mercoledì 5 dicembre 2012

10 Agosto 1995

Inserisco un racconto scritto da mia figlia Anna nell'agosto del 1995, quando era diciannovenne.
Erano quelli gli anni in cui non era ancora possibile visitare il Rione Terra ed io, incautamente, guidavo figli e nipoti in pericolose arrampicate pur di ripercorrere quei luoghi così vicini ma così lontani da raggiungere. Ed erano quelli anche gli anni in cui il Professore Raffaele Giamminelli aveva riportato in auge la secolare tradizione del "Cippo di Natale".

L'articolo è corredato da una foto che riproduce un quadro del Maestro Antonio Isabettini a cui vanno i miei ringraziamenti per la gentile concessione.
Giuseppe (Peppe) Peluso






10 Agosto 1995


Un’improvvisa folata di vento mi ha sparso i capelli sul viso!
Ha portato con se l’odore del mare, dei pescherecci ancorati dietro di me nel Valione, del traghetto che sta raggiungendo rapidamente il molo carico di turisti sorridenti.
Vorrei leggere nelle loro menti per carpirne i ricordi, per sapere cosa hanno visto, cosa hanno provato.
Come una ladra vorrei rubare un po’ della loro felicità, per tenerla da parte, nel mio cuore.
Li invidio perché sono in vacanza, lontani da casa, spensierati.
Per me l’estate non si è presentata altrettanto entusiasmante.
Qualsiasi programma si è dissolto come il portafoglio che doveva sostenerlo.
“Vacanze in Città”, è stato il motto di quest’anno!
Partiamo alla scoperta delle bellezze del nostro paese!

Così eccomi qua! Sotto il sole cocente di agosto insieme a mio padre che ha deciso di rosolarmi per benino mentre con tranquillità sta osservando il gruppo trasandato di case che costituisce l’antico Rione del mio paese.
Cosa ci sarà di tanto interessante?
Palazzoni deserti, vicoli devastati da detriti e da erbacce, chiese spogliate fino all’osso ed il silenzio particolare che nasce dalla solitudine e l’abbandono.
Solo i piccioni sanno vincere il naturale timore recato da quei luoghi costruendo il loro nido sul tetto degli edifici pericolanti.
Immagino che lo considerano il loro paradiso, lontano dagli uomini, tutto per loro!

“La vedi la strada che sale da quel lato?”  chiede mio padre improvvisamente.
Io sobbalzo sorpresa, poi seguo il suo sguardo per individuare ciò che mi sta indicando.
“E’ via del Ponte, ogni domenica la risalivo per raggiungere la sede dei Boy Scout in via Ripa e poi con i miei compagni andavo al Duomo, il vecchio Tempio di Augusto, per ascoltare la Messa. Tutta la gente indossava il vestito delle feste ed usciva per strada.
Io e gli altri Esploratori ci mettevamo ai fianchi dell’altare durante la cerimonia. Lo fate ancora?”
“Beh a dire il vero ci mettiamo dove capita, sai la chiesa è piccola e ci si sta un poco stretti….”  qualche volta anche per terra, sto per aggiungere, quando un topo di notevoli dimensioni mi schizza davanti per infilarsi in una crepa del muro di rimpetto; dietro di lui, altrettanto veloce, un gatto dal manto chiazzato.
La scena mi ha divertito ma mio padre sembra non averla notata, continua a guardare su, verso il Rione Terra.
“Papà dobbiamo restare ancora a lungo?”  chiedo spiazentita.
“Ti sto annoiando, vero?”   fa mio padre tranquillo e sorridente.
“Significa che non hai ancora imparato ad osservare le cose con gli occhi della Storia.”
“Cosa vuoi dire?”
“Quando ti trovi in un luogo non devi limitarti ad osservare quello che è, nel momento in cui lo stai guardando. Prova a chiederti invece quale è la sua storia. Solo se riuscirai a conoscere le vicende del suo passato, i fatti e le persone che lo hanno plasmato e modificato, solo allora, potrai osservare con gli occhi della Storia.”
“Mi dispiace dovertelo dire papà, ma non ho ancora capito esattamente come conoscere la storia mi possa far piacere un gruppo di case diroccate.”
“Una prova pratica forse riuscirà a chiarirti il concetto. Chiudi gli occhi.”
L’ha detto seriamente ma io non posso fare a meno di chiedermi se stia scherzando.
“Guardare ad occhi chiusi?”
“Si, si, chiudi gli occhi! Meno domande e fai quello che ti dico.”
E questa volta per essere sicuro provvede personalmente a bendarmi con un fazzoletto.
“Papà, si può sapere cosa stai combinando? Forse non lo hai notato, ma la cosa è abbastanza imbarazzante.”
Ma lui non mi ascolta nemmeno mentre finisce di stringere il nodo dietro di me.
Sento il motore di una macchina che si sta avvicinando, chissà cosa penserà il guidatore a vedermi così combinata.
Inutile domandarselo. Non sento più papà vicino a me. Se ne è andato?
No, è ancora qui, mi ha preso le mani, mi sta conducendo da qualche parte.

“Dove andiamo?”
“Riesci a ricordare i luoghi che stavamo osservando insieme pochi momenti fa?” domanda per tutta risposta.
“Di cosa stai parlando, del Rione Terra?  E’ li che mi stai portando?”
L’idea mi sconcerta e incuriosisce a un tempo.
“Conosci un accesso che non è stato ancora sbarrato?  Credevo che fosse diventato impossibile mettere piede sul Rione. Qualche settimana fa, infatti, con i miei amici…….”
“Adesso fai silenzio!”  interrompe mio padre “un bel respiro e poi ascolta attentamente quello che ti dirò.”
Io lo assecondo immediatamente e aspetto che continui.
Intorno a me tutto sembra essersi fermato, non sento macchine ne persone, solo il profumo del mare. Sono tutta in fremente attesa.

“Proviamo a tornare indietro di qualche decennio.  E’ la Vigilia di Natale, tra non molto scoccherà la mezzanotte.  L’aria è fredda e tagliente quando ti sfiora il viso.  Nei vicoli, di solito deserti a quest’ora, c’è uno strano movimento.  Si sente l’argentino vociare dei bambini accompagnato dai rimbrotti profondi dei loro genitori.
In lontananza un coro canta inni natalizi.
All’incrocio del vicolo, sulla destra, un mendicante è seduto per terra e tende la mano nella nostra direzione, ma la nostra attenzione è rivolta altrove, verso un improvviso chiarore che è apparso un poco più avanti verso la fine del vicolo.  E’ da lì che proviene il canto di poco prima, a fianco a te passanti frettolosi ti superano velocemente come se fossero, per qualche motivo, in ritardo. Tu acceleri il passo incuriosita e d’improvviso uno spiazzetto si apre davanti a te, al centro un grande fuoco le cui fiamme sembrano spingersi in alto fino a toccare le stelle.  Raccolta dal calore, tutta la popolazione del rione, si è data convegno qui questa sera per celebrare insieme la nascita del Salvatore….”

D’improvviso la voce di mio padre sembra perdersi nel vociare delle altre persone presenti.
Un gruppetto di uomini chiacchierano giovialmente sulla mia sinistra; una vecchietta mestamente si avvicina al fuoco con il rosario tra le mani; dietro di lei un ragazzino dall’aria preoccupata sembra aver perso qualcosa.
Scruta attentamente il selciato della strada contorcendo per nervosismo i lembi della semplice giacchetta di velluto verde.
In testa un buffo copricapo di lana che stona per la sua tinta celestina.
Come sembra tutto reale! 
Sembra incredibile.
Forse se mi concentro riesco anche a percepire il calore delle fiamme sulla pelle.
Si, lo sento!
Ma forse mi sto sbagliando, è soltanto il calore del sole di agosto che brucia al di là di questa benda che mi ha allontanata dal presente.
Cos’è questo suono? 
Sono campane, si le campane del Duomo che annunciano la nascita del Bambino.
Tutta la gente in festa, bambini agghindati da angioletti cominciano a cantare   “…… tu scendi dalle stelle…..”
Il più grande avrà sette anni e fanno una grande tenerezza a guardarsi, con i loro riccioli ribelli che ricoprono i visi paffuti colorati di rosa.
Come sembrano veri!  Scorgo perfino le loro ginocchiette scalfite da infinite cadute che spuntano fuori dalle vesti troppo corte.
Anche gli edifici e questa piazzetta appaiano inspiegabilmente reali e non il semplice frutto della mia fantasia.
E’ difficile spiegare la sensazione che sto provando in questo momento perché significherebbe  in qualche modo dare valore a ciò che non è.
Oh Signore, eppure è così!
Sento ancora le voci che cantano; il calore del fuoco sul viso e sento il freddo della notte sulle spalle; la pietra del selciato sotto i piedi.

“Signurì,  scusate signurì, permettete?”
Non è possibile.
Il ragazzo dalla giacchetta verde di poco prima si è avvicinato e adesso mi sta parlando.
Non so cosa pensare.
Eppure e qui davanti a me, potrei giurarlo.
“Signurì  mi scusi, forse l’ho spaventata?  E’ diventata tutta ianca comma na lenzola.”
“Io…. ecco….no… sto bene.   Desiderate qualche cosa?”
Non posso crederci, gli ho risposto.
“Solo una cortesia.  Nun è c’ha’ avit’ vist p’terra na cullanella cu na crucella e legn?”
Sembra davvero preoccupato.
La voce è calma, ma trattenuta.
“Mi dispiace, ma non l’ho vista.”
Poverino!  Che faccia ha fatto.  Vorrei poterlo aiutare.
Già si sta allontanando, meglio corrergli dietro.
“Eh! Ragazzo!”
Non mi ha sentito.  Meglio avvicinarsi un altro poco.
“Ehi, ragazzino mi sentite?”
Ecco si è fermato.
Deve aver capito che lo chiamavo; già sta tornando indietro.
“Signurì, chiamavate me?  Avit truvat’ a cullanella?”  mi chiede ansioso.
“No, è che volevo sapere perché per voi era così importante.”
Già mi sono pentita di avergli fatto questa domanda.
In fondo non sono fatti miei e poi tutto questo è frutto della mia fantasia e perciò già dovrei conoscere la sua risposta.
Invece non è così!
“Scusat’, ma a voi che ve ne frega?”  mi risponde impertinente.
Questa proprio non me l’aspettavo.
“Era per curiosità. E poi se mi date qualche altra informazione potrei aiutarvi a cercarla.”   gli dico insistente.
“Antonio, che fai?”  chiama una ragazza da una finestra.
Il ragazzo si rizza su come un pennone facendo finta di non aver sentito.
“Adesso devo andare. Mi chiama mia sorella Annunziata. Sarà per un'altra volta.” 
Mi dice frettoloso e scatta via veloce come un lampo tra la folla.
Cosa gli sarà preso? 
Vallo a sapere.
Intanto mi trovo ancora qua e non so cosa fare.
C’è ancora molta gente ma comunque mi sento sola.
Tanti visi ma nessuno amico.
Aspetta un attimo! 
Ma quello è papà, ne sono sicura.
Mi volta le spalle ma lo riconoscerei ovunque.
“Papà sono qui!   Papà, papà.”
“Calma Anna sono qua.  Non ti preoccupare.”
Il fuoco, la piazza, la gente, tutti scomparsi.
E’ tornata la luce del giorno ed il rumore delle automobili.
Mi gira leggermente la testa.
Sono seduta su una panchina nei giardinetti di Piazza della Repubblica.
Il fazzoletto che mi bendava gli occhi è scivolato intorno al collo.
Papà al mio fianco, sorride sornione.
“Posso sapere che diavolo è successo?”
“Cosa intendi dire? Mi sembri un poco sconcertata.”   risponde papà disarmante.
Questo è il colmo.
“E’ normale che sia sconcertata, non ho capito nulla di quello che è successo negli ultimi dieci minuti!”
“Non lo hai capito?  Invece è tutto molto semplice. Ti ho bendato gli occhi ed ho cominciato a raccontarti della vita di un tempo sul Rione Terra.  Volevo aiutarti ad entrare nella Storia.  Dimmi, ci sono riuscito?”
“Beh, credo di si. Forse pure troppo, è questo il problema. Era, come dire, tutto eccessivamente reale.  E poi….”
“Sono contento che la mia storia ti sia piaciuta tanto.  Dimmi, ora apprezzi un po’ di più quelle case trasandate?”
“Sicuramente!  E ti prometto che d’ora in poi non sarò più irriverente nei loro confronti.   Ma non è questo che adesso mi preme discutere.  Ritorniamo a tutto quello che è successo.  Vedi papà, il fuoco, l’ambiente e poi quel ragazzo, era tutto così….Papà.  Papà!  Si può sapere dove te ne stai andando?”
Come al solito non mi prestava la minima attenzione.
Ci mancava solo il traffico per completare la giornata!
La macchina sembra un forno ed io ho una fame da lupi.
“Papà si può sapere perché non hai preso la strada per il Cantiere?  Lo sai che questa per Sant’Antonio è sempre trafficata!”
“Pensavo di cavarmela invece è andata male.”
Ti pareva! 
Eppure è strano.
Normalmente è abilissimo ad evitare il traffico e poi è sempre contento di ripassare davanti Villa Maria.
Deve avere qualche strano tarlo che gli passa per la mente.
Potrei approfittare di questa occasione per farmi finalmente spiegare cosa mi è successo veramente.
Lui dice che ad un certo punto ho perso i sensi, forse a causa del caldo, ma io non ricordo nulla del genere.
Eppure questa è la spiegazione più sensata che si possa dare a tutta la faccenda.
Un sogno sembra sempre profondamente realistico finché non ti svegli.
Poi apri gli occhi e capisci che stavi solamente sognando.
Io ho semplicemente impiegato un po’ di tempo in più per rendermi conto di quello che era successo.
Finalmente a casa!
Non ce la facevo più!
“Anna, tu inizia a salire che io devo andare un attimo a fare un servizio.  Dici a mamma che torno presto.”
“Va bene papà.”
“Ah!  A proposito!  Dimenticavo quasi di ridarti il tuo ninnolo.”   mi dice affacciandosi al finestrino della macchina.
Mi lancia qualche cosa al volo e parte velocemente mentre mi grida:
“Era vicino a te quando sei svenuta!”
Non credo ai miei occhi!
Il ninnolo di cui parlava mio padre è una collanina con una graziosa croce intagliata in legno.

Anna Peluso - Pozzuoli Magazine del 17 dicembre 2011







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