoi nafta di Pozzuoli.

Passato e futuro degli avveniristici depositi della Marina

Molti di noi sono stati almeno una volta ospiti del maestoso auditorium vaticano per partecipare alle udienze pontificie. Questa grande sala, capace di contenere oltre dodicimila persone, si chiama “Aula Paolo VI”, dal Papa che l’ha voluta; ma è conosciuta anche come “Aula Nervi” dal nome del suo progettista, Pier Luigi Nervi (Sondrio 1891 – Roma 1979), famoso ingegnere italiano autore di grandi opere nell’edilizia civile e militare [1].

E’ sufficiente ricordare il Teatro Augusteo e la Stazione Centrale di Napoli, Il Palazzetto dello sport e il Palazzo Olimpionico dello sport di Roma, lo Stadio Artemio Franchi di Firenze, l’aeroporto internazionale di Fiumicino, Palazzo Mostra Italia 61 e Palazzo dello sport a Torino, e centinaia di altre opere realizzate in Italia e all’estero dal 1920 al 1978; moltissime riprodotte nei francobolli [2].

Anche Pozzuoli annovera una sua realizzazione composta da ben quindici cisterne sotterranee, in calcestruzzo armato, destinate all’immagazzinamento di combustibile per conto della Regia Marina.
Benché il fine di quest’opera sia inquietante, e faccia rabbrividire, nel contempo essa risulta estremamente affascinante; la sua interna spazialità circolare, scandita dalla geometria della fitta rete di colonne, ricorda gli spazi ipogei delle antiche cisterne romane; Piscina Mirabilis di Bacoli e Yerebatan Sarniçi di Istanbul.
Per la sua stessa natura, e per il fine cui è destinata, per oltre mezzo secolo l’opera è rimasta preclusa e semisconosciuta nella conformazione della sua struttura.

Nel periodo compreso tra il 1936 e il 1940 l’Italia, protesa verso la guerra futura e consapevole che sarebbero venuti meno i rifornimenti petroliferi, provenienti da pozzi in possesso dell’impero britannico, elabora la realizzazione, in località che restano coperte da segreto, enormi depositi di combustibili destinati allo stoccaggio di gasolio, kerosene o benzina avio. Pier Luigi Nevi disegna, per la Regia Marina Militare e la Regia Aeronautica, una serie di progetti per serbatoi interrati e tra le località prescelte, per la loro dislocazione, c’è anche Pozzuoli perché dotata di un porto ritenuto strategico.
Pertanto, a partire dal 1939, la stessa impresa dell’ingegnere, la ditta “Nervi & Bartoli” progetta e realizza quindici serbatoi interrati localizzati in tre ambiti diversi ma a breve distanza tra di loro. Son tutti tra loro allacciati e collegati con il molo Caligoliano e con il pontile Ansaldo mediante un articolato sistema di condotte interrate.



I Serbatoi di Via Celle
I primi ad essere completati sono gli otto serbatoi di via Celle, dislocati in un’area di circa centomila metri quadri, destinati a contenere nafta per la Regia Marina Italiana [3].

Queste enormi cisterne interrate si trovano in un vasto apprezzamento di terreno, già agricolo, stretto tra via Celle, via vicinale Cigliano e la sede ferroviaria della Direttissima Napoli - Roma. Oggi il territorio è praticamente attraversato dalla nuova strada di rapida evacuazione a scorrimento veloce, ovvero dal suo primo tratto Solfatara – via Campana.

La tecnica costruttiva utilizzata è quella dei serbatoi a forzamento preventivo di cui al brevetto n°375055 depositato dall’ing. Nervi del 1939 “Procedimento e dispositivo per creare e mantenere uno strato di pressione determinato in valore e direzione, fra due corpi, ad esempio fra una struttura edilizia e il terreno d’appoggio”. In molti campi della tecnica è necessario sollecitare due corpi contigui, o uno in presenza dell’altro mediante una forza prestabilita, e Nervi in questi serbatoi sperimenta la modalità di forzamento preventivo [4]

I serbatoi sono realizzati a forma cilindrica (la pianta circolare è utilizzata affinché la struttura si comporti come un arco soggetto a spinte esterne) con diametro esterno pari a circa 38 metri, e poco meno quello interno. L’altezza interna è pari a circa 17 metri e quella esterna complessiva non supera i 20 metri, onde evitare eccessive pressioni sul fondo. Ogni serbatoio ha la capacità di circa 345mc e all’interno di ognuno ci sono 22 colonne alte circa 16.5 metri [5].

Il mantello perimetrale è costituito da muratura di tufo, con uno spessore di 90 centimetri, e incamiciatura in lamiera metallica. 
Purtroppo non sono stati ritrovati disegni originali di Nervi (disegni e foto dell’interno sono relative ai serbatoi di Palermo) che avrebbero potuto fornire maggiori informazioni sulle caratteristiche di questi serbatoi che sono i principali tra tutti quelli costruiti a Pozzuoli.

Sin dal progetto iniziale i serbatoi sono collegati tra loro mediante una rete di cunicoli, ovvero condotte voltate scavate nel tufo, larghi 3.00 metri e alti 2.50 e ad essi è possibile accedere anche mediante alcuni pozzi di discenderia dislocati lungo il tragitto; permettendo l’accesso al sistema di percorsi sotterranei che ospitano le condotte e ne permettono l'ispezione [6].

I cunicoli confluiscono, poi, in una grande camera di manovra e di smistamento, anch'essa interrata, ripartita in tre vani; uno a pianta rettangolare, gli altri due a pianta trapezoidale aventi tutti altezza di 12 metri. La camera di smistamento, sala di pompaggio con moto pompa di travaso, ricopre un ruolo importantissimo per tutto il sistema di serbatoi, grazie ad essa, infatti, viene gestito il flusso di nafta in arrivo, con navi cisterna, al porto di Pozzuoli o il flusso di nafta da convogliare sulle unità da guerra in attesa di rifornimento.
La nafta proviene, o ritorna, al porto attraverso una ulteriore galleria scavata nel tufo (3.00 metri di larghezza e 2,5 metri di altezza) che, con un percorso rettilineo di 520 metri, supera il dislivello di circa 60 metri, esistente tra porto e via Celle, con una pendenza costante inferiore all' 8%. Questa galleria, partendo dalla camera di smistamento, sottopassa la linea ferroviaria Roma-Napoli, l’attuale rione Olivetti, le rovine delle cosiddette Terme di Nettuno, la Casa Circondariale, la Chiesa di Sant’Antonio e spunta nel sottostante Vallone Mandria [7].

Qui l’oleodotto, costituito dalle doppie condutture che viaggiano per l’intera galleria, si immette nel letto dell’Alveo Campano [8] 

che è poi abbandonato quando giunge sulla provinciale via Miliscola là dove per moltissimi anni ha avuto sede la Trattoria Cagi [9].

Da questo punto mediante cunicoli, sotterranei sia ai marciapiedi che alla stessa sede stradale, l’oleodotto raggiunge la darsena (Valione) di Pozzuoli dove, in prossimità della chiesetta dell’Assunta a mmare, è stata realizzata una sala munita di pompe, di elevata capacità, in grado d’inviare il combustibile ai serbatoi ubicati nella parte alta di Pozzuoli.
Dopo la sala pompe l’oleodotto riprende la sua corsa per raggiungere il molo attraverso un condotto ricavato al di sopra della scogliera che separa la darsena dal mare aperto [10].

Percorre poi l’intero molo Caligoliano aggrappato all’alto muraglione - passeggiata [11] per terminare poi la sua corsa in prossimità del faro dove si trovano attacchi e valvole idonei al carico o scarico dal naviglio.



I Serbatoi di via Campana
Nei primi mesi del 1940, con la guerra orami imminente, iniziano i lavori per la costruzione di ulteriori cinque serbatoi, sempre per conto della Regia Marina. Sono dislocati su di un’area agricola, di circa 77.000 metri quadri, ed hanno per confini la via Nuova Campana, dalla quale si accede e dalla quale prendono nome, via Fascione ed il cimitero civile; area oggi interessata dai lavori in corso per la costruzione del tunnel di collegamento Tangenziale – Zona Portuale [12].

Presso gli archivi sono stati ritrovati solo i progetti relativi a tre di questi cinque serbatoi che risultano tuttora esistenti, anche se completamente interrati ed inaccessibili. Si tratta di manufatti cilindrici con diametro interno pari a circa 29,50 metri e diametro esterno pari a circa 33,50 metri. Il mantello perimetrale non supera l’altezza di 20 metri e l'altezza complessiva è pari a 23,75 metri [13].

Il mantello è costituito da due pareti in blocchetti cementizi prefabbricati separati da un’intercapedine riempita con muratura di tufo e malta di calce e pozzolana. La parete contro terra è realizzata con blocchetti sagomati a “C” ed a “T” con i tubi interposti per il forzamento preventivo mentre la parete interna è realizzata con blocchetti forati per garantire la tenuta ed il controllo di eventuali perdite di liquido, così come studiato nel brevetto n° 348774 del 1937 e come già utilizzato nei serbatoi realizzati a Palermo.
All’interno del serbatoio sono poi impostati 19 pilastri in calcestruzzo armato per il sostegno della copertura [14].

Il fondo è costituito da una platea in calcestruzzo armato ricoperta da uno strato di rivestimento idrofugo in asfalto e sovrastante masso delle pendenze in calcestruzzo magro, su cui vengono messi in opera gli stessi blocchi forati impiegati per la parete interna del mantello, con i fori disposti in continuità orizzontale, in modo da realizzare anche per il fondo lo strato di controllo e tenuta del liquido. I canali formati dai fori dei blocchi, disposti sia sul fondo che sulla parete, confluiscono poi in un cunicolo perimetrale dove si possono raccogliere le eventuali perdite.
L’eliminazione di eventuali fuoriuscite di gas, nonché l’aerazione per le manutenzioni, sono garantite dagli stessi blocchi utilizzati nella parete verticale, che fanno confluire i gas in sommità.

Il fondo, in corrispondenza della base dei pilastri, non presenta lo strato in blocchi forati, ma è costituito da una soletta in calcestruzzo con tubi in cemento inglobati e posizionati in continuità con i fori dei blocchi prefabbricati. Superiormente, completa il fondo una soletta in calcestruzzo armato dello spessore di 7 centimetri, che risvolta anche sulla base troncoconica dei pilastri, mentre sotto la platea di fondazione è previsto un altro sistema per il forzamento preventivo che può essere impiegato per l’eventuale costipamento del fondo. Si tratta di una serie di tubi di canapa, disposti ad un interasse di 60 centimetri, nei quali può essere iniettata malta cementizia a pressione, attraverso apparecchi opportunamente predisposti; l’azione di costipamento del terreno si sarebbe ottenuta con la pressione esercitata dalla malta cementizia iniettata.

Anche la copertura è realizzata in più strati; sui pilastri, posti ad una distanza radiale di 5,30 metri e collegati in sommità da travi in cemento armato, sono impostate voltine anulari in calcestruzzo armato gettate su casseforme a perdere in mattoni e livellate all’estradosso con muratura in tufo. Superiormente una serie di muretti (0.70 m x 0.30 m) in blocchi di cemento e malta di calce e pozzolana, sormontati da tavelloni, consentono di realizzare uno strato con aerato per lo sfogo dei gas, essendo le camere d’aria, così ricavate, collegate tra di loro attraverso fori predisposti negli stessi muretti. La copertura è poi completata in successione da uno spesso strato (2 metri) di muratura a sacco in tufo e malta di calce e pozzolana, uno strato di un metro di spessore costituito da pietrame alla rinfusa e circa 50 centimetri di spessore di terreno di ricoprimento.
In realtà Nervi ha previsto anche una variante con copertura blindata che poi non è stata impiegata in questi serbatoi.

Interessanti sono anche le modalità di esecuzione dei lavori che Nervi indica minuziosamente in alcuni elaborati grafici. La prima fase comprende la realizzazione dello scavo anulare armato per l’esecuzione della parete statica del serbatoio e l’approntamento delle apparecchiature di messa in carico delle pareti. La seconda fase prevede l’esecuzione dello scavo interno con la realizzazione della platea, dei pilastri e delle volte anulari; la terza fase comprende la forzatura e messa in carico delle pareti; l’ultima fase consiste nell’esecuzione della camicia di tenuta in gunite, del completamento della copertura e della sistemazione del terreno.
I cinque serbatoi, oggi detti di via Artiaco per la nuova denominazione assunta dall’ex via Campana per tale tratta, sono anch’essi collegati fra di loro mediante una rete di cunicoli larghi 3.00 metri e alti 2.50 metri e tutti confluiscono in una interrata camera di manovra e smistamento. Da questa camera parte poi un condotto, contenente le tubazioni, che quasi in via retta giunge alla sottostante provinciale via Miliscola attraversando il vallone detto “Canalone”, praticamente nello medesimo punto dove ora giunge il costruendo tunnel che parte dalla stessa zona dei serbatoi e raggiunge lo stesso luogo, alla via Fasano [15].

Da questa strada l’oleodotto raggiunge il confinante Stabilimento Ansaldo per terminare la sua corsa sul vicino molo ex Armstrong. Anche qui troviamo attrezzature atte al carico/scarico (in particolare per i numerosi sommergibili che presso l’Ansaldo eseguono lavori di manutenzione e la ricostruzione della nuove e più pratiche torrette) e, nel piazzale antistante il molo, una sala pompa in grado d’inviare i combustibili ai serbatoi ubicati nella parte alta di via Campana [16].

Molte fonti affermano che cunicoli sotterranei, partenti dalla sala pompe di via Campana, arrivino fino alla sala pompe di via Celle mettendo così in comunicazione, tra loro, i due gruppi di serbatoi.



I Serbatoi di via Vecchia Vigna
Gli ultimi due serbatori costruiti sono commissionati alla fine del 1942 dalla Regia Aeronautica Italiana e posizionati in via Vecchia Vigna, in un terreno in gran parte selvoso della estensione di poco più di 30.000 metri quadri [17].

Anche se non vi è ancora una conferma che tali serbatoi siano stati effettivamente progettati e realizzati dalla Nervi & Bartoli, ciò è tuttavia molto probabile, in quanto vi si ritrovano modalità costruttive ed espedienti propri dei sistemi studiati dall’ing. Nervi.
Le due cisterne, destinate a contenere kerosene o benzina avio, hanno una pianta circolare con diametro di 21,70 metri ed un’altezza interna netta pari a 7,30 metri. Il mantello perimetrale è costituito da una parete in calcestruzzo armato spessa 35 centimetri con un’incamiciatura sulla superficie interna in ghisa dello spessore di 4 cm; lo stesso lamierino costituisce anche il fondo del serbatoio che poggia direttamente sul terreno [18].

Sedici pilastri in carpenteria metallica del tipo ad elementi gemelli, fondati su plinti isolati, sorreggono la copertura piana costituita da un solettone in calcestruzzo armato, con armature incrociate, dello spessore di 50 centimetri. Il collegamento pilastro - solaio di copertura avviene tramite un pulvino metallico tronco conico, dello spessore di 2 cm, su cui è saldata una piastra metallica a pianta quadrata (0,90m x 0,90 m) collegata mediante tirafondi al solaio. Lo stesso tipo di raccordo si ritrova anche alla base dei pilastri per il collegamento con i plinti di fondazione.
La copertura è, inoltre, sostenuta perimetralmente anche dal mantello, attraverso una serie di puntoni metallici, con profili al “L” accoppiati [19]. 

L’accesso ai serbatoi è garantito attraverso quattro discenderie ricavate nella copertura e da un passo d’uomo, del diametro di un metro, nel mantello perimetrale, a circa un metro di altezza dal fondo. Questo accesso è reso possibile in quanto i serbatoi sono collocati in un terreno in pendio e, quindi, presentano un lato sul versante aperto della collina [20].

I due serbatoi sono collegati ad una piccola sala manovre, fornita di pompa di travaso, a sua volta collegata con la sala principale del gruppo di cisterne ubicate nella zona di via Celle e, tramite questa, alla rete portuale.



Collegamenti serbatoi – zona portuale
Dopo aver completato i raccordi tra i serbatoi di via Campana con molo Ansaldo e tra i serbatoi di via Celle con molo Caligoliano si provvede a collegare tra loro i due moli a mezzo di un cunicolo scavato al di sotto del marciapiede della provinciale via Miliscola. I due oleodotti si incontrano e si raccordano all’altezza dell’Alveo Campano permettendo così una comunicazione diretta tra i due attracchi navali [21].

Questo schema complesso ha il vantaggio di duplicare i collegamenti e bai passare eventuali interruzioni dovute a bombardamenti aerei o navali, inoltre si rivela utilissimo per eventuali travasi tra diverse unità, sempre attraccate nel porto di Pozzuoli ma presso moli diversi.

Infine, nella primavera del 1943, il cerchio si chiude e il tutto è completato con un ultima preziosa conduttura, una vera ciliegina sulla di già ricca torta. Si provvede a collegare direttamente i serbatoi di via Celle con il molo Ansaldo in modo da poter fornire il carburante di quelle cisterne al naviglio attraccato anche a questo pontile [22].

Per realizzare questo collegamento una ulteriore grossa tubazione parte dal molo Ansaldo, percorre parte della provinciale via Miliscola ed all’altezza del civico 34 si immette nel Territorio di Villa Maria alla Starza; per questo motivo i pilastrini che sorreggono il cancello d’ingresso sono in stile “littorio” [23]. 

L’oleodotto attraversa questa proprietà privata trasversalmente, con un percorso caratterizzato da due salti di quota, realizzati a mezzo gomiti, [24] 

e dopo circa 50 metri giunge a pochi metri dalla confinante sede della Ferrovia Cumana. Qui è installata una sotterranea piccola sala pompa e poi l’oleodotto continua la sua corsa per tutto il restante Territorio parallelamente alla linea ferroviaria [25].

Superato il confine si immette nell’Alveo Campano fino a raggiungere il retrostante Vallone Mandria; qui si introduce nella già citata e preesistente galleria per giungere poi alla grande sala manovre di via Celle.
La condotta sotterranea va a costituire una servitù per la Famiglia Peluso, proprietaria del Territorio, e un enorme danno per la Famiglia Biclungo, conduttrice del fondo agricolo; di seguito una parziale perizia che quantifica i numerosi danni di alberi da frutta, viti, pali e coltivazioni per la subita momentanea occupazione di suolo [26].



I serbatoi nel periodo bellico
Nel corso della guerra le tre località sono ben presidiate da personale di servizio, anche civile, che opera in sale di controllo sotterranee o sopraelevate [27].

Il personale di guardia, marinai per i serbatoi di via Campana e via Celle ed avieri per i serbatoi di via Vigna, usufruisce di rifugi fortemente corazzati e di garitte lungo i perimetri confinari [28].

In particolare l’oleodotto che attraversa il Territorio di Villa Maria è sorvegliato da un drappello di marinai, che alloggia in alcuni dei locali della villa già adibiti a Scuola Marittima, che svolgono i loro turni di guardia in una garitta costruita al di sopra della interrata piccola pompa [29].

Un rifugio antiaereo, parte scavato nel tufo e parte in cemento armato, è a loro disposizione a mezza costa sul retrostante terrazzo della Starza facilmente raggiungibile a mezzo di aperture, munite di cancelli in legno, praticate nella cinta muraria della ferrovia.

Non risulta una autonoma difesa antiaerea dei tre impianti che comunque usufruiscono delle copertura fornita a tutti i Campi Flegrei da innumerevoli batterie della Regia Marina, del Regio Esercito e della Milizia, nonché dalla benevolenza del Santo Protettore [30].

Comunque tutti e tre i complessi descritti non sono oggetto di particolari specifici bombardamenti se non quello effettuato dai tedeschi, non più nostri alleati, al tramonto del 21 ottobre 1943 sui depositi di via Campana e che fortunatamente per errore colpiscono il vicino cimitero altrimenti, come riferisce Don Angelo D’Ambrosio, nel volumetto “Storia della mia Terra”, sarebbe saltata in aria l’intera Pozzuoli.
Previsione esagerata poiché altre fonti ci dicono che in un bombardamento alleato del 1942 è colpito e distrutto un serbatoio fra gli otto esistenti nel complesso di via Celle. In verità non si hanno molte informazioni su quest’azione e questo serbatoio, effettivamente fuori uso e mai più riattivato, potrebbe essere stato vuoto o miracolosamente salvato dal personale mediante rapidi travasi al momento del bombardamento. Comunque tutte le cisterne, specialmente le otto di via Celle, sono ben note alla ricognizione aerea alleata che ne evidenzia l’ubicazione (unitamente al Cantiere, al Porto ed alla Stazione Ferroviaria) sulle foto scattate in volo [31].

C’è da considerare che dal giugno 1940 al settembre 1943 la Regia Marina deve far fronte a una crisi della nafta, via via sempre più grave, la quale paralizza la nostra flotta nei porti, non permettendogli di combattere, lasciando al nemico il pieno dominio del Mediterraneo.
Numerosi studi di autorevoli storici fanno notare numerose discrepanze fra i rapporti sulla nafta che la Regia Marina invia ai tedeschi e quelli a disposizione dell’ufficio storico della marina. La più evidente di queste difformità la si nota in un rapporto del convegno di Merano, del febbraio del 1941, in cui il Capo di Stato Maggiore della Marina, l'Ammiraglio Riccardi, afferma che la marina ha a disposizione circa 610.000tn mentre risulterebbe che nello stesso periodo vi è ancora una scorta di nafta superiore al milione di tonnellate.
Si può quindi facilmente supporre la creazione da parte della marina di una specie di "fondo nero" di combustibile, e di questa “riserva speciale” dovrebbero far parte i depositi di Pozzuoli, da usarsi come ultima scorta, al duplice scopo di poter disporre di sempre crescenti rifornimenti tedeschi e di poter regolare a proprio piacimento, in relativa sicurezza, l'attività delle forze navali. 

Naturalmente alla data dell’armistizio la guarnigione italiana, in servizio presso tutti questi complessi di cisterne, si ritrova in completo abbandono e senza ordini precisi; pertanto al grido di “tutti a casa” anche i serbatoi sono abbandonati dal personale e lasciati in balia prima dell’invasore germanico e poi del saccheggio da parte della popolazione civile, ormai miseramente ridotta.
I tedeschi in ritirata, nel settembre del 1943, credono, o qualcuno ha fatto loro credere, che i serbatoio siano al secco perché i loro guastatori (che a Pozzuoli abbattono ponti ferroviari, capannoni industriali, gru, depositi munizioni, strettoie stradali) li lasciano intatti e fanno saltare in aria le sole sale pompe della zona portuale e industriale.



I serbatoi nel dopoguerra
Con il ritorno alla normalità le tre zone interessate dalla presenza delle cisterne sono rioccupate dalle rispettive forze armate, non più Regie [32].

La Marina Militare Italiana riadatta agli scopi originali i serbatoi superstiti che per moltissimi anni sono utilizzati dalle flotte dell’Alleanza Atlantica [33].

Come non ricordare le numerose petroliere della U.S. Navy attraccate nella zona militare, a noi vietata, nella parte terminale del molo puteolano [34].

Come dimenticare i marinai americani, le loro avventurose e misteriose libere uscite per Pozzuoli e le mitiche ronde composte da tre marinai con il braccialetto riportante la scritta “M.P.”
Come non ricordare poi, per chi ha frequentato gli ambulatori allora INAM in via Vecchia delle Vigne, gli avieri dell’Aeronautica Militare di guardia alle due cisterne dell’omonimo complesso [35] 

nonché una loro jeep che più volte al giorno raggiungeva il serbatoio, e la vicina sala pompe, ubicato nel piazzale del molo Ansaldo; dove è ora il parcheggio SOFER [36].



I serbatoi oggi
Nel sito principale, quello di via Celle, restano le tracce di solo cinque serbatoi completamente smantellati a seguito delle opere di bonifica che hanno risparmiato solo il guscio esterno, privo della copertura [37].

Uno è stato danneggiato dai bombardamenti del 1942 e due sono stati parzialmente distrutti nel corso della costruzione della predetta via a scorrimento veloce e i loro resti si trovano interrati sotto la sede stradale.
Oltre la grande sala operativa sotterranea restano anche innumerevoli opere edilizie che ospitavano macchinari e personale [38].

Numerose le proposte di riutilizzo di tutte queste strutture come, ad esempio, lo sfruttamento delle aree scoperte a parcheggi e lo sfruttamento dell’interno degli stessi serbatoi come garage meccanizzati [39- 40].
 


Lo sfruttamento del lungo tunnel che li collega con la zona portuale per farvi transitare un Mini metro, tipo MK1 Ansaldo, adibendo l’attuale sala pompaggio quale stazione di arrivo e partenza del trenino [41].

Lo sfruttamento delle aere e dei manufatti per la realizzazione di un teatro scoperto e coperto per 1500 posti; di un museo archeologico; di un edificio termale, di una piscina coperta, di un centro informatico dei Campi Flegrei; il tutto come da progetto Copin del 2008 [42].

Quelli di via Vecchia delle Vigne, accessibili attraverso passaggi posti alla quota del viale di ingresso del Parco nel Parco Urbano Attrezzato sono gli unici due serbatoi ad essersi conservati quasi intatti e bonificati.
Questa circostanza ha reso sicuramente più agevole la possibilità di prospettare un recupero dei manufatti che, senza comprometterne l’integrità, li rende fruibili raccordandosi alle attività previste nel Parco Urbano e, nel contempo, disvelando un inedito documento della storia dell’ingegneria italiana del novecento [43-44].



Giuseppe Peluso – Febbraio 2017

CREDITI
Argiroffi Giulia. - Le cisterne interrate di Pier Luigi Nervi
De Crescenzo Ennio – Riuso funzionale – Parcheggi pertinenziali e parco archeologico
Gerundo Roberto – Rigenerazione Urbana
Peluso Giuseppe – Bombardamenti di Pozzuoli e dei Campi Flegrei
Ribera Federica - Conoscenza e valorizzazione dei serbatoi interrati progettati da Pier Luigi Nervi a Pozzuoli
Scacchetti Luca - Parco urbano attrezzato in area archeologica a Pozzuoli

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