mercoledì 3 luglio 2013

Ci vergogniamo di Mamozio?

 
 

 

Ci vergogniamo di Mamozio?
Eppure piace più di Pulcinella e fa paura a San Gennaro

 

Tra settecento ed ottocento tutte le guide storiche di Pozzuoli e delle sue antichità parlano di una delle meraviglia che assolutamente bisogna vedere in questa cittadina, il Santo del paese.
“La piazza di Pozzuoli resta a mano sinistra in entrare nella porta della città, la di cui strada, per la quale con dolce declivio vi si scende, pur ora conserva il suo antico nome di pendio di mare, giacchè un tempo fin qui sotto giungevano le sue acque.
Nel mezzo della piazza evvi una fontana fiancheggiata da due statue colossali di bianco marmo, poste una in prospetto dell’altra. La statua alla dritta fu fatta scolpire dalla Città in onore del suo Vescovo Monsignor Martino di Leon per i molti benefici da esso Prelato ricevuti….
L’altra di prospetto è un’antica statua consolare ben panneggiata. Si vuole di Q. Flavio Egnazio Lolliano per una iscrizione incisa nel fronte del piedistallo…”
Chi entra oggi nella piazza (della Repubblica) non trova più traccia di questa seconda bianca statua, popolarmente conosciuta come Santo Mamozio, che pure ha segnato Pozzuoli ed i puteolani. Questa mancanza è susseguente ai lavori di bonifica e innalzamento eseguiti tra il 1913 ed il 1923 quando, esattamente nel 1918, la statua è riposta presso l’anfiteatro puteolano in attesa di nuova sistemazione.
Vedovare la maggiore piazza di Pozzuoli della statura di Q. Flavio Egnazio Lolliano, divenuta nel frattempo celebre in tutta Italia ed all’estero, sembra essere stata una profanazione che storici e sociologi ancora ci deplorano.
Ma, senza voler nascondere una scottante verità, per tutti noi puteolani Mamozio sembra essere stata una beffa atroce; tanto da esserne perseguitati tutta la vita. Pertanto non pochi credono che la statua sia stata seminascosta dall’allora amministrazione pubblica per proteggerla da possibili danni che potessero procurargli nostri compaesani che per sua causa si sentissero burlati al di fuori dei confini comunali. E questa ipotesi è suffragata da rievocazioni e comportamenti; tanto più che l’altra statua, quella del vescovo Martino, è ritornata (anche se transitando prima per piazzetta Cesare Augusto e poi per i giardinetti antistanti la chiesa del Carmine) nella piazza di Pozzuoli.
E’ noto che la statua, attribuita al console romano Lolliano Mavorzio per via d’una iscrizione inserita nel suo piedistallo (che probabilmente reggeva altra statua molto più piccola), è ritrovata a Pozzuoli nel 1704 senza testa. Il monumento viene collocato nella piazza principale e, come d'uso all'epoca, il capo mancante è reintegrato; ma da una testa sproporzionatamente piccola rispetto al corpo, il che gli conferisce un'aria imbambolata e buffa.
Intanto il nome Mavortio è distorto dai puteolani in Mamozio e poi il popolino, iniziando ad adorarlo, all’istante lo promuove da console a santo e così lo battezza "Santo Mamozio".
Diventa il protettore dei verdummari, che in questa piazza tengono mercato, i quali gli rivolgono suppliche e pare anche che gli lanciano, quando la stagione è propizia, offerte di fichi e pomodori.  Si narra che un contadino avrebbe portato un paniere di fichi per ingraziarsi il santo, e dopo avergli lanciato una manciata di fichi, notando che quelli maturi si appiccicano alla statua, mentre quelli acerbi cadono ai suoi piedi, abbia pronunciato una considerazione rimasta a proverbio: Santu Mamozio mio, 'e bbone t' 'e magne e 'e toste m' 'e manne arrete”.
Si dà notizia che gli sono applicate varie teste, di volta in volta ritrovate o fatte ricostruire, ma sempre con risultati poco lusinghieri; la statua si ritrova a volte con un capoccione enorme ed a volte comicamente troppo piccolo.
Ed è così che Mamozio assume sia il significato di persona stupida, sciocca e sproporzionata sia un alone di santità; tanto da poterlo definire come il santo degli sciocchi. In questo ben ne rende l’idea il personaggio di Mamozio interpretato da Macario il quale, cinematograficamente parlando, ha giusto la faccia del mamozio nel film “Il monaco di Monza”, a fianco di Totò.
Ezechiele Guardascione, nel suo “Napoli Pittorica”, ben racconta lo stato d’animo di noi puteolani nel confrontarci con i sorrisi maliziosi dei nostri conoscenti, o compagni di classe, napoletani o di altre cittadine. Io stesso, un secolo più tardi, ho dovuto sopportare, come narra di aver sopportato il maestro Ezechiele dopo che il suo professore, all’Istituto Belle Arti di Napoli, ebbe spiegato ai suoi compagni della ridicola statua di Santo Mamozio. Preso dallo sconforto Guardascione pensa di decapitare Mamozio (goliardata che mette in atto in una oscura notte invernale con la complicità di tre amici) e di buttare in mare, ai ponti di Caligola, quella testa gaglioffa che sotto i suoi colpi sembra lasciare volentieri quel corpo non suo. La notizia della decapitazione vola rapida sulla bocca dei puteolani; molti di loro ridono, ma molti prendono la cosa tragicamente. Sia la popolazione che gli amministratori si dividono in opposti campi tra chi approva la decapitazione e chi vuole restaurare la statua che da allora resta comunque acefala.
Ma dal suo nascondiglio nell’anfiteatro Santo Mamozio, seppur morto nel cuore della cittadinanza, vola alto nell’immaginario e nella fantasia degli italiani che usano il suo nome per identificare di volta in volta precisi atteggiamenti e con esso indicare la stupidità di un individuo, o meglio, la sua allocchita ingenuità. Tutto questo è dato dalla personalità che questo personaggio ha saputo darsi mostrando tutta la sua testardaggine, la sua apatia e la sua impassibilità. Addirittura un emigrato in America riferisce che quando era in Italia era abituato a non prendere sul serio ì cartelli che segnalano improbabili passaggi di cervi. In California è diverso e nel giardino di casa sua si è trovato una famigliola di cervi capeggiati da un capo branco tamarro che ha soprannominato Mamozio. Racconta che quel cervo se ne frega degli umani. Se ti avvicini mica scappa, anzi con fare guappo ti guarda come la famosa statua di Pozzuoli e sembra chiederti: “cosa vuoi?”. L’emigrato continua raccontando che una sera voleva parcheggiare davanti al garage ma c'era Mamozio che presidiava l'area e che appena lo ha visto gli ha subito rivolto la sua famosa occhiata “cosa vuoi?” Ha dovuto spingerlo con la macchina per farlo andare via e confessa che ha anche attaccato briga e urlato in italiano: "Spostati cornuto di un mamozio”.
A Napoli tutti sanno che è consuetudine delle “parenti di San Gennaro” (le popolane che il giorno deputato alla liquefazione del sangue affollano già dall’alba la chiesa incitando, tra una sferruzzata e l’altra, il santo a procedere, a farlo «’o miracolo»), di passare ai modi bruschi se mai il santo, come talvolta accade, dovesse indugiare. Dapprima apostrofandolo “faccia gialluta” (per via del colore assunto dal bronzo della statua), quindi ricorrendo a vere e proprie male parole, seppur pronunciate con l’affetto che viene dalla familiarità. L’assalto verbale, però, è mitigato da premurose e al tempo stesso impertinenti litanie, tra cui una recita: “San Gennaro San Gennà ’sta città te cerca aiuto tu però te sì addurmuto e ’sta storia adda cagnà.  Nun vulimmo a ‘nu mamozio ca nun tene autorità, San Gennaro San Gennà vire e nun ce sta a scuccià”.
E va a finire che il più delle volte, per non prendersi ulteriormente del mamozio, San Gennà esegue.
Nel dicembre 2007 un lettore scrive al redattore di un famoso giornale in riscontro ad un articolo in cui ha ritrovato la frase: “... viene dai mamozi egualitarismi…”. Purtroppo il lettore non conosce il significato della parola “mamozi” non avendola trovata neppure sul suo Zingarelli, per cui non ha potuto cogliere pienamente il senso del discorso. Perciò chiede che lo si gratifichi di una pur brevissima risposta che possa colmare la sua lacuna linguistica. Gli si risponde subito pubblicamente che il termine “mamozio” è voce partenopea per pupazzo e, in senso lato, per conformista che indolentemente adegua il proprio pensiero agli slogan e alle parole d’ordine, senza carattere, spina dorsale, emasculato intellettualmente. In sintesi, e per dirla ancora in vernacolo, l’«omme ’e niente». Poi continua spiegando il ritrovamento della statua a Pozzuoli, …. del Mamozio oltre Pozzuoli (a Procida, a Ponza, ad Isernia, egualmente antiche statue acefale) e che lo stesso non è diventato una maschera come Pulcinella perché negli anni non ha mai trovato una propria identità.
Ma a tal proposito Davide Morganti, sulla Repubblica del 3 dicembre 2004, confessa di non aver mai amato la figura di Pulcinella, l'idiota per fame, che nella vita non trova altro sapore che le necessità del proprio corpo. In lui deflagra una viscida sopravvivenza, simbolo di un popolo che, assolvendosi, legittima la sua miseria morale. Morganti crede che maggiore attenzione e studio meriti, invece, la figura del “Mamozio” di Pozzuoli. Nessun teatro popolare, nessun burattinaio ha mai pensato di metterlo in scena, eppure proprio perché decollato richiama da vicino Giovanni il Battista o il “Cavaliere senza testa” e, soprattutto, San Gennaro, decapitato alla Solfatara durante le persecuzioni imperiali, a pochi metri dal luogo del ritrovamento della statua. Il Mamozio, sorta di Pietra Nera dove per decenni il popolo puteolano ha riversato i propri umori e i propri peccati, è dalla parte dei Peppino, dei Fantozzi, dei Fabrizi, vittime di una comicità che fa ridere proprio perché subita. Mentre Pulcinella è una maschera fatta di ventre e di corruzione, il Mamozio consiste di vuoto e di martirio, vicino all' assenza di volto di Buster Keaton. Oggi, purtroppo, giace indegnamente abbandonato nell' Anfiteatro Flavio, poco prima dell' uscita, una pietra qualunque esposta al sole e alla pioggia, non trova spazio altrove, né in un museo, né in una sala comunale. A questo punto, per recuperare dignità, sarebbe meglio regalarlo a un teatro, a una discoteca o a un cinema; ai nostri giorni sopravvive ormai soltanto l'espressione «Si' proprio nu mamuozio» per indicare la stupidità di un individuo. Dal settecento ai primi del novecento, posta nella piazza di Pozzuoli, diventò per il popolo un santo, la gente, infatti, da un lato lo dileggiava, dall' altra gli chiedeva miracoli. La testa veniva ogni tanto distrutta di notte e rifatta secondo altre proporzioni, mai le stesse, rafforzando una vis comica mai riconosciuta come dovrebbe. Il Comune di Pozzuoli potrebbe sul Mamozio non solo organizzare premi e progetti, ma invitare scultori, pittori, attori, scrittori a rendere vivo un personaggio incredibile, uno diventato idiota per la santità a cui è stato consacrato, sottratto, suo malgrado, all'infamia e alla gloria della maschera.
Noi puteolani dovremmo farci perdonare i maltrattamenti cui lo abbiamo sottoposto ed auspicare che, nella prevista risistemazione della piazza grande, l’originale, che finalmente ha trovato degna sistemazione presso il Museo Archeologico del Campi Flegrei di Baia, oppure una sua copia, possa essere nuovamente collocata nella sua posizione originale. L’amico Sergio Ambrosino ipotizza il collocamento delle due statue, quella di Mavorzio e quella del Vescovo Martino, una di fronte all’altra con in mezzo la fontana che, posizionata all’incrocio degli assi di Via Cosenza e Via Portanova, creerebbe una quinta scenica alla prospettiva finale di entrambe le strade.
Allora sarà festa grande, inviteremo il mondo intero a svelare con noi una delle tante meraviglia del passato.
  
BIBLIOGRAFIA
Ezechiele Guardascione – Napoli Pittorica – Sansoni 1943
Raffaele Giamminelli - Guida di Pozzuoli – C. di P. 1986
Davide Morganti – La Repubblica – 3 dicembre 2004
Paolo Granzotto – Il Giornale – 5 novembre 2007
 
 
Giuseppe Peluso - Pozzuoli Magazine del 23 marzo 2013

1 commento:

  1. Gradirei più notizie su questo personaggio.
    scotti22@virgilio.it
    Piergiorgio Scotti

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